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L’argomento dell’uno sui molti. Il dilemma dello struzzo

Francesco F. Calemi
p. 219-240

Abstract

The purpose of this paper is to defend the so-called Ostrich Nominalism against the influential criticism that has been put forward by David M. Armstrong. First, I reconstruct Armstrong’s “One over Many” argument for universals (§§ 1-2), reviewing his main reasons for rejecting the foremost kinds of nominalism (§ 3). I then argue that Ostrich Nominalism has been underrated by Armstrong (§ 4) and that, consequently, his strategy for dealing with it results in misleading and elusive conclusions. I conclude that Ostrich Nominalism represents an arduous challenge to Armstrong’s Realism in that it compels him either to give up his sparse Realism, or to acknowledge that all the solutions to the problem of universals are utterly meaningless (§§ 5-6).

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Note dell’autore

La ricerca alla base di questo articolo è stata resa possibile dal finanziamento del MIUR al progetto FIRB 2012 «ONTOFORMAT». Ringrazio Stephen Mumford e due referee anonimi per i commenti forniti a una versione precedente del lavoro qui presentato.

Testo integrale

1. La versione di Armstrong

1Il realismo aristotelico di David Malet Armstrong implica, tra le tesi che ne costituiscono l’assetto, le seguenti

  • 2 Cfr. Armstrong 1978b: 14. Per un’esposizione generale riguardante il sistema metafisico di Armstron (...)

Tesi realista__Esistono universali.
Tesi della radezza__La trama che lega gli universali ai predicati è scandita da intervalli irregolari che non garantiscono una puntuale corrispondenza uno-a-uno2.

2In questo saggio focalizzeremo anzitutto l’attenzione sulla prima tesi e sullo specifico modo in cui Armstrong l’ha originariamente difesa; metteremo quindi in relazione i risultati della nostra indagine con i desiderata imposti dalla seconda tesi.

  • 3 Armstrong 1978a: xiii.
  • 4 Cfr. Armstrong 1980.
  • 5 Vedi Quine 1948, tr. it. 2004. Per ulteriori indicazioni bibliografiche in merito alla metaontologi (...)
  • 6 Il lettore tenga presente che in quanto segue l’attenzione sarà focalizzata esclusivamente sulla fa (...)

3Uno degli argomenti che Armstrong per lungo tempo ha reputato corretto3 e di fondamentale importanza per la legittimazione della sua posizione realista4 è il «One over Many argument», o l’argomento dell’uno sui molti (d’ora innanzi ci riferiremo a esso anche usando l’espressione abbreviata «uno sui molti»). La versione armstronghiana dell’uno sui molti, oltre che risultare in sé di primario interesse, ci darà l’occasione per mettere a fuoco un delicato plesso teoretico consentendo di (i) ricostruire lo specifico della rilettura armstronghiana del tradizionale problema degli universali, e (ii) indicare punti di tangenza tra la metaontologia (ossia l’approccio metodologico ai problemi affrontati dall’indagine ontologica) di ispirazione quineana5 e la metaontologia che è stata inizialmente al fondo della speculazione di Armstrong (almeno fino alla pubblicazione di Armstrong 20046).

  • 7 Cfr. Armstrong 1978a: xiii.
  • 8 Armstrong 1980: 101.

4La prima opera di Armstrong contenente un esplicito richiamo all’uno sui molti è costituita dai due volumi Armstrong 1978a e 1978b. È strano tuttavia constatare quanto segue: benché in entrambi i volumi che costituiscono tale lavoro l’argomentazione venga frequentemente menzionata dall’Autore e addirittura definita nel glossario incluso al testo, la stessa non viene mai esplicitamente formulata. Armstrong si limita, difatti, a fare dichiarazioni sulla sua correttezza e a distinguerne due versioni, una metafisica e una linguistica, manifestando la sua netta predilezione per la prima e dichiarando di non accettare la seconda7. Ma in nessun passo di tale lavoro l’uno sui molti viene presentato in modo completo e perspicuo: questo, per certi versi, sorprende visto che – se non altro fino ad Armstrong 1989b – l’Autore ha considerato l’uno sui molti come «il principale argomento a favore dell’esistenza degli universali»8. Come si giustifica tale lacuna? In quanto segue cercheremo di chiarire questa singolarità e lo faremo, dapprima, tentando di ricostruire l’argomento (nella versione metafisica cui rimanda Armstrong) sulla base delle evidenze testuali a nostra disposizione.

5Iniziamo dunque dalla già menzionata definizione che ci offre lo stesso Autore:

  • 9 Armstrong 1978a:138.

Argomento dell’uno sui molti. L’argomento a favore degli universali che prende le mosse dall’apparente [apparent] esistenza di identità di natura tra differenti particolari9.

6Non si tratta certo di una definizione particolarmente chiara, soprattutto se si tiene conto che in essa ricorrono delle nozioni che, a tutta prima, non si distinguono per la loro intuitività e che, pertanto, necessiterebbero di opportuni chiarimenti: quella di apparenza e quella di identità di natura. Rinviamo per il momento il compito di delucidarle e continuiamo a registrare gli indizi offerti da Armstrong. In un altro passo della stessa opera, Armstrong scrive:

  • 10 Ivi: xiii. Corsivo mio.

[l]a filosofia contemporanea riconosce due principali tipi di argomento a favore dell’esistenza oggettiva degli universali. Il primo è […] l’argomento di Platone dell’uno sui molti. La sua premessa è che molti particolari differenti possono tutti avere ciò che sembra [appears] una stessa natura10.

7In questo passo Armstrong indica chiaramente una delle premesse dell’argomento, una premessa in cui ricorrono, nuovamente, le nozioni di apparenza e di possesso di una stessa natura:

(P1)__Molti particolari differenti possono tutti avere ciò che sembra [appears] una stessa natura.

8Chiaramente per avere un argomento necessiteremmo di altro oltre a (P1). Armstrong, in effetti, fornisce ulteriori indicazioni, specificando anche quale sia la conclusione dell’argomento cui egli fa riferimento:

  • 11 Ibidem.

[l]a conclusione dell’argomento è semplicemente che, in generale, questa apparenza [appearance] non può essere eliminata, ma deve essere accettata. Esiste un’identità di natura11.

9Questo brano consente, dunque, di formulare la conclusione dell’argomento; tuttavia occorre prestare attenzione ad alcuni dettagli che potrebbero passare inosservati. Chiediamoci anzitutto questo: quale sarebbe l’«apparenza» [appearance] cui Armstrong intende riferirsi in questo passo? La risposta sembra piuttosto ovvia nel momento in cui teniamo in considerazione quanto affermato in (P1): l’apparenza [appearance] che «non può essere eliminata» è proprio quella per cui «molti particolari differenti possono tutti avere ciò che sembra [appears] la stessa natura». L’apparenza in gioco è costituita dall’apparente possesso di una medesima natura da parte di enti particolari distinti. Trovata una prima risposta al nostro quesito, solleviamone un altro: nel sostenere che «questa apparenza non può essere eliminata, ma deve essere accettata», Armstrong intende semplicemente reiterare la premessa iniziale (P1)? Ebbene, se ciò fosse vero, l’intero argomento diverrebbe banale poiché la sua conclusione sarebbe una mera replica di quanto già assunto. Ma le cose non stanno così. Nella conclusione che Armstrong trae non è affatto presente l’espressione cautelativa «sembra» (che potremmo definire «espressione di apparenza») che ricorra invece in (P1): Armstrong infatti afferma che «Esiste un’identità di natura» e non che «Esiste qualcosa che sembra un’identità di natura». Perché allora l’espressione di apparenza, presente in (P1), risulta invece assente in quella che dovrebbe essere la generalizzazione esistenziale che costituisce la conclusione dell’uno sui molti? Che l’apparenza «deve essere accettata» significa, forse, che gli impegni ontologici veicolati dalla parte dell’enunciato che segue l’espressione di apparenza debbano essere assunti come tali? L’ipotesi, in effetti, dà luogo a esiti interessanti che cercheremo di esplorare.

  • 12 In questa sede non possiamo nemmeno tentare di commentare l’argomento di indispensabilità per summa (...)

10Semplificando un po’, potremmo ricostruire il procedimento dialettico alla base dell’elisione dell’espressione di apparenza come segue: se si dà il caso che esiste qualcosa che sembra un’identità di natura (caratterizzante molti enti particolari), e se tale apparenza non può essere eliminata, allora si dà il caso che esiste un’identità di natura. Un’inferenza di questo tipo presenta una certa analogia con il noto «argomento di indispensabilità»12: schematicamente, in base a quest’ultimo, se non si può fare a meno, o eliminare, il riferimento a un dato genere di enti, allora siamo legittimati ad assumere che tali enti esistano. Non crediamo che l’analogia sia del tutto fuorviante. Indubbiamente la mossa di Armstrong risulta, in sé, discutibile; ma se non altro l’applicazione locale del processo dialettico insito nell’argomento di indispensabilità non banalizza l’intera argomentazione armstronghiana: la conclusione dell’uno sui molti non sarebbe infatti la mera reiterazione di (P1). Seguendo questa ipotesi dovremmo allora convenire che la conclusione dell’argomento armstronghiano sia la seguente:

(C1)__Molti particolari differenti possono avere una stessa natura.

11L’enunciato (C1), infatti, può essere riformulato nel modo che Armstrong stesso propone:

(C1’)__Esiste un’identità di natura tale che questa può essere posseduta da molti particolari.

12Modificando e integrando appropriatamente le premesse finora individuate, possiamo formulare l’uno sui molti in questo modo:

Uno sui molti
(P1)__Molti particolari differenti possono tutti avere ciò che sembra una stessa natura.
(P2)__Se tale apparenza non può essere eliminata, allora deve essere accettata.
(P3)__Ma tale apparenza non può essere eliminata.
(C1)__Dunque molti particolari differenti possono avere una stessa natura.
(C1’)-_Dunque esiste un’identità di natura tale che questa può essere posseduta da molti particolari.

  • 13 Armstrong 1978a: xiii.

13L’argomento però non può terminare così. Infatti, se esso dimostra qualcosa, si tratta senz’altro dell’esistenza di «identità di natura» caratterizzanti particolari distinti: ma che rapporto intercorre tra questa nozione e quella di universale? Stando a quanto assicura Armstrong, la relazione in questione dovrebbe essere strettissima visto che, in base alla definizione di «argomento dell’uno sui molti» poc’anzi citata, l’argomento dimostra in ultima istanza l’«esistenza oggettiva degli universali»13. Ma come conciliare ciò col fatto che la sola generalizzazione esistenziale rilevante derivata nell’argomento in esame è quella riassunta dalla conclusione (C1) e quindi dalla sua riformulazione (C1’)? Come mai, in questa forma, l’argomento non conclude col declamare esplicitamente l’esistenza degli universali? Si tratta di un punto che rinvia all’esigenza di comprendere il significato delle nozioni precedentemente incontrate di apparenza e di identità di natura. E dal momento che tali termini vengono introdotti nella premessa (tutt’altro che chiara) (P1), occorrerà soffermarsi su quale significato essa abbia e quale sia il motivo che spinge Armstrong ad assumerla.

2. La meraviglia di Platone

  • 14 Ivi: 70.

14Le evidenze testuali rendono attendibile che la premessa (P1) introduca quello che per Armstrong è un autentico problema, o per meglio dire un fatto problematico tale da imporre all’ontologo la ricerca di una soluzione. Il problema in questione, ossia quello che Armstrong denomina «problema dell’uno sui molti»14, viene richiamato da un capo all’altro nelle opere dell’Autore:

  • 15 Ivi: 12.

Come […] spiegare l’apparente […] identità di particolari numericamente differenti? Come è possibile che due cose differenti siano entrambe bianche o siano entrambe sul tavolo15?

15Di primo acchito verrebbe da chiedersi cosa ci sia di così problematico in fatti tanto banali e ovvi: quali fattori impedirebbero che due cose numericamente differenti risultino bianche, o siano su uno stesso tavolo? Tuttavia per comprendere il senso dell’interrogativo sollevato da Armstrong occorre prestare attenzione al modo in cui egli intende la natura del dibattito che vede protagonisti il filosofo di orientamento realista e quello di orientamento nominalista. Secondo l’Autore, infatti, il loro disaccordo ontologico sarebbe possibile solo per via di

  • 16 Ivi: 11.

un accordo di base: in un senso minimale o pre-analitico ci sono cose che hanno certe proprietà e che stanno in certe relazioni16.

16Le notevoli divergenze ontologiche riscontrabili tra il realista e il nominalista, infatti, presupporrebbero il riconoscimento e l’accettazione di un’ovvietà:

  • 17 Ibidem. Corsivo mio – adoperato per porre in risalto il fatto che in questo breve brano Armstrong p (...)

Entrambi concordano che questo foglio è bianco e che si trova sul tavolo. Una delle condizioni di adeguatezza delle loro analisi è che tali enunciati risultino veri17.

  • 18 Ivi: 11.
  • 19 L’espressione «fatto mooreano», occorre sottolinearlo, non è presente in Armstrong 1978a benché egl (...)

17L’accordo sembrerebbe dunque vertere su questo «fatto banale»18 o, come potremmo anche dire, fatto mooreano19: stando all’esempio proposto da Armstrong, se il foglio è bianco, allora – in un senso «minimale» o «pre-analitico» – il foglio possiede la proprietà della bianchezza. (Lo stesso vale per i casi relazionali che, per agevolare l’esposizione, trascureremo: se il foglio è sul tavolo, allora tra il foglio e il tavolo intercorre una relazione spaziale.) In generale, per Armstrong enunciati del tipo

(1) __a è F

sono “banalmente”, o “mooreanamente”, equivalenti a enunciati del tipo

  • 20 Su questo tema si veda Oliver 1996: 49-50 e Rodríguez-Pereyra 2000: 259.

(2) __a ha la proprietà F20.

18Da quest’ultimo enunciato è poi facile inferire, tramite una generalizzazione esistenziale,

(3) __a ha una proprietà
(Esiste una proprietà che a possiede.)

19Dunque assumendo la verità di un enunciato predicativo come (1) (per esempio, «Questo foglio è bianco» o «Socrate è saggio»), dovremmo assumere, per un fatto banale, anche la verità della sua controparte ontologicamente carica (2) (stando ai nostri esempi, «Questo foglio ha la bianchezza» o «Socrate ha la saggezza»), e quindi anche quella dell’enunciato quantificato esistenzialmente (3) (stando ai nostri esempi, «Questo foglio ha una proprietà», «Socrate ha una proprietà»). Ebbene, posto che ciò sia accettabile, dove nasce il problema? Che senso ha chiedersi come sia possibile che due cose differenti siano, per esempio, entrambe bianche? Questa la risposta di Armstrong:

  • 21 Armstrong 1978a: 11. Corsivo mio.

Come Platone ha indicato per primo, questa situazione è profondamente problematica, almeno per i filosofi. La stessa proprietà può appartenere a cose differenti […] In apparenza c’è qualcosa di identico in cose che sono non-identiche. Gli enti sono uno e allo stesso tempo sono molti. Come è possibile?21

20Nella domanda in cui sfocia il passo appena citato risuona senz’altro lo stesso misto di meraviglia e sbigottimento suscitato in Platone dalla «mirabile affermazione» secondo la quale «i molti sono uno e l’uno è molti» (Filebo, 14C). A ogni modo, l’accento posto da Armstrong sulla identità e non-identità lascia intuire che proprio nella dialettica di queste nozioni, ovvero nel fatto «banale» o mooreano che cose non-identiche abbiano proprietà identiche, si annidi un autentico problema. Ma che tipo di problema sarebbe?

21Iniziamo col dire che non può trattarsi di un problema generato da una contraddizione. Credere che l’identità di proprietà sia in contraddizione con la non-identità dei portatori di proprietà significherebbe credere ingenuamente nella correttezza del seguente argomento. Supponiamo che a e b siano due particolari e che entrambi siano F. Da questo possiamo inferire che entrambi abbiano la proprietà F e, dunque, che essi possiedano un’identica proprietà. Inoltre, dato che si tratta di due individui, è implicito che a non sia identico a b e viceversa. Ora, tutto ciò implicherebbe una genuina contraddizione se

(i) __da «a e b hanno un’identica proprietà» si potesse inferire «a e b hanno qualcosa di identico»; e

(ii) _da «a e b sono non-identici» si potesse inferire «È impossibile a e b abbiano qualcosa di identico».

22Infatti se a e b non potessero avere nulla di identico, non avrebbero nulla di identico; e ciò genererebbe la contraddizione per cui a e b, a un tempo, hanno e non hanno qualcosa di identico. L’argomento tuttavia è decisamente infondato: posto che sia legittimo inferire «a e b hanno un’identica proprietà» da «a e b sono F», non risulta affatto corretto inferire da quel primo enunciato «a e b hanno qualcosa di identico», così come non risulta corretto inferire «È impossibile che a e b abbiano qualcosa di identico» da «a e b non sono identici». Ciò si potrebbe dimostrare in vari modi ma senz’altro il motivo meno tecnico e più intuitivo che preclude la possibilità di tali inferenze è il seguente: l’identità e la non-identità fin qui menzionate non sono nozioni univoche. La «banale» o mooreana identità tra a e b è di tipo qualitativo, mentre la «banale» o mooreana non-identità tra a e b è di tipo numerico. Dunque l’unica conclusione che si possa trarre a partire dalle premesse “banali” o mooreane seguenti

(4) __a e b sono F

(5) __a e b sono F se e solo se a e b hanno la proprietà F

 

non è

 

(6) __a e b sono identici e non identici,

 

ma piuttosto:

 

(7) __a e b sono qualitativamente identici e numericamente non-identici.

23Ovviamente in (7) non v’è la ben che minima ombra di contraddizione.

  • 22 Cfr. Armstrong 1980.
  • 23 Armstrong 1989b: 2.

24Armstrong, tuttavia, sembra ben consapevole di questo: d’altra parte egli afferma che l’identità delle cose non-identiche è un fatto banale, e non banalmente contraddittorio. Parliamo comunemente di cose numericamente non-identiche che sono qualitativamente identiche (o qualitativamente identiche almeno in parte) e sarebbe quanto meno strano se, nel far questo, incappassimo di continuo in contraddizioni22. Egli tuttavia ribadisce che nel rapporto identità qualitativa / non-identità numerica si celi un profondo problema filosofico: posto e riconosciuto il fatto banale che due (o più) particolari numericamente differenti possano essere qualitativamente identici, come è possibile che ciò avvenga se i particolari in questione risultano «completamente separati», ossia se «occupano due luoghi differenti»23? Sviluppando ulteriormente questo punto, egli scrive che se si prendesse alla lettera questa ovvietà, dovremmo

  • 24 Ibidem.

solo accettare che i due [particolari] non sono, dopo tutto, totalmente separati. Questi filosofi [i filosofi che credono ciò] diranno che i due [particolari] hanno una stessa, identica, proprietà24.

  • 25 Scrive Armstrong: «Ho creduto che questa linea di pensiero avesse una certa cogenza, benché non fos (...)

25Il passo appena riportato è tratto da Armstrong 1989b, un’opera evidentemente posteriore a Armstrong 1978a e 1978b; e se è vero che in tale opera Armstrong prende le distanze (anche se non sempre in maniera netta) dall’argomento dell’uno sui molti precedentemente sposato25, è altrettanto vero che, nel far questo, illustra con più puntualità l’idea che secondo l’Autore costituiva il cuore della questione. D’altronde è esattamente questo il punto che egli esprime in un brano contenuto in Armstrong 1984:

  • 26 Armstrong 1984: 251.

Se la nozione di identità non-numerica [ossia identità qualitativa o di natura] si rivelasse non-analizzabile, allora, presumibilmente, dovremmo accettarla […] come un tratto irriducibile del mondo. E accettare l’irriducibilità dell’identità non-numerica [ossia identità qualitativa o di natura] significa accettare gli universali26.

  • 27 Armstrong 1989b: 2.

26Giunti a questo punto siamo nelle condizioni di comprendere il significato della premessa (P1), dei termini in essa ricorrenti e della funzione che essa gioca nell’economia dell’uno sui molti. Tale premessa asserisce semplicemente la conseguenza di un fatto preanalitico, o un’evidenza prima facie: le cose sono in un certo modo se e solo se hanno una data proprietà (schematicamente, a e b sono F se e solo se a e b hanno la proprietà F), ossia una natura (qualitativa) almeno parzialmente identica. Riconoscere questo fatto, però, non costituisce per Armstrong una mascherata presa di posizione a favore della teoria che riconosce l’esistenza di proprietà, ma significa semplicemente accettare quello che è, a un tempo, l’explanandum che realisti e nominalisti si impegnano a spiegare, e il principio regolativo delle analisi rispettivamente proposte da ambo le parti. La banale identità dei non-identici, vista «con gli occhi del filosofo, gli occhi che evidenziano problemi insiti nelle cose più semplici e ovvie»27, si rivela tutt’altro che banale poiché solleva un grave problema ontologico: quello dello “scontro” tra l’identità di proprietà, riportata da enunciati del tipo «a e b hanno la proprietà F», e la non-identità o «totale separazione» dei loro portatori, riportata da enunciati come «a e b sono non-identici», o «a e b sono totalmente separati». Dirimere questo conflitto, ossia risolvere il problema dell’uno sui molti, significa formulare una coerente e sistematica teoria delle proprietà (sia essa di orientamento realista, sia essa di orientamento nominalista) che possa in qualche modo sciogliere la tensione intercorrente tra le verità di identità qualitativa e le verità di non-identità numerica.

27Ritornando dunque all’uno sui molti, possiamo abbozzare questa nuova formulazione brachilogica:

Uno sui molti*
(P1) __Molti particolari differenti possono avere una stessa proprietà.
(P2) __Se la nozione di identità non-numerica è irriducibile, allora dobbiamo accettare l’esistenza di proprietà.
(P3) __Ma la nozione di identità non-numerica è irriducibile.
(C) ___Dunque esistono proprietà che possono essere possedute da molti particolari.

  • 28 Armstrong 1978a: 93.

28E poiché gli universali sono «potenziali unità sopra la molteplicità»28, ossia proprietà tali che possono essere possedute da più individui particolari, risulta facile inferire da (C) l’agognata conclusione: esistono universali. Finora ci siamo soffermati sul significato della sua prima premessa (e quindi sulle nozioni di apparenza e di identità di natura) e su quello della seconda (e prendendo sul serio l’analogia tra la stessa e l’argomento di indispensabilità). Valutiamo ora i motivi che spingono Armstrong ad assumere (P3): perché le proprietà universali sarebbero un tratto inemendabile della realtà? O, per formulare la stessa domanda in modo differente: perché il nostro “parlare di proprietà” non può essere eliminato?

3. Il nominalismo

29Uno dei punti su cui Armstrong insiste con maggior tenacia è l’ineludibilità degli universali: qualsiasi tentativo escogitato dal nominalista per eliminare, o “parafrasar via”, da una certa regione del discorso i riferimenti agli universali risulta fallimentare. In questa sezione tenteremo di chiarire i termini della questione. Prima però riassumiamo brevemente alcuni temi che sarà bene tener a mente per comprendere lo specifico delle posizioni nominaliste e delle critiche armstronghiane a esse rivolte.

30Abbiamo detto che per Armstrong è un fatto banale che enunciati del tipo «a è F» (d’ora innanzi li chiameremo enunciati ontologicamente neutri, poiché sembrano tali da non implicare immediatamente l’esistenza di proprietà) siano equivalenti a enunciati del tipo «a ha la proprietà F» (d’ora in poi li chiameremo enunciati ontologicamente carichi, poiché sono tali da implicare immediatamente l’esistenza di proprietà). In generale, dunque, varrà il seguente bicondizionale:

(SchR) a è F se e solo se a ha la proprietà F.

  • 29 La nozione di fondazione (e in particolare di fondazione della verità) assumerà sempre più rilievo (...)

31Tra l’enunciato ontologicamente neutro e quello ontologicamente carico c’è dunque, ed è banale, una certa equivalenza. Armstrong non è molto chiaro sul tipo di equivalenza che risulterebbe qui in gioco anche se possiamo senz’altro escludere che si tratti di una semplice equivalenza materiale: non è un mero accidente cosmico che gli enunciati ontologicamente neutri e quelli ontologicamente carichi abbiano valori di verità coincidenti. Si dovrà piuttosto dire che, come minimo, è logicamente necessario che se l’enunciato ontologicamente neutro è vero (o falso), allora è vera (o falsa) anche la sua controparte ontologicamente carica e viceversa. Resta il fatto che per il realista che lo prenda sul serio, lo schema (SchR) stabilisce una vera e propria analisi ontologica: il fatto riportato dalla parte sinistra del bicondizionale sarebbe analizzato dal fatto riportato dalla parte destra. Un certo particolare (il particolare a) è in un certo modo (è F) perché esso ha (o possiede, o, in termini tecnici, istanzia) la proprietà F; o ancora: il possesso della proprietà F da parte di a fonda29, o spiega la verità dell’enunciato «a è F»; a è F in virtù del suo istanziare la proprietà F. In sintesi (SchR) è una verità «banale» o mooreana che funge da base d’avvio dell’analisi ontologica e che, se assunta con consapevolezza e difesa con sistematicità, costituisce uno dei nuclei teoretici essenziali del realismo (o, se non altro, di alcune versioni di realismo).

32Chiediamoci ora in che modo il nominalista possa evitare gli impegni ontologici veicolati da (SchR). Armstrong distingue almeno sette possibili strategie nominaliste volte a disinnescare la portata ontologica del fatto mooreano da egli individuato:

(a) __il nominalismo dello struzzo
(b) __il nominalismo dei predicati
(c) __il concettualismo (o nominalismo dei concetti)
(d) __il nominalismo mereologico
(e) __il nominalismo delle classi
(f) __-il nominalismo delle classi naturali
(g) __il nominalismo della somiglianza.

33Non potremo esporre dettagliatamente ciascuna di queste soluzioni, né d’altra parte ciò sarà indispensabile ai fini dello sviluppo del nostro argomento: ci limiteremo solo a identificarne sinteticamente i tratti salienti.

  • 30 Armstrong 1978a: 16.

34Prima di far questo occorre notare come lo schema (SchR), essendo costituito da un bicondizionale, possa esser letto in entrambe le direzioni; sappiamo certamente che per il realista la direzione esplicativa autentica sia quella che procede da sinistra a destra, dal fatto che un certo particolare è in un certo modo, al fatto che esso istanzia una data proprietà. Nulla però in (SchR) vieta di adottare la lettura opposta, sostenendo che avere o istanziare una data proprietà non sia altro che essere in un certo modo. Per Armstrong, però, non basta invertire la direzione esplicativa per trasformare (SchR) in uno schema che elimina (anziché introdurre) i riferimenti alle proprietà. Tuttavia, a dire dell’Autore, ci sono filosofi, come Quine, che credono basti questo. Ebbene, per Armstrong il nominalista che riposi su questa convinzione fa il gioco dello «struzzo» o, per dirlo altrimenti, propone una teoria «misteriosa»30: egli crede di risolvere il problema (il problema dell’uno sui molti) semplicemente ignorandolo. Se è un fatto mooreano che gli enunciati ontologicamente neutri e gli enunciati ontologicamente carichi si coimplichino, allora è ininfluente il modo in cui si preferisca leggere lo schema (SchR): che lo si legga da sinistra a destra o da destra a sinistra, si finirà sempre con l’ammettere, per via mediata o immediata, l’esistenza di proprietà universali. La questione, però, merita di essere approfondita poiché l’atteggiamento di Armstrong nei confronti del nominalismo dello struzzo non è del tutto chiaro: ma questo è un punto che potremo affrontare solo dopo aver esposto quelle che per Armstrong sono, in generale, le falle delle teorie nominaliste (b)-(g).

35Secondo Armstrong la forza delle posizioni nominaliste differenti da quella dello struzzo risiede nel fatto che i loro sostenitori si propongono di analizzare ulteriormente quello che per il realista è il punto di approdo dell’analisi: in altri termini, un largo numero di nominalisti, da un lato, accetta lo schema (SchR) – quindi accetta anche il fatto «banale» per cui essere in un dato modo implichi istanziare una data proprietà – e, dall’altro lato, lo integra coll’affiancarlo a un ulteriore schema che parafrasa gli enunciati ontologicamente carichi. Così per le forme di nominalismo (b)-(g) Armstrong individua altrettanti schemi di integrazione, dei quali basterà riportare a titolo illustrativo solo il seguente:

Nominalismo dei predicati
(Sch1) a ha la proprietà F se e solo se a soddisfa il predicato «è F».

36In tal modo ciascuna posizione può disinnescare la portata ontologica di (SchR) con opportune integrazioni. Per esempio, il nominalista dei predicati sosterrà che, da ultimo, ossia portando l’analisi ontologica fino in fondo, varrà la seguente analisi riduttiva:

(SchNP) a è F se e solo se a soddisfa il predicato «è F».

37(Lo stesso vale con tutte le altre forme di nominalismo eccezion fatta, lo ricordiamo, per quella dello struzzo.)

  • 31 Armstrong 1978a: 11.

38I problemi che inficiano le analisi nominaliste sono differenti ma la loro diagnosi dipende crucialmente dal fatto che i nominalismi di cui ai punti (b)-(g) assumono come punto di partenza l’analisi realista; in un certo senso, essi fanno evidentemente del realismo una posizione “di passaggio”: l’accettano (accettando la verità dello schema (SchR)), ma la dichiarano non primitiva (analizzando ulteriormente il “parlare di proprietà” presente nella parte destra di (SchR)). Ma con l’accettare (SchR) si accetta anche che ogni analisi debba rispettare la «condizione di adeguatezza» che abbiamo menzionato in precedenza31, riassumibile in questo modo:

Condizione di adeguatezza1___Ogni analisi nominalista deve preservare la verità dell’enunciato ontologicamente neutro di partenza.

39Da questa prima condizione (l’unica esplicitamente posta da Armstrong) ne possiamo ricavare agilmente un’altra. Infatti, posto che l’enunciato ontologicamente carico equivalga “mooreanamente” all’enunciato ontologicamente neutro, qualsiasi analisi del primo dovrà esser tale da preservare la verità dello stesso e quindi anche del secondo:

Condizione di adeguatezza2___Ogni analisi nominalista deve preservare la verità dell’enunciato ontologicamente carico intermedio.

  • 32 Cfr. Armstrong 1978a: 11-24. La critica di Armstrong è lievemente differente da quella qui esposta (...)

40Facciamo un esempio per chiarire il punto. Consideriamo (SchNP). Il nominalista dei predicati riconosce, da un lato, che se un particolare (a), è in un certo modo, ovvero (è F), allora possiede una proprietà (la proprietà F) corrispondente al modo in cui è; ma, dall’altro, sostiene anche che l’avere una data proprietà (la proprietà F) non sia altro che soddisfare un certo predicato («è F»). E dal momento che dall’enunciato «a soddisfa il predicato “è F”» non si può in alcun modo inferire l’esistenza di proprietà, egli conclude che (i) per quanto riguarda l’enunciato «a è F», esso da ultimo non impegna affatto a proprietà, e (ii) per quanto riguarda l’enunciato «a ha la proprietà F», in ultima analisi il “parlare di proprietà” in esso riscontrabile non sarebbe altro che un “parlare di predicati”. Armstrong, a questo punto, ha gioco facile nell’avanzare una potente batteria di argomentazioni volte a minare la presunta corrispondenza uno-a-uno tra predicati e proprietà richiesta da (SchNP): per esempio, in un mondo in cui non esistesse linguaggio, non vi sarebbe alcun predicato e in particolare non vi sarebbe il predicato «è F»; pertanto in quel mondo la proposizione «a soddisfa il predicato “è F”» risulterebbe falsa e, di conseguenza, in quel mondo dovrebbero essere false le proposizioni «a ha la proprietà F» e «a è F»: il che è assurdo dato che, intuitivamente, se non esistessero soggetti dotati di linguaggio, le cose non smetterebbero di essere come attualmente sono32.

41Mutatis mutandis strategie simili a quella appena esposta vengono applicate da Armstrong a tutte le altre forme di nominalismo al fine di dare sostegno alla premessa (P3) dell’uno sui molti*: in base a tale premessa il nostro “parlare di proprietà” non sarebbe eliminabile o ulteriormente analizzabile. E una volta assicurata la verità di (P3) per mezzo di una lunga esposizione delle falle del nominalismo, Armstrong può infine dichiarare l’esistenza delle proprietà.

42Si noti, infine, che tale tesi viene difesa attraverso un’attenta e dettagliata inferenza alla migliore spiegazione. (Questo sembra anche il motivo per il quale in Armstrong 1978a e 1978b l’uno sui molti venga definito nel glossario senza essere presentato esplicitamente in forma schematica: in un certo senso sono i due volumi dell’opera che scandiscono, nel loro insieme, la lunga inferenza alla migliore spiegazione che Armstrong denomina, per l’appunto, «argomento dell’Uno sui Molti».) Ebbene, in questo processo di analisi delle ipotesi esplicative alternative, il nominalismo dello struzzo rappresenta, stando a quanto afferma Armstrong, solo un caso buffo, una soluzione improvvisata alla bell’e meglio. È giunto il momento di sondare con più attenzione questa insolita proposta.

4. Lo strano caso dello struzzo

43Tanto per cominciare, il nominalismo dello struzzo non si espone a nessuno dei problemi diagnosticabili in ottemperanza alle due condizioni di adeguatezza. Esso rappresenta, per Armstrong, un nominalismo anomalo poiché

  • 33 Armstrong 1978a: 16-7.

rifiuta di riconoscere universali ma, allo stesso tempo, non vede il bisogno di alcuna analisi riduttiva del tipo appena indicato. Non ci sono universali ma la proposizione che a è F va benissimo così come è33.

44Come abbiamo già indicato, per Armstrong essere nominalisti e, al contempo, affermare che gli enunciati ontologicamente neutri non necessitino di analisi è una posizione incoerente dato che questi ultimi implicano – tramite la mediazione di un fatto mooreano – le rispettive controparti ontologicamente cariche (che a loro volta implicano banalmente l’esistenza di proprietà). In altri termini, non ci si può sottrarre dall’onere dell’analisi visto che soffermarsi ad «a è F» significa, ipso facto, “passare” a «a ha la proprietà F». A differenza dei suoi colleghi che tentano di far slittare ulteriormente l’analisi del realista facendola terminare in un fatto tale da non implicare l’esistenza di proprietà (di modo che l’enunciato «a è F», da ultimo, non implichi affatto l’esistenza di universali), il nominalista-struzzo si dimostrerebbe ingiustificatamente refrattario ad ammettere ciò che per Armstrong è imposto dal bicondizionale mooreano. Le cose tuttavia non sono così semplici.

45Nello specifico, Armstrong sembrerebbe trascurare un possibile risvolto della posizione di Quine (o, se si preferisce, del nominalista-struzzo) che la renderebbe non solo coerente ma anche molto plausibile. Per illustrare il punto, si consideri l’enunciato vero

(8) __Socrate è saggio.

46In virtù di (SchR) possiamo agevolmente inferire, a partire da (8), l’enunciato

(9) __Socrate ha la proprietà della saggezza.

  • 34 Ibidem.
  • 35 Naturalmente occorrerebbe chiedersi cosa possa spingere il nominalista-struzzo a sostenere l’inesis (...)

47L’enunciato (9) costituisce la controparte ontologicamente carica di (8) ed è ottenuto applicando a quest’ultimo lo schema di analisi del realista. Come inoltre sappiamo, in virtù delle condizioni di verità degli enunciati bicondizionali, affermare la verità di (8) implica affermare la verità di (9) e viceversa; e affermare la falsità di (9) implica affermare la falsità di (8) e viceversa. Fin qui tutto bene. Ora, come lo stesso Armstrong dichiara, il nominalista-struzzo «rifiuta di riconoscere universali»34; ma se questo è vero, allora è molto plausibile credere che per il nominalista-struzzo l’enunciato ontologicamente carico (9) non sia vero ma semplicemente falso. Se non esistono proprietà, allora tutti gli enunciati che le menzionano sono falsi – e non c’è analisi o parafrasi che tenga, almeno se teniamo ferma l’intuizione per cui analisi o parafrasi di enunciati falsi saranno esse stesse false35.

48Ma come metterla con le summenzionate condizioni di adeguatezza, col fatto mooreano riportato in (SchR) e con le condizioni di verità degli enunciati bicondizionali? La risposta è semplice: il nostro nominalista-struzzo accetterà solo la condizione di adeguatezza1 e rigetterà la seconda. In altri termini, il nominalista-struzzo non avrebbe remore a rispondere che, in fin dei conti, i fatti mooreani sono solo evidenze prima facie, e sono dunque tali da poter essere corretti, emendati o addirittura – se le esigenze lo impongo – scartati. Nella fattispecie il nominalista-struzzo opta di “spezzare” il bicondizionale che costituisce (SchR) poiché, nella sua ottica, gli enunciati ontologicamente neutri non potranno mai essere equivalenti a enunciati ontologicamente carichi: questi ultimi sono sempre falsi (poiché richiedono l’esistenza di qualcosa che invece non c’è), mentre spesso i primi risultano banalmente veri. Sicché, se il nominalista-struzzo nega la verità di (9), non è con ciò obbligato a negare la verità di (8). In fondo ci sembra che sia proprio questa la tipologia di nominalismo che potrebbe trarre ispirazione dalle celebri parole di Quine (tipico esponente, se non vero e proprio fondatore – secondo Armstrong – del nominalismo dello struzzo):

  • 36 Quine 1948, tr. it. 2004: 23-4. Corsivo mio.

[s]i può ammettere che ci siano case, rose e tramonti rossi, e pure negare, tranne che come modo ordinario e fuorviante di parlare, che essi abbiano qualcosa in comune. Le parole «case», «rose» e «tramonti» sono vere di diverse entità individuali che sono case, rose e tramonti; ma non c’è, in aggiunta, alcuna entità di sorta, individuale o di altro tipo, che è nominata dalla parola «rossità», né, nel nostro caso, dalle parole «casità», «rosità», «tramontità». Che le case, le rose e i tramonti siano tutti rossi può essere considerato un fatto fondamentale e irriducibile36.

49Se tutto ciò ha una qualche plausibilità, allora Armstrong sottovaluta notevolmente la posizione di ascendenza quineana. D’altra parte, se diamo enfasi – in modo forse poco caritatevole – al fatto che Armstrong abbia proposto solo la condizione di adeguatezza1, l’accusa di “fare il gioco dello struzzo” risulta a conti fatti infondata poiché, come è facile constatare, il nominalista quineano non nega affatto la verità degli enunciati ontologicamente neutri.

50Tuttavia sembra esserci almeno un’altra ragione che motiverebbe il severo giudizio di Armstrong in merito al nominalismo quineano:

  • 37 Armstrong 1978a: 16.

[i]l rifiuto di Quine di considerare i predicati con una qualche serietà ontologica sembra renderlo un nominalista di questo tipo [ossia un nominalista-struzzo]37.

  • 38 Per approfondimenti si veda van Inwagen 1998 e Chalmers, Manley, Wasserman 2009. Si veda inoltre Ca (...)
  • 39 Per approfondimenti vedi Quine 1970, tr. it. 1981.

51In questo brano la condanna del nominalismo quineano è legata non tanto all’accettazione del bicondizionale mooreano, ma al fatto che per Quine i predicati non veicolino alcun impegno ontologico. Questa celebre posizione quineana però – è bene ricordarlo – non è il prodotto di un’idiosincrasia ma di un’istanza imposta dalla stessa grammatica logica sottesa alla teoria della quantificazione: in base alla metaontologia di Quine – il cosiddetto quantificazionalismo38 –, c’è impegno ontologico se e solo se c’è quantificazione; ma c’è quantificazione se e solo se si introducono variabili vincolate nelle posizioni sintattiche occupate da termini referenziali; e dal momento che i predicati non sono termini referenziali39, non risulta possibile quantificare nelle posizioni predicative (ossia, come si dice in termini tecnici, introdurre quantificatori del second’ordine); pertanto i predicati non veicolano alcun impegno ontologico – dunque non impegnano nemmeno a proprietà. In Armstrong 1978a e 1978b non è affatto chiaro il reale significato della critica armstronghiana alla non-serietà ontologica con la quale Quine prenderebbe in considerazione i predicati. E se da un lato è certo che per Armstrong le proprietà siano in qualche modo “correlate” ai predicati, dall’altro lato è altrettanto vero che ciò – in base alla tesi della radezza che egli sposa – vale solo per alcuni predicati e non per tutti. Non è però altrettanto chiaro se egli intenda riformare la teoria della quantificazione, o se, piuttosto, miri a difendere l’introduzione di quantificatori del secondo ordine (o di ordini superiori).

5. Un’incursione di second’ordine

52La lettura armstronghiana del nominalismo dello struzzo fa insorgere, dunque, due temi di indubbia rilevanza legati al bicondizionale mooreano e al presunto impegno ontologico dei predicati. Come abbiamo detto, il nominalismo quineano non si basa sull’analizzare ulteriormente il punto d’approdo delle analisi realiste, ossia gli enunciati ontologicamente carichi: tali enunciati, per i seguaci del nominalismo quineano, sono semplicemente falsi poiché richiedono l’esistenza di enti che non ci sono – ossia di proprietà. Questo ha un’ovvia ripercussione in merito ai bicondizionali mooreani del tipo indicato dallo schema

(SchR) a è F se e solo se a ha la proprietà F.

  • 40 Infatti posto che si debba assumere la verità del bicondizionale mooreano, non è affatto chiaro per (...)

53Infatti per i quineani gli enunciati ontologicamente carichi sono falsi; ma ciò non implica che anche le loro controparti ontologicamente neutre siano false; tutt’altro: queste sono il più delle volte banalmente vere. In definitiva il nominalista-struzzo “spezza” il bicondizionale mooreano e il punto di avvio della sua analisi (se così possiamo esprimerci) coincide col suo punto d’arrivo: a è F, o un certo particolare è in un certo modo, o – modo formale – un certo predicato è soddisfatto da un particolare, e questo è tutto ciò che c’è da dire sensatamente in merito. A nulla varrebbe insistere che in qualsiasi direzione si legga il bicondizionale mooreano si finirà sempre e comunque coll’ammettere l’esistenza di proprietà. Questo sarebbe vero (o, se non altro, potrebbe essere vero40) se – daccapo – si accettasse il bicondizionale stesso; ma poiché il filosofo quineano non si limita a invertirne la direzione di lettura ma lo rigetta in toto, non c’è speranza di “ribaltare” la sua posizione.

54Quanto alla seconda questione, quella riguardante gli impegni ontologici che si presume vengano veicolati dai predicati, riprendiamo la posizione del nominalista quineano schematizzandola nel modo che segue:

(NQ1) c’è impegno ontologico se e solo se c’è quantificazione;

(NQ2) non risulta logicamente possibile introdurre variabili in posizioni predicative.

55Da tali assunti egli conclude che i predicati non impegnano a nulla – e a fortiori non impegnano a proprietà. Chiediamoci ora se l’insoddisfazione di Armstrong nei confronti della posizione di Quine riguardi eminentemente il punto (NQ2), il passo cioè in cui si legittimerebbe la mancanza di “serietà ontologica” dei predicati.

56Ebbene, in Armstrong 1978a sembra che le cose stiano proprio così: Armstrong si fa portavoce dell’esigenza di introdurre quantificatori del second’ordine. In un brevissimo passo l’Autore non solo riconosce che dall’enunciato schematico

(10)__Fa
(a è F)

57si possa legittimamente inferire

(11)__x (Fx)
(Esiste qualcosa, x, tale che x è F)

58ma che sia anche possibile introdurre in (10) quantificatori del second’ordine inferendo un enunciato come

(12)__P (Pa)
(Esiste una proprietà, P, tale che a ha P)

59Egli lamenta tuttavia che tale simbolismo sia «fuorviante»:

  • 41 Armstrong 1978a: 110.

[i]l simbolismo della prima inferenza suggerisce la dottrina dei particolari privi di proprietà, quello della seconda inferenza la dottrina delle proprietà non istanziate41.

  • 42 Ibidem.

60Nel testo viene quindi proposta un’elementare riforma simbolica consistente nel sostituire alle variabili un trattino racchiuso tra parentesi «(–)» in modo da ottenere le seguenti formule: «F(–)», «(–)a». Questa nuova notazione sarebbe più appropriata alle esigenze del realismo aristotelico difeso da Armstrong poiché «rende chiaro che abbiamo a che fare ininterrottamente con un particolare-avente-certe-proprietà»42. In un certo senso Armstrong tenterebbe di liberalizzare il motto quineano: da essere è essere il valore di una variabile del prim’ordine a essere è essere il valore di una variabile del primo o del secondo ordine. Ma, al di là di questa chiosa tecnica, l’Autore non presenta nessun argomento in difesa della controversa quantificazione al second’ordine, facendo passare sotto silenzio un tema che risulta così importante nell’economia del suo tentativo – fino a questo punto fallimentare – di chiudere i conti col nominalismo dello struzzo. Né, d’altra parte, Armstrong sostiene esplicitamente che i predicati siano autentici termini referenziali; e benché egli parli di continuo di una certa “correlazione” che lega predicati e proprietà, è dubbio se questa possa essere assimilata a un’autentica relazione referenziale.

61Pochi anni dopo la pubblicazione dei volumi Armstrong 1978a e 1978b, l’Autore ribadirà ancora una volta che ciò che impedisce a Quine di apprezzare il problema dell’uno sui molti è

  • 43 Armstrong 1980: 104-5.

la sua straordinaria dottrina per cui i predicati non comporterebbero alcun impegno ontologico. Egli sostiene che, in un enunciato della forma «Fa», il predicato «F» non necessita di esser preso con serietà ontologica43.

  • 44 A questo proposito ci si potrebbe chiedere perché ciò non valga anche per lo schema (SchR). Infatti (...)

62Ma, daccapo, il testo in cui ricorre questo brano è privo di argomenti in difesa della logica del second’ordine, o volti a legittimare l’idea che i predicati occupino luoghi sintattici accessibili alla quantificazione: ma d’altronde è chiaro come questa non sia una soluzione che Armstrong possa adottare, almeno non senza dover rinunciare al sobrio realismo rado che egli propugna, e in base al quale – come inizialmente specificato – non a ogni predicato corrisponde una proprietà44. Se c’è impegno ontologico se e solo se c’è quantificazione, e se i predicati occupano posizioni accessibili alla quantificazione, allora i predicati (ossia tutti i predicati) impegnano a corrispondenti proprietà: il che, alla luce della dottrina del realismo rado, dovrebbe essere semplicemente errato.

6. Conclusione: il dilemma dello struzzo

  • 45 Occorre sottolineare che nelle opere successive a Armstrong 1978a e 1978b prenderà sempre più piede (...)

63Come abbiamo visto, il problema di far quadrare i conti col nominalismo dello struzzo introduce nella filosofia di Armstrong una tensione teoretica che (almeno fino ad Armstrong 1989) resta insoluta: dimostrare l’esistenza di proprietà facendo appello a enunciati ontologicamente neutri ma non alle loro controparti ontologicamente cariche, e farlo ricorrendo a un ampliamento della tesi metaontologica di Quine finalizzato al riconoscimento dei valori delle variabili predicative. Se a partire da un enunciato come «a è F» si potesse banalmente dimostrare che tale enunciato verte (anche) su proprietà, o che il suo predicato sia “ancorato” a una proprietà, allora Armstrong avrebbe ben ragione nel sostenere che il nominalismo di Quine è un nominalismo frivolo, una teoria misteriosa basata sul gioco dello struzzo. Il punto è che non si tratta affatto di una questione frivola e risolvibile in modo banale, almeno nella misura in cui l’accettazione dei bicondizionali mooreani e la legittimazione della quantificazione al second’ordine risultano questioni delicatissime e altamente controverse. Ma c’è dell’altro. Come abbiamo constatato Armstrong (nei lavori ai quali abbiamo circoscritto la nostra attenzione) si limita solo a contestare la tesi (NQ2), dimostrando con ciò di muoversi in un orizzonte metaontologico molto prossimo al quantificazionalismo. Questo compromesso teoretico ha dei costi molto alti: Armstrong, infatti, dovrebbe rinunciare o alla tesi della radezza (difendendo sistematicamente una versione “estesa al second’ordine” del motto metaontologico quineano) o alla tesi realista, riconoscendo che il nominalista-struzzo non ha poi torto nell’affermare che non c’è qualcosa come il “problema degli universali”45 e che, in ultima istanza, le soluzioni a “esso” (che siano di stampo realista o nominalista) sono solo presunte risposte a una questione inesistente.

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Note

2 Cfr. Armstrong 1978b: 14. Per un’esposizione generale riguardante il sistema metafisico di Armstrong rinviamo a Calemi 2012a.

3 Armstrong 1978a: xiii.

4 Cfr. Armstrong 1980.

5 Vedi Quine 1948, tr. it. 2004. Per ulteriori indicazioni bibliografiche in merito alla metaontologia quineana e ai suoi sviluppi rimandiamo a Calemi 2011.

6 Il lettore tenga presente che in quanto segue l’attenzione sarà focalizzata esclusivamente sulla fase che precede il radicale e sistematico cambio di paradigma che avviene in Armsrong 2004.

7 Cfr. Armstrong 1978a: xiii.

8 Armstrong 1980: 101.

9 Armstrong 1978a:138.

10 Ivi: xiii. Corsivo mio.

11 Ibidem.

12 In questa sede non possiamo nemmeno tentare di commentare l’argomento di indispensabilità per summa capita. Ci limiteremo a rinviare il lettore all’eccellente lavoro di Sereni 2010. Segnaliamo anche van Inwagen 2004 entro il quale si chiarisce entro quali limiti si possa applicare l’argomento di indispensabilità al caso delle proprietà.

13 Armstrong 1978a: xiii.

14 Ivi: 70.

15 Ivi: 12.

16 Ivi: 11.

17 Ibidem. Corsivo mio – adoperato per porre in risalto il fatto che in questo breve brano Armstrong ponga una condizione di adeguatezza che ogni analisi, sia essa realista o nominalista, deve rispettare. Ritorneremo su questo punto tra breve.

18 Ivi: 11.

19 L’espressione «fatto mooreano», occorre sottolinearlo, non è presente in Armstrong 1978a benché egli nel corso degli anni adopererà le espressioni «proposizione mooreana» (Armstrong 1989a: 14), «senso comune mooreano» (Armstrong 1997: 187), «conoscenza mooreana» e «verità mooreana» (Armstrong 2004: 26-34 passim) per indicare applicazioni specifiche di una teoria geneale di G.E. Moore, ossia quella per cui «in molte dispute metafisiche i fatti banali non sono messi in discussione» (Armstorng 1978a: 11): secondo Moore «ciò che è in discussione […] è la spiegazione o l’analisi da dare ai fatti banali» (ibidem).

20 Su questo tema si veda Oliver 1996: 49-50 e Rodríguez-Pereyra 2000: 259.

21 Armstrong 1978a: 11. Corsivo mio.

22 Cfr. Armstrong 1980.

23 Armstrong 1989b: 2.

24 Ibidem.

25 Scrive Armstrong: «Ho creduto che questa linea di pensiero avesse una certa cogenza, benché non fosse decisiva. Ma ora non lo credo più» (ibidem).

26 Armstrong 1984: 251.

27 Armstrong 1989b: 2.

28 Armstrong 1978a: 93.

29 La nozione di fondazione (e in particolare di fondazione della verità) assumerà sempre più rilievo entro la riflessione ontologica armstronghiana, culminando nella elaborazione della cosiddetta teoria dei fattori di verità (vedi Armstrong 2004).

30 Armstrong 1978a: 16.

31 Armstrong 1978a: 11.

32 Cfr. Armstrong 1978a: 11-24. La critica di Armstrong è lievemente differente da quella qui esposta e non fa appello a proposizioni; tuttavia quella che abbiamo presentato è solo una semplificazione dettata da esigenze espositive che non intende sostituire una dettagliata (e, rispetto agli scopi di questo saggio, non necessaria) esposizione delle critiche armstronghiane.

33 Armstrong 1978a: 16-7.

34 Ibidem.

35 Naturalmente occorrerebbe chiedersi cosa possa spingere il nominalista-struzzo a sostenere l’inesistenza di proprietà. In Calemi 2012b: 90-100 ho indicato due tipologie di motivazioni che qui accennerò soltanto: quelle basate sull’evidenziare che l’analisi realista è inconcludente o viziosa (vedi, per esempio, Lewis 1992), e quelle in base alle quali essa comporta esiti ontologici inaccettabili, come il regresso di Bradley (vedi Vallicella 2002) o perfino contraddittori, come il regresso del terzo uomo (vedi Pelletier e Zalta 2000).

36 Quine 1948, tr. it. 2004: 23-4. Corsivo mio.

37 Armstrong 1978a: 16.

38 Per approfondimenti si veda van Inwagen 1998 e Chalmers, Manley, Wasserman 2009. Si veda inoltre Calemi 2011 e Gallina 2013.

39 Per approfondimenti vedi Quine 1970, tr. it. 1981.

40 Infatti posto che si debba assumere la verità del bicondizionale mooreano, non è affatto chiaro perché, in entrambe le letture di cui esso è passibile, debba prevalere sempre l’impegno ontologico maggiore, ossia quello veicolato dalla sua parte destra (= l’enunciato ontologicamente carico). Forse – nuovamente – perché la lettura è sempre reversibile? Ma allora, data tale reversibilità, non sarebbe parimenti plausibile sostenere che l’impegno ontologico predominante sia sempre e soltanto quello minore? In ciò che segue trascureremo questa complicazione, assumendo che se due enunciati risultano “mooreanamente” equivalenti, l’enunciato che rivela l’“ontologia della situazione” è quello che esibisce l’impegno ontologico maggiore.

41 Armstrong 1978a: 110.

42 Ibidem.

43 Armstrong 1980: 104-5.

44 A questo proposito ci si potrebbe chiedere perché ciò non valga anche per lo schema (SchR). Infatti, come ha giustamente notato un referee anonimo, sembra difficile conciliare l’applicabilità potenzialmente illimitata di (SchR) con la tesi della radezza di Armstrong. Tuttavia ogni schema si accompagna a una regola che ne definisce l’uso. Nel caso di Armstrong la regola d’uso di (SchR) limita la sua applicabilità a un sottoinsieme degli enunciati predicativi di forma «Fa» (quelli fisicalisti non presentanti predicati negativi, o disgiuntivi o che comunque violino il cosiddetto «principio irlandese» – cfr. Armstrong 1978b: 7-29). Ora, restando all’interno della logica del primo ordine, gli enunciati predicativi di forma «Fa» ai quali non si applica il bicondizionale mooreano non possono implicare l’esistenza di proprietà e in tal modo la compatibilità con la tesi della radezza sembra garantita. Il discorso cambia col passaggio al secondo ordine. Infatti entro tale sistema non è più il principio (SchR) a conferire peso ontologico agli enunciati predicativi di forma «Fa»: questi impegnano a proprietà per default visto che «FaP(Pa)» è un teorema di quel sistema formale e limitare l’applicabilità di un teorema è una mossa, come minimo, poco attraente.

45 Occorre sottolineare che nelle opere successive a Armstrong 1978a e 1978b prenderà sempre più piede, nel sistema dell’Autore, l’idea per cui ciò che c’è di errato nel nominalismo dello struzzo non sia tanto rappresentato dal punto (NQ2), riguardante la logica della quantificazione, ma sia invece il presupposto generale presente al punto (NQ1) ed esprimente uno dei principi guida della metaontologia di Quine: «essere è essere il valore di una variabile» (Quine 1939: 708). Vedi Armstrong 2004: 23-24

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Francesco F. Calemi, «L’argomento dell’uno sui molti. Il dilemma dello struzzo»Rivista di estetica, 57 | 2014, 219-240.

Notizia bibliografica digitale

Francesco F. Calemi, «L’argomento dell’uno sui molti. Il dilemma dello struzzo»Rivista di estetica [Online], 57 | 2014, online dal 01 novembre 2014, consultato il 17 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/773; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.773

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