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Problemi di metaetica nietzscheana

Paolo Stellino
p. 175-190

Abstract

Nietzsche’s metaethics is a topic which, especially in the last decade, has gained ever increasing attention among Anglo-American Nietzsche-scholars. Conversely, this topic has been almost ignored by continental philosophers. This paper aims to give a general overview of the ongoing discussion, focusing on several problems originating from the attempt to give a coherent and non-contradictory picture of both Nietzsche’s negative and positive metaethical position. Attention will be first directed to Nietzsche’s moral perspectivism (1) and then to his alleged proto-error theory (2). Subsequently, the focus will be on Nietzsche’s moral projectivism and the question of whether this position necessarily requires a non-cognitivist view of moral discourse (3). Finally, the last section will be devoted to a discussion of how to reconcile Nietzsche’s negative metaethics with his positive metaethics (4).

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Note dell’autore

Nel testo sono state adottate le classiche abbreviazioni per gli scritti di Nietzsche (derivanti dal titolo originale in tedesco): MA = Umano, troppo umano; M = Aurora; FW = La gaia scienza; Za = Così parlò Zarathustra; JGB = Al di là del bene e del male; GM = La genealogia della morale; GD = Crepuscolo degli idoli; A = L’Anticristo; EH= Ecce Homo; NF = Frammenti postumi. Le sigle sono seguite, nel caso delle opere, dal titolo della sezione (ove presente) e dal numero dell’aforisma; nel caso di frammenti, dal numero della nota postuma, dal periodo e dall’anno. Le traduzioni di riferimento sono quelle adottate nell’edizione critica delle opere di Nietzsche a cura di G. Colli e M. Montinari, Milano, Adelphi, 1967 e ss. Per il Crepuscolo degli idoli si è seguita la nuova traduzione italiana a cura di P. Gori e C. Piazzesi, Roma, Carocci, 2012. La traduzione dei passi citati da testi e saggi in lingua straniera, non tradotti in italiano, è invece a cura dell’autore.

Testo integrale

  • 1 Si suole associare la nascita della metaetica con la pubblicazione, nel 1903, di Principia Ethica d (...)

1Il primo e fondamentale problema che si pone, qualora ci si accinga ad affrontare lo studio della metaetica nietzscheana, è senza dubbio il seguente: ha senso parlare di una “metaetica nietzscheana”? La metaetica si distingue dall’etica normativa in quanto essa non prescrive norme dell’agire come quest’ultima, ma si interroga sui presupposti metafisici, epistemologici e semantici del linguaggio e della pratica morale. In altri termini, le tipiche domande che gli studiosi di metaetica si pongono sono: esistono fatti o proprietà morali? E, in tal caso, qual è il loro status metafisico? È possibile parlare di una “conoscenza morale”? Qual è la funzione semantica del linguaggio morale? Sebbene questioni riguardanti la fondazione e lo status del linguaggio e della pratica morale siano già tipiche della filosofia antica, la metaetica, come disciplina analitica, nasce nel xx secolo1. In tal modo, la domanda sul senso di una metaetica nietzscheana può essere riformulata nei seguenti termini: è lecito utilizzare le categorie di una disciplina appartenente al xx secolo per comprendere una filosofia, quale quella nietzscheana, che nasce e si sviluppa nell’Ottocento?

  • 2 Cfr. GD, Detti, 26: «Diffido di tutti i sistematici e per la strada li evito. La volontà di sistema (...)

2Al pericolo di anacronismo, dobbiamo anche associare il rischio di forzare il pensiero nietzscheano, tipicamente e volutamente asistematico2, in categorie e schemi a esso estranei. Già a metà degli anni Settanta, John Wilcox (1974: 6), uno dei primi studiosi a occuparsi della metaetica nietzscheana, affermava quanto segue: «È inutile negare le antinomie, dirette o indirette, presenti nel pensiero nietzscheano. Nietzsche non è un pensatore ordinato, non ha un sistema nitido. Ogni tentativo di forzare il suo pensiero in uno schema corre il grave pericolo di ignorare o distorcere buona parte di ciò che lui ha da dire». Come spiegare, dunque, il notevole interesse che la metaetica nietzscheana ha suscitato in ambito anglo-americano, soprattutto dopo la pubblicazione dell’articolo omonimo di Brian Leiter (2000)?

3Il primo pericolo, quello dell’anacronismo, è in realtà solo apparente. Come ha fatto notare Simon Robertson (2009: 81), non si tratta di pretendere da Nietzsche una posizione chiara e definita circa la metafisica e la semantica del linguaggio e della pratica morale. Piuttosto, possiamo concepire la metaetica in un senso più ampio, come quell’ambito dell’etica che s’interroga sulla natura e la giustificazione dei giudizi di valore morali (ciò che Nietzsche definisce Werthschätzungen): non v’è dubbio che negli scritti nietzscheani sia possibile rintracciare una molteplicità di spunti e riflessioni sulla metaetica intesa in questo senso.

  • 3 Un’altra critica che spesso è sollevata nei confronti degli specialisti nietzscheani di orientament (...)

4Per quanto riguarda invece il secondo pericolo, quello di forzare il pensiero nietzscheano in categorie e schemi a esso estranei, ebbene, esso, a differenza del primo, è concreto e tangibile, ed è proprio da ciò che deriva, a nostro avviso, buona parte della resistenza e del rifiuto da parte degli specialisti nietzscheani di stampo continentale a prendere in considerazione il lavoro dei loro colleghi di orientamento analitico3. L’uso, però, di categorie e schemi appartenenti alla filosofia analitica contemporanea può essere anche proficuo, giacché tali categorie e schemi ci aiutano e, allo stesso tempo, ci obbligano a far chiarezza sulla posizione metaetica assunta da Nietzsche nelle sue opere, posizione resa a volte oscura, a volte quasi contraddittoria, dall’uso dello stile aforistico, dall’enfasi retorica o dalla propensione nietzscheana per il paradosso.

  • 4 Sul carattere sperimentale della filosofia nietzscheana, si veda in particolare Kaulbach 1980.

5Il dibattito sulla metaetica nietzscheana (per lo meno, quel tipo di dibattito che si avvale delle categorie della filosofia analitica contemporanea) ha registrato, negli ultimi anni, una crescita di contributi talmente forte, che è possibile tuttora definire questo tema come mainstream all’interno degli studi su Nietzsche in lingua inglese. Uno degli obiettivi del presente articolo è dunque quello di offrire un quadro globale di tale dibattito, poco conosciuto, se non completamente sconosciuto, dagli studiosi italiani. Come si potrà evincere in seguito, esistono ancora tanti interrogativi e dubbi su quale sia esattamente il modo più corretto di interpretare la posizione metaetica di Nietzsche. Proprio il carattere dichiaratamente sperimentale4 della sua filosofia rende particolarmente arduo il compito di offrire una mappatura di tale posizione. In questo senso, nelle pagine seguenti saranno messi in luce i numerosi problemi nei quali s’incorre qualora si tenti di dare un’immagine coerente e non-contraddittoria della metaetica nietzscheana.

1. Prospettivismo morale

  • 5 Il locus classicus è NF 7[60], fine 1886-primavera 1887. Si vedano, ovviamente, anche FW 354 e 374 (...)
  • 6 Cfr. Stellino 2011.
  • 7 Cfr. NF 2[165], autunno 1885 - autunno 1886: «La mia proposizione principale è questa: non ci sono (...)

6Uno dei temi che, specialmente negli ultimi anni, ha suscitato notevole interesse all’interno degli studi nietzscheani è, senza dubbio, quello del prospettivismo, ossia la concezione secondo la quale la nostra conoscenza del mondo è inevitabilmente parziale (poiché limitata alla nostra prospettiva), poetizzata (è il risultato di un’interpretazione) e semplificata (dalla natura della nostra coscienza)5. Ciò che però pochi studiosi hanno rilevato è che accanto a un prospettivismo di tipo teoretico o gnoseologico, è possibile trovare in Nietzsche anche un prospettivismo di tipo pratico o morale6, sintetizzato lucidamente nella massima di JGB 108 «Non esistono affatto fenomeni [Phänomene] morali, ma soltanto una interpretazione morale di fenomeni»7, e riaffermato, per esteso, nel seguente passo tratto da GD (I “miglioratori” dell’umanità, 1):

È nota la mia richiesta ai filosofi: che si pongano al di là di bene e male, – che lascino sotto di sé l’illusione del giudizio morale. Questa richiesta deriva da una concezione, che è stata formulata da me per la prima volta: che non esistono assolutamente fatti [Thatsachen] morali. Il giudizio morale ha in comune con quello religioso il fatto di credere a realtà che non sono tali. La morale è solo un’interpretazione [Ausdeutung] di determinati fenomeni, detto più precisamente una falsa interpretazione [Missdeutung]. Il giudizio morale appartiene, come quello religioso, a un grado di ignoranza nel quale manca ancora perfino il concetto di reale, la distinzione tra reale e immaginario: cosicché, a tale grado, “verità” designa soltanto cose che oggi noi chiamiamo “illusioni”. Il giudizio morale non è quindi mai da prendere alla lettera: in quanto tale esso contiene sempre solo assurdità.

  • 8 Cfr. NF 2[190], autunno 1885 - autunno 1886: «Che cosa significa di per sé valutare [Werthschätzen] (...)
  • 9 Cfr. NF 26[178], estate-autunno 1884: «Bene e male [Böse] come prospettivistici [perspectivisch]»; (...)

7Nietzsche, dunque, sembra negare l’esistenza di una verità morale, ossia, l’esistenza di fatti (o fenomeni), proprietà e valori morali oggettivi. La realtà è in sé amorale. Che esistano fatti o fenomeni morali è una pura illusione, una chimera: ciò che unicamente abbiamo è un’interpretazione morale che è apposta al fatto o al fenomeno8. Tale interpretazione però è formulata, sempre e inevitabilmente, da una specifica prospettiva (quella dell’individuo, del popolo, della cultura, etc.), da cui la definizione di “prospettivismo” 9.

  • 10 Cfr. Gowans 2012.

8Espresso in questi termini, il prospettivismo morale nietzscheano sembra essere sostanzialmente un relativismo. V’è però un problema: nella metaetica contemporanea per “relativismo morale metaetico” si suole intendere quella posizione secondo la quale la verità di un giudizio morale P (per esempio, “abortire è moralmente lecito”) non è assoluta, ma relativa alla società o cultura x. In altri termini, P è vera se riferita a x e falsa se riferita a y (un’altra società o cultura all’interno della quale la pratica dell’aborto è moralmente illecita)10. Così inteso, il relativismo morale preserva un valore di verità; valore che non è assoluto, ma relativo. Proprio per questo motivo, il relativismo morale si distingue dallo scetticismo morale, giacché quest’ultimo rifiuta ogni tipo di assegnazione di valore di verità, sia esso assoluto o relativo. L’uso di termini quali «illusione», «falsa interpretazione» e «assurdità» nel passaggio tratto da GD, sembra indicare che Nietzsche neghi la possibilità che i giudizi morali preservino un pur minimo valore di verità. Se ciò è corretto, il prospettivismo nietzscheano sarebbe da leggere come uno scetticismo morale, e non come un relativismo morale.

2. (Proto-)Teoria dell’errore

  • 11 Mackie difende tale asserzione facendo ricorso a due argomenti: l’argomento della relatività e l’ar (...)

9In consonanza con questa importante distinzione tra scetticismo e relativismo morale, e sulla base del passaggio citato da GD, Nadeem J.Z. Hussain (2007) e Charles Pigden (2007) hanno recentemente proposto di interpretare Nietzsche come un prototeorico dell’errore. Secondo John L. Mackie (1977: 35), il padre di ciò che è universalmente conosciuta come “error theory”, i giudizi morali sono ordinariamente formulati in modo tale da rivendicare una «pretesa di oggettività [a claim to objectivity]», pretesa che è stata incorporata nel linguaggio morale comune e corrente. In altri termini, il modo in cui tali giudizi sono formulati rivela il presupposto su cui essi si poggiano: la convinzione che esistano valori morali oggettivi. Proprio tale presupposto è, però, secondo Mackie, errato, giacché, come indicato nell’incipit provocatorio dell’opera, «non esistono valori oggettivi» (ibidem: 15)11. Da ciò, appunto, l’errore cui fa riferimento il nome della teoria stessa.

10In termini più tecnici, la teoria dell’errore (d’ora in avanti: TE) è costituita dalla combinazione di una tesi semantica e una tesi ontologica o, più in concreto, dall’unione di una posizione cognitivista rispetto al linguaggio morale e di un atteggiamento antirealista circa lo status metafisico dei valori morali. Secondo il cognitivismo, i giudizi morali esprimono convinzioni (beliefs). Tali convinzioni possono essere vere o false. Esse sono, in altri termini, truth-apt, ossia, adatte a essere valutate in termini di verità o falsità (Miller 2003: 3). Se i giudizi morali fossero veri, essi ci permetterebbero dunque un accesso cognitivo a fatti o proprietà morali (ibidem: 5). Secondo Mackie, però, è per l’appunto tale accesso cognitivo che i giudizi morali non possono garantirci, proprio perché quei fatti o proprietà morali cui essi rimandano non esistono (antirealismo).

  • 12 Hussain giustamente osserva che l’analogia con la religione è già presente in MA, I, 4.

11La posizione difesa da Mackie sembra molto simile a quella che Nietzsche propone nel passo di GD, sopra citato. D’altronde, non è un caso che Richard Joyce (2001: 179), attualmente il più noto esponente della teoria dell’errore, abbia visto in Nietzsche, se non esattamente un teorico dell’errore, per lo meno, «un progenitore essenziale» di tale teoria. Come ha fatto inoltre notare Hussain (2013: 392), l’analogia con la religione che Nietzsche stabilisce nel passo citato pare confermare la possibilità di leggerlo nell’ottica di una TE12. In questo senso, Nietzsche sarebbe un prototeorico dell’errore non solo nei confronti della morale, ma anche della religione. La sua posizione si potrebbe riassumere in (questi) tre punti:

  1. il linguaggio morale e il linguaggio religioso esprimono rispettivamente convinzioni circa l’esistenza di fatti morali o di Dio (cognitivismo);

  2. non esistono né fatti morali né Dio (antirealismo);

  3. le credenze morali e religiose sono errate.

12Nonostante la sua plausibilità, l’interpretazione di Nietzsche come prototeorico dell’errore è più problematica di quanto possa apparire a prima vista. Anzitutto è necessario definire esattamente la tipologia di TE attribuita a Nietzsche. Di fatto, come ha rilevato Hussain (2010 e 2013), è possibile distinguere fra tre diversi tipi di TE: metafisica, del presupposto ed epistemica. Il primo tipo di teoria deriva il suo nome da un’affermazione metafisica di base, che riguarda l’esistenza delle proprietà morali (corretto o sbagliato, giusto o ingiusto, buono o cattivo, etc.): tali proprietà non esistono e, dunque, le credenze che rimandano a esse sono errate. Questa è sostanzialmente la posizione sostenuta da Mackie – posizione che Joyce (2006: 223) ha ribattezzato «scetticismo morale ateo». Per quanto l’etichetta di “metafisico” strida con Nietzsche, essa sembra essere la più adatta a definire la posizione da lui sostenuta in JGB 108 e GD, I “miglioratori” dell’umanità, 1.

  • 13 Basti menzionare JGB 21 e GD, I quattro grandi errori, 7.

13La TE del presupposto si distingue da quella metafisica poiché essa non prende in considerazione lo status metafisico delle proprietà morali, ma piuttosto si concentra sui presupposti su cui si reggono i giudizi morali. Buona parte della critica nietzscheana alla morale si basa, per esempio, sul fatto che essa supponga l’esistenza del libero arbitrio, concetto che Nietzsche critica ripetutamente e di cui nega l’esistenza13. I giudizi morali sarebbero in questo senso erronei, giacché si baserebbero su un presupposto (la credenza nell’esistenza del libero arbitrio) inesistente.

14Infine, la TE epistemica afferma che le credenze morali, anche se ipoteticamente vere, non sono comunque giustificate, poiché le prove e gli indizi di cui disponiamo sono insufficienti a provarne l’esattezza. Tale posizione di «scetticismo morale agnostico» (ibidem) è tipicamente sostenuta dai difensori del anti-realismo evoluzionistico (Joyce 2006, Street 2006), per i quali la spiegazione più plausibile delle nostre convinzioni morali è che esse siano il risultato di un processo evolutivo utile alla specie, piuttosto che l’effetto di una qualsiasi presunta abilità umana nel rispecchiare delle verità morali. Allo stesso modo, suggerisce Hussain (2010: 338), la genealogia della morale nietzscheana potrebbe essere letta nei termini di una TE epistemica, giacché essa mette in dubbio la validità dei giudizi di valore (Werthurtheile) morali mostrandone l’origine derivante dalla rivolta degli schiavi contro il modo di valutazione aristocratico.

  • 14 Cfr. anche Janaway e Robertson (2012: 2) e Hussain (2012: 125).
  • 15 L’interpretazione di Nietzsche come prototeorico dell’errore suscita ulteriori interrogativi. Per e (...)

15Come è possibile notare, la filosofia nietzscheana sembra poter esser interpretata in conformità a tutte e tre i diversi tipi di TE, e ciò si potrebbe spiegare col fatto che la critica nietzscheana della morale si muove su diversi binari paralleli. La difficoltà sta, però, nel ricongiungere la TE metafisica con la TE epistemica. In altri termini, qual è la posizione nietzscheana nei confronti dei giudizi morali? Quello di uno scettico morale ateo, che nega l’esistenza di una verità morale, o quello di uno scettico morale agnostico, che si limita a porne in dubbio l’esistenza? Al di là di ciò che può sembrare una mera disquisizione concettuale, l’obiettivo consiste nel definire con la massima esattezza la metaetica dei valori o dei giudizi morali che Nietzsche critica, giacché solo così è possibile valutarne la coerenza con la metaetica dei valori che egli stesso propone attraverso la trasvalutazione (sulla quale ci soffermeremo in seguito). In altri termini, seguendo la distinzione operata da Robertson (2009)14, si tratta di capire se la posizione metaetica negativa nietzscheana sia riconciliabile e non cada in contraddizione con la posizione metaetica positiva15.

3. Cognitivismo/non-cognitivismo e proiezionismo

  • 16 Si ricordi, infatti, che la teoria dell’errore è costituita da una combinazione di antirealismo e c (...)

16La maggior difficoltà dell’interpretazione di Nietzsche come prototeorico dell’errore è legata al doverne fare un cognitivista16. Il problema deriva dal fatto che molti passaggi suggeriscono un’interpretazione ambigua o poco chiara dell’eventuale posizione nietzscheana circa la semantica del linguaggio morale. Nel suo studio pioneristico sulla metaetica nietzscheana, Wilcox (1974: 201), per esempio, proponeva di interpretare l’approccio nietzscheano come transcognitivo, ossia, come un’unione di cognitivismo e non-cognitivismo. Più recentemente, Leiter (2000: 278 e 2002: 137) ha argomentato invece a favore dell’impossibilità di attribuire a Nietzsche una risposta soddisfacente alle questioni semantiche. I testi, infatti, non fornirebbero indicazioni sufficientemente chiare al riguardo. C’è comunque da dire che buona parte degli specialisti non condivide lo scetticismo di Leiter. Tra di essi, di notevole interesse è la posizione di Maudemarie Clark e David Dudrick (2007), che ci permette di focalizzare l’attenzione sulla relazione tra TE e cognitivismo o non-cognitivismo.

17Secondo Clark e Dudrick, tra MA e FW vi sarebbe un cambio nella posizione metaetica nietzscheana: Nietzsche passerebbe dalla TE di MA alla posizione humiana di FW (pur mantenendo, in entrambi i casi, una posizione antirealista). In altre parole, in FW, i giudizi di valore non sarebbero più considerati da Nietzsche né veri, né falsi. Essi non sarebbero l’espressione di uno stato cognitivo (convinzione), ma piuttosto di uno stato non cognitivo (emozione, attitudine, sentimento, etc.), così come si evincerebbe dal seguente passo tratto da FW 301: «Ciò che soltanto ha valore nel mondo attuale, non è che lo abbia in se stesso, secondo la sua natura – la natura è sempre priva di valore: il fatto è invece che questo valore gli è stato dato, donato una volta, e fummo noi a dare e a donare!».

  • 17 Cfr. Hume (2010 [1739-1740]: 345) e (2009 [1751]: 205).

18Non v’è dubbio che questo sia uno dei passaggi in cui Nietzsche espone con maggior chiarezza una posizione di proiezionismo, ossia, quella concezione secondo la quale il mondo non ha valore o significato in se stesso, ma ne acquisisce uno solamente grazie alla previa proiezione umana di «valutazioni, colori, pesi, prospettive, scale, affermazioni e negazioni» (FW 301). Tale concezione è definita “humiana” da Clark e Dudrick, poiché è molto simile alla posizione difesa da Hume, sia nel Trattato sulla natura umana, sia nella Ricerca sui principi della morale17. Se però siamo stati noi a dare valore e significato al mondo, è allora lecito chiedersi, perché siamo soliti considerarlo come avente un valore e un significato intrinseco? Ciò accade, secondo Nietzsche, a causa di un atto di dimenticanza: «Soltanto noi abbiamo creato il mondo che in qualche modo interessa gli uomini!» scrive ancora il filosofo, «Ma appunto questa consapevolezza ci fa difetto e se anche per un momento riusciamo a coglierla, subito dopo torniamo a dimenticarla» (ibidem).

  • 18 Cfr. JGB 21: «Nell’“in sé” non esistono “collegamenti causali”, “necessità”, “non libertà psicologi (...)

19Nel contesto del presente articolo è interessante notare che, allo stesso modo in cui è possibile distinguere tra un prospettivismo di tipo gnoseologico e uno di tipo morale, anche nel caso del proiezionismo possiamo operare la stessa distinzione. Se infatti in JGB 21 Nietzsche allude a un proiezionismo di tipo epistemico18, in M 3 il proiezionismo è chiaramente di tipo morale, come si evince dal seguente passo: «L’uomo ha attribuito a tutto quanto esiste un rapporto con la morale e ha appeso alle spalle del mondo un significato etico. Ciò finirà per avere altrettanto valore, e non più, di quanto abbia oggi la credenza nel genere maschile o femminile del sole».

  • 19 Cfr. NF 2[149], autunno 1885 - autunno 1886: «Una “cosa in sé” è altrettanto assurda di un “senso i (...)

20Secondo Nietzsche, dunque, il carattere morale di un’azione non è una qualità intrinseca della stessa, ma unicamente un’interpretazione morale aggiunta dall’interprete, interpretazione che varia secondo la prospettiva morale all’interno della quale si trova l’interprete. Questo è appunto il prospettivismo morale, così come è già stato presentato in precedenza. A ciò, però, Nietzsche aggiunge la tematica dell’introduzione di senso o significato (Sinn/Werth hineinlegen): il carattere morale dell’azione non è stato scovato o scoperto, né tantomeno conosciuto attraverso una supposta facoltà di intuizione morale, bensì esso è stato introdotto nell’azione dall’interprete. Come spiega Zarathustra, infatti: «Per conservarsi, l’uomo fu il primo a porre dei valori nelle cose, – per primo egli creò un senso alle cose, un senso umano! […] Valutare è creare […]. Solo valutando egli conferisce valore: e senza di ciò la noce dell’esistenza sarebbe vuota» (Za I, Di mille e uno scopo)19.

  • 20 Ovviamente si può sempre dimostrare che la lettura di questi due passaggi nell’ottica della TE è er (...)

21Ritorniamo ora all’interpretazione proposta da Clark e Dudrick, secondo la quale, nel passaggio da MA a FW, si darebbe un cambio nella posizione metaetica nietzscheana (più specificamente, Nietzsche passerebbe dalla TE di MA al proiezionismo di FW). Anzitutto, tale interpretazione ha il problema di dover spiegare perché Nietzsche abbandoni la TE in FW, per poi riabbracciarla in JGB 108 e GD, I “miglioratori” dell’umanità, 120. Un secondo problema è legato al motivo per cui Clark e Dudrick affermano che Nietzsche abbandoni la TE in FW. Tale affermazione deriva dal fatto che il proiezionismo suole esser associato con una posizione di non-cognitivismo, posizione che, come già detto, è incompatibile con la TE (la quale combina assieme anti-realismo e cognitivismo). Se, dunque, Clark e Dudrick leggono il Nietzsche di FW come non-cognitivista, essi devono, per amor di coerenza, necessariamente rinunciare alla TE.

22Il problema di questo tipo di ragionamento deriva dalla premessa che il proiezionismo implichi, sempre e comunque, una posizione di non-cognitivismo. Come ha messo in luce Joyce (2006: 126), tale premessa è, in realtà, erronea:

Spesso si assume che il proiezionismo morale e il non-cognitivismo vadano mano nella mano […], ma ciò è sbagliato. Il punto cruciale da notare è che il proiezionismo implica una spiegazione di come il mondo appaia a coloro i quali operano la proiezione: esso appare a loro come se contenesse certe proprietà. Dato che possiamo supporre che il linguaggio, usato per discutere della questione, rispecchi la loro esperienza, allora, quando essi diranno, ad esempio, “la sofferenza di quell’animale è commovente”, possiamo dedurre che essi affermino che la situazione rappresenta [instantiate] quella proprietà. Ma se essi affermano ciò, ossia, se esprimono le proprie convinzioni al riguardo, allora non possono semplicemente esprimere le loro emozioni.

23Teoria dell’errore e proiezionismo non si escludono a vicenda, giacché il proiezionismo non necessariamente è accompagnato da una posizione non-cognitivista circa la semantica del linguaggio morale. Come ha fatto notare Hussain (2012: 130), «v’è un uso standard del termine “proiezione” che è consono al teorico dell’errore. A dir la verità, questo sembra essere l’uso che ne fa Nietzsche». La presenza di una posizione proiezionista in Nietzsche non è dunque una buona ragione per rifiutare la sua lettura come proto-teorico dell’errore. Al contrario, le due posizioni possono essere perfettamente riconciliabili tra di loro.

4. Metaetica negativa e metaetica positiva

24È possibile ora proporre un’interpretazione personale della metaetica negativa nietzscheana. Il quadro che Nietzsche dà di essa può essere schematicamente riassunto nei seguenti quattro punti:

  1. il mondo è privo di valore e significato morale (nichilismo morale);

  2. l’uomo proietta nel mondo valore e significato morale (proiezionismo morale);

  3. tale valore e significato è il risultato di un’interpretazione ed è proiettato a partire da una specifica prospettiva morale (prospettivismo morale);

  4. atto di dimenticanza: il mondo viene concepito come avente un valore e significato morale intrinseco (erroneo realismo morale).

25In questo schema abbiamo tutte e quattro le posizioni che, secondo la lettura qui proposta, costituiscono la metaetica negativa nietzscheana: nichilismo, proiezionismo, prospettivismo e TE (secondo la quale, il realismo espresso dai giudizi morali è appunto erroneo).

26Nel passaggio dalla metaetica negativa a quella positiva, la difficoltà maggiore sta nel rendere coerente lo schema appena presentato con la pars construens della filosofia dell’ultimo Nietzsche. In altri termini, l’enigma da sciogliere (ciò che Hussain (2007) ha definito come un «puzzle interpretativo») è, per usare le parole di John Richardson (2004: 68), il seguente: «come riconciliare il suo [di Nietzsche] enfatico “prospettivismo” dei valori, inclusi i propri, con la sua altrettanto veemente tendenza a stabilire un “ordine di rango” degli stessi, ordine che lascia chiaramente intuire la possibilità di una qualche condizione di privilegio»?

  • 21 D’altronde, se Nietzsche avesse veramente ritenuto ogni prospettiva ugualmente valida e giustificat (...)

27Il riferimento di Richardson alla possibilità che Nietzsche rivendichi per la propria prospettiva una qualche condizione di privilegio, rimanda a un problema analogo al puzzle interpretativo, ossia, il problema oramai noto col nome di “privilege reading”. Secondo la formulazione di Leiter (2000: 277), la questione chiave è la seguente: «C’è un qualche senso in cui la prospettiva di valutazione nietzscheana possa rivendicare un privilegio epistemico (essendo più veridica o meglio giustificata) rispetto al bersaglio della sua critica [la morale cristiana]?». Se non vogliamo cadere in una lettura (poco plausibile) del prospettivismo morale nietzscheano nel senso di un relativismo forte, per cui tutte le prospettive sono ugualmente valide e giustificate, dobbiamo rispondere in modo affermativo alla questione posta da Leiter. Di fatto, se escludiamo lo stesso Leiter (2000 e 2002), la tendenza è stata indubbiamente quella di riconoscere che Nietzsche rivendica una posizione di privilegio per la propria prospettiva21. Senza entrare nel merito delle molteplici questioni che tale spinoso problema solleva, ci limiteremo ad alludere brevemente ad alcune possibili strategie volte a risolvere il puzzle interpretativo e il problema del privilege reading.

  • 22 Cfr. Gori 2013.

28Anzitutto, si noti che il privilegio non necessariamente deve essere di natura epistemica, così come suppone Leiter, ma può essere anche di natura pratica. Secondo tale lettura, infatti, il fatto che per Nietzsche non sia possibile ricorrere ad alcun motivo teoretico in base al quale preferire una prospettiva x a una prospettiva y, non esclude la possibilità che vi sia un motivo di tipo pratico (ad esempio, che x non sia ostile alla vita (lebensfeindlich) o che essa favorisca la creazione di un nuovo tipo di uomo22) per preferire x ad y. Questo è, infatti, ciò che Gerhardt (1989: 272-273), diversi anni prima della pubblicazione dell’articolo di Leiter, aveva già definito come il «fondamento pratico» della prospettiva.

  • 23 Cfr. FW 335: «Dobbiamo essere dei fisici per poter essere in ogni senso dei creatori, mentre fino a (...)
  • 24 Secondo Richardson (2004: 73), il fatto che non vi siano più valori oggettivi, non esclude che vi p (...)

29Un’altra strategia consiste nel preservare il senso che può continuare ad avere il parlare di privilegio epistemico in Nietzsche. Tale strategia è stata recentemente adottata da Richardson (2004), secondo cui Nietzsche può rivendicare un privilegio epistemico per i propri valori poiché essi, ad esempio, sono supportati da un previo lavoro genealogico e critico, o si basano su una migliore conoscenza naturalistica di «tutto quanto al mondo è normativo e necessario»23. In questo senso, Nietzsche non riterrebbe i propri valori più veri di altri (rimanendo così fedele al proprio prospettivismo), ma meglio giustificati, poiché basati su verità (di tipo naturalistico) e fatti oggettivi (di tipo psicologico, fisiologico, storico, etc.)24. Si tratterebbe, dunque, di collocare la posizione nietzscheana tra due estremi: quella relativista, per cui tutte le prospettive e tutti i valori sono ugualmente giustificabili, e quella di un realismo forte, secondo la quale esistono valori oggettivi, indipendenti da ogni valutazione umana. Nietzsche, in questo senso, privilegerebbe i propri valori, senza però rivendicare una pretesa di oggettività per essi.

  • 25 Cfr. A 2; NF 5[71], estate 1886 - autunno 1887; NF 11[83], novembre 1887 - marzo 1888.

30La strategia di Richardson si muove indubbiamente sulle orme della lettura fornita da Richard Schacht (1983), lettura che, in ambito anglo-americano, ha riscosso particolarmente successo e ha influenzato le posteriori interpretazioni di Nietzsche nel senso di un realismo naturalista. Secondo Schacht, il tentativo di Nietzsche consisterebbe nel traslare il problema dei valori da un piano metafisico a un piano naturalistico. In questo senso, Nietzsche non cercherebbe di determinare la gerarchia dei valori facendo ricorso a un mondo metafisico, né tantomeno in vacuo, ma piuttosto facendo riferimento al carattere fondamentale della realtà e della vita, interpretate essenzialmente nei termini della volontà di potenza. In altre parole, Nietzsche stimerebbe i valori in modo strumentale, verificandone la loro funzione per la vita (in che misura il valore x preserva, promuove o accresce la vita?). Essa, intesa appunto come volontà di potenza, fornirebbe dunque a Nietzsche un solido criterio valutativo in base al quale determinare la gerarchia dei valori o operare la trasvalutazione degli stessi25.

31Come si può notare, tutte e tre le interpretazioni, o meglio, le ricostruzioni concordano nell’assegnare una condizione di privilegio alla prospettiva nietzscheana e nel rifiutare la ricaduta nel relativismo estremo dei valori. Esse, però, si differenziano in base alla strategia attribuita a Nietzsche. La prima strategia consiste nella scelta di un criterio pratico. Essa rimane, dunque, nei limiti del prospettivismo, ma deve comunque fornire una risposta alle seguenti questioni: come si opera la scelta del criterio pratico? Secondo che modalità? E che validità ha tale criterio? In altri termini, perché privilegiare il criterio pratico x sul criterio pratico y?

  • 26 Entrambi Schacht (1983: 415 s.) e Richardson (2004: 72) operano una distinzione tra valori oggettiv (...)
  • 27 Ciò non toglie che l’interpretazione proposta possa essere corretta, e la difficoltà semplicemente (...)
  • 28 Per la strategia seguita da Richardson, che qui, per ragioni di spazio, non può essere presa in con (...)
  • 29 Si noti che, in consonanza con il carattere sperimentale della sua filosofia, Nietzsche tenta di de (...)

32Anche la seconda e la terza strategia cercano di rimanere nei limiti del prospettivismo. Allo stesso tempo, però, esse tentano di giustificare una posizione di realismo naturalista che si muova tra il relativismo, per cui tutte le prospettive hanno ugual valore, e il realismo forte, per cui esistono valori oggettivi e assoluti26. Tali posizioni devono fare i conti con l’evidente difficoltà di dover spiegare come sia possibile per Nietzsche mantenere una posizione anti-realista circa i valori da lui criticati e, al contempo, difendere una posizione di realismo naturalista circa i valori da lui proposti27. Inoltre, si noti che la seconda strategia deve non solo dare una definizione plausibile e coerente (con il resto della filosofia nietzscheana) dei concetti, da essa utilizzati, di oggettività e verità, ma anche spiegare esattamente in che modo fatti oggettivi riguardanti i valori possano giustificare che tali valori siano da prediligere rispetto ad altri28. La terza strategia ha invece il vantaggio di offrire un chiaro criterio grazie al quale poter distinguere tra diverse prospettive o valori. La domanda sulla validità del criterio però può esser reiterata anche in questo caso e posta nei seguenti termini: perché la volontà di potenza o la vita come criterio ultimo dei valori e non piuttosto x o y29?

  • 30 Rimandiamo a un’altra occasione la disamina del naturalismo e del soggettivismo in Nietzsche, così (...)

33Come si evince da questa pur breve ricostruzione, molti sono i problemi e le questioni da affrontare, qualora si voglia risolvere il rebus della metaetica nietzscheana (problemi e questioni che qui, per ragioni di spazio, sono stati inevitabilmente presentati in forma schematica e riassuntiva30). Molti di tali problemi sono sicuramente dovuti al carattere della filosofia nietzscheana, una filosofia che, davanti al riconosciuto carattere prospettico dell’esistenza, non può che procedere per via sperimentale, cercando nuove vie d’uscita e soluzioni, a volte persino paradossali, a problemi di vecchia data. Ed è forse proprio questo il messaggio più radicale del pensiero nietzscheano: tanto in ambito teoretico, quanto in ambito pratico, dal prospettivismo non v’è uscita. Possiamo rimuovere la consapevolezza di tale scoperta o svilupparne fino in fondo le sue ultime conseguenze. La domanda da porsi è dunque: «Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo?» (EH, Prologo, 3).

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Note

1 Si suole associare la nascita della metaetica con la pubblicazione, nel 1903, di Principia Ethica di G.E. Moore. Per un’introduzione alla metaetica, si vedano Miller 2003, Shafer-Landau 2004 e Kirchin 2012.

2 Cfr. GD, Detti, 26: «Diffido di tutti i sistematici e per la strada li evito. La volontà di sistema è una mancanza di onestà.»

3 Un’altra critica che spesso è sollevata nei confronti degli specialisti nietzscheani di orientamento analitico o comunque anglo-americani è la loro scarsa attenzione nei confronti di problematiche di tipo storico o filologico (basti pensare all’insensato e, nonostante ciò, persistente riferimento all’edizione di W. Kaufmann della Volontà di potenza). D’altro canto, purtroppo, gli stessi specialisti anglo-americani tendono a congedare, con troppa facilità, il lavoro dei loro cugini europei come meramente filologico e storico (si veda, per esempio, lo sbrigativo giudizio di Leiter (2002: xi) sullo studio di Stegmaier (1994) dedicato alla Genealogia della morale). Proprio da ciò deriva la fastidiosa abitudine degli anglo-americani all’autoreferenzialità, ossia, alla completa ignoranza del dibattito svolto all’interno della Nietzsche-Forschung europea. Purtroppo, le eccezioni sono poche, sia da una parte, sia dall’altra.

4 Sul carattere sperimentale della filosofia nietzscheana, si veda in particolare Kaulbach 1980.

5 Il locus classicus è NF 7[60], fine 1886-primavera 1887. Si vedano, ovviamente, anche FW 354 e 374 e GM, III, 12.

6 Cfr. Stellino 2011.

7 Cfr. NF 2[165], autunno 1885 - autunno 1886: «La mia proposizione principale è questa: non ci sono fenomeni morali, ma c’è solo un’interpretazione morale di questi fenomeni. Questa stessa interpretazione è d’origine extramorale».

8 Cfr. NF 2[190], autunno 1885 - autunno 1886: «Che cosa significa di per sé valutare [Werthschätzen]? Rimanda indietro o in giù a un altro mondo metafisico? Così credeva ancora Kant […]. In breve: dov’è “sorto”? O non è “sorto”? Risposta: il valutare morale è un’esegesi, un modo di interpretare».

9 Cfr. NF 26[178], estate-autunno 1884: «Bene e male [Böse] come prospettivistici [perspectivisch]»; NF 2 [206], autunno 1885-autunno 1886: «Che senso di libertà c’è nell’avvertire, come avvertiamo noi spiriti liberati, di non essere aggiogati in un sistema di “fini”! […] E inoltre che l’azione buona e quella cattiva non si possono dire buona e cattiva in sé, ma solo nella prospettiva delle tendenze di conservazione di certe specie di comunità umane»; NF 10[154], autunno 1887: «MIO FINE è mostrare l’assoluta omogeneità in ogni accadere e far vedere come l’uso della distinzione morale sia solo condizionato prospetticamente».

10 Cfr. Gowans 2012.

11 Mackie difende tale asserzione facendo ricorso a due argomenti: l’argomento della relatività e l’argomento della stranezza (queerness). Cfr. Mackie 1977: 36-42.

12 Hussain giustamente osserva che l’analogia con la religione è già presente in MA, I, 4.

13 Basti menzionare JGB 21 e GD, I quattro grandi errori, 7.

14 Cfr. anche Janaway e Robertson (2012: 2) e Hussain (2012: 125).

15 L’interpretazione di Nietzsche come prototeorico dell’errore suscita ulteriori interrogativi. Per esempio, ci si può domandare se la TE metafisica nietzscheana sia globale, dunque riferita a tutti i valori morali, o se essa sia unicamente locale, ossia solamente riferita ad alcuni valori morali (per esempio, quelli cristiani). Un altro problema è quello legato all’interpretazione di GD, I “miglioratori” dell’umanità, 1. Qui Nietzsche, riferendosi al giudizio morale, usa termini quali «illusione», «falsa interpretazione» e «assurdità». Ciò vuol dire che egli considera tutti i giudizi morali come falsi? O, piuttosto, nega loro un valore di verità, considerandoli come incapaci di soddisfare condizioni di verità? Come ha messo in luce Pigden (2007: 450), la prima possibilità incorrerebbe nel problema logico del Doppelgänger.

16 Si ricordi, infatti, che la teoria dell’errore è costituita da una combinazione di antirealismo e cognitivismo. Se interpretiamo dunque Nietzsche come prototeorico dell’errore, dovremo necessariamente attribuirgli non solo una posizione antirealista, ma anche cognitivista.

17 Cfr. Hume (2010 [1739-1740]: 345) e (2009 [1751]: 205).

18 Cfr. JGB 21: «Nell’“in sé” non esistono “collegamenti causali”, “necessità”, “non libertà psicologiche” […]. Siamo noi soltanto ad avere immaginosamente plasmato le cause, la successione e la funzionalità di una cosa rispetto all’altra, la relatività, la costrizione, il numero, la norma, la libertà, il motivo, lo scopo».

19 Cfr. NF 2[149], autunno 1885 - autunno 1886: «Una “cosa in sé” è altrettanto assurda di un “senso in sé”, di un “significato in sé”. Non si dà un “fatto in sé”: perché si possa dare un fatto, bisogna sempre introdurvi un senso».

20 Ovviamente si può sempre dimostrare che la lettura di questi due passaggi nell’ottica della TE è errata.

21 D’altronde, se Nietzsche avesse veramente ritenuto ogni prospettiva ugualmente valida e giustificata, non si capirebbe il perché dell’insistenza in GM sulla necessità di determinare un ordine di rango tra valori.

22 Cfr. Gori 2013.

23 Cfr. FW 335: «Dobbiamo essere dei fisici per poter essere in ogni senso dei creatori, mentre fino a oggi tutte le valutazioni e gli ideali sono stati edificati sull’ignoranza della fisica oppure in contraddizione con essa».

24 Secondo Richardson (2004: 73), il fatto che non vi siano più valori oggettivi, non esclude che vi possano ancora essere fatti oggettivi circa i valori.

25 Cfr. A 2; NF 5[71], estate 1886 - autunno 1887; NF 11[83], novembre 1887 - marzo 1888.

26 Entrambi Schacht (1983: 415 s.) e Richardson (2004: 72) operano una distinzione tra valori oggettivi e valori reali. I nuovi valori proposti da Nietzsche sarebbero dunque reali, ma non oggettivi.

27 Ciò non toglie che l’interpretazione proposta possa essere corretta, e la difficoltà semplicemente inerente alla filosofia nietzscheana.

28 Per la strategia seguita da Richardson, che qui, per ragioni di spazio, non può essere presa in considerazione, cfr. Richardson (2004: 104-132)

29 Si noti che, in consonanza con il carattere sperimentale della sua filosofia, Nietzsche tenta di determinare un ordine di rango non solo tra valori, ma anche tra uomini, individui, tipi, affetti, impulsi, forze, valutazioni, beni, tipi di vita, società, culture, etc. Allo stesso modo, il criterio in base al quale determinare l’ordine non è definito una volta per tutte; come mostrano i frammenti postumi, Nietzsche sembra essere piuttosto alla ricerca di tale criterio. Oltre alla volontà di potenza o la vita, egli prende infatti in considerazione anche la predisposizione al comando, la capacità di rinunciare a verità e credenze, la capacità di accettare il carattere contradditorio del mondo, l’autonomia morale, la libertà, etc.

30 Rimandiamo a un’altra occasione la disamina del naturalismo e del soggettivismo in Nietzsche, così come una più ampia trattazione della metaetica positiva nietzscheana.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Paolo Stellino, «Problemi di metaetica nietzscheana»Rivista di estetica, 58 | 2015, 175-190.

Notizia bibliografica digitale

Paolo Stellino, «Problemi di metaetica nietzscheana»Rivista di estetica [Online], 58 | 2015, online dal 01 avril 2015, consultato il 16 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/445; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.445

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