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HomeNumeri33VariaPercezione e immagine

Note della redazione

Il presente lavoro riprende e sviluppa l’intervento presentato al convegno Forma e Immagine, promosso dal Dipartimento di Filosofia dell’Università di Roma Tre e dal Dipartimento di Studi filosofici ed epistemologici dell’Università di Roma «La Sapienza», con il patrocinio della Società Italiana di Estetica, tenutosi a Roma il 12 e 13 maggio 2006.

Testo integrale

  • 1 Si cfr., per esempio, J. J. Wunenburger (1997), Filosofia delle immagini, Einaudi, Torino 1999

1Il titolo individua un argomento che per la sua vastità, qualunque sia il taglio con cui si decide di affrontarlo, risulta impossibile nelle logiche spazio-temporali di un convegno. È stato affettuosamente “estorto”, ma innanzi tempo, quando foggetto doveva ancora essere concepito. Si sa: le parole hanno la capacità, con piccoli aggiustamenti, di adattarsi a cose diverse e apparire, di volta in volta, persino appropriate, come se fossero state ritagliate proprio per quella o quel- raltra cosa. L’aggiustamento che vi chiedo di fare è di intendere “percezione” come “percezione visiva”; e per “immagine” di tralasciare sia gli usi diversissimi che del termine facciamo, sia quelli accreditati dalla filosofia delle immagini1, e di concentrarvi su alcune immagini che vi presenterò. Immagine, quindi, come oggetto della percezione visiva: “immagini e percezione”. Sono immagini — una pipa, un “illusione ottico-geometrica”, un triangolo i cui contorni non sono disegnati, un’immagine bistabile e “maluma/takete” — che sicuramente avete già visto, ma, probabilmente, le avrete incontrate non quando vi siete occupati dell’immagine, perché raramente, e non tutte, vengono considerate da chi riflette sull’immagine. Pure sono modi di darsi dell’immagine, e, sebbene siano di una semplicità disarmante, le ho scelte come indicative dei problemi che intendo affrontare.

2Partiamo da un “gioco psicologico”. Vi chiedo di immaginare una pipa. Alcuni possono avere immaginato un oggetto-pipa, altri un immagine-pipa. Relativamente alla seconda evenienza non è improbabile che l’immagine attivata sia stata quella della pipa più famosa della storia dell’arte. Ma io non vi presento quella, ma questa.

3Sicuramente ciascuno di voi — sia che abbia immaginato un oggetto-pipa, sia che abbia immaginato un immagine-pipa — non può non riconoscere nell’immagine appena vista una pipa. Se però vi avessi presentato quest’altra — è il

4contorno inferiore dell’immagine appena percepita, una sua parte, e in questa sequenza è molto probabile che la si percepisca “come contorno di” — la pipa avreste continuato a immaginarla, non a percepirla, ed è molto improbabile che in questa avreste riconosciuto il contorno di una pipa, come pure che l’avreste chiamata “pipa”. Chi poi ha pensato alla pipa di Magritte solo con la prima può essersi interrogato sulle somiglianze e/o differenze con quanto aveva immaginato. Sono due immagini di pipa molto simili, a parte i titoli e l’autorialità.

René Magrìtte, La trahison des images (1929)

René Magrìtte, La trahison des images (1929)

Mike Bidlo, Ceci n’est pas une pipe, not Magritte (1985)

Mike Bidlo, Ceci n’est pas une pipe, not Magritte (1985)
  • 2 Le affermazioni che non possono non “colpire” provengono dalla neuroestetica, fin dalla decisione (...)

5Il problema si complica: Ceci riest pas une pipe? E not Magritte? Certo, i filosofi, i critici, e la neuroestetica2 a partire da qui possono interpretare, ognuno a loro modo, il gesto di Magritte e il gesto di Bidlo. A me pare prioritario per la psicologia e per la filosofia della mente tenere presente quanto ne dice Magritte, e, per contrasto, il commento, solo relativamente alla teoria della mente implicita nell’articolazione del discorso, di Danto e interpreti dantoiani su Bidlo.

  • 3 R. Magritte (1966), Intervista per Life, in Id., Tutti gli scritti, Feltrinelli, Milano, 1979, p. (...)
  • 4 Id. (1959), Somiglianza, I960, in Id., Tutti gli scritti, cit., p. 431.
  • 5 Id. (1929), Le parole e le immagini, in Id., Tutti gli scritti, cit., p. 53.

6Magritte: «Perché questa non è una pipa? Beh, uh... perché è una pipa dipinta, non una pipa vera»3. Sebbene punti a «un’immagine esatta della somiglianza», non si stanca di ribadire che «in nessun caso l’immagine deve essere confusa con la cosa rappresentata: l’immagine pittorica di una fetta di pane con marmellata, sicuramente, non è né una retta di pane vera né una fetta di pane finta»4. È un’immagine, e — come ribadisce con il cavallo — «un oggetto non svolge mai lo stesso ufficio del suo nome o della sua immagine»5.

  • 6 P.N. Johnson-Laird (1983), Modelli mentali. Verso una scienza cognitiva del linguaggio, dell’infe (...)
  • 7 G. Bateson (1979), Mente e natura, Adelphi, Milano, 1984, p. 50.
  • 8 Per una esposizione chiara e concisa dell’ipotesi costruttivista e dell’ipotesi della proiezione, (...)

7Ovviamente nessuno, nemmeno il bambino piccolo, confonde una fetta di pane, con o senza marmellata, con un’immagine della stessa. E se ha fame non si limiterà a farsi, del pane, un’immagine mentale, né si limiterò a guardare un’immagine pubblicitaria, fosse pure la più accattivante possibile. E esperienza comune che si dirigerà verso il luogo dove può trovare il pane e, raggiuntolo, la percezione che ne avrà non sarà più solo visiva, ma anche tattile, olfattiva, gustativa e uditiva. Pure nella teoria queste differenze, consustanziali alla nostra “forma di vita” e persino banali tanto sono ovvie, non solo non vengono tenute presenti, ma si azzera persino la possibilità di recuperarle strada facendo. E infatti convinzione diffusa nella scienza cognitiva che «gli esseri umani non possono, ovviamente, cogliere il mondo in modo diretto; ne posseggono soltanto una rappresentazione interiore, poiché il processo percettivo altro non è che la costruzione di un modello del mondo. Noi siamo incapaci di confrontare direttamente la rappresentazione percettiva del mondo con il mondo esterno — essa è il nostro mondo»6. O diversamente detto: «Tutti, ovviamente, sappiamo che le immagini che “vediamo” sono in realtà fabbricate dal cervello o dalla mente; ma sapendolo con l’intelletto è molto diverso dal rendersi conto che è davvero così. Questo aspetto della faccenda si impose con forza alla mia attenzione una trentina di anni fa a New York, in occasione di una dimostrazione pubblica data da Adalbert Ames Jr. di certi esperimenti su come conferiamo profondità alle nostre immagini visive»7. Accettata la concezione della realtà fornitaci dalla fisica — atomi irrelati e in caotico movimento — sembra necessario teorizzare una mente tanto “intelligente” da costruire il mondo e da proiettarlo all’esterno8. Il mondo come fosse un quadro, un’immagine da guardare.

  • 9 Sotto la voce “Rappresentazione” del Nuovo dizionario di psicologia di R. Doron, F. Parot e C. De (...)
  • 10 Cfr. L. Pizzo Russo, La psicologia ovvero la negazione del senso comune, «Nuova civiltà delle mac (...)
  • 11 W. Köhler, (19472), La psicologia della Gestalt, Feltrinelli, Milano, 1961, p. 12.
  • 12 Come evidenzia J.J. Gibson (1979, Un approccio ecologico alla percezione visiva, il Mulino, Bologna (...)
  • 13 R. Magritte (1959), Somiglianza, cit., p. 429.
  • 14 Id. (I960), Lettera a Chavée, in Id., Tutti gli scritti, cit., p. 516.

8Non è questo il luogo per rendere conto di come si sia formato quell’ “ovviamente” presente nelle due citazioni, e su quali fragili basi sono costruite, né di rendere conto delle differenze tra le due posizioni, né tanto meno di smontare l’interpretazione dell’esperimento di Ames. Solo rilevare la confusione tra scienza ed esperienza: la proiezione del sapere scientifico sull’esperienza del soggetto. Se tutto è rappresentazione, “il mondo è una mia rappresentazione”9, qual è lo statuto dell’immagine? A partire dall’immagine retinica e a finire all’immagine mentale, come distinguere il mondo e le rappresentazioni del mondo? Si sa, la scienza è anti-intuitiva, ma sostituire ciò che si vuole spiegare con la spiegazione - e, trattandosi di psicologia, sembra nelle cose, data la coincidenza tra “oggetto” della ricerca e “soggetto” della ricerca — non è una mossa del gioco scientifico: la strategia non può essere quella di far fuori il “comune sentire”, vale a dire annullare proprio ciò che si dovrebbe spiegare10. Come che sia, l’atteggiamento naturale, che è anche quello dello scienziato e del filosofo smessi i panni della teoria, è «decisamente tetragono»11 ai colpi di mano sulla realtà e con Magritte continua a distinguere l’oggetto-pipa, l’immagine-pipa, la parola-pipa. Non solo per questo ho scelto di partire da Magritte, ma altresì perché, lui che lavora con e sulla percezione visiva12, si definisce «un uomo che pensa e che comunica il suo pensiero per mezzo della pittura, come altri lo comunicano con la musica, con la parola ecc.»13. In breve, perché le sue opere e le puntualizzazioni con cui le accompagna stigmatizzano la con-fusione tra immagine e realtà e l’identificazione del pensiero con il linguaggio, posizioni teoriche che non possono certo rendere conto del proprio dell’immagine: «Per lo più si tenta di distruggere le immagini che dipingo pretendendo di “interpretarle” [...] quasi a significare che l’immagine non presenta alcun interesse di per sé e che le occorre il soccorso di un’“interpretazione”, che è affetta da un’indigenza che fa la felicità dell’ “ interprete” »14.

  • 15 A. Julius (2002), Trasgressioni. I colpi proibiti dell'arte, Bruno Mondadori, Milano, 2003.
  • 16 «Mon obsession concernant Boite Brillo était peut-ètre plus liée à sa pertinente en tant qu’exemple (...)

9Quanto a Bidlo, un artista che replica le opere dei grandi maestri del Novecento, da Cezanne e Picasso a Pollock e Warhol, un coverizzatore della pittura contemporanea, è diventato famoso per le sue trasgressioni della trasgressione15. La trasgressione al quadrato più commentata è l’“appropriazione” della Brillo Box, ma ritengo che l’interpretazione che se ne dà funzioni anche per la pipa16.

Mike Bidlo, 1991, Not Warhol (Brillo Boxes, 1969)

Mike Bidlo, 1991, Not Warhol (Brillo Boxes, 1969)
  • 17 A.C. Danto, 1995, conferenza tenuta alla prima edizione de La Generazione delle Immagini, curata da (...)
  • 18 NotGallery, che ha sede a Napoli, «come si evince dal nome, non è una vera e propria galleria d’art (...)
  • 19 L. Bradamante, Hans Belting Oltre la storia dell’arte verso la Bildwissenschaft, «Leitmotiv», 2004, (...)
  • 20 R. Arnheim (19742), Arte e percezione visiva, Feltrinelli, Roma, 200217; E.H. Gombrich (19622), Art (...)
  • 21 Ciò che oggi emerge in maniera incontrovertibile (la cosa comunque era già evidente nelle ricerch (...)

10Per Danto la Brillo Box di Warhol, cioè un oggetto che è totalmente simile ad un altro oggetto e che però è arte — mentre l’altro oggetto, quello che incontriamo al supermercato, non lo è — è l’arte che arriva alla comprensione filosofica della propria identità. Ma se ancora a Warhol viene riconosciuto uno stile preciso e ben definito, Bidlo, al contrario, viene assunto come esempio paradigmatico del fatto che «non vi è niente e nessuna forma di cui un artista non si possa appropriare»17. Entrambi, comunque, segnano lo spartiacque tra l'era dell'arte, e il dopo l'era dell'arte. Nel dopo, grazie a Bidlo, le gallerie diventano NOTGallery18, ma non è questo il punto che mi pertiene, quanto che col “not” «fu esplicito che fopera d’arte non doveva avere una forma particolare e quindi non doveva essere letta con gli occhi, ma con il pensiero»19. Mi pare utile ricordare che già a fine Ottocento l’opposizione sensi/intelletto aveva portato a teorizzare un’arte percettiva e un’arte concettuale. Un secolo dopo, nonostante quella distinzione non abbia retto alle critiche — si pensi ad Arnheim e a Gombrich, per indicare due posizioni simili nella pars destruens e molto diverse nella pars construens20 — e nonostante le evidenze sperimentali prodotte dalla psicologia dello sviluppo, da quella comparata e dalle neuroscienze negli ultimi trent’anni depongano, in maniera incontrovertibile, contro un occhio che vede e un cervello che pensa, pure l’opposizione continua a sembrare esplicativa21: nello specifico relativamente al fruitore che dovrebbe “leggere”, come suggerisce l’esperto, alcune immagini con l’occhio e altre con il pensiero. E se non Io facesse? Ma vedremo che “occhio o percezione vs pensiero o interpretazione” è il leitmotiv del discorso sull’immagine. E su questo si concentrerà il mio intervento.

11Mettiamoci alla prova con un’immagine.

  • 22 R.L. Gregory, Le illusioni ottiche, in Illusione e realtà. Problemi della percezione visiva, «Lettu (...)

12Avete messo in moto gli occhi o il pensiero? Qualunque sia il processo attivato, converrete che il fattore somiglianza non è qui pertinente come per le immagini “pipa”. Quest’immagine non somiglia a, né rappresenta alcunché. Chi conosce l’argomento “illusioni ottico-geometriche” vi riconosce l’illusione «più famosa di tutte le illusioni»22. Nella letteratura, nonostante J.L. Austin, sotto il termine “illusione” vengono messe cose molto diverse, che vanno dalle immagini tipo quella di Müller-Lyer, al “bastone spezzato”, ai miraggi, all’arto fantasma. Voglio dire: immagini e non. Il raggruppamento non è casuale. Proprio perché non ne condivido la logica, se dovessi considerare i casi del bastone spezzato e dei miraggi o quello dell’arto fantasma - i primi due percettivamente risolvibili e il secondo patologicamente significativo - altre sarebbero, ovviamente, le argomentazioni che farei.

  • 23 J.L. Austin (1962), Senso e sensibilità, Lerici, Roma, 1968, p. 34.

13In filosofia - la precisazione è di Austin - l’argomento dell’illusione è servito «a indurci ad accettare i “dati sensoriali” come risposta corretta ed esatta alla domanda su che cosa percepiamo in certe condizioni anormali ed eccezionali. Ma in effetti, di solito segue a ruota un altro piccolo ragionamento che mira a stabilire che noi percepiamo sempre dati sensoriali»23. Ora, non è che Austin non cada a pennello ancne per la psicologia; anzi, rende pienamente conto dell’atteggiamento teoretico che abbiamo visto ci nega l’accesso diretto al mondo e ci riduce il mondo a immagine. E però per comprendere il legame perverso tra immagine, illusione e percezione che vige in psicologia mi pare utile ricordare anche l’arcinota formulazione di Platone, a cui dobbiamo il nodo gordiano che nell’era della rappresentazione diventa impossibile tagliare:

  • 24 Platone, La Repubblica, X, 602 c - 603 b, in Opere, 2, Laterza, Bari, 1966.

Per Zeus!, ripresi, ma questo atto di imitare non è cosa che viene terza a partire dalla verità? No? - Sì. - E quale tra gli elementi delFuomo è soggetto al suo potere? - Di cosa vuoi parlare? -Di questo: l’identica grandezza, secondo che la si vede da vicino e da lontano, non ci appare uguale. -No, certo. -E gli identici oggetti, a seconda che si contemplano dentro o fuori dell’acqua, appaiono piegati o diritti, e cavi o prominenti. Questo perché nella vista si produce un disorientamento cromatico. E chiaro che tutto questo scompiglio esiste nell’anima nostra. Ora facendo leva su questa condizione della nostra natura, la pittura a chiaroscuro non tralascia alcuna stregoneria. E così fanno la prestidigitazione e i molti trucchi del genere. - E vero. - Ebbene, contro questi inganni non si sono rivelati ausili ingegnosissimi la misurazione, la numerazione e la pesatura, sì che in noi non governa ciò che appare maggiore o minore o più numeroso o più pesante, ma ciò che calcola e misura e pesa? — Come no? — Ma tutte queste operazioni spetteranno all’elemento razionale dell’anima. - A questo, certo. - Però a questo elemento che misura e segnala che certe cose sono tra loro maggiore o minore o uguali, spesso risulta che per le identiche cose si hanno apparenze contemporaneamente opposte. - Sì. - Ora, non abbiamo affermato che l’identico soggetto non può avere contemporaneamente opposte opinioni sulle identiche cose? — Sì, e l’abbiamo affermato con ragione. - Quindi l’elemento dell’anima che giudica indipendentemente da ogni misura non potrà essere identico a quello che giudica secondo misura. — No, certo. — Ma l’elemento che s’affida alla misura e al calcolo sarà il migliore dell’anima. - Sicuramente. - Allora quello che si oppone sarà uno di quelli che in noi hanno scarso pregio. — Per forza. — Appunto perché volevo arrivare a quest’ammissione dicevo che la pittura (e, in genere, l’arte imitativa) elabora la propria opera lontano dalla verità. Essa è in intima relazione, compagna e amica di quel nostro interiore elemento che sta lontano dall’intelligenza, senza alcuna mèta sana e vera.- Assolutamente, rispose. - Allora l’arte imitativa, che pure ha scarso pregio, trovandosi insieme con un elemento pure poco pregevole, dà luogo a prodotti che valgono poco24.

14Questa impostazione, che riduce la visibilità a falsa e illusoria apparenza, contrappone gli elementi dell’anima sulla base dell’essere o meno soggetti alle variazioni con cui le cose ci si presentano, valuta “il migliore” “quello che giudica secondo misura” e svaluta quello dominato dalle apparenze - e perciò soggetto al potere delle immagini - la si ritrova in psicologia. Si pensi a J. Piaget, per citare un nome da tutti conosciuto, che studierà i meccanismi generali della percezione solo attraverso le illusioni ottico-geometriche. Vi sorprende? Eccovi la risposta:

  • 25 J. Piaget (19672), Lo sviluppo delle percezioni in funzione delle età, in P. Fraisse e J. Piaget (a (...)

Si potrebbe, in effetti, pensare che esistano da un lato i meccanismi della percezione in sé stessa e da un altro quelli delle sue deformazioni o “illusioni”. Per esempio, in presenza di figure come quella di Muller-Lyer si converrebbe di dissociare da una parte i processi della valutazione “normale” delle lunghezze e dall’altra i fattori particolari che perturbano in questo caso tale valutazione. Però una siffatta separazione si ispira probabilmente ai modelli presi a prestito dalle attività cognitive superiori, in seno alle quali è effettivamente legittimo distinguere, per esempio, le strutture del ragionamento corretto e quelle degli errori. [...] Ora, nel campo delle percezioni, non soltanto il soggetto non riesce quasi mai a dissociare gli errori sistematici dalle sue percezioni approssimativamente esatte, ma anche e soprattutto è possibile addirittura chiedersi se la presenza di deformazioni non sia inerente alla natura stessa dei meccanismi percettivi25.

  • 26 Id. (1961), I meccanismi percettivi, Giunti-Barbera, Firenze, 1975, p. 26.

15E Piaget, analizzando dal punto di vista genetico il rapporto tra percezione e intelligenza, rintraccia ben quattordici differenze tra l’una e l’altra (di cui sei relative al rapporto tra soggetto e oggetto, e otto strutturali ai due processi cognitivi). E singolare che il teorico di un meccanismo altamente adattivo per quanto concerne l’intelligenza e il pensiero lasci i sensi in balia delle illusioni: anzi, considera le deformazioni «consostanziali con la percezione»26.

  • 27 S. Coren, La percezione delle illusioni visive, in F. Purghé, N. Stucchi, A. Olivero (a cura di), L (...)
  • 28 M. Cesa-Bianchi, Sensazione e percezione, in S. Sirigatti, Manuale di psicologia generale., UTET, T (...)
  • 29 O. da Pos e E. Zambianchi, Illusioni ed effetti visivi. Una raccolta, Guerini, Milano, 1996, p. 13.

16Oggi lo scopo adattivo dei processi percettivi viene unanimemente proclamato, e però la razionalità calcolante - il valore assoluto assegnato all’elemento che calcola, misura e pesa - incarnatasi nell’artificiale, se ha costretto persino il cognitivista a prendere coscienza che la razionalità umana è “limitata”, non ha scalfito la sua fiducia nelle illusioni, e la sua sfiducia nei sensi. Cosicché, nonostante la posizione di Piaget possa apparire una posizione limite, dato che le illusioni costituiscono solo un capitolo, sia pure corposo, della psicologia della percezione, tuttavia rimane ferma la convinzione che «sono una ricca fonte sui processi normali». Per di più, in accordo con “il mondo come rappresentazione”, dimostrerebbero che «la nostra visione del mondo è un costrutto mentale, e non semplicemente una fedele rappresentazione della realtà»27. E però: se la realtà coincide con la rappresentazione che ne abbiamo, come facciamo a sapere che alcune rappresentazioni non sono fedeli? Ma tant’è. Col termine illusione «vengono designate alcune figure relativamente semplici composte da pochi elementi [...] che percettivamente si discostano in misura abbastanza notevole dalla loro configurazione reale. L’effetto può consistere in modificazioni di forma o di grandezza di parti della figura; si hanno infatti sovrastima o sottostima di alcuni elementi, deformazioni di altri, ecc.»28. Oppure: «un’illusione visiva è una percezione che non corrisponde alla realtà»29.

17Confrontiamo queste definizioni con quanto abbiamo sotto gli occhi.

18Perché chiamare illusione una configurazione niente affatto illusoria, tanto che chiunque può a proprio piacere, e ripetutamente, osservarla? Qual è “la realtà a cui non corrisponde”? Perché il fatto che si veda la prima retta più lunga della seconda viene considerato un discostarsi dalla “configurazione reale”? Quali sono i parametri del “mondo reale” rispetto ai quali viene rilevato l’errore di valutazione? E cos’è un errore che non si lascia correggere? Perché il sapere che i due segmenti hanno la stessa lunghezza non cambia la nostra percezione della figura di Müller-Lyer? D’altra parte, se consideriamo i due segmenti senza le estremità oblique, cosa che ci viene consigliata, il nostro vedere cambia: li percepiamo uguali. Un vedere che coincide col sapere? Ma, a parte il fatto che “percepire vs pensare” ci viene posto come ostacolo, così procedendo verremo a perdere la particolare configurazione della Müller-Lyer. Se poi nelle figure percepissimo gli elementi che le compongono in maniera isolata, e non nelle loro relazioni, non solo l’agnosia non sarebbe una patologia, ma lo stesso concetto di agnosia sarebbe privo di senso. In realtà, considerando la storia scientifica delle illusioni ci si convince che la complicazione è dovuta al fatto di non tenere ferma la distinzione tra sperimentatore e percettore, con la conseguenza che l’analisi degli elementi di una figura fatta dallo sperimentatore viene indebitamente proiettata sull’esperienza che della figura fa il percettore. E con ciò le visibili proprietà della figura svaniscono e al suo posto la radicata convinzione che i sensi ingannano.

  • 30 P. Bozzi, Fisica ingenua. Oscillazione, piani inclinati e altre storie: studi di psicologia della (...)
  • 31 E adesso hanno invaso anche il Web. Sarebbe utile fare una ricerca non in generale ma su quello c (...)
  • 32 P. Bozzi, Fisica ingenua, cit., pp. 112-115.
  • 33 M. Massironi, Comunicare per immagini. Introduzione alla geometria delle apparenze, il Mulino, Bo (...)
  • 34 R. Arnheim (1952), Ordine del giorno per la psicologia dell’arte, in Id. (1966), Verso una psicol (...)
  • 35 R.L. Gregory (1986), Curiose percezioni, il Mulino, Bologna, 1989, pp. 100-101.
  • 36 Relativamente alla scuola gestaltistica di Trieste cfr. M. Antonelli, Percezione e coscienza nell’o (...)
  • 37 W. Gerbino, Percezione, in P. Legrenzi (a cura di), Manuale di psicologia generale, il Mulino, Bolo (...)

19Non manca chi sostiene che «“le illusioni ottiche” non sono “illusioni”»30. Il nome che oggi probabilmente viene in mente è quello di Gibson, famoso per il suo approccio ecologico alla percezione. Ma basta accedere allo spazio teoricosperimentale della psicologia della Gestalt, che poi è lo sfondo per comprendere Gibson e il primo piano per inquadrare Bozzi, l’autore citato, per rendersi conto che le illusioni sono funzionali al paradigma di volta in volta egemone in psicologia. Sicché, nonostante la psicologia della Gestalt abbia nei primi decenni del Novecento dimostrato l’illusione delle illusioni, nei testi di psicologia le illusioni continuano a pullulare come ai tempi di Köhler31. Nel mondo dell’esperienza i segmenti centrali della Müller-Lyer «non hanno la stessa lunghezza anche se il righello dice il contrario». Il righello, tuttavia, non misura «le proprietà osservabili degli oggetti ma solo sistemi di relazioni coerenti secondo una certa logica, i quali cadono in genere fuori dal piano osservazionale»32. Se consideriamo che la produzione e la fruizione di «immagini è possibile solo perché non si fonda sugli aspetti squisitamente e quantitativamente geometrici delle tracce utilizzate, ma si fonda sulle condizioni del loro apparire»33, ci rendiamo conto della rilevanza delle illusioni e dell’irrilevanza dell’immagine per una psicologia dominata dalla «esigenza tirannica dell’esattezza quantitativa»34, e guidata dalla presupposizione che percepire è come fare scienza. Tanto che le illusioni costituirebbero «la più forte dimostrazione del fatto che [...] le percezioni sono sostanzialmente delle ipotesi, molto simili alle ipotesi predittive della scienza»35. Gli psicologi che, viceversa, si pongono l’obbiettivo di “salvare i fenomeni” e perciò «vogliono spiegare proprio le apparenze», gli eredi di Wertheimer, Kohler e Koffka, ma anche di Meinong e Benussi36, sono diventati talmente sospettosi nei confronti del “sapere” e del ‘‘pensare” e talmente pignoli nei confronti del vedere che, se osate dire che nella figura si vede un esagono, vi avvertono che state confondendo quello che vedete con quello che sapete. Per loro «quello che si vede è un esagono irregolare, ed è pericoloso persino dire “l’esagono è regolare ma appare irregolare”»37.

  • 38 Kanizsa, Grammatica del vedere, cit., soprattutto pp. 83-115. Come evidenzia P. Bozzi nella Present (...)
  • 39 F. Purghé, La visione di stimoli bidimensionali, in Purghé, Stucchi, Olivero (a cura di), La percez (...)
  • 40 S. Coren, La percezione delle illusioni visive, cit., p. 371.
  • 41 «Un’interpretazione più elegante - in accordo con il principio dell’armonia di forma individuato da (...)

20Uno di loro — ma per la distinzione tra ciò che si vede e ciò che si sa o tra vedere e pensare è il caposcuola38 — è diventato internazionalmente famoso con il triangolo che porta il suo nome: il triangolo di Kanizsa. Quando si dice che un’immagine vale più di mille parole! L’enorme mole di lavori sperimentali e teorici che dalla fine degli anni ’70 ad oggi non accenna a diminuire testimonia l’importanza che la psicologia, ma non è la sola, attribuisce al fenomeno39. L’attenzione è concentrata sul triangolo poggiato sulla base. Qui, contrariamente alla Mùller-Lyer, l’illusione riguarderebbe «l’esistenza stessa dell’oggetto»40, e c’è chi sostiene che è una nostra creazione41. Il triangolo sarebbe inesistente — un “trian golo fantasma”- perché il contorno o il margine non è disegnato.

  • 42 Per la discussione sui termini cfr. G. Kanizsa, (Margini quasi-percettivi in campi con stimolazio (...)
  • 43 E.H. Gombrich (19662), La storia dell’arte raccontata da E.H. Gombrich, Einaudi, Torino, 19795, p (...)

21Il problema è quindi anche quello di come definire ciò che viene ritenuto inesistente: margini quasi-percettivi o senza gradiente come preferisce Kanizsa? O contorni cognitivi, o soggettivi, o illusivi, o fantasma come sostengono altri? I termini, sebbene fuso non sempre sia rigoroso, possono marcare opzioni teoriche diverse42. Ma occupiamoci dell’immagine. Dal momento che il triangolo lo vediamo, forse il contorno - che non è «evanescente», né ci lascia «qualcosa da indovinare», come si potrebbe sostenere seguendo Gombrich43 - non è sempre necessario disegnarlo perché un’immagine appaia. Nella figura di sinistra, benché i margini non siano segnati, vediamo un volto. Contrariamente al triangolo, il contorno è per davvero inesistente e, proprio per questo, possiamo immaginarlo e tracciarlo in maniera differente.

22Ovviamente il contorno, una volta tracciato, non è indifferente ai fini del particolare volto (largo, lungo, ecc.) e della relativa fisionomia, ma lo è per il riconoscimento del volto. Se volessimo tracciare i margini del triangolo non avremmo nessuna libertà, se non quella di scegliere il colore con cui ri-segnare i margini là dove sono.

  • 44 Cfr. H.C. Hughes (1999), Sensory Exotica. Delfini, api, pipistrelli e i loro sistemi sensoriali, (...)
  • 45 Cfr. A.C. Varzi, Ontologia, SWIF Readings/Contemporanea, 2005, ISSN 1126-4780, http://www.swif.unib (...)
  • 46 P. Odifreddi, C’era una volta un paradosso. Storie di illusioni e verità rovesciate, Einaudi, Torin (...)
  • 47 E Ticini, La mente sedotta dall’arte. Un’esplorazione delle basi percettive della bellezza e della (...)
  • 48 M. Ferraris, Il mondo esterno, Bompiani, Milano, 2001, quarta di copertina.
  • 49 M. Ferraris, La percezione: l’occhio ragiona a modo suo”, Rai Educational, Il Grillo, 19-10-1999, (...)

23Mentre tra gli animali non solo le scimmie ma persino gli insetti (i cui occhi sono molto diversi dagli occhi umani)44, e tra gli umani tutti, ma proprio tutti in barba al relativismo culturale, come voi e me percepiscono il triangolo di Kanizsa, il dibattito continua a infuriare: se l’ontologo non riesce a decidersi sullo statuto di questa strana entità45, il matematico, senza un’ombra di incertezza, certifica per il largo pubblico che il triangolo non c’è46; e se un esponente della neuroestetica annuncia che, grazie al triangolo di Kanizsa, ha dimostrato che «vedere è un’operazione creatrice»47, neanche fosse quello della Trinità, non manca il filosofo che lo utilizza per confutare che «non esistono fatti ma solo interpretazioni»48. Quest’ultimo per argomentare la differenza fra sensi e intelletto, col triangolo assume, purtroppo, anche la tesi di Kanizsa, finendo così col ritenere che i fatti siano garantiti da un percepire senza pensare. Convinto della «autonomia del vedere rispetto al pensare», chiama in causa un occhio indipendente dal cervello contro la «concezione “cerebrodipendente’’ della visione». Con quest’armamentario e con la fede nei “margini-disegnati’’ commenta per gli studenti di RAI 3 la figura: un triangolo che «percepiamo — quindi “c’è” — ma non è tracciato da nessuna parte», quindi, il triangolo «è presente nel momento in cui lo guardiamo». Ma una studentessa, indifferente a capire se la dipendenza dalla percezione vada intesa nel senso dell' esse est percepi, o piuttosto nella direzione della strapopolare soggettività dei qualia — forse il bambino di Andersen truccato da studentessa di filosofia? — all’argomento dei margini-non-tracciati, controbatte: “Neppure i quadri impressionisti sono provvisti di margini, ma ciò non significa che non vi sia un’immagine”49. L’osservazione è acuta, e, rimanendo alle logiche costruttive della figura, il non considerato è il ruolo degli “spazi negativi”, che nella logica dell’immagine devono essere accuratamente trattati, come ogni pittore sa, sia che punti a eliminare l’ambiguità figura-sfondo, sia, viceversa, che voglia sfruttarne le possibilità.

24Arriviamo alla figura-immagine una e bina, che per i più è emblematica del fatto che percepire è interpretare.

  • 50 Per un “fanatico dell’interpretazione”, come Magritte (Lettera a Chavée, cit., p. 515) chiamerebbe (...)
  • 51 J.F. Kihlstrom, Joseph Jastrow and His Duck - Or is it a Rabbit? http://ist-socrates.berkeley.edu/- (...)

25Descritta come illusione - “illusione interpretativa” per l’appunto — più propriamente è una figura bistabile o reversibile, e inizialmente si è imposta all’attenzione soprattutto di filosofi e storici dell’arte50, grazie a Wittgenstein, a cui erroneamente è attribuita, e a Gombrich, a cui verosimilmente si deve l’erronea attribuzione, dato che Wittgenstein cita la fonte corretta. È, infatti, Joseph Jastrow - uno psicologo oggi pressoché dimenticato ma che ha rivestito un ruolo pionieristico nella psicologia americana e che ha goduto meritata fama fino ai primi decenni del secolo scorso — che l’ha proposta all’attenzione degli studiosi. Trovatala in un giornale americano, che a sua volta l’aveva importata da un settimanale umoristico tedesco, l’ha utilizzata nel 1899 per dimostrare che lo stimolo da solo non spiega la percezione e per sostenere che, oltre all’occhio che registra lo stimolo, vi è nella percezione anche il contributo della mente: vediamo con l’occhio e con la mente51. Chissà poi perché ha modificato la figura (l’allineamento orizzontale dell’elemento “becco dell’anatra” o “orecchie del coniglio”), dato che l’effetto è più evidente con l’originale.

  • 52 Ibid.

26La modifica strutturale, come che sia, si conserva tanto in quella di Wittgenstein quanto in quella di Gombrich, ma non la didascalia: “anatra” (o “papero”), cioè il termine che indica il profilo che guarda a sinistra, è passato a destra (o è rimasto a destra come nelle riviste), e, per quel poco che vale, vi segnalo che bambini esaminati la domenica di Pasqua e una domenica di ottobre, vedono il coniglio a Pasqua e l’anatra a ottobre52.

  • 53 G. Garroni, Elogio dell'imprecisione. Percezione e rappresentazione, Bollati Boringhieri, Torino, 2 (...)
  • 54 M. Ferraris, Logocentrismo, cit., pp. 87 e 86. La stessa argomentazione si trova anche in P. Bozzi (...)
  • 55 M. Ferraris., Necessità materiale, «Isonomia. Rivista di Filosofia», p. 25, http://www.uniurb.it/Fi (...)
  • 56 «Posso vedere un papero con il becco rivolto a sinistra, oppure un coniglio con il muso rivolto a d (...)

27Le variazioni sul tema arrivano al “paperiglio”53 e al “conigliopapero”, e non mi stupirei di incontrare il “paperoconiglio”, il “coniglipero”, l’“anatriglio” e la “lepratra”. Intanto: riusciamo a vedere il conigliopapero? Chi si è messo alla prova ci avverte che non ci si riesce; se ci proviamo «vien fuori, nel migliore dei casi, un ircocervo mostruoso che non ha niente né del coniglio né del papero, un essere quasi piatto, e con una bocca orripilante che è poi l’occhio, rispettivamente, del coniglio e del papero»; e ritiene che ciò dimostri che il pensiero non interferisce nella percezione: «se davvero i concetti guidassero le intuizioni [...] dovrei essere in grado di vedere un conigliopapero»54, argomenta. Ora, però l’ircocervo lo possiamo vedere, ma certo non nella figura ai Jastrow: l’immagine, che si può trovare in due riviste dal nome “L’ircocervo”, è anche il logo del Dipartimento di storia e filosofia del diritto e diritto canonico dell’Università degli Studi di Padova. E non somiglia certo all’“ircocervo mostruoso” descritto, perché è stato pensato e disegnato come un capro-cervo rivolto verso una sola direzione, non come “o un capro o un cervo”. Perciò l’impossibilità dell’immagine “conigliopapero” e la possibilità dell’immagine “ircocervo” non dipendono «da quello che significa “vedere”»55, ma da come sono state costruite le figure. Comunque si intenda il “vedere” e il “sapere”, la figura di Jastrow è “o un coniglio o un papero”, non un “conigliopapero”; ed è tanto impossibile vedere quest’ultimo, quanto farsene un concetto56. A meno di non ritenere che basti unire due parole per formare un nuovo concetto.

28Fermiamoci all’“aut-aut” originario e all’uso fattone dai nostri due eponimi. Come intendere l’unicità dello stimolo — la figura è una — e la dualità della resa percettiva — o anatra o coniglio?

  • 57 E.H. Gombrich (19622), Arte e illusione, cit., p. 5. Cfr. anche Id. (1982), L’immagine e l’occhio. (...)
  • 58 Id., Arte e illusione, cit., p. 284.

29A Gombrich è servita per sostenere la tesi, mutuata da Popper, che la percezione è carica di teoria. Vediamo o l’uno o l’altro animale: la forma cambia. E per Gombrich, non è il cambiamento che è indubitabile, ma il modo misterioso in cui lo fa: «non c’è dubbio che cambia in modo misterioso»57. Mentre il “mistero” del cambiamento è da mettere in conto alla teoria della percezione assunta, rilevo che la bistabilità della figura diventa la cifra del convincimento che l’ambiguità è, e per Gombrich lo è ad evidenza, «la chiave dell’intero problema della lettura dell’immagine»58. Tutte le immagini sarebbero ambigue: anche se i più non se ne rendono conto, persino il «disegno a puro contorno di una mano è ambiguo.

  • 59 Ibid.
  • 60 Ibid.

30È impossibile dire se si tratta di una mano destra vista dall’alto o di una sinistra vista di sotto»59. Se, come me — e ciò nonostante le difficoltà che possiamo avere con la destra e la sinistra dovute alla simmetria, per l’appunto, chirale — percepite una mano destra vista dall’alto, e quindi guardando vi formate la convinzione che il disegno non è ambiguo, sappiate che questo dipende da come siamo fatti: «Non siamo consapevoli dell’ambiguità in sé, ma solo delle varie interpretazioni»60. Percepiamo un coniglio o un papero?

  • 61 Ivi, p. 5 e p. 283.
  • 62 Ivi, p. 284.
  • 63 L’ipotesi della costanza, da non confondere con le costanze percettive, presuppone una corrisponden (...)
  • 64 E.H. Gombrich, Arte e illusione, cit., p. 6.

31No, più propriamente — sostiene Gombrich — «proiettiamo» la forma del coniglio o quella del papero. Con questa figura il cambiamento «è facile», con altre figure «ci vuole qualche sforzo» in più61; nell’uno e nell’altro caso, comunque, «proprio perché siamo così ben esercitati in questo tiro a segno e di rado manchiamo la mira, non abbiamo coscienza, di solito, di questo atto d’interpretazione»62. Ma allora: «cosa “c’è realmente davanti a noi”»? L’“ipotesi della costanza” si rivela una vera manna per chi è convinto che tutto è interpretazione63. Così, alla domanda sul “cosa c’è” nella figura, ci viene detto che non possiamo rispondere senza ricorrere all’interpretazione. E la figura, posta all’inizio del libro, come fosse un fogo, rende visibile la tesi dell’autore: «vedere la forma indipendentemente dalla sua interpretazione»? «Questo (ce ne accorgiamo subito) non è realmente possibile»64. Il circolo tra “il non possiamo vedere senza interpretare” e il “ce ne accorgiamo subito” è vizioso, ma virtuosa è la chiarezza e la compattezza con cui la tesi è portata avanti: non lascia spazi a interpretazioni diverse. Gombrich trascura che tutti nella “papero-coniglio” vedono questi due animali, e non, poniamo, aquila e leone.

  • 65 L. Wittgenstein (1953), Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, 1967,1, § 309.
  • 66 Arnheim (Arte e percezione visiva, cit., p. 92), limitatamente alla figura anatra-coniglio: «Wittge (...)

32Con Wittgenstein non è così facile capire come per lui stanno le cose. La situazione si complica fin da quelle che sono le intenzioni dichiarate: non vuole sostenere una tesi, non vuole prendere partito, non vuole rimanere irretito nel circolo, anzi vuole «indicare alla mosca la via d’uscita dalla trappola»65. Per di più i significati dei termini in discussione non si lasciano assumere sic et simpliciter, ma vanno compresi nelle sottili variazioni e cambiamenti, talora lenti talora repentini, che danno luogo a una sequenza refrattaria ad ogni ordinamento lineare. Come pure, le immagini, sia le poche figure presentate sia quelle numerosissime che ci invita a visualizzare, non valgono nel loro isolamento, ma nei rimandi plurimi che servono a illuminare somiglianze e differenze del loro modo di funzionare. Un andirivieni di pensieri che lascia intravedere ulteriori possibilità di esplorazione. Parole e immagini tracciano così un panorama vario e articolato difficile da cogliere: con uno sguardo ravvicinato si perde l’insieme, con uno sguardo da lontano si perdono particolari essenziali alla sua unicità. Il rischio del fraintendimento è sempre in agguato: come in una figura, non bista- bile ma molto complessa, c’è la possibilità che possano essere sfuggiti particolari importanti, che, una volta notati, riorganizzerebbero la nostra comprensione. Di fatto il “vedere come” ha dato luogo a due linee interpretative: un percepire, posizione assolutamente minoritaria66, o un interpretare. Il problema non è tanto che le due interpretazioni siano contraddittorie, quanto il fatto che il legame percezione-pensiero su cui insiste Wittgenstein non si lascia inquadrare nella logica del “percepire è interpretare”, né in quella del vedere, ma pone la necessità di ripensare la percezione e il pensiero.

  • 67 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., II, p. 256. Nel testo tedesco, su cui è stata condotta (...)

33Nel papero o coniglio, che per Wittgenstein diventa “la figura della testa L- A”67, non si tratta sempre di un “vedere come”.

  • 68 Ivi, p. 258.
  • 69 Ivi, p. 268.
  • 70 Id. (1982), Ultimi scritti 1945-1951. La filosofia della psicologia, Laterza, Roma-Bari, 1998, I, (...)
  • 71 «È proprio vero che ogni volta vedo qualcosa di diverso, o invece non faccio altro che interpreta (...)
  • 72 Ivi, p. 284.
  • 73 Id. (1980), Osservazioni sulla filosofia della psicologia, Adelphi, Milano, 1990, II, § 545.
  • 74 « Vedere come. Cerchiamo prima di tutto di riconoscere i casi in cui non abbiamo a che fare con u (...)

34Si può, infatti, vedere una lepre o un’anatra, o anche una testa L-A, e questo è il vedere vero e proprio. Però posso percepire nella figura L-A, che prima avevo detto essere una lepre, l’altra immagine che mi era sfuggita: “Ora vedo un’anatra”, o “La vedo come un’anatra”. Noto il cambiamento, «proprio come se l’oggetto fosse cambiato davanti ai miei occhi»68. Come intendere questa nuova possibilità di guardare alla figura? «“Senza dubbio questo non è un vedere” - “Senza dubbio questo è un vedere”»69. Wittgenstein rifiuta l’alternativa secca, tipica della psicologia70, e sottolinea il “vedere” di “senza dubbio questo non è un vedere”. Segno che non fa problema che sia un vedere, la figura è sotto i nostri occhi. E problematico, viceversa, il fatto che non lo sia: “questo non è un vedere” confligge, infatti, con Tessere “uno stato” del vedere, mentre Tinterpretare è un’attività che trascende il dato71. L’esempio del “parlare” può aiutarci nella comprensione: come parlare e pensare, sebbene ci sia un parlare senza pensare, «stanno tra loro nella più stretta connessione»72, nel campo tradizionalmente opposto, c’è il “vedere” e un vedere che si dà assieme al pensare. Questo vedere, che rimane un vedere, ma non è un semplice vedere, è il “vedere come” o il “vedere aspetti”. Il “vedere come” è vincolato al dato allo stesso modo del “vedere”. E pur sempre un vedere. Ciò da una parte salva Tessere “stato” della percezione e dall’altro circoscrive, delimita, ritaglia sul dato la variazione che Cattività” interpretativa introduce: nella testa L-A, possiamo percepire solo una lepre o un’anatra o alternativamente “come” l’una e “come” l’altra, ma non “come” un leone e “come” un’aquila, né “come” qualsiasi altra coppia di animali. Sarebbe persino insensato affermarlo. «Ha senso dire: “Vedi questo cerchio come un buco, non come un disco”; ma non: “Vedilo come un rettangolo” o “Vedilo rosso”»73. Si può, quindi, parlare di percezione solo se c’è un dato, e il dato definisce i gradi di libertà dell’“interpretazione”. Perciò il “vedere come” è un vedere, non «qualcosa che assomiglia al vedere»: non si tratta di «aggiungere senso»74 alla figura, bensì di cogliere i due “sensi” della figura.

  • 75 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., II, p. 280.

35Il “vedere come” non è limitato né alle figure bistabili — l’esempio del triangolo che può essere visto in modi molto diversi non lascia possibilità al dubbio - né alle sole immagini: l’esempio del cogliere l’espressione di un volto, o quello del ravvisare la somiglianza tra padre e figlio ci sbarrano la strada. E tuttavia, sebbene non pertenga solo alle immagini, il “vedere come” riveste notevole importanza per il nostro argomento poiché individua la conditio sine qua non perché immagini si diano e vengano comprese: «Colui che è “cieco all’aspetto” avrà, con le immagini in generale, una relazione diversa di quella che abbiamo noi»75.

  • 76 N.R. Hanson (1958), I modelli della scoperta scientifica, Feltrinelli, Milano, 1978; T.S. Kuhn (1 (...)
  • 77 Come sostiene M. Ferraris (Logocentrismo, cit., p. 83) se «il pensiero interferisce nella visione (...)

36Se le cose stanno così diventa prioritario il come intendere il pensiero del ‘vedere come”. Si tratta del pensiero che è stato identificato con il linguaggio o con il calcolo? Quel pensiero che ha la sua “essenza” nella logica? E come intendere l’interpretazione? C’è affinità tra l’interpretazione del “percepire è interpretare” esemplificata con Gombrich e quella del “vedere come”? L’interpretare del “vedere come” va inteso nell’accezione del cognitivista per il quale, come abbiamo visto, “le percezioni sono sostanzialmente delle ipotesi”, o nel significato che con Hanson e Kuhn è diventato popolare in epistemologia76? E ancora: possiamo intendere il “vedere” e il “vedere come” in sequenza, considerare il primo come pre-categoriale e il secondo guidato dal pensiero verbale? E questa la strada seguita da chi sostiene che percepire è interpretare, o che la conoscenza organizza la percezione, o che la teoria è necessaria alla percezione, e, curiosamente, anche da chi sostiene che percepire e pensare vanno rigorosamente distinti. Vi troviamo Piaget e gran parte dei cognitivisti, Gombrich e Popper, Hanson, Kuhn ecc., Kanizsa e seguaci: lasciare indenne il concetto tradizionale di pensiero fondato sul logos — il logocentrismo77 — al di là delle differenze relativamente alla teoria della percezione, è ciò che li accomuna.

  • 78 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., II, p. 279.
  • 79 Ivi, p. 264. Si noti il corsivo di “interpretazione”.
  • 80 Id., Osservazioni sulla filosofia della psicologia, cit., I, § 33.
  • 81 Id., Ricerche filosofiche, cit., II, p. 278.

37Non mi pare che la strada indicata da Wittgenstein si biforchi in un puro vedere e in un vedere carico di teoria o in un semplice interpretare. Non mi pare questo il senso del “vedere come”. Intanto l’interpretare del “vedere come” è quasi sempre in corsivo. E poi, «i casi in cui interpretiamo sono facilmente riconoscibili. Quando interpretiamo facciamo ipotesi che potrebbero anche dimostrarsi false. — “Vedo questa figura come un...” può essere verificata tanto poco quanto (o soltanto nel senso in cui) può essere verificata “Vedo un rosso brillante”»78. Il che dovrebbe bastare ad evitare di arruolarlo tra i “fanatici dell’interpretazione”. Consideriamo gli aspetti del triangolo. «Il triangolo può essere visto: come un buco triangolare, come un corpo, come un disegno geometrico; appoggiato sulla sua base, appeso per un vertice; come un monte, come un cuneo, come una freccia o come un indice; come un corpo capovolto che (p. es.) dovrebbe poggiare di solito sul cateto minore, come un mezzo parallelogramma, e come diverse e svariate cose». E continua: «Puoi pensare ora a questo, ora a quello; puoi considerarlo una volta come questa cosa un’altra come quest'altra, e allora lo vedrai ora in questo modo ora in quest'altro». Anche se il gioco linguistico propostoci non è proprio «di tutti i giorni», i numerosi aspetti che ci sono stati indicati, e altri che possiamo immaginare appropriati alla struttura del triangolo, si possono solo pensare o si possono vedere “conformemente” a come si sono pensati. «Ma come è possibile che si veda una cosa conformemente a una interpretazione? [si chiede Wittgenstein] La domanda presenta la faccenda come un fatto strano; come se qui qualcosa fosse stato costretto in una forma che, propriamente, non gli si adatta. Ma qui nessuno ha spinto o ha forzato nulla»79. La stranezza cessa se rinunciamo a pensare al pensiero nella maniera tradizionale, che sarebbe, per davvero, un corpo estraneo aggiunto al materiale sensibile. Qui, come negli altri casi di “vedere come”, si tratta di un pensiero che si conforma alle logiche della percezione, che fa corpo con la visione. Un pensiero che non organizza dati sensoriali, che non impone logiche estranee al visivo, che non azzera le imponderabili variazioni con cui il dato ci si presenta, ma che «si incarna»80 in ciò che si vede, e si articola secondo i percorsi delfocchio: «“Un pensiero che echeggia nel vedere” — si vorrebbe dire»81.

  • 82 Ivi, I, § 97. «“Il linguaggio (o il pensiero) è qualcosa di unico nel suo genere” - questa credenza (...)
  • 83 Id., Osservazioni sulla filosofia della psicologia, cit., II, § 218.
  • 84 E «il problema di quali sono i confini reali di una serie di istruzioni relative a un certo corso d (...)

38Se le cose stanno così non si può utilizzare la figura della “testa L-A” né per significare l’autonomia della percezione dal pensiero, né, viceversa, la colonizzazione della percezione da parte del pensiero linguistico. Il pensiero «avvolto da un’aureola»82, il pensiero fissato nella sua idealità, a cui si è fatto giocare il gioco logico che neanche è sembrato gioco, con Wittgenstein diventa «un concetto assai ramificato»83, e il pensare lo si ritrova disseminato in un numero imprecisato di “giochi” di cui è difficile fare l’intero inventario e averne piena consapevolezza. La nostra non completa consapevolezza e la sottovalutazione degli usi “terra terra” che del pensare facciamo delimitano oggi, in negativo, lo spazio d’azione del robot. Si pensi al “problema della cornice” — Frame Problem — che da qualche tempo assilla gli studiosi di intelligenza artificiale84.

  • 85 «Vedere un’antilope e vedere un oggetto come un’antilope hanno però molto in comune. Una parte del (...)
  • 86 Per Kuhn (La struttura delle rivoluzioni scientifiche, cit., pp. 141-142) «la percezione stessa ric (...)
  • 87 Prevale, tuttavia, l’opinione che accomuna Wittgenstein e New philosophy of Science. Danto (Aprés l (...)
  • 88 «Ci sono tipi assai diversi di “aspetti”. Uno di essi lo si potrebbe chiamare “aspetti dell’organiz (...)
  • 89 N.R. Hanson, I modelli della scoperta scientifica, cit., p. 24.
  • 90 Ivi, p. 30. E continua: «Gli elementi delle loro esperienze sono identici, ma la loro organizzazion (...)
  • 91 «Si tratta di un sapere o di un vedere? - Come sarebbe se si trattasse meramente di un sapere? In q (...)
  • 92 N.R. Hanson, I modelli della scoperta scientifica, cit., p. 16.
  • 93 W. Köhler, La psicologia della Gestalt, cit., p. 108. «L’organizzazione sensoriale risulta un fatto (...)
  • 94 «L’atto di vedere è, vorrei quasi dire, un amalgama fra i due piani: immagini e linguaggio. Il conc (...)
  • 95 «Non poteva darsi, tuttavia, che io avessi un concetto puramente visivo di un atteggiamento esitant (...)
  • 96 Di “pensiero naturale” parla W. Metzger (19633,1fondamenti della psicologia della gestalt, Giunti-B (...)
  • 97 II «mosaico arbitrario di sensazioni è [...] un postulato formulato solo in base alla necessità di (...)
  • 98 Rispettivamente: W. Köhler, La psicologia della Gestalt, cit., p. 185; Id. (1917), L’intelligenza d (...)

39La mia lettura del “vedere come” potrebbe sembrare simile alla posizione presente in Patterns of Discovery di Hanson, l’opera con la quale si fa iniziare la “New philosophy of Science”, e che ha reso popolare, assieme alla figura “uccello o antilope”, il “dato carico di teoria”85. E però, il “vedere come” e il “vedere che” di Hanson — e il successivo rilancio fattone da Kuhn86 — un vedere che senza soluzione di continuità a partire dalle figure bistabili arriva alle teorie fisiche, mi pare abbia ben poco a che fare sia con Wittgenstein87 sia con la psicologia della Gestalt. Certo, per Hanson, come già per Wittgenstein88, ma non per la Gestalt, «l’organizzazione non si vede nello stesso modo in cui si vedono le linee e i colori di un disegno. Essa non è in sé una linea o una figura o un colore. Non è un elemento appartenente al campo visivo, ma piuttosto il modo in cui gli elementi vengono valutati»89. Ciononostante, che «Keplero e Tycho sono rispetto al Sole nella medesima situazione nella quale noi ci troviamo nei confronti della figura, in cui io vedo l’uccello e un’altra persona soltanto l’antilope»90 non è in linea con le argomentazioni di Wittgenstein che riguardano i giochi della vita quotidiana e non quelli dell’epistemologia; contrasta poi non poco con l’attenzione alle «sottili sfumature del comportamento» ritenute decisive per l’applicabilità del ‘vedere come”91; e, innanzitutto, non tiene in nessun conto il fatto che chi vede la lepre successivamente vede, o può essere guidato a vedere, l’anatra; viceversa “io vedo l’uccello e un’altra persona soltanto l’antilope” non è “vedere ora l’una ora l’altra cosa”, ma prelude alla tesi dell’incommensurabilità dei paradigmi. Certo, per i gestaltisti, e ciò fin dal celebre esperimento di Wertheimer sul “movimento apparente” (1912), come per Hanson, «nella visione c’è più di ciò che colpisce il globo oculare»92, ma il di più non può essere inteso nel senso della teoria, o delle conoscenze passate in formato linguistico, per cui Tycho, contrariamente a Keplero, vedrebbe il sole «ticonico». Il di più per Wittgenstein riguarda 1’“organizzazione”, che per Hanson, è “il modo in cui gli elementi vengono valutati”, mentre per Kohler, con cui Wittgenstein tuttavia non concorda, è «un fatto sensoriale»93, ovvero è proprio “un elemento appartenente al campo visivo”. Il sapere organizzato linguisticamente che guiderebbe la visione94, è lontano tanto dal “pensiero che echeggia nel vedere” — e Wittgenstein ipotizza persino il “concetto visivo”95 - quanto dalla percezione e dal “pensiero naturale” dei gestaltisti96. Tenendo presente la critica di Köhler alle “mitiche sensazioni” - il dato carico di teoria dei laboratori di psicologia di allora97 — possiamo immaginare come avrebbe reagito alla percezione del sole “ticonico”. Chi consapevolmente si è attenuto al fatto che «prima di tutto nella vita comune noi [compresi i fisici] siamo realisti ingenui», e non smaliziati filosofi della scienza, al punto da auspicare «lo studio di quella sorta di “fisica dell’uomo comune”», verosimilmente direbbe che Tycho, «se non subisce l’influenza di pregiudizi teorici confesserà»98 di vedere il sole come lo vede chiunque.

  • 99 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, ci t., II, p. 255.
  • 100 II riconoscimento che procura sorpresa, che stupisce, non il semplice riconoscimento. Un percepire (...)
  • 101 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., II, p. 279.

40Un ultimo breve punto in forma interrogativa, prima di passare all’ultima immagine. Cosa differenzia il “vedere come” e il semplice vedere? Quali sono le incapacità di quest’ultimo che hanno portato Wittgenstein a teorizzare il “vedere come” e a ravvisare «la categorica differenza tra i due “oggetti” del vedere»99? Se ci poniamo queste domande, troviamo un certo tipo di riconoscimento100, ma soprattutto la capacità di ravvisare le somiglianze e le differenze, e la capacità di cogliere le espressioni: in breve ciò che ritiene pertenga all’organizzazione. Sicuro che somiglianze-differenze e qualità espressive siano da mettere in conto al “vedere come” e non appartengano al semplice vedere, come gli appartengono le forme e i colori? «Certe cose del vedere ci sembrano enigmatiche, perché l’intero vedere non ci sembra sufficientemente enigmatico»101. Appunto, il sospetto che viene è che il “vedere” (quanto ne diceva la teoria tradizionale) non lo si sia problematizzato a sufficienza, e, con ciò, lo si sia espropriato di ciò che, secondo la psicologia della Gestalt, gli è più proprio attribuendolo al “vedere come”. A confutazione vi presento un’immagine meno famosa, ma non meno importante delle precedenti.

  • 102 W. Köhler, La psicologia della Gestalt, cit., pp. 173-174.
  • 103 Le qualità espressive, decisive per l’esperienza, non hanno nessuna fortuna nell’attuale teoria del (...)
  • 104 «Si era ipotizzato che la percezione dovesse principiare con la registrazione di casi individuali l (...)

41Vi chiedo di assegnare le parole “maluma” e “takete” alle due figure in modo da «far combaciare» parola e figura. Köhler, che ha inventato la situazione sperimentale, ha trovato che i soggetti «senz’ombra di esitazione», e senza trovare strano il compito, hanno assegnato takete alla prima e maluma alla seconda figura102. Con questo e con esperimenti simili la psicologia della Gestalt ha sostenuto che ciò che per primo si percepisce sono le qualità espressive103 e non le qualità chiamate primarie e secondarie (le forme e i colori di Wittgenstein); e quanto alla somiglianza ha dimostrato che persino le galline, quelle che “somigliano” tanto alle donne, da avere portato al detto “stupida come una gallina”, la percepiscono104.

  • 105 R. Arnheim, Arte e percezione visiva, cit., p. 92.
  • 106 Ivi, pp. 59-60.
  • 107 Ivi, p. 92.
  • 108 L. Wittgenstein, Osservazioni sulla filosofia della psicologia, cit., I, § 869: «È — contrariamente (...)

42Ritornando all’anatra-coniglio, se ci si ferma al semplice contorno può venire in mente di trattare la figura come “paperoconiglio” o “paperiglio”, oppure, come è successo a Wittgenstein, sembrare - l’annotazione è di un gestaltista - «stupefacente che due percetti potessero derivare da un solo stimolo»105. Lo stupore, per Arnheim, che in questo segue Köhler, deriva dal non tenere presente la differenza tra la forma fisica, che «è determinata dai suoi contorni», e la forma percettiva che «non è determinata soltanto dai suoi contorni», ma anche dallo “scheletro strutturale”: «lo scheletro di forze visive create dai contorni può, a sua volta, influenzare il modo di vedere i contorni»106. Proprio perché la figura di Jastrow «ammette due scheletri contraddittori ma ugualmente accettabili, orientati in direzione opposta» possiamo percepire anatra o coniglio107. Il “vedere come” - il cogliere un tutto organizzato, il rilevare somiglianze e differenze, l’afferrare l’espressione, il vedere «proprio un significato»108- alla luce della teoria della Gestalt, è, quindi, “vedere”.

  • 109 «La ridefinizione della percezione comporta una ridefinizione dei cosiddetti processi mentali super (...)
  • 110 È R. Arnheim ad avere sviluppato in modo coerente e produttivo una teoria gestaltista dell’immagine (...)
  • 111 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., II, p. 269.

43In questa prospettiva teorica, purtroppo, più spesso che no, fraintesa o semplicemente ignorata, le immagini presentate e i problemi che sollevano trovano una adeguata spiegazione. Un vedere intelligente e un pensiero visivo - non il pensiero tradizionalmente inteso, ovvero il pensiero linguistico109 - fondano la possibilità di fare e comprendere immagini110, e rendono conto della «parte che le immagini dal carattere di dipinti (in opposizione ai disegni tecnici) hanno nella nostra vita»111.

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Note

1 Si cfr., per esempio, J. J. Wunenburger (1997), Filosofia delle immagini, Einaudi, Torino 1999

2 Le affermazioni che non possono non “colpire” provengono dalla neuroestetica, fin dalla decisione di laureare ad honorem Magritte e con lui tanti altri artisti per meriti neurologici. Relativamente alla pipa «René Magritte, per il quale ciò che vediamo, in quanto opposto a ciò che percepiamo, “è una sfida al senso comune” [...] si gettò anche in un’impresa più intellettualistica e, oserei dire, neurologica, indagando in chiave pittorica il problema - centrale per la neurologia - della rappresentazione. Fondamentalmente, un’immagine non può rappresentare un oggetto; lo può fare solo il cervello, che lo ha osservato da molte angolazioni differenti e lo ha collocato all’interno di una classe specifica. Un’immagine può semplicemente imitare l’oggetto in un suo aspetto particolare, come già Platone aveva lamentato. Ed ecco spiegati, in questo contesto, numerosi quadri di Magritte, in apparenza contraddittori, il cui esempio più famoso è L’uso delle parole», S. Zeki (1999), La visione dall’interno. Arte e cervello, Bollati Boringhieri, Torino, 2003, pp. 66-68. La nuova prospettiva teorica sta rivoluzionando gli studi artistici. Leggendo un libro dedicato a Gombrich (K. Clausberg, in AA.W. L’arte e i linguaggi della percezione. L’eredità di Sir Ernst H. Gombrich, Electa, Milano, 2004, p. 76), a cui si rimprovera il disinteresse per la neuroestetica, ho trovato questa singolare affermazione che, come la prima, consegno al giudizio del lettore: «Magritte arricchì e modificò i suoi modelli ormai banalizzati e trascurati grazie all’inserimento di elementi conflittuali o assolutamente incompatibili, il più noto dei quali è la combinazione di immagini e scritture. Sembra plausibile supporre che egli si sia servito della configurazione stereoscopica binoculare nello sdoppiamento degli spazi figurativi per incorporare anche altri aspetti divulgati dalle neuroscienze. L’uso del linguaggio scritto nei suoi dipinti, in particolare, suggerisce una certa dimestichezza con l’idea della localizzazione delle funzioni cerebrali, in specie quelle che interessano i centri del linguaggio».

3 R. Magritte (1966), Intervista per Life, in Id., Tutti gli scritti, Feltrinelli, Milano, 1979, p. 528.

4 Id. (1959), Somiglianza, I960, in Id., Tutti gli scritti, cit., p. 431.

5 Id. (1929), Le parole e le immagini, in Id., Tutti gli scritti, cit., p. 53.

6 P.N. Johnson-Laird (1983), Modelli mentali. Verso una scienza cognitiva del linguaggio, dell’inferenza e della coscienza, il Mulino, Bologna, 1988, p. 251.

7 G. Bateson (1979), Mente e natura, Adelphi, Milano, 1984, p. 50.

8 Per una esposizione chiara e concisa dell’ipotesi costruttivista e dell’ipotesi della proiezione, cfr. R. Gregory, Brainy mind, «British Medicai Journal», 1998, 317, pp. 1693-95. E per una critica puntuale, e purtroppo ancora attuale, cfr. W. Köhler (1938), Il posto del valore in un mondo di fatti, Giunti, Firenze, 1969. Cfr. anche L. Pizzo Russo, Percezione e immagine nella rappresentazione artistica, «Rivista di estetica», n.s., 30, 2005, 3, pp. 245-268.

9 Sotto la voce “Rappresentazione” del Nuovo dizionario di psicologia di R. Doron, F. Parot e C. Del Miglio (Boria, Roma, 2001) si legge: «In psicologia [...] la maggior parte dei tentativi contemporanei di spiegare la genesi e l’organizzazione delle conoscenze si colloca nella prospettiva aperta da Schopenhauer e di conseguenza si attribuisce la rappresentazione come suo principale oggetto di studio».

10 Cfr. L. Pizzo Russo, La psicologia ovvero la negazione del senso comune, «Nuova civiltà delle macchine», XXIII, 1, 2005. Ma si veda l’intero fascicolo, curato da G. Matteucci, che raccoglie gli atti di un interessante seminario sulle Grammatiche del senso comune, organizzato da E. Franzini, T. Griffero e G. Matteucci.

11 W. Köhler, (19472), La psicologia della Gestalt, Feltrinelli, Milano, 1961, p. 12.

12 Come evidenzia J.J. Gibson (1979, Un approccio ecologico alla percezione visiva, il Mulino, Bologna, 1999, p. 402) è stato l’artista, e molto prima della psicologia, che ha «condotto degli esperimenti intorno alla percezione, anche se in maniera non formale».

13 R. Magritte (1959), Somiglianza, cit., p. 429.

14 Id. (I960), Lettera a Chavée, in Id., Tutti gli scritti, cit., p. 516.

15 A. Julius (2002), Trasgressioni. I colpi proibiti dell'arte, Bruno Mondadori, Milano, 2003.

16 «Mon obsession concernant Boite Brillo était peut-ètre plus liée à sa pertinente en tant qu’exemple qu’a quelque caractéristique exceptionnelle», A.C. Danto (1992), Aprés la fin de l'art, Seuil, Paris, 1996, p. 21. Sebbene il titolo francese sembri la traduzione di After the End of Art (1997), in realtà traduce Beyond the Brillo Box: The Visual Arts in Post-Historical Perspective (1992).

17 A.C. Danto, 1995, conferenza tenuta alla prima edizione de La Generazione delle Immagini, curata da R. Pinto e M. Senaldi, http://www.undo.net.

18 NotGallery, che ha sede a Napoli, «come si evince dal nome, non è una vera e propria galleria d’arte, ma uno spazio che si propone di esplorare le contaminazioni tra differenti espressioni artistiche. Essa intende elaborare nuove formule che, pur avvalendosi in parte delle metodologie di lavoro che in Italia sono utilizzate esclusivamente dalle gallerie d’arte, abbiano lo scopo di orientare verso una larga diffusione di pubblico i risultati della ricerca artistica più all’avanguardia», http://www.notgallery.com.

19 L. Bradamante, Hans Belting Oltre la storia dell’arte verso la Bildwissenschaft, «Leitmotiv», 2004, 4, p. 41. Cfr. anche A.C. Danto, 1995, cit., a cui Bradamante rimanda. Cito da Bradamante, e non direttamente da Danto, 1995, perché nella conferenza manca una frase così incisiva. Del resto la posizione di quest’ultimo è molto più articolata. E però la citazione è significativa di come la semplificazione avvenga secondo lo stereotipo “sensi vs intelletto”. Per A.C. Danto (1998, La fine dell’arte: una difesa filosofica, «Studi di estetica», 1999, 20, pp. 24-25) «La netta divisione tra pensiero e sensazione è puro Romanticismo. L’idea che l’opera d’arte possa trasmettere - o che un tempo trasmettesse - le proprie verità immediatamente attraverso i sensi, senza la mediazione del pensiero, era pensabile quando l’arte era mimetica. Ma lo è sempre meno oggi, e quindi è sempre meno disponibile a essere diretta solo dai sensi».

20 R. Arnheim (19742), Arte e percezione visiva, Feltrinelli, Roma, 200217; E.H. Gombrich (19622), Arte e illusione. Studio sulla psicologia della rappresentazione pittorica, Einaudi, Torino, 1965. In breve, per entrambi, tutta l’arte è concettuale, solo che per Arnheim il concetto è percettivo, mentre per Gombrich la percezione è intellettualizzata. Cfr. anche R. Arnheim (1947), Astrazione percettiva ed arte, in Id. (1966), Verso una psicologia dell’arte. Espressione visiva, simboli e interpretazione, Einaudi, Torino, 1969: «Arte e astrazione sembrano incompatibili se i due concetti vengono presi nel senso comunemente accettato. L’artista, si dice, offre rappresentazioni di singoli fatti concreti. L’astrazione viene spesso definita come quell’operazione che estrae elementi o costituenti comuni a un certo numero di casi particolari [...]. Inoltre, l’astrazione viene spesso descritta come un processo intellettuale che elabora percezioni meccanicamente registrate, mentre il processo artistico, si afferma, nulla ha a che vedere col pensiero; è fondato sulla percezione, sull’intuizione, sul sentimento, ecc.», ibid., p. 38. Purtroppo Arnheim è soggetto avari fraintendimenti: G. Kanizsa (Grammatica del vedere. Saggi su percezione e Gestalt, il Mulino, Bologna, 1980, p. 102) lo assimila ai neo-helmholtziani: «E così per Helmholtz e per i neo-helmholtziani odierni, le percezioni possono venire considerate come il risultato di un’attività di pensiero, in particolare di processi inferenziali o di giudizi inconsci». La sua teoria della percezione sarebbe «“interpretativa” o “raziomorfica”»: sia per il pensiero che per la percezione, sostiene Kanizsa (Vedere e pensare. Seeing and Thinking, «Ricerche di Psicologia», 1985, VII, 4, p. 16), «si tratterebbe di procedure raziomorfe, analoghe a quelle che in forma pura si riscontrano nel pensiero discorsivo e scientifico. Pertanto le regole del ragionare dominerebbero il percepire in tutte le sue fasi». E singolare questa accusa di rendere raziomorfa la percezione, dato che per Arnheim — che guarda al pensare dalla percezione, e non al percepire dal pensiero - si tratta proprio di liberare il pensare dal pensiero discorsivo e scientifico. Ma la lettura di Kanizsa ha avuto successo ed è servita a M. Ferraris (Logocentrismo: 3 o 4 taglie, in L. Pizzo Russo (a cura di), Rudolf Arnheim. Arte e percezione visiva, Aesthetica Preprint, Supplementa, 14, 2005, pp. 88-89) per assimilare Arnheim a Gombrich, e cucirgli addosso la maglia large ed extra-large del logocentrismo. Il che mi pare indicativo di come e quanto il modo di pensare al pensiero possa determinare la lettura di un autore, critico della prima ora del logocentrismo, e persino caustico nei confronti di Gombrich: R. Arnheim (1962), Il mito dell’agnello che belava e La storia dell’arte e il dio partigiano, in Id., Verso una psicologia dell’arte, cit., rispettivamente, pp. 169-186 e pp. 187-200.

21 Ciò che oggi emerge in maniera incontrovertibile (la cosa comunque era già evidente nelle ricerche di Kohler sugli scimpanzé e le galline, e portava Arnheim nel 1947 (Astrazione percettiva ed arte, cit.) a revisionare i tradizionali concetti di “concetto” e di “astrazione”) è che non c è un vedere e poi un comprendere, ragione per cui si può, ad esempio, perdere la capacità di percepire i colori, ferma restando la possibilità di pensarli; al contrario, perdere la capacità di percepire i colori comporta l’impossibilità di pensarli, di immaginarli, ecc.

22 R.L. Gregory, Le illusioni ottiche, in Illusione e realtà. Problemi della percezione visiva, «Letture da Le Scienze», 1978, p. 56.

23 J.L. Austin (1962), Senso e sensibilità, Lerici, Roma, 1968, p. 34.

24 Platone, La Repubblica, X, 602 c - 603 b, in Opere, 2, Laterza, Bari, 1966.

25 J. Piaget (19672), Lo sviluppo delle percezioni in funzione delle età, in P. Fraisse e J. Piaget (a cura di), Trattato di psicologia sperimentale. VI: La percezione, Einaudi, Torino, 1975, pp. 7-8.

26 Id. (1961), I meccanismi percettivi, Giunti-Barbera, Firenze, 1975, p. 26.

27 S. Coren, La percezione delle illusioni visive, in F. Purghé, N. Stucchi, A. Olivero (a cura di), La percezione visiva, UTET, Torino, 1999, p. 369. Sulla natura costruttiva o interpretativa della percezione visiva, cfr. anche S.E. Palmer, Vision Science. Photons to Phenomenology, The MIT Press, Cambridge - London, 20023.

28 M. Cesa-Bianchi, Sensazione e percezione, in S. Sirigatti, Manuale di psicologia generale., UTET, Torino, 1996, p. 268.

29 O. da Pos e E. Zambianchi, Illusioni ed effetti visivi. Una raccolta, Guerini, Milano, 1996, p. 13.

30 P. Bozzi, Fisica ingenua. Oscillazione, piani inclinati e altre storie: studi di psicologia della percezione, Garzanti, Milano, 1990, pp. 112-115.

31 E adesso hanno invaso anche il Web. Sarebbe utile fare una ricerca non in generale ma su quello che i docenti universitari mettono in rete. Solo per fare un esempio, la Müller-Lyer serve a dimostrare che «Il categoriale intride ogni nostra visione. Il fenomenologo ha un bel dire che i dati fenomenologici siano oggettivi. Ma la visione diversa che abbiamo dei due segmenti dipende proprio da ipotesi-categoriali», Epistemologia, ontologia, etica. Le strade impervie del... realismo, www.uniurb.it/soc/F/realismo.ppt.

32 P. Bozzi, Fisica ingenua, cit., pp. 112-115.

33 M. Massironi, Comunicare per immagini. Introduzione alla geometria delle apparenze, il Mulino, Bologna, 1989, p. 37.

34 R. Arnheim (1952), Ordine del giorno per la psicologia dell’arte, in Id. (1966), Verso una psicologia dell’arte. Espressione visiva, simboli e interpretazione, Einaudi, Torino, 1969, p. 30. «Nessun prodotto dell’attività spirituale umana si è mai dimostrato più dell’arte restio ai procedimenti dell’indirizzo atomistico della scienza, che per ragioni ad esso implicite, descriveva le entità organiche e inorganiche sommando le descrizioni delle loro parti», Id., La psicologia della forma e l’arte, in Enciclopedia Universale dell’arte, XI, Sansoni, Firenze, 19722, p. 195.

35 R.L. Gregory (1986), Curiose percezioni, il Mulino, Bologna, 1989, pp. 100-101.

36 Relativamente alla scuola gestaltistica di Trieste cfr. M. Antonelli, Percezione e coscienza nell’opera di Vittorio Benussi, Franco Angeli, Milano, 1996; e P. Bozzi, Note sulla mia formazione, le mie esperienze scientifiche, le mie attuali posizioni, 2003, www.enabling.org/ia/gestalt/bozzi03.html.

37 W. Gerbino, Percezione, in P. Legrenzi (a cura di), Manuale di psicologia generale, il Mulino, Bologna, 19972, p. 115.

38 Kanizsa, Grammatica del vedere, cit., soprattutto pp. 83-115. Come evidenzia P. Bozzi nella Presentazione, la distinzione tra processo primario (vedere) e processo secondario (pensare) «è il filo rosso che lega» tutti i capitoli, ibid., p. 21.

39 F. Purghé, La visione di stimoli bidimensionali, in Purghé, Stucchi, Olivero (a cura di), La percezione visiva, cit., pp. 351-362.

40 S. Coren, La percezione delle illusioni visive, cit., p. 371.

41 «Un’interpretazione più elegante - in accordo con il principio dell’armonia di forma individuato dalla Gestalt - è ammettere come ipotesi che la figura contenga al centro un triangolo bianco, posato sopra una cornice triangolare e tre dischi di colore nero. Se si esclude la configurazione con il triangolo bianco, resta possibile solo un altra interpretazione, molto meno elegante; tre dischi neri, ciascuno mancante di un settore, e tre angoli di cornice nera, scollegati tra di loro. Secondo quest’ipotesi, l’origine del contorno illusorio sarebbe la seguente: il nostro sistema percettivo decide che deve essere presente un triangolo bianco (dato che questa configurazione integra tutti gli elementi, conferendo il massimo di significato all’intera figura), e perciò lo crea influenzando, lungo la direttrice dall’alto-in basso, i processi per la rilevazione dei contorni, in modo tale che questi producono l’illusione che esiste un margine laddove in realtà non c’è», P. Gray (19942), Psicologia, Zanichelli, Bologna, 1997, p. 358. A parte tutto il resto, il “principio dell’armonia di forma” attribuito alla Gestalt è una libera interpretazione di Gray.

42 Per la discussione sui termini cfr. G. Kanizsa, (Margini quasi-percettivi in campi con stimolazione omogenea, «Rivista di psicologia», 1955, 49, pp. 7-30; Id., Grammatica del vedere, cit., pp. 273-308) e R.L. Gregory (Cognitive contours, «Nature», 1972, 238, pp. 51-52).

43 E.H. Gombrich (19662), La storia dell’arte raccontata da E.H. Gombrich, Einaudi, Torino, 19795, p. 291.

44 Cfr. H.C. Hughes (1999), Sensory Exotica. Delfini, api, pipistrelli e i loro sistemi sensoriali, McGraw-Hill, Milano, 2001; G. Vallortigara, La visione negli animali, in Purghé, Stucchi, Olivero (a cura di), La percezione visiva, cit., pp. 220-223; la., Cervello di gallina. Visite (guidate) tra etologia e neuroscienze, Bollati Boringhieri, Torino, 2005, pp. 26-32; G. Vallortigara e V.A. Sovrano, Lo studio comparato delle menti, in A.M. Borghi e T. Inchini (a cura ai), Scienze della mente, il Mulino, Bologna, 2002, pp. 65-82.

45 Cfr. A.C. Varzi, Ontologia, SWIF Readings/Contemporanea, 2005, ISSN 1126-4780, http://www.swif.uniba.it/lei/pdf/biblioteca/readings/ontologia_SWIF.pdf

46 P. Odifreddi, C’era una volta un paradosso. Storie di illusioni e verità rovesciate, Einaudi, Torino, 2001. Il libro, i cui primi due capitoli - “Immacolate percezioni” e “L’arte dell’illusione” - sono dedicati alle illusioni dei sensi, ha vinto ben quattro premi. A seguire la rassegna stampa e a guardare i numerosi siti internet che se ne sono occupati si constata che l’attenzione è concentrata soprattutto sull’inganno dei sensi e sull’“inesistente” triangolo. Relativamente a quest’ultimo, cfr. l’intervista a P. Odifreddi di M. Palmieri, Piergiorgio Odifreddi: una figura di logico-matematico e di divulgatore scientifico che lascia il segno nella cultura, www.comunicarecome.it.

47 E Ticini, La mente sedotta dall’arte. Un’esplorazione delle basi percettive della bellezza e della creatività. Conferenza tenuta a Bergamo, il 25-11-2005, www.adnexus.it/index.php?option=com_content&task=view&id=856dtemid=2: «Ho dimostrato, partendo dal triangolo di Kanizsa per arrivare alla Pietà Rondanini di Michelangelo, come “vedere sia già un’operazione creatrice”».

48 M. Ferraris, Il mondo esterno, Bompiani, Milano, 2001, quarta di copertina.

49 M. Ferraris, La percezione: l’occhio ragiona a modo suo”, Rai Educational, Il Grillo, 19-10-1999, http://www.filosofia.rai.it. Cfr. anche Id., Il mondo esterno, cit., p. 192.

50 Per un “fanatico dell’interpretazione”, come Magritte (Lettera a Chavée, cit., p. 515) chiamerebbe il direttore creativo di NOTGallery, «Un’opera d’arte è un po’ come questa immagine, si presta a tante forme di interpretazione (o se si vuole di “lettura”), e finisce per non rappresentare nulla se non viene interpretata, oppure, interpretata, può rappresentare tante cose insieme. Si ponga il caso, adesso, che una mutazione genetica, o un intervento genetico dell’uomo, crei un animale che sia mezzo coniglio e mezzo papero; ecco che il disegno potrebbe rappresentare questo nuovo animale. Allo stesso modo, mutate le condizioni di una società, un’opera d’arte del passato potrebbe rappresentare i nuovi elementi di questa, soltanto perché interpretata alla luce dei nuovi elementi. Da questo esempio si potrà comprendere che: a) un’opera d’arte per essere tale deve prestarsi necessariamente a continue interpretazioni, b) ogni nuovo giudizio critico ci dice qualcosa di nuovo sull’opera d’arte, ma ci dice molto anche sulla società che opera tale giudizio», M. Izzolino, La produzione di "opere d’arte” e il giudizio critico che le riconosce tali, «NOTpaper», n. 0, p. 8, www.notgallery.com/notpaper/index.php.

51 J.F. Kihlstrom, Joseph Jastrow and His Duck - Or is it a Rabbit? http://ist-socrates.berkeley.edu/-kihlstrm/JastrowDuck.html.

52 Ibid.

53 G. Garroni, Elogio dell'imprecisione. Percezione e rappresentazione, Bollati Boringhieri, Torino, 2005, p. 31.

54 M. Ferraris, Logocentrismo, cit., pp. 87 e 86. La stessa argomentazione si trova anche in P. Bozzi (L'occhio ragiona a modo suo, «Il Sole 24 Ore», 7 luglio 2002), per il quale «il papero che diventa coniglio caro a Wittgenstein e ai suoi commentatori realizza in modo esemplare l’antinomia» tra vedere e pensare.

55 M. Ferraris., Necessità materiale, «Isonomia. Rivista di Filosofia», p. 25, http://www.uniurb.it/Filosofia/isonomia/FERRARIS.PDF.

56 «Posso vedere un papero con il becco rivolto a sinistra, oppure un coniglio con il muso rivolto a destra. E posso cosi, se lo desidero, formarmi il concetto di “conigliopapero”, un animale che è sia un coniglio sia un papero. Bene. A questo punto, visto che sono dotato di quel concetto, dovrei essere in grado di vedere un conigliopapero. Facciamo l’esperimento. Ci si riesce? Disgraziatamente, no». «La morale è presto tratta. La consapevolezza concettuale non riesce a determinare sino in fondo il dato percettivo, come per l’appunto dovrebbe essere se davvero le intuizioni senza concetto fossero cieche», Id., Logocentrismo, cit., pp. 86-87.

57 E.H. Gombrich (19622), Arte e illusione, cit., p. 5. Cfr. anche Id. (1982), L’immagine e l’occhio. Altri studi sulla psicologia della rappresentazione, Einaudi, Torino, 1985, pp. 31-32, dove la figura — «la ormai famigerata immagine» - continua a rimanere «il modo migliore di illustrare i meccanismi» che entrano in gioco nella percezione.

58 Id., Arte e illusione, cit., p. 284.

59 Ibid.

60 Ibid.

61 Ivi, p. 5 e p. 283.

62 Ivi, p. 284.

63 L’ipotesi della costanza, da non confondere con le costanze percettive, presuppone una corrispondenza biunivoca tra stimolo prossimale (immagine retinica) e percetto, e si basa, e a sua volta è basata, sull’ipotesi interpretativa, ovvero sulla convinzione che percepire è interpretare. Confutata da Köhler nel 1913, che per primo ha evidenziato il circolo vizioso tra ipotesi della costanza e ipotesi interpretativa, non è stata abbandonata. «Al contrario, [oggi come allora] tutte le applicazioni della teoria interpretativa la contengono sotto varie forme», K. Koffka (1935), Principi dì psicologia della forma. Bollati Boringhieri, Torino, 1970, p. 99.

64 E.H. Gombrich, Arte e illusione, cit., p. 6.

65 L. Wittgenstein (1953), Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino, 1967,1, § 309.

66 Arnheim (Arte e percezione visiva, cit., p. 92), limitatamente alla figura anatra-coniglio: «Wittgenstein osservatore acuto, comprese che non si tratta di due interpretazioni diverse applicate a un solo percetto, ma di due percetti distinti»; e P. Bozzi (Vedere come. Commenti ai §§ 1-29 delle Osservazioni sulla filosofia della psicologia di Wittgenstein, Guerini, Milano, 1998), che però, seguendo la posizione di Kanizsa su “vedere e pensare”, trascura il vedere-pensare che per Wittgenstein caratterizza il “vedere come”. Arnheim e Bozzi sono due psicologi, e la cosa potrebbe ingenerare la convinzione che in psicologia, relativamente alle figure bistabili, non si ricorra airinterpretazione. In realtà è vero il contrario: le figure bistabili sono «potent demonstration of thè interpretative nature of vision», S.E. Palmer, Vision Science, cit., p. 9.

67 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., II, p. 256. Nel testo tedesco, su cui è stata condotta la traduzione italiana, i termini sono “Hasen” (e non “Kaninchen”) ed “Enten”, mentre nella versione inglese sono “duck” e “rabbit” come in Jastrow.

68 Ivi, p. 258.

69 Ivi, p. 268.

70 Id. (1982), Ultimi scritti 1945-1951. La filosofia della psicologia, Laterza, Roma-Bari, 1998, I, § 542: «Ci si deve guardare dal pensare in questo caso in base a categorie importate dalla psicologia; diciamo dello scomporre l’esperienza in un vedere e in un pensare; o qualcosa del genere».

71 «È proprio vero che ogni volta vedo qualcosa di diverso, o invece non faccio altro che interpretare in maniera differente quello che vedo? Sono propenso a dire la prima cosa. Ma perché? - Interpretare è pensare, far qualcosa; vedere è uno stato», Id., Ricerche filosofiche, cit., II, p. 279.

72 Ivi, p. 284.

73 Id. (1980), Osservazioni sulla filosofia della psicologia, Adelphi, Milano, 1990, II, § 545.

74 « Vedere come. Cerchiamo prima di tutto di riconoscere i casi in cui non abbiamo a che fare con un vedere vero e proprio, bensì con una estensione analogica che porta a sovrapporre al vedere funzioni proprie al pensare. Qui i casi sono altrettante varianti del “vedere come” teorizzato da Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche, in cui le interpretazioni aggiungono senso a una figura, ma non la arricchiscono oggettivamente. Tuttavia, la differenza ontologica tra “aggiungere senso” e “arricchire” viene spesso dimenticata, così come si dimentica che, se il discorso di Wittgenstein ha un senso, allora il vedere come non è un vedere, ma solo qualcosa che assomiglia al vedere», M. Ferraris, Il mondo esterno, cit., p. 189.

75 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., II, p. 280.

76 N.R. Hanson (1958), I modelli della scoperta scientifica, Feltrinelli, Milano, 1978; T.S. Kuhn (19702), La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino, 19782.

77 Come sostiene M. Ferraris (Logocentrismo, cit., p. 83) se «il pensiero interferisce nella visione [...], allora cadiamo nel logocentrismo».

78 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., II, p. 279.

79 Ivi, p. 264. Si noti il corsivo di “interpretazione”.

80 Id., Osservazioni sulla filosofia della psicologia, cit., I, § 33.

81 Id., Ricerche filosofiche, cit., II, p. 278.

82 Ivi, I, § 97. «“Il linguaggio (o il pensiero) è qualcosa di unico nel suo genere” - questa credenza si rivela una superstizione (non un errore!) originata, essa stessa, da illusioni grammaticali», ibid., § 110.

83 Id., Osservazioni sulla filosofia della psicologia, cit., II, § 218.

84 E «il problema di quali sono i confini reali di una serie di istruzioni relative a un certo corso di azioni [...] Il robot è incapace di delimitare lo spazio del problema. Dovremmo porgli noi, all’interno del programma che lo fa agire, il frame. Ma è molto facile che, posto un frame, si scopra che un altro frame, per noi ovvio, per lui rappresenti un problema insolubile. Di contro, noi siamo assolutamente capaci di delimitare lo spazio dei problemi che affrontiamo. E ne siamo tanto capaci che addirittura alcuni di noi non riescono neppure a capire che porre il frame è non solo un problema, ma anche un enorme problema», L. Luccio, Psicologia generale. Le frontiere della ricerca, Laterza, Roma-Bari, 1998, p. 92. Non manca chi ritiene che il dilemma del robot sia insolubile: «La sua insolubilità è strettamente connessa all’impossibilità di formalizzare la nostra conoscenza istintiva, ovvia, della metafisica del mondo quotidiano», M. Piattelli Paimarini, Illusioni cognitive e razionalità umana, in AA.VV., Neuroscienze e scienze cognitive, CUEN, Napoli, 1994, pp. 32-33. Né sono mancati i tentativi di soluzione che, dagli anni ’80 del Novecento, hanno portato da una parte a sviluppare logiche non monotone (cfr. A. Antonelli, La logica del ragionamento plausibile, in L. Floridi (a cura di), Linee di ricerca, SWIF, 2004, pp. 226-252. Sito WEB Italiano per la Filosofia — ISSN 1126-4780 — www.swif.it/biblioteca/lr) e dall’altra a costruire animat (animali artificiali) o mobot (mobile robot), cioè esemplari della nuova robotica o robotica situata (cfr. A. Clark (1997), Dare corpo alla mente, McGraw-Hill, Milano, 1999). Di fatto il problema continua a essere irrisolto e oggi contribuisce a definire il piano problematico di una nuova area di ricerca: la Filosofia dell’informazione (cfr. L. Floridi, La Filosofia dellinformazione e i suoi problemi, «Iride», 2005, XVIII, n. 45, pp. 291-312).

85 «Vedere un’antilope e vedere un oggetto come un’antilope hanno però molto in comune. Una parte del concetto di vedere può essere ricavata ricostruendo gli usi del “vedere come”. Wittgenstein è riluttante a concederlo, ma le sue ragioni non mi riescono chiare. Al contrario, la logica del “vedere come” pare che illumini il caso generale della percezione», N.R. Hanson, I modelli della scoperta scientifica, cit., p. 31.

86 Per Kuhn (La struttura delle rivoluzioni scientifiche, cit., pp. 141-142) «la percezione stessa richiede qualcosa di simile a un paradigma». Senza esperienza passata e senza “concetti” «non vi può essere - per usare una frase di William James — che “una assordante confusione da far girare la testa”». E nonostante Köhler (La psicologia della Gestalt, cit., p. 107) non abbia mancato di precisare che «dal punto di vista della psicologia della Gestalt, una simile affermazione non corrisponde ai fatti», Kuhn prosegue che «N. R. Hanson, in particolare, ha fatto uso delle dimostrazioni gestaltiche per elaborare alcune concezioni relative al pensiero scientifico che risultano simili a quelle alle quali sono giunto io qui».

87 Prevale, tuttavia, l’opinione che accomuna Wittgenstein e New philosophy of Science. Danto (Aprés la fin de Vart, cit., p. 35), per esempio, criticando la tesi, da tempo data per scontata, che una cosa come l’occhio innocente non esista, precisa: «Cette mode découle en partie d’une certame vision de la philosophie des Sciences — qui, a son tour, nous vient de Wittgenstein — selon la quelle toute observation est “chargée de teorie”».

88 «Ci sono tipi assai diversi di “aspetti”. Uno di essi lo si potrebbe chiamare “aspetti dell’organizzazione”», L. Wittgenstein, Ultimi scritti, cit., I, § 530.

89 N.R. Hanson, I modelli della scoperta scientifica, cit., p. 24.

90 Ivi, p. 30. E continua: «Gli elementi delle loro esperienze sono identici, ma la loro organizzazione concettuale è enormemente diversa. I loro campi visivi possono avere un’organizzazione diversa? In tal caso essi possono vedere cose diverse osservando insieme il sorgere del Sole». Perciò Tycho vedrà un Sole mobile e Keplero un Sole statico (ibid p. 29).

91 «Si tratta di un sapere o di un vedere? - Come sarebbe se si trattasse meramente di un sapere? In quali casi direi che si tratta meramente di un sapere? Quando leggo una copia cianografica, ad esempio»; «In quale caso allora lo chiamerei un mero sapere e non un vedere? — Ad esempio, se uno trattasse l’immagine come un disegno di costruzione. Se ricavasse ciò che questa rappresenta leggendolo in essa. (Sottili sfumature del comportamento.)», L. Wittgenstein, Ultimi scritti, cit., I, §§ 648 e 657.

92 N.R. Hanson, I modelli della scoperta scientifica, cit., p. 16.

93 W. Köhler, La psicologia della Gestalt, cit., p. 108. «L’organizzazione sensoriale risulta un fatto primario che deriva dalla dinamica elementare del sistema nervoso: finché si considera l’organizzazione un’attività intellettuale, naturalmente non possiamo darci ragione della parte che essa svolge in biologia, in particolare nell’ontogenesi», ivi, p. 155. Ma se si rimane fermi alla teoria tradizionale è difficile comprendere questo punto che è fondamentale nella psicologia della Gestalt. Così «James non ammetteva che questa organizzazione del campo fosse un fatto sensoriale, perché era sotto l’influenza del pregiudizio empirico», ivi, p. 108. Persino Ehrenfels «non riconobbe il significato molto più generale dell’organizzazione, né il fatto che per la massima parte sono i prodotti dell’organizzazione a mostrare i migliori esempi di Gestaltqualitäten come loro attributi». «Per lui, le nuove qualità rappresentavano esperienze che vengono ad aggiungersi a “le sensazioni”, solo dopo che queste prime si sono stabilite. Nella scuola di Graz (von Meinong, Witasek, Benussi) a quel tempo si insisteva molto sui fundierte Inhalte delle sensazioni, un concetto che implicava non solo la priorità delle sensazioni sulle caratteristiche di Ehrenfels, ma anche una produzione di queste ultime da parte di processi intellettuali», ivi, p. 138 e p. 137.

94 «L’atto di vedere è, vorrei quasi dire, un amalgama fra i due piani: immagini e linguaggio. Il concetto di vedere abbraccia, quanto meno, i concetti di sensazione visiva e di conoscenza. [...] Nel vedere c’è un fattore “linguistico”, anche se non c’è niente di linguistico nel meccanismo di formazione delle immagini nell’occhio, o nell’occhio della mente. Se non ci fosse questo elemento linguistico, niente di ciò che osserviamo potrebbe avere rilevanza per la nostra conoscenza. Non potremmo parlare di osservazioni significative: nulla di ciò che vediamo avrebbe un senso [...] Oggetti, fatti, immagini non sono intrinsecamente significanti o rilevanti. Se la visione fosse soltanto un processo ottico-chimico, nulla di ciò che vediamo sarebbe mai rilevante per ciò che sappiamo e nulla di ciò che sappiamo potrebbe avere significato per ciò che vediamo. La vita visiva sarebbe inintelligibile; la vita intellettuale sarebbe priva di un aspetto visivo. L’uomo sarebbe un computer cieco accoppiato a una lastra fotosensibile priva di cervello», N.R. Hanson, I modelli della scoperta scientifica, cit., pp. 38-39. In nota Hanson riporta la posizione del Kant della prima Crìtica sulla cecità della sola intuizione e la vuotezza del solo intelletto. Ma per Kant il dato carico di teoria è valido per la fisica, non in generale. Hanson, viceversa, mette insieme percezione comune e percezione scientifica, percettore e percettore esperto in scienza.

95 «Non poteva darsi, tuttavia, che io avessi un concetto puramente visivo di un atteggiamento esitante, o di un volto timido? Un concetto del genere si potrebbe forse paragonare ai concetti di tono “maggiore” e “minore”, che hanno sì un valore emotivo, ma che possono anche essere usati unicamente per descrivere la struttura che si è percepita», L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., II, pp. 274-275.

96 Di “pensiero naturale” parla W. Metzger (19633,1fondamenti della psicologia della gestalt, Giunti-Barbera, Firenze, 1971, p. 286) che, discutendo casi del vedere in cui l’organizzazione può cambiare, casi quindi strutturalmente simili a quelli del “vedere come”, ritiene vano chiedersi se «si tratta di percezione pura o di pensiero naturale. Effettivamente non esistono confini in questo campo». Metzger, lamentando che non esistono trattazioni esaurienti in proposito, cita a sostegno alcuni lavori di Wertheimer, Köhler e Duncker, e non cita Arnheim che andrebbe citato perché è il gestaltista che, facendo tesoro di spunti presenti in Wertheimer e Köhler, ha sviluppato proprio questo aspetto. I “gestaltisti” della scuola di Trieste, viceversa, teorizzano una “percezione pura” e, relativamente al pensiero, rimangono fermi alla tradizionale concezione logocentrica che fa a pugni - basti pensare agli scimpanzé di Köhler o al pensiero “cieco” di Wertheimer (19592, Il pensiero produttivo, Giunti-Barbera, Firenze, 1965) — con i principi della Gestalt.

97 II «mosaico arbitrario di sensazioni è [...] un postulato formulato solo in base alla necessità di una particolare concezione teoretica», W. Köhler (1922), Proposte per una teoria generale della Gestalt, in Id., Principi dinamici in psicologia ed altri scritti, Giunti-Barbera, Firenze, 1966, p. 158.

98 Rispettivamente: W. Köhler, La psicologia della Gestalt, cit., p. 185; Id. (1917), L’intelligenza delle scimmie antropoidi. Editrice Universitaria, Firenze, 1960, p. 134; Id., La psicologia della Gestalt, cit., p. 143. Quanto alla “fisica dell’uomo comune”, argomento impostosi all’attenzione della comunità scientifica dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso fino ai nostri giorni, la si è chiamata “fisica aristotelica”. Come se Aristotele fosse rappresentativo dei soggetti sperimentali del xx secolo — paradigma ideale dell’uomo comune odierno - e non il sofisticato scienziato del iv secolo a.C. Ma il termine è indicativo della con-fusione dell’esperienza con la scienza, strutturale nella psicologia non gestaltista. Per Köhler, al contrario, la «fisica nativa» — di cui qualche componente «deve trovarsi nello scimpanzé a un livello di sviluppo molto basso», e che «da un punto di vista puramente biologico è più importante» della forma scientifica perché «determina a ogni istante tutto il nostro comportamento» — può, come precisa in nota, interferire «nel caso di persone che hanno una cultura speciale, con la fisica intesa in senso rigoroso», ibid. Cfr. anche P. Bozzi, Fisica ingenua, cit.

99 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, ci t., II, p. 255.

100 II riconoscimento che procura sorpresa, che stupisce, non il semplice riconoscimento. Un percepire senza riconoscere, che sarebbe un aprire gli occhi per sempre come la prima volta, se è all’opera nella “percezione pura”, per Wittgenstein non è neanche un gioco del semplice vedere. Del resto, «un animale o un essere umano potrebbe vedere delle cose ma non riconoscerle, e vedere senza riconoscimento sarebbe poco più della cecità», R. Arnheim (1989), Pensieri sull'educazione artistica, Aesthetica, Palermo, 1992, p. 64.

101 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., II, p. 279.

102 W. Köhler, La psicologia della Gestalt, cit., pp. 173-174.

103 Le qualità espressive, decisive per l’esperienza, non hanno nessuna fortuna nell’attuale teoria della percezione. Si veda, ad esempio, S.E. Palmer (Vision Science, cit., pp. 409-413) che in un volume di grande successo e di più di 800 pagine, accenna brevemente alle ajfordances di Gibson — ritenute equivalenti alle qualità espressive della Gestalt — ma ne discute solo in relazione all’importanza della percezione della funzione degli oggetti, per evidenziare che a tale scopo è di gran lunga preferibile l’approccio indiretto o mediato, «approach advocated by almost all other perceptual theorists», ivi, p. 410. Quanto ai manuali, le qualità espressive sono assenti persino quando il capitolo “Percezione” è di uno studioso di formazione gestaltista (cfr. P. Legrenzi, a cura di, Manuale di psicologia generale, il Mulino, Bologna, 19972). Non ci si può stupire, pertanto, se in psicologia la capacità di cogliere la similarità strutturale tra le due figure e le due parole di Köhler venga ritenuta «piuttosto misteriosa», L. Mecacci et al (a cura di), Manuale di psicologia generale, Giunti, Firenze, 2001, p. 195. Nondimeno, limitarsi alle qualità primarie e secondarie significa considerare la percezione «segregata dall’organismo, di cui è parte. Nel suo giusto contesto biologico, la percezione appare il mezzo tramite cui l’organismo ottiene informazioni circa le forze amichevoli, ostili, o diversamente significative cui deve reagire. Tali forze si rivelano nel modo più diretto attraverso quanto viene qui descritto come espressione», R. Arnheim (1949), La teoria gestaltica dell’espressione, in Id., Verso una psicologia dell’arte, cit., p. 80, traduzione modificata.

104 «Si era ipotizzato che la percezione dovesse principiare con la registrazione di casi individuali le cui proprietà comuni potessero riuscire consapevoli soltanto ad individui capaci di formulare dei concetti intellettualmente. Cosi la simiglianza di triangoli diversi per dimensione, orientamento e colore, si considerava passibile di riconoscimento solo da parte ai osservatori il cui cervello fosse abbastanza maturo da aver enucleato il concetto generale di “triangolarità” fuori dalla immensa varietà di osservazioni individuali. Di conseguenza il fatto che bambini molto piccoli e animali, non allenati a un genere di pensiero logico astratto, potessero eseguire tali compiti senza difficoltà, destò sorpresa e lasciò sconcertati» (R. Arnheim, Arte e percezione visiva, cit., pp. 57- 58). Ma la cosa non fece scalpore, né tanto meno convinse, e, mutato il clima culturale, la si è riscoperta negli ultimi decenni. Oggi si è pure scoperto (cfr. G. Vallortigara, Cervello di gallina, cit., pp. 33-44) che le galline, diventate ospiti importanti dei laboratori di ricerca sulla mente, percepiscono persino gli “indizi pittorici”. Che sia un effetto del femminismo? Quale che sia la ragione, “stupida come una gallina” è ormai scientificamente out, e, a considerare la reazione della stampa alla novità della “gallina pensante”, “geniale come una gallina” rischia di sostituire l’epiteto tradizionale.

105 R. Arnheim, Arte e percezione visiva, cit., p. 92.

106 Ivi, pp. 59-60.

107 Ivi, p. 92.

108 L. Wittgenstein, Osservazioni sulla filosofia della psicologia, cit., I, § 869: «È — contrariamente all’opinione di Köhler - proprio un significato quello che io vedo». Ora, qui come in altri luoghi, Köhler è oggetto di un vero e proprio fraintendimento. La frase incriminata è: «l’isolarsi di cose visive è indipendente dalla conoscenza e dal significato». Cerchiamo di capire come intenderla ricostruendone il contesto: «Davanti a me sulla scrivania trovo una quantità di unità circoscritte o cose: un foglio di carta, una matita, una gomma, una sigaretta, e via dicendo». Questo fatto non è dovuto alla conoscenza passata, né è «solo una questione di parole [...]. Quando vedo un oggetto verde, posso subito dire il nome del colore. So anche che il verde si usa nella segnaletica stradale e che simboleggia la speranza. Ma da ciò non concludo che il colore verde in sé e per sé derivi da un tale sapere. [...] La psicologia della Gestalt dichiara che è appunto l’originario isolarsi di interi circoscritti ciò che rende possibile al mondo sensoriale di apparire così profondamente compenetrato di significati agli occhi dell’adulto; perché, nel suo graduale introdursi entro il campo sensoriale, il significato segue le linee tracciate dall’organizzazione naturale [...]. Se la spiegazione empirica fosse corretta, nel campo si isolerebbero entità specifiche solo nella misura in cui queste rappresentassero oggetti noti. In realtà le cose non stanno affatto così. [...] tutte le volte che domandiamo a noi stessi o ad altri: “Che cosa può essere quel coso ai piedi di quella collina, subito a destra dell’albero, fra le due case?” o simili, chiediamo il significato empirico, ovverosia l’uso di un oggetto già veduto e con la nostra stessa domanda dimostriamo che, in linea di principio, risolarsi di cose visive è indipendente dalla conoscenza e dal significato» (W. Köhler, La psicologia della Gestalt, cit., pp. 108-110, corsivo mio). Köhler, quindi, non nega che si veda proprio il significato; nega che l’organizzazione del campo sensoriale sia determinata dalla conoscenza passata, o che l’oggetto sia strutturato grazie al nome che ne abbiamo. Su Köhler mi piace ricordare un pensiero di Bozzi (Note sulla mia formazione, le mie esperienze scientifiche, le mie attuali posizioni, cit.): «La rilettura delle opere di Köhler andava rivelando un sottofondo teoretico originalissimo, tanto che io ancora oggi mi sento di sostenere che il suo vero pensiero deve essere ancora meditato e capito, e che appartiene al futuro della psicologia sperimentale, una volta che sia passata la sbornia cogniti visti ca e dell’Intelligenza Artificiale». Come pure il suo giudizio sulla scuola di Berlino: «Sono, in Italia, tra i pochissimi a credere che l’impianto teoretico dei gestaltisti classici appartiene più al futuro della psicologia della percezione (oggi detta Percettologia) che non al suo passato; e molte delle debolezze della percettologia d’oggi dipendono dal fatto di non aver né capito né letto i testi classici della Gestalttheorie».

109 «La ridefinizione della percezione comporta una ridefinizione dei cosiddetti processi mentali superiori. Nella vecchia psicologia mentalistica, questi stavano al di sopra dei processi inferiori, sensoriali e riflessi, che potevano essere interpretati nei termini della fisiologia dei recettori e dei nervi. Si supponeva vagamente che questi processi superiori fossero intellettivi, nella misura in cui l’intelletto veniva contrapposto ai sensi. Si verificavano nel cervello, ed erano operazioni della mente», J.J. Gibson, Un approccio ecologico, cit., p. 386. Cito da Gibson - ma avrei potuto citare da un gestaltista (vedi nota 96) - perché è invalsa l’opinione che la percezione dell’approccio ecologico sia come una “percezione pura”, quando invece «con l’esplorazione dell’ambiente da parte dell’osservatore, la percezione diventa sempre più ampia, fine, lunga, ricca e piena. La piena consapevolezza delle superfici comprende il loro layout, le loro sostanze, i loro eventi e le loro affordances. Si osservi che questa definizione include aff’interno della percezione una parte della memoria, dell’aspettativa, della conoscenza e del significato; in ogni caso una parte di questi processi, non tutti», ibid. Del resto, Gibson non manca di notare che «gli psicologi della Gestalt si erano resi conto del fatto che il significato e il valore di una cosa sembrano essere percepiti con la stessa immediatezza del colore», ivi, p. 221. Per la ridefinizione sensi-intelletto cfr. R. Arnheim (1969), Il pensiero visivo. La percezione visiva come attività conoscitiva, Feltrinelli, Milano, 1974; e (1985), La mente a doppio taglio: intuizione e intelletto, in Id. (1986), Intuizione e intelletto. Nuovi saggi di psicologia dell’arte, Feltrinelli, Milano, 1987.

110 È R. Arnheim ad avere sviluppato in modo coerente e produttivo una teoria gestaltista dell’immagine. Cfr. L. Pizzo Russo, Genesi dell’immagine, Palermo, 1997.

111 L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., II, p. 269.

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Titolo René Magrìtte, La trahison des images (1929)
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Titolo Mike Bidlo, Ceci n’est pas une pipe, not Magritte (1985)
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Titolo Mike Bidlo, 1991, Not Warhol (Brillo Boxes, 1969)
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Notizia bibliografica

Lucia Pizzo Russo, «Percezione e immagine»Rivista di estetica, 33 | 2006, 211-236.

Notizia bibliografica digitale

Lucia Pizzo Russo, «Percezione e immagine»Rivista di estetica [Online], 33 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 17 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/4404; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.4404

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Lucia Pizzo Russo

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