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recensioni

Federica Viganò, Entusiasmo e visione. Il platonismo estetico del giovane Schelling

Luca Guzzardi
p. 204-205

Testo integrale

1Che l’interesse di Schelling, nella sua tarda filosofia, abbia decisamente virato verso temi mitologici e religiosi è cosa ben nota e variamente affrontata dalla critica. Anche in questo nuovo studio di Federica Viganò la tematica mitologica in Schelling occupa un posto centrale; tuttavia l’attenzione non si concentra qui sugli ultimi anni di attività del filosofo, ma—ed è questo un punto fortemente innovativo — sui suoi primissimi studi nell’ambiente tubinghese. Di qui anche la scelta dell’autrice di lavorare prevalentemente su materiali d’archivio, felicemente incrociati con uno sguardo di ampio respiro sul contesto filosofico-teologico in cui Schelling veniva maturando le proprie posizioni. Il libro costituisce così un’utile guida tanto per comprendere l’evoluzione intellettuale del filosofo quanto per apprezzare la varietà e l’intersecarsi dei dibattiti filosofici tra Sette e Ottocento.

2Viganò comincia col descrivere l’ambiente dello Stift di Tubinga concentrandosi sulla ricezione dei dialoghi platonici (di cui l’edizione schleiermacheriana delle opere di Platone, allora corrente, costituisce sia un esempio sia un veicolo): gli studi platonici risultano tanto la cornice entro cui collocare buona parte del lavoro filosofico e teologico del giovane Schelling, quanto il crocevia di tematiche estetiche rilevanti per l’intero Ottocento. Ma è la questione del mito, tra di esse, ad occupare un posto del tutto particolare.

3Proprio il dibattito teologico della fine del Settecento, avendo accentuato l’approccio esegetico, aveva condotto a una decisa secolarizzazione del testo sacro, in cui veniva sottolineato sempre più marcatamente l’aspetto mitologico della narrazione, con conseguenti tentativi di “demitizzazione” ovvero purificazione del contenuto e del messaggio. Effetto ne fu la trattazione del testo sacro come testo mitologico portatore di una verità celata, dunque lo spostamento del focus ermeneutico dal racconto biblico alle mitologie stesse, la cui verità potrà essere esibita in un discorso razionale, fermo restando che la veste mitica sia il modo di espressione proprio di un pensiero delle origini.

4Si apre qui una tematica che riguarda da vicino Schelling, e che riemergerà nei suoi ultimi scritti: il mito - ed è in tal modo che, come mostra Viganò, Schelling legge il “mito” della caduta nell’uomo nel peccato contenuto nel Genesi (pp. 55-57) — è in generale la presa di distanza dallo stato di natura, le immagini mitiche comunicano tentativi di spiegazione, o, per dirla con Schelling, contengono filosofemi; di conseguenza, il mito è il vero momento sorgivo della ragione, che a partire da lì muoverà i primi passi. Esso non è storia, ma fondatore di storia (pp. 66-67).

5Riflettere sul mito significherà riflettere sulla ragione, sul suo radicamento nella natura e sullo strappo con cui ne è emersa (il mito del resto «appartiene già alla ragione», p. 66). Significherà allora riflettere sulla sua origine (pp. 104-108): al di là del primurn cronologico, si tratterà sempre di un prius per così dire logico, un vero e proprio a priori — e in questo senso, certamente, si opera la svolta dalla ricerca teologico-mitologica a quella puramente filosofica. Ne viene la scoperta del ruolo portante dell’immaginazione, alle origini della ragione in quanto mezzo di elaborazione della veste mitica. Essa costituirà la soglia tra natura e ragione, presa di distanza e insieme loro collegamento: l’attività immaginativa non è ragione tematica — ed è per questo che costruisce miti —, piuttosto essa è «una forma inconscia, primitiva e irriflessa di ragione» (p. 105).

6Proprio in virtù di tale natura inconscia, la narrazione del mito risulta fortemente spersonalizzata, e la poesia che gli dà voce appare come ispirazione. È la tematica dello Ione platonico, su cui il giovane Schelling riflette a più riprese, e che poi si ritroverà, sebbene in forma modificata, negli ultimi suoi scritti (p. 117). E ancora qui si apre la problematica dell’entusiasmo (Begeìsterung è del resto la parola-chiave con cui Schleiermacher traduceva l’enthousiasmos del testo greco). Viene in evidenza così come le tematiche dell’estetica settecentesca e kantiana intarsino l’interesse schellinghiano per Platone: dietro l’entusiasmo si potrà scoprire la problematica del genio (pp. 195-213); dietro l’immaginazione, il rimando alla sfera dell’intuitivo e la genesi dell’intuizione intellettuale (pp. 161-164). In tale quadro (ed è questo un punto di estremo interesse), un altro testo schellin- ghiano giovanile di argomento platonico, il Commentario al Timeo, pubblicato da una decina d’anni e sino ad ora per lo più interpretato come anticipazione della filosofia della natura, risulta invece confermare l’importanza cruciale dell’immagine di Platone offerta da Schelling come strumento di riflessione su Kant e punto di partenza per le proprie scelte filosofiche (pp. 153-168): l’azione demiurgica è interpretata certo come creazione del mondo, ma soprattutto nel senso di genesi poietica del reale dall’ideale, produzione di tipi e categorie (secondo un’attenta lettura della Critica del Giudizio), tra sensibilizzazione entusiastica delle idee estetiche e comprensione filosofica del mondo.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Luca Guzzardi, «Federica Viganò, Entusiasmo e visione. Il platonismo estetico del giovane Schelling»Rivista di estetica, 32 | 2006, 204-205.

Notizia bibliografica digitale

Luca Guzzardi, «Federica Viganò, Entusiasmo e visione. Il platonismo estetico del giovane Schelling»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 17 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/6517; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.6517

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