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recensioni

J.-P. Sartre, Tintoretto o il sequestrato di Venezia

Silvia Santirosi
p. 200-201
Notizia bibliografica:

J.-P. Sartre, Tintoretto o il sequestrato di Venezia, trad. it. a cura di F. Scanzio, Milano, Marinotti, 2005, pp. 322

Testo integrale

1Questo libro presenta quattro saggi scritti da Sartre nell’arco di un decennio, dal 1951 agli anni Sessanta, per la prima volta riuniti sotto lo stesso titolo. Sono frammenti sparsi cui manca l’organicità strutturata dell’opera compiuta, ma che costituiscono un insieme coerente raccontando, al tempo stesso, di un uomo e della sua ossessione, di una città e del suo volto che è lo stesso del figlio che teme e di una pittura brutta, senza Dio. Sono prese in esame alcune opere del Tintoretto, selezionate all’interno di una vasta produzione e analizzate coi ferri del mestiere: malafede, angoscia, immaginazione, essere, nulla, Altro, materia. Sartre sta forse parlando di sé attraverso il pittore rialtino? Un sospetto e un’obiezione possibile che emergono dalla lettura di questo tetraedro caleidoscopico in cui è possibile indicare un macrotema specifico per ogni sezione. Nel primo scritto, Il sequestrato di Venezia, l’analisi sartriana, caratterizzata da un approccio socio-storicistico, si concentra sul rapporto del pittore con la sua città, città che erge una cospirazione del silenzio ai danni del bambino segnato dal rifiuto eccellente, quello di Tiziano; città che non accetta Jacopo Robusti, perché intimamente scossa dallo scandalo della pesantezza che il pittore si ostina a mostrare. E la presenza della Bruttezza a infastidire, bruttezza che «non è la semplice apparenza sensibile del disordine» (p. 121), ma profezia. Il regno della Bellezza rassicurante è finito e il processo di corrosione del sacro ad opera del profano è in azione; emergono allora le contraddizioni, le trasformazioni di un’epoca che i suoi protagonisti si rifiutano di riconoscere. Negli scritti successivi l’occhio del filosofo guarda altrove, si disinteressa del contesto per occuparsi delle opere. Nel secondo brano, Un vecchio ingannato, è lo Sguardo ad essere esaminato, lo sguardo che il pittore ha lasciato ai posteri nel suo autoritratto, lo sguardo che noi, gli Altri, rivolgiamo a quell’uomo stupito e alla domanda che lo tormenta, «che cosa ho fatto alla pittura?». L’uomo, cosciente di aver commesso un crimine di cui non sa darsi ragione, processa se stesso, Venezia processa il suo pittore e Sartre sfrutta questo tema, il processo, per presentare Tiziano come l’alter ego del Tintoretto. Tanto quest’ultimo, il maestro locale, è interprete inconsapevole della fine di un mondo, quanto l’altro, l’impiegato di corte, «eccelle nel dipingere l’ordine morale; trucca la prospettiva e falsa i pesi» (p. 134). Il peso del mondo, oscura ossessione, è invece ciò che il Tintoretto vuole raffigurare e, da pittore, non può che farlo vedere. Nel terzo scritto, San Marco e il suo doppio, Sartre mostra come il Tintoretto si serva della spazialità, l’altra faccia della pesantezza, nel suo tentativo di ricreare «la realtà materiale dei rapporti fisici tra gli uomini e le cose» (p. 144), andando al di là dello sguardo, recuperando il corpo e le sue sensazioni, servendosi dell’infrastruttura materiale dell’immagine. Tuttavia, e qui nasce il partito preso, la terza dimensione non può essere vista perché non è che un fantasma. I fiorentini, novelli Adamiti, hanno creduto di risolvere il problema con la prospettiva monoculare, soluzione che il Tintoretto rifiuta, affrontando invece la profondità con l’immaginazione. Sfruttando le componenti fittizie delle percezioni, il pittore ci conduce ad “immaginare l’immaginario” che mostra «l’assenza fino in fondo, non l’assenza di una proprietà, ma l’assenza fondamentale [di] ciò che non è dato, ciò che abbiamo perso dalla nascita» (p. 248). La presenza delle cose, però, deve essere rimpiazzata. Come? Con il loro avvenire. Ed ecco il tempo, protagonista dell’ultimo dei saggi, San Giorgio e il drago. L’occhio è ingannato, vede anche ciò che non può vedere, un ricordo o il segno di una durata: il pittore dipinge dei percorsi, mette in scena delle successioni nella simultaneità che annunciano il futuro di un personaggio, ricorrendo ad atteggiamenti e posture, talvolta esagerati, che fanno di angeli e santi dei tuffatori, dell’uomo un Golem con problemi di locomozione. Facciamo il punto. All’inizio la massa, poi l’analisi della pesantezza e, dietro questa, la ricerca delle linee del tempo oggettivo nell’unità dello spazio. È questo il percorso del Tintoretto? Basta interrogare questo libro caleidoscopico. Con gli occhi di Sartre, s’intende.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Silvia Santirosi, «J.-P. Sartre, Tintoretto o il sequestrato di Venezia»Rivista di estetica, 32 | 2006, 200-201.

Notizia bibliografica digitale

Silvia Santirosi, «J.-P. Sartre, Tintoretto o il sequestrato di Venezia»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/6481; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.6481

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