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Recensioni

Roberto Diodato, Estetica del virtuale

Oscar Meo
p. 269-270
Notizia bibliografica:

Roberto Diodato, Estetica del virtuale, Bruno Mondadori, Milano 2005, 213 pp.

Testo integrale

1Un’eccellente chiave di lettura di questo ampio e articolato lavoro proviene dal riferimento iniziale che, al fine di chiarire le ragioni della scelta del titolo, Diodato fa alla centralità del suo interesse per l’aisthesis e per il “corpo vivo” nella sua interazione con i corpi-immagine. L’esperienza dell’immersione nei mondi virtuali ci pone infatti di fronte alla necessità di interrogarci sia intorno al nostro rapporto sensoriale e rappresentazionale con la nuova “realtà” sia intorno al suo statuto ontologico, cominciando con la formulazione di due domande radicali: cosa è il mondo virtuale? che tipo di entità sono quelle che lo abitano?

2La prima parte (capp. 1-4) è centrata sulla definizione di “corpo virtuale”. Al fine di chiarire lo statuto dell’immagine digitale, Diodato fa ricorso a una serie di denominazioni apparentemente ossi- moriche, che bene caratterizzano come il “corpo-immagine”, in quanto per essenza interattivo, sia un ibrido dallo statuto ontologico incerto. Corpo virtuale è l’utente stesso nella misura in cui si trova rappresentato dal proprio avatar nell’ambiente virtuale, diventando un “quasi-cyborg”, che è al tempo stesso soggetto e oggetto e che pertanto - avverte opportunamente Diodato - ci precipita nel “paradosso dell’identità”. Ma si coglie la singolarità della situazione, la “novità ontologica”, grazie anche a due altre coppie ossimoriche individuate da Diodato: il corpo virtuale è sia un “oggetto-evento”, al tempo stesso azione e ente, nodo di relazioni (e l’individuo che ne risulta è “sottile”, proprio perché interattivo) sia “esterno-interno”, emendabile - per lo meno in linea teorica - grazie alla sua connettibilità con la sede degli impulsi nervosi, ma diverso dai prodotti dell’immaginazione o dell’attività onirica, perché intersoggettivamente esperibile. Una proficua prospettiva di approfondimento del problema, suggerisce Diodato, è offerta dal confronto con la riflessione merleau-pontyana sulla “carne” come luogo della comunanza fra corpo e mondo e di una “reversibilità” che supera le rigide polarità inadatte a cogliere la specificità del corpo virtuale.

3La seconda parte (capp. 5-6) contiene raffinate incursioni nel dominio propriamente metafisico e analizza in modo approfondito e chiarificatore, dopo una riflessione preliminare sullo spazio e sul tempo, il controverso concetto di “virtuale”, con particolare riferimento al suo complesso rapporto con il “possibile”. Intrecciando un serrato colloquio critico con Derrida, Pierre Lévy e Deleuze, Diodato giunge alla conclusione che virtuale e attuale coesistono nell’interazione in un circuito e in uno scambio “che si cristallizza in esperienze percettive”.

4I due capitoli finali si soffermano su alcuni temi estetici nel senso più ristretto del termine e dedicano particolare attenzione ai rapporti fra il fruitore e il vasto campo del virtuale. Il fatto che lo spazio virtuale viva del movimento del corpo del fruitore e dell5interattività consente di concepire quest’ultimo come protagonista “attivo-passivo” e “potenziale-attuale”: in sostanza, egli stesso diventa “virtuale” (e pregno della stessa ambiguità). Diodato offre poi un’acuta interpretazione della sintassi e della semantica dell’ipertesto. In esso le vecchie categorie narratologiche non vengono affatto soppresse, giacché le trame testuali si dispongono comunque in modo “lineare”: da un qualsiasi punto preprogrammato si dipartono connessioni causali. Più in generale, però, l’ipertesto si pone come “metafora del mondo”: la logica multilineare produce un senso di libertà all’interno di un’organizzazione molto complessa. Il web è “politeista”: “nessun iperautore può avere uno sguardo totalizzante” su di esso (p. 192); i limiti sono fluidi; i collegamenti sono finiti, ma infiniti per il fruitore; i punti di vista sono relazioni continuamente mutanti; la rete è in continua espansione.

5Dal punto di vista dell’uomo, tutto ciò non può che tradursi nell’immagine di una apertura ontologica, di cui sono segno eloquente le ambiguità strutturali del virtuale, e in una corrispondente apertura ermeneutica, che è testimoniata dall’approccio stesso di Diodato. Spiace soltanto che l’esiguità dello spazio a disposizione non consenta un confronto più articolato e puntuale con questo stimolante lavoro, che - fra quelli sul virtuale oggi in circolazione - si segnala per la sua radicalità filosofica ed è capace di ricavare dalle nuove esperienze (e non solo da quelle estetiche) domande essenziali (e inquietanti) sul piano stesso della metafisica.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Oscar Meo, «Roberto Diodato, Estetica del virtuale»Rivista di estetica, 33 | 2006, 269-270.

Notizia bibliografica digitale

Oscar Meo, «Roberto Diodato, Estetica del virtuale»Rivista di estetica [Online], 33 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/4459; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.4459

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