Navigazione – Mappa del sito

HomeNumeri33VariaCocktail di Searle

Testo integrale

1In questa aula magna, davanti a me, cè un uomo che pesa 73 chili, cioè 113 libbre (per i postmoderni si tratta di due uomini diversi) e, contemporaneamente, uno dei vincitori del premio Mente e Cervello, e un grande filosofo contemporaneo. Questa possibilità non dipende dal fatto che l’aula, come dice il nome, è spaziosa. Searle ci ha insegnato che quando è solo in una stanza d’albergo c’è una sola persona fisica ma più oggetti sociali: un professore, un marito, il titolare di una patente, un dipendente dello stato della California... Dunque, quando diamo il premio Mente e Cervello premiamo il 25%, uno dei quattro oggetti sociali di cui ci parla Searle, il professore. Ma, facciamoci caso, visto che il premio si intitola “Mente e Cervello”, sembrerebbe che non si riferisca all’intera attività di John Searle. Qui premiamo il filosofo della mente, il maestro della stanza cinese, diciamo così, ma questo, per quanto importante sia, non è, di nuovo, che il 25% dell’attività filosofica di Searle. Restano fuori, almeno, il filosofo del linguaggio, lo scopritore dell’ontologia sociale, e il polemista antipostmoderno. Dunque, a conti fatti, premiamo il 25% del 25%. Il 25% del 25% è poca cosa, un po’ più del 6%. E basta a vincere un premio così importante, tanto più importante se si considera che altri filosofi non meriterebbero il premio Mente e Cervello nemmeno con il 100% della loro attività, anche a voler includere la titolarità della patente.

2Quello che vorrei fare, nei 9 minuti che mi restano dopo questo preambolo contabile, è in gran parte spiegare tuttavia come - limitandosi al campo filosofico - questo 25%, il Searle filosofo della mente, faccia tutt’uno con il 75%, con il Searle filosofo del linguaggio, ontologo sociale e fustigatore di postmoderni. Non per diminuirlo, non è mia intenzione e non è bello a un premio, ma per due motivi. Primo, perché penso che sia questo che ci si attende da me, che non sono un filosofo della mente. Secondo, per rivelare quanto, in questo professore di Denver che ha studiato in Wisconsin e, per quasi dieci anni, a Oxford, insegna in California da quasi quarantanni e tiene conferenze in tutto il mondo ci sia inaspettatamente l’anima di un filosofo sistematico tedesco, di quei filosofi che ostenta di ignorare e, se proprio li conosce, di detestare. Se però l’immagine del sistema appare troppo imponente, proporrei quella di un cocktail di Searle, da prepararsi, ovviamente, con il mixer e non con lo shaker, e con quattro ingredienti ben equilibrati. Permettetemi di ripassarli in breve.

3Il primo quarto di Searle è ambientato a Oxford, anni Cinquanta, alla scuola - tra gli altri - di John Austin, e prosegue a Berkeley negli anni Sessanta e Settanta, concentrandosi su quella parte specialmente delicata del linguaggio che sono gli atti linguistici. Quando dico “sì” al matrimonio non sto descrivendo qualcosa che c’è già, sto costruendo qualcosa che sorge in quel preciso momento. Le analisi rapsodiche di Austin prendono una dimensione sistematica nell’opera di Searle, che ne offre una classificazione completa, ma non solo. Da una parte (ed è ciò che da lontano prepara gli esiti nel campo della ontologia sociale), Searle non si limita a classificare gli atti linguistici, ma riconosce anche la presenza di oggetti che possono nascere, per esempio, da quei peculiari atti che sono i performativi: un matrimonio e una sentenza, intesi come riti, possono durare pochi minuti, nel loro momento culminante. Gli oggetti sociali che corrispondono a questi atti possono durare anni, e sarà compito del filosofo rendere conto di questi oggetti. Nel farlo, tuttavia, dovrà offrire anche una teoria della mente, visto che la caratteristica di oggetti come i matrimoni o le condanne penali, diversamente dalle mucche e dalle montagne, è che esistono solo se ci sono menti disposte a credere che ci siano. Come Searle ha ricordato recentemente, se nella seconda metà del secolo scorso la filosofia della mente ha preso il posto della filosofia del linguaggio nel ruolo di “filosofia prima”, è perché la maggior parte dei filosofi ha riconosciuto che la filosofia del linguaggio era solo una parte della filosofia della mente.

4E qui veniamo al secondo quarto di Searle, ambientato a Berkeley, anni Ottanta. E il Searle che interessa più da vicino il premio Mente e Cervello. Austin si era limitato a parlare di linguaggio (e di percezione), Searle, ho suggerito un attimo fa, va alla ricerca di una teoria della mente. Una macchina che superasse il test di Turing potrebbe sposarsi? Un computer adoperato da una agenzia di scommesse scommette davvero? O può battezzare una nave? O lasciare qualcosa in eredità a un altro computer? Ovviamente no. E questo dipende dal fatto che la mente umana è dotata di qualcosa che i computer non hanno, l’intenzionalità, che è la capacità di riferirsi a qualcosa nel mondo, adoperando le rappresentazioni che abbiamo, approssimativamente, sotto i capelli, dietro agli occhi e tra le orecchie, cioè nella testa. Questa intenzionalità, però, non è uno spirito, una nebbiolina leggera che cala sul mondo, più o meno come sostengono i postmoderni quando affermano che l’essere si riduce al linguaggio. No, è qualcosa di reale come la fotosintesi o la digestione. Non bisogna sbagliarsi su questo punto, perché un conto è sostenere che la mente umana non è un computer, un altro asserire che Darwin aveva torto. Questo è un nodo molto delicato, perché sostenere che un signore che in una stanza comunica all’esterno con ideogrammi che decifra grazie a un glossario non sa il cinese (e che dunque un computer che manipola simboli senza capirli non pensa) non significa sostenere che esiste qualcosa come lo spirito santo che discende sulle cose (convinzione in sé stessa non meno implausibile di Babbo Natale). E — a livello di ontologia sociale — sostenere che l’io individuale è in moltissimi casi il risultato di una intenzionalità collettiva non significa dire che la realtà è costituita in modo intersoggettivo. No, ci sono pezzi di realtà che stanno benissimo da soli, e che non dipendono dal linguaggio o dalla coscienza. Altri, certo, ne dipendono. Ma non bisogna fare confusione, altrimenti è la fine di ogni filosofia onesta.

5Siamo al terzo quarto di Searle, ambientato qua e là per il mondo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Searle assiste, non inerte ma stupefatto, al dilagare dei postmoderni nei dipartimenti di letteratura comparata, col rischio che prima o poi finiscano anche nei dipartimenti di filosofia. C’è chi dice che l’essere che può venir compreso è il linguaggio, e chi sostiene che nulla esiste al di fuori del testo, e poi c’è sempre il buontempone che sentenzia che non ci sono fatti, solo interpretazioni. Alla fine, la morale sembra essere quella per cui, piuttosto paradossalmente, esistono le parole ma non le cose, i concetti e non gli oggetti a cui si riferiscono. La svolta linguistica sembra trasformarsi, con l’intervento dei postmoderni, in una svolta ultraberkeleyana (nel senso del filosofo, non della università di Searle) che ricorda quella signora conosciuta da Russell, che sosteneva che il solipsismo è una bellissima teoria e si chiedeva perché non avessero ancora costituito una associazione di solipsisti. Si avrebbe torto a vedere in questo ingrediente del cocktail semplicemente una fase polemica, visto che è in questo quadro che Searle elabora la teoria della realtà come “sfondo”, come qualcosa che non richiede di essere dimostrato perché sta alla base delle nostre dimostrazioni, che costituisce uno degli elementi portanti della sua ontologia generale, e ci fornisce sia il senso profondo del suo realismo, sia il senso del profondo irrealismo del conferenziere postmoderno che sul suo portatile, in aereo, lima l’ultima conferenza che terrà in una università americana, e il cui argomento è l’inesistenza del mondo esterno.

6Ed è qui che veniamo all’ultimo quarto del nostro cocktail, ambientato a Parigi negli anni Novanta. Searle entra in un caffè e pronuncia una frase in francese “ Un demi, Munich, à pression, s’il vous plaît”. Searle fa notare che questa semplicissima frase attiva una immensa ontologia invisibile: lo scambio sociale tra lui e il cameriere, un reticolo di norme, prezzi, tariffe, regole, passaporti e nazionalità, un universo di una complessità che avrebbe fatto tremare i polsi a Kant, se solo si fosse preso la pena di pensarci. Siamo agli antipodi del postmodernismo. Se il postmoderno dissolveva tavoli e sedie riducendoli a interpretazioni, l’ontologia sociale di Searle asserisce che anche cose come le promesse e le scommesse, i titoli e i debiti, i cavalieri medioevali e i professori californiani, le cattedrali e le sinfonie hanno una realtà peculiare. Non sono fantasmi, o moti della coscienza o della volontà (visto che le promesse esistono anche quando dormiamo, e anche quando abbiamo cambiato idea), sono oggetti di ordine superiore rispetto a oggetti fisici, d’accordo con la regola “X conta come Y in C”, vale a dire che l’oggetto fisico X, per esempio un pezzo di carta colorato, conta come Y, una banconota da 10 euro, in C, l’Europa del 2006.

7Bene, parlavo all’inizio di “sistema”, e non è difficile vedere come qui si arrivi alla chiusura di un sistema. Il filosofo del linguaggio che aveva studiato gli atti linguistici si era imbattuto nei performativi, e aveva notato che erano capaci di costruire oggetti sociali; il filosofo della mente che aveva studiato l’intenzionalità ne aveva colto il ruolo nella costruzione della realtà sociale; il polemista antipostmoderno, per parte sua, aveva elaborato una ontologia realista che ci fa capire per quale motivo, anche contro le nostre intenzioni e speranze, è inutile cercare di non pagare la birra al bar dicendo che la realtà (sociale e forse anche fisica) è socialmente costruita. All’ontologo sociale non restava che l’ultima mossa, scoprire questo nuovo regno di oggetti che, si badi bene, per il fatto di richiedere la mente delle persone non possono affatto definirsi come “mentali”.

8Il cocktail è servito e, con questo, ho esaurito il mio compito, o quasi. Perché la mia ammirazione nei confronti di Searle, della ricchezza delle sue idee, del rigore e della forza del suo stile, non può farmi dimenticare che in questa aula magna, nel 1998, lessi un’altra laudatio, in onore di un filosofo con cui Searle si è scontrato duramente nel corso degli anni Settanta. Mi riferisco a Jacques Derrida. Mi è sempre dispiaciuto quello scontro, che contrapponeva due filosofi, e due stili filosofici, così diversi, quasi antitetici. Anche perché avevo sempre avuto l’impressione che su molti punti il dissenso fosse essenzialmente di gusti e di stile. Vorrei provare, conclusivamente, a sanare un dissidio, certo tardivamente e senza guastare la festa, e prendendo le mosse proprio da quel caffè di Parigi in cui Searle fa iniziare il suo libro sulla ontologia sociale.

9Dunque, dicevamo, a Oxford, negli anni Cinquanta, Searle aveva imparato che si possono fare cose con le parole. Pochi decenni dopo, i postmodernisti avevano talmente allargato la sfera del performativo da concludere che tra le cose che si possono fare con le parole c’è anche la luna. E questo, davvero, non lo si può ammettere. Recatosi in partibus infidelium, ossia proprio nella Parigi postmodernista, Searle deve aver picchiato un pugno sul tavolino: «Garçon, un demi, Munich, à pression, s’il vous plaît» Sottolineando che, con questo gesto, non produceva né una birra né un tavolino; dava un ordine a un cameriere che esisteva già per conto suo; e che la sola cosa davvero prodotta in tutta la faccenda era un contratto tra lui e il garçon: quest’ultimo — se non si fosse offeso a sentirsi apostrofare come in un film con Jean Gabin - sarebbe stato obbligato a portare la birra, proprio come Searle sarebbe stato tenuto a pagare. L’atto, dunque, avrebbe prodotto un oggetto (il contratto, non la birra!), che a sua volta era reso possibile da altri oggetti invisibili, per l’appunto norme, prezzi, regolamenti, ecc. Ecco come si ferma il dérapage postmodernista: affermando la legge X conta come Y in C: persino gli oggetti sociali hanno bisogno di materia (molecole di birra, di carta, di clienti e di camerieri), altro che sostenere che la materia è socialmente costruita.

10Benissimo. Ma sappiamo anche che questa teoria (e Searle ne è perfettamente consapevole) può trovare dei controesempi, visto che non si capisce quale possa essere l’oggetto fisico che corrisponde a una entità negativa come, per esempio, un debito. L’oggetto, a dire il vero, c’è, ma è di tipo un po’ peculiare: è una scrittura su un foglio o su un computer, o addirittura semplicemente nella mente di una persona. Se le cose stanno così, mi chiedo se la formula di Searle non possa essere generalizzata in: Oggetto = Atto Iscritto. Voglio dire che non c’è bisogno di oggetti fisici imponenti (un territorio, un corpo umano, un pezzo di carta o di metallo) per ottenere un oggetto sociale: in moltissimi casi bastano poche molecole di inchiostro, un blip sul computer, o qualche neurone. Se ammettiamo questo (e Searle è di questo avviso), riconosciamo che l’oggetto sociale dipende da un atto sociale che riguarda almeno due persone, due persone che siano capaci di ricordarsi ciò che fanno, e tutto ciò che richiede di fisico può anche essere soltanto l’iscrizione, la traccia, cioè un concetto su cui ha molto insistito proprio Derrida: senza iscrizioni di qualche tipo, anche solo nella testa, non ci sarebbe società, anche se, ovviamente, possono esserci iscrizioni (per esempio, le tacche del calendario di Robinson) senza società. Se Searle fosse d’accordo su questa proposta, e se d’altra parte si indebolisse l’affermazione di Derrida (come tale insostenibile) “nulla esiste al di fuori del testo” in quella “nulla di sociale esiste al di fuori del testo” questo premio avrebbe forse ottenuto un risultato supplementare, quello di appianare, sia pure retrospettivamente, un lungo dissidio.

11Potrà sorprendere questa immagine pacificata o pacificante. Searle, in fondo, è stato l’unico filosofo a venir paragonato (e dai suoi estimatori) a John Wayne e a Robespierre. Eppure, malgrado il suo tono pugnace, anzi, proprio grazie alla chiarezza in cui ha posto i problemi e le alternative, uno dei motivi della grandezza di Searle è stata la capacità di gettare ponti: tra natura e società, tra mente e linguaggio, tra scienza e filosofia. Grazie a un grande filosofo come Searle, dunque, una volta tanto è vero un motto di cui spesso si ha ragione di dubitare: si vis pacem, para bellum.

Torna su

Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Maurizio Ferraris, «Cocktail di Searle»Rivista di estetica, 33 | 2006, 205-209.

Notizia bibliografica digitale

Maurizio Ferraris, «Cocktail di Searle»Rivista di estetica [Online], 33 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 19 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/4377; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.4377

Torna su

Autore

Maurizio Ferraris

Articoli dello stesso autore

Torna su

Diritti d’autore

CC-BY-NC-ND-4.0

Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

Torna su
Cerca su OpenEdition Search

Sarai reindirizzato su OpenEdition Search