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recensioni

Salvatore Settis, Futuro del classico

Federica Viganò
p. 201-203
Notizia bibliografica:

Salvatore Settis, Futuro del classico, Torino, Einaudi, 2004, 127 pp.

Note della redazione

Giuliano Urbani, FI [N.d.R.].

Testo integrale

1A chi si rivolge l’agile volumetto di Settis? Lungi dall’essere - solo - un saggio per addetti ai lavori, la questione teorica sviluppata in questo percorso di ricognizione di “vita e fortuna” del classico rivela l’intenzione di catturare l’attenzione di un pubblico ben più vasto e non per forza specialistico. In un periodo di riforma del «Codice dei Beni culturali e del paesaggio», recentemente uscito a firma dell’attuale Ministro dei Beni culturali, è bene interrogarsi sul ruolo che hanno giocato alcuni concetti fondamentali per la “ricostruzione” del passato e delle radici storiche della nostra identità. Così accompagnati per mano nel percorso dei ribaltamenti, delle interpretazioni e dei fraintendimenti del concetto di classico, lo scopriamo essere una categoria quasi astratta, un concetto artificiale, eternamente condannato ad essere riprodotto e dunque destinato paradossalmente a non vivere il suo presente perché da sempre costituisce la categoria di ricostruzione del passato, di un’età lontana e per noi avvicinabile solo in una controluce mitica o archeologica.

2Ma se questo è il suo destino, l’arguzia contenuta nel titolo ci suggerisce che il classico continua a permanere e ad agire come categoria di pensiero nel nostro presente e ancor più nel nostro futuro. Il ricco percorso del saggio ci istruisce sul fatto che da sempre la definizione di classico ha costituito un “compito”: ricostruito e utilizzato in modi e contesti differenti; fatto oggetto di citazioni d’intarsio — segmentazione dell’antico in dettagli decontestualizzati, come la colonna dorica — nelle architetture postmoderne in nome di un “classicismo di ritorno”; distinto in un “classico greco” antagonista di un “classico romano”; identificato con l’ellenocentrismo da Winckelmann nella sua imponente Storia dell’arte dell’antichità (1764); ridotto a repertorio di immagini e figure—; fenomeno che ha generato una topica codificata nella storia delle arti figurative, nello stesso modo in cui la retorica aveva standardizzato formule che garantivano capacità argomentativa; come aggettivo, entra nel lessico comune disgiungendosi dal significato implicito di antico, e si riferisce invece al valore normativo (di un autore o caso letterario); riletto attraverso un paradigma interpretativo biologico- parabolico, di aristotelico conio, in epoca rinascimentale si trasforma in paradigma evolutivo, eletto poi a modello ciclico di interpretazione nella storia e nella storia dell’arte, che «si presta a ripetersi infinite volte, in un continuo susseguirsi di catastrofi culturali a cui succedano altrettante rinascite» (p. 80).

3Quello che viene così chiaramente suggerito dalla storia è la necessità di “tornare agli Antichi” per renderli attuali. Così il destino del classico sembra configurarsi proprio nei termini della sua “eterna” rinascita. Se dietro alla teoria si prova a guardare alla prassi, qui correttamente intesa come prassi politica e istituzionale, si comprende bene come coscienza e conoscenza della storia devono costituire il patrimonio di formazione di chi ha il compito di proteggere, tutelare nonché valorizzare quelle rovine dell’antichità, remota e meno remota, che non hanno mai smesso di significare e di fungere da elemento di stimolo per un confronto costruttivo con la nostra identità passata, presente e futura. Si capisce bene che le rovine, lungi dall’essere solo un tema romantico che suggerisce il senso della fine, o la sintesi suggerita da Simmel (1919) fra natura e cultura (p. 89), giocano un ruolo ben più importante. Se portiamo alle estreme conseguenze il senso di questo saggio, si capisce che le diverse incarnazioni del classico — le rovine, i monumenti, le vestigia del passato più o meno antico — sono fondamentali per la costituzione di una coscienza storica e di una identità politica, nell’antico senso della polis.

4Il classico diviene dunque una categoria di interesse per un pubblico molto ampio: concetto non statico e non sclerotizzato, esso potrebbe avere una vera e propria funzione critica nel contesto “globale11 dei nostri tempi costringendoci a misurare la nostra identità con quella degli altri e a ridefinire l’occidentale contrapposizione greci-barbari; concetto in uso non solo presso gli studiosi dell’antico, i cultori delle letterature e delle “sopravvivenze” del passato che ci destano dalla tendenza a obliare (tema caro ad Aby Warburg), esso si rivolge anche alla società civile e alle istituzioni che hanno il compito di preservarlo, garantendone la sua funzione più spiccata: in uno stato di eterna rigenerazione e «forma ritmica - come voleva il detto attribuito a Beda “Finché starà il Colosseo, starà Roma; e finché starà Roma, starà il mondo”» (p. 85) - attraverso le mutile rovine, simbolo di tutto quanto ricade nei “Beni culturali e del Paesaggio”, il classico continuerà a rendere attuale il passato per gli interpreti del futuro.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Federica Viganò, «Salvatore Settis, Futuro del classico»Rivista di estetica, 32 | 2006, 201-203.

Notizia bibliografica digitale

Federica Viganò, «Salvatore Settis, Futuro del classico»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 17 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/6494; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.6494

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