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Dalla documentalità alla ludicità. Un trialogo

Ivan Mosca
p. 99-106

Abstract

Cosa accade se filosofi del presente e del passato, personaggi di finzione e romanzieri di fantascienza si mettono a dialogare su alcuni dei temi fondamentali del mondo sociale? La discussione sulla natura della realtà documentale origina un caleidoscopico divertissement incentrato sulla disamina della supposta irrealtà degli oggetti videoludici.

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Testo integrale

Isaac: Ehilà! C’è qualcuno? Nessuno? Nemmeno il valore di una variabile?

__Willard entra in chat.

Willard: Ci sono io. Ma a dirla tutta, ci sono sempre tutti.

Isaac: Oh, meno male che non sono solo con il mio pensiero.

Willard: Esatto. Nessun demone maligno potrà mettere in dubbio questa tautologia.

__Maurizio entra in chat.

Isaac: Ehilà Maurizio, benvenuto in chat, è da un po’ che non ti si vede!

Willard: Ma anche ora… non è che lo stai vedendo.

Isaac: Dove sei di bello?

Maurizio: Gran bella domanda. Come vedi, Willard, le ontologie si ampliano a seconda dei contesti tecnici.

Willard: Isaac, Maurizio è qui ma non è qui.

Isaac: Sei ubiquo?

Maurizio: In realtà dipende a cosa ti riferisci. Il mio corpo si trova qui, a Torino, nel mio ufficio. La mia identità sociale invece è una traccia scritta che in effetti può essere onnipresente. La scrittura moltiplica gli enti, con buona pace di Guglielmo il Grafomane.

Willard: Tuttavia c’è un Maurizio più reale di un altro.

Maurizio: Non direi. Quando dici “Maurizio” ti riferisci a una pluralità di enti, tutti reali e legati tra loro attraverso precise catene causali. Per esempio, la mia firma è un diretto effetto del movimento della mia mano, e a sua volta è causa diretta del mio impegno a pagare il mutuo che ho firmato.

Willard: Preso! La rete delle somiglianze di famiglia ha catturato la tua identità. A questo punto come riesci a isolare la catena causale che lega il tuo impegno a pagare, la tua firma e la tua mano dalla catena causale che collega questi stessi enti alla penna usata per firmare, alla moglie che ha insistito per comprare la casa e al carcere che spetta a chi non paga i suoi debiti?

Maurizio: La distinzione tra un certo insieme di enti e un altro insieme di enti non è solo determinata da una serie di regole costitutive, imposte dalla comunità di appartenenza. Non tutto dipende dall’interpretazione soggettiva, sia essa di un individuo o di un gruppo. Ci sono delle reti di relazione oggettive.

Isaac: Vero. Per capirlo, basta svegliarsi di notte.

Maurizio: Se di notte sei sveglio puoi constatare che le vacche non sono davvero tutte nere. Ma che c’entra?

Isaac: Lo dici tu stesso: se di notte vieni svegliato da una vibrazione sul tuo comodino, ti alzi di scatto, rispondendo a una chiamata dell’Apparato, cerchi il telefono per leggere la e-mail con cui l’Assoluto ti impone un dovere, e nel mentre batti il mignolo del piede nudo contro lo spigolo del letto.

Maurizio: Eh, purtroppo mi accade fin troppo spesso. La realtà ti resiste anche se non ne hai coscienza, anche se non te la rappresenti in qualche modo.

Isaac: Eppure, qualcosa non mi torna. Quale struttura oggettiva coagula i fenomeni che rispondono al tuo piede, al tuo indirizzo di posta e alla tua mente assonnata attorno a un unico ente?

Maurizio: So che stai per suggerire che ciò che accorpa tutti questi fenomeni in un unico ente sia qualcosa come un “io penso”, l’appercezione trascendentale interna alla mia soggettività. Tuttavia, Isaac, il grande teorico dell’io penso, il tuo amico Immanuel, lo ha ideato al fine di accettare le tue spiegazioni scientifiche antidogmatiche, senza tuttavia cedere allo scetticismo.

Isaac: Sei sicuro? Di che parli?

Maurizio: Le tue teorie fisiche sono state inglobate nelle categorie a priori dell’intelletto, che in questo modo costruisce un mondo ingenuamente fisico all’interno della soggettività stessa. Il contatto con l’esterno risulta però non-genuino, sempre mediato, ego-centrato. Mi pare ovvio che la critica della ragion pura abbia senso solo se riferita all’ambito della realtà sociale.

Isaac: Non capisco bene a cosa fai riferimento. Le mie spiegazioni scientifiche non sono state inglobate in alcuna teoria pseudoepistemica. Sono stato io stesso a inserirle nei miei romanzi.

Willard: Nei tuoi romanzi? Non pensavo che ti riferissi alle tue speculazioni teologiche come a delle narrazioni di finzione.

Isaac: Beh, definirle teologiche mi pare un’esagerazione. Mi sono limitato a individuare le leggi di sicurezza, di servizio e di prudenza nella progettazione delle macchine automatiche.

Willard: Gottfried Wilhelm ti ha influenzato così tanto? Ma non eravate nemici accademici?

Isaac: Gottfried chi? La maggiore critica alle mie leggi viene invece da Arthur Charles, il quale ha chiarito che le trame dei miei stessi romanzi mostrano come sia impossibile limitare il comportamento di oggetti costituiti da una serie di affordance tramite delle semplici prescrizioni.

Willard: Credo di aver parlato sinora con un perfetto sconosciuto, pensando invece di conoscerlo bene.

Isaac: Suvvia, non ti angosciare, Willard: se normalmente si conosce lo sconosciuto attraverso il conosciuto, in questo caso forse hai potuto conoscere meglio il conosciuto attraverso lo sconosciuto.

__Sherlock entra in chat.

Sherlock: Ciao a tutti. È la mia prima volta in chat e vorrei presentarmi: mi chiamo Sherlock, per gli amici Shy, e sono un investigatore privato.

Isaac: Ciao.

Maurizio: Ciao.

Willard: Se c’è lui, io non ci sono.

__Willard esce dalla chat.

Sherlock: Che gli prende a quello?

Maurizio: Lascialo perdere. Dal suo punto di vista tu sei solo una circolarità analitica, un gavagai qualsiasi.

Isaac: Ma Willard non sosteneva che la differenza tra gli dèi e gli atomi sta solo nel grado e non nel genere?

Maurizio: Certo, ma qui non si tratta di intermediari tra il mondo interno e quello esterno, qui si tratta di un investigatore che dal punto di vista di Willard può solo sembrare reale.

Sherlock: Come dice il poeta, «i vecchi subiscon le ingiurie degli anni, non sanno distinguere il vero dai sogni, i vecchi non sanno nel loro pensiero, distinguer nei sogni il falso dal vero».

Isaac: Pertanto dal punto di vista di Willard, ogni asserzione su Sherlock risulterebbe indecidibile?

Sherlock: Ma quale indecidibile e indecidibile? Io sono qui, a differenza di Willard, che non c’è più. Chiedi e risponderò.

Isaac: Con calma. Prima di decidere se ci sei o non ci sei (ci mancava solo questo, dopo aver deciso dove siamo o non siamo), rispondi a questa domanda: te le hanno insegnate le mie tre leggi?

Maurizio: Leggi o non leggi, Sherlock c’è. Lo constatiamo dal fatto che può ricoprire il ruolo di fidanzata automatica.

Sherlock: Fidanzata?

Isaac: Per l’appunto. Solo grazie alle mie leggi una fidanzata può automaticamente rispondere ai nostri desideri.

Sherlock: Non rispondo ai desideri di nessuno, io. E nemmeno rispondo delle mie stesse azioni. Se un giorno dovessi decidere di non pagare i miei debiti, nessuno potrebbe mettermi in carcere.

Maurizio: Nessuno-nessuno?

Sherlock: Va bene, forse qualcuno sì. Conan, potrebbe.

Isaac: E vorrei vedere! Con quei muscoli non si può non avere una forza bruta notevole!

Maurizio: Forse stava parlando di un altro Conan. Un Conan dotato in effetti di una forza realmente bruta e non solo di una forza istituzionalmente bruta.

Sherlock: La penna ferisce più della spada.

Maurizio: La penna mi permette di unire mondo interno e mondo esterno in un documento, la proiezione oggettiva della memoria soggettiva di un atto sociale.

Sherlock: Con la penna si firmano i propri debiti.

Isaac: Già. Ma se non si sono firmati, allora non ci sono?

Sherlock: C’è chi dice che i debiti siano indipendenti da oggetti fisici, pure interpretazioni.

Maurizio: Eppure i debiti non solo vertono su oggetti fisici o su comportamenti reali, ma dipendono anche da singole tracce fisiche.

Isaac: Questo non impedisce che vi siano i soprusi, per cui può accadere che a un individuo o perfino a un popolo vengano conteggiati debiti mai sottoscritti, una misura che alcune banche pensano di poter attuare validamente sulla base di una pura opportunità economica.

Sherlock: Ma si sa, una banca non è mica un uomo. È il padrone di qualsiasi cosa, non un uomo. Non è altro che un mostro… La banca non è un essere umano.

Isaac: Va bene, ma è una società di esseri umani. Qualcuno dovrà pur risponderne!

Maurizio: Niente affatto. Questo è l’errore. La banca è qualcosa di diverso da un essere umano. Capita che chiunque faccia parte di una banca non approvi l’operato della banca, eppure la banca lo fa lo stesso. La banca è qualcosa di più di un essere umano. Come dice Sherlock… è un mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo.

Isaac: Mi sa che hai ragione. Inoltre, oggi come oggi la banca dipende da un Apparato tecnico che agisce da solo, senza consultare i suoi ideatori, a velocità incomprensibili, tramite impulsi elettrici che passano in tubi subacquei che attraversano gli oceani. La banca esiste e impone debiti.

Maurizio: Che in ultima istanza esistono in quanto documenti. E sulla base di questi documenti, le persone agiscono.

Sherlock: E che dire dei debiti di gioco? Vanno pagati? O sono meno reali dei debiti di lavoro?

Isaac: Come diceva prima Maurizio, la realtà resiste al soggetto e ai suoi schemi concettuali. Alcuni fatti sociali emergono da una serie di proprietà oggettive che, seppur relative al soggetto, non dipendono da esso. Gli oggetti, con le loro affordance, non mutano soltanto la struttura della realtà sociale, ma anche le modalità di relazione che si instaurano con essa. Per esempio, se è possibile inviare e ricevere e-mail di notte, lentamente si inizierà a lavorare di notte. Per comprendere gli oggetti sociali bisogna concentrarsi sulla letteralità dei testi istituzionali e non sulle intenzioni degli autori, che in alcuni casi, abbiamo visto non esserci nemmeno.

Maurizio: Esatto. In una società della registrazione come quella contemporanea, caratterizzata dall’esplosione della scrittura, emergono molti più oggetti sociali che in passato, in quanto vi sono tante più affordance che stimolano questa emergenza. Un esempio è la proliferazione degli enti fittizi, come il qui presente Sherlock.

Sherlock: Fittizio? Ma io non mi percepisco tale!

Maurizio: Non prendere l’aggettivo in senso denigratorio. Certamente esisti, sei qui, è possibile perfino indagare le tue strutture. In quanto investigatore, dovresti sapere bene cosa è indagabile e cosa no, a prescindere dal fatto se tu esista grazie a un corpo di carta e d’inchiostro oppure grazie a un corpo di cellule.

Sherlock: Mmm… il fatto che io esista non mi rende indagabile allo stesso modo in cui è indagabile un ente non fittizio. Alcune parti di me sono vaghe o indeterminate, per esempio le parti che, pur non essendo descritte, vengono presupposte dai lettori. C’è sempre stata una verità scacchistica più alta, praticamente impossibile da cogliere, in quanto ci sono troppe mosse, troppe possibilità, ci sono più varianti su di una scacchiera che atomi nell’intero universo. Lo stesso può dirsi di me.

Maurizio: Certamente, ma questo non modifica la sostanza della questione: la tua esistenza dipende innanzitutto dalla lettera del testo, non dallo spirito interno alla mente dell’autore o dei lettori. Senza lettera, non vi sarebbe spirito alcuno.

Isaac: Questo è tanto più vero quanto più ci si riferisce a Sherlock non per come viene descritto nei libri di carta ma per come è possibile esperirlo attraverso le trasposizioni ludiche che da tempo si propagano di hard disk in hard disk.

Maurizio: Spiegati meglio.

Sherlock: In un certo senso, Isaac ha ragione. La mia identità investigativa è stata recentemente trasposta in una serie di videogiochi e la natura del gioco sottolinea la preminenza della lettera sullo spirito in modo ancora più netto di quanto faccia la natura delle altre opere d’arte.

Maurizio: E perché mai?

Sherlock: Ricordi quanto sostengono le teorie della reader response?

Maurizio: Fanno spesso riferimento al fatto che la fruizione di un’opera richiede un’interazione costante con i suoi contenuti.

Sherlock: Esatto. L’esempio esemplare è quello del romanzo giallo, in cui l’effetto finale di sorpresa può avvenire solo se il lettore ha partecipato in modo attivo a una serie di congetture circa la soluzione del mistero. Ebbene, nei giochi questa interazione non si pone solo a livello simbolico-contenutistico, ma investe anche il sostrato materiale del testo, che viene modificato in maniera sostanziale dal giocatore. Ci sono giochi in cui questo è più accentuato e altri in cui lo è di meno, ma in tutti lo svolgimento della trama stessa è in mano al giocatore. Questo è anche il motivo per cui non si può definire un gioco semplicemente a partire dal contenuto delle sue rappresentazioni.

Maurizio: Ma anche la fruizione di un’opera tradizionale richiede una sorta di gioco del far finta da parte del fruitore.

Sherlock: Già, ma si può dire che questo gioco del far finta sia quasi privato, per cui le emozioni che ne derivano sono quasi-emozioni.

Maurizio: E no, questo no! Le emozioni che si provano vedendo un film o leggendo un libro sono più reali di quelle che si provano in un contesto reale.

Sherlock: Esatto, come è esatto che io esista. Tuttavia, il gioco del far finta stimolato dalle props di un’opera d’arte non incide sulla lettera del testo. Il gioco vero e proprio è quello che invece incide su questa lettera: stiamo parlando di un gioco come gli scacchi, non di un gioco come l’osservazione di un quadro.

Maurizio: Che in effetti non è davvero un gioco.

Sherlock: L’interazione con la lettera modifica lo spirito in modo molto più accentuato che non la semplice interazione con lo spirito stesso.

Maurizio: Questo conferma che la lettera possiede una preminenza sullo spirito.

Sherlock: Il gioco non va confuso con la fruizione delle opere d’arte classiche, ma è vero che le opere d’arte stesse discendono dal giocattolo. Un giocattolo non è il tentativo di replicare una certa funzione, per esempio quella della cavalcabilità (si pensi al cavallo a dondolo, o al manico di scopa usato a mo’ di cavallo). Giocando, invece, si rappresenta la funzione, in modo da poter soddisfare l’impossibile desiderio di replicazione. Da questa rappresentazione, discendono tutte le altre, comprese quelle linguistiche.

Maurizio: Mi viene in mente il modo in cui un certo mio amico, John, tratta la questione. All’inizio, molti anni fa, spiegava il linguaggio a partire dai giochi, ispirandosi a un altro matto. Ora, invece, ritiene che sia il linguaggio a fondare il gioco. Poco tempo fa è arrivato a sostenere che si possono capire i giochi solo se si capisce già il linguaggio.

Sherlock: Ma questo è vero solo per i giochi complessi, come per l’appunto gli scacchi, la roulette o la pallacanestro. Esistono invece altri giochi, come quelli con le bambole e i soldatini, il rincorrersi, il cercare di variare l’equilibrio, il fare la lotta e tutti gli scherzi, che non rispondono affatto a stimoli linguistici, semmai li determinano.

Maurizio: Questo chiarisce meglio le divergenze tra me e John. Secondo lui, la regola costitutiva di un oggetto sociale dipende dall’imposizione di una funzione di status su di un certo oggetto fisico, mentre secondo gli oggetti sociali sono atti sociali (ossia atti che avvengono tra due o più persone) caratterizzati dal fatto di essere iscritti da qualche parte, su di un documento oppure semplicemente nella testa delle persone, in ogni caso a disposizione della consultazione. La differenza fondamentale tra una semplice traccia e un’iscrizione è la condivisione di quest’ultima: è la presenza dell’altro, la sua coscienza dell’atto passato, a generare la normatività nei confronti del soggetto alla base della realtà sociale.

Sherlock: Questa vostra divergenza implica una totale contrarietà nella catena causale alla base della generazione della realtà sociale. Secondo John, le regole (costitutive) generano oggetti sociali come “il gioco del calcio”, un vero e proprio type che a sua volta genera i token degli atti sociali che costituiscono le singole partite. Dal tuo punto di vista, invece, sono gli atti sociali a costituire il token della singola partita, e solo in seguito, attraverso le regole in quanto iscrizioni di atti sociali, è possibile arrivare a costituire il type dell’oggetto sociale “gioco del calcio”.

Isaac: Se posso, credo di avere individuato un problema. Se intendiamo i giochi come sistemi di regole che determinano mondi immaginari con i quali interagire, allora abbiamo il problema di tutti quei giochi che non sono determinati da regole.

Sherlock: Per l’appunto si diceva che esistono anche giochi svincolati dal linguaggio.

Isaac: Esatto, ma allora come la mettiamo con Pac-Man?

Maurizio: Pac-Man?

Isaac: Sì. Se il type di un gioco è un documento, allora il type di Pac-Man si riduce al documento che riporta le sue regole, che si badi bene non sono prescrittive, ma puramente algoritmiche (Immanuel le avrebbe definite del tutto ipotetiche o condizionali). Tale documento è il codice con il quale è stato scritto il programma, nella fattispecie:

Scoring Table
2b17 0100 ; dot
2b19 0500 ; pellet
2b1b 2000 ; ghost 1
2b1d 4000 ; ghost 2
2b1f 8000 ; ghost 3
2b21 6001 ; ghost 4
2b23 1000 ; fruit
2b25 3000 ; fruit
2b27 5000 ; fruit
2b29 7000 ; fruit
2b2b 0001 ; fruit
2b2d 0002 ; fruit
2b2f 0003 ; fruit
2b31 0005 ; fruit

Maurizio: È pur vero che una partita di scacchi non dipende da una scacchiera particolare, né da due computer particolari, né da particolari neuroni, ed è pur vero che se c’è una partita di scacchi allora un qualche supporto fisico deve esserci. Tuttavia, dimentichi che gli oggetti sociali esistono in quanto trascrizione di atti sociali.

Sherlock: Insomma, una qualche intenzionalità ci deve pur essere.

Maurizio: Esatto. Sebbene senza codice non vi sia Pac-Man, il codice da solo non è sufficiente a determinare il gioco. È necessaria l’interazione materialmente effettuata dal giocatore all’interno di una singola runtime session. È lo stesso motivo per cui nella famosa partita tra uomo e macchina, Garry giocava mentre Deep Blue non giocava affatto. Tetris non è Tetris quando il software non è in funzione: il nome, chiaramente, non è l’oggetto.

Sherlock: Anche nel mio caso?

Maurizio: Anche nel tuo, certo. La realtà è quella cosa che, anche quando smetti di crederle, non se ne va via. Perché il mondo non è un palco e tutti gli uomini e le donne non sono meri giocatori. C’è una bella differenza tra ciò che è gioco e ciò che non lo è.

Isaac: Una realtà socialmente costruita presuppone una realtà indipendente da ogni costruzione sociale. Possiamo quindi dire che gli status ludici non si distinguono da quelli non ludici per delle caratteristiche intrinseche, ma per una diversa intenzionalità con cui vengono intesi, legata innanzitutto al tipo di oggettività che viene loro assegnata dal soggetto.

Sherlock: In questo senso, gli status reali sono fatti istituzionali che dipendono ontologicamente dal soggetto ma ai quali il soggetto assegna, dal punto di vista epistemologico, un’oggettività che lo trascende. Gli status fittizi invece sono fatti istituzionali che dipendono ontologicamente dal soggetto ai quali il soggetto riconosce una dipendenza sia ontologica che epistemologica.

Maurizio: In fin dei conti, per rispondere alla tua domanda di prima, i debiti di gioco vanno pagati perché quando hai puntato dei soldi hai unito l’utile al dilettevole, un peccato capitale dal punto di vista del giocatore. Il gioco è l’attività inutile per eccellenza. Se le regole della burocrazia sono finalizzate a ridurre l’imprevisto, le regole dei giochi sono invece finalizzate ad aumentarlo. Sono ostacoli non necessari, mezzi per raggiungere un fine nel modo meno diretto possibile.

Sherlock: E i debiti non di gioco?

Maurizio: Eh. Quand je me joue a ma chatte, qui scait, si elle passe son temps de moy plus que je ne fay d’elle?

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Ivan Mosca, «Dalla documentalità alla ludicità. Un trialogo»Rivista di estetica, 60 | 2015, 99-106.

Notizia bibliografica digitale

Ivan Mosca, «Dalla documentalità alla ludicità. Un trialogo»Rivista di estetica [Online], 60 | 2015, online dal 01 décembre 2015, consultato il 13 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/584; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.584

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Ivan Mosca

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