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Varia

Hic sunt impossibilia. Odradek e altri oggetti non convenzionali

Stefano Vaselli
p. 237-266

Abstract

The topic of this article is to develop an alternative, ontologically settled, problematic intuition about how to establish theoretical criteria of (non) conceptuality of an intentional content which kind of properties must an object possess to be able to furnish a full formal satisfaction to a conceptualization process? Are there any objects upon which our concepts can only go in vain in a sort of non conceptual short circuit’s breakdown in the very same act, in order to be caught in a perceptual process? To give one or more answers to these questions, the article analyzes some examples of thing which are very difficult to conceive immediate y by means of predicative concept, the so -called Odradek object (O/o),taking inspiration by the case of a Kafka’ s famous tale character .It is possible to show the existence of almost a odd phenomenon of optical illusion in which the behaviour of perceptual structure of certain objects is very clear y similar to an O/o s one (Frisby’s effect in the Waterfall illusion, for example). Nevertheless, conclusions of the article will show how the reasons to believe in the plausibility of this hypothesis are more a priori and conceptually based than psychologically and experimentally inspired.

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Note dell’autore

Desidero vivamente ringraziare per i loro suggerimenti e per le loro preziose critiche Vera Tripodi, Gianluca Paronitti e Julien Murzi del Dottorato di Ricerca in Logica ed Epistemologia dell’Università “La Sapienza” di Roma e il dottor Pietro Kobau e gli altri membri della redazione di «Rivista di Estetica» e del Labont che hanno letto e commentato la prima bozza di questo articolo. Ovviamente, ogni possibile svista ed errore qui rinvenibili sono da attribuirsi solo ed esclusivamente a chi scrive.

Testo integrale

1 Il problema: il contenuto non concettuale considerato “dalla parte dell’oggetto”

1Partirò da un problema che forse qualche bravo scrittore di science fiction avrà già utilizzato come un triviale espediente narrativo per costruire una storia, un romanzo o un racconto. Immaginiamo di trovarci nel mondo (metafisicamente) possibile, di una short story fantascientifica e che, a un certo punto, uno dei protagonisti comprimari della storia esprima un dubbio, a prima vista quasi corrivo nella sua ingenuità, subito accolto dal perplesso stupore degli astanti: che aspetto potrebbe mai avere prima facie un essere (animato/inanimato) alieno assolutamente inconcepibile, date le nostre teorie e le nostre capacità percettive e concettuali di visualizzarlo, nelle immediate prospicenze di un incontro ravvicinato del terzo tipo? Sarebbe - ci si potrebbe addirittura chiedere - riconoscibile come un unicum concretum “oggetto”?

  • 1 Cfr. Greene 2002, Introduzione.

2Si immagini — infatti — che i personaggi del racconto in questione siano alle prese con barrivo di un organismo (?) extraterrestre proveniente da un lontanissimo quadrante dell’universo astronomico, un settore spazio-temporale del cosmo dove gli scienziati hanno da poco tempo ipotizzato che quelle che da Galileo e Newton in poi si ritengono essere delle universali e onnipresenti leggi di natura (prima tra tutte la gravitazione) potrebbero non essere più in vigore ed essere sostituite da altre forme nomologico-naturali, assolutamente sconosciute e indecifrabili (per quel che ne so, l’idea che nell’universo le leggi naturali possano evolversi è stata sostenuta già con vigore dal cosmologo di chiara fama Brian Greene)1. Qualunque congettura su come tali creature potessero mai essere conformate, o su cosa potesse mai essere la loro reale composizione (organica, inorganica, x-ica?) è assolutamente fuori luogo, perché, per quanto se ne sa, tali esseri alieni potrebbero essere composti di sostanze completamente sconosciute, forse di qualcosa che non potrebbe neppure essere definito di primo acchito come una vera e propria sostanza, gassosa, plasmatica, solida o liquida. Persino la più visionaria immaginazione di un H. Ph. Lovecraft con i suoi Miti di Chtulu potrebbe risultare una pallida esercitazione narrativa da educanda vittoriana, paragonata a tale oggetto. Eppure, questa è l’unica cosa certa: dei potenti radiotelescopi hanno effettivamente scoperto una radiazione proveniente dalla direzione di quel quadrante, un segnale che non lascia adito a dubbi sul fatto che solo una struttura anomala in rapidissimo avvicinamento al nostro sistema solare, in grado di schivare, come nessuna cometa o asteroide potrebbe inintenzionalmente fare, qualunque ostacolo, sia la cosa che sta, effettivamente, arrivando qui, sulla Terra. Ad un tratto, poi, si verifica una cosa molto strana. Il tracciato della radiazione stellare si interrompe, ma continua a essere ben visibile ai telescopi ottici un uniforme tracciato termico. Gli alieni (chiunque essi siano) possiedono, a quanto sembra, delle tecnologie stealth e sanno oscurarsi all’occhio indiscreto dei radar e dei radiotelescopi. Quando arriverà questa “cosa da un altro mondo” sarà completamente invisibile ai radar e, si teme, a questo punto, forse anche all’occhio nudo.

3Ma come sarà possibile allora per gli enti “ficta” personaggi del nostro racconto, saper riconoscere che la cosa X, appena arriverà nel nostro mondo, è qualcosa che potrebbe avere caratteristiche talmente aliene da non poter essere assimilabile a niente di quanto si possa conoscere, concepire, concettualizzare quaggiù su questo pianeta:? Immediatamente legato a questo primo interrogativo è il seguente: che natura o sorta di aspetto potrebbe mai avere una cosa mai vista prima da essere umano nel momento stesso in cui prima facie dovesse manifestarsi alla percezione di un nostro simile? Come potrebbero mai i nostri concetti, che sono “cose di quaggiù” aiutarci a catturare all’interno delle nostre rappresentazioni o modelli teorici la “CosaX” che prima o poi arriverà di lassù a svegliarci dalle nostre certezze? Sarebbe mai possibile concepire un’atto di cognizione prima facie assolutamente sganciato da ogni possibile “riconoscimento”?

4Quello appena formulato è - almeno a modesto parere di chi scrive - uno dei più affascinanti problemi della filosofia moderna e contemporanea, il problema del rapporto tra immaginazione e concepibilità del reale, tra percezione e concettualizzazione, il problema di come possa essere spinto al suo estremo limite la ben nota definizione analitica di cosa sia una filosofia realista, una filosofia cioè, in grado di lasciarsi definire, sempre prima facie, come la tesi per cui esiste una realtà le cui proprietà possono di fatto trascendere ogni capacità della mente umana di afferrarne le forme e, quindi, di conoscerla e di cosa sia, quindi, il suo opposto. Preso, infatti, sul serio tale postulato, il realismo oggettivo metafisico può essere accettato sotto due formulazioni, una davvero radicale, talmente radicale da sconfinare più o meno direttamente in una sorta di scetticismo (non pirroniano); l’altro talmente “banale” da essere facilmente sostituibile con la ben nota definizione di Alexius Meinong di pregiudizio a favore del reale:

ROM (Realismo Oggettivo Metafisico): esiste un unica realtà e un’unica oggettiva descrizione di essa che di fatto trascende (cioè che è indipendente metafisicamente ed epistemicamente da) la capacità della mente umana di coglierne le proprietà e la struttura.
ROM-radicale: l’unica realtà esistente e la sua unica, oggettiva, descrizione, è talmente trascendente nella sua interezza l’umana capacità epistemica di conoscerla che è di fatto impossibile per la mente umana conoscere tale realtà. Essa è - di fatto - inattingibile.
ROM-moderato: l’unica realtà esistente e la sua unica, oggettiva, descrizione, trascende la capacità umana di concepirla, pensarla e conoscerla
completamente e interamente, ma è pur sempre - e indefinitamente - a portata delle nostre capacità epistemiche e concettuali.

  • 2 Sellars 2004, cap. I.

5Qual è il punto nodale in tutta questa pesantissima eredità filosofica del passato lontano e recente della tradizione occidentale della gnoseologia? Ebbene si tratta nientemeno del ruolo svolto in tutto questo dal nostro repertorio concettuale, visto sia sotto il profilo minimale rappresentato dall’abilità di formarsi un’idea in mente di X quando si pensa a X o si ragiona sensatamente su X, sia sotto il profilo (molto meno minimale) del possedere una rete di capacità inferenziali, simboliche e linguistiche in grado di permettere a un organismo di trattare il contenuto “che X” come un contenuto concettualmente completo e sensato. Affinché la realtà come è definita dal realismo metafisico oggettivo sia davvero tale, cioè indipendente dalla nostra capacità di conoscerla completamente o meno, deve darsi — infatti — pure una completa indipendenza delle sue strutture, delle sue relazioni intrinseche, delle sue proprietà oggettive da ogni nostra possibile capacità di inserimento o meno di tali strutture, proprietà e relazioni all’interno della nostra mappatura concettuale della realtà medesima. Pena (se “pena” può considerarsi) il ricadere in uno dei Miti filosofici più fantasmagorici del pensiero Occidentale: l’Armonia Prestabilita tra il regno dell’empirico e il regno del conoscibile, tra il reale ed il razionale (ben più antico del sellarsiano “Mito del Dato”, di cui si dirà più avanti)2.

6Non ci vuole molto a capire il perché. Se la “realtà” è davvero indipendente da come noi ce la configuriamo nel nostro inevitabile lavorìo di concettualizzazione, allora deve darsi pure come inevitabile la nostra — non solo metafisica, ma soprattutto epistemica - capacità di commettere degli errori (anche clamorosi), ogniqualvolta si tenti di afferrare il contenuto di una sua descrizione come un genuino contenuto epistemico, dotato cioè di piena rilevanza conoscitiva. Solo una sorta di Mito (epistemologico) dell’Armonia Prestabilita potrebbe allora rasserenarci sul fatto che tra la Realtà (vale a dire il reale così come il ROM ce lo consegna filosoficamente interpretato) e la “realtà” (quella su cui ogni giorno apriamo gli occhi e le orecchie per sopravvivere e farci valere nella vita) stante la nostra piena capacità di concettualizzazione, vi sia sempre una perfetta armonia che permetta già prima facie che la presa dei nostri concetti sulle forme del reale non sia intrinsecamente fallace.

  • 3 Cfr. McDowell, 1994, Prima Lezione, pp. 9-10.
  • 4 Si veda infra, in particolare l’appendice di Robert Brandom a W. Sellars, 2004 in Sellars 1997.
  • 5 Cfr. Hegel 1821, Prefazione.

7Del resto, quello che abbiamo appena paventato come un rischio, altro non è che una delle più auspicate e gettonate soluzioni che i filosofi (pan) concettualisti e (pan) inferenzialisti, seguaci, cioè, di Wilfrid Sellars e della sua (e dei suoi epigoni) denuncia filosofica del “Mito del Dato”, non si stancano mai di ripresentare sotto varie forme e denominazioni. Che si tratti del “parziale re-incantamento della Natura” di John McDowell da opporsi al totale “disincanto della Natura” (di cui invece ci parlò a suo tempo Max Weber) frutto del cosiddetto bare naturalism della filosofia delle scienze esatte3, o che si parli delfinferenzialismo espressivista di Robert Brandom, il discorso è sempre lo stesso (con delle differenze che qui possiamo trascurare)4. Si è di fronte, così, alla versione analitico-inferenzialista del panlogismo tra reale e razionale consacrato da Hegel nei suoi Lineamenti di Filosofia del diritto5.

  • 6 Ecco la (succinta) spiegazione che Hegel dà del suo chiasmo: se la coscienza soggettiva considera (...)

Panlogismo di Hegel in versione inferenzialista (PAN):
Tutto ciò che è reale (metafisicamente possibile) è concettualizzabile, tutto ciò che è concettualizzabile è inferenziale;
ergo: tutto ciò che è reale è costituito per essere rappresentato in modo inferenziale. E, viceversa, tutto ciò che è inferenziale/concettualizzabile è reale (metafisicamente possibile)6.

8Ora viene, per usare parole semplici, il bello: se la realtà oggettiva (assumiamo questa premessa ipotetica come una sorta di postulato metafisico non dimostrabile, ma come dotato di una certa dignità storicamente accertata in filosofia) è composta di oggetti e di eventi (diamo per assunto per ora lo statuto metafisico del primo concetto invocato, che poi tenteremo di approfondire), potrà mai esistere un tipo o un dominio di oggetti tali da non essere mai facilmente catturabili alfinterno del nostro (umano) repertorio concettuale medio (transculturale, interlinguistico, meta-storico, ecc.) per come tali oggetti ed eventi sono intrinsecamente costituiti?

9Possiamo allora presentare lo scopo di questo articolo: confutare PAN senza, per questo, tradire la nostra fedeltà filosofica a ROM (discutendo soprattutto il paradigma “moderato” di questa formulazione), ma anzi riaffermandone la piena legittimità solo a partire dalla negazione della tesi neo-idealistica PAN. Detto in termini meno lapidari ma più corretti, mostrare come se e solo se (e quindi nella misura in cui) ROM fosse depurato da PAN, e dalla sua surrettizia adesione al Mito dell’Armonia Prestabilita, esso può rappresentare effettivamente una genuina forma di realismo oggettivo. Ma per fare questo è indispensabile soddisfare determinati criteri che formano assieme le condizioni necessarie e sufficienti per la costruzione di una teoria realista dell’oggetto extra-concettuale non (completamente) concettualizzabile prima facie. Vediamoli assieme:

  1. Deve essere fornita una soddisfacente teoria che mostri la plausibilità della natura non concettuale del contenuto della presa esperienziale del nostro repertorio epistemico.

  2. Deve essere parimenti fornito un valido argomento a favore della tesi che oggetti ipso facto non concettualizzabili in quanto oggetti (in altre parole per la loro intrinseca, costitutiva oggettività) prima facie in qualche modo esistono o sussistono nell’ambiente extramentale (o in qualche mondo o dimensione possibile).

  3. Da (i) e (ii) deve essere derivabile la possibilità che oggetti di tale foggia filosofica e che mondi possibili di tal guisa possono essere almeno rinvenuti alfinterno di concrete possibilità esperienziali di tipo percettivo o immaginativo (quindi: almeno alcuni di questi mondi possibili dovrebbero poter essere considerati “mondi percettivi”).

10Un altro modo, prendendo non troppo alla lontana l’iniziativa di fornire una delucidazione degli scopi di questo saggio, di impostare detta ricerca potrebbe essere — a parere di chi scrive del tutto correttamente — parafrasato come segue: si è di fronte al problema di indagare i giusti rapporti sussistenti tra diversi domini modali della possibilità: il dominio della possibilità metafisica, il dominio della possibilità logica, il dominio della possibilità nomologica (che “la cosa da un altro mondo” sembrerebbe rispettare nel suo quadrante di cosmo ma violare assolutamente nel nostro quadrante di galassia) e, last but not least il dominio della possibilità epistemologica (la possibilità di x dato tutto quel che si sa intorno a x, o l’ipotizzare come non impossibile o compatibile l’eventualità di x, sempre dato tutto quel che si sa intorno ad x). Torneremo su questa prospettiva di inquadramento del problema nelle conclusioni del saggio, riassumendo e tirando le somme di tale parafrasi rispetto ad ogni versante dell’intera questione.

2 Dal problema del contenuto non concettuale della percezione alla questione degli oggetti inconcepibili e/o non concettualizzabili

  • 7 Prendo in prestito, in questa definizione, una semplice ma non banale intuizione di Franca D’Agosti (...)

11Ora il problema, così posto, presenta il non sottovalutabile rischio di poter essere impostato in tanti modi diversi da formare un vero e proprio cluster problematico, il che potrebbe sviare l’attenzione dell’analisi da quello che è invece il vero (unico) bersaglio della nostra messa a fuoco: è possibile elaborare una teoria ontologica in grado di esemplificare e di analizzare oggetti non immediatamente e non intrinsecamente concettualizzabili prima facie? In particolare: è possibile mostrare come un oggetto di tal sorta possa essere postulato in modo tale da poter essere reso come “catturabile” dalla rete della nostra abilità percettiva di inquadrare un oggetto come tale, senza per questo rendere tale “cosa”, meno “inconcepibile” nel suo darsi alla nostra percezione? Innanzitutto è indispensabile fornire una definizione prima facie di “concetto”, dove per “prima facie” si intenderà un sinonimo non tanto di “minimale” e di “immediata”, quanto di definizione ampia e/o “lasca”. Se il concepire può essere definita come la capacità di elaborare una struttura di relazioni simboliche tra il raffigurabile e il raffigurato, tra l’immaginabile e l’immaginato, in grado di catturare le condizioni necessarie e sufficienti per cui l’oggetto raffigurato/immaginato o più semplicemente pensato è proprio quell’oggetto (clausola finale: e niente altro è quell’oggetto), allora concetti non sono altro che le unità minime del concepimento mentale7, così come lo sono i morfemi nella morfologia, i sintagmi nella sintassi, i lessemi nel lessico, i significati nella semantica (definizione minimalista — strutturalista). Inoltre, se il concepire ed il credere sono in maniera abbastanza difficilmente controvertibile strettamente co-implicati, allora è possibile definire tali unità minime del concepire in termini di credenze, o meglio ancora, di credenze strutturabili tramite il concepire o di strutture doxastico — noetiche (ogni concetto è almeno un contenuto intenzionale di credenza, anche se, al contrario di quanto sostenuto da Davidson, da questo non deriva che ogni credenza veicoli ipso facto un contenuto concettuale).

  • 8 Charles S. Peirce, in suo scritto del 1903, classificava i segni (ivi compresi quelli percettivi) i (...)

12Ma a noi non basta definire i concetti solo come unità minime del concepire dotate di certe caratteristiche. Quelle esibite anche da un solo concetto, infatti, sembrerebbero essere a tutti gli effetti delle vere e proprie proprietà semiotiche, di cui non ogni tipo di unità minima del concepire sembrerebbe disporre. Un’importante proprietà che un contenuto intenzionale deve necessariamente possedere per poter stare tra un processo di pensiero e un contenuto mentale intenzionato come un concetto di quel contenuto è il soddisfacimento di almeno due livelli di correlazione semiotica. Ogni concetto è un segno intenzionale che sta per qualcosa di cui quel concetto è segno. Ma non ogni segno è concettuale. Concettuale è e non può essere altro che, per antonomasia, il livello simbolico. Al di sotto di questo livello, astratto, convenzionale/arbitrario, ridefinibile per mezzo di norme e regole — almeno secondo la teoria di Charles Sanders Peirce — troviamo i livelli iconico e indicale. Un’icona mentale o un indice mentale non sono segni percettivi o mentali abbastanza dotati di “forza intenzionale”, per poter essere elevati al rango di concetti (perché come avrebbe argomentato Peirce, con una tesi che richiama molto da vicino quella fregeana, non potrebbero mai svolgere quel complesso lavoro semiotico che corrisponde a far significare un segno per qualcosa d’altro — il suo interpretante — per mezzo di una legge o regola nomologica). Un concetto di x, al contrario, è qualcosa che può essere utilizzato in modo tale da costruire una relazione in cui la semplice immagine di x, lungi dall’esserne una mera icona può “racchiudere” (o far “stare insieme”, come il termine greco symbolon, stesso significa) in sé molteplici rinvii arbitrari a questo o quell’altro significato correlati per mezzo di una legge o di una regola di sussunzione, per esempio di una legge o regola di tipo inferenziale8.

  • 9 Tuttavia è possibile vedere come rispetto a tale legittima e rispettabilissima tradizione di pensie (...)

13Questa polimorfica definizione di concetti, che per ora si chiede al lettore di assumere come non ulteriormente analizzabile, come una sorta di postulato metafisico della concettualità, non è comunque - similarità originarie e storiche a parte - ovviamente o quasi per nulla assimilabile alle concezioni neo-fregeane o post-fregeane del concetto, teorie che hanno nella tendenza a vedere nel concetto una funzione matematica il cui decorso di valori è dato dalfinsieme di tutti i valori di verità che tale funzione può assumere nelfassegnare un senso ai diversi significati, il proprio capostipite originario9. Rispetto alla definizione di cosa sono i concetti data più sopra è ora possibile tracciare la seguente definizione di oggetto canonicamente concettualizzabile.

[OC] Un oggetto O è canonicamente concettualizzabile come tale sse, rispetto ad una teoria, è canonicamente caratterizzabile per mezzo di quei concetti indispensabili per la sua completa descrivibilità formale.

14Da OC è, così, derivabile anche una sua particolare accezione d’uso, quella percettiva OCP.

[OCP] Un oggetto O è canonicamente concettualizzabile prima facie nella sua percezione sse, rispetto ad una teoria, è canonicamente caratterizzabile per mezzo di quei concetti percettivi indispensabili per la sua completa descrivibilità formale.

15Da OCP, possiamo derivare la sua conversa, che ci fornisce la definizione di oggetto (percettivo) canonicamente non concettualizzabile.

[ONC] Un oggetto O è canonicamente non concettualizzabile al momento della sua prima percezione sse, rispetto ad una teoria, è canonicamente caratterizzabile per mezzo di concetti (percettivi) che una completa descrizione percettiva di O non rende necessario utilizzare.

16ONC va ben distinto da un’altra versione che potremmo definire la definizione di tipo “forte” di oggetto canonicamente non concettualizzabile ONCs (dove “s” sta per strong).

[ONCs] Un oggetto O è effettivamente non concettualizzabile al momento della sua prima percezione sse, rispetto ad una teoria, non è canonicamente caratterizzabile per mezzo di concetti che una completa descrizione formale di O rende necessario usare.

17Da ONCs possiamo così derivare la nostra definizione generale (più che canonica) di oggetto percettivamente non concettualizzabile (PNCO).

[PNCO] Per ogni struttura di realtà extramentale S, S è un oggetto non concettualizzabile NCO nel suo venire a contatto prima facie con un percettore P, sse il trovarsi di tale struttura nella rete formale di una teoria T in possesso di P non implica che S possieda da subito le proprietà concettuali che dovrebbero caratterizzare canonicamente O.

18PNCO pone, come vedremo ora nel paragrafo seguente delle interessanti sfide al panorama delle teorizzazioni analitiche sulla natura del contenuto non concettuale degli oggetti intenzionali del repertorio gnoseologico e fenomenologico umano. Vediamo subito perché.

3 La possibilità di un “vuoto concettuale” nella percezione e nell’immaginazione

19Fino ad oggi, infatti, in filosofia analitica, il dibattito su cosa sia un contenuto non concettuale (CNC) di uno stato intenzionale o rappresentazionale, è stato letteralmente dominato dall’esigenza di dirimere il contrasto tra il fronte dei teorici concettualisti e quello dei teorici non concettualisti su condivisi (e importantissimi) terreni di confronto come la filosofia della mente, la gnoseologia delle scienze cognitive e la teoria analitica della conoscenza. Nel presente saggio, invece, si vorrebbe tentare di sviluppare un’intuizione alternativa: che tipo di proprietà deve possedere un oggetto, un aggregato di oggetti o una struttura di realtà ambientale o (almeno) percettivamente discriminabile per poter essere in grado di risultare concettualmente determinata o, eventualmente, per poter soddisfare un processo di concettualizzazione? Se la domanda è sensata è sensato porsi anche l’interrogativo inverso: possono darsi contenuti non concettuali la cui non concettualità è, per così dire, funzione di caratteristiche strutturali all’oggetto che cade sotto quel contenuto (cioè di alcune sue peculiari proprietà costitutive)? Esistono oggetti su cui i nostri concetti non possono che andare “a vuoto” o cortocircuitare nell’atto stesso del nostro averli a ‘portata di mano” in termini di contenuto intenzionale? Il parere di chi scrive è che solo rispondendo innanzitutto a questi due interrogativi fondamentale si possa poi tracciare in maniera logicamente non triviale i contorni di un’analisi esaustiva dell’idea stessa delle strutture non concettuali dell’intenzionalità. Infatti, capire se, ed in che cosa, il contenuto di un evento o di uno stato o di un processo mentali è o non è concettuale, implica comprendere se ed in che cosa, ciò su cui essi vertono in quanto contenuti si lasci o non si lasci sempre e completamente concettualizzare dall’intervento attivo o recettivo della mente umana e delle sue facoltà sensoriali.

20Nel presente articolo, perciò, si vorrebbe fornire un contributo leggermente diverso a questo dibattito, contributo che si potrebbe condensare nella plausibilità della seguente tesi:

(Th.) L’esercizio (o il non esercizio) di capacità concettuali nella percezione o neirimmaginazione non può dipendere sempre e solamente dal fatto che un soggetto/organismo percettore abbia o non ha la necessità di farne uso ma anche (e in qualche misura) dal tipo di oggetti, strutture ed aggregati percettivamente discriminabili che vengono a cadere nelfimmediato ambiente percettivo del soggetto stesso

  • 10 Si vedano in proposito le due principali e più esaustive raccolte antologiche su questo argomento o (...)

21Che credere l’opposto di quanto sostenuto in (Th.) sia una tendenza di affrontare il problema del CNC consolidata e diffusa da molti anni, è illustrato in modo preclaro da due definizioni di (non) concettualità ancora ‘molto in commercio” nella omonima letteratura, definizioni che si devono, rispettivamente, al filosofo della scienza cognitiva Adrian Cussins e al filosofo della mente Tim Crane. Le prime due definizioni sono quelle (logicamente canoniche) di proprietà (non) concettuali10. La terza è una definizione di contenuto non concettuale basata sulla prima, per cui abbiamo che

  • 11 Cfr. Cussins 1990, pp.382-383
  • 12 Ibid.
  • 13 Cfr. Crane 1992, p. 143

[PC] Una proprietà è concettuale sse, rispetto a una teoria, è canonicamente caratterizzata solo per mezzo di concetti che un organismo deve avere per istanziare la proprietà11.
[PNC] Una proprietà è non concettuale
sse, rispetto a una teoria, è canonicamente caratterizzata solo per mezzo di concetti che un organismo non ha bisogno di avere per istanziare la proprietà12.
[CNC] Per ogni stato con contenuto
S, S ha un contenuto non concettuale p sse l’essere di un soggetto X in S non implica che X possegga i concetti che canonicamente caratterizzano p13.

  • 14 Cfr. Sellars 2004.
  • 15 Cfr. Schlick 1987, p. 92. Si vedano anche le pp. 285-369.

22La tesi (Th) vorrebbe così, tentare di indebolire un pregiudizio metafisico comune tanto a teorici concettualisti (almeno a quelli più importanti) quanto a molti filosofi non concettualisti, pregiudizio che a volte, a ben vedere, finisce per assolvere, tra i filosofi di orientamento concettualista, un ruolo di “dogma dell’imprescindibilità” della concettualizzazione diretta dalla percezione stessa. Per tale intuizione la concettualità o la non concettualità di quel che percepiamo con la nostra cognizione dipenderebbe solo dall’esercizio di abilità (innate o apprese) della mente umana, e non in qualche misura anche dalla natura di come sono fatti i minima sensibilia che, di fatto, noi riusciamo ad afferrare direttamente nel nostro ambiente. Se invece si ha ragione di credere nella plausibilità di (Th) qualunque natura abbiano questi minima sensibilia, alla fine del nostro resoconto, essi risulteranno molto difficili da concepire o come dei semplici seme data (gli “atomici” dati sensoriali di Russell ed Ayer, presto divenuti un facile pretesto critico per Wilfrid Sellars14 e per il suo resoconto neo - hegeliano di un “Mito del Dato”) tanto meno come contenuti concettualizzati in atto cioè simultaneamente alla loro percezione, per mezzo di fantomatici “giudizi percettivi” (idea quest’ultima che richiama alla mente la tesi di Moritz Schlick, per il quale, già prima di Sellars, valeva l’idea che “conoscere è sempre un riconoscere”)15.

  • 16 Cfr. Hanson 1978, p. 16.
  • 17 Si veda, al riguardo la straordinariamente efficace ricostruzione di questo “errore di attribuzione (...)

23Quello esposto fino ad ora è, per così dire, il nucleo metafisico della nostra intuizione di partenza. Ma ve nè un secondo, di carattere più gnoseologico ed epistemologico, che a chi scrive sembrerebbe, però, fortemente collegato al primo. Sin dai tempi delle prime opere di Thomas Kuhn e di R.N. Hanson16, epistemologi e storici delle scienze sanno fin troppo bene quanto la storia delle scoperte scientifiche, spesso, sia stata una storia di illusioni concettuali, di distorsioni cioè che i nostri concetti hanno provocato alle nostre intuizioni di partenza e, quindi, di clamorosi errori epistemici. Di oggetti davvero strani come le traiettorie eccentriche dei pianeti nel sistema tolemaico geocentrico, il calorico, il flogisto, la “mano invisibile” di Adam Smith e Milton Friedman17 o come il “vento” d’etere, i manuali di storia delle scienze sono addirittura ricolmi. Ma a ben vedere questa “storia naturale” dell’errore non ha afflitto solo le cronache del passato e, in ogni caso, non solo le cronache scientifiche. Anticamente, per molte culture, oggetti animati come i delfini, le orche e le balene cadevano sotto il concetto pesce (e non sotto quello di cetacei) e in molte culture primitive (ma non preistoriche) oggetti come il pipistrello venivano classificati con nomi di specie del tipo uccello, così come ancor oggi per molte persone i ragni, gli scorpioni e i microscopici acari della polvere sono insetti (mentre, in realtà, sono aracnidi), i funghi sono solo piante un po’ strane (e non funghi, o spore) e, a quanto pare (secondo alcune ipotesi) i rinoceronti bianchi (oggi estinti) altro non furono che unicorni per certi viaggiatori dell’antichità.

24La differenza fondamentale tra il punto di vista di chi crede che il cielo che era visibile da Tolomeo, Tycho Brahe, e Galileo fosse lo stesso cielo - la porzione di Via Lattea visibile dove è situato il sistema solare — che noi siamo in grado di vedere oggi (la posizione realista che qui vorremmo abbracciare) e la posizione relativistica “theory laden” di chi crede, come credeva Hanson, che si trattasse di cieli molto diversi tra loro e dal nostro, potrebbe essere riassunta in una differenza tra diversi modi di concepire gli oggetti discriminati nei differenti sistemi concettuali e teorici di questi pensatori.

  • 18 La metafora dell’ “attrito dell’esperienza”, come è noto, si deve a John McDowell. Cfr. McDowell 19 (...)

25Ecco allora il nostro interrogativo di partenza: come concepire lo status ontologico di quelle cose che all’interno di un dato intervallo temporale (di pochi millisecondi o di svariati anni) sembrano essere “inoppugnabilmente” come quelli che, invece, più che intuitivamente, non sono affatto? Come delineare i confini di tali oggetti intuitivamente “incompleti”? Se si ha ragione a credere che la struttura ontica di un oggetto può fare una differenza sostanziale rispetto a come “l’attrito dell’esperienza”18 possa permettere ai concetti della mente umana di far presa o no su di esso, allora può divenire un ragionevole dubbio il domandarsi se rispetto a questo tipo di oggetti l’errore che avvenga sia un genuino errore cognitivo e non — come devono sostenere i concettualisti — un errore, in ogni caso, di mero riconoscimento. In ogni caso l’interrogativo cui rispondere resta il medesimo, cioè: è possibile porsi “dalla parte dell’oggetto” e domandarsi se per come esso è costituito intrinsecamente possa essere la sua prima percezione soggetta ad un vuoto concettuale nell’atto stesso di averla?

4 Odradek e i suoi fratelli.

  • 19 Cfr. F. Kafka 1994, pp. 169-171.

26In un bellissimo, e inquietante, racconto, Die Sorge des Hausvater (Ilcruccio del padre di famiglia)19 concepito e scritto come intersezione di generi tra il fantastico, il surreale e il genere introspettivo-psicologico, Franz Kafka immagina l’angoscia di un uomo, il “padre di famiglia”, nel narrare in prima persona l’esperienza quotidiana del vivere a contatto con uno strano oggetto, di cui non si riesce a comprendere la natura animata o inanimata, cosciente o non cosciente. Il nome che il capofamiglia, nel suo laconico, assurdo, e pacato racconto, usa per riferirsi a questo strano essere è la parola Odradek, termine inesistente nei vocabolari tedesco, boemo o moravo, ma che pure — a detta dell’io-narrante — sembrerebbe derivare da termini sia di origine slava che tedesca. Odradek è un’entità curiosa, che alla percezione visiva sembrerebbe essere composta da oggetti di natura e funzionalità diverse e mal assortite tra loro.

  • 20 Ibidem, corsivi nostri.

Al primo sguardo ha l’aspetto di una spoletta piatta, a forma di stella, e in effetti pare anche coperto di filo; ma è probabile che siano soltanto dei vecchi pezzi di filo di tipo e colore diversissimi, strappati, annodati gli uni agli altri, ma anche aggrovigliati insieme. Ma non è solo una spoletta, perché dal centro della stella parte una stanghetta diagonale e a questa stanghetta se ne congiunge, ad angolo retto, una seconda. Con l’aiuto di quest’ultima su un lato, e di uno dei raggi della stella sull’altro, l’insieme riesce a tenersi in piedi come su due gambe. Si sarebbe tentati di credere che questa figura abbia avuto, un tempo, una qualche forma funzionale e che ora sia solo rotta. Ma non sembra essere così; quanto meno non ci sono indizi; da nessuna parte si notano attaccature o incrinature che ci facciano pensare a qualcosa del genere; l’insieme si presenta sì privo di senso, ma a suo modo conchiuso. D’altronde è impossibile dire qualcosa di più preciso perché Odradek è straordinariamente mobile e non si fa prendere. [...] “Come ti chiami?’’ gli si chiede. “Odradek”, dice lui. “E dove abiti?” “Senza fissa dimora”, dice lui e ride; ma è una risata che può produrre solo chi sia senza polmoni. Suona un po’ come un fruscio di foglie morte [..] Del resto, non sempre si ottiene risposta, anche di questo genere; spesso lui rimane a lungo muto, come il legno di cui sembra fatto20.

  • 21 Cfr. Sellars 2004. Si veda anche Brandom 2004.

27Propongo dunque, in onore al genio indiscusso di Franz Kafka, e rendendo omaggio all’impareggiabile assurdità di un essere come Odradek, di chiamare oggetti-Odradek (d’ora in poi: o/O), quegli oggetti (assolutamente fittizi, e del tutto impossibili, da un punto di vista nomologico ed epistemico, sebbene metafisicamente possibili) di percezione sui quali i nostri concetti finiscono per “cortocircuitare” prima facie ogni volta che il nostro repertorio inferenziale e concettuale si dimostra assolutamente o anche parzialmente incapace di raggiungere in modo non problematico il punto di equilibrio tra la domanda e l'offerta di ragioni di cui parla Wilfrid Sellars praticamente in tutto Empirismo e filosofia della mente21.

  • 22 Composto da Miguel De Cervantes Ybarreta, Don Quijote de la Mancha (o come amiamo scriverlo e pronu (...)
  • 23 Trattasi della lastra sepolcrale scoperta dall’archeologo messicano Alberto Ruiz Luiller nello Yuca (...)
  • 24 Cfr. Frisby 1979, p. 101 e Crane 1988, 142-147. Ristampato in (a cura di Y. Gunther), cit., pp. 231 (...)

28E possibile fornire una casistica di questo dominio di oggetti che spazia dalla letteratura alla matematica e dalla storia geopolitica fino ad arrivare all’archeologica. Di questi case histories ne vorremmo solo elencare alcuni: i mulini a vento di Don Quijote de la Mancha22, le chimere venute dal mare apparse agli occhi esterrefatti dei sudditi aztechi di Montezuma (rivelatesi in seguito conquistadores), oggetti apparentemente inverosimili come il sarcofago del sepolcro Maya della piramide di Palenque, nello Yucatan23, in Messico, la prima vista della diago- nalizzazione dei punti geometrici dei due lati del quadrato unitario, che fanno esclamare di meraviglia Georg Cantor che non è possibile credere a quello che sta vedendo (il teorema di equipotenza dell’insieme dei numeri transfiniti), e la celebre Waterfall Illusion descritta da John Frisby nel 1979 e divenuta oggetto delle speculazioni di Tim Crane24.

  • 25 Husserl, nella Terza Ricerca Logica, introduce tale nozione, chiamandola anche parte indipendente a (...)
  • 26 Usiamo i due termini non completamente coestensivi di incapsulamento informazionale e inerzia infer (...)
  • 27 Cfr. Cantor «Lettera a Dedekind» del 29 giugno 1877. Citata in Boncinelli e Bottazzini 2000, p. 169 (...)

29Nella percezione di un o/O, per usare le sapienti parole di Kafka, l'insieme si presenta sì privo di senso, (l'oggetto non può essere quello che sembra, ma sembra proprio quello che sembra) ma a suo modo conchiuso — è comunque un oggetto fatto di parti, anche se, per usare la ben nota terminologia husserliana, tali “parti” non sembrano appartenergli come momenti o parti non indipendenti25. Odradek, infatti, non risulta, mereologicamente parlando, costituito dalla spoletta di Odradek unita al filo di Odradek, e alla stanghetta di Odradek. Ognuna di queste parti, in quanto momenti sono momenti di altre unità/interi (un rocchetto di filo a forma di stella, un gomitolo, un treppiede e Kafka solo sa che cos’altro...). Cosa potrebbe mai completare questo insieme ricreando quelfattrito tra realtà e concetti così indispensabile ad un processo cognitivo per poter entrare di diritto nella categoria dell’esperienza epistemica? Si potrebbe offrire a questa domanda una risposta per nulla nuova, tanto meno originale: Odradek è, sì, “privo di senso” sotto il profilo dell’identificazione qualitativa, (le sue proprietà qualitative sono le stesse di tanti altri oggetti, ma non è chiaro se appartengano a degli oggetti assemblati in esso, o ad esso sic et simpliciter) ma è, ciò non di meno, “a suo modo conchiuso” sotto il profilo dell’identità numerica (vi è una ed una sola regione quadridimensionale dello spazio/tempo dove l’aggregato Odradek risulta essere unicamente coestensivo con sé stesso). Tuttavia tale risposta, ad un esame meno superficiale, non è soddisfacente. Non potrebbero — si potrebbe obiettare — gli oggetti Odradek essere tutti delle semplici illusioni percettive? In questo caso perché dotarli di una propria peculiare identità numerica? Perché reificarli? Per rispondere a questa domanda potrebbe essere sufficiente far leva su quello che più di un secolo di ricerche in questo campo ha mostrato come un dato incontrovertibile, vale a dire l’inerzia inferenziale o, se si preferisce, l’incapsulamento informazionale della scansione percettiva in taluni contesti cognitivi26. Per quanto io e voi possiamo sforzarci con la nostra volontà che si mostri l’opposto, nella nostra fenomenologia “a presa diretta” di un’illusione ottica, anche dopo avere osservato le caratteristiche illusorie del fenomeno ingannevole e aver così effettuato la scansione “concettuale” del problema percettivo sotteso al fenomeno stesso, non riusciremo a far tornare le cose come “dovrebbero stare”. È questo il fenomeno che potremmo caratterizzare, per usare le efficaci parole scritte per lettera dal matematico Georg Cantor dopo la sua dimostrazione del Teorema di Equipotenza al suo amico Dedekind, del lo vedo ma non lo credo27.

  • 28 Cfr. Brewer 1998, p. 157. Come è noto Peacocke crede che tutte queste cose siano solo delle protopr (...)
  • 29 Si potrebbe, in luogo del concetto fortemente impegnativo di identità (che tira in ballo proposizio (...)

30Prevengo un’obiezione standard: nel caso di una qualsiasi illusione ottica, come quella di Müller-Lyer, per capacitarsi erroneamente che le due linee (che nella realtà extramentale sono identiche) sono di diversa lunghezza, secondo Bill Brewer, bisogna comunque possedere, per lo meno, i concetti di linea, lunghezza, maggiore/minore, e chissà quanti altri28. Questo può, e anzi, deve essere vero per procedere all’identificazione qualitativa degli oggetti che ci sono di fronte, e a maggior ragione deve potersi compiere quando si sta procedendo all’osservazione, che è un atto (spontaneo e deliberato) con cui si fa qualcosa con la visione (che è invece automatica). Ma nell’identificazione numerica di ciò che ci sta di fronte, le cose, considerate numericamente coestensive con sé stesse, appaiono così e così in forza (che è una forza causale e non logica) del loro essere, già di per sé, delle occorrenze di determinate cose numericamente identiche con sé stesse29.

  • 30 Come è arcinoto agli esperti di letteratura filosofica concettualista tra i due autori non corre (a (...)

31I concetti qualitativi sembrerebbero, dunque, entrare in scena dopo aver visto che colà vi è qualcosa e al di sotto di essa ve ne è un’altra. Come può, allora, un coerente teorico concettualista della percezione, d’altro canto, immaginare in maniera assolutamente non paradossale la logica effettiva di come si verifichi che, ad ogni “cambio” di stagione storica — nella scienza, nella geopolitica, nelle esplorazioni - intere culture finiscano spesso per perdere - letteralmente - la propria verginità concettuale di fronte all’irresistibile presenza di intuizioni extra - culturali (e quindi extraconcettuali) decisamente nuove e difficili da spiegare? Come è possibile, analogamente, non trovare Odradek decisamente strano e difficile da inquadrare concettualmente la prima volta che ne sentiamo parlare e che tentiamo di trasferirne le fattezze nella tavolozza privata delle nostre immaginazioni? Quando si scopre che ci si era clamorosamente sbagliati, qualcosa si deve decisamente ‘rompere” nella membrana concettuale del nostro “spazio delle ragioni” (come McDowell e Brandom continuano a chiamarlo, seppure con connotazioni un po’ diverse)30 ma in ogni caso è sempre meglio affrontare la sorpresa e lo sgomento di scoprire che le proprie precedenti concettualizzazioni non presentavano un quadro completo della realtà e delle possibili interpretazioni di essa, piuttosto che accontentarsi di credere - un po’ semplicisticamente - che una volta data per tutte la nostra padronanza di quello che qualche filosofo pre-alpino chiamava “la casa dell’essere” (cioè il linguaggio) lo “spazio delle ragioni” in esso contenuto sia un arredamento epistemologico sufficiente per tale (ermeneutica) abitazione!

32Sembra allora possibile tracciare una distinzione tra gli oggetti (fenomenici)/ Odradek e un’illusione da manuale come l’illusione di Müller-Lyer.

  • 31 Si veda infra., pp. 241-244.
  • 32 Nel 1521 Hernàn Cortés e la sua nutrita milizia di hidalgos e avventurieri entrano nella città Azte (...)

33Laddove quest’ultima e tutte le altre illusioni ottiche sembrerebbero contenere come icone dei veri e propri indici (per dirla alla Peirce) pre-concettuali31, un oggetto Odradek, per come è costituito in termini di apparenze e sembianza sembrerebbe sfidare ogni legge della concettualizzazione immediata, sia al livello iconico che a quello indicale ma soprattutto a quello simbolico. Sembrerebbe cioè, non tanto inferenzialmente inerte o impermeabile quanto completamente privo di attrito concettuale. Se si vuole afferrarlo bisogna proprio usare delle potenti “ventose concettuali” e quindi impiegare del tempo. Anche molto tempo32.

5 Oggetti Odradek come oggetti meinonghiani incompleti?

  • 33 Cfr. Meinong 2003, p. 27.
  • 34 Cfr. Bolzano 1972, pp. 60 e p. 69, laddove il filosofo e matematico austriaco scrive: «Noi pensiamo (...)

34Ora, un modo prima facie azzardato, ma sicuramente molto interessante, di tentare una classificazione ancora più univoca e particolareggiata potrebbe essere quello di riconoscere la sostanziale e connaturale assimilabilità di un o/O alla cosiddetta classe degli oggetti puri meinonghiani. Un oggetto puro meinonghiano non é altro che un’entità individuabile per mezzo di proprietà costitutive o nucleari, vale a dire - detto non di passaggio - un oggetto tale che per come è costituito può benissimo non esistere ma limitarsi a sussistere o meglio ancora a consistere (come è noto il termine usato da Meinong è il tedesco bestand, ‘consistenza’)33. Riferendoci ad essi secondo il ben noto esempio dello stesso autore che li definì per primo e da cui essi prendono nome, Alexius Von Meinong, sono oggetti puri meinonghiani entità contingentemente impossibili come la montagna d’oro (un esempio, in realtà, originariamente ideato da Bernhard Bolzano)34 in quanto un tale oggetto è costitutivamente istanziato dal suo essere dotato della proprietà di essere (geofisicamente e non metaforicamente) una montagna e di essere fatto d'oro (da adesso in poi, per convenzione, li indicheremo in maiuscoletto corsivato per distinguerli dai rispettivi concetti), o un altro oggetto necessariamente impossibile come il cerchio quadrato, che è, per definizione “costitutivamente” quadrato e circolare.

  • 35 Cfr. Findlay 1933.
  • 36 Cfr. Chisholm 1982.
  • 37 Cfr. Nef 1998.

35Diversi studiosi di Meinong, come J. Findlay35, Roderick Chisholm36 e Frederic Nef37, hanno concordemente stipulato la teoria degli oggetti di Meinong come riassumibile, schematicamente nei seguenti tre punti A - C:

    • 38 Cfr. Nef 2001, pp. 82-5.

    L’esercizio della più totale libertà di assunzione ontica o, per usare il termine di Meinong, di Annahmd38.

    • 39 Meinong aderisce(ma in modo orginalissimo), come Kazimir Twardoswkij, alla versione oggettuale dell (...)

    Qualunque forma di annahme è sempre diretta intenzionalmente verso un oggetto39.

    • 40 Cfr. Meinong 2003, p. 23.
    • 41 Per (A) qualunque atto psichico che consiste nel porre in atto un’ipotesi, una sussunzione, o un’as (...)

    L’ essere-così (il So-sein vale a dire il mero godere di date proprietà) di un oggetto puro è indipendente dall’ essere (il sein) dello stesso che può darsi o non darsi (idea che Meinong fa valere contro quello chiamava il - già citato - “pregiudizio a favore del reale”)40. Findlay, Chisholm e Nef mostrano nelle loro ricostruzioni della Gegenstandtheorie di hMeinong che A - C, considerate come individualmente necessarie e come congiuntamente sufficienti, permettono a Meinong di incorporare nella sua teoria specifici statuti ontologici per entità come gli oggetti impossibili o i cosiddetti oggetti incompleti41.

  • 42 Ma il facile entusiasmo con cui potrebbe accendere la presente analisi la fin qui delineata argomen (...)

36Meinong, in ogni caso (e cosa importantissima), non fa mai alcuna distinzione tra il carattere sostanziale/materico che possono avere tali proprietà e il carattere fenomenico o di “sembianza” che sempre le stesse possono avere alfinterno di una costituzione42.

  • 43 Cfr. Voltolini, cit. pp. 105-116.
  • 44 Cfr. Castaneda 1989. Si veda anche Parsons 1980, pp. 23-25.
  • 45 Voltolini, cit., pp. 110-116.
  • 46 Cfr. Thomasson 1999.

37Ora: se per definire cosa conta come una proprietà nucleare o costitutiva per una cosa come Odradek è il testo kafkiano, allora è facile vedere come le proprietà costitutive di Odradek sono tutte rappresentate da elementi predicativi, come quelli catturati dalla conclusione dell’argomento di definizione (pl-p3). Infatti: la cosa (non si capisce bene se animata o inanimata) che risponde al nome di Odradek pare essere una spoletta piatta a forma di stella, è probabile che abbia dei vecchi pezzi di filo aggrovigliato addosso, da nessuna parte di esso si notano attaccature, la sua voce suona un po’ come un fruscio di foglie morte. Inoltre Odradek, è una creatura muta come il legno di cui sembra fatto. Ma, cosa più importante di tutte l'insieme si “presenta” sì privo di senso, ma a suo modo conchiuso. Ma dire “niente altro conta per definire costitutivamente una cosa come Odradek’ non equivale, questo è il senso fondamentale del concetto di “oggetto incompleto”, a precludere Odradek, (et similia) di tante altre proprietà extracostitutive che possono giocare un ruolo molto importante nelFeconomia percettiva degli o/O - in particolare nell’economia del loro “completamento”. Seguendo fino in fondo questa idea, Alberto Voltolini43 fa notare che è possibile riformulare il dualismo costitutivo/extra-costitutivo utilizzando un altro genere di classificazione formale incentrato sui modi predicativi di una stessa proprietà. L’intuizione in questione, ricorda Voltolini, proviene da una altro lettore critico di Meinong, H.-N. Castaneda44, per il quale una proprietà meinonghiana potrebbe internamente determinare un oggetto puro, cioè essere predicata in maniera (costitutivamente) interna all’oggetto stesso, o essere semplicemente soddisfatta da un oggetto, vale a dire essere predicata in maniera (non costitutivamente) esterna a quest’ultimo. Sempre secondo Voltolini, con tale riformulazione, che è del tutto coincidente con lo spirito ontologico e semantico del dualismo costitutivo/extracostitutivo di Meinong, la distinzione “internamente determinante/esternamente soddisfacibile”, può essere utilizzata per mostrare come la parafrasi in termini di descrizioni definite di Russell non sia totalmente in grado di sostituire la possibilità di un riferimento ad oggetti non esistenti45 (anche l’ontologa analitica Amie Thomasson ha fatto valere un argomento simile contro l’antirealismo sui ficta letterari ispirato alle parafrasi russelliane, ma non vi è spazio, qui, per occuparcene)46. Valendoci di tale suggerimento, diremo che ogni oggetto meinonghiano gode delle proprietà esternamente soddisfacibili di essere concettualizzabile in determi- nati modi, in particolare, di essere concettualizzabile in tutti e solo quei modi di attribuzione predicativa esternamente soddisfacibili che non rientrano, quindi, alfinterno dei modi predicativi di determinazione interna catturati dalle peculiari intensioni di cui sopra.

6 Interno/esterno - Concettualizzabile / non concettualizzabile

38Ora si assuma per affidabile la seguente definizione di distinzione concettuale tra indicatori percettivi di cui, più in avanti, verrà fornito in modo più eloquente il proprio pedigree filosofico:

39(Distinzione concettuale tra predicati di indicatori percettivi): Φ e Ψ sono due concetti percettivi diversi, ma appartenenti alla stessa tipologia qualitativa e/o fenomenica, se e solo se per uno stesso oggetto ω si dà che, nella stessa porzione di spazio/tempo <s, t>, che è una quadrupla spazio temporale, co può godere del predicato concettuale di indicatore percettivo φ Ψ e sempre lo stesso ω non può godere del predicato concettuale di indicatore percettivo ψ Ψ (e viceversa), dove Φ e Ψ sono domini di predicati concettuali fenomenologicamente omogenei (del tipo colore, forma geometrica, peso, luminescenza, gradiente tissurale, ecc.).

  • 47 Scegliamo deliberatamente di non impiegare qualunque forma di λ-conversione per l’introduzione di p (...)

40In simboli, al secondo ordine47:

41(∆) (φ ≠ ψ) φ ψ {ω [(φ(ω) ¬ ψ(ω))]}

42Il che, accettando una parafrasi modale di (A), e tornando al primo ordine si può riscrivere

43(∆2 ) □ (φ ≠ ψ) ⇔ ¬◊ {∃ ω [(φ(ω) ∧ ψ(ω))]}

44Ora: in un oggetto puro di Meinong di tipo necessariamente contraddittorio (come il cerchio quadrato) si verifica un altro fatto assai singolare. Esso infatti, in quanto “oggetto puro” è costitutivamente Cerchio (cioè internamente determinabile dal predicato cerchio) e costitutivamente Quadrato (cioè internamente determinabile dal predicato Quadrato). Ma, considerato rispetto a tutte le proprietà di tipo non costitutivo o esternamente soddisfacibile, esso è (per fappunto) esternamente soddisfacibile da proprietà non costitutive (o predicati esternamente soddisfacibili) come “godere della proprietà di essere un oggetto puro meinonghiano” o “godere della proprietà di essere finverso del quadrato circolare ’ ecc. Allora, potremmo rappresentare, avvalendoci opportunamente di qualche quantificatore esistenziale, il sintagma corrispondente all’oggetto contraddittorio il cerchio quadrato rappresentandone la forma logica in modo tale che si dia la

45(Χ) ∃c (c ∈ C) ∃q (q ∈ Q)[∃x (c(x) ∧ q(x))]

46Dati C e Q come domini di predicati concettuali fenomenologicamente omogenei (in questo caso del tipo forma geometrica).

  • 48 In Funktion und Begrjff, infatti, fu Gottlob Frege a definire un concetto per mezzo della nozione d (...)

47È facile vedere subito come, per x=ω, la (X) contraddica in pieno la (Δ), nel caso che C e Q rappresentino funzioni predicative i cui decorsi di valore, per qualunque argomento, corrispondano sempre ad un valore di verità, e c e q significati di predicati, o per usare la definizione stessa di Gottlob Freg funzioni predicative48. Ergo: il contenuto sotto cui cade, nel suo essere intenzionato, un oggetto come II cerchio quadrato è, ipso facto, non intrinsecamente concettualizzato (ergo, non concettuale) nell’atto stesso del suo essere intenzionato in termini di indicatori concettuali percettivi.

48Prevengo una possibile obiezione. Le filosofie concettualiste della percezione, soprattutto quelle di autori che si ispirano più o meno deliberatamente a Sellars, come McDowell e Brandom, sono teorie che fanno valere come test valido per l’attribuzione di proprietà concettuali ad un contenuto la mera possibilità di valere come - all’interno di appropriate reti inferenziale - come premesse o conclusioni di un ragionamento. Si potrebbe quindi obiettare che tale visione della concettualizzazione, che non va alla ricerca di qualcosa come l’essenza di ciò che è un concetto, ma vuole limitarsi a definire i concetti per quello che si fa con essi, debba essere tenuta accuratamente distinta dalla tesi fregeana per cui il concetto è una funzione predicativa. Questa obiezione è sbagliata almeno quanto le tesi che vorrebbe difendere. Tutto lo sforzo teorico di Frege di costruire una teoria logica del concetto basata sulla nozione di funzione rispondeva, infatti, come fa notare puntualmente J. Alberto Coffa, all’esigenza di superare la classica concezione (sopravvissuta nei teorici psicologisti e neokantiani a lui coevi) della concettualizzazione come astrazione. Se i concetti non si formano per tramite dell’astrazione, si chiede Frege, allora l’unico candidato valido ad essere sostituto di essa non può essere che il giudizio (Urteil).

  • 49 Cfr. Frege 1976, p. 13.
  • 50 Ivi, pp. 17 e 19.
  • 51 Ibidem.

49Non di rado infatti Frege, nelle sue opere, fa notare che tutti i logici, sin dai tempi di Aristotele per arrivare a Boole, hanno concepito la logica come una teoria dell’inferenza, nella quale la formazione concettuale «è presupposta come qualcosa di già ultimato»49. Al contrario il logicismo di Frege inverte completamente la rotta:«io comincio dai giudizi e dai loro contenuti (Inhalten) non dai concetti C (Begriffen) [quindi] permetto alla formazione dei concetti di procedere solamente a partire dai giudizi»50, scrive Frege, tenendo ben ferma la posizione per cui le attribuzioni di predicati, proprietà e relazioni «emergono simultaneamente con il primo giudizio con il quale essi sono attribuiti alle cose»51. Le efficaci parole con cui Coffa riassume la tesi di Frege recitano:

  • 52 Cfr. Coffa 1998, p. 118.

La strategia di Frege per affrontare i concetti consisteva nell’assumere che ci sono dati i contenuti di giudizio possibile (beurteilbarer Inhalten) e i loro oggetti costituenti; e così generiamo concetti ricavandoli dai contenuti di giudizio possibile, selezionando questo o quell’oggetto da un contenuto di giudizio possibile dato52.

  • 53 Nella nota al capoverso appena citato, infatti, Coffa ricorda come addirittura nel “primo” Frege, (...)

50Inoltre è facile rendersi conto del fatto che se esiste un senso, come esisteva per Frege, per cui è possibile concepire dei contenuti potenzialmente giudicabili (ma non per questo giudicati nelfatto stesso del loro porsi come contenuti) allora tali contenuti non devono ipso facto essere concettuali (un contenuto di giudizio possibile non è un contenuto di giudizio in atto) 53. Per queste ragioni, la formula (X) contraddicendo la (A) finisce per creare problemi anche ai teorici concettualisti di matrice inferenzialista, in quanto ogni inferenza in quanto tale incorpora (o corrisponde ad) almeno un giudizio (cioè alla saturazione di una funzione predicativa per determinato un argomento). Le conseguenze di tale contraddizione possono essere fatali per la tesi concettualista. Infatti, se da qualche parte nella realtà (spazio temporale, astratta, noetica) o nella meinonghiana non-realtà possono sussistere (o avere consistenza) degli oggetti contraddittori in grado di essere rappresentati da una formula come (X), allora stante la definizione di distinzione concettuale che è stata data in (A) tali oggetti “puri” per la loro stessa natura di “oggetti - così” non sono concettualizzabili nello stesso atto del loro essere intenzionati in un solo contenuto, perché considerati come un tutt’uno, costitutivamente, rispetto alla loro identità numerica essi non sono veicoli di contenuti concettuali. Nel caso più estremo essi non sono neppure contenuti di giudizio possibile, quindi, neppure concettualizzabili. Di fatto, oggetti contraddittori come II cerchio quadrato, per come sono descrivibili in (X) non hanno in c e q delle proprietà concettualmente distinguibili nelfatto stesso dell’assunzione de II cerchio quadrato. Da cui segue che nei contesti contenutistici in cui è assunto (nel senso intenzionalistico del termine) un oggetto come quello costituito internamente da (X), non si è in linea di principio in grado di distinguere un predicato concettuale da un altro, ergo, per la definizione (fregeana) stessa di concetto e di distinzione concettuale (A), tale contesto contenutistico non è concettuale.

7 Il ruolo dell’intuizione e della non intuitività nella gnoseologia dei disconcreta di Meinong

51Un modo forse più elegante di riassumere quanto detto nel §7 può essere, allora, quello di ricordare come lo stesso Meinong tenesse molto a considerare la distinzione tra presentazioni intuitive di un oggetto e presentazioni non intuitive, e, sulla scia di questa distinzione, tra complessi oggettuali intuitivi/intuibili e complessi oggettuali non intuitivi/non intuibili. La differenza appena rimarcata è ben nota agli specialisti dell’autore, ma vale la pena ricordarla con le parole dello stesso Meinong il quale precisa che

  • 54 Cfr. Meinong 1983, p. 179.

Nel presentare non intuitivo si usano determinazioni dell’oggetto che in senso stretto sono reciprocamente incompatibili, mentre nel presentare intuitivo appaiono solo elementi compatibili uniti nel complesso dell’oggetto intuitivamente presentato54.

52A questo proposito faccio mio un esempio di Roberto Poli su come utilizzare questa distinzione per meglio comprendere come un oggetto incompleto possa mancare (prima facie) all’appuntamento con l’intuizione percettiva della sua piena concettualizzazione.

  • 55 Cfr. Poli 2006, p. 134 e Meinong, cit., pp. 180-181.

Per Meinong, l’espressione “croce rossa” non è intuitiva, perché la croce potrebbe anche essere bianca. Per diventare intuitiva, la componente “croce” dovrebbe contenere la determinazione “rossa” e “rossa” la determinazione “croce”. Affinché questo si possa verificare, entrambe dovrebbero possedere lo stesso substrato55.

53Riassumendo: quando io o te o chiunque faccia parte della nostra specie, posto in normali condizioni ambientali di tipo cognitivo intuisce la triangolarità di quel triangolo, o la rossezza di un pomodoro maturo egli non sta facendo altro che apprendere passivamente in un’unica composizione percettiva la “pomodorezza matura” di quel rosso, l’essere racchiusa in tre angoli ed un lato di quella triangolarità, ecc. tutte cose che non hanno necessità di essere “giustapposte in successione” per una loro, eventuale, connessione predicativa. Tranne alcune specie di pomodori, questo tipo di ortaggi alla propria maturazione diviene rosso, e di triangoli quadrati, almeno tra gli oggetti che Meinong chiama “completi”, non ve n’è è traccia. Poiché l’intuizione è una semplice, non mediata inferen- zialmente, operazione della mente che non richiede la mediazione di passaggi successivi l’uno all’altro il lavoro “grosso” è compiuto da ciò che si trova fuori da noi che non può, pena la “incompletezza” ontologica del suo sussistere, non essere fatto che così e così (rosso-pomodoro, triangolare come un triangolo). Per mezzo di questa nozione di intuizione si riesce anche a comprendere come la mente umana riesca nella sua quotidiana ma gnoseologicamente straordinaria abilità di intuire la “concettualità di un concetto”. Se concetto di pomodoro viene, infatti, “intuito” si deve intendere intuito come un oggetto qualunque (come lo stesso pomodoro), sta alla formulazione (definitoria) del concetto essere efficacemente estrinsecata (pomodoro = ortaggio rosso di forma tondeggiante che matura naturalmente d’estate nelle zone X). E facile rendersi conto del fatto che, su questa base, tra l’apprensione in uno stato intenzionale non dotato di contenuto concettuale (anche qualora applicato ad un concetto trattato come un oggetto) e l’intuizione così protofenomenologicamente concepita non v’è nessuna differenza. Essi sono la stessa cosa, un’operazione cognitiva in cui la mente umana fa sua una porzione di realtà percettiva, immaginaria, mnemonica ecc. d'un sol colpo, senza processi del tipo “se rosso allora pomodoro” o “se tre angoli e tre lati allora triangolo”. Questo si potrebbe esemplificare affermando che un qualcosa come un dis-concretum percettivo, stante questa concezione teorica, è sempre disponibile per l’apprensione di oggetti impossibili. Per Meinong è un errore madornale afferrare l’impossibilità di percepire nel modo più assoluto cosa sia il quadrato rotondo: piuttosto si dovrebbe dire che ad essere esclusa nel modo più categorico dalla sua stessa natura è nientemeno che la sua apprensibilità intuitiva (cioè non inferenzialmente mediata via successioni). Meinong, con una rara sintesi espositiva del suo lessico aggiunge:

  • 56 Ibidem.

l’apprendere simultaneo di oggetti-che-sono-parti caratterizza generalmente la presentazione intuitiva, mentre l’apprendere in successione caratterizza generalmente la presentazione non intuitiva56.

54Ma allora possiamo concludere con ogni certezza che è agli oggetti incompleti di Meinong, che è a questi disconcreta, che bisogna guardare al fine di racchiudere in un’unica modellizzazione teorica l’idea stessa di oggetto non concettualizzabile prima facie? No, sono possibili anche altri casi, nella letteratura e non solo, come vedremo nelle conclusioni.

Conclusioni

  • 57 Cfr. Fine 2002, pp. 253-282 e, nello stesso volume, Gendler e Hawthorne 2002, pp. 1- 70.
  • 58 Cfr. Chalmers 2002, pp. 145-200 e, nello stesso volume, Yablo 2002, pp. 441-492.
  • 59 Cfr. D’Agostini 2005, p. 269.

55Volendo riassumere le nostre conclusioni, il lettore permetta a chi scrive di riallacciarsi a quanto già rilevato in apertura, nel §2: il nostro intento — si ricorderà - era ed è chiaramente - e si spera: legittimamente — improntato ad una ispirazione di carattere realista (più precisamente basato su di un realismo oggettivo esternista). Così, parallela allo schema delle predette distinzioni concettuali più sopra tracciate, resta sullo sfondo dell’intera indagine, stante questa ispirazione, un’altra importante suddivisione di carattere ontologico e modale. Si tratta della distinzione tracciata dal filosofo Kit Fine tra tre tipologie di necessità: metafisica, nomologica e normativa57. Tamar Szàbo Gendler e John Hawthorne prendendo, a loro volta, spunto da tale distinzione (che è il tema di uno dei capitoli del loro volume, capitolo scritto da Fine stesso) distinguono, infatti, tra possibilità (e necessità) metafisica, nomologica e normativa. A queste tre possibilità gli autori aggiungono, prendendo spunto dai saggi di alti due autori del libro da loro curato, David Chalmers e Stephen Yablo58, la possibilità epistemica che, a propria volta, può essere di tipo stretto (so che p è possibile in quanto è consistente con tutto quel che so) o permissivo (so che p è possibile in quanto non è inconsistente con tutto quel che so). Per la Gendler e Hawthorne la concepibilità, la possibilità della concettualizzazione, sebbene intrattenga diversi tipi di relazione con le possibilità metafisica, logica e nomologica, è del tutto autonoma dalla possibilità epistemica: «Infatti posso concepire qualcosa di epistemicamente impossibile: per esempio posso concepire che il mio gatto stia sul divano, anche se so che non è possibile, perché so che è da un’altra parte; so che non sono possibili cavalli alati, ma posso concepirli. Dunque, la concepibilità [...] non può fornire una guida per la [possibilità epistemica]»59.

56Ebbene, senza entrare nel merito delle finalità teoretiche di tale suddivisione, e pur condividendo con gli autori menzionati fopportunità di distinguere tra possibilità epistemica stretta e possibilità epistemica permissiva, un corollario dell’analisi di questo saggio sarà stata la dimostrazione che la sostenibilità formale di tale autonomia è decisamente fuori bersaglio. La vera autonomia, ben più radicale di quella ipotizzata (e argomentata) da Gendler e Hawthorne, è, semmai, quella della possibilità metafisica da tutte le altre possibilità, logica, nomologica ed epistemica. Il motivo è presto detto: dimostrata la differenza (piuttosto opaca all’analisi di Gendler e Hawthorne, almeno così come è desumibile dall’Introduzione) tra mera concepibilità del metafisicamente possibile (concepibilità che è, come adesso vedremo, pur sempre una forma di possibilità epistemica e logica, anche se in qualche modo “travestita”) e vera possibilità metafisica — una possibilità che trascenda ipso facto ogni possibilità di concettualizzazione - sarà sgombrato il campo da ogni possibile equivoco su quale sia il vero obbiettivo di una epistemologia realista: la demarcazione della possibilità metafisica dalle altre restanti forme di possibilità. Le ragioni di questa critica, che formano, come abbiamo detto, un corollario abbastanza interessante di una ricerca solo apparentemente spinta lungo il crinale dell’ontologia e della metafisica analitiche, sono da ricercarsi nella discussione che Franca D’Agostini svolge attorno a questa tematica nel capitolo X del suo ultimo libro sulla filosofia contemporanea. D’Agostini si sofferma su uno degli otto possibili (in quanto equivalenti alla terza potenza di due alternative) casi in cui il concepire, la possibilità, e la conoscenza entrano (assieme ai propri rispettivi equivalenti negativi) in reciproca relazione, vale a dire il caso in cui, per ipotesi,

  • 60 Ibidem.

(Tesi dell’autonomia tra concepibilità e possibilità - AUT)
So che p è possibile ma non lo posso concepire60

57mettendo in evidenza come la tesi di Hawthorne-Gendler non rappresenti altro che un rovesciamento totale del principio di Hume, per cui sussisterebbe l’implicazione reciproca tra concepibilità e possibilità (un principio simile, per quanto ne so, venne propugnato anche da Peirce in uno dei suoi saggi della seconda metà degli anni Sessanta dell’Ottocento). D’Agostini sullo sfondo di questa discussione cita il caso in cui John Stuart-Mill menziona il caso della rotondità della terra come esempio chiaramente in grado di confutare l’ipotesi di coestensività di concepibilità e possibilità. Noi sappiamo (parla un suddito britannico della prima età vittoriana) che la terra è rotonda, ma non possiamo da abitanti della sua superficie arrivare a concepire tale rotondità, sulla quale, tuttavia, viviamo e camminiamo in stazione eretta. Quindi la storica della filosofia fa notare che è stato sufficiente compiere i primi viaggi fuori dalla stratosfera e dalla ionosfera, nello spazio orbitale attorno alla terra, per concepire chiaramente la sfericità della terra. Ora è abbastanza evidente che tale esemplificazione, con cui la filosofa torinese vorrebbe evidenziare la natura epistemicamente (e surrettiziamente) provvisoria, e quindi contingente, della trascendenza della possibilità rispetto alla conoscibilità, ribadendo così la necessità di ridiscutere la tesi (AUT), rischia di portarci fuori strada. Basti, tra tutti gli esempi di segno contrario, ricordare quello già menzionato delfenunciato del teorema di equipotenza di Cantor. Nessun tipo di visualizzazione empiricamente (e quindi nomologicamente) possibile, anche in un futuro lontano e tecnologicamente inimmaginabile, stante la verità logica veicolata da tale enunciato (e quindi la sua possibilità logica) potrebbe riuscire a far collassare una tale possibilità epistemica, così strettamente dipendente dai nostri concetti di infinito, transfinito, numero naturale, numero reale, sull’intero significato metafisico di questo teorema, che, di fatto, dimostra qualcosa di assolutamente non concettualizzabile prima facie per mezzo delle nostre credenze percettive (basti ricordare l’evidenza grafica della procedura di diagonalizzazione con cui Cantor dimostrò tale teorema e come tale evidenza finisca comunque per cortocircuitare con il nostro apparato di credenze su cosa sia l’infinito numerale). L’insieme transfinito creato da Cantor nella sua celebre dimostrazione per mezzo di una corrispondenza biunivoca tra i punti della diagonale del quadrato unitario e i punti corrispondenti sugli assi cartesiani, è il classico esempio di come si possa arrivare a conoscere la verità di un enunciato pur non essendo in grado di concettualizzare nell’atto stesso di pensare o guardare al contenuto di quell’enunciato, la struttura di informazione che tale contenuto veicola (di qui la celebre frase con cui Cantor principiava la sua lettera al suo amico matematico Dedekind lo vedo ma non lo posso credere). Diremo allora che basterà attendere nuove tecnologie di visualizzazione grafica per poter un giorno visualizzare correttamente e prima facie - concettualizzando quindi in atto per dirla alla McDowell — quello che prima facie sembra essere letteralmente impossibile? Il punto è proprio qui. Da un lato D’Agostini ha ragioni a sostenere che è fin troppo facile pensare l’autonomia tra la possibilità metafisica e la possibilità epistemica, e con esse, l’autonomia tra il concepire ed il sapere nei termini in cui pensano di poterlo fare Gendler ed Hawthorne. Infatti è possibile parafrasare con maggiore accuratezza concettuale (AUT) partendo dal dire che

(AUT)
So che p è possibile ma non lo posso concepire

58Arrivando a mostrare come in realtà ciò è equivalente a sostenere che

(AUT trascendentale)
E data come
metafisicamente possibile la concepibilità dip, ma la conoscenza di p trascende le mie capacità concettuali

59(AUT trascendentale) è una tesi che cattura la medesima intuizione di fondo di (AUT) mettendo però in evidenza come una cosa sia il sostenere che una contingente concettualizzazione di un enunciato p possa superare le mie (a loro volta) contingenti capacità concettuali, mentre una cosa ben diversa è pensare che un oggetto dato come metafisicamente possibile sul piano della propria costituzione possa risultare come afferrabile dalle mie capacità concettuali. Le mie capacità concettuali sono, come minimo, capacità specie-specifiche, forse solo leggermente variabili date il soggetto, il gruppo di appartenenza dello stesso, la cultura di provenienza ecc. La possibilità metafisica di un oggetto, per essere davvero tale, dovrà consistere nelfistanziarsi di una proprietà modale la possibilità che l’oggetto x possa esistere (possibilità ontologica) e che possa avere una tale natura (possibilità metafisica vera e propria) ed è quindi tutta un’altra cosa, e come tale - solo come tale — (non come pensano Gendler e Hawthorne) può perfettamente trascendere la mia possibilità di conoscere un oggetto X.

  • 61 61 Cfr. Voltolini 2006, pp. 80-84. Voltolini, in quell’articolo, ricostruisce un interessante argom (...)

60Una delle conclusioni, in ogni caso, che preme più di altre, a chi scrive, sottolineare è il sospetto — a questo punto sufficientemente suffragato e corroborato da reperti e dati argomentativi nel presente saggio esposti e illustrati - che sull’altro fronte, quello qui indicato come “concettualista”, l’errore sistematicamente commesso nel considerare la percezione, la cognizione e, l’intuizione come “immissione esperienziale”, in termini di concettualizzazione in atto sia da attribuirsi ad una deliberata mancanza di distinzione concettuale tra l’istanza del considerare X (il semplice “prendere in considerazione” della percezione), tra il concepirei (nel senso di “dare alla luce” nel pensiero) e il concettualizzare X (il portare X sotto questo o quel concetto). Un errore comprensibile, sebbene fatale, in quanto il concepire e il concettualizzare mostrano di condividere, come abbiamo visto, le proprie “unità minime”. Con l’importante differenza che nel concepimento mentale tali unità minime possono essere supposte o ipotizzate anche in modo assolutamente spontaneo ed imprevedibile, con il concorso (psicologico) dell’immaginazione, mentre nella concettualizzazione tali unità minime vengono organizzate per mezzo di operazioni che ne rendono efficace ilpotere simbolico (ed il concorso della mente diviene, allora, di livello necessariamente superiore a quello psicologico, e dunque, logico). Non compiere tale distinzione, verrebbe voglia di aggiungere, non potrebbe, del resto, lasciare le finestre e le persiane della teoria del pensiero spalancate al rientro di quello psicologismo che — in modi e tempi diversi - Frege ed Husserl fecero uscire dalla porta di casa61?

61Il caso di Odradek (e dei suoi “fratelli”, ficta letterari e non), a parere di chi scrive è lì ad aggiungere evidenza a quanto appena rilevato. Per quanto mi riguarda la possibilità metafisica di Odradek (cosi come di Quadrato rotondo, del Chiliagono regolare, dei poligoni dal lato di lunghezza infinito, delle buone politiche monetaristiche per lo sviluppo economico, della inflazione reale – contrapposta a quella percepita) è fuori dubbio. Nulla proibisce di immaginare qualcosa di assolutamente impossibile come tutte queste cose. Il problema è poter arrivare a conoscerle così come siamo abituati ad utilizzare la nostra capacità concettuale per farlo.

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Note

1 Cfr. Greene 2002, Introduzione.

2 Sellars 2004, cap. I.

3 Cfr. McDowell, 1994, Prima Lezione, pp. 9-10.

4 Si veda infra, in particolare l’appendice di Robert Brandom a W. Sellars, 2004 in Sellars 1997.

5 Cfr. Hegel 1821, Prefazione.

6 Ecco la (succinta) spiegazione che Hegel dà del suo chiasmo: se la coscienza soggettiva considera vana la Presenza, dato che c’è Realtà solo nella Presenza, è tanto più vana la coscienza soggettiva che pone sé al di là della realtà. D’altra parte quando si presenta l’Idea come un’idea qualunque (che può essere anche irreale, comunque arbitraria, etc.), la filosofia garantisce che sia reale solo l’Idea (unità di pensiero e realtà); bisogna riconoscere nella parvenza di ciò che è temporale e transeunte la Sostanza, l’Eterno. In altri termini: la conoscenza da parte del soggetto di ciò che è reale, non è una conoscenza che va al di là della realtà; non è un vuoto pensare o un’idea qualunque. Contemporaneamente, la realtà non è una realtà qualunque, ma Realtà sensata e massimamente conoscibile, ossia Realtà razionale. Razionale, dice Hegel, è sinonimo dell’Idea come concetto + realtà. Il concetto (il pensiero concettuale) penetra la scorza policroma sotto la quale il razionale esiste (e dove alberga anche la coscienza del soggetto conoscente); coglie la sostanza e la sente battere fino nelle configurazioni esterne (quelle che sembrano meno razionali). L’esteriorità in quanto tale non è oggetto della Filosofia. «La filosofia» conclude il filosofo tedesco «non dispensa buoni consigli». Le analogie (del resto riconosciute ampiamente dallo stesso Sellars, che non esitò a ri-battezzare Empiricism and Philosophy of Mind come “Meditazioni hegeliane”) con la posizione pan-inferenzialista e pan-concettualista sono sotto gli occhi di tutti. Cfr. Hegel op. cit. e Sellars (1997) oltre che naturalmente lo Study Guide di Robert Brandom in Brandom 1997.

7 Prendo in prestito, in questa definizione, una semplice ma non banale intuizione di Franca D’Agostini, contenuta in D’Agostini 2005, Capitolo X, pp. 270-271.

8 Charles S. Peirce, in suo scritto del 1903, classificava i segni (ivi compresi quelli percettivi) in base a tre tricotomie, delle quali, la seconda, era per la lui la più importante, vale a dire quella articolata tra (a) le icone (il segno come mera presenza di sé stesso in virtù di una mera autosomiglianza o somiglianza ad un oggetto immediato), (b) gli indici (segni che hanno una connessione fisica con l’oggetto cui rimandano, come il fumo lo ha con il fuoco, e il barometro con la pressione atmosferica) e (c) i simboli (argomenti, proposizioni, tutto ciò che, per antonomasia racchiude o riunisce come “symbolon” qualcosa in qualcos’altro sotto una data legge). Per esplicita definizione di Peirce gli indici e le icone «non asseriscono nulla», in virtù di un’impossibilità che ancor prima che inferenziale o linguistica sarebbe di tenore esclusivamente semiotico. Cfr. Peirce 1903, §§ 233-272; e si veda, inoltre, Proni 1990, p. 319.

9 Tuttavia è possibile vedere come rispetto a tale legittima e rispettabilissima tradizione di pensiero sui concetti (quella neofregeana e post-fregeana) questo modo di impostare la nostra visione del concettuale abbia l’indubitabile vantaggio di partire dallo scommettere sui limiti dell’esercizio di una capacità (il concepire) che, almeno stando ad una rispettabile tradizione gnoseologica ed epistemologica (quella razionalistica classica), tende a raccogliere entro i suoi confini un numero di prerequisiti essenziali ben più laschi e molto meno pretenziosi dell’altra capacità del pensiero umano invocata dai teorici del concettuale post-fregeani: il sapere inferire ovvero il saper trattare dei contenuti di informazione come premesse, regole di inferenza e come conclusioni di una algoritmo inferenziale.

10 Si vedano in proposito le due principali e più esaustive raccolte antologiche su questo argomento offerte in Crane 1993 (a cura di) e Gunther 2003 (a cura di).

11 Cfr. Cussins 1990, pp.382-383

12 Ibid.

13 Cfr. Crane 1992, p. 143

14 Cfr. Sellars 2004.

15 Cfr. Schlick 1987, p. 92. Si vedano anche le pp. 285-369.

16 Cfr. Hanson 1978, p. 16.

17 Si veda, al riguardo la straordinariamente efficace ricostruzione di questo “errore di attribuzione” metaconcettuale fatta da Alessandro Roncaglia in Roncaglia 2005.

18 La metafora dell’ “attrito dell’esperienza”, come è noto, si deve a John McDowell. Cfr. McDowell 1999 Prima Lezione.

19 Cfr. F. Kafka 1994, pp. 169-171.

20 Ibidem, corsivi nostri.

21 Cfr. Sellars 2004. Si veda anche Brandom 2004.

22 Composto da Miguel De Cervantes Ybarreta, Don Quijote de la Mancha (o come amiamo scriverlo e pronunciarlo noialtri non spagnoli, Don Chisciotte) nel 1605, è il capolavoro della letteratura di lingua castigliana di tutti i tempi. L’episodio in questione (Libro Primo, Inizio del Capitolo Ottavo) è talmente celebre che queste pagine non sono neppure degne di ospitarne il resoconto. Il punto è il seguente: Alonso Quijano/Don Quijote, a cavallo del suo fido Ronzinante, avvista quelli che per lui sono degli orribili e famelici giganti, i quali in realtà sono solo dei Mulini a Vento, lanciandomi addosso con tutto il suo eroico furore. Ma allora egli, diviene, così, vittima di una semplice illusione ottica (un inganno dei sensi) o il suo è semmai il caso di un illusione percettiva (un inganno della cognizione), come quella di cui rimasero, sebbene solo in principio, vittime, i futuri sudditi messicani dell’imperatore Carlo V? Una cosa è certa: anche per Don Quijote in preda alla sua nostalgica follia, una cosa come il Mulino a Vento era semplicemente inconcepibile.

23 Trattasi della lastra sepolcrale scoperta dall’archeologo messicano Alberto Ruiz Luiller nello Yucatan, Messico, nel 1952. L’intero sarcofago è perfettamente conservato nella camera funeraria di una piramide Maya, già scoperta un secolo e mezzo prima, sul cui coperchio è raffigurato quello che a tutti gli effetti sembrerebbe essere un uomo o un umanoide seduto nell’angusta cabina di pilotaggio di una navicella spaziale, con tanto di (i) inalatore nasale per poter respirare in condizioni di pressurizzazione estreme (ii) manopole di comando (iii) fuoco e fiamme che escono da un vettore di poppa. L’unanime riconoscimento della sua originalità è sancito dalla datazione al Carbonio 14, assieme ai 262 geroglifici da cui si ricavano tredici date, che permettono di far risalire il tutto al 692 d.C. Per comprendere se il bassorilievo rappresenti un Dragone, una Lucertola, oppure un Missile od un’Astronave con un astronauta a bordo, si è reso, così, necessario l’analisi antropologica del cranio dello scheletro. Nel cui teschio i punti glebella, nasion e rinion non corrispondono ai medesimi punti di un cranio di alcuna razza terrestre conosciuta, come dimostra la figura 1 con i profili delle due teste in stucco trovate nella tomba. Tutto questo, naturalmente, se volete credere ai cosiddetti fantarcheologi, vale a dire persone che mostrano non senza sagacia di avere in Indiana Jones e Martin Mystere i propri Albert Schliemann. Tra gli archeologi sic et simpliciter, quelli che seguono la scienza basata sulle prove empiriche circostanziali, i più concordano sul trattarsi della rappresentazione simbolica e religiosa del Mostro della Terra, divinità con sembianze di dragone o di grossa lucertola, che si nutre di defunti tornati alla terra con la sepoltura. La scena è arricchita da altre allegorie, come l’albero della vita, il mais, l’acqua, il fulmine, il sole, i simboli della vita, della morte e di Quetzal, l’uccello sacro. Il giovane che si trova raffigurato sarebbe l’umanità in senso lato, il Dio del Mais il cui nome è Yum Kax. Il misterioso personaggio sepolto nella piramide, viene inoltre chiamato dagli archeologi esperti di cose Maya, l'Alan Unic (in lingua Maya: il vero uomo) ed è un homo sapiens- sapiens a tutti gli effetti. Naturalmente la storia del cranio (che, come alcune ricerche hanno dimostrato, molte popolazioni sud - americane erano solite deformarsi abilmente e artificialmente per “cambiare di rango”) e dell’astronave aliena sarebbero solo grosse panzane.

24 Cfr. Frisby 1979, p. 101 e Crane 1988, 142-147. Ristampato in (a cura di Y. Gunther), cit., pp. 231-235. Per quanto concerne altre interessanti esemplificazioni di questa illusione ottica è possibile una vera e propria rassegna nel sito web di Al Seckel all’indirizzo, http://www.illusionworks.com.

25 Husserl, nella Terza Ricerca Logica, introduce tale nozione, chiamandola anche parte indipendente all’interno della sua trattazione della teoria (mereologica) dell’intero e delle parti, assieme a nozioni come quella di Fundierung (fondazione). Una parte dipendente (o non-indipendente) è ogni momento astratto dell’intero, cioè ogni parte di esso che non può essere oggetto di una rappresentazione autonoma. Un contenuto X è relativamente non indipendente rispetto ad un contenuto Y se esiste una legge pura, fondata sulla particolarità dei generi contenutistici in questione, secondo la quale, in generale, un contenuto del genere X può esistere a priori soltanto in connessione con altri contenuti appartenenti al sistema complessivo di generi contenutistici determinato da Y. Se manca una legge di questo tipo, si definisce X relativamente indipendente, rispetto a Y. Una parte indipendente, al contrario, è (a) l’oggetto individuale (b) ogni frazione di tale oggetto - che può divenire, cioè, oggetto autonomo di una rappresentazione a esso rivolta. Le parti indipendenti rimangono intatte non ostante una modificazione qualsiasi o una soppressione di tutti i contenuti che coesistono con essi. Delle parti non-indipendenti in modo reciproco possiedono la caratteristica di essere delle frazioni di un intero, dei pezzi formanti un insieme, come i suoni nell’unità della melodia, i colori separati nell’unità di una configurazione cromatica, o i sapori di una bevanda o di un cibo particolare (i tannini nel vino sono un esempio peculiare). Cfr. Husserl 2005, pp. 25-40 e pp. 52-65.

26 Usiamo i due termini non completamente coestensivi di incapsulamento informazionale e inerzia inferenziale, per riferirci a due nozioni fortemente interdipendenti, vale a dire l’idea che ciò che viene trattato dopo la traduzione sensoriale come proveniente da una specifica modalità di formato sensoriale viene elaborato all’interno di uno specifico e dedicato modulo informazionale, che come tale è “incapsulato” cioè impermeabile alle operazioni degli altri moduli (Fodor 1983), e l’idea che il contenuto di determinate apprensioni percettive, come le illusioni ottiche, siano di tipo inferenzialmente inerte, cioè non suscettibili di essere influenzate dalle nostre capacità inferenziale nel loro ingresso all’interno del nostro repertorio doxastico.

27 Cfr. Cantor «Lettera a Dedekind» del 29 giugno 1877. Citata in Boncinelli e Bottazzini 2000, p. 169 e in Tagliagambe 2001, pp. 238-241.1 numeri cardinali furono scoperti da Geroge Cantor mentre stava sviluppando la teoria degli insiemi oggi chiamata teoria, ingenua degli insiemi nel periodo 1874-1884. Inizialmente definì il concetto di cardinalità come strumento per confrontare insiemi finiti; per esempio, gli insiemi {1, 2, 3} e {2, 3, 4} non sono uguali, ma hanno la stessa cardinalità, e cioè tre. Cantor utilizzò il concetto di corrispondenza biunivoca per mostrare che due insiemi finiti hanno la stessa cardinalità se esiste una corrispondenza biunivoca tra i loro elementi. In seguito trasferì il concetto agli insiemi infiniti, come per esempio l’insieme dei numeri naturali N = {1, 2, 3, ... }. Chiamò questi numeri cardinali numeri cardinali transfiniti, e definì insiemi numerabili tutti gli insiemi in corrispondenza biunivoca con N. Al numero cardinale transfinito che corrisponde alla cardinalità di N Cantor diede il nome di aleph/zero; (aleph è la prima lettera dell’alfabeto ebraico). Inoltre dimostrò il fatto, non intuitivo, che molti sottoinsiemi di N hanno la stessa cardinalità di N stesso. Provò inoltre che l’insieme di tutte le coppie ordinate di numeri naturali è numerabile, e in seguito che l’insieme di tutti i numeri algebrici lo è. A questo punto, nel 1877, si chiese se tutti gli insiemi infiniti fossero numerabili, rendendo così di poca utilità la definizione di cardinalità. Invece Cantor riuscì a dimostrare che esistono numeri cardinali più grandi utilizzando una tecnica che ha preso il nome di argomento diagonale di Cantor. Il primo numero cardinale maggiore scoperto da Cantor venne indicato con c e chiamato cardinalità del continuo. Cantor sviluppò poi una teoria generale dei numeri cardinali, dimostrando che c è il più piccolo numero cardinale transfinito, e che per ogni numero cardinale ne esiste uno più grande. La successiva ipotesi del continuo suggerì che c è lo stesso numero indicato da aleph; in seguito venne dimostrato che questa ipotesi è indipendente dagli assiomi standard della teoria degli insiemi: essa non può essere dimostrata né contraddetta utilizzando gli assiomi standard.

28 Cfr. Brewer 1998, p. 157. Come è noto Peacocke crede che tutte queste cose siano solo delle protoproposizioni non concettuali e quindi in questo modo pensa (o perlomeno pensava) che l’obiezione di Brewer sia facilmente sormontabile. Lascio al lettore l’interpretazione di questo tipo di argomentazioni filosofiche. Si veda Peacocke 1992 in Gunther 2003 (a cura di), pp. 107-132.

29 Si potrebbe, in luogo del concetto fortemente impegnativo di identità (che tira in ballo proposizioni teoriche assai impegnative e ancora assai discusse, come l’identità degli indiscernibili di Leibniz et similia) ricorrendo alla nozione di stessità numerica sortale o pre- sortale. Si veda Poli 1992, cap. IX.

30 Come è arcinoto agli esperti di letteratura filosofica concettualista tra i due autori non corre (almeno filosoficamente) buon sangue.

31 Si veda infra., pp. 241-244.

32 Nel 1521 Hernàn Cortés e la sua nutrita milizia di hidalgos e avventurieri entrano nella città Azteca di Tènòchtichlàn (nei pressi deirattuale Mexico City). Poco tempo prima, nel 1519, al momento dello sbarco sulle coste dell’Impero Azteco, come narra la cronaca della conquista redatta epistolarmente dallo stesso Cortés, gli abitanti aztechi delle coste del Messico orientale descrivono l’arrivo di esseri totalmente estranei alla specie umana dotati delle seguenti proprietà fenomeniche: folta peluria facciale, strani rivestimenti di metallo lucente, statura gigantesca, inusitato abbigliamento variopinto, pelle inverosimilmente bianca, quattro arti inferiori simili a quelli di un bufalo delle praterie del Nord, terminanti in zoccoli ferrati, due teste, di cui una, mostruosa, solcata dai peli di lunghissime criniere, e una più piccola dall’aspetto solo assai lontanamente somigliante a quello di esseri umani, con occhi di colore cangiante (marrone, nero, verde, grigio e azzurro) e strani copricapo dai riflessi metallici fatti di una materia sconosciuta. Tali “chimere” possono staccarsi da metà del loro corpo, quello che si regge su quattro zampe e dalla lunga e affascinante coda di capelli di donna, e camminare a terra come un essere umano normale. Ma la loro statura, anche nella variante “mutata” è mostruosamente alta e il loro linguaggio non ha nulla di umano. Il popolo, stupefatto, si inchina al loro cospetto, ormai persuaso che si tratti di dèi, venerandoli con estremo timore. Il primissimo effetto della scoperta dell’Impero Azteco da parte dei conquistadores di Hernàn Cortés potrebbe, in effetti, essere condensato in episodi di questo tipo. Domanda: vi è qualche proprietà intrinseca al tipo di cose che apparvero quel giorno sulle coste messicane per cui fu più immediato per gli aztechi vedere in essi delle creature impossibili anziché dei banalissimi predoni inviati da Carlo V d’Asburgo? Non è più probabile che ciò che si stagliò all’orizzonte di fronte agli autoctoni che ebbero in sorte di fare questo “incontro ravvicinato del terzo tipo” sia sembrato nei primissimi istanti qualcosa di strano, bizzarro, stupefacente ed impossibile, come solo quel che non si riesce a concepire (e a concettualizzare) può essere? Cfr. Cortés 1997. Scrive Cortès nelle sue lettere a Carlo V, riportate in questo volume: «[...] Per render conto, potentissimo signore, alla Vostra Reale Eccellenza, della grandezza e della meraviglia delle cose straordinarie di questa grande città di Temixtitan, del regno e dei sudditi di questo Montezuma, suo signore, dei riti e degli usi di questa gente, del modo di governare che vige, sia in questa città, sia nelle altre, sarebbe necessario molto tempo e molti abili relatori. Riferirò, se pure malamente, alcune cose così sorprendenti da non credersi, infatti anche noi che le abbiamo viste con i nostri occhi non riusciamo a capirle con la ragione. [...]». Cfr. anche Todorov 1997.

33 Cfr. Meinong 2003, p. 27.

34 Cfr. Bolzano 1972, pp. 60 e p. 69, laddove il filosofo e matematico austriaco scrive: «Noi pensiamo una certa rappresentazione in sé: cioè abbiamo una rappresentazione mentale corrispondente, solo se pensiamo tutte le parti di cui consiste - vale a dire solo se abbiamo anche rappresentazioni mentali di queste parti. Ma non è necessario che siamo sempre chiaramente consapevoli di quel che pensiamo, e capaci di portarlo alla luce. Può così accadere che pensiamo una rappresentazione complessa in sé e siamo consci di quello che pensiamo, senza esser consci di pensarne le parti individuali, o essere in grado di indicarle». Questo passo di straordinaria lucidità di Bolzano, spesso dimenticato nella sua importanza, si colloca perfettamente nello spirito, come è ricordato da Coffa, del suo antikantismo in merito alla dottrina critica dell’intuizione pura a priori e dei concetti matematici. Inoltre è sufficiente vedere come sostituendo nel passo appena citato “rappresentazione” con “inferenza” e parti” con “premesse, conclusioni e regole di derivazione” si ottiene in toto la dottrina helmholtziana delle inferenze inconsce. Chi scrive, più brentanianamente che kantianamente, non può fare a meno di sospettare che la concezione di Bolzano sembri basarsi (come quella di McDowell) su di un concetto paradossale come “pensiero inconscio”, e quindi su una confusione tra l’idea di pensiero (come attività rappresentazionale del denken cioè del pensare) e l’idea della credenza (che è una modalità del gedanke, come mostrerà Frege alcuni anni dopo Bolzano). Tim Crane, per esempio, portando agli estremi un’intuizione di Evans (1982) pensa che ogni credenza sia inconscia. Si veda Crane in Crane 2001, p. 143.

35 Cfr. Findlay 1933.

36 Cfr. Chisholm 1982.

37 Cfr. Nef 1998.

38 Cfr. Nef 2001, pp. 82-5.

39 Meinong aderisce(ma in modo orginalissimo), come Kazimir Twardoswkij, alla versione oggettuale della teoria dell’intenzionalità del suo maestro Brentano (adesione, come è noto, che gli varrà delle pesanti obiezioni da parte dell’altro illustre condiscepolo Husserl e, dall’altro lato della barricata, di Bertrand Russell in Meinongs Theory of Complexes and Assumptions e in On Denoting, rispettivamente del 1904 e del 1905). Cfr. Twardowski 1988, Husserl 1999 e 1999b, pp. 87-135 e la lettera dello stesso del 5 Aprile 1902 a Meinong (in Husserl, a cura di Schumann 1994, p.144) e Russell 1973 e 1973b.

40 Cfr. Meinong 2003, p. 23.

41 Per (A) qualunque atto psichico che consiste nel porre in atto un’ipotesi, una sussunzione, o un’assunzione (l’elenco dei possibili termini sinonimi italiani di annhame è difficile da delimitare in modo rigoroso, come fa notare Frederic Nef in Nef 2001), anche intenzionalmente contrarie ai fatti, non può andare incontro a nessuna limitazione. La congiunzione (A) & (B) dà come risultato una tesi di non limitazione del dominio predicabile degli oggetti, poiché non si può “scartare” dal dominio delle assunzioni valide questa o quella assunzione, in quanto, come tale, essa possiede già un riferimento ed un riferimento intenzionale verso un oggetto. La. tesi (C) è importantissima. Essa sta ad illustrare che le proprietà sono date relativamente all’ambito della pura concepibilità autonomamente dalla loro eventuale esistenza (materiale o astratta). Anche qui ci si potrebbe subito chiedere: Meinong sta forse tentando di separare la concepibilità dalla pensabilità concettuale? Inoltre, per distinguere più accuratamente le proprietà che determinano Xannahme dei suoi oggetti, inoltre, in anni posteriori ad opere come Die Gegenstandtheorie e a Über Annahmen Meinong pensò di ricorrere alla distinzione suggeritagli dal suo allievo Ernst Mally, tra proprietà formali (formal) e proprietà extra formali (extra-formal) Cfr. Mally 1912, pp. 64 e 76 - si veda anche Nef 2001, p. 82. Meinong, correggendo ed ampliando l’intuizione del suo allievo in über Möglichkeit und Wahrscheinlickeit riformula questa distinzione in termini di proprietà costitutive o nucleari (konstitutorisch) ed extra-costitutive o extra-nucleari (extra-konstitutorisch). Queste ultime sono esemplificabili dalla proprietà di «essere stati immaginati dal conte Alexius Von Handschuchscheim (il vero nome di Meinong)» o dalla proprietà di essere «premessa o conclusione di un ragionamento da parte di un filosofo torinese, vertente su di essi» (cfr. Meinong 1977, pp. 5-7, 131-134 e 367-371). Le prime, all’opposto, sono, per espressa definizione di Meinong, tutte e sole le proprietà di cui un oggetto x gode costitutivamente, (nel caso della Montagna d’Oro avere massa e altitudine superiori a quelle di una collina e essere composti da un elemento il cui numero atomico è quello dell’oro). Si veda l’acuto articolo di Voltolini 2001, pp. 101-117. Un’altra possibile definizione usata da Roderick Chisholm per definire le proprietà costitutive o nucleari è la nozione di carattere (character) dell’assunzione dei rispettivi oggetti. Cfr. Chisholm 1982.

42 Ma il facile entusiasmo con cui potrebbe accendere la presente analisi la fin qui delineata argomentazione è destinato a finire sotto una bella doccia fredda, almeno - volendo salvare un po’ la capra e i cavoli - se si aspirasse a conservare l’appartenenza di oggetti meinonghiani come gli oggetti Odradek all’interno del ben noto schema categoriale bona fide/fiat. Ogni o/O, infatti, così definito in quanto tale, non può essere catalogato all’interno dello schema categoriale bona fide/fiat, perché, banalmente, come farebbe notare Barry Smith, in quanto oggetto meinonghiano esso non sembra adatto ad affrontare fimportante duplice test dell’errore ontologico e del realismo naturale. Tale non ammissibilità nella tassonomia Obf/Of non inficia, a ben vedere, la possibilità di accedere a dei criteri discriminativi per la classificazione di o/O. Scrive infatti Smith in merito allo schema categoriale bona fide/fiat. «Uno schema categoriale che sia adeguato a tal fine dovrebbe essere (1) critico, ovvero dovrebbe riconoscere che i soggetti cognitivi sono esposti all’errore ontologico, anche all’errore sistematico [...]. Per questa ragione lo schema categoriale che stiamo cercando dovrebbe essere tale da attribuire sempre e comunque un oggetto a ogni atto che presumiamo essere diretto a qualcosa. Lo schema dovrebbe essere anche (2) realistico: gli oggetti verso cui è diretta la cognizione umana dovrebbero essere parti della realtà, almeno nel senso di essere conformi alle verità delle scienze naturali [...] forme di realismo come le teorie meinonghiane, che attribuiscono a ciascuna espressione referenziale o atto intenzionale che sia, un oggetto corrispondente [...] producono schemi categoriali che non riescono a soddisfare (1) e (2)». Quindi, sebbene nella premessa (p2) è possibile definire un o./O.come qualcosa che potrebbe comparire alfinterno di contesti di fiction tratteremo tale possibilità come non essenziale o non costitutiva di quel che un oggetto Odradek è. Sebbene superficialmente qualche oggetto Odradek sembri comportarsi come un oggetto fiat di Smith - Simons - Varzi, nessun oggetto Odradek, a ben vedere, in quanto oggetto meinonghiano può soddisfare i requisiti fondamentali che, secondo Barry Smith, caratterizzerebbero invece (positivamente) la costituzione della nomenclatura bona fide/fiat. Cfr. Smith 2001, pp. 58-86. Si veda anche il fondamentale articolo di Smith e Varzi 2000, pp. 401-420.

43 Cfr. Voltolini, cit. pp. 105-116.

44 Cfr. Castaneda 1989. Si veda anche Parsons 1980, pp. 23-25.

45 Voltolini, cit., pp. 110-116.

46 Cfr. Thomasson 1999.

47 Scegliamo deliberatamente di non impiegare qualunque forma di λ-conversione per l’introduzione di predicati di tipo nominale, per non incorrere in una involontaria formalizzazione del ben noto “paradosso di Clark” ben segnalato da Francesco Orilia proprio a proposito delle varie opzioni formali adottate in filosofia analitica per introdurre la libertà di assunzione di oggetti incompleti o non esistenti. Per un importante approfondimento si veda Orilia 2006, pp. 91-109.

48 In Funktion und Begrjff, infatti, fu Gottlob Frege a definire un concetto per mezzo della nozione di funzione scrivendo: «Vediamo così quanto stretto sia il nesso fra ciò che in logica si chiama concetto e quel che noi chiamiamo funzione. Anzi si può dire addirittura: un concetto è una funzione il cui valore è sempre un valore di verità [...]. In logica si parla di uguaglianza di estensione (Umfang) dei concetti. Possiamo dire, pertanto, che come estensione del concetto consideriamo il decorso dei valori di una funzione il cui valore per qualsiasi argomento è (sempre) un valore di verità». Definizione che lo stesso Frege ribadì, precisandola, nella sua ben nota risposta a Benno Kerry in Über Begrjff und Gegenstand: «Il concetto, nel senso che io attribuisco a questa parola, è predicativo (nota di Frege: esso è cioè il significato (Bedeutung) di un predicato grammaticale) [...]. Diciamo pertanto che un oggetto cade sotto un concetto e il predicato grammaticale ha per significato questo concetto». Cfr. Frege 2001 e 200lb, pp. 3-27 e pp. 58-73.

49 Cfr. Frege 1976, p. 13.

50 Ivi, pp. 17 e 19.

51 Ibidem.

52 Cfr. Coffa 1998, p. 118.

53 Nella nota al capoverso appena citato, infatti, Coffa ricorda come addirittura nel “primo” Frege, quello del Begriffschrift, il filosofo tedesco «parlava come se il concetto non ci fosse finché non lo “creiamo”, plasmandolo in un modo o in un altro. Ma ovviamente è difficile vedere come si possa trovare un concetto in un contenuto di giudizio possibile se non è lì sin dall’inizio» (Ibidem).

54 Cfr. Meinong 1983, p. 179.

55 Cfr. Poli 2006, p. 134 e Meinong, cit., pp. 180-181.

56 Ibidem.

57 Cfr. Fine 2002, pp. 253-282 e, nello stesso volume, Gendler e Hawthorne 2002, pp. 1- 70.

58 Cfr. Chalmers 2002, pp. 145-200 e, nello stesso volume, Yablo 2002, pp. 441-492.

59 Cfr. D’Agostini 2005, p. 269.

60 Ibidem.

61 61 Cfr. Voltolini 2006, pp. 80-84. Voltolini, in quell’articolo, ricostruisce un interessante argomento, che ha dei punti di contatto - ma non di convergenza - con quanto fin qui delineato, argomento che vale la pena ricostruire: «(i) ci sono i mondi metafisicamente possibili (ii) almeno molti mondi epistemicamente possibili sono una sottoclasse dei mondi metafisicamente possibili (iii) ci sono mondi epistemicamente possibili [da (i) e da (ii)] (iv) se ci sono mondi epistemicamente possibili, ci sono anche oggetti possibili, ma di fatto non esistenti (v) ci sono oggetti possibili di fatto non esistenti [da (iii), (iv)] (vi) gli oggetti possibili di fatto non esistenti ma esistenti in mondi epistemicamente possibili sono oggetti intenzionali esistenti in quei mondi (vii) gli oggetti intenzionali esistenti nei mondi epistemicamente possibili sono gli stessi oggetti intenzionali ma non esistenti nel mondo reale (viii) dunque ci sono oggetti intenzionali di fatto non esistenti [da (v), (vi), (vii)]».

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Stefano Vaselli, «Hic sunt impossibilia. Odradek e altri oggetti non convenzionali»Rivista di estetica, 33 | 2006, 237-266.

Notizia bibliografica digitale

Stefano Vaselli, «Hic sunt impossibilia. Odradek e altri oggetti non convenzionali»Rivista di estetica [Online], 33 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 15 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/4419; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.4419

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Stefano Vaselli

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