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Realtà e rappresentazione. L’antirealismo costruttivista al di fuori del postmoderno

Stefano Caputo
p. 43-53

Abstract

La critica all’antirealismo costruttivista del pensiero postmoderno è al centro della riflessione di Maurizio Ferraris per lo meno a partire da Il mondo esterno (Ferraris 2001). Forme radicali di costruttivismo sono state però difese anche al di fuori del pensiero postmoderno tanto nella tradizione della filosofia analitica quanto, più recentemente, nell’ambito delle scienze cognitive. Nell’articolo viene dapprima presentata e criticata un’affermazione dal netto sapore costruttivista fatta da Vittorio Gallese e George Lakoff in uno degli articoli più influenti nel dibattito degli ultimi anni sulla natura dei concetti: The Brain’s Concepts (Gallese, Lakoff 2005). Tale posizione viene quindi messa in relazione con quella forma di antirealismo costruttivista, detta anche relativismo concettuale, difesa, in modi e con esiti diversi, da filosofi quali Nelson Goodman, Hilary Putnam e Richard Rorty. Si sostiene quindi che tutte queste forme di antirealismo costruttivista incorrono in un dilemma: o esse abbracciano la problematica tesi metafisica di un’efficacia causale a ritroso delle nostre menti sul mondo oppure si riducono a una plausibile, ma ontologicamente innocua, affermazione dell’esistenza, in linea di principio, di molteplici modi di categorizzare la realtà e, nel caso delle teorie cosiddette incarnate della cognizione, della dipendenza di tali modi dalle forme che assume l’interazione senso-motoria di un organismo col suo ambiente. Viene infine mostrato come dall’osservazione dei molteplici modi in cui è possibile categorizzare la realtà sia possibile trarre conclusioni metafisiche di segno opposto all’antirealismo costruttivista.

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Termini di indicizzazione

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Testo integrale

1Mi sono laureato con Gianni Vattimo a Torino nel 1997 con una tesi su Michel Foucault. Il mio correlatore – o contro-relatore, come si diceva allora per sottolineare il ruolo di una sorta di avvocato dell’accusa che veniva attribuito a tale figura – era Maurizio Ferraris. A quei tempi Ferraris e Vattimo avevano già cominciato a duellare intorno ai temi del postmoderno, del pensiero debole, dell’ermeneutica, del “Non ci sono fatti ma solo interpretazioni”, da cui il primo proprio in quegli anni stava compiendo il definitivo distacco.

2Potete dunque immaginare il panico con cui un laureando, con una tesi che verteva proprio su uno degli autori che, con Vattimo, era stato fra gli alfieri del postmoderno (o così da molti veniva ritenuto), dovesse affrontare l’esame di laurea, terrorizzato dall’idea di restare vittima inerme di uno scontro fra Titani. Eppure andò bene. I Titani non duellarono eccessivamente e, in ogni caso, non lo fecero accanendosi sulla mia dissertazione.

3Qualche tempo dopo la discussione della tesi, Ferraris mi pose di fronte a un’alternativa secca che segnò il mio percorso successivo. Da Foucault, infatti, ero passato a interessarmi di fenomenologia, in particolare all’Husserl delle Ricerche Logiche e di Esperienza e Giudizio, quindi al Merleau-Ponty filosofo della percezione e, successivamente, della natura. Ero però attratto anche dalla filosofia analitica e dalle scienze cognitive. Fra tutte queste cose c’era un nesso. Husserl, infatti, aveva a cuore gli stessi problemi che erano l’oggetto della ricerca di Frege, uno dei padri fondatori della filosofia analitica: i fondamenti della matematica e della logica; e, come Frege, vedeva nella teoria del significato, in particolare dei concetti, la via maestra per risolverli. Husserl però, a differenza di Frege, pensava che la chiave della soluzione si trovasse nella mente, seppur in quella sua versione depsicologizzata (per lo meno ai suoi occhi) che era la coscienza fenomenologica coi suoi atti intenzionali. E l’avanguardia dello studio della mente dov’era se non nelle scienze cognitive? Inoltre, ero rimasto affascinato dall’allora nascente approccio alla cognizione detto della “cognizione incarnata” (embodied cognition), per come era stato presentato al pubblico non specialistico da Francisco Varela, Evan Thompson e Eleanor Rosch (1991). Varela, in particolare, rintracciava le intuizioni alla base della sua concezione “enattiva” della cognizione proprio nelle idee di Merleau-Ponty sull’inscindibilità di percezione e azione, modo in cui il filosofo francese reinterpretava, in maniera originale e attenta agli sviluppi della psicologia e della neurofisiologia a lui contemporanee, l’heideggeriano “essere-nel-mondo” del Dasein. A questo punto, grazie anche al sostegno di Ferraris, vinsi una borsa di perfezionamento all’estero con un progetto di ricerca su Merleau-Ponty da svolgere alla Sorbonne. Tuttavia, l’interesse per le scienze cognitive e la filosofia analitica mi rendeva estremamente attraente la possibilità di seguire, come uditore, i corsi del Dea in scienze cognitive che si teneva al Crea, centro di ricerca dell’École Polytechnique, nonché i seminari che Varela teneva al Collège de France. Manifestai a Ferraris i miei dubbi: seguire ligiamente il tema della ricerca su Merleau-Ponty o sfruttare il mio soggiorno parigino per farmi una formazione teorica di base nell’ambito delle scienze cognitive e della filosofia analitica? A quel punto, e qui veniamo all’alternativa, egli mi apostrofò: «Ora devi decidere se fare il filosofo teorico o lo storico di Merleau-Ponty».

4Seguii i corsi del Dea e, l’anno dopo, fui ammesso nel programma di dottorato in filosofia del linguaggio dell’Università del Piemonte orientale, nell’ambito del quale insegnavano allora alcuni tra i maggiori filosofi analitici del linguaggio italiani. Grazie a loro, e in particolare a Diego Marconi sotto la cui supervisione preparai la tesi di dottorato, feci del mio meglio per diventare un filosofo analitico, non so quanto riuscendoci pienamente, allontanandomi dalle scienze cognitive per affrontare temi più classicamente filosofici come quello della verità.

5Non posso dire dunque, come altri amici che contribuiscono con me a questo volume, che Ferraris sia stato il mio maestro, posso però affermare che egli è stato uno dei miei “maestri” (Ferraris mi perdoni il vezzo postmoderno del virgolettamento ironizzante): egli è cioè parte, e gliene sono grato, di una triade filosofica i cui componenti (Vattimo, Ferraris, Marconi), in modi e tempi diversi, hanno seguito la mia formazione e hanno saputo indirizzare il mio percorso accidentato e un po’ tortuoso nei sentieri della filosofia.

  • 1 Ferraris (2012) usa il termine “costruttivismo” per caratterizzare quella concezione che è detta an (...)

6Dedicherò il resto di questo contributo al tema del realismo sul mondo esterno nella sua contrapposizione all’antirealismo costruttivista1 – che è al centro della riflessione di Ferraris per lo meno a partire da Il mondo esterno (Ferraris 2001) – cercando di intrecciare nelle maglie del discorso postmoderno, scienze cognitive e filosofia analitica.

1. Non ci sono fatti ma solo interpretazioni! Solo postmoderno

  • 2 La centralità del costruttivismo / relativismo concettuale per il pensiero postmoderno è sottolinea (...)

7L’idea nietzscheana che non ci sono fatti oggettivi ma solo molteplici interpretazioni del mondo, che ciò che chiamiamo “realtà” è frutto, già al livello della realtà percepita, di una costruzione attiva del soggetto (o direbbe Foucault, più fedele a Nietzsche, di un potere desoggettivizzato) è, come giustamente non si stanca di sottolineare Ferraris, una delle architravi del postmoderno che ha le sue nobili radici nella rivoluzione copernicana kantiana, nell’idea cioè che non conosciamo le cose in sé ma solo i fenomeni, ovvero le cose in quanto già plasmate dalle nostre strutture categoriali (e percettive)2.

8Nel Manifesto del Nuovo Realismo (Ferraris 2012), riprendendo una diagnosi che era già stata formulata da Carlo Augusto Viano (1985) in riferimento a Il pensiero debole (Vattimo, Rovatti 1983), il manifesto del postmoderno in Italia, Ferraris vede nell’antirealismo costruttivista dei postmoderni una, a volte tacita, a volte dichiarata, vis antiscientifica. Gli scienziati, strumenti a volte inconsapevoli del Potere, vivono nell’illusione di una realtà lì fuori indipendente da noi, i cui segreti attendono da tempo immemorabile di essere svelati. Il filosofo postmoderno invece, smaliziato e allenato alla Scuola del Sospetto, sa che il mondo vero è diventato favola, che dietro ogni pretesa realtà oggettiva si cela un’attività costruttiva e plasmante, della nostra mente (per i più psicologizzanti) o della società e della storia (per i più storicisti).

9Un postmodernista attento agli sviluppi della scienza potrebbe però obiettare a questa diagnosi che proprio alcune delle avanguardie della scienza contemporanea, le cosiddette scienze cognitive, hanno fornito basi empiriche al costruttivismo. E non si tratta di forzature interpretative fatte da filosofi che vogliono portare acqua al proprio mulino ma di conclusioni che alcuni degli stessi scienziati cognitivi traggono esplicitamente dalle loro ricerche.

10In un articolo che ha avuto un grande impatto nel dibattito contemporaneo sulla natura della cognizione linguistica e dei concetti Vittorio Gallese e George Lakoff scrivono per esempio che

Senza di noi, senza il modo in cui ci sediamo e formiamo immagini, l’ampia gamma di oggetti che abbiamo chiamato “sedie” non formerebbe una categoria. Un semplice enunciato come Alcune sedie sono verdi non è vero del mondo indipendentemente da noi, dato che non ci sono né sedie né cose verdi indipendentemente da noi. Esso è invece vero, naturalmente, relativamente alla nostra comprensione del mondo corporeamente fondata (Gallese, Lakoff 2005: 466, traduzione e grassetto mio).

11Questa tesi è presentata come conseguenza della teoria dei concetti (intesi come significati dei termini generali quali “sedia”, “albero”), sviluppata da diversi studiosi che si collocano all’interno del paradigma teorico della cognizione incarnata. Secondo i teorici della cognizione incarnata, di cui Gallese e Lakoff sono fra i più autorevoli esponenti, la nostra attività di categorizzazione della realtà e i concetti che ne sono il frutto, non solo sono fondati geneticamente, ma dipendono integralmente dalle nostre capacità percettive e motorie e sono realizzati al livello cerebrale nelle stesse aree deputate all’elaborazione dei segnali percettivi e al controllo del movimento nel corso delle azioni.

  • 3 D’ora in poi adotterò la convenzione di scrivere una parola fra virgolette uncinate per riferirmi a (...)

12Nell’articolo la tesi costruttivista è presentata come una conseguenza di una scoperta fatta a suo tempo da Rosch e dal suo gruppo di ricerca, che è considerata da Gallese e Lakoff come uno dei tasselli che accredita la concezione incarnata della cognizione. Si tratta della scoperta delle cosiddette “categorie di livello base”, quei concetti (come per esempio <sedia>3) che occupano un posto intermedio nella scala che va dal più specifico (<sedia a dondolo>) al più generale (<mobile>). Tali categorie hanno un posto privilegiato nella nostra attività di categorizzazione della realtà, che si manifesta tanto nell’acquisizione del linguaggio (le parole corrispondenti sono apprese prima) quanto nel suo uso per descrivere la realtà (sono applicate più frequentemente di quelle che esprimono concetti più specifici o più generali) (cfr. Rosch et al. 1976). Il “livello base” di tali categorie è, secondo Gallese e Lakoff, il più alto (nell’ordine che va dai concetti più specifici a quelli più generali) a cui si possono formare immagini mentali di un gruppo di cose (possiamo formarci un’immagine mentale di una sedia ma non di un mobile in generale) e a cui possediamo specifici programmi motori per interagire con quelle cose (c’è un modo tipico di interagire con le sedie, sedendocisi sopra, ma non un modo tipico di interagire coi mobili in generale). Ciò costituisce per i due studiosi un’evidenza del fatto che la nostra attività di categorizzazione della realtà (l’attività cioè mediante cui raggruppiamo una molteplicità di cose considerandole come cose dello stesso tipo) è, appunto, incarnata, cioè determinata non solo da proprietà oggettive delle cose ma anche dal modo in cui, date le caratteristiche specie-specifiche del nostro corpo e, in particolare, dei nostri apparati senso-motori, interagiamo col mondo. Proprio dalla natura incarnata della categorizzazione essi traggono, nel passo sopracitato, la conclusione, dal sapore inequivocabilmente costruttivista, che “senza di noi non ci sono né sedie né cose verdi”.

  • 4 Si può per esempio sostenere che il concetto di <dinosauro> sia un concetto complesso, formato cioè da concett</dinosauro> (...)

13Per comprendere come si tratti di un costruttivismo radicale riguardo al mondo esterno nel suo complesso, e non soltanto di una forma locale riguardante solo certi tipi di cose (gli artefatti) e certe proprietà (le proprietà cromatiche), è sufficiente osservare che il riferimento alle sedie e alle cose verdi riveste solo un ruolo esemplificativo nel ragionamento. La tesi della non esistenza indipendentemente da noi di sedie e cose verdi è infatti considerata una conseguenza di una teoria generale dei concetti, che si applica tanto al concetto di sedia e di cosa verde quanto a quello di montagna e, seppur presumibilmente in via più indiretta, anche ai concetti di dinosauro e di atomo4. Non è che l’esistenza delle sedie dipenda da noi perché, ovviamente, esse non esisterebbero se non le fabbricassimo, ma perché il fatto che raggruppiamo proprio quelle cose lì in un’unica classe dipende dalle nostre capacità senso-motorie specie-specifiche e dalle strutture e processi cerebrali che le realizzano. Questo vale però, secondo Gallese e Lakoff, per tutti i concetti, indipendentemente dal fatto che si tratti di concetti di artefatti o di altri oggetti materiali.

2. I dinosauri dipendono da noi

14Questo costruttivismo generalizzato va però incontro a conclusioni che sono difficili da digerire. Sembra infatti che esso comporti l’accettazione di:

  1. Non ci sono montagne indipendentemente da noi

  2. Non ci sono (stati) dinosauri indipendentemente da noi.

15Si osservi inoltre che sono tesi notevolmente accreditate scientificamente le seguenti:

  1. Alcune montagne esistevano già cinque milioni di anni fa

  2. L’Homo sapiens non esisteva ancora cinque milioni di anni fa

  3. I dinosauri sono esistiti duecento milioni di anni fa

  4. L’Homo sapiens non esisteva ancora duecento milioni di anni fa,

da cui seguono rispettivamente

  1. Alcune montagne esistevano da prima dell’Homo sapiens (e questi è venuto all’esistenza dopo di quelle)

  2. I dinosauri sono esistiti prima dell’Homo sapiens (e questi è venuto all’esistenza dopo di quelli).

16Ora (9) sembra essere un modo accettabile (e generalmente accettato in filosofia) di esplicitare una frase come “x non esiste indipendentemente da y”:

  1. x non esiste indipendentemente da y = se non fosse esistito y non sarebbe esistito nemmeno x.

17Da (9) e rispettivamente (1) e (2) seguono però

  1. Se non fossimo esistiti noi (i membri della specie Homo sapiens) non sarebbero esistite le montagne

  2. Se non fossimo esistiti noi (i membri della specie Homo Sapiens) non sarebbero esistiti i dinosauri

18Ma da (7)/(10) e (8)/(11) segue che l’esistenza di cose nel passato (alcune montagne e i dinosauri) dipende dall’esistenza di altre cose nel futuro (l’Homo sapiens) e, siccome si tratta di entità materiali, l’esistenza delle quali sembra dover dipendere, sempre rispetto a concezioni scientifiche accreditate, da processi fisici di tipo causale, ciò sembra comportare la tesi di una causazione “all’indietro”, che va cioè dal futuro al passato, un tipo di relazione causale che, per lo meno nel caso degli oggetti ed eventi fisici macroscopici di cui stiamo parlando, fa a pugni non solo col senso comune, che di per sé non vorrebbe dire tantissimo (in fondo il senso comune pensa un sacco di falsità), ma anche con quello che pensano molti scienziati e molti filosofi (quelli analitici, in particolare, a partire da Michael Dummett (1954), hanno abbastanza discusso, con pareri discordanti, sull’ammissibilità per lo meno concettuale della backward causation).

19Se però una tesi implica qualcosa di falso è a sua volta falsa dunque, ammesso che il costruttivismo di cui stiamo discutendo implichi effettivamente la tesi falsa dell’efficacia causale all’indietro degli esseri umani sull’esistenza delle montagne e dei dinosauri, esso è a sua volta falso.

  • 5 Gallese e Lakoff sembrano effettivamente convergere con quest’idea quando affermano, nel passo cita (...)

20Il costruttivista-cognitivista può a questo punto difendersi negando che la sua tesi implichi la dipendenza causale di montagne e dinosauri dalle nostre menti. Un modo di farlo è aderire a quella forma di costruttivismo che, nella tradizione analitica, è stata difesa, in modi e con esiti diversi, ma con un nucleo concettuale comune, da filosofi quali Nelson Goodman (1978, 1983); Hilary Putnam, almeno nella fase del suo pensiero detta “realismo interno” (Putnam 1981), e Richard Rorty (che, pur essendo passato alla squadra postmodernista, ha elaborato le sue posizioni partendo dal milieu della filosofia analitica). Proprio Rorty (1998: 86-87) ha negato con fermezza che il costruttivismo comporti una dipendenza causale delle cose dai nostri concetti; esso comporta invece, secondo Rorty, soltanto una dipendenza rappresentazionale delle cose dai nostri concetti. L’idea è la seguente: se avessimo avuto concetti diversi, se avessimo categorizzato la realtà in modo diverso (nel caso in cui, direbbe un sostenitore della cognizione incarnata, le nostre interazioni senso-motorie col mondo fossero state di tipo diverso) ci saremmo rappresentati un mondo popolato da cose diverse da quelle che ci rappresentiamo di fatto. Se, per esempio, fossimo stati fatti in modo tale che per la nostra sopravvivenza fosse stato più utile cogliere come oggetti che si distinguono in una scena non le montagne ma l’unione delle montagne e delle vallate che le circondano, non avremmo avuto il concetto di <montagna> ma, poniamo, quello di <valtagna> che non si applica appunto né alle montagne né alle vallate prese isolatamente ma alla porzione di spazio che comprende una montagna con la vallata circostante. In questa situazione la nostra rappresentazione del mondo comprenderebbe, fra i tipi di oggetti che lo popolano, non le montagne e le vallate ma, appunto, le valtagne. Ma chi ci autorizza a dire che esistono davvero solo le montagne e non le valtagne? In fondo tanto il concetto di <montagna> quanto quello di <valtagna> costituiscono due diversi modi di rappresentarsi la realtà, ciascuno dei quali (direbbe il sostenitore della cognizione incarnata) è radicato in diverse strutture senso-motorie e in diversi modi di interagire col mondo. D’altra parte non abbiamo alcun modo di saltare fuori dai sistemi concettuali per confrontarli in modo neutrale, con uno sguardo da nessun luogo, con una presunta realtà com’è fatta in se stessa. Quello che possiamo fare è al più valutare un sistema concettuale a partire da un altro sistema concettuale. Il costruttivista può dunque concludere che le montagne e le valtagne sono reali solo nel senso minimale che lo sono all’interno dei rispettivi sistemi concettuali. Montagne e valtagne (così come anche i dinosauri) non sono però reali nel senso di esistere come parti di una realtà indipendente dalle concettualizzazioni che ne facciamo. Ricorrendo all’uso ironizzante delle virgolette si potrebbe dire che tutte queste cose non sono reali ma solo “reali”5.

  • 6 Lo slogan è il modo in cui è stata etichettata la mossa compiuta da Putnam per bloccare l’obiezione (...)
  • 7 Sulla mossa di Goodman e i suoi limiti, nonché più in generale su queste forme di costruttivismo, s (...)

21La falla in questo ragionamento è stata secondo me correttamente individuata da Ferraris in quella che lui chiama la confusione fra epistemologia e ontologia (Ferraris 2001: 89-106; 2012: 43-47), fra quello che sappiamo, e siamo in grado di rappresentarci, e quello che c’è. Come ha osservato Marconi (2007: 57-76), anche se è un’affermazione condivisibile che il nostro accesso alla realtà dipende dalle caratteristiche dei nostri concetti, e che dunque potremo o non potremo rappresentarci e conoscere certi aspetti della realtà a seconda dei concetti di cui disponiamo, da ciò non sembra potersi concludere che la realtà in questione e il modo in cui è fatta (o non è fatta) dipenda dai nostri concetti. Certo, senza possedere il concetto di <dinosauro> non avremmo potuto pensare all’esistenza dei dinosauri, non avremmo potuto formulare alcuna teoria su di essi, ma cosa c’entra questo con l’esistenza dei dinosauri e col modo in cui erano fatti? Nuovamente: i dinosauri non c’erano ancora prima che li potessimo pensare? Non sembra che il costruttivista possa sfuggire dal rispondere alla domanda positivamente o negativamente. Se risponde che sì, in fondo c’erano, solo che nessuno se li rappresentava come dinosauri, allora la sua tesi è una sensata considerazione che però non ha alcun peso ontologico; se risponde invece che non c’erano (e non semplicemente che nessuno poteva dire o pensare che c’erano) allora non sembra potere sfuggire, contrariamente a quanto dice Rorty, all’accusa di sostenere l’implausibile potere causale a ritroso delle nostre menti. Il costruttivista potrebbe tentare un’ultima mossa facendo propria la tesi di Goodman (1983: 104), secondo cui l’indipendenza degli oggetti materiali dalle nostre menti e, in alcuni casi, la loro preesistenza nel tempo alla nostra specie sono a loro volta parte del nostro concetto di tali oggetti: la preesistenza dei dinosauri alle nostre menti è parte a sua volta del nostro concetto di dinosauro, fa parte della nostra teoria dei dinosauri, Just more theory 6. Mi pare però che questa mossa non rimuova il dilemma. Si può infatti così incalzare il costruttivista: certamente abbiamo una teoria che parla di certe entità, i dinosauri, e afferma che sono esistiti milioni di anni fa, ma tali entità sono esistite o non sono esistite? Esiste solo la teoria (in qual caso i dinosauri sono come i personaggi di un romanzo) oppure esistono (sono esistiti) anche i dinosauri? Se il costruttivista sceglie il secondo corno abbandona il costruttivismo, se sceglie il primo cade in una forma di idealismo linguistico/concettuale (Goodman non a caso descriveva la sua posizione come un “irrealismo” per cui il mondo si identifica con le sue versioni), forse ancora più implausibile della tesi della causazione a ritroso7.

22Vale la pena inoltre di osservare che, una volta dissipata la fallacia della confusione fra epistemologia e ontologia, il realista può non solo permettersi di accettare gran parte delle considerazioni fatte dal costruttivista riguardo ai molteplici modi in cui è possibile in linea di principio concettualizzare il mondo (come può anche accettare in toto la teoria dei concetti proposta da Gallese e Lakoff), ma può (anche se non necessariamente) trarne persino delle conclusioni ontologiche, anche se molto diverse da quelle del costruttivista. Torniamo all’esempio delle montagne e delle valtagne. Il realista può benissimo accettare l’idea dell’uguale legittimità del sistema che rappresenta valtagne e di quello che rappresenta montagne e vallate come oggetti distinti. Egli può semplicemente rifiutarsi di trarre da ciò la conclusione che le montagne e le valtagne esistono solo all’interno o in riferimento a certi apparati concettuali, sostenendo invece che le montagne e le valtagne esistono entrambe tout-court (esistono cioè senza virgolette) e che, proprio perché i due apparati concettuali colgono con le loro differenti risorse due cose che esistono al di fuori di essi sono, prima ancora che entrambi legittimi, entrambi efficaci per guidare nell’azione i soggetti che li posseggono. Insomma il realista può capovolgere la tesi costruttivista della sottodeterminazione della realtà rispetto alla rappresentazione (per cui esiste una realtà amorfa che può essere plasmata in diversi modi a partire da diversi sistemi concettuali) in quella della sovradeterminazione della realtà rispetto alla rappresentazione. Come l’Amleto di Shakespeare apostrofava Orazio col celebre «Ci sono molte più cose in cielo e in terra Orazio di quante ne sogni la tua filosofia!», il realista può invitare il costruttivista a riconoscere che ci sono nella realtà molte più cose di quante, in virtù dei nostri apparati concettuali, ce ne rappresentiamo. Proprio in virtù di tale ricchezza della realtà sono possibili, in linea di principio, molteplici sistemi di rappresentazioni che la “ritagliano” in modo diverso, la ritagliano non nel senso che creano le cose che la costituiscono, ma le illuminano e le mettono in rilievo, come quando con una torcia possiamo fare emergere dal buio diversi particolari di un quadro o quando, togliendo con la mano la polvere da un vecchio mobile, possiamo evidenziare, a seconda di dove si poserà la nostra mano, diverse parti di una grande incisione, una mano, un braccio, un sorriso.

3. Una piccola morale conclusiva

23L’antirealismo (in forme, fra l’altro, non sempre costruttiviste) non è esclusivo appannaggio di una filosofia postmoderna forse sulla strada del tramonto, ma è una posizione che nutre proseliti in contrade quali la scienza cognitiva e la filosofia analitica, in quest’ultimo caso difeso, seppur in forme molto diverse, da suoi esponenti che sono ormai assunti allo stato di quasi-classici, come Putnam, almeno nella sua fase realista-interna e, in modo e con esiti diversi, Dummett (cfr. Dummett 1959; 1982), sostenitore di una molto influente riformulazione su basi semantiche del dibattito realismo-antirealismo.

  • 8 Cfr. anche Marconi (2007: 138-150).

24In queste contrade la difesa di posizioni antirealiste, e talvolta, come nei casi su cui ci siamo soffermati, costruttiviste, è scevra tanto da argomenti di tipo storicistico o etico-politico, come l’idea che le nozioni di realtà, oggettività, verità, siano intrinsecamente connesse alla volontà di dominio e alle relazioni di potere (argomenti giustamente criticati da Ferraris (2012: 87-91))8, quanto dall’esegesi attualizzante di autori del passato, che hanno in buona parte caratterizzato l’antirealismo del pensiero postmoderno. Essa si basa piuttosto sui risultati di indagini psicologiche e neurologiche (negli scienziati cognitivi) e su considerazioni di ordine logico e semantico (in antirealisti analitici quali Putnam e Dummett).

25Si tratta di posizioni con cui il realista deve a mio parere serratamente fare i conti, se non vuole vincere una battaglia contro delle truppe oramai un po’ scompaginate mentre, dietro la collina, avanza il grosso dell’esercito con le sue armi ancora luccicanti.

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Bibliografia

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Dummett M.
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Viano C.A.
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Note

1 Ferraris (2012) usa il termine “costruttivismo” per caratterizzare quella concezione che è detta anche “relativismo concettuale” (cfr. Marconi 2007: 57-80; Coliva 2009: 18-41).

2 La centralità del costruttivismo / relativismo concettuale per il pensiero postmoderno è sottolineata anche da Marconi (2007: 69-76).

3 D’ora in poi adotterò la convenzione di scrivere una parola fra virgolette uncinate per riferirmi al concetto espresso da quella parola.

4 Si può per esempio sostenere che il concetto di <dinosauro> sia un concetto complesso, formato cioè da concetti più semplici come quelli di <animale>, <non più vivente>, <di grandi dimensioni>… e che la teoria si applichi indirettamente a tale concetto in virtù del fatto di applicarsi ai suoi costituenti.

5 Gallese e Lakoff sembrano effettivamente convergere con quest’idea quando affermano, nel passo citato, che una frase come «Alcune sedie sono verdi» non è vera in assoluto ma al più vera «relativamente alla nostra comprensione del mondo corporeamente fondata» (corsivo mio).

6 Lo slogan è il modo in cui è stata etichettata la mossa compiuta da Putnam per bloccare l’obiezione più diffusa al suo argomento basato sulla teoria logica dei modelli (Putnam 1981: 40-43, 233-34), volto a mostrare che esistono infiniti modi tutti egualmente legittimi (nel senso che preservano il valore di verità degli enunciati) di fissare il riferimento dei termini del linguaggio, cioè di mappare il linguaggio sul mondo, argomento che costituisce la base logica dell’attacco di Putnam al realismo metafisico. L’obiezione è che ci sono dei fatti, che possono essere descritti da una teoria semantica (per esempio il sussistere di relazioni causali fra espressioni e parti del mondo) che determinano quali sono i riferimenti effettivi delle espressioni (quale sia cioè, fra tutte quelle ammissibili, la cosiddetta interpretazione intesa). La risposta di Putnam all’obiezione era appunto che la teoria semantica in questione sarebbe un’altra entità linguistica (un altro pezzo di teoria appunto) per le cui espressioni si riproporrebbe il problema dell’esistenza di molti modi legittimi di fissarne il riferimento.

7 Sulla mossa di Goodman e i suoi limiti, nonché più in generale su queste forme di costruttivismo, si veda Coliva (2009: 33-42).

8 Cfr. anche Marconi (2007: 138-150).

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Stefano Caputo, «Realtà e rappresentazione. L’antirealismo costruttivista al di fuori del postmoderno»Rivista di estetica, 60 | 2015, 43-53.

Notizia bibliografica digitale

Stefano Caputo, «Realtà e rappresentazione. L’antirealismo costruttivista al di fuori del postmoderno»Rivista di estetica [Online], 60 | 2015, online dal 01 décembre 2015, consultato il 20 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/564; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.564

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Stefano Caputo

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