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Varia

Sopravvenienza del sociale

Lorenzo Baravalle
p. 177-195

Testo integrale

1 Introduzione

  • 1 Searle 1995.

1Per Searle1, la realtà sociale è un enorme ontologia invisibile che comprende obblighi, promesse, matrimoni, proprietà, governi e in generale tutti quegli enti che non sono solamente fisici, tangibili, ma neppure esclusivamente mentali, privati. Alla sua base c’è la capacità intrinseca all’uomo di attribuire funzioni agli oggetti che lo circondano. La costruzione della realtà sociale è precisamente un processo attraverso il quale l’intenzionalità umana dispone della possibilità, dato un riferimento fisico X, di considerarlo come oggetto sociale Y (dotato di una sua specifica funzionalità) all’interno di un orizzonte di realtà C.

  • 2 Smith 2002.

2Barry Smith ha rilevato2 che, se ci atteniamo alla formula X conta come Y in un contesto C nella definizione di un ente sociale, ci perdiamo una buona fetta della realtà sociale. Non tutti gli enti sociali devono la loro esistenza all’applicazione di una funzione su un determinato oggetto fisico. Alcuni enti (come le corporations, la Borsa, il Capitale), chiamati termini Y indipendenti, esistono indipendentemente dagli oggetti fisici che li realizzano in un determinato momento. Smith critica Searle di convenzionalismo, in quanto riduce la realtà sociale alla capacità umana di attribuire funzioni, e propone una visione alternativa. L’ontologia della realtà sociale deve analizzare gli enti sociali per come ci sono dati, anziché incentrarsi sul momento della loro costruzione.

3Entrambe le proposte tutelano una prospettiva realista e naturalista. Per entrambi gli autori, l’esigenza naturalista viene di fatto a coincidere con il rifiuto tanto del dualismo che del riduzionismo. Storicamente, questa posizione intermedia si è avvalsa della nozione di sopravvenienza.

4La sopravvenienza descrive una dipendenza fra due ordini di realtà, atta a tutelare l’indipendenza ontologica della realtà sopravveniente rispetto a quella da cui è sopravvenuta. Tale nozione è stata utilizzata, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, da molti critici del materialismo che volevano preservare la specificità del mentale rispetto al fisico senza ricadere nel dualismo cartesiano.

5Jaegwon Kim ha però rilevato alcune difficoltà intrinseche al concetto classico di sopravvenienza. La maggiore è quella legata al problema dell'esclusione causale. Se si ammette che esistano proprietà sopravvenienti si deve ammettere che servano a qualcosa, che abbiano cioè un potere causale proprio. Ma allora molti fenomeni (anche relativamente semplici, come l’assunzione di un’aspirina da parte di un individuo che soffre di emicrania) sarebbero causati sia da un evento fisico che dal suo corrispettivo sopravveniente mentale, e ci imbatteremmo in un inutile sovraffollamento di cause. Per coerenza con il principio della chiusura causale della fisica, siamo costretti a privilegiare la causa fisica e, dunque, a ridurre la proprietà sopravveniente alla sua base. Per Kim la sopravvenienza, che dovrebbe dimostrare l’indipendenza delle proprietà superiori, porta invece alla loro riduzione. La teoria di Searle cade nella trappola dell' esclusione causale: non spiega la relazione che intercorre tra il mondo fisico e quello mentale e molto spesso attribuisce ad un fenomeno svariate cause, infrangendo principi della scienza fisica alla quale dovrebbe invece essere fedele.

6Nel corso di questo lavoro si considererà un’alternativa alla visione di Searle e alla nozione di sopravvenienza ad essa collegata. Tanto questo autore quanto i suoi critici hanno appoggiato o confutato una relazione di sopravvenienza fondata su una causalità di tipo efficiente. In realtà i fatti sociali, per essere autenticamente compresi, necessitano una spiegazione di tipo finale. Una teoria funzionale a tale prospettiva potrebbe essere quella dell' atteggiamento intenzionale, elaborata da Daniel Dennett. Secondo quest’ultimo, non esiste un’intenzionalità originaria umana (come invece sostiene Searle), punto d’accesso privilegiato nell’indagine sulle strutture ontologiche del mondo. Il mondo, oltre che da un punto di vista microfisico, può essere descritto secondo la strategia intenzionale, ovvero considerando il comportamento di tutti gli enti che ne fanno parte (siano essi persone, oggetti o istituzioni) secondo il fine al quale è diretto. Si cercherà quindi di dimostrare che l’intenzionalità non è fondante rispetto alle strutture della realtà sociale, quanto piuttosto uno strumento esplicativo di alto livello.

2 John Searle e il naturalismo biologico

  • 3 Searle 1995.

7Ne La costruzione della realtà sociale3 John Searle presenta una teoria incentrata sul ruolo dell’intenzionalità nella creazione degli enti sociali e istituzionali. Secondo l’autore, una caratteristica fondamentale dell’intenzionalità umana è la capacità di attribuire funzioni. Tramite tale capacità gli uomini sono in grado di considerare gli oggetti fisici come qualcosa di differente. Una fila di pietre, ad esempio, può essere considerata un confine, un oggetto contundente può diventare pugnale, e così via. Il processo tramite il quale avviene questa attribuzione di funzione è descritto da Searle attraverso la formula X conta come Y all'interno di un contesto C. X è il riferimento fisico, il fatto bruto, per utilizzare la terminologia del filosofo. Y è l’ente (o il fatto) sociale, la cui validità è determinata dall’essere accettato (o imposto) all’interno di un contesto sociale C. L’ente sociale possiede un minor grado di oggettività rispetto al riferimento fisico, ma non è riducibile ad un mero stato mentale. Ciò è possibile in quanto l’applicazione della specifica funzione non è privata, bensì un prodotto di quella che è da Searle chiamata intenzionalità collettiva. Quest’ultima è irriducibile all’intenzionalità individuale, e può essere descritta come la capacità di agire secondo il medesimo sistema di fini di altri individui.

8Le attribuzioni di funzioni sono applicazioni di status che ridefiniscono, attraverso il medium pubblico che è il linguaggio (nella sua valenza performativa:), oggetti fisici e individui secondo il loro ruolo in determinati contesti. Una banconota (termine X) può avere un valore di cinque euro (termine Y) all’interno dell’Unità Europea e di tutti gli stati che ne riconoscono l’autorità economica. Carlo Azeglio Ciampi, oltre ad essere un uomo (cioè un organismo che possiede una determinata struttura fisica, termine X) è Presidente della Repubblica Italiana (termine Y), riconosciuto da tutti coloro che riconoscono l’Italia come una democrazia. Il linguaggio, nell’attribuzione di uno status, serve a fare cose, non descrive semplicemente uno stato presente, ma ne modifica la realtà.

  • 4 Smith 2002; Id. 2003.

9Questa visione delle cose si inscrive all’interno di una tesi più generale, il cosiddetto naturalismo biologico, che ne La riscoperta della mente4 Searle contrappone, riguardo al problema mente/corpo, sia al dualismo cartesiano che al materialismo riduzionista. Secondo questa tesi esiste una sola sostanza, che nell’arco del continuum evolutivo si è configurata in diverse forme. Fra le trasformazioni avvenute nel corso di questo processo, la più importante è quella che ha visto il sorgere della coscienza, a partire da un mondo unicamente fisico. La coscienza e il mondo mentale non sono riducibili ai loro componenti, in quanto il loro essere intrinsecamente soggettivi è una caratteristica oggettiva del nostro universo. La relazione vigente fra mondo fisico e mondo mentale è di tipo causale, ed è propriamente una relazione di emergenza.

10Riguardo all’esistenza di un mondo sociale, Searle ragiona analogamente. Non c’è un salto fra natura e cultura: la continuità fra le due è garantita dall’intenzionalità collettiva, grazie alla quale è possibile considerare gli oggetti fisici secondo un sistema di fini ad essi estraneo. Nonostante la realtà fisica appaia più evidente, immediata, la realtà sociale acquista obiettività dalla nostra continua interazione con essa. La realtà sociale gode di una relativa indipendenza rispetto alla sua realizzazione proprio grazie al fatto che noi la possiamo pensare.

3 Barry Smith e l'ontologia realista del sociale

11La teoria sulla costruzione degli enti sociali è stata definita da Searle stesso una teoria realista. L’enorme ontologia invisibile, questo misterioso mondo composto da enti a prima vista immateriali, è dotata di uno statuto di realtà autonomo. I fatti sociali continuano ad esistere anche quando non sono immediatamente presenti alla coscienza in virtù dell’esistenza di uno sfondo, ovvero di un orizzonte non intenzionale alla base degli stati intenzionali. Ciò è particolarmente vero per ciò che riguarda gli enti istituzionali: in un tribunale non è una scusa valida appellarsi all’ignoranza o alla dimenticanza della legge che si è infranta. Ma, in generale, qualsiasi semplice azione all’interno di un contesto C suppone l’accettazione degli status precedentemente definiti.

  • 5 Smith 2002; Id. 2003
  • 6 Come è possibile che l’intenzionalità, che per Searle è intrinsecamente soggettiva, venga condivisa

12In una serie di recenti articoli5, Barry Smith ha sostenuto, pur accettando sostanzialmente la proposta searliana, che questa caratterizzazione degli enti sociali non sia sufficientemente realista. Searle pecca di convenzionalismo nella misura in cui tende a ricondurre la realtà sociale al momento della sua costruzione, e quindi al ruolo che in essa ha l’intenzionalità collettiva (la cui funzione non è neppure troppo chiara6). La nozione di sfondo, che ne è alla base, non è per nulla esplicativa riguardo all’esistenza di oggetti sociali al di fuori delle nostre menti. Semplicemente, descrive la capacità della nostra coscienza di mantenere stati potenzialmente intenzionali, grazie ai quali non è costretta ad avere costantemente presenti tutte le conoscenze che possiede.

  • 7 Searle 1995, p. 68.

13Inoltre, la formula X conta come Y all'interno di un contesto C, per quanto sia una valida indicazione di massima, non rende conto della totalità degli oggetti sociali. Esistono una moltitudine di contesti nei quali il termine Y non ha alcun corrispondente fisico X. L’esempio favorito da Smith è quello del conto in banca: il denaro che possiedo è presente sotto forma di (utilizzando la terminologia dello stesso Searle) blips nel computer. Ora, si può veramente dire che questi blips contano come denaro? Di certo non posso andare in un negozio e pretendere che il commerciante accetti questi blips come pagamento. Eppure il mio denaro continua ad esistere. Come può rispondere Searle? Può continuare a sostenere che sì, i blips sono denaro a tutti gli effetti (il che appare quantomeno controintuitivo); o può sostenere che esistano due tipi di denaro, uno dei quali non risponde alla formula costitutiva della realtà sociale (un impegno metafisicamente gravoso). Esiste tuttavia una terza possibilità: considerare gli oggetti sociali come attività o possibilità di attività. In questo senso il blip è la possibilità di comprare qualcosa, esattamente come la banconota da venti euro. Infatti, come si trova ne La costruzione della realtà sociale7: «Ciò che noi pensiamo come oggetti sociali, come i governi, il denaro e le università, sono in effetti segnaposti per percorsi di attività (patterns of activities)».

  • 8 Smith 2002, p. 4.

14Per Smith, neppure questa terza alternativa può essere accettata. Applicarla a piè pari significherebbe estromettere gli oggetti sociali come oggetti, riducendoli a qualcosa di vago e ontologicamente debole. Il problema non si ferma certo ai blips. Si prendano i debiti: possiamo dire che il foglio su cui apporto la mia firma conta come il debito? Inoltre, se devo due euro a un mio amico è probabile che non compileremo nessun contratto, e che quindi non esisterà alcun termine fisico X per il mio debito. Afferma l’autore: «Gli oggetti sociali relazionali possono esistere sempre in assenza di qualsiasi pezzo di carta e di qualsiasi blip (nel cervello o nel computer) e di registrazione di sorta8».

  • 9 Searle 2002.

15A proposito di simili oggetti sociali, Searle ha accettato9 la nozione di rappresentazione, elaborata da Smith per descrivere la relazione fra questi e il mondo fisico. L’eventuale contratto riguardante una promessa rappresenta la promessa, ma non conta come tale. Ciononostante, la formula X conta come Ycontinua ad essere valida, in quanto stabilisce l’attribuzione di poteri e status da parte dei contraenti.

  • 10 Searle 2002, p. 15.

Si pensi per esempio alla creazione di una corporation, nel momento in cui l’atto di creazione della corporation è completato, la corporation esiste. Non deve per forza avere una realizzazione fisica, può anche essere solo un insieme di funzioni di status10.

  • 11 De Soto 2001.

16Oggetti sociali di questo tipo, come le corporations, sono stati chiamati da Smith termini Y indipendenti. Un caso assunto come paradigmatico è quello del Capitale. In ambito economico è frequente incontrare termini Y indipendenti, che possono essere facilmente manipolati attraverso modalità matematiche. A suffragare questa tesi è richiamata da Smith un’opera di Hernando De Soto, Il mistero del Capitale, 11esplicitamente ispirata al lavoro di Searle. In essa tutti i referenti fisici degli enti economici sono visti secondo la dimensione delle rappresentazioni. Concordemente con le tesi di Smith, è affermato che nessun termine fisico porta con sé il valore, soltanto rappresenta ciò che in verità è legato a una Y indipendente e astratta.

17Invertendo sostanzialmente il livello di descrizione, Smith propone quindi di analizzare gli oggetti sociali indipendentemente dalle descrizioni fisiche. Questo dal momento che non solo le corporations, ma anche i matrimoni, gli avvocati, i discorsi e i cocktail party necessitano di oggetti fisici correlati, senza per questo poter essere identificati con essi. I termini Y indipendenti sono più fondamentali rispetto alle realtà materiali sulle quali si realizzano.

18Smith indica come tutto questo possa essere in perfetta linea con il naturalismo searliano. Egli sostiene che tale naturalismo non può essere inteso come identificazione delle parti della realtà istituzionale con quelle della realtà fisica; ma piuttosto come

  • 12 Smith 2003.

una concezione secondo la quale i fatti che appartengono alla realtà istituzionale dovrebbero (in qualche senso) sopravvenire sui fatti che appartengono alla realtà fisica - cosicché nella realtà istituzionale nulla dovrebbe essere vero se non in virtù di certe caratteristiche soggiacenti alla realtà fisica, compresa la realtà fisica dei cervelli umani12.

19Smith parla di sopravvenienza, un concetto molto simile a quello di emergenza, di cui parlava Searle a proposito della relazione fra mente e corpo. La preoccupazione di entrambi gli autori è dunque, al di là del grado di realismo che intendano difendere, quella di mantenere intatto il valore delle realtà superiori al dominio della fisica. Per Searle, ad avere il primato è la realtà mentale, che possiede a sua volta la capacità di costruire la realtà sociale; per Smith invece la realtà sociale deriva direttamente dalla struttura fisica del mondo, in un modo che purtroppo non analizza dettagliatamente.

4 Sopravvenienza ed emergenza

20La nozione di sopravvenienza descrive una dipendenza fra due ordini di realtà, tutelando tuttavia l’indipendenza ontologica della realtà sopravveniente rispetto a quella da cui è sopravvenuta. Tale nozione è stata utilizzata, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, da molti critici del materialismo che volevano preservare la specificità del mentale rispetto al fisico senza ricadere nel dualismo cartesiano. Fra questi, gli emergentisti inglesi (Alexander, Morgan, Broad) si distinsero per l’elaborazione di uno specifico concetto di sopravvenienza, l’emergenza appunto.

  • 13 Alexander 1920.
  • 14 Morgan 1923.

21L’idea centrale di questi autori è che i sistemi complessi svolgano un ruolo eminente nell’evoluzione, e che possano essere descritti come livelli di esistenza gerarchicamente ordinati. Una qualità emergente, secondo Alexander13, sorge quando ad un livello di esistenza più basico i costituenti vengono a disporsi in una specifica costellazione. Ma quale sia questa costellazione e quale sia la qualità che emergerà è impossibile predirlo. Per Morgan14, la gerarchia di livelli e le leggi relative a ciascun livello sono incompatibili rispetto ad una descrizione meccanicistica del cosmo dal momento che le proprietà emergenti, oltre ad essere imprevedibili a partire dai livelli inferiori, sono anche variabili nel corso dell’evoluzione.

  • 15 Broad 1925.

22Le proprietà emergenti possiedono poteri che non sono deducibili dalla semplice osservazione degli elementi della struttura che ne sta alla base. I poteri causali emergenti, come li chiama Broad15, non sono né riducibili né derivabili, in virtù del fatto che le leggi che ne governano il comportamento non esistono a livello inferiore. Questi poteri sono causali non solo perché conservano l’efficienza causale della struttura soggiacente, ma anche perché, attraverso le leggi che governano il loro specifico livello, possono avere un’azione sui livelli inferiori. Quest’ultima affermazione, che può apparire scontata per il senso comune (è come dire che quando ho mal di testa non è la mia configurazione neurale a spingermi a prendere dell’aspirina, ma proprio il mio mal ai testa. O ancora, a livello sociale: che è l’obbligo con il mio amico che mi porta a restituirgli cinque euro, e non qualche sconosciuta connessione sinaptica), comporta un complesso problema a livello filosofico: quello dell'esclusione causale.

23L’emergenza porta con sé l’idea che ogni proprietà evolutivamente sorta dalla combinazione di due o più componenti elementari sia assolutamente nuova. In altre parole, ogni configurazione che compare nel cosmo nel corso della sua storia possiede una peculiarità e un potere causale proprio, irriducibile a quello delle strutture che la formano. Le proprietà mentali non possono essere analizzate dalla scienza fisica in quanto, pur emergendo da componenti fisiche, possiedono una realtà autonoma determinata dall’evoluzione. Searle accetta una nozione di emergenza simile a quella broadiana nella misura in cui entrambi ammettono (apparentemente senza problemi) la sovradeterminazione causale, ovvero la possibilità che un singolo evento abbia più di un genere di causa rispetto a quella fisica.

24Un’altra somiglianza fra i due autori è dovuta al fatto che entrambi ritengano il legame fra proprietà emergenti e base fisica inscindibile e irripetibile.

25La sopravvenienza è una nozione più generale rispetto a quella di emergenza. E compatibile con gran parte di quelle teorie che, riguardo al problema mente/corpo, vengono definite materialiste non riduzioniste, come il monismo anomalo di Davidson, la teoria modulare di Fodor o la teoria della realizzabilità multipla di Putnam. A differenza di Searle, questi autori ritengono possibile implementare le proprietà sopravvenienti (nella fattispecie, le proprietà mentali) su realizzatori fisici molteplici, anche non naturali. La sopravvenienza implica quindi, rispetto all’emergenza, un legame meno forte fra base subveniente e proprietà sopravveniente. Entrambe sono essenziali, ma vi è una chiara asimmetria tra le due, che è insieme garanzia del primato della prima e dell’irriducibilità della seconda. Le proprietà mentali, o quelle sociali, non potrebbero esistere senza una realizzazione fisica ma, allo stesso tempo, possono essere analizzate indipendentemente da essa. Questo perché la loro relazione con il mondo fisico è di determinazione, non di dipendenza. Devono avere, in altre parole, un legame con un realizzatore generico, adeguato ma non meglio specificato.

26In un certo senso, si potrebbe dire che questa versione della sopravvenienza sia più vicina alla proposta di Smith di quanto non lo sia l’”emergentismo” searliano. In effetti, la nozione di determinazione senza dipendenza si concilia bene con l’idea di termini Y indipendenti. Una corporation, per esistere, ha bisogno di una realizzazione fisica, di individui che ne facciano parte, ma questo aspetto è variabile (entro certi limiti) e non ne determina un cambiamento d’identità. In generale: gli enti sociali sono fisici, ma possono esserlo in forme molto diverse fra loro.

5 La vendetta di Cartesio

27Uno dei massimi studiosi del concetto di sopravvenienza è il filosofo americano, di origine coreana, Jaegwon Kim. Suo punto di partenza è quello che chiama fisicalismo minimale, un “materialismo ragionevole” che, pur aderendo ad un’ontologia scientifica, dovrebbe fare posto alla realtà degli stati mentali. O almeno questo è l’intento dichiarato. In realtà per Kim l’analisi della sopravvenienza è sinonimo di una sua critica serrata, funzionale all’elaborazione di un concetto di riduzione alternativo a quello elaborato da Nagel.

28La nozione di sopravvenienza implica la sovradeterminazione causale, incompatibile con l’immagine del mondo consegnataci dalla fisica. Un’alternativa a ciò è accettare un solo livello di spiegazione causale, escludendo gli altri. Le teorie che sostengono un ruolo attivo della sopravvenienza sono però, come si è detto, antiriduzioniste e antidualiste. Il concetto stesso di sopravvenienza porta con sé l’idea che la relativa indipendenza degli enti mentali, e di quelli sociali, dal mondo fisico sia spiegabile senza ricorrere al dualismo cartesiano. Nel tentativo di smentire questo assunto, Kim ribattezza il problema dell’esclusione mentale come la vendetta di Cartesio. In altre parole: come, se non si accetta una spiegazione dualista, si è costretti ad accettarne una riduzionista, perdendo la peculiarità della realtà mentale.

29Punto primo: la sopravvenienza mente/corpo o tiene o fallisce. Se fallisce, non esiste alcun modo per comprendere la possibilità della causazione mentale.

30Punto secondo: purtroppo, anche se la sopravvenienza tiene, non esiste alcun modo per comprendere la possibilità della causazione mentale. Si supponga infatti che un evento mentale M causi un altro evento mentale MI. M è sopravveniente, e dunque necessita di una base subveniente fisica, F. Anche MI è sopravveniente però, e la sua base è F1. Da dove sorge realmente MI ? Si è premesso che è causato da M, ma allo stesso tempo non potrebbe esistere senza la base FI. Si potrebbe quindi dire che M ha causato M1 mediante la causazione di F1, e questo equivarrebbe a sostenere che un evento mentale, per causarne un altro, deve influire causalmente sulla sua base fisica. Ma non è questa la soluzione: infatti M stesso ha una base di sopravvenienza F. Non sarebbe allora più semplice, e coerente con una visione fisicalista, sostenere che è F a causare F1 ? In fondo esiste un legame causale diretto fra i due, che è solo rispecchiato da M e M1. Perché si dovrebbe sostenere la sovradeterminazione causale, quando si ha la possibilità di rendere conto di un processo interamente alfinterno del dominio fisico? E’ più coerente sostenere che le relazioni causali da M a M1 e da M a F1 sono solo apparenti.

31Punto terzo: se in qualsiasi caso la causazione mentale è inintelligibile, non si vede che problema ci sia nell’abbracciare un’ottica riduzionista.

32Come è possibile allora che esistano denaro, guerre, partite di calcio e cocktail party, in un mondo che sembra essere governato unicamente dalle leggi della fisica? Secondo molti fisicalisti, non sono che concetti di uso comune indicanti oggetti riducibili a strutture microfisiche. Ovviamente questo non significa che tali pensatori non rilevino una certa differenza fra parlare di una partita di calcio e trattare della fisica sottostante. Tuttavia, se è vero che la realtà è una e unitaria, una partita di calcio non è nient’altro che un evento costituito dalla composizione fisica del luogo in cui si svolge, dei giocatori che vi partecipano e dell’eventuale pubblico, governato dalle leggi della fisica newtoniana.

33Si tratta di un punto di vista provocatorio per il nostro senso comune. Di fronte a un calcio di rigore sbagliato, nessun tifoso reagirebbe pacatamente attribuendo l’accaduto all’ineluttabile catena causale della fisica. La reazione di rabbia (o di gioia, a seconda dei punti di vista) è dovuta alla credenza che una partita di calcio non sia solo una successione di cause ed effetti fisicamente determinati. Il tifoso esulta o si dispera perché sa che c’è un fine dietro tutto quel contendersi la palla. Attribuisce al giocatore una certa libertà di scelta rispetto alla posizione e alla forza del tiro. E sembra che siano proprio questi i tratti che fanno di una partita di calcio una partita di calcio e non di rugby, molto di più di quanto non faccia una descrizione microfisica. La descrizione microfisica risulta essere fuorviante e inadeguata, in quanto non è sufficientemente esplicativa di ciò che sta realmente accadendo sul campo. Si provi ad immaginare una sequenza di coordinate relative ad un oggetto sferico nei vari istanti T1, T2,..., Tn successivi all’istante TO, nel quale gli è stata impressa una forza: si sta davvero immaginando un calcio di rigore?

34Cionostante, l’argomentazione di Kim mette in serie difficoltà quel genere di emergenza à la Searle. Ne La riscoperta della mente, Searle differenzia una causalità macro-macro (fra M e MI) ed una causalità micro-macro (fra F e M, e fra FI e MI). Tornando ancora all’esempio dell’aspirina, Searle ammette che MI (il desiderio di prendere l’aspirina) sia causato sia da M (il mal di testa) che da F1 (una sequenza di attivazioni neurali). Non c’è secondo lui pericolo di sovradeterminazione, perché l’attribuire a M o a FI la causa principale è solo questione di vedere lo stesso sistema a livelli differenti. Ma, a parte che implicitamente si deve anche giustificare il fatto che F causi FI e che F causi M, le conseguenze di tale affermazione possono essere disastrose. Sostenere che F e M da un lato, e FI e MI dall’altro, siano descrizioni della stessa situazione equivale a ridurre gli uni agli altri. E questo è già un problema. Ma il fatto è che Searle pecca d’incoerenza quando riconosce una relazione causale fra F e M: come potrebbe essere mai possibile se sono descrizioni a livelli differenti della stessa situazione? La difficoltà è intrinseca alla maniera searliana di vincolare fisico e mentale: dire che sono la medesima cosa è banalizzare il problema, ridurre il loro rapporto alla pura causalità, così come la conosciamo nel mondo fisico, crea problemi insormontabili.

6 La vendetta di Leibniz

35Kim non contempla alcun tipo di causa oltre a quella fisica, scientifica in senso forte. In realtà, riprendendo l’esempio della partita di calcio, si noterà che nel ragionamento forse ingenuo del tifoso si fa riferimento a un altro genere di causa. «Il tifoso esulta o si dispera perché sa che c’è un fine dietro tutto quel contendersi la palla». Il “gioco del calcio”, come tale, non definisce un insieme di configurazioni microfisiche nell’arco di un determinato lasso temporale (o almeno, non solo), ma un’insieme di azioni dirette a un fine particolare. Se dovessimo spiegare a un inuit che non ne è a conoscenza in che cosa consiste una partita di pallone, non lo faremmo in termini di cause efficienti bensì di cause finali. Se fossimo così fantasiosi da tentare di spiegargli l’azione di gioco come un insieme di cause efficienti, nella migliore delle ipotesi egli non capirebbe nulla.

36Kim, nel suo prendere paradossalmente le parti di Cartesio, cade vittima delle stesse critiche che a quest’ultimo erano state mosse da Leibniz. Questi aveva reintrodotto, rifacendosi ad Aristotele, la nozione di causa finale in quanto, secondo lui, il meccanicismo cartesiano non era in grado di dare una descrizione completa della natura. In particolare, gli eventi storici non si prestano ad essere descritti esaurientemente tramite cause efficienti: per essere compresi più a fondo, e in tutta la loro portata, necessitano di una spiegazione finalistica.

  • 16 Leibniz 1686, p. 71.

Come se per rendere ragione della conquista che un gran Principe ha fatto, prendendo qualche piazza importante, uno storico volesse dire, che perché i corpuscoli della polvere da cannone, posti al contatto d una scintilla, sono sfuggiti con una velocità capace di spingere un corpo duro e pesante contro le muraglie della piazza, mentre che la moltitudine dei corpuscoli che compongono il rame del cannone erano molto bene connesse per non disgiungersi per mezzo di questa velocità; invece di far vedere come la preveggenza del conquistatore gli ha fatto scegliere il tempo e i mezzi convenienti, e come la sua potenza ha superato tutti gli ostacoli16.

37Fondamentalmente, il problema della relazione fra il mondo naturale e quello culturale potrebbe essere ridefinito sulla base della conciliabilità fra spiegazione meccanicistica e spiegazione finalistica. Searle, come gli emergentisti inglesi, per aderire ad un’ottica naturalista, riconduce il potere causale dei livelli sopravvenienti a quello del livello base, quello della fisica. Contemporaneamente, per timore di non riuscire a dotare la coscienza di uno statuto autonomo, attribuisce all’intenzionalità privata e a quella collettiva una funzionalità intrinseca, differente da quella di qualsiasi altro ente naturale. Queste due istanze sono però inconciliabili, in quanto suppongono che la coscienza funzioni come qualsiasi altro dispositivo biologico (A) ma che, allo stesso tempo, introduca nel mondo un genere di causalità efficiente diverso (B).

38Non accettare (A) significherebbe rifiutare una visione naturalista del mondo. Equivarrebbe ad un ritorno al dualismo cartesiano in quanto, una volta definita una differenza di tipo fra il mondo fisico e quello mentale, non sarebbe inverosimile ricondurre i due domini ad altrettante sostanze separate. Rifiutare (B) apre a due prospettive differenti. In un caso, può coincidere con l’adozione di un punto di vista riduzionista. Questa è di fatto la strada seguita da Kim. Dal momento che gli stati mentali sopravvenienti non possiedono un potere causale indipendente rispetto a quello degli stati fisici subvenienti, non esiste alcuna proprietà per la quale i primi possano essere distinti dai secondi. Si tratta di una posizione forte, in contrasto con le intuizioni del senso comune, ma perfettamente in linea con la teoria scientifica.

39Il rifiuto di (B) può però portare in una direzione di ricerca completamente diversa. Il potere causale dell’intenzionalità può essere considerato in senso finale. Questa possibilità è stata vagliata dal filosofo americano Daniel Dennett. Comporta il sacrificio del ruolo centrale della coscienza, e non è compatibile con una posizione fortemente realista come quella che, a proposito degli enti sociali, prospettava Smith. Nondimeno, potrebbe aggirare la “trappola” dell’esclusione causale, e rendere giustizia ad alcune delle intuizioni dalle quali si era partiti.

7 L'atteggiamento intenzionale

40Per Searle, l’intenzionalità è un tratto unico ed irripetibile della nostra soggettività, un prodotto naturale diverso rispetto a qualsiasi altro. L’uomo, in virtù dell’intenzionalità, possiede abilità, come quella di muoversi all’interno della realtà sociale, precluse a qualsiasi altro ente. Esistono una moltitudine di oggetti, dal termostato, ai nostri organi, alle complesse macchine di IA, che evidenziano una qualche forma di intenzionalità. Sembrano agire, in altre parole, in vista di un fine. Il cuore pompa sangue per permettere al nostro organismo di espletare tutte le sue funzioni, il termostato, esposto a temperature differenti, modifica il suo stato interno, e così via. Ma una tale “intenzionalità” non ha nulla a che vedere con quella tipica della nostra coscienza. Solo noi agiamo realmente secondo finalità. Attribuiamo intenzionalità a determinati oggetti, perché ci sembra che si comportino in maniera intelligente, ma sappiamo che non sono realmente intelligenti. La loro “intenzionalità” è derivata, dipende dalla nostra osservazione e dalla nostra attribuzione di senso. Solo l’intenzionalità umana è originaria, implicita alla nostra soggettività.

41Per Searle, è la coscienza ad essere il fondamento dell’intenzionalità autentica. Al di fuori di essa, possono essere osservati comportamenti che sembrano intenzionali, ma che non lo sono veramente. Questo perché è solo con il sorgere della soggettività, punto cruciale dell’evoluzione naturale, che sorge l’intenzionalità, e con essa la capacità di attribuire e rilevare funzioni.

42Nel corso dei precedenti paragrafi si è visto come questa teoria possa essere criticata da due prospettive differenti. Da una parte, essa non rende conto dell’originalità degli oggetti sociali, della loro esistenza quasi autonoma e di come molti di essi (il Capitale, le corporations, le squadre di calcio) sembrino esibire un’intenzionalità propria. Questa critica è stata avanzata da Barry Smith a proposito della conciliabilità delle tesi di Searle con un’ontologia della realtà sociale. Suggerisce, anche se implicitamente, che l’analisi degli enti sociali non dovrebbe iniziare dal momento della loro creazione bensì dall’osservazione della loro realtà effettiva.

43La critica fisicalista di Kim ha messo invece in luce come l’idea di un’intenzionalità originaria, con tutto ciò che comporta, sia incompatibile con una prospettiva naturalista. Si è però visto anche come, almeno in teoria, questa non sia l’unica maniera d’intendere il ruolo dell’intenzionalità. Attribuendo all’intenzionalità una causalità di tipo finale è forse possibile giustificare la sopravvenienza degli stati mentali e, cosa che qui maggiormente interessa, trovare la giusta dimensione degli enti sociali.

  • 17 Dennett 1987, pp. 398-399.

44Immaginiamo di voler vedere come sarà la vita fra cinque secoli. Per farlo dovremmo ibernarci e trovare una maniera per cui questo stato d’ibernazione non venga interrotto. Non possiamo affidarci ai nostri familiari e alla nostra progenie, in quanto cinquecento anni sono tanti, e non possiamo essere certi che i nostri pronipoti avranno un qualche interesse a mantenerci in vita, e neppure che avremo effettivamente pronipoti. Decidiamo allora di progettare un robot con un fine, quello di mantenerci in vita, e dei metodi per conseguirlo. Non sappiamo come cambierà la morfologia del territorio, e dunque questo robot dovrà potersi spostare, valutare l’ambiente più adatto. Questo comporta il dotarlo di un sistema motorio e di un sistema visivo, oltre che di strumenti di analisi molto raffinati. Possiamo poi immaginare che anche altri uomini seguiranno il nostro esempio, mossi da uguale curiosità. Il nostro robot dovrà poter comunicare in qualche maniera con gli altri robot, per risolvere conflitti e magari costituire una microsocietà, all’interno della quale aumentare le possibilità di sopravvivenza. Anche allora non saremo sicuri di risvegliarci nella data prefissata. Esiste infatti la possibilità che un robot così avanzato tecnologicamente, nel confronto con l’ambiente e con gli altri robot, cambi non solo i metodi con i quali conseguire il suo fine, ma anche il fine stesso. Può darsi che venga convinto che è sbagliato mantenermi in stato d’ibernazione e che quindi vada contro quella che è stata la sua ragion d’essere. Dice Dennett17:

Nondimeno, secondo Fodor e altri [Searle, ad esempio], questo robot non avrebbe affatto un intenzionalità originaria, ma soltanto l’intenzionalità che deriva dal suo ruolo artificiale di nostro protettore. Il suo simulacro degli stati mentali sarebbe proprio questo - non un decidere e vedere e chiedersi e programmare reali, ma soltanto come se decidesse e vedesse e si chiedesse e programmasse.

  • 18 Dennett 1978.

45Già in Brainstorms18, Dennett proponeva di considerare non solo robot elaborati, ma anche termostati e altri manufatti, secondo quello che chiama atteggiamento intenzionale. Alla base di questo concetto c’è la considerazione dei sistemi intenzionali, intesi come sistemi nelfanalisi dei quali è rilevante la causa finale. In un sistema intenzionale non è tanto importante considerare la composizione fisica, che pure ne è alla base. Non è essenziale pensare alle cause microscopiche, per poterlo comprendere. Un sistema intenzionale può essere letto attraverso un insieme di aspettative comportamentali. Dennett non distingue fra un’intenzionalità intrinseca ed una derivata: qualsiasi ente che esibisca intenzionalità può essere semplicemente considerato alla luce del suo atteggiamento. Tale è, per l’appunto, l’atteggiamento intenzionale. Noi utilizziamo correntemente l’atteggiamento intenzionale, nella vita di tutti i giorni, quando prevediamo ciò che potrebbe fare una persona in un determinato stato emotivo. Ma anche quando, ad esempio, diciamo che il forno ha attivato la ventola per raffreddare il suo interno, o che un determinato atomo cede un elettrone per stabilizzarsi.

8 Alieni asociali

  • 19 Dennett 1987.

46Un altro esperimento mentale, elaborato da Robert Nozick e ripreso da Dennett 19, chiarirà dove si vuole arrivare.

47L’esperimento in questione mette in ballo alieni super intelligenti, anziché robot. Immaginiamo che questi extraterrestri abbiano la capacità di prevedere tutte le nostre attività sociali, che normalmente prendono le mosse da sistemi di credenze più che fallibili, tramite un’analisi microfisica. Di una qualsiasi interazione fra due o più umani, essi sanno dare una spiegazione molecolare e descrivere, note le cause, come questa si svolgerà esattamente, senza ricorrere a ipotesi di livello superiore. Si potrebbe dunque pensare che le credenze, l’intenzionalità, siano una pura finzione e che il sogno riduzionista sia destinato a realizzarsi. In realtà, il metodo di previsione basato sull’atteggiamento intenzionale continuerebbe ad essere valido da un punto di vista umano, e l’unico per affrontare le situazioni quotidiane.

48Dennett parla di un possibile confronto fra un alieno e un umano riguardo la previsione di un comportamento semplice, come quello di andare a fare la spesa. Sulla base delle sue credenze l’umano potrebbe dare un resoconto, magari meno preciso di quello dato dall’alieno, ma di fatto coerente con la realtà. L’alieno, nella sua analisi microfisica, non potrebbe osservare il fenomeno di previsione basato sull’atteggiamento intenzionale, perché considererebbe questo stesso secondo il modello alieno, ma riuscirebbe comunque a descrivere i fatti. Il mondo si presenta attraverso diversi livelli di granularità, e dunque si presta a diverse strategie di analisi. Il fatto che l’alieno possa spiegare un evento umano senza ricorrere all’intenzionalità dimostra che l’intenzionalità non è il fondamento della realtà sociale, come sostiene Searle. La strategia intenzionale, adottata dall’uomo, è una strategia di spiegazione, non una realtà fondante.

49Per Dennett non si devono esagerare le pretese dell’intenzionalità. Dal momento che, per lo stato attuale della nostra teoria fisica o per la configurazione stessa del nostro intelletto, non possiamo prevedere il comportamento finale degli organismi tramite le cause efficienti, la strategia intenzionale funziona. Ma la nostra intenzionalità non è differente da quella di tutte le altre persone, animali o cose alle quali la attribuiamo. Infatti, i super alieni sono in grado di considerarci esattamente come tutti gli altri enti che fanno parte del nostro mondo. Dal nostro punto di vista, la strategia di questi ultimi è decisamente eliminativista, per loro non esistono che coordinate microfisiche. Non possiamo condividere il loro approccio, perché nella nostra osservazione abituale non possiamo fare a meno del senso comune. Allo stesso tempo, non possiamo avere la presunzione che il nostro approccio sia l’unico ontologicamente valido. Dobbiamo pensare alla finalità in un senso kantiano, e non strettamente leibniziano. L’intenzionalità, e quindi la spiegazione finalistica di determinati eventi, non è intrinseca alla natura delle cose, ma è dovuta a un’azione epistemologica dell’uomo.

50Gli enti sociali, materia prima dei nostri atteggiamenti intenzionali, vengono considerati dagli alieni secondo le loro coordinate microfisiche, come qualsiasi altro ente del nostro mondo. Nell’analisi umana, invece, sono dotati di una validità ontologica ben più rilevante. Da un lato sono essi stessi sistemi intenzionali: si può dire che la guerra ha voluto che i perseguitati uscissero da tale stato, o che il calo del Dow Jones ha costretto gli azionisti a reinvestire in altri titoli. Dall’altro, si pongono come oggetti estranei all’intenzionalità umana, esattamente come gli oggetti fisici.

  • 20 O almeno di quello che noi chiamiamo soggetto, visto che dal punto di vista alieno non si parla d (...)

51Si pensi al caso in cui il comportamento da prevedere per i due candidati, l’uomo e l’alieno, sia quello di un individuo che deve andare a prelevare denaro in banca, per poi pagare una polizza assicurativa. L’uomo deve sapere innanzitutto cos’è una banca e cos’è un’assicurazione, in secondo luogo deve conoscere l’ubicazione di una banca e di un’agenzia assicurativa, e infine deve possedere qualche nozione di pratiche burocratiche. L’alieno può ignorare tutto ciò, e di fatto lo ignora. La realtà sociale non ha un valore assoluto, come d’altronde nessun altro ente, dal suo punto di vista. L’alieno non la conosce, ma riesce a descrivere perfettamente il comportamento del soggetto20. Tuttavia la struttura a cui noi, che non viviamo in un mondo di coordinate microfisiche autoevidenti, dobbiamo fare affidamento è di altro tipo.

  • 21 Si noti che, in questo senso, l’uomo stesso è un semplice oggetto fisico.

52La posizione di Dennett è appena timidamente realista in quanto, pur accettando la strategia intenzionale come indispensabile metro d’analisi, crede nella effettiva scomponibilità della nostra realtà in componenti fisiche. Supponiamo comunque che si possano considerare, come è presupposto in un’ontologia realista, gli enti di alto livello nella loro genuinità. La strategia intenzionale ci mostra come non ci sia differenza fra oggetti fisici21 e oggetti sociali. Entrambi infatti funzionano nella stessa maniera, possono realizzare sistemi di fini analoghi e interagire secondo un sistema di previsione affine.

9 Evoluzione e struttura

53La teoria dell’atteggiamento intenzionale permette di porsi in una prospettiva ecologica, al di fuori della soggettività. Da qui, l’intenzionalità è vista come un’interazione con l’ambiente, naturale e sociale, che ne condiziona i fini. Un sistema intenzionale colloca l’intenzionalità umana in una posizione secondaria, ma permette la considerazione della realtà sociale per come essa si presenta.

54Si riprenda il primo esperimento mentale, quello dei robot. Si può concordare, con Dennett, che questi ultimi possiedano una qualche forma d’intenzionalità. Per quanto sia fantascientifico, nel caso in cui tali robot si riunissero in una microsocietà, dovrebbero allora fare i conti con gli oggetti sociali. Proprio questi condizionamenti sarebbero, per esempio, la causa di quel possibile “ammutinamento”, di cui ipotizzava Dennett. In generale, in un sistema intenzionale, le cause finali sono determinanti allo scopo di rilevare dove effettivamente ci sia intenzionalità. In questa ottica, viene definito come un essere intenzionale non (o almeno non solo) chi crea la realtà sociale, ma anche chi semplicemente la riconosce. Riconosce quei valori impliciti agli enti istituzionali di cui parlavano De Sousa e Smith. Il ruolo dell’intenzionalità “searlianamente” originaria, è secondario rispetto alla realtà, fisica e sociale, sulla quale sembra essere applicata.

  • 22 Dennett 1987, p. 400.

(...) ogni manufatto, a prescindere da quanta magia di IA sia progettata in esso, ha soltanto un intenzionalità derivata. Se rimaniamo attaccati a questa visione, la conclusione che ci si impone è che la nostra stessa intenzionalità è esattamente come quella del robot (...).
Noi siamo, in realtà, manufatti progettati nel corso degli eoni come macchine di sopravvivenza per geni che non possono agire rapidamente e istruttivamente nei propri interessi22.

55L’intenzionalità originaria sarebbe quindi derivata da quella come se. La questione è terminologica, perché in realtà, per Dennett, non esiste alcuna intenzionalità originaria. Il valore della teoria della selezione naturale, dice il filosofo, sta proprio nell’aver estromesso un Artefice intelligente dalla spiegazione delle origini, il “progettista”, in una simile visione evoluzionistica, è Madre Natura, intesa come processo di selezione naturale. Tale processo si svolge a più livelli, ma ha come base il patrimonio genetico. Perché l’uomo dovrebbe avere in ciò un ruolo privilegiato? Rispetto alla natura, che nel corso dell’evoluzione ha comunque dimostrato una sorta di “intelligenza”, l’uomo possiede inoltre la capacità di rappresentarsi i propri fini. Alla realtà che fuori di lui è sempre uguale, eppure in costante evoluzione, l’uomo ha opposto la capacità di pensarla diversamente.

56Ma questo non vuol dire che egli sia stato mai direttamente causa di tale realtà. L’uomo non è altro che manufatto, prodotto raffinato, che ha l’impressione di creare ciò che è invece frutto dell’evoluzione naturale. Egli riconosce gli enti sociali in un senso o in un altro, può interpretare un cocktail party come tale o no, ma sta di fatto che il cocktail party è reale al di là della funzione che ad esso è attribuita. Gli enti sociali e quelli istituzionali sono prodotti dell’evoluzione, all’interno dei quali il ruolo dell’uomo è fondamentale, ma non fondante. Essi emergono come strutture di comportamento, proprietà genuinamente nuove risultanti da combinazioni microfisiche. Non hanno precedenti nella storia evolutiva, e probabilmente non esisterebbero, qualora non esistessero animali o esseri umani. Ma l’uomo ha solo una capacità d’interazione, non di creazione immediata. Il linguaggio ottimizza lo svilupparsi di strutture sempre più complesse, ma non è indispensabile per la realtà sociale.

57Il caso degli insetti, analizzato da Searle, è esemplare del suo punto di vista, opposto a quello di Dennett:

  • 23 Searle 1995, p. 46.

E comune leggere che certe colonie di formiche hanno schiavi o che gli alveari hanno regine [...] ma è importante che si tenga presente che, letteralmente, perché una comunità abbia schiavi o una regina, è necessario che i partecipanti abbiano Fapparato necessario a rappresentare qualcosa come una regina o uno schiavo. Il solo comportarsi in certi modi (...) non è sufficiente perché una comunità abbia una regina o schiavi23.

58Emerge come per Searle una realtà sociale, per essere tale, debba essere costruita sulle rappresentazioni umane e sul linguaggio. Qui si vuole sostenere come non sia necessariamente così. Le capacità (come il linguaggio, le abilità di sfondo) evolutivamente emerse nell’uomo gli permettono di utilizzare gli oggetti sociali come se fossero cose materiali, maneggiarli come una scimmia potrebbe solo maneggiare strumenti primitivi. Questo non significa che il linguaggio crei dal nulla. Possiamo parlare di regine e di schiavi, cosa che ad api e formiche è preclusa, ma quei ruoli (si potrebbe azzardare, quegli status sociali) con tutto il valore ad essi implicito, sono già presenti in natura. Tant’è che di fatto le formiche, come molti altri animali, hanno (pur non avendo linguaggio) strutture gerarchiche, obblighi sociali e doveri.

59L’evoluzione ha portato al sorgere di una realtà sociale, sulla base di una realtà fisica. E’ vero ciò che sostiene Searle, che tale realtà è più un insieme di attività che una realtà oggettuale. Ma la sua obiettività non consiste in un’intesa intenzionale comune, quanto nell’essere uno spazio condiviso, presente in ogni aspetto della realtà fisica se intesa come sistema intenzionale. La realtà sociale è tale nella misura in cui in essa sono riconosciute finalità, non perché vi siano attribuite da qualche misteriosa manifestazione della nostra coscienza. L’ intenzionalità collettiva searliana, ammesso che esista qualcosa del genere, è una caratteristica estrinseca al mondo fisico, non può essere causalmente fondante. Si pensi agli alieni dell’esempio: non hanno alcun bisogno di postulare la sua esistenza, per descrivere i nostri comportamenti.

10 Verso un nuovo concetto di sopravvenienza

60Il fisico e il sociale sembrano effettivamente convivere, sul piano dei sistemi intenzionali. Considerarli secondo legami strutturali, in relazione all’altro livello dell’analisi dennettiana, quello puramente microfisico, genera meno problemi che fondare il loro rapporto attraverso l’intenzionalità collettiva. Se tale considerazione fosse possibile, anche il ruolo della sopravvenienza potrebbe apparire più chiaro. Il concetto di sopravvenienza fra fisico e mentale porta a difficoltà logiche ed epistemologiche, come si è visto nei paragrafi precedenti. Il concetto di una sopravvenienza strutturale di un livello macrofisico (ecologico) e sociale sopra quello microfisico originario potrebbe tenere. La realtà microfisica avrebbe, in ultima istanza, una pregnanza ontologica più forte; ma il livello sopravveniente, come sistema intenzionale, possiederebbe un grado di realtà indipendente. Il valore degli enti sociali sarebbe una di quelle proprietà assolutamente nuove di cui parlava Broad, sorta storicamente da configurazioni fisiche primitive.

61Si prenda l’esempio della corporation. A livello microfisico sono analizzabili le configurazioni molecolari del luogo in cui viene istituita, degli uomini che ne fanno parte, delle sedi nelle quali essa è riconoscibile. Ma non ha neppure senso parlare di corporation, a questo livello. Una corporation è propriamente tale quando viene riconosciuta nel suo essere interagente con altre corporations, nel muoversi alFinterno dello spazio ecologico e sociale. E’ interpretabile, all’interno di un sistema intenzionale, per ciò che essa fa, e non per ciò che fanno i suoi membri.

62Nel considerare la liceità dell’affrontare la realtà sociale secondo l’atteggiamento intenzionale, e la plausibilità della sopravvenienza strutturale di tale realtà sopra la base fisica, si è sacrificato in parte il presupposto realista. Attraverso l’analisi affrontata si ha avuto modo di pensare agli enti sociali come sostanzialmente indipendenti dai loro realizzatori, evolutivamente sorti da un mondo fisico. Accettare la teoria dennettiana per tutelare questo punto di vista porta con sé un inconveniente. Un sistema intenzionale sopravviene su uno fisico, e non è riducibile ad esso, ma la sua realtà è comunque un riflesso del secondo. Il sistema intenzionale non è condizionato in tutto e per tutto dal sistema microfisico che realizza, ma è innegabile che si fondi su di esso.

63Non è un inconveniente così grave. D’altronde era chiaro, sin da quando si è iniziato ad analizzare il concetto di sopravvenienza, che fosse implicita ad esso la nozione di dipendenza. Il genere di sopravvenienza di cui si sta parlando ha almeno il vantaggio di non mettere in conflitto ordini causali differenti. Il mondo è uno solo, ma esistono maniere differenti, assolutamente compatibili, di vederlo. Cosa che Kim, prendendo in analisi la proposta searliana, negava risolutamente. Con questa nozione di sopravvenienza non si vuole negare che il mondo funzioni secondo leggi fisiche, o sostenere infiltrazioni dei livelli superiori su quello basico. Solo che, pur facendo parte della stessa realtà, esistono un piano microfisico e uno ecologico considerabili con strumenti differenti.

64In definitiva, la plausibilità della sopravvenienza degli enti sociali sta nella considerazione del comportamento degli enti all’interno di uno spazio condiviso. Non per questo si vuole sostenere una teoria comportamentista. Non si vuole sostenere nessuna teoria che abbia a che fare con la realtà del mentale, perché non è ciò che in un’ontologia della realtà sociale interessa. Si è visto come la mente, e il linguaggio, pur permettendo un’ulteriore evoluzione della realtà sociale, siano essi stessi inseriti all’interno del contesto sociale. Sono determinati dallo sviluppo biologico che ha generato nuove forme d’interazione fra gli organismi, via via più complesse. Il presupposto naturalista, dal quale si era partiti, è mutato, ma non è scomparso.

65La nozione di sopravvenienza che si è andata delineando non corrisponde a una misteriosa manifestazione di proprietà nuove. All’interno di un sistema intenzionale tutte le proprietà sono sopravvenienti in un senso più sottile. Gli elementi di una determinata struttura, interagendo fra essi, portano alla luce valori nuovi alle loro configurazioni. Le proprietà sopravvenienti non sono definitive. Ovviamente il linguaggio ha un potere stabilizzante e così, parlando, possiamo definire con una certa precisione determinate realtà. Ma tali realtà non sono dipendenti dal nostro linguaggio, mutano in continuazione sotto la spinta dell’evoluzione naturale.

66Questo genere di sopravvenienza non ha un valore ontologico forte, non è dotata di una reale esistenza, rinvenibile di quando in quando durante l’evoluzione del cosmo. Riveste piuttosto una validità esplicativa, in quanto descrive quel processo per cui, nel corso dei millenni, le forme di vita sul nostro pianeta (l’uomo in particolare) hanno sviluppato delle forme di convivenza e di conflitto, quelle sociali, così raffinate da non sembrare rispondere alle leggi deterministiche della fisica.

11 Conclusioni

67Searle non è in grado di dimostrare (o mostrare, semplicemente) il ruolo della sopravvenienza all’interno di una teoria antiriduzionista. In parte perché lui stesso riduce il sociale all’intenzionale, in parte perché rimane vincolato alle strutture teoriche della biologia, e quindi indirettamente a quelle della fisica. Tale legame con le scienze forti, pur avvalorando le sue tesi, lo porta a scontrarsi contro le critiche di Kim. Critiche che si dimostrano decisive, anche per un naturalista non-materialista come si definisce Searle.

  • 24 Dennett ha mostrato come, in realtà, l’ammissione di comportamenti finalizzati non contraddice per (...)

68La soluzione all’aporia sollevata da Kim non sta tuttavia nell’abbandono dei presupposti scientifici. Optare per il dualismo cartesiano rappresenta un passo indietro, rispetto al tentativo di elaborare un’ontologia unitaria. La rivalutazione della nozione di causa finale, invece, permette una differente considerazione dei fatti sociali, pur senza negare il primato della fisica. Un fisicalista convinto probabilmente non accetterebbe tale nozione, in quanto introduce una sorta di indeterminazione all’interno del nostro mondo24. Costui si appellerebbe al problema dell’esclusione causale, rifiutando qualsiasi evento che violi la chiusura causale del mondo fisico. Sta di fatto, però, che nella descrizione quotidiana dei fatti che accadono intorno a noi (e sembrano dipendere da noi o dalle istituzioni che ci circondano) non possiamo escludere l’esistenza di entità di livello superiore rispetto a quello microfisico. Non possiamo spiegare gli accadimenti storici e sociali senza fare riferimento a un comportamento finale, pena l’incomprensione della loro autenticità.

69Le cause efficienti e quelle finali possono convivere nella misura in cui sono due aspetti inscindibili dell’evoluzione. Gli oggetti sociali, considerati come enti nella descrizione dei quali è maggiormente rilevante la causa finale, sono un prodotto tardo e particolarmente sofisticato del processo evolutivo. Come tali le loro proprietà, differenti rispetto a quelle degli enti meramente fisici, possono essere dette sopravvenienti. Per Searle, l’emergere della coscienza rappresenta una mutazione ontologica, una trasformazione qualitativa profonda. In realtà, l’intenzionalità attribuibile al Capitale è solo quantitativamente diversa rispetto a quella di un’ameba. In generale, dunque, la sopravvenienza non rappresenta un salto ontologico fra entità differenti, bensì il sorgere di forme di esistenza via via meno vincolate alla base fisica. Si è cercato di dimostrare che l’intenzionalità non fonda la realtà sociale, ma ne fa parte. E uno strumento di analisi, una strategia di spiegazione applicabile con profitto all’intera realtà, non un anomalo divisore fra mondo fisico e mondo sociale.

70La sopravvenienza, pur essendo una nozione metafisicamente problematica, ha inoltre una funzione positiva nel fare da ponte fra il senso comune e findagine scientifica. Proprio per questo è un concetto tanto difficile da dimostrare quanto da eliminare, perché in esso sono racchiuse molte nostre convinzioni profonde. In fondo, anche nella sua versione più ingenua, rispecchia, a livello filosofico, Patteggiamento che abbiamo quotidianamente nei confronti del mondo circostante. Un mondo nel quale vediamo solo oggetti fisici, ma ci riferiamo in continuazione ad oggetti sociali. Un mondo alfinterno del quale, di fatto, ci comportiamo in una maniera che fa pensare che essi esistano, a tutti gli effetti.

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Bibliografia

I riferimenti in nota alle opere riguardano le edizioni originali. I riferimenti a brani estrapolati riguardano le traduzioni italiane citate in bibliografia. Laddove non esista un’edizione in italiano, la traduzione è da considerarsi dell’autore di questo articolo.

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Note

1 Searle 1995.

2 Smith 2002.

3 Searle 1995.

4 Smith 2002; Id. 2003.

5 Smith 2002; Id. 2003

6 Come è possibile che l’intenzionalità, che per Searle è intrinsecamente soggettiva, venga condivisa?

7 Searle 1995, p. 68.

8 Smith 2002, p. 4.

9 Searle 2002.

10 Searle 2002, p. 15.

11 De Soto 2001.

12 Smith 2003.

13 Alexander 1920.

14 Morgan 1923.

15 Broad 1925.

16 Leibniz 1686, p. 71.

17 Dennett 1987, pp. 398-399.

18 Dennett 1978.

19 Dennett 1987.

20 O almeno di quello che noi chiamiamo soggetto, visto che dal punto di vista alieno non si parla d’altro che di strutture fisiche.

21 Si noti che, in questo senso, l’uomo stesso è un semplice oggetto fisico.

22 Dennett 1987, p. 400.

23 Searle 1995, p. 46.

24 Dennett ha mostrato come, in realtà, l’ammissione di comportamenti finalizzati non contraddice per nulla il determinismo in fisica (Dennett 2003).

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Lorenzo Baravalle, «Sopravvenienza del sociale»Rivista di estetica, 33 | 2006, 177-195.

Notizia bibliografica digitale

Lorenzo Baravalle, «Sopravvenienza del sociale»Rivista di estetica [Online], 33 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/4369; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.4369

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