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recensioni

Richard Bösel, Maria Giuseppina Di Monte, Michele Di Monte, Sybille Ebert-Schifferer (a cura di), L’arte e i linguaggi della percezione. L’eredità di Sir Ernst H. Gombrich

Francesco Sorce
p. 198-199
Notizia bibliografica:

Richard Bösel, Maria Giuseppina Di Monte, Michele Di Monte, Sybille Ebert-Schifferer (a cura di), L’arte e i linguaggi della percezione. L’eredità di Sir Ernst H. Gombrich, Milano, Electa, 2004, pp.145.

Testo integrale

1Esito di un convegno tenutosi a Roma nel 2003, i saggi raccolti in L’arte e i linguaggi della percezione offrono una variegata panoramica delle posizioni maturate nel dibattito intorno al programma epistemico di Ernst H. Gombrich, prendendo in esame non soltanto gli aspetti più squisitamente filologici della sua biografia intellettuale — la formazione, i rapporti con la scuola di Vienna, la complicata relazione con Warburg e la scuola iconologica — ma anche i fondamenti filosofici del suo pensiero, attentamente discussi secondo prospettive differenti.

2La tendenza a valutare i principi dell’agenda gombrichiana nella cornice di una generale riflessione sullo statuto della storia dell’arte, affiorante in buona parte degli interventi, consente anzitutto di delineare i contorni della dialettica tra gli approcci che informano l’attuale orizzonte epistemologico della disciplina, mettendone a fuoco i nodi più impellenti e gli spazi di interrelazione con gli interessi dell’estetica contemporanea. Emerge, in questo quadro, un puntuale inventario dei riflessi del lucido razionalismo di Gombrich sui protocolli operativi storico-artistici (L. Bortolotti), mentre l’analisi della sua ricerca costante di raffinamento dei modelli esplicativi, sotto il profilo procedurale, argomentativo e persino lessicale, permette di disegnare uno spaccato dei nessi possibili tra scienze naturali e scienze sociali, pervicacemente esplorati, lungo tutto l’arco della carriera, dal principale erede degli assetti metodo- logici della Scuola di Vienna.

3La ricchezza e l’originalità del volume si individuano, ad ogni modo, in particolare nei contributi impegnati in una revisione critica delle aspirazioni e dei limiti dell’impalcatura conoscitiva gombrichiana, capace, com’è noto, di confrontarsi tanto con problematiche interne all’ambito propriamente storico-artistico, quanto con sfide epistemologiche esterne al suo dominio.

4Entro questa cornice - attraverso il confronto tra gli strumenti di indagine elaborati da Gombrich e le istanze della prassi istituzionale, da un lato, e quelle alternative prodotte dalla recente ricerca sull’ontologia dell’immagine e sullo statuto della rappresentazione - vengono posti in questione alcuni elementi irrisolti della sua produzione teorica, come la nozione di schema, la concezione della natura del regime iconico e dei suoi rapporti con l’ordine verbale, nonché l’impianto della teoria dell’arte su cui si fonda il suo (parziale) andmodernismo.

5In base al rilevamento di alcune delle classiche ‘difficoltà’ del costruttivismo percettivo che innerva soprattutto gli studi confluiti in Arte e illusione, sono focalizzate, in primo luogo, le incongruenze della latente ambiguità che connota il concetto di schema — filtro indispensabile per la percezione della realtà, che non si dà mai al di fuori di esso, ma ritenuto al tempo stesso correggibile attraverso il confronto con il mondo esterno — rispetto alla professione di realismo più volte esibita dallo storico viennese (M. Di Monte). A margine di tali argomenti, trovano facilmente spazio, peraltro, le questioni legate al tema della somiglianza e al dibattito, attualissimo, sulla plasticità della percezione e sulla ‘storicità dell’occhio’, attraversate secondo punti di vista non dissimili da quelli espressi recentemente da Arthur Danto e Noel Carroll.

6Di notevole suggestione risultano inoltre le osservazioni sul fondamento logocentrico che pare vincolare, in modo significativo sotto il profilo euristico, l’ermeneutica della pittura nella declinazione iconologica proposta da Gombrich, sostanziandone altresì la persuasione che l’immagine sia comprensibile esclusivamente nel contesto di un sapere proposizionale, a discapito della sua componente puramente sensibile (T. Griffero). All’interno dello stesso itinerario analitico viene anche messo a fuoco (G. Boehm) come l’urgenza di ancorare le immagini all’ordine discorsivo, avvertita da Gombrich in rapporto alla necessità di fondare un sistema di conoscenza pienamente razionale, abbia finito col generare il suo ben noto sentimento di estraneità nei confronti dell’arte moderna che, carente di determinabilità referenziale, viene assimilata ad una vera e propria perdita di senso.

7Il libro dunque, al di là delle naturali differenze tra i singoli interventi, combinando la scansione dettagliata dei pilastri della speculazione gombrichiana e lo studio minuzioso dei problemi di fondo che ne hanno alimentato il progetto, raccoglie l’eredità dell’intellettuale viennese principalmente nel tentativo di rivendicare alla storia dell’arte, in pieno clima di iconic turn, una collocazione centrale tra le scienze umane, sottraendola a quella marginalità teoretica che ne ha caratterizzato il corso per un tempo troppo lungo.

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Notizia bibliografica

Francesco Sorce, «Richard Bösel, Maria Giuseppina Di Monte, Michele Di Monte, Sybille Ebert-Schifferer (a cura di), L’arte e i linguaggi della percezione. L’eredità di Sir Ernst H. Gombrich»Rivista di estetica, 32 | 2006, 198-199.

Notizia bibliografica digitale

Francesco Sorce, «Richard Bösel, Maria Giuseppina Di Monte, Michele Di Monte, Sybille Ebert-Schifferer (a cura di), L’arte e i linguaggi della percezione. L’eredità di Sir Ernst H. Gombrich»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 15 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/6449; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.6449

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