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HomeNumeri57EssaysChe cosa esiste fuori dal testo?

Abstract

L’articolo si focalizza sulle relazioni fra la nozione di Ferraris di documentalità e le nozioni tradizionali di causalità, intenzionalità, e normatività. Mostrerò che la nozione di documentalità, al cui centro troviamo la nozione di traccia, si basa su una spiegazione della causalità stando alla quale i documenti sono costituiti da catene causali. Stando così le cose, occorre formulare un criterio per differenziare le catene documentali da altri tipi di catene causali. Argomenterò che, riconducendo l’intenzionalità alla documentalità, Ferraris si preclude la possibilità di usare l’intenzionalità come criterio. Senza un tale criterio, però, la teoria della documentalità rischia di ritornare alla tesi di Derrida stando alla quale nulla esiste al di fuori del testo. La parte finale dell’articolo considera due strategie grazie alle quali la teoria può evitare tale rischio.

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Note dell’autore

Ringrazio Elena Casetta e Giuliano Torrengo, per i preziosi commenti che mi hanno aiutato a migliorare una precedente versione di questo testo.

Testo integrale

1Questo saggio analizza la nozione di documentalità (Ferraris 2009) confrontandola con le nozioni di causalità, intenzionalità e normatività. L’analisi parte dalla documentalità in quanto tale, per poi estendersi ai due principali obiettivi per cui questa nozione è stata introdotta: da una parte edificare un’ontologia sociale fondata sui documenti (Ferraris 2009), dall’altra spiegare la nozione stessa di intenzionalità come esito della documentalità (Ferraris 2011).

2Per prima cosa mostro che alla base della documentalità vi è una nozione di traccia che dipende dalla nozione di causalità (§1). Quindi sostengo che l’insistenza sulla dimensione causale permette alla teoria della documentalità di tenere conto della storicità degli oggetti sociali, che costituisce invece una difficoltà per l’ontologia sociale di Searle (§2). Resta però il problema di distinguere i documenti da quegli oggetti naturali che sono a loro volta individuati da catene causali; per operare questa distinzione sembra necessario ricorrere alla nozione di intenzionalità (§3). Tuttavia, secondo Ferraris la documentalità sta alla base dell’intenzionalità stessa, per cui non è possibile utilizzare l’intenzionalità per distinguere gli oggetti documentali dagli oggetti naturali; dunque documenti e oggetti naturali finiscono per essere ricondotti a un’unica famiglia di oggetti (§4).

  • 2 Ferraris 2005.

3La conclusione a cui l’analisi perviene è che un’ontologia sociale su base documentale offre importanti benefici esplicativi, ma la riduzione dell’intenzionalità a esito della documentalità rischia di comportare il ritorno in auge del testualismo radicale (§5). Si rischia cioè di fare ritorno alla massima di Derrida: «nulla esiste fuori dal testo» – una tesi dalla quale il progetto della documentalità intendeva prendere le distanze fin dagli esordi2. Tuttavia la teoria della documentalità ha a disposizione due mosse per scongiurare questo rischio: venire a patti con la nozione di intenzionalità (§6), oppure riformulare l’intenzionalità nei termini di un fatto sociale basilare caratterizzabile in termini di normatività (§7).

1. Nulla di testuale esiste fuori dalla causalità

  • 3 Ferraris 2009: 360.

4Al centro della teoria documentalità si trova la definizione del documento come «atto iscritto»3. Se si prova ad analizzare questa nozione, si osserva che si ha un documento ogniqualvolta qualcuno fa qualcosa (“atto…”) di cui resta traccia (“… iscritto”). Ma fare qualcosa significa causare qualcosa (fosse anche solo un movimento del corpo o una vibrazione dell’aria), e il restare della traccia corrisponde alla persistenza di un effetto che permette in qualche modo di risalire all’atto che l’ha causato. Dunque la documentalità è essenzialmente collegata alla causalità: il documento come atto iscritto è un effetto materiale che tiene traccia della sua causa.

5In tal senso la nozione documentale di traccia è affine alla nozione di «informazione», definita da Dretske (1981) come converso di una relazione causale: “b porta informazione su ase e solo sea causa b”. Dretske intende però la relazione causale in senso nomologico-controfattuale, per cui “le occorrenze b di fatti di tipo Bcovariano con “le occorrenze a di fatti di tipo A”. Invece, nel quadro della documentalità, la nozione di traccia sembra concepita piuttosto come converso di una relazione causale singolare: “b è una traccia di ase e solo sea causa b e b permette in qualche modo di risalire ad a”.

  • 4 Ivi: 358.

6Per capire come mai la nozione di traccia rimandi alla causalità singolare occorre considerare il quadro teorico generale in cui questa nozione è introdotta. Secondo Ferraris «il mondo è la totalità degli individui»4 e questa totalità si articola in oggetti naturali, che esistono nello spazio-tempo, e oggetti ideali, che esistono fuori dallo spazio-tempo. Fra gli oggetti naturali vi sono i soggetti, che si caratterizzano per il possesso di rappresentazioni. Mediante rappresentazioni condivise, i soggetti possono creare oggetti sociali, che esistono anch’essi nello spazio-tempo, ma in maniera dipendente dai soggetti. Ferraris si richiama inoltre a una distinzione netta fra ontologia (quel che c’è) ed epistemologia (quel che sappiamo su quel che c’è), sostenendo che l’unico ambito in cui ontologia ed epistemologia si possono intersecare è quello degli oggetti sociali.

  • 5 Ivi: 361.
  • 6 La contrapposizione fra concezioni differenti della causalità ha radici profonde nella storia della (...)

7Posto che l’oggetto sociale è un atto iscritto, e posto che «la mente è una tabula che raccoglie iscrizioni»5, la nozione di traccia risulta preliminare alla costruzione sia degli oggetti sociali sia dei soggetti stessi, dunque non può dipendere dall’epistemologia, cioè dal sapere dei soggetti. Diventa arduo, a questo punto, definire la traccia utilizzando la nozione nomologico-controfattuale di causalità, che è una nozione eminentemente epistemologica. Per munire questa nozione di una qualche consistenza ontologica occorrerebbe accettare nella propria ontologia entità come i tipi di fatti o i mondi possibili, che però non sembrano trovare posto nell’inventario ontologico di Ferraris. Ecco perché la nozione di traccia usata dalla teoria della documentalità presuppone una concezione singolarista della causalità6.

8Nel suo costituire la traccia come converso di una relazione causale singolare, la documentalità presuppone non solo la concezione singolarista della causalità, ma anche l’adesione al realismo causale – la tesi ontologica che sostiene l’esistenza genuina e non riducibile di connessioni causali (mentre una teoria regolarista della causalità comporta al più l’esistenza genuina di leggi causali). Senza relazioni causali reali, le tracce non costituirebbero una famiglia speciale di oggetti, e sarebbero definibili soltanto a partire dal modo in cui noi conosciamo gli oggetti, cioè a partire dall’epistemologia. Ma secondo Ferraris la nozione di traccia è costitutiva della nozione di soggetto, e dunque non può essere definita a partire da quel che il soggetto conosce. Possiamo dunque concludere che il testo documentale, nel suo essere formato da una concatenazione di tracce, è essenzialmente una catena causale costituita da connessioni reali fra singoli enti, che può essere ripercorsa epistemicamente in senso inverso, dall’ultimo effetto alla prima causa.

2. Nulla di sociale esiste fuori dal testo

  • 7 Searle 2010: 134-135.
  • 8 Ivi: 145
  • 9 Ivi: 126.

9L’interpretazione causale della nozione di documento permette di evidenziare un punto debole del principale antagonista della teoria della documentalità: l’ontologia sociale di John Searle. In Creare il mondo sociale7, Searle caratterizza un fatto sociale come una funzione di status, cioè una distribuzione di ruoli e poteri che fa sì che certe persone compiano certi atti. La creazione di un fatto sociale consiste nella dichiarazione pubblica e nel riconoscimento collettivo di questa distribuzione di potere. L’esistenza di un fatto sociale all’interno di una comunità richiede dunque che i membri di questa comunità siano in grado di rappresentarsi e di condividere una distribuzione di potere. Questo è il motivo principale per cui Searle afferma che «il linguaggio è il fondamento di tutte le altre istituzioni»8: il linguaggio sembra essere l’unico medium attraverso il quale i membri di una comunità possono rappresentare e condividere una distribuzione di potere; soltanto il linguaggio ci può fornire «un apparato concettuale abbastanza ricco da rappresentare una deontologia»9.

10A questo punto, Searle postula l’intenzionalità collettiva come facoltà mentale che permette ai membri della comunità di accettare e riconoscere come vincolante la distribuzione di potere da essi condivisa mediante il linguaggio. Il fatto sociale risulta così caratterizzato come una distribuzione di potere descrivibile in termini linguistici, che all’occorrenza può essere realizzata in una certa comunità purché vi sia un’intenzionalità collettiva che se ne assuma l’onere. In tal senso va letta la formula dell’oggetto sociale proposta da Searle in La costruzione della realtà sociale (1995): «X conta come Y in C». Attraverso l’intervento di intenzionalità collettiva e linguaggio, una distribuzione di potere Y può realizzarsi in un ente particolare X situato in un certo contesto C. Nella versione successiva della sua teoria, Searle (2010) recepisce le osservazioni di Smith (2003) che gli fa notare che ci sono fatti sociali che non sono vincolati a particolari enti concreti, ma dipendono soltanto da rappresentazioni; pertanto Searle riduce la definizione del fatto sociale all’indicazione della distribuzione di potere Y in un contesto C.

  • 10 Ringrazio uno dei referee per aver richiamato la mia attenzione su questa lettura antirealista dell (...)

11Così formulata, l’ontologia sociale di Searle sembra prestarsi a due differenti letture. Da una parte una interpretazione antirealista, per cui il fatto sociale non è la distribuzione di potere Y in senso astratto, ma soltanto quella particolare distribuzione di potere che si realizza in un contesto C. In questa prospettiva, non c’è nulla di esterno alla mente che entri a far parte del fondamento ontologico dell’oggetto sociale; non c’è nessun vincolo che non sia nel contenuto intenzionale condiviso: la realtà sociale si riduce a un gioco preso seriamente da molte persone10. Tuttavia questa lettura antirealista stenta a spiegare la relativa stabilità, complessità e robustezza dei fatti sociali. Come è possibile che i membri di una comunità non solo condividano gli stessi intenti al momento della creazione del fatto sociale, ma anche continuino a condividerli con il passare del tempo? Come è possibile che i membri di una comunità si rappresentino collettivamente strutture di potere ampie e complesse come per esempio il codice civile o il codice penale di uno stato? Come è possibile che i fatti sociali esercitino la loro forza in maniera diffusa e ramificata, e riescano a esercitare questa forza anche quando essi non corrispondono agli intenti di una parte significativa della comunità? La spiegazione di queste caratteristiche dei fatti sociali sembra richiedere una garanzia ontologica che non può essere fornita soltanto dai mutevoli contenuti mentali privati dei membri della comunità. Anche volendo concedere a Searle che i fatti sociali sono giochi che prendiamo molto sul serio, alcuni di questi giochi sembrano essere troppo complicati per poter stare interamente nelle nostre teste.

12Qui subentra la lettura realista dell’ontologia sociale di Searle, suggerita in particolare da Smith (2014): il fatto sociale è individuato dalla distribuzione di potere come struttura astratta (type), e quello che si realizza nella mente dei membri della comunità mediante l’intenzionalità collettiva è soltanto una particolare realizzazione (token) di tale struttura astratta. La lettura realista delle funzioni di status riesce a conferire ai fatti sociali quella stabilità e robustezza che mancava alla lettura antirealista, ma si trova a fronteggiare un nuovo problema: i fatti sociali, concepiti come strutture astratte, difettano di flessibilità temporale e modale; vale a dire che essi hanno proprietà che non possono cambiare nel tempo e non potrebbero essere diverse da quelle che sono.

13Se una corporation è essenzialmente definita dalla distribuzione di potere fra i suoi membri, allora ogni cambiamento reale (flessibilità temporale) o possibile (flessibilità modale) in questa distribuzione di potere – per esempio l’aumento del potere dell’amministratore delegato a scapito di quello degli altri membri del consiglio di amministrazione – porterebbe questa corporation a diventare un’altra corporation. È evidente che nella realtà le cose non vanno così. Le corporation modificano, nel corso del tempo, le distribuzioni di potere al proprio interno, o al limite le potrebbero modificare in uno scenario controfattuale, senza che per questo esse debbano diventare ipso facto un’altra entità. Concepire la realtà sociale in termini di strutture astratte impedisce agli oggetti sociali di fare ciò che normalmente essi fanno o possono fare in tutta tranquillità: evolvere storicamente e variare controfattualmente.

14In tal senso, un’ontologia sociale basata sulla distribuzione di potere come struttura astratta ha problemi analoghi a una semantica dei nomi propri basata sulle descrizioni definite. Identificare il significato del nome Aristotele con la descrizione “il maestro di Alessandro” (o anche con un agglomerato di descrizioni, come propone Searle 1980) impedisce di tenere conto di quei mondi possibili, agevolmente concepibili, in cui la persona a cui si riferisce il nome “Aristotele” non è stata il maestro di Alessandro. Analogamente identificare l’oggetto sociale con una distribuzione di potere impedisce di tenere conto di quei mondi possibili in cui lo stesso oggetto sociale (sia questo una corporation, un team o una nazione) si caratterizza per una differente distribuzione di potere.

  • 11 Ferraris 2009: 360

15In ambito semantico, una soluzione a questo problema è la teoria del riferimento diretto di Kripke (1980): il riferimento del nome proprio non è fissato dal soddisfacimento di una descrizione o di un agglomerato di descrizioni, ma dalla sussistenza di una catena causale avviata dal “battesimo” (l’atto di attribuzione del nome all’entità) e proseguita attraverso il passaggio del nome di parlante in parlante. La teoria della documentalità, con la sua base causale, permette di fare una mossa analoga in ambito ontologico: l’identità dell’oggetto sociale non è fissata da una distribuzione di potere ma da un “atto battesimale”, quello che Ferraris chiama “atto iscritto”, che si propaga attraverso una catena causale i cui anelli sono le iscrizioni intese in senso lato: «Su carta, su un file di computer, o anche semplicemente nella testa delle persone»11.

  • 12 Ivi: 360.

16L’identità dell’oggetto sociale non è data da una struttura astratta di potere. Nella prospettiva documentale, la distribuzione di potere può mutare nel corso del tempo senza che per questo l’oggetto diventi un altro oggetto. L’identità dell’oggetto sociale è garantita piuttosto dalla sussistenza di una “catena documentale”, cioè una concatenazione di iscrizioni, un testo, che preserva l’esistenza dell’oggetto al tempo presente mantenendolo in contatto con la propria origine storica. In questo senso la teoria della documentalità si può sintetizzare con la versione emendata della massima derridiana: «nulla di sociale esiste fuori dal testo»12.

3. Qualcosa di non sociale sembra esistere dentro al testo

  • 13 Il ridimensionamento del ruolo delle descrizioni astratte e l’insistenza sull’importanza delle cate (...)
  • 14 Dawkins 1976: 201.
  • 15 Gli emendamenti che Sperber propone alla teoria dei memi di Dawkins si trovano in un articolo del 2 (...)

17Nel trattare gli oggetti sociali come catene documentali, l’ontologia sociale di Ferraris si rivela affine alla teoria dei “memi” di Dawkins (1976) e alla teoria “epidemiologica” di Sperber (1996). Queste teorie, concepite rispettivamente in ambito etologico e antropologico, hanno utilizzato il modello delle catene causali con l’ambizione di spiegare il funzionamento della cultura umana e della realtà sociale nel suo complesso13. Dawkins caratterizza i fatti sociali o «memi» come linee di discendenza di rappresentazioni mentali: «Esempi di memi sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o costruire archi. Proprio come i geni si propagano nel pool genico saltando di corpo in corpo tramite spermatozoi o cellule uovo, così i memi si propagano nel pool memico saltando di cervello in cervello tramite un processo che, in senso lato, si può chiamare imitazione»14. Sperber ha precisato e sviluppato questa intuizione di Dawkins, usandola per individuare un punto debole dell’ontologia sociale di Searle: l’eccessiva insistenza sul ruolo delle rappresentazioni mentali e la conseguente sottovalutazione dei nessi causali che legano queste rappresentazioni fra loro così da costituire storicamente un oggetto sociale15.

  • 16 Rohrbaugh 2003: 199.

18Nella prospettiva delineata da Dakwins e Sperber, gli oggetti sociali risultano assimilabili a quelle entità che Rohrbaugh (2003), partendo dal caso particolare delle fotografie, definisce «individui storici». Rohrbaugh distingue innanzitutto fra oggetti che sono strutture e oggetti che hanno strutture. Gli oggetti che sono strutture, per esempio gli enti geometrici, sono individuati da proprietà il cui possesso costituisce una condizione necessaria e sufficiente per essere quell’oggetto: una figura geometrica è un triangolo se e solo se ha tre lati. Gli oggetti che hanno strutture sono invece definiti come «individui storici ma non fisici, continuant che hanno una relazione di dipendenza ontologica con una serie causalmente connessa di enti fisici (o talvolta mentali) che ne costituiscono gli embodiment»16. L’identità di questi individui storici non è determinata dalle loro proprietà strutturali (dal loro avere o non avere una serie di caratteristiche) ma dal loro appartenere a una catena causale. Una fotografia è individuata dalla catena delle copie generate a partire dallo scatto originario, una parola è individuata dalla catena degli usi a partire dall’uso originario, una specie biologica è individuata dalla catena degli organismi a partire dall’esemplare originario. Allo stesso modo, ritornando alla teoria della documentalità, un oggetto sociale è individuato dalla catena delle iscrizioni a partire dall’atto iscritto originario.

  • 17 Ivi: 198.

19La caratterizzazione dei documenti come individui storici evidenzia un punto di forza dell’ontologia sociale di Ferraris in rapporto all’ontologia sociale di Searle: la capacità di tenere conto della dimensione storica dei fatti sociali. Tuttavia la nozione di individuo storico, cioè di entità la cui identità consiste in una catena storico-causale, sembra avere un’estensione molto più ampia del dominio della realtà sociale. Come esempi di individui storici Rohrbaugh17 considera innanzitutto le fotografie, le opere d’arte, gli artefatti e le parole (tutte cose che si possono considerare oggetti sociali in senso lato), poi menziona i club (e qui si ha un oggetto sociale in senso stretto), ma alla fine include anche i sassi, le specie biologiche e gli organismi viventi (e qui di sociale sembra esserci poco o nulla…).

  • 18 Cfr. ivi: 197

20Il dominio degli individui storici, così come Rohrbaugh lo caratterizza, finisce per coprire la quasi totalità dell’esistente. Al di fuori, resta spazio soltanto per le proprietà definibili esclusivamente in termini astratti (per esempio le proprietà cromatiche18), e per cose come le entità matematiche, le particelle elementari della fisica, e al limite lo spazio-tempo stesso. Tutto ciò che esiste nel mondo di cui facciamo esperienza – quel mondo che Ferraris definisce «di taglia media» – si può analizzare in termini di catene causali e si può dunque considerare come un individuo che ha un’origine temporale, si estende nel tempo attraverso una serie di embodiment causalmente connessi, e termina di esistere quando la catena causale esaurisce i propri anelli.

21Nei termini della documentalità, un documento inizia a esistere quando l’atto produce la prima iscrizione; poi questo documento persiste nel tempo attraverso la catena causale delle iscrizioni, e infine cessa di esistere quando non vi sono più iscrizioni in grado di preservare la catena. Dunque il documento è un individuo storico. Ma quali sono le peculiarità che permettono di distinguere i documenti dagli altri individui storici? In che cosa, per esempio, un documento generato da un atto iscritto differisce da un organismo generato da un atto sessuale? Quale criterio che non presupponga la nozione stessa di documento ci permette di distinguere l’atto che produce un documento dall’atto che produce un nuovo organismo?

22La maniera più intuitiva per circoscrivere il dominio dei documenti sembra consistere nel riferirsi alle intenzioni con cui l’atto originario produce l’iscrizione che dà origine al documento: le intenzioni con cui l’atto del legislatore scrive una legge sono infatti ben diverse da quelle – ammesso che ve ne siano – con cui l’atto sessuale “scrive” il Dna di un nuovo organismo. La teoria della documentalità non può però avvalersi di questa distinzione basata sulle intenzioni se decide di ricondurre l’intenzionalità alla documentalità. La riduzione dell’intenzione all’iscrizione documentale vanifica infatti il ricorso all’intenzionalità come criterio discriminante fra catene documentali e mere catene causali, pena un circolo vizioso per cui la documentalità definisce l’intenzionalità che definisce la documentalità.

4. Il testo esiste dentro la testa?

  • 19 Prefigurata in Ferraris 2009: 221-249; e poi sviluppata in Ferraris 2011.

23La tesi che si potrebbe definire della “documentalità egemonica”19 afferma che la struttura dell’iscrizione sta a fondamento non solo della realtà sociale, ma anche della vita mentale, e in particolare di quella che molti filosofi della mente ritengono la proprietà mentale per eccellenza: l’intenzionalità. Quest’ultima è definita come la proprietà distintiva degli stati mentali di vertere su qualcosa, di articolare un “contenuto intenzionale” che tende verso un “oggetto intenzionale”.

24Posto che la documentalità fa leva sulla causalità, la spiegazione dell’intenzionalità in termini documentali si può vedere di primo acchito come una variante del progetto di “naturalizzazione dell’intenzionalità” che ha contrassegnato la filosofia della mente degli ultimi decenni. In tal senso la teoria documentale della mente presenta affinità con quelle filosofie della mente di matrice funzionalista (Dretske, Fodor, Plyshyn) che cercano di spiegare l’intenzionalità nei termini di un sistema di relazioni causali fra “iscrizioni mentali” che Fodor chiama «simboli del linguaggio del pensiero».

25In particolare la teoria documentale della mente è accomunata al funzionalismo da un medesimo antagonista: la teoria della mente di Searle, che concepisce invece l’intenzionalità come una proprietà speciale degli stati cerebrali, che non può essere spiegata in termini filosofici più basilari. Al massimo, secondo Searle, l’intenzionalità potrà in futuro essere spiegata in termini chimico-biologici, come oggi spieghiamo la fermentazione o la fotosintesi clorofilliana. In quanto proprietà emergente da una base chimico-biologica, tuttavia, l’intenzionalità non potrà mai essere ridotta a una manipolazione di simboli o iscrizioni, e pertanto non potrà mai essere posseduta da una macchina elettronica come il computer, ma soltanto da una macchina biologica come l’uomo.

  • 20 Searle 1980.
  • 21 Ferraris 2011: 138.

26Per sostenere la sua tesi, Searle ricorre all’argomento della stanza cinese20: una persona dentro una stanza manipola simboli secondo regole, e dà agli osservatori esterni l’impressione di parlare perfettamente il cinese; in realtà però costui non comprende una sola parola del cinese. Questo argomento nelle intenzioni di Searle dovrebbe mostrare che l’intenzionalità non è riducibile alle iscrizioni (sia cartacee sia elettroniche) e alle procedure che le manipolano, perché il pensiero comporta un processo di comprensione che non si lascia ridurre a mere manipolazioni di simboli in base a regole. Nella teoria documentale, così come nelle filosofie funzionaliste della mente, questo processo di comprensione è trattato invece alla stregua di un effetto collaterale del pensiero concepito come manipolazione di simboli, un rimbalzo fenomenologico che si manifesta quando la rete delle iscrizioni supera un certo «grado di complessità»21.

27Sebbene teoria funzionalista e teoria documentale della mente condividano la critica alla teoria dell’intenzionalità di Searle, a contraddistinguerle c’è un’importante differenza, che ritengo abbia a che fare con la differenza – precedentemente discussa – fra la nozione (funzionalista) di informazione come converso di una relazione causale fra tipi di eventi, e la nozione (documentale) di traccia come converso di una relazione causale fra enti particolari. Nel paradigma funzionalista gli stati mentali sono concepiti come stati funzionali astratti (type) che vengono realizzati da determinati stati cerebrali concreti (token), ma in linea di principio potrebbero essere realizzati anche da differenti stati cerebrali o addirittura dagli stati hardware di una macchina (si parla a tale di proposito di “realizzabilità multipla”). Invece nel modello documentale ogni stato mentale fa, per così dire, storia a sé, essendo individuato dalla particolare catena causale di iscrizioni materiali che lo costituisce. Mentre il funzionalismo considera le rappresentazioni essenzialmente come «simboli del linguaggio del pensiero», cioè come type realizzabili da una molteplicità di iscrizioni-token, per la teoria della documentalità le iscrizioni non sono token di simboli: sono simboli esse stesse, nella loro singolarità.

28Nella prospettiva di una riduzione dell’intenzionalità alla documentalità, un certo stato mentale intenzionale (per esempio: io credo che oggi ci sia il sole) si può spiegare considerando una catena causale di iscrizioni che è originata da un “atto iscritto” (il prodursi dell’iscrizione che inaugura la catena, per esempio la percezione del sole di prima mattina), prosegue con il concatenarsi di altre “iscrizioni” (l’elaborazione del dato percettivo nel sistema neurale, i suoi effetti comportamentali, la sua archiviazione nella memoria a breve e a lungo termine), e sussiste finché qualche iscrizione siffatta sussiste.

  • 22 In un’ottica neocomportamentista, la critica più appropriata contro l’argomento della stanza cinese (...)

29Nel concepire le iscrizioni mentali come particolari concreti e irriducibili anziché come occorrenze di type astratti strutturati linguisticamente, la teoria documentale della mente prende le distanze dal funzionalismo, approssimandosi piuttosto a quelle teorie dell’intenzionalità (per esempio quelle di Dennett e Stalnaker) che Haugeland (1990) classifica come “neo-comportamentiste”. Mentre i funzionalisti spiegavano gli stati intenzionali ricorrendo alla sintassi del “linguaggio del pensiero”, i neo-comportamentisti li spiegano in termini di interazioni fra la mente e l’ambiente, mediate dal sistema sensorio-motorio e finalizzate all’adattamento e al successo pragmatico22.

30Facendo leva sulla concezione neocomportamentista, la teoria della documentalità sembra poter ridurre gli stati mentali a catene causali di iscrizioni, per cui l’intenzionalità si rivela soltanto l’esito di un sistema di iscrizioni particolarmente complesso ed evoluto. A questo punto, l’immagine del mondo che risulta dalla teoria della documentalità è quella di un’enorme rete di catene causali che costituisce sia gli oggetti inanimati (attraverso nessi causali di tipo fisico), sia i corpi viventi (attraverso nessi causali di tipo biologico), sia gli stati mentali (attraverso catene causali di iscrizioni cerebrali).

  • 23 Non sto sostenendo qui che l’esistenza di una traccia necessita dell’esistenza di una mente, ma sol (...)

31Il problema è che questa immagine del mondo va a intaccare una delle nozioni fondamentali della teoria della documentalità: la nozione di traccia. La traccia era stata caratterizzata come un effetto che permette in qualche modo di risalire all’evento che l’ha causato. Questo concetto di “risalire” che entra nella definizione della traccia riguarda una mente che, osservando l’effetto, è in grado di ricostruire l’evento causante. Ma se usiamo la nozione di traccia come costituente essenziale della definizione degli stati mentali, non è più possibile riferirsi agli stati mentali nel definire la traccia stessa. Altrimenti le definizioni di traccia e di stato mentale finirebbero per formare un circolo: la traccia definisce lo stato mentale che definisce la traccia. Dunque la traccia non può più essere definita come un effetto che permette di risalire alla causa: finché la traccia non è stata definita, gli stati mentali non sono definiti a loro volta, e pertanto il concetto di “risalire” è inutilizzabile23.

32Stando così le cose, l’unica via d’uscita sembra consistere nel definire la traccia semplicemente come l’effetto di una causa. La riduzione dell’intenzionalità a una catena di iscrizioni comporta la riduzione della documentalità alla causalità. Non c’è più modo di distinguere ontologicamente una catena causale formata da iscrizioni in senso stretto, che costituisce un oggetto sociale, da catene causali di altro genere quali per esempio: una catena causale formata da iscrizioni cerebrali, che costituisce un certo stato intenzionale; una catena causale formata da molecole, che costituisce un certo sasso; una catena causale formata da cellule, che costituisce un certo organismo vivente.

33Avendo ridotto l’intenzionalità alla documentalità, la nozione di “iscrizione in senso stretto” non ha più rilevanza ontologica. Le iscrizioni a questo punto sono semplicemente stati materiali che dipendono causalmente da altri stati materiali, formando concatenazioni che costituiscono le cose del mondo, tutte le cose del mondo, sia quelle che esistono soltanto fuori dalla mente, sia quelle che esistono soltanto dentro la mente, sia quelle le cui catene corrono dentro e fuori la mente. Se un testo è una concatenazione di iscrizioni, e tutte le cose del mondo sono concatenazioni di iscrizioni, allora, almeno per quanto riguarda l’esistenza nello spazio-tempo, Derrida aveva ragione: nulla esiste fuori dal testo.

5. Il testo deve passare dentro la testa

34Il progetto filosofico della documentalità nasceva come tentativo di emendare le tesi filosofiche di Derrida dal clima postmodernista in cui erano maturate e dalle idiosincrasie stilistiche con cui erano state formulate, in modo da renderle spendibili all’interno di dibattiti filosofici – in particolare quelli di ambito analitico – più sensibili ai valori della chiarezza espositiva e dell’argomentazione. Questo progetto ha fatto emergere un’affinità (riscontrata a vario titolo in Staten 1984, Norris 2007, Perullo 2011, Berto 2012) fra la posizione d Derrida e quella linea del pensiero analitico che lega il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche (1953) al Kripke di Nome e necessità (1980) e Wittgenstein su regole e linguaggio privato (1982). Tanto per Derrida quanto per Wittgenstein e Kripke la mente umana non funziona afferrando significati concepiti come strutture astratte formulabili nei termini di descrizioni oggettive. Il Sinn di Frege, criticato da Wittgenstein e Kripke, presenta cospicue analogie con il Sinn di Husserl criticato da Derrida (1967 e 1972). Il significato dei termini linguistici – tanto per Wittgenstein e Kripke quanto per Derrida – risulta essenzialmente connesso con il mondo materiale, storico, sociale. Per avere significato, le parole non necessitano della mediazione di un Sinn, di una struttura descrittiva astratta; necessitano invece di uniformità di comportamento, dell’accordo fra i membri di una comunità, e della sussistenza di nessi causali (Wittgenstein non parla esplicitamente di catene causali, ma rappresenta i concetti come somiglianze di famiglia e come corde formate dall’intreccio di tanti fili, due metafore che prefigurano l’immagine della catena causale).

35In tal senso la massima wittgensteiniana per cui «il significato è l’uso» si può leggere nei termini, messi in chiaro da Kripke (1982), di un’inversione del condizionale: non usiamo le parole perché esse significano; esse significano perché noi le usiamo. Analogamente, la principale tesi filosofica di Derrida si può formulare con un’inversione del condizionale: non scriviamo perché pensiamo e parliamo, ma parliamo e pensiamo perché scriviamo. La scrittura, al pari dell’uso a cui si richiama Wittgenstein e delle catene causali alle quali si richiama Kripke, è qualcosa che ha luogo nel mondo concreto della vita.

  • 24 Cfr. Derrida 1990.

36Stando così le cose, la querelle fra Derrida24 e Searle si può leggere come una variante un po’ scomposta, ma non priva di efficacia, del dibattito teorico che nel campo della semantica ha visto i teorici del riferimento diretto come Kripke sfidare la tradizione descrittivista di cui Searle (1958), con la sua teoria degli agglomerati (cluster) è uno dei principali esponenti. Derrida però non si limita a contestare le tesi semantiche di Searle richiamandosi a intuizioni affini a quelle che animano le argomentazioni di Wittgenstein e Kripke. La decostruzione non riguarda soltanto la semantica: riguarda anche l’ontologia. Per Derrida le catene non servono soltanto a garantire il funzionamento dei nomi propri; l’intreccio dei fili della corda non serve soltanto a spiegare come funzionano i significati e i concetti. Sono le cose stesse del mondo – non solo i significati dei nomi – a essere formate da anelli che si concatenano e da fili che si intrecciano.

37Ferraris insiste vigorosamente su questo punto, utilizzando le tesi di Derrida per sfidare Searle non più sul terreno della semantica, ma su quello dell’ontologia sociale, dove peraltro la teoria di Searle soffre dello stesso problema della sua semantica: finisce per richiedere la mediazione di strutture astratte (là gli agglomerati di descrizioni come Sinn, qui le distribuzioni di potere come type) sottovalutando la dimensione materiale e storica che costituisce tanto i significati delle parole quanto le cose del mondo.

38Ma quali, fra le cose del mondo? Qui la teoria della documentalità vorrebbe evitare l’iperbole per cui ogni cosa del mondo si rivela formata da un concatenamento di anelli, da un intreccio di fili, insomma da un testo. Ma affinché qualcosa esista fuori dal testo (in particolare perché possano esistere fuori dal testo gli oggetti materiali inanimati e gli organismi viventi), i testi non andrebbero concepiti come catene causali qualsiasi, ma come catene causali che coinvolgono essenzialmente l’intenzionalità: catene causali la cui sussistenza dipende da collegamenti costituiti da stati mentali intenzionali. In tal senso sono costituiti da testi, cioè da catene documentali: gli artefatti, le parole, le promesse, il denaro, i contratti, le leggi, le amicizie, i fidanzamenti, i matrimoni, le aziende, le nazioni, le opere d’arte. Mentre non sono costituiti da testi, ma da meri nessi causali: le pietre, le montagne, i laghi, i fiumi, le piante, gli animali, le persone.

39Il problema è però che, se accettiamo che la documentalità stia a fondamento dell’intenzionalità, allora anche gli stati intenzionali si rivelano testi, e quindi l’intenzionalità diviene inservibile come criterio di distinzione fra testi e non-testi. In assenza di altri criteri di distinzione, ci si trova costretti a convenire con Derrida sulla tesi per cui esistere è far parte di un testo.

6. Nulla di testuale esiste fuori dall’intenzionalità

40Nel preparare il campo per la teoria della documentalità, Ferraris (2005) distingueva fra quattro possibili posizioni in ontologia sociale. Per il “Realismo forte” di Reinach l’entità sociale esiste come una struttura astratta, al pari dei numeri e delle figure geometriche. Per il “Realismo debole” di Searle l’esistenza dell’entità sociale come struttura astratta (la distribuzione di potere Y) dipende dalla sua realizzazione concreta (il contesto C, l’oggetto X). Per il «Testualismo forte» di Derrida, l’entità sociale esiste come una concatenazione di iscrizioni, al pari di tutte le altre entità mondane. Per il “Testualismo debole”, che è poi lo spazio teorico della documentalità medesima, soltanto l’entità sociale esiste come concatenazione di iscrizioni. In questo quadro generale, le tesi “deboli” di Searle e Ferraris sembrano intuitivamente più convincenti delle rispettive controparti “forti” proposte da Reinach e Derrida. Il problema è che queste tesi deboli si rivelano concettualmente instabili.

41Nel tentativo di fronteggiare le obiezioni di Smith sui termini “Y-indipendenti” (distribuzioni di potere Y che non dipendono da un particolare oggetto fisico X), Searle tende a identificare l’oggetto sociale con una distribuzione di potere che si configura come una struttura astratta; in questo modo il Realismo debole rischia di ridursi a una variante del Realismo forte di Reinach. Un’analoga instabilità rischia di affliggere il Testualismo debole, che per poter concepire le iscrizioni come localizzate «su carta, su un file di computer, o anche semplicemente nella testa delle persone», si vede costretto a spiegare ciò che accade «nella testa delle persone» in termini di iscrizioni; l’intenzionalità stessa va dunque ridotta a una catena documentale di iscrizioni.

42Riducendo l’intenzionalità a catena documentale, la documentalità si trova costretta a scegliere fra tre opzioni: 1) sostenere che le catene di iscrizioni non si limitano a costituire gli oggetti sociali ma costituiscono entità di ogni genere (ricaduta nel Testualismo forte); 2) fare un passo indietro e venire a patti con l’intenzionalità (strategia che caratterizzerò in quanto segue come variante “intenzionalista” del Testualismo debole); 3) sostenere che l’intenzionalità, in quanto catena di iscrizioni, è già un oggetto sociale (strategia che caratterizzerò in quanto segue come variante “neopragmatista” del Testualismo debole).

43L’opzione (1) significa per la teoria della documentalità rinunciare alla distinzione fondamentale fra realtà fisica e realtà sociale, fra natura e cultura, rassegnandosi a diventare una riformulazione più rigorosa del Testualismo forte di Derrida. Questo, a ben vedere, è tutt’altro che un “rassegnarsi”: vuol dire che la documentalità deve rinunciare a essere soltanto un’ontologia sociale, per ambire a diventare un’ontologia tout court. Tuttavia non sembra essere questa la direzione in cui Ferraris intende sviluppare la sua dottrina.

  • 25 Ferraris 2009: 360.
  • 26 I termini “intenzionalità originaria” e “intenzionalità derivata” sono stati introdotti da Haugelan (...)

44L’opzione (2) richiede di rinunciare a ricondurre l’intenzionalità nell’alveo della documentalità, riconoscendole lo statuto di caratteristica distintiva e irriducibile del regno mentale. Così facendo, però, l’ontologia sociale su base documentale non è tanto un’alternativa genuina all’ontologia sociale di Searle, quanto piuttosto un suo emendamento. La documentalità definisce infatti l’oggetto sociale come atto iscritto «su carta, su un file di computer, o anche semplicemente nella testa delle persone»25. Se però il funzionamento della mente è contrassegnato dalla caratteristica speciale dell’intenzionalità, allora le «iscrizioni nella testa delle persone» non sono semplicemente iscrizioni, bensì iscrizioni munite di intenzionalità originaria: iscrizioni che si autoattivano, che articolano di per se stesse il proprio contenuto. In questo le iscrizioni mentali differiscono essenzialmente dalle altre iscrizioni (su carta, su computer…), che per articolare il proprio contenuto necessitano di essere comprese da parte di un soggetto intenzionale, e perciò posseggono soltanto un’intenzionalità derivata26. Le iscrizioni vengono così a dipendere – sia in forma originaria sia in forma derivata – dall’intenzionalità. L’atto iscritto diviene la registrazione di un’azione intenzionale, e l’oggetto sociale, in quanto atto iscritto che coinvolge almeno due persone, diviene una registrazione che coinvolge almeno due intenzionalità, per cui ci si ritrova alle prese con l’intenzionalità collettiva.

  • 27 Torrengo 2012: 207, corsivo mio.

45Così formulata, la documentalità si distinguerebbe comunque dall’ontologia sociale di Searle per un ambito più ristretto di applicazione dell’intenzionalità collettiva: «Stando alla Documentalità, l’esistenza di istituzioni richiede solo che gli individui in una collettività condividano la credenza generale che il contenuto di certi documenti determini i vincoli sociali, i doveri, i diritti e così via»27. Nella teoria di Searle l’intenzionalità collettiva plasmava direttamente l’intera realtà sociale, mentre in questa variante “intenzionalista” del Testualismo debole l’intenzionalità collettiva plasma sì la realtà sociale, ma per lo più indirettamente, attraverso i documenti.

  • 28 In quest’ottica, l’intenzionalità collettiva di Searle si rivela un sottocaso della nozione di “att (...)

46La variante “intenzionalista” del Testualismo debole si può articolare anche notando che l’intenzionalità collettiva non va concepita necessariamente come condivisione di intenti28. Si può concepire l’intenzionalità collettiva come condivisione di una varietà di stati intenzionali, e in particolare come condivisione di stati di memoria. In quest’ottica la documentalità diviene una versione dell’intenzionalità collettiva in cui gli stati intenzionali fondamentali per la costruzione della realtà sociale non sono tanto intenti condivisi quanto piuttosto ricordi condivisi. Questa condivisione dei ricordi può essere affidata sia ai documenti in senso letterale (intenzionalità derivata: iscrizioni su carta o file di computer) sia alla memoria psichica (intenzionalità originaria: iscrizioni nella testa delle persone).

7. Nulla di testuale esiste fuori dalla normatività

47Come nell’opzione (1) la documentalità sfociava in una variante del Testualismo forte di Derrida, così – abbiamo appena visto – nell’opzione (2) essa sfocia in una variante del Realismo debole di Searle. L’opzione (3) è invece l’unica che permette alla documentalità di mantenere un profilo ontologico autonomo. Di primo acchito questa opzione suona bizzarra: in che senso una caratteristica mentale come l’intenzionalità potrebbe mai essere trattata alla stregua di un fatto sociale? La bizzarria si riduce però drasticamente se si considera l’intenzionalità come una nozione normativa, e si concepisce la normatività come nozione essenzialmente sociale.

48Haugeland (1990) definisce questa concezione dell’intenzionalità «neo-pragmatista» e individua i suoi principali esponenti in Wittgenstein, Sellars, Brandom, ma riconosce che questa concezione presenta notevoli affinità anche con il pensiero di Heidegger, Derrida e Rorty. Nella prospettiva neo-pragmatista non è il sociale che deriva dall’attività mentale, ma il mentale che deriva da uno strato sociale basilare che emerge direttamente da interazioni biologiche, a loro volta emergenti da interazioni fisico-chimiche.

49Alla base della concezione neo-pragmatista c’è la tesi per cui l’intenzionalità si colloca a un livello superiore rispetto ai fenomeni biologici, e la mediazione fra biologico e intenzionale è assicurata da uno strato sociale basilare. Un sistema biologico viene valutato esclusivamente come funzionante o difettoso, mentre un atto intenzionale deve poter essere valutato come corretto o sbagliato. Il sistema sensorio-motorio che gli uomini condividono con gli altri animali, di per sé è soltanto un sistema biologico, che può essere funzionante oppure difettoso. Fin qui, secondo i neo-pragmatisti, non c’è nulla di intenzionale. L’intenzionalità può emergere soltanto quanto l’individuo biologico appartiene a un gruppo che, attraverso meccanismi collettivi (ma non intenzionali) di imitazione e censura, impone una determinata disposizione comportamentale come standard di correttezza. Questo standard individua una norma, alla quale il singolo individuo può attenersi agendo correttamente, ma dalla quale egli potrebbe anche deviare agendo erroneamente e risultando passibile di sanzione.

50Stando così le cose, l’intenzionalità è una conseguenza della normatività che a sua volta deriva da fenomeni causali interattivi che possono manifestarsi all’interno di gruppi di individui biologici. Questa tesi implica una posizione filosofica che rovescia la tradizionale visione della società come costituita da singoli soggetti intenzionali che intendono vivere insieme. Non siamo animali sociali in quanto creature intenzionali, bensì creature intenzionali in quanto animali sociali.

  • 29 Haugeland 1990: 413.

51Avallare l’inversione neo-pragmatista della relazione ontologica fra mentale e sociale permette alla documentalità di affrancarsi sia dal Testualismo forte di Derrida sia del Realismo intenzionalista di Searle. Nella prospettiva neo-pragmatista, il testo documentale può essere definito come una catena causale che ha carattere normativo: una catena che ha, fra i propri anelli, pratiche comunitarie che impongono standard di correttezza. Questa definizione svincola la documentalità dall’obbligo di considerare come testi anche gli oggetti inanimati o gli organismi biologici, e scongiura così la ricaduta nella tesi del Testualismo forte per cui «nulla esiste fuori dal testo». Al tempo stesso, questa delimitazione dell’ambito testuale non richiede di postulare l’intenzionalità come una caratteristica irriducibile del regno mentale, ma anzi la riconduce all’interno del testo documentale medesimo. Al pari degli oggetti sociali, l’intenzionalità deriva da catene causali che hanno, fra i propri anelli, pratiche comunitarie capaci di imporre standard di correttezza. Nei termini di Haugeland29, l’intenzionalità è originariamente un “tenere traccia” (keep track) di impegni pubblici propri e altrui, cioè di ciò che io devo fare e di ciò che gli altri devono fare.

52Dunque non solo: «nulla di sociale esiste fuori dal testo»; ma anche: nulla di intenzionale esiste fuori dal testo. Tutto ciò che è meramente naturale (fisico, chimico, biologico) può invece tranquillamente continuare a esistere fuori dal testo. Nella natura concepita come un’unica immensa trama causale, la cultura emerge come testo documentale contraddistinto dalla normatività delle catene causali che lo costituiscono.

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Note

2 Ferraris 2005.

3 Ferraris 2009: 360.

4 Ivi: 358.

5 Ivi: 361.

6 La contrapposizione fra concezioni differenti della causalità ha radici profonde nella storia della filosofia. Da una parte la teoria regolarista, nella linea di pensiero che va da Hume a Russell, sostiene che il nesso causale è una successione regolare fra tipi di eventi che supporta la formulazione di leggi generali. Dall’altra la concezione singolarista, nella linea da Locke a Ducasse, afferma che il nesso causale è una connessione materiale fra singoli eventi concreti. Più di recente, teorie come quelle di Lewis e Stalnaker hanno proposto un’analisi della causalità come relazione di dipendenza controfattuale fra tipi di eventi, offrendo un’alternativa al regolarismo; analogamente teorie come quelle di Suppes e Salmon, hanno concepito la causalità come relazione probabilistica fra singoli eventi, offrendo un’alternativa al singolarismo. In particolare, la teoria di Salmon (1984) ricorre a una nozione di «marchio» (modificazione che il processo causale introduce, conserva e propaga da una regione spazio-temporale a un’altra) che presenta significative affinità con la nozione di traccia posta a fondamento della documentalità. Per una presentazione più articolata di queste concezioni della causalità, si veda Varzi 2008: 409-411, e Laudisa 1999: 90-100.

7 Searle 2010: 134-135.

8 Ivi: 145

9 Ivi: 126.

10 Ringrazio uno dei referee per aver richiamato la mia attenzione su questa lettura antirealista dell’ontologia sociale di Searle.

11 Ferraris 2009: 360

12 Ivi: 360.

13 Il ridimensionamento del ruolo delle descrizioni astratte e l’insistenza sull’importanza delle catene causali, che caratterizza le teorie semantiche del riferimento diretto, trova significative corrispondenze in vari ambiti della scienza e della filosofia contemporanee. In biologia, la teoria cosiddetta cladista intende le specie come linee di discendenza (cfr. Simpson 1961) e proprio a partire dal paradigma cladista Kaplan (1990) ha proposto un’ontologia del linguaggio che intende la singola parola come «moneta corrente» che passa di tasca in tasca – cioè, fuor di metafora, di parlante in parlante – mantenendo la propria identità, nonostante le possibili variazioni; e questo avviene in virtù della catena storico-causale che connette tutti questi passaggi. Sainsbury e Tye (2013) estendono il modello di Kaplan dalle parole ai concetti. Su basi teoriche analoghe Levinson (1979) ha proposto una definizione dell’opera d’arte come artefatto posizionato in una catena storico-causale di oggetti che si riconnettono tutti quanti a un momento originario di fondazione denominato «ur-arte». Bloom (1996) ha cercato di estendere il paradigma di Levinson dal dominio dell’arte a quello più generale degli artefatti, definendo un genere artefattuale (per esempio, l’automobile) come una catena causale di oggetti che si origina da un “battesimo”(nell’esempio, l’invenzione dell’automobile) al quale direttamente o indirettamente gli esemplari successivi si ricollegano. Thomasson (1999) ha applicato lo stesso modello alle entità fittizie considerate come artefatti astratti: un personaggio può migrare da un’opera M a un’opera N a condizione che l’autore di N lo posizioni sulla stessa catena causale sulla quale l’aveva posizionato l’autore di M.

14 Dawkins 1976: 201.

15 Gli emendamenti che Sperber propone alla teoria dei memi di Dawkins si trovano in un articolo del 2000 intitolato An Objection to the Memetic Approach to Culture. La critica di Sperber a Searle è stata formulata in una lezione intitolata The deconstruction of social unreality: How to naturalise social facts, integralmente disponibile su questo sito: http://www.lse.ac.uk/publicEvents/events/2011/20111117t1800vOT.aspx (ultimo controllo 14 ottobre 2014).

16 Rohrbaugh 2003: 199.

17 Ivi: 198.

18 Cfr. ivi: 197

19 Prefigurata in Ferraris 2009: 221-249; e poi sviluppata in Ferraris 2011.

20 Searle 1980.

21 Ferraris 2011: 138.

22 In un’ottica neocomportamentista, la critica più appropriata contro l’argomento della stanza cinese è la cosiddetta “obiezione del robot” (cfr. Harnad 1989; Marconi 1997: 180-183; Paternoster 2010: 42-45). L’idea è che l’esperimento mentale di Searle confuta la possibilità di pensiero della macchina finché si intende la stanza come un computer che ha come input e output soltanto lettere e numeri, ma non regge più se si passa a considerare un robot in grado di “percepire” e di “agire”. L’intenzionalità si può infatti spiegare come gestione delle connessioni fra iscrizioni propriamente mentali e iscrizioni di frontiera che corrispondono alle percezioni e alle azioni; se la macchina riesce a gestire queste connessioni, non sembra esserci motivo per negare che essa abbia realizzato l’intenzionalità attraverso mere manipolazioni di iscrizioni.

23 Non sto sostenendo qui che l’esistenza di una traccia necessita dell’esistenza di una mente, ma soltanto che la definizione di traccia richiede un riferimento alla nozione di mente, e dunque se si vuole definire la traccia occorre già aver definito la mente. Risulta dunque problematico il tentativo di definire la mente a partire dalla nozione di traccia.

24 Cfr. Derrida 1990.

25 Ferraris 2009: 360.

26 I termini “intenzionalità originaria” e “intenzionalità derivata” sono stati introdotti da Haugeland (1990).

27 Torrengo 2012: 207, corsivo mio.

28 In quest’ottica, l’intenzionalità collettiva di Searle si rivela un sottocaso della nozione di “attitudes with a common focus” introdotta da Geach (1967).

29 Haugeland 1990: 413.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Enrico Terrone, «Che cosa esiste fuori dal testo?»Rivista di estetica, 57 | 2014, 101-120.

Notizia bibliografica digitale

Enrico Terrone, «Che cosa esiste fuori dal testo?»Rivista di estetica [Online], 57 | 2014, online dal 01 novembre 2014, consultato il 12 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/706; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.706

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Enrico Terrone

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