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Dalla Fiat al web. Che cosa una ontologia sociale basata sui documenti permette di spiegare

Elena Casetta e Giuliano Torrengo
p. 54-62

Abstract

Nel 2009, prendendo le mosse da articoli e libri pubblicati negli anni precedenti, Maurizio Ferraris proponeva la “documentalità”, una ontologia sociale che, a differenza della received view basata sull’intenzionalità collettiva, individuava il fondamento degli oggetti sociali negli atti iscritti. Prendendo come spunto due oggetti sociali tipicamente torinesi – il capoluogo piemontese è il luogo di nascita del filosofo – e cioè la casa automobilistica Fiat e l’Università di Torino, in questo breve saggio si discutono alcune tra le tesi che caratterizzano una ontologia sociale siffatta. Particolare attenzione viene data alla tesi secondo cui l’identità di un oggetto sociale e la sua permanenza attraverso il tempo dipenderebbero dall’iscrizione che ne è alla base anziché, come per esempio nella posizione searliana, dall’oggetto fisico sottostante. Questa tesi, si sostiene, acquisisce particolare pregnanza nell’epoca del web, quell’acceleratore della documentalità, per dirla con le parole del filosofo, che ha la caratteristica di mostrare nella sua evidenza la struttura stessa della realtà sociale e, in tal modo, di diventare uno strumento per il cambiamento. Mettendo in luce la linea concettuale che unisce Documentalità (2009) con uno dei lavori più recenti di Ferraris, Mobilitazione totale (2015), si articola e si sostiene l’idea secondo cui il web svolge una duplice funzione. Da un lato, rivelare l’emergere della società dalla natura, riproducendo in tempi osservabili e in un ambiente monitorabile, quello di cui non è possibile essere spettatori diretti. Dall’altro, renderne evidente la struttura ultima che, appunto, è una struttura documentale.

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Testo integrale

I’ve come up with a set of rules that describe our reactions to technologies:
1. Anything that is in the world when you’re born is normal and ordinary and is just a natural part of the way the world works.
2. Anything that’s invented between when you’re fifteen and thirty-five is new and exciting and revolutionary and you can probably get a career in it.
3. Anything invented after you’re thirty-five is against the natural order of things.

D. Adams, The Salmon of Doubt, Random House LLC, 2002: 111

1. L’essere della Fiat e l’Università di Torino

  • 1 Si veda, per esempio, Bratman 1992; Searle 1995; e Tuomela 2002.
  • 2 Ferraris 2009.

1Nel 2009, prendendo le mosse da articoli e libri pubblicati negli anni precedenti, Maurizio Ferraris proponeva la “documentalità”, una ontologia sociale che, a differenza della received view basata sull’intenzionalità collettiva, individuava negli atti iscritti il fondamento degli oggetti sociali. Tra le conseguenze di questa posizione vi era una tesi che molti di primo acchito hanno scambiato per una bizzarria da filosofi, la tesi secondo cui l’identità di un oggetto sociale dipenderebbe dalle poche molecole che costituiscono l’iscrizione che ne è alla base – recante, generalmente, una o più firme – anziché dall’oggetto fisico rispetto al quale sopravverrebbe insieme ai contenuti intenzionali “collettivi” (nozione, quest’ultima, non troppo chiara anche nei filosofi che più l’hanno indagata1). Si spiega così l’identità delle nazioni, che permangono rispetto al mutare dei loro confini o delle loro capitali; così come quella di due oggetti sociali tutti torinesi, sui quali vorremmo soffermarci in questa prima sezione: la Fiat e l’Università degli Studi di Torino. Della prima, ha dato conto Ferraris in Documentalità2, la seconda, invece, conferma proprio in questi giorni che Ferraris aveva ragione, e che la tesi della dipendenza dell’identità sociale da firme e documenti è tutt’altro che astrusa.

  • 3 Si vedano, in particolare, Austin 1962; Derrida 1968 e 1971.

2Cominciamo con la Fiat. Emanuele Cacherano di Bricherasio e Cesare Goria Gatti, alla guida di un gruppo di notabili, dopo vari incontri preliminari al caffè Burello di Porta Nuova, si riuniscono l’11 luglio del 1899 a Palazzo Bricherasio e sottoscrivono l’atto di costituzione della Società Anonima Fabbrica Italiana di Automobili, Torino. È in questo documento, redatto secondo una serie di norme e procedure, e soprattutto firmato, che risiede, secondo Ferraris, il fondamento di quell’oggetto sociale articolato, ramificato, e dalla storia complessa che sarà l’industria automobilistica torinese. Questo fondamento documentale, proprio perché resta il medesimo a prescindere dai cambiamenti temporali e spaziali dell’oggetto sociale, ne costituisce l’essenza ultima e garantisce il permanere della sua identità. Nella Fabbrica Italiana Automobili Torino si tratta davvero di un FIAT, un “sia fatta!”, quel fare cose con le parole di Austin, solo che – facendo incontrare Austin con Derrida3 – le parole debbono essere scritte e firmate. Che l’identità dell’oggetto sociale non risieda nel presunto oggetto fisico corrispondente sembra chiaro se solo facciamo caso, per esempio, al fatto che il Lingotto, lo stabilimento produttivo, non divenne operativo che qualche anno dopo, nel 1923 e che, oggi, quello stabilimento non esiste più. O meglio, è diventato qualcos’altro, inaugurando una traiettoria diversa, che ben poco conserva del legame con l’oggetto sociale Fiat. Quest’ultimo, per canto suo, ha subito di recente un cambiamento metafisicamente interessante, con la nascita ufficiale della Fiat Chrysler Automobiles che vede convergere, in quella che in biologia sarebbe probabilmente considerata una speciazione per ibridazione, due diversi oggetti sociali in uno nuovo, di diritto olandese, con domicilio fiscale nel Regno Unito, e con stabilimenti in ogni dove.

3Sembra chiaro, da questa brevissima ricostruzione, che l’identità degli oggetti sociali e la loro capacità di permanere nel tempo attraverso i cambiamenti hanno poco a che fare con i relativi oggetti fisici. Se l’identità dell’oggetto sociale seguisse quella della sua controparte fisica, infatti, dovremmo far spazio a qualcosa come un complicato sistema di relazioni per modellare l’ontologia sociale, e questo non solo sarebbe sconveniente da un punto di vita di semplicità teoretica, ma anche lesivo rispetto al potere esplicativo dei nostri strumenti teorici, e più in generale rispetto al loro ruolo nella nostra comprensione dei meccanismi sociali in cui siamo immersi. Ciò diventa particolarmente evidente nel momento in cui, col web, si assiste a quella che possiamo chiamare una vera e propria “rivoluzione documentale”. Ma, prima di occuparci di questo, consideriamo brevemente un altro oggetto, col quale tutti noi, allievi di Ferraris, intratteniamo un inevitabile rapporto di amore-odio, e cioè Palazzo Nuovo, il Lingotto dell’Università di Torino.

  • 4 L. Iaccarino, Con Il banchiere di Dio di Ferrara un pezzo di Torino fa da sfondo alla ricostruzione (...)

4Come entità fisica, Palazzo Nuovo ha ospitato in passato buona parte delle attività connesse alle facoltà umanistiche dell’Università degli Studi. Chiunque abbia fatto filosofia a Torino ha seguito lezioni nelle sue aule, nelle sue biblioteche ha passato i pomeriggi a studiare, e ha atteso davanti agli uffici del secondo piano durante l’ora di ricevimento. Come artefatto architettonico non è dotato di grandi qualità estetiche: probabilmente nessun turista è mai stato colto da un rapimento estatico alla sua vista, e anche quando l’han messo in un film, è stato grazie al fatto che «quando c’è di mezzo il cinema tutto è possibile», anche che Palazzo Nuovo diventi il palazzo di vetro dell’Onu4. Si tratta piuttosto di un’opera modesta, un edificio bruttino. Ovviamente, ciò non impedisce che ci siano persone che vi siano affezionate (probabilmente noi siamo fra queste, altrimenti avremmo optato per un termine più diretto di “bruttino”). Del resto, se è discutibile che la bellezza sia totalmente “nell’occhio dell’osservatore”, sicuramente ciascuno di noi è in grado di colorare con diversi toni affettivi il mondo che lo circonda. Che cosa conta come oggetto del nostro affetto, sembrerebbe, dipende totalmente da quello che sentiamo e proviamo noi.

5La capacità di colorare affettivamente il mondo, e più in generale di proiettare i nostri pensieri su ciò che ci circonda, ci è talmente famigliare che si potrebbe essere tentati di attribuirle una potenza creatrice di realtà che – come Ferraris va ripetendo da lungo tempo – non ha. La citazione umoristica da cui abbiamo preso le mosse può essere vista come una parodia di questo atteggiamento filosofico, anche se non esclusivo dei filosofi di professione. Le nostre reazioni alle innovazioni tecnologiche che incontriamo nelle diverse tappe della nostra vita vengono vissute come conseguenze delle loro proprietà intrinseche. Stando a Douglas Adams, infatti, passiamo dal valutarle come parte del modo in cui il mondo funziona a marchingegni “contro natura” nel giro di qualche decennio. Ma se non è vero che il mondo che ci circonda cambia al cambiare dei nostri atteggiamenti (emotivi e razionali), questi ultimi non sembrano del tutto irrilevanti rispetto al loro ruolo sociale. Più in generale, la nostra mente e le nostre intenzioni sembrano avere un qualche ruolo nel determinare la natura delle entità sociali. Del resto Palazzo Nuovo era l’Università anche e soprattutto per via di quello che la gente ci faceva dentro: esami, sessioni di studio, e così via. Se ora, dopo essere stato ufficialmente dichiarato inagibile, fondamentalmente non è altro che un palazzo abbandonato, lo è perché tutte quelle azioni – certamente in larga parte intenzionali quando non pianificate – non vi si svolgono più al suo interno.

6Dobbiamo anche in questo caso, però, cercare di resistere alla tentazione di “sopravvalutare” il nostro ruolo, la tentazione di mettere noi stessi al centro quando effettivamente non lo siamo. Anche nella realtà sociale incontriamo ostacoli e barriere (così come opportunità e risorse) che stanno del tutto “al di fuori” dei nostri contenuti mentali, anche collettivamente intesi. Ma se non sono i nostri pensieri e le nostre intenzioni a determinare la natura delle entità sociali, da che parte dobbiamo guardare per individuarne le basi? Anche in questo caso, Maurizio Ferraris ha anticipato la risposta, che si può formulare a partire dai fondamenti della teoria della documentalità. Palazzo Nuovo, infatti, è stato dichiarato inagibile – sulla base di considerazioni che in larga parte coinvolgono fatti riguardanti la sua costruzione e i materiali di cui è costituito – e in seguito a un’ordinanza (un documento scritto e firmato da chi ha il ruolo per stabilirlo, ruolo fissato da altri documenti e altre firme), ha cessato di poter svolgere la sua funzione di Università. Vuol dire che l’Università degli Studi di Torino ha cessato di esistere dal giorno alla notte? Nonostante i gravi problemi e le inconvenienze che gli studenti, i docenti e il personale non-docente hanno subito e in cui tutt’ora incorrono, tutti sanno che non è così. E non è così perché l’essere dell’Università, così come della Fiat e di tutti quegli oggetti sociali che costituiscono probabilmente la parte più importante della vita di ciascuno di noi, non è negli edifici che ospitano le azioni essenziali alla sua vita e al suo benessere, così come non è nelle persone che ne fanno parte (altrimenti con il passare degli anni l’Università non persisterebbe nel tempo), ma è piuttosto nei documenti che ne stabiliscono la funzione e il ruolo. Quando Palazzo Nuovo riaprirà e riprenderà le sue funzioni, ossia quando l’Università tornerà a Palazzo Nuovo, sarà perché altri documenti verranno firmati (probabilmente – e sperabilmente – in seguito a interventi fisici concreti).

  • 5 Ferraris 2015: 44-45.

7Quello che Ferraris aveva visto nel 2009 acquisisce una potenza e un valore esplicativo ulteriore nel 2015, quando il filosofo offre la sua analisi del web, quel «dispositivo che produce documenti […], un sistema performativo […], un acceleratore della documentalità»5. E il web ha anche un’altra caratteristica, quella di mostrare nella sua evidenza la struttura stessa della realtà sociale e, così, di diventare uno strumento per il cambiamento.

2. Emersione e struttura documentale

8In Mobilitazione totale l’idea di Documentalità si applica e diventa analisi sociale e stimolo all’azione. La tesi centrale dell’opera, che andiamo ora a discutere, è che il mondo sociale non sia costruito bensì sia il prodotto inintenzionale (coerentemente con la critica all’intenzionalità collettiva mossa in Documentalità) di un processo di emersione che segna una continuità tra il mondo naturale e, appunto, il mondo sociale. Come si arriva a questa conclusione? Il web svolge una duplice funzione: da un lato ci rivela l’emergere della società dalla natura, riproducendo in tempi osservabili e in un ambiente monitorabile quello di cui non potremmo essere spettatori diretti. Dall’altro ne rende evidente la struttura ultima che, appunto, è una struttura documentale.

9Emersione. È un po’ come succede per l’evoluzione: tipicamente non possiamo assistere direttamente all’evoluzione, perché avviene su una scala che non ci è accessibile. Tuttavia, possiamo iniziare con l’osservazione diretta del cambiamento su piccola scala e poi estrapolare i risultati. Nel caso dell’evoluzione, questo è stato fatto, per esempio, con l’evoluzione della resistenza ai farmaci di alcuni virus: il processo, che avviene nell’arco di poche settimane è lo stesso identico processo che ha dato origine alla diversità della vita sulla Terra, con la differenza che il primo lo possiamo vedere. Lo stesso vale per il web: il web non è solo un osservatorio privilegiato (pensiamo alle dinamiche sociali che si manifestano nei social network); ma è l’evoluzione stessa della società in una scala che ci è accessibile. Scrive Ferraris (che qui sembra quasi riecheggiare, involontariamente e in versione seria, le righe di Douglas Adams):

  • 6 Ivi: 54.

10Il web offre un osservatorio privilegiato perché il suo sviluppo, nell’arco di un ventennio, sembra compendiare tutte le tappe dell’emersione della società umana: la genesi di uno strumento pratico, l’uso sociale dello strumento, la nascita di comunità attorno a quello strumento, la formalizzazione e lo sfruttamento militare ed economico di quelle comunità6.

11La società, dunque, così come il web, emerge dall’ambiente indipendentemente dalle intenzioni dei suoi presunti creatori e, spesso, seguendo leggi per loro opache. Tra le conseguenze interessanti di questa tesi, il fatto che gli oggetti sociali, per la gran parte, noi li incontriamo e li esperiamo come dati, alla stessa identica maniera degli oggetti naturali. Ed è proprio per questa ragione che è così difficile cambiarli o liberarsene. Pensiamo a un tema di questi giorni, il riconoscimento del matrimonio omosessuale in tutti gli Stati Uniti. Perché il processo che ha condotto a quest’affermazione è stato così lungo, tortuoso, criticato? Tra le innumerevoli ragioni, vi è – almeno a guardare gli argomenti degli oppositori – il fatto che il matrimonio omosessuale sarebbe contronatura. O, più precisamente, che il matrimonio non omosessuale sarebbe un matrimonio naturale. Che l’argomento cada in un’ovvia fallacia naturalistica, non è cosa che discuteremo qui. Quello che vorremmo invece far notare è che quel “naturale” attribuito a uno degli oggetti sociali per eccellenza è indicativo esattamente di quella dipendenza sociale che non è (e dunque deve essere tenuta distinta da) una deliberata, intenzionale e trasparente costruzione. Per tornare alla citazione iniziale, nel tono umoristico tipico di buona parte della fantascienza, «ogni cosa che è nel mondo quando nasci è normale e ordinaria ed è semplicemente parte del modo in cui il mondo funziona». Può sembrare un’ovvietà, eppure riconoscere questo aspetto degli oggetti sociali è fondamentale per procedere verso una critica autentica e, eventualmente, verso una loro revisione.

12La struttura documentale. La seconda funzione del web è di confermare e rendere evidente che la struttura ultima della società poggia su un fondamento documentale, chiudendo il cerchio cominciato con Documentalità e spiegando perché non solo l’Università degli Studi di Torino, ma anche il Labont fondato da Maurizio Ferraris nel 1999 possono permanere alla chiusura di Palazzo Nuovo. (Intendiamoci: questo non significa che il trovare una soluzione non sia urgente; tutti ci auspichiamo che i disagi conseguenti alla chiusura dell’edificio vengano quanto prima risolti!). Infatti, se è in un certo senso vero – come il web rende ogni giorno più evidente – che, per dir così, non c’è differenza fra il virtuale e il reale, non è perché il virtuale ha in qualche modo “dematerializzato” o “spiritualizzato” il reale, come vorrebbero i postmoderni, ma proprio perché il virtuale non è che una delle forme del reale – ossia quella parte di realtà (sociale) ontologicamente dipendente da iscrizioni elettroniche. Nel contempo, e in larga parte grazie alla malleabilità del suo sostrato materiale, il web non solo ha permesso di potenziare e perfezionare i metodi di comunicazione globali, ma ha anche aperto uno spazio virtuale in cui si costituiscono sempre più facilmente nuovi pezzi di realtà sociale. (Si pensi a cosa facciamo oramai ordinariamente online: compriamo beni, firmiamo contratti, ci iscriviamo in palestra, o a un gruppo di acquisto solidale, a un forum di discussione politica, firmiamo petizioni, esprimiamo pubblicamente giudizi e preferenze nei social network, partecipiamo in maniera ufficiale a sondaggi.)

13È solo riconoscendo il web come dispositivo documentale in grado di far emergere parti di realtà sociale non virtuale che si potrà procedere verso una comprensione del perché (e del come) il web stia rivoluzionando la società umana in termini tali da farci parlare, con le parole di Ferraris, di mobilitazione totale.

3. Il virtuale come forma del reale

14Quali sono le condizioni alle quali dallo spazio (tradizionalmente interpretato come) virtuale possano scaturire pezzi di legittimissima realtà sociale? Non è questo il luogo per affrontare debitamente una questione di tale portata; vorremmo tuttavia accennare a una possibile direzione per un’indagine futura, suggerendo la centralità, quale condizione di possibilità della continuità tra virtuale e reale (e, così, dell’emersione della realtà sociale dal web) della presenza di contesti validanti, ossia contesti web in cui è possibile creare e sciogliere vincoli sociali di vario tipo, e che non hanno nulla di diverso rispetto ai vincoli creati con le procedure “tradizionali” di produzione di realtà sociale.

15Se guardiamo alle conseguenze di una validazione di un contenuto all’interno del web, è infatti evidente che esse non sono limitate allo spazio del virtuale, ma riguardano attori e oggetti dello spazio sociale corporeo. Gli oggetti sociali che si originano nello spazio virtuale aperto dal web sono elementi a pieno titolo della realtà: il possesso di un biglietto elettronico non ci dà meno diritti del possesso di un biglietto tradizionale. Il web ha moltiplicato e continua a moltiplicare le possibilità di creare realtà sociale moltiplicando le procedure validanti e rendendo più facile e immediato il loro accesso. Ed è esattamente in questo senso che l’aumento del virtuale è un aumento del sociale, e quindi del reale. Non perché in qualche modo magico il virtuale produca realtà materiale o semimateriale, ma nel senso che molte cose che accadono nello spazio virtuale del web hanno conseguenze normative che possono coinvolgere qualsiasi altro elemento della realtà – inclusi, e non per ultimi, elementi corporei e concreti.

16Non solo. Il web apre anche alla possibilità di formazione di tipi di contesti vincolanti nuovi. L’informatizzazione dei contesti vincolanti (della burocrazia, del processo legislativo, dei movimenti commerciali) è un fenomeno certamente interessante, ma di per sé non costituisce un cambiamento radicale dei meccanismi di formazione di realtà sociale. Si tratta, potremmo dire, di un cambiamento di grado ma non di tipo: un contesto validante “tradizionale” – nel senso di essere un contesto dove tipicamente e da lungo tempo si producono contenuti ritenuti vincolanti (per esempio il parlamento, i contratti individuali, gli apparati istituzionali, le banche, ecc.) – rimane tale anche se adotta metodi informatici di formazione di contenuti. Però, se da un lato comprare beni e stilare accordi privati sul web è possibile perché vi sono istituzioni al di fuori del web, dall’altro nulla esclude che all’interno dello spazio virtuale possano avere luogo processi decisionali collettivi in grado di istituire nuove forme di validazione. Certo, per ora i contesti “tradizionali” – indipendentemente dal loro grado di informatizzazione – rivestono un ruolo più fondamentale dei contesti web nella costituzione della realtà sociale, nel senso che sono pur sempre un prerequisito necessario al potere validante dei contesti virtuali resi possibili dal web.

17Questa specie di “primato ontologico” dei contesti tradizionali su quelli virtuali sembra difficile da negare nella situazione attuale, ma non è affatto chiaro se rifletta una contingenza storica o una dipendenza più profonda, strutturale, dello spazio dell’interazione virtuale dallo spazio dell’interazione corporea. Certamente per ora i contesti tradizionali non solo rendono possibili i contesti validanti che troviamo nel web, ma aspirano anche a normarli in maniera efficace. Nel contempo, però, sembra talvolta dubbio che i contesti tradizionali siano in grado di gestire e controllare in maniera effettiva il web; e ciò ci porta a sospettare, per lo meno, che il web possieda le potenzialità per sostituirsi interamente ai contesti “tradizionali” nella formazione dei vincoli sociali. In tal senso, l’informatizzazione della società non costituirebbe un cambiamento di per sé radicale, ma sarebbe piuttosto un prerequisito per una forma radicalmente nuova di emersione della realtà sociale. Certo non è chiaro se un tale cambiamento, non diretto da vincoli esterni al web, possa davvero avvenire in maniera armonica (gli ottimisti potrebbero qui pensare a una versione 2.0 della mano invisibile), così come non è chiaro in che modo e fino a che punto si possa giustificare il controllo dello spazio virtuale.

18Senza dubbio quest’ipotesi, insieme alla considerazione del potere che il web sta acquisendo sempre più sulle nostre esistenze, ha in sé qualcosa di inquietante, portandoci alla mente gli scenari distopici di 1984 o di Gattaca. O forse, potrebbe semplicemente essere che «tutto quanto sia stato inventato dopo che abbiamo compiuto i trentacinque è contro l’ordine naturale delle cose». La sfida, invece, non spaventa Ferraris, che non solo ha aperto la strada a una chiara formulazione della questione, fornendo gli strumenti per renderci conto dei problemi che ne stanno alla base, ma soprattutto ha visto, nella comprensione, la maniera per procedere verso una liberazione. Se il web chiama e ci forza a una mobilitazione totale, è solo comprendendone la natura ultima e decostruendone il potere vincolante, che saremo liberi di scegliere se rispondere oppure no.

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Bibliografia

Austin J.L.
– 1962, How to Do Things with Words, Oxford, Clarendon Press; tr. it. di C. Penco e M. Sbisà, Come fare cose con le parole, Genova, Marietti, 1987

Bratman M.
– 1992, Shared Cooperative Activity, “Philosophical Review”, 101(2): 327-341

Derrida J.
– 1968, La difference, in Margesde la philosophie, Paris, Éditions de Minuit, 1972; tr. it di M. Iofrida in J. Derrida, Margini – della filosofia, Torino, Einaudi, 1997
– 1971, Signature, événement, contexte, comunicazione al Congrès international des Sociétés de Philosophie de langue française (Montréal, agosto), in Marges – de la philosophie, Paris, Éditions de Minuit, 1972; tr. it. di M. Iofrida, Firma, evento, contesto, in J. Derrida, Marginidella filosofia, Torino, Einaudi, 1997

Ferraris M.
– 2009, Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Roma-Bari, Laterza
– 2015, Mobilitazione totale, Roma-Bari, Laterza

Searle J.
– 1995, The Construction of Social Reality, New York, Free Press

Tuomela R.
– 2002, The Philosophy of Social Practice: A Collective Acceptance View, Cambridge, Cup.

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Note

1 Si veda, per esempio, Bratman 1992; Searle 1995; e Tuomela 2002.

2 Ferraris 2009.

3 Si vedano, in particolare, Austin 1962; Derrida 1968 e 1971.

4 L. Iaccarino, Con Il banchiere di Dio di Ferrara un pezzo di Torino fa da sfondo alla ricostruzione di uno dei misteri d’Italia, Repubblica.it, 20 luglio 2001.

5 Ferraris 2015: 44-45.

6 Ivi: 54.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Elena Casetta e Giuliano Torrengo, «Dalla Fiat al web. Che cosa una ontologia sociale basata sui documenti permette di spiegare»Rivista di estetica, 60 | 2015, 54-62.

Notizia bibliografica digitale

Elena Casetta e Giuliano Torrengo, «Dalla Fiat al web. Che cosa una ontologia sociale basata sui documenti permette di spiegare»Rivista di estetica [Online], 60 | 2015, online dal 01 décembre 2015, consultato il 15 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/570; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.570

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