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Abstract

Negli ultimi anni, un dibattito sempre più intenso si è sviluppato attorno alla nozione di intenzionalità collettiva o intenzionalità del noi. In questo dibattito, che coinvolge non soltanto la filosofia, ma anche molte discipline empiriche, emergono domande quali la possibilità di condividere attitudini cognitive (credenze, atti di accettazione…) o di natura conativa (intenzioni, desideri…) da parte di una pluralità di individui. Eppure, solo di recente l'interesse si è rivolto verso la condivisione di emozioni, tema peraltro già caro a buona parte della tradizione fenomenologica.
Posto però che una molteplicità di individui sia in grado di condividere emozioni, qual è il significato da assegnare al termine di “condivisione”? Deve intendersi letteralmente nel senso che, quando una molteplicità di individui condivide una emozione, tutti i soggetti coinvolti provano una (numericamente, una) emozione? O si tratta di una molteplicità di emozioni di cui i vari soggetti sono mutualmente a conoscenza? O ancora, si tratta forse di una molteplicità di emozioni che stanno in una relazione di interdipendenza fra di loro?
In questo articolo si descrivono brevemente alcuni degli approcci sviluppati in materia nella letteratura. Pur mantenendo una posizione neutrale su quale approccio sia il più promettente, si sottolinea che la possibilità di condividere emozioni è di importanza fondamentale per il nostro vivere sociale in quanto potrebbe stare alla base di forme più complesse di intenzionalità collettiva.

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Termini di indicizzazione

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Testo integrale

1. Condividere

1“Condividere” è un verbo di uso comune nella lingua italiana e il suo significato è, di regola, sufficientemente chiaro in gran parte dei contesti linguistici in cui è impiegato: si può condividere un bene come un oggetto concreto (per esempio, un giocattolo può essere di entrambi i bambini e in tal senso è un loro giocattolo) o un oggetto astratto come un diritto (per esempio, due persone possono condividere il diritto di servitù di una strada privata, è un loro diritto) o anche entità di tipo forse più particolare (per esempio, possiamo condividere un debito). Non sembra ci sia nulla di strano nell’uso di questo verbo al fine di esprimere l’idea che un’entità appartiene (in senso lato) a più persone.

2Eppure, come stanno le cose quando questo predicato è applicato a esperienze o attitudini intenzionali? È possibile, letteralmente, condividere uno stato mentale – un’intenzione, un’emozione o anche una credenza? Negli ultimi anni si può osservare una crescente attenzione rivolta alla cosiddetta “intenzionalità collettiva” (Schweikard, Schmid 2013) – vale a dire a fenomeni in cui, apparentemente, attitudini mentali sono condivise da una pluralità d’individui. Non sorprenderà che uno dei punti discussi più animatamente concerne il senso con cui il verbo “condividere” è impiegato quando applicato a stati mentali e, in particolare, se esso rispecchia il significato che ha nei contesti linguistici illustrati sopra.

3Probabilmente, uno dei motivi per cui l’interesse su questi fenomeni sta vieppiù crescendo è che la loro descrizione e analisi sembra essere in grado di gettare nuova luce su concetti su cui vertono già lunghe e consolidate tradizioni di studi. Si pensi, per menzionare solo una di tali nozioni, alla responsabilità. Da un lato, si vuole ancorare la responsabilità ad azioni – e qui, generalmente, si penserà subito ad azioni compiute da individui; dall’altro sembra non solo utile, ma anche corretto, poter assegnare responsabilità a gruppi e istituzioni oltre che a individui singoli, per esempio, nel caso del disastro petrolifero nel Golfo del Messico di qualche anno fa. In situazioni di questo genere, sembra, è un’intera società petrolifera, e non solo persone singole, a essere responsabile per l’accidente. Eppure, se queste considerazioni sono valide, allora si dovrà anche accettare l’esistenza di azioni intenzionali congiunte, ovvero, azioni condotte sulla base di – e monitorate da – intenzioni collettive o condivise da più individui e a cui ancorare la responsabilità del gruppo che le ha eseguite. E questo conduce direttamente al cuore del dibattito odierno: cosa significa “condividere” un’intenzione o, anche, cos’è un’intenzione collettiva?

4Sembra quindi che concetti originariamente associati a una visione del mondo di natura più o meno cartesiana (dove buona parte di – se non tutta – l’autorità e centralità agentiva ed esperenziale è assegnata a un soggetto individuale) non solo possano essere reinterpretati e rivisti alla luce di fenomeni collettivi, ma in aggiunta esercitino una certa pressione proprio su quelle assunzioni di natura cartesiana a partire da cui essi inizialmente sono stati elaborati. Certo, questo non implica ancora che tale pressione sia sufficientemente forte da inficiare validità e importanza di quei concetti, ma pone l’accento sulla necessità di una loro almeno parziale revisione.

5Tra i tipi di attitudini che hanno ricevuto maggiore attenzione nel dibattito contemporaneo si trovano intenzioni condivise e, in una certa misura, credenze – in parte alla luce della loro rilevanza per la nozione di azione collettiva, ma forse anche per la relativa facilità con cui queste attitudini possono essere modellate da un approccio funzionalista. Ed è solo negli ultimi anni che si è iniziato a parlare di stati mentali condivisi che prima facie sembrano essere più recalcitranti a sottoporsi a un’analisi funzionalista a causa della loro (apparentemente intrinseca) dimensione fenomenologica ed esperenziale – si fa qui riferimento alle emozioni condivise.

2. Maurizio, Pietro e Leonardo provano gioia

6Eppure, si possono condividere emozioni? Si immagini un mondo possibile, vicino al nostro, in cui Maurizio Ferraris e alcuni suoi collaboratori (per esempio, i curatori di questo volume, Pietro Kobau e Leonardo Caffo) hanno insieme preparato un progetto di ricerca sul concetto di “documentalità”. Non tutti i progetti sono approvati, ma questo passa il giudizio dei revisori. Il giorno in cui i risultati sono comunicati, capita che i tre si trovino nello stesso ufficio (questa circostanza, tuttavia, non è poi così fondamentale). Quando la e-mail dell’agenzia di ricerca è recapitata, questa è letta da tutti e tre i presenti, insieme, e tutti hanno una risposta emotiva all’evento: è plausibile caratterizzare questa emozione come una emozione di gioia – gioia che Maurizio, Pietro e Leonardo, loro, insieme, condividono (o meglio, dal loro punto di vista: “gioia che noi condividiamo”). Sembra che questa idea di condivisione (o anche del “noi”) colga un autentico elemento dello scenario appena descritto e che, se esso non fosse contemplato nella descrizione di questa emozione, qualcosa andrebbe perso. In fin dei conti, si tratta di un progetto comune (“nostro”) a essere stato approvato – un progetto che non sarebbe mai esistito se non come risultato delle tre forze congiunte. Il che può giustificare l’idea che, in questo scenario, esista un comune interesse (nell’accezione di concern, cfr. Salmela 2012) su cui si basa un’emozione di gioia che i soggetti che presentano il progetto provano in quanto “loro” o, appunto, “nostra” – in un’accezione collettiva che è analoga alla qualifica di “nostro” assegnata al progetto e al corrispondente interesse.

  • 1 Cfr. su questo punto, List, Pettit 2011 e, in particolare per la teoria delle emozioni condivise, H (...)

7In effetti, si potrebbe dire (ed è stato detto) che, propriamente, la gioia sia un’emozione che Maurizio, Pietro e Leonardo provano nella loro veste di essere membri di un noi (Schmid 2009; Gilbert 2014). E che, se non ci fosse un tale noi, non ci sarebbe nemmeno la gioia collettiva. Sostenere un’idea di questo genere significa allargare il dominio dei soggetti possibili di attitudini, e cioè, affermare che non soltanto individui, ma anche gruppi possono avere attitudini, per esempio, possono provare emozioni. Questo, certo, non equivale all’idea che non ci sia differenza alcuna tra soggetti individuali e cosiddetti “soggetti plurali” giacché le modalità con cui esperienze sono vissute da soggetti plurali possono essere diverse da quelle con cui sono vissute da soggetti individuali. Più specificatamente, le opinioni qui divergono relativamente alle differenti concezioni circa la nozione di “stato mentale” e, in particolare, di “emozione” (mentre Gilbert abbraccia una forma di cognitivismo rispetto alle emozioni, l’approccio di Schmid è informato fenomenologicamente). Eppure, in linea di massima, sembra esserci consenso sull’idea che, anche qualora emozioni collettive fossero emozioni di un noi, tali attitudini non sono tali per cui il soggetto plurale che le ha sia “conscio” delle stesse. In altre parole, coloro che supportano la tesi che gruppi possono avere stati mentali tendono comunque a rifiutare l’idea che il gruppo sia conscio di tali stati1.

8Si obietterà: un attimo, si è d’accordo che Maurizio prova gioia e che Pietro e Leonardo provano gioia, ma dal fatto che questi soggetti usino una formula linguistica che faccia riferimento alla prima persona plurale (“noi”), non segue affatto che esista un “noi” – vale a dire: un collettivo, un gruppo o anche un soggetto plurale, distinto dai tre individui e che esemplifichi uno stato mentale del tipo “gioia”. In breve, uno più uno più uno fa tre e non quattro.

  • 2 Per un approccio sommativo all’intenzionalità collettiva, senza specifico riferimento alle emozioni (...)

9In generale, obiezioni di questo genere sono avvalorate da almeno due linee di argomenti. La prima è di negare che nello scenario appena descritto ci sia qualcosa di radicalmente differente rispetto all’aggregazione di tanti sentire individuali di altrettante emozioni individuali2. Questo è tutto ciò che occorre, secondo tale punto di vista, per rendere conto di ciò che Maurizio, Leonardo e Pietro provano – forse con l’unica aggiunta rilevante che questi fatti mentali sono, per coloro che li hanno, “lì fuori”, visibili e pubblici, nel senso che i detrattori della lettura collettivista sono soliti supplementare i singoli stati mentali con una situazione di conoscenza comune – dove con “conoscenza comune” s’intende, approssimativamente, una spirale infinita di credenze di ordine superiore di questo tipo:

Pietro sa che Maurizio prova gioia
Maurizio sa che Pietro prova gioia
Pietro sa che Maurizio sa che Pietro prova gioia
Maurizio sa che Pietro sa che Maurizio prova gioia
Pietro sa che Maurizio sa che Pietro sa che Maurizio prova gioia
Maurizio sa che Pietro sa che Maurizio sa che Pietro prova gioia

10Accettare una posizione riduttivista di tal genere non significa soltanto interpretare come sostanzialmente falsa (o metaforica) ogni proposizione che faccia riferimento a un noi o a gruppi (e ciò nonostante la frequenza con cui usiamo proposizioni di questo tipo: “l’Europa e gli Stati Uniti seguono con preoccupazione lo sviluppo della politica estera della Federazione Russa”, “l’Italia ha vinto il Mondiale di calcio” o anche, ben più semplicemente, “noi (Maurizio, Pietro e Leonardo) abbiamo deciso di scrivere un progetto di ricerca”, cfr. Tollefsen 2002). Essa significa anche negare ogni credenziale ad attitudini collettive e, in ultima analisi, negare che esista qualcosa a cui assegnare la specifica qualifica di “collettivo”.

11Una posizione più moderata vis à vis emozioni collettive consiste nel rifiutare che queste vadano attribuite a un soggetto plurale, senza tuttavia abbracciare la conclusione esposta nella sezione precedente, ovvero, senza privare le attitudini collettive di un loro genuino status ontologico. Una prima possibilità per corroborare questo approccio è di ricorrere alla proposta, già avanzata nello studio delle intenzioni collettive da Tuomela (2007) e da Searle (1990, almeno secondo un’interpretazione (Salice 2014), secondo la quale intenzioni collettive sono avute dalle varie parti coinvolte (e quindi da individui) in un “modo” particolare (che Tuomela caratterizza come “modo del noi [we-mode]”).

12Un’altra proposta che sembra potersi sommariamente associare a quella precedente è stata di recente avanzata da Zahavi (2015). Sulla base di questa proposta, e per tornare all’esempio iniziale, la gioia è condivisa se i soggetti coinvolti, nel provare emozioni individuali, sono a loro volta empaticamente coscienti delle emozioni altrui con la conseguenza che tali emozioni si co-regolano a vicenda. Queste condizioni vanno però pensate come solo sufficienti (e non necessarie) e richiedono, affinché le emozioni corrispondenti si declinino collettivamente, l’aggiunta di (almeno) un ingrediente ulteriore – una forma di “identificazione” fra i soggetti in questione, ovvero, un senso di appartenenza che colora fenomenologicamente i distinti, ma strettamente correlati affetti di gioia.

  • 3 Difficile dire “quanta” parte della realtà sociale dipenda dall’intenzionalità collettiva – Maurizi (...)

13A prescindere dalle differenze di queste diverse teorie (a cui peraltro questo breve lavoro non rende pienamente giustizia), tutte – con l’eccezione forse di quella più robustamente riduttivista – convergono sull’idea che ci sia una dimensione sociale del soggetto la cui profondità resta ancora da esplorare pienamente. Sia che si accetti (o che si rifiuti) l’idea di soggetti plurali o di stati mentali intrinsicamente collettivi o, anche, di stati mentali in relazioni di saliente interdipendenza – questi differenti approcci sottolineano un senso di collettività che non solo accompagna sovente le nostre azioni ed emozioni, ma in cui è ancorata buona parte della realtà sociale3. E questo senso di collettività, se forse può essere messo in discussione per grandi organizzazioni come le società petrolifere, sembra essere più difficilmente contestabile per piccoli gruppi – come quelli che scrivono progetti di ricerca e gioiscono della loro approvazione.

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Bibliografia

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Note

1 Cfr. su questo punto, List, Pettit 2011 e, in particolare per la teoria delle emozioni condivise, Huebner 2011 – lo stesso Schmid articola una visione complessa riguardo alle forme di coscienza che possono essere attribuite a gruppi, cfr. Schmid 2014.

2 Per un approccio sommativo all’intenzionalità collettiva, senza specifico riferimento alle emozioni, cfr. Quinton 1975.

3 Difficile dire “quanta” parte della realtà sociale dipenda dall’intenzionalità collettiva – Maurizio Ferraris ha obbiettato che non vi sia qui alcuna relazione di dipendenza, dal momento che, a suo parere, non esiste uno dei due relata: per lui, infatti, il concetto di intenzionalità collettiva è vuoto e l’explanans di oggetti e fatti sociali va cercato nella nozione di documentalità (Ferraris 2009). È probabile che quest’obiezione si basi sulla legittima preoccupazione che l’intenzionalità collettiva possa servire da anticamera concettuale per (re-)introdurre l’idea di mente collettiva o group mind nel dibattito scientifico. Tuttavia, in altre pubblicazioni Ferraris sembra anche considerare la possibilità di assegnare a tale nozione una funzione euristica per l’ontologia sociale: l’intenzionalità collettiva è infatti menzionata come uno dei potenziali elementi in grado di trasformare una mera iscrizione in un documento (Ferraris 2007: 285 n. 80). Certo, va detto che Ferraris qui sospende il giudizio e allinea l’intenzionalità collettiva alla “storia”, alla “tradizione” e allo “spirito santo” come altri candidati possibili, il che va forse letto nel senso che, a suo modo di vedere, nessuno di essi sia poi da prendere in seria considerazione. Eppure, sembra non si possa escludere almeno un’altra chiave di lettura: quanto meno credibili sono questi ultimi candidati, tanto più plausibile sarà l’ipotesi che la capacità (forse specificamente umana, cfr. Tomasello 2014) di condividere esperienze sia rilevante per la costituzione del mondo sociale.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alessandro Salice, «Condividere un’emozione»Rivista di estetica, 60 | 2015, 104-120.

Notizia bibliografica digitale

Alessandro Salice, «Condividere un’emozione»Rivista di estetica [Online], 60 | 2015, online dal 01 décembre 2015, consultato il 19 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/595; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.595

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Alessandro Salice

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