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Quasi-cose che spariscono e ritornano, senza che però si possa domandare dove siano state nel frattempo. Appunti per un’estetica-ontologia delle atmosfere

Tonino Griffero
p. 45-68

Testo integrale

1 Segmentando

  • 1 «Le premesse creano un mood, cioè una sorta di vena umorale, che a sua volta crea l’atmosfera del r (...)
  • 2 Cfr., per iniziare, Tellenbach 1968; Schmitz 1964-80,1969» 1998; Bòhme 1985,1995,1998,2001, 2006; H (...)
  • 3 Ciò che, altrove, si può dire dei buchi (Casati-Varzi 2002, p. 13).
  • 4 «E assolutamente certo che un elemento importante del mondo della comprensione è dato dalla coerenz (...)

1In psicologia da tempo si parla dell’“effetto atmosfera” eventualmente creato da certi sillogismi, segnatamente da quelli che “sentiamo” come maggiormente persuasivi del tutto indipendentemente dalla loro validità logica1. Da due premesse particolari e affermative (alcuni A sono B, alcuni B sono C), ad esempio, molti sono indotti, appunto in virtù di questo effetto “atmosferico”, a trarre un’affermazione altrettanto particolare e affermativa ancorché erronea (alcuni A sono C), laddove, ovviamente, sarebbe perfettamente possibile la situazione, nient’affatto contraddittoria rispetto alle premesse, in cui “nessun A è C”, e la sola conclusione legittima sarebbe, piuttosto, l’impossibilità di trarre qualsivoglia conclusione da tali premesse. Ma non c’è bisogno di chiamare in causa i caratteri, relativamente “devianti”, della psicologia inferenziale, e neppure di accogliere in toto, enfaticamente, la tesi secondo cui l’oggettivazione atmosferica dei presunti sentimenti interiori rivoluziona «la faccia del mondo [...] e il modo in cui l’uomo si autocomprende» (Schmitz 1969, p. XIV), per riconoscere che, sul piano dell’esperienza percettiva, conviviamo quotidianamente con le “atmosfere”. Che continuamente le chiamiamo in causa, pur non sapendo dire esattamente che cosa siano (un po’ come il tempo per Agostino) e tanto meno darne una descrizione obiettiva, non da ultimo in ragione della loro natura intermittente, umbratile, in ogni caso totalmente “situazionale”. Non ci resta, quindi, che “accogliere” questo concetto, riflettendo sulla sua recente e promettente storia filosofico- fenomenologica2, ma senza tralasciare il radicamento di questo tema nel nostro senso (sensorio) comune. Il fatto è che tutti parliamo di atmosfere, le descriviamo (con tutta la vaghezza del caso), ne teniamo addirittura conto nell’agire e nello spiegare certe interazioni causali3, ne facciamo una clavis ermeneutica4, non importa quanto involontariamente, pur di giustificare delle sintonizzazioni empatiche altrimenti inspiegabili. Quando uno se ne va dicendo “non mi piace l’atmosfera che si respira...”, quando il padrone di un esercizio commerciale esorta i dipendenti a “creare un’atmosfera friendly per il cliente...”: ebbene, in questi come in innumerevoli altri casi contiamo, appunto, sulla possibilità a) di percepire e b) di creare delle atmosfere, attribuendo appunto al valore atmosferico dei nostri “intorni” (per usare un termine provvisorio) il fatto di per sé “misterioso” che ci si senta a proprio agio (“a casa propria”, si dice) o meno (“come un pesce fuor d’acqua”) in questo o quello spazio. E, del resto, abbiamo buonissime ragioni per farlo. Ciò che varrebbe persino se con “atmosfera” intendessimo soltanto quel “tempo” (in senso meteorologico) che si chiama in causa soprattutto quando ci si trova in situazioni di imbarazzo e non si ha, a rigore, nulla da dire, tipicamente in ascensore, in treno o nelfanticamera di uno studio medico. In fondo, potremmo dire, non c’è nulla di più filosofico che questo “parlare del tempo”, giacché niente investe la vita quotidiana e il corpo-proprio più intensamente delle condizioni ottico-climatiche (in senso lato).

  • 5 «Nessuna percezione senza una significatività vissuta [...] nessuna obiettivazione (percezione, c (...)

2Ora, sarà pur vero che gli oggetti garantiscono dei vantaggi rappresentazionali (Casati 2003), risultando così facilmente inscrivibili nel nostro inventario ontologico di base, a sua volta forse legittimato a contare sui propri tradizionali dualismi (in primis quello tra mente e corpo) dalla psicologia evolutiva, la quale sostiene che la capacità di distinguere, cartesianamente, corpo e spirito è innata, è cioè una risposta evolutiva della nostra specie (Bloom 2004). E tuttavia, non appena si trascendano la “rappresentazione”, con tutte le implicazioni “distanziami” del termine, e il “giudizio” (nel senso strettamente predicativo), si dovrebbe ammettere che sono proprio le atmosfere a imporcisi per una loro indiscutibile originarietà “estetica”, a determinare talmente la nostra passività affettivo-emozionale e la nostra percezione ordinaria (l’irriducibile fulcro tematico sia della fisica ingenua sia del senso comune) da suggerire l’ipotesi, certo conflittuale con quella psicologico-evolutiva appena citata, che la separazione tra cose e significati non sia se non un fenomeno tardivo dell’evoluzione biofisica (ed esclusivamente umano, tra l’altro) e mai del tutto sostitutivo della più originaria simbioticità (Hauskeller 1995, p. 35, citando Straus 19562, p. 201). Lina priorità - chiariamolo subito - per nulla inficiata dall’ovvia constatazione che le atmosfere sono “cose” difficilmente definibili, giacché non stupisce affatto che, volendo scomodare Aristotele, ciò che precede nell’ordine esperienziale debba invece seguire nell’ordine cognitivo; che, in altri termini, pur essendo la “cosa” a noi più prossima per natura, l’atmosfera sia per contro la “cosa” più lontana per la nostra comprensione, qualcosa di ben più enigmatico di quanto lo siano i segni, le persone e le cose in senso stretto (Böhme 1998, p. 7). Sfuggenti ed elusive quanto si vuole, le atmosfere sono, comunque, dei quasi-enti (un assunto che Böhme mutua da Hermann Schmitz, il fondatore della cosiddetta Neue Phänomenologie), dei semi-oggetti per nulla astratti (a differenza dei numeri) o riconducibili a mere possibilità (quanto meno sul piano della loro ricezione vissuta), sono dei fenomeni in larga parte coincidenti con quelTimperituro che, pur difficilmente comunicabile, risulta salvaguardato in qualsiasi rammemorazione adeguatamente sollecitata5 (quasi superfluo citare qui la madeleine proustiana.. .). Ciò che intendiamo dire, in prima approssimazione, è che il mondo non è, come normalmente ma erroneamente si pensa, formato anzitutto da cose distinguibili e numerabili, giacché, ancor prima di effettuare qualsivoglia distinzione e numerazione, ciascuno di noi è investito da stati d’animo insediati nel nostro spazio circostante, da atmosfere che percepiamo, se così si può dire, “passivamente”.

  • 6 L’«atmosferico» (nell’odore e nel gusto) è per Tellenbach (1968, p. 31), appunto, l’«imperituro c (...)
  • 7 Qualcosa di simile ci pare pensi Tellenbach (1968, p. 56), quando dice che «sotto il segno dell’a (...)
  • 8 Sulla distinzione tra percezione e constatazione (esperienza e conoscenza), oggi in larga parte r (...)

3Certo, si fa presto a dire “percezione”, mentre è decisamente più complesso capire che cosa sia una “vera” percezione. Si potrebbe infatti sostenere, un po’ esagerando, che nella vita le percezioni nel vero e pieno senso della parola si contano sulle dita delle mani, se con ciò s’intende, a differenza delle percezioni ordinarie (in gran parte esauribili in schematismi convenzionali), i tramiti di autentiche “scoperte” favorite dall’immediato contatto con la realtà. Queste percezioni, nelle quali non è illecito ravvisare il caso estremo e l’intensificazione di quelle ordinarie, sono a loro volta necessariamente vincolate a un certo “orientamento”, a una “visione” (non necessariamente da cercare al cinematografo, come pretende la celebre freddura weberiana); sono suscitate cioè, come frutto di una selezione, da quella che una certa (storicistica) antropologia filosofica è, a giusto titolo, solita definire in termini di “significatività”6. Se è vero, infatti, che già i sensi, a seconda della costituzione specie-specifica dell’organismo cui appartengono, “selezionano” un certo “rilievo”, conferendogli il titolo di “realtà” all’interno di un materiale più ampio e grezzo - il quale, ovviamente, potrebbe fungere da matrice di molteplici realtà “possibili” -, in ragione della sua “significatività” sotto il profilo sia biologico sia esistenziale (del suo “interesse” per noi, nel senso lato del termine), potremmo pensare alla percezione atmosferica come a una segmentazione primaria (estesiologica)7 non troppo diversa da quella operata dalla fisica ingenua nel suo fondarsi «su rappresentazioni e principi intuitivamente accettabili e pragmaticamente efficaci» (Casati-Varzi 2002, p. 133), ancorché orientata, in questo caso, a cogliere piuttosto gli stati affettivi suscitati nel soggetto da cose e ambienti a lui esterni. Stati indotti, più precisamente, da “situazioni” soggetto-oggettive di taglia mesoscopica e mesopsicologica e che eccedono qualsiasi sapere esperto, costituendo così, non da ultimo per il loro scaturire da una percezione sinestesica e preteoretica del valore, il dato più originario della nostra sensibilità in termini di “salienza”, cioè di azione che le cose e/o gli ambienti esercitano sul soggetto sotto il profilo motivazionale. Come gli strumenti cognitivo-categoriali del senso comune, anche la percezione atmosferica consiste, infatti, in una percezione non distanziante-constativa8 e non solo visivo- oculare, ma diretta e deambulatoria, sinestesica (si parla normalmente di colori caldi, suoni luminosi, di voce ambrata o terragna, ecc.) e intermodale (potendo ottenersi il medesimo effetto con mezzi sensoriali anche molto diversi), che potremmo sommariamente descrivere come l’estrazione di invarianti da un flusso, di un repertorio familiare e relativamente sistematico (una “topica” atmosferica) di tipi affettivi e di varianti emozionali in una certa misura anche prevedibili, nel loro essere oggetto - lo vedremo — sia di esperienza vissuta sia di produzione intenzionale. Si tenga presente, inoltre, che si tratta di una percezione (selezione), comunque funzionale perché in larga misura “vera”, ossia corrispondente alla realtà, così come essa appare, sia chiaro, al senso comune (Griffero 2005c), se è vero che anche l’esperienza atmosferica a) si limita agli eventi percepibili e introspettivamente attestabili, senza cercarne la causa in oggetti ed eventi non percepibili, e b) appare l’esito (una condizione fondamentale) di processi non soggetti a deliberazione. Prendendo sul serio il realismo metodologico (Ferraris 2002, p. 168, 197) che consiste nel provare ad attribuire tutto ciò che è possibile alle cose, prima di far intervenire il costruttivismo (proiettivismo) del soggetto, tenteremo di conferire, in prima istanza, alle atmosfere in quanto semi-cose un loro specifico “punto di vista” (Griffero 2005a), per verificare poi in che misura esse possano rientrare di diritto nel repertorio ontologico in cui consiste la nostra ordinaria segmentazione della realtà.

2 Percezioni non disambiguabili

  • 9 Per Hauskeller, Jeff Koons sarebbe f equivalente pratico di ciò che Gernot Böhme rappresenta teor (...)

4Se accogliamo il suggerimento di pensare alla filosofia, fenomenologicamente intesa, come alla «autoriflessione dell’uomo circa il modo in cui egli si orienta nel proprio ambiente» (Schmitz 1990, p. 5), anche il tema delle atmosfere rientra di diritto nella vivida quanto generica formula delle “cose stesse” (cui si dovrebbe tornare). Col che si estende anche alla filosofia il diritto, tradizionalmente concesso solo all’arte, privata di qualsiasi valenza epistemologica, di esprimere “come ci si sente” (Schmitz 1994, p. 11), di esaminare l’effettiva esperienza della vita senza ipoteche fisicalistiche, ma, anzi, cercando di comprenderne l’intricata articolazione situazionale (comprendente, nei termini di Schmitz, stati di cose, programmi e problemi). E chiaro che, nel trattare l’atmosfera come «un’articolazione sensibilmente e affettivamente avvertibile, e quindi esistenzialmente significativa, di possibilità vitali realizzate o non realizzate» (Seel 2003, p. 152), non si potrà, però, fare a meno di una fenomenologia estetica (o, meglio, estesiologica). E se anche fosse vero che, venuta meno la funzione di surrogato secolarizzato svolta dall’arte rispetto alla vita religiosa, «si è dissolta la sintesi culturale alto-borghese e si è, così, infranta l’estetica quale sua chiave di volta che incollava insieme pezzi di per sé eterogenei», a tal punto che «“estetica” è il nome di una disciplina in disfacimento» (Schmitz 1998, p. 182; cfr. anche Schmitz 1990, p. 455), ci pare che questo certificato di morte, lungi dall’invali- dare l’ubiquità dell’estetica, ne ratifichi, proprio con lo smembramento, anche la capillarità sotto al titolo (per usare il termine di Böhme) di “lavoro estetico”. Solo un pregiudizio indotto dalla totale identificazione con le parole d’ordine dell’“età dell’arte”, infatti, può giustificare la svalutazione del lavoro estetico e dell’estetica come scienza in termini, rispettivamente, di pura e semplice «tecnica dell’impressione» e «tecnologia dell’impressione» (Schmitz 1998, p. 182). Vale, semmai, il contrario, ossia che il solo modo di essere all’altezza dell’estetizzazione della realtà, “sconfinamenti” dell’arte contemporanea inclusi, sembra proprio quello di proporre una “nuova estetica”, attenta a quanto in un ambiente come in un’opera, in un paesaggio come in una pubblicità, attiene all’emozionalità, vale a dire svolge un ruolo “atmosferico” (Böhme 1995, pp. 7-12, 21-48; per una critica Hauskeller 2002)9.

5Esclusa ogni totale identificazione dell’estetica con il mondo dell’arte, con un discorso filosofico, cioè, che marginalizza (cfr. Böhme 1995) il corporeo-sensibile, privilegiando il “giudizio” (in tutti i sensi del termine) e quindi la “critica” se non addirittura l’interpretazione (ermeneutica) o la decodifica (semiotica), che stigmatizza l’estetizzazione quotidiana che presiede a quella sorta di universalità di cui oggi il design sembra godere, ravvisandovi esclusivamente una sorta di sconsacrazione della (presunta) grande arte, si può finalmente (tornare a) pensare che estetico equivalga in tutto e per tutto a percettivo. A patto, però, che si abbia in mente la percezione come comunicazione corporea con le qualità sensibili (sentite come) salienti, ossia emergenti e sopravvenienti rispetto ai comportamenti inosservabili del sistema fisico soggiacente, vale a dire come registrazione vissuta (non meramente constativa) di “impressioni” attraverso un esser-presso affettivo e non oculare-distanziante. Un percepire che può dar luogo a un risultato positivo ma anche “negativo”, basti pensare all’esempio, ricordato a suo tempo da Uexkuell (1956, pp. 195-201), dell’occultamento deH’immagine percepita da parte della pregressa immagine “di cerca” (o quanto meno dall’abituale “tonalità di cerca”), ma anche al fatto non raro per cui neppure si percepisce ciò che è profondamente estraneo, magari perché tabuizzato. Non è affatto strano, allora, che si possa arruolare anche questo percepire, appunto perché inteso come presa d’atto delle disposizioni corporee indotte da qualità atmosferiche di certe porzioni dei nostri “intorni”, più come (per dirla alla maniera di Merleau-Ponty) un essere percepiti che come un percepire, nel folto catalogo delle nostre passività.

6C’è modo e modo, infatti, di non essere padroni a casa propria. All’esproprio suggerito da Freud possiamo qui sostituire quello atmosferico, secondo cui

ci sono soggetti solo grazie a fatti soggettivi, senza che la soggettività-per-qualcuno già presupponga questo qualcuno come soggetto. Piuttosto, alla radice, nell’essere affettivamente toccato, la soggettivìtà-per-me è tale che la parola “me” va intesa non tanto come pronome quanto come un avverbio (come “qui” e “ora”) che non nomina un oggetto ma caratterizza un milieu, esattamente come anche con la parola “qui” non ci si riferisce a un oggetto (“il qui”) ma a ciò che è qui, nel milieu della massima vicinanza (Schmitz 1994, p. 15).

7Indicazioni programmatiche che, pur avendo un valore più generale, risultano del tutto pertinenti alla resistenza opposta da Schmitz all’inarrestabile processo di deantropomorfizzazione — di oggettivazione psicologico-riduzionistico-introiettivistica — che guida la scientificizzazione moderna. Esse supportano il suo progetto, teso a valorizzare l’impermeabilità del mondo della vita (o comunque Io si voglia chiamare) alle qualità (solo) primarie (nel senso lockeano) sulle quali fu edificato il ciclopico progetto di “neutralizzazione” del mondo oggettivo, teso, detto altrimenti, a riconferire un primato esperienziale ai “significati”, e senza ridurre questi ultimi alla sola sfera pragmatica (utensili, alimenti, armi), ma tematizzando semi-cose come la notte e il vento, Fautunno e la luce metropoli- tana, e così via. Infatti, si nuota nell’acqua e non nell’H2O, si vedono luci e non vibrazioni o onde elettriche, la guancia dell’amata appare dolce e desiderabile solo a una certa distanza (al microscopio, non sarebbe che una superficie costellata di crateri), diciamo che una voce è malinconica perché ha un certo timbro e canta una certa melodia e non per ragioni legate all’esatta misurazione dello spettro sonoro: ecco, dall’esame di questi esempi si evince che le atmosfere sono delle qualità che, pur prive d’interesse per la teoria fisica a causa della loro estraneità alla struttura causale del mondo (Smith 1992, p. 38), non dipendono esclusiva- mente da particolari percezioni e/o credenze (linguaggi e/o teorie). Potremmo, pertanto, intendere la problematica delle atmosfere come una nota a margine del più vasto tema husserliano della costituzione passiva (sintesi passiva), in specie per quanto riguarda l’immodificabilità della ricettività correlativa ai processi di auto-organizzazione processuali in cui sono impegnati i fenomeni stessi, nonché il carattere, per così dire, pre-cosale di quanto inerisce, in forma di apriori materiale, alla passività originaria (Husserl 1948, p. 70, n. 3). Anche rispetto alle atmosfere, infatti, è relativamente vero che «nessun soggetto “sintetizzatore” potrebbe far sorgere legami laddove non ce n’è alcuno» (Piana 1979, p. 40).

  • 10 Per questa problematica cfr., più in generale, Varzi (2001, pp. 141 ss.).

8Naturalmente si pone - e infatti viene regolarmente posto - il problema di quali siano i criteri di identità e di identificabilità delle atmosfere, al di là di definizioni che, nella loro vaghezza, suonano perlopiù come degli alibi. Quando si dice, ad esempio, che l’atmosfera (in senso estetico) consiste in un «accertarsi sensibile-emozionale di corrispondenze esistenziali» (Seel 2003, p. 153), ancora non si dice nulla, infatti, su tutta una serie di problemi per noi particolarmente urgenti. Le atmosfere coincidono o meno con i nostri sentimenti, suggerendo così l’inutilità della distinzione tra causa ed effetto? Possono spostarsi con le persone e/o le cose che le irradiano, oppure sono spazio-temporalmente vincolate? Dipendono dai materiali degli oggetti che ne costituiscono la fisionomia, oppure tali materiali sono sostituibili, senza pregiudicare l’esito complessivo? Quanti caratteri componenti l’atmosfera possono essere tolti o mutati, senza che l’impressione generale ne risulti trasformata? Le atmosfere esistono anche se nessuno le percepisce attualmente? Quanto, cioè, sono indipendenti dalla consapevolezza che se ne può avere? E così via “complicando”, ma senza tralasciare il problema principale: il richiamo a un’atmosfera segnala una vaghezza semantica (de dicto: la descrizione atmosferica designa in modo vago uno spazio determinato) o una vaghezza metafisica (de re. la descrizione metafisica designa un’entità vaga, dai confini evanescenti)10?

3 Situazionalità

9Ma prima di affrontare (alcuni di) questi problemi, conviene sottolineare che la filosofia delle atmosfere ci pare una speciale declinazione della più generale filosofia delle “situazioni”, segnatamente delle pionieristiche considerazioni sulla Umwelt ricavabili dalla biologia teoretica di Jakob von Uexküll. In breve: se a ogni piano costruttivo e funzionale del mondo animale corrisponde, fin da principio, uno specifico piano del mondo-ambiente quale correlato specifico di una specifica dotazione organica (percettiva e operativa), non sarà possibile ipotizzare che, come il mondo vitale non è che un caso speciale dei mondi vitali possibili, anche l’atmosfera non è se non una variazione individuo-specifica dei molteplici spazi emotivi umani? Di più: così come l’uomo è il solo tra gli animali che può conoscere questo suo mondo-ambiente come mondo biologico (conchiuso e separato da altri), e quindi anche il solo che può implicitamente trascendere (almeno sotto il profilo teorico-ipotetico) i vincoli della propria Merkwelt e Wirkwelt, non sarà il solo anche a poter tematizzare le Stimmungen atmosferiche in cui si trova situato e, quindi, ad almeno immaginarne altre?

  • 11 Per un vasto quanto indicativo elenco di concetti analoghi cfr. Rothacker (1948, p. 161), che parla (...)

10La medesima quercia ha valenze e significati differenti nelle diverse Umwelten degli organismi che vi si rapportano (Uexküll 1956, pp. 213 ss.): è, ad esempio, una possibile catasta di legno per il boscaiolo, uno spaventoso demonio per la fanciulla a cui le abrasioni della corteccia ricordano il viso deforme di un uomo, una solida tana per la volpe che si riposa tra le sue radici, un nido per la civetta che se ne sta tra i rami, e così via, apparendo ora minacciosa e ora protettiva. Lo stesso oggetto, per usare il linguaggio più neutrale possibile, presenta dunque tonalità diverse nei diversi mondi individuali (tonalità di utilità, tonalità di minaccia, tonalità di ricovero e di sostegno, ecc.), tanto che si può dire che «ogni mondo individuale ne [della quercia; N.d.A.] ritaglia quella piccola parte in cui trova il supporto dei caratteri percepiti e dei caratteri effettuali dei propri deh funzionali» (Uexküll 1956, p. 219). Ora, facciamo un passo in più e proviamo a ipotizzare che a queste tonalità — circoscritte fin qui, alla luce della basilare quadripartizione biologica, a quattro ambiti funzionali come il medium, il nutrimento, il nemico, il sesso —, a queste Bedeutsamkeiten11, si possano e debbano aggiungere anche quelle che possiedono una valenza atmosferica. Si noti, tra l’altro, come la sottolineatura della dipendenza dalla Umwelt — il fatto, detto altrimenti, che gli spazi (lo spazio operativo, lo spazio tattile, lo spazio visivo) co-varino insieme agli organi — possa mitigare l’obiezione secondo cui la tonalizzazione pratico-emotiva di ogni nostro percepire non scalzerebbe la costituzione puramente percettiva delle formazioni oggettive (Piana 1979, pp. 49-50), permetta, appunto, al discorso sulla “visione pratico-emotiva” di uscire dalla sua connaturata vaghezza.

11L’ipotesi, dunque, è che la tonalità atmosferica goda di quella medesima priorità che Husserl è disposto a conferire al momento figurale complessivo rispetto ai suoi singoli componenti. Così come vedo, ad esempio, la fila di alberi prima dei singoli alberi, così pure percepisco una qualche valenza atmosferica dell’intero ambiente in cui mi trovo ben prima di provare qualcosa di specifico nei confronti degli elementi che lo compongono e, a maggior ragione, di poterne dare una descrizione analitica. Si tratta di riprendencfere la teoria di Schmitz, secondo cui le “situazioni” sono a) totalità chiuse e compatte, b) formate da un “alone” di significatività diffuso al loro interno, cioè da b1) fatti (quasi fossero delle protenzioni delle cose), b2) programmi (la “consentibilità” di ciò che è presente) e b3) problemi (enigmi o rischi), ma integrandovi la già citata teoria del mondo-ambiente, fino a riconoscere - di contro alla tesi schmitziana secondo cui non tutte le situazioni hanno una carica atmosferica e non tutte le atmosfere corrsipondono a una situazione (Schmitz 1998, p. 178) - che non esistono situazioni prive di una carica atmosferica, diversa, in fin dei conti, solo per intensità.

4 Reazioni imago-motorie e affordances

12Non c’è dubbio: è il timore di una regressione all’indistinzione animale segno- significato a spingere molti a respingere a limine la centralità delle atmosfere. Rifiuto che echeggia quello di molti filosofi di rango, mossi a minimizzare la co-dipendenza uomo/ambiente in nome della (presunta) facoltà del “distacco” specifica dell’uomo. E invece proprio il tema dell’involontarietà dell’atmosferico ci induce a prendere sul serio l’ambito delle cosiddette reazioni motorie. Prendiamo l’esempio (Székely 1932, pp. 227 ss.) di chi stia dormendo e senta un spiffero freddo attraverso la finestra. Ebbene, costui potrebbe a) coprirsi di più, senza svegliarsi, b) svegliarsi un po’ e pensare “ho freddo”, c) destarsi completamente, percepire obiettivamente-causalisticamente il fatto che “il freddo proviene dalla finestra” e porvi rimedio. Ora, tra b e c si situa uno strato che riteniamo, appunto, sia alquanto prossimo a ciò che vogliamo chiamare atmosferico. Questo per dire che ci sono caratteristiche degli oggetti e degli eventi che, modificando o comunque modulando in maniera specifica il medium circostante in virtù della loro semi-cosalità, spezzando l’omogeneità dello spazio, riorientandolo e colmandolo di tensioni e suggestioni motorie, inducono in chi li osserva una specie di mimesi cinetico-corporea, in breve delle incontrollabili reazioni motorie. Ciò che le atmosfere fanno, talvolta anche solo in qualità di immagini.

13Introducendo la nozione di “reazioni imago-motorie”, si prospetta l’esistenza, sovraordinata rispetto al flusso sensomotorio che regge tutti gli eventi psichico-corporei sotto f’impulso di stimoli fisici, di una struttura di risposta riflesso-motoria, per lo più preconscia o semiconscia, che viene scatenata non da stimoli fisici ma da immagini, magari, a livello elementare, secondo una duplice modalità (simpatetico-contagiosa o aggressivo-difensiva). Una struttura della quale è percepibile solo il decorso motorio, l’impressione riflessa, mentre non lo è l’origine, rappresentata da immagini-stimolo (da intendere in un senso che eccede l’otticità umana). Si pensi alla perfetta sintonia fusionale rilevabile in una coppia di ballerini particolarmente affiatati, i quali formano «quasi un unico essere con quattro gambe» (Rothacker 1966, p. 329), oppure alla potenzialità sviluppata dal mero ricordo della madeleine proustiana; più banalmente, alla potenza suggestivo-motoria dell’immagine erotica, o, ancora, ai brividi suscitati dalla violazione di un tabù: in tutti questi casi l’organismo reagisce non solo con principi d’azione o effetti muscolari, ma anche con espressioni linguistiche e soprattutto - che è poi ciò che più c’interessa - «con variazioni umorali e inversioni dell’intero comportamento oggettive e vissute nella soggettività» (Rothacker 1966, p. 337)- È ben noto, ad esempio, che l’effetto spazial-emotivo esercitato sull’individuo dall’architettura (specialmente d’interni) non riguarda esclusivamente la sua percezione oculare, ma determina abitudini motorie (banalmente: di comodità o scomodità ad esempio) nel nostro corpo - «anche i nostri occhi e orecchi reagiscono a momenti aptici» (Rothacker 1966, p. 339) - che sono ben lontane dall’essere razionali e guidate dalla consapevolezza. Il fatto, a tutti ben noto e per alcuni eccezionalmente realizzabile, di poter influire su alcuni dei propri processi fisiologici, ad esempio sui propri moti viscerali ma anche sulla pulsazione cardiaca, sulla salivazione, si spiega appunto con l’utilizzo di queste reazioni imago-motorie: pensiamo al suono di certe parole, cui si obbedisce quasi senza capirne il senso, oppure alla circostanza paradossale per cui si potrebbe essere commossi fino alle lacrime dalla lettura di un menù da parte di un abile attore.

14La percezione atmosferica, parzialmente indotta quindi anche dalle reazioni imago-motorie, è la conseguenza della nostra inaggirabile “situazionalità”, del fatto, cioè, che, seppure inavvertitamente, l’ambiente circostante agisce sempre sulla nostra personalità nel suo complesso. Di qui la convergenza della nozione di atmosfera non solo con quella delle reazioni imago-motorie, ma anche e soprattutto con quella gibsoniana di affordance (e, pur tra mille cautele, anche con quella heideggeriana di “utilizzabilità” nell’ambito della cosiddetta “visione ambientale preveggente”). L’idea - in estrema sintesi — è che possano qui fungere da affordances, veicolate dalla luce riflessa (ma anche, andando oltre Gibson, dagli altri canali sensoriali), ossia da significati presenti nelle cose a livello ecologico e non fisico, non solo le segmentazioni dell’ambiente contenenti indicazioni pragmatiche, ma anche quelle segmentazioni atmosferiche che, basandosi su “nicchie” sopravvenienti di natura formale e qualitativa e non necessariamente sollecitate dal soggetto percipiente, lo inducono a reagire emotivamente in questo o quel modo. Procedendo quindi oltre l’insistenza gibsoniana sul comportamento (Gibson 1986, p. 341), si potrebbe ipotizzare che anche l’osservatore che non presenti uno specifico tipo di comportamento percepisce, accanto alle affordances ecologiche delle cose - magari momentaneamente tacitandole, il che spiegherebbe, tra l’altro, anche l’occasionale necessità intraestetica della “distanza” -, anche le affordances atmosferiche, passando così dall’affordance indicante un beneficio o uno svantaggio a quella il cui contenuto è puramente emozionale. L’argomento - lo sappiamo bene - si presta all’obiezione ormai classica della cosiddetta “fallacia patetica”. Eppure ci pare che tale obiezione non valga al cospetto di una definizione ontologica e percettologica delle atmosfere, volta cioè a impostare su basi rinnovate il problema della quasi-oggettività delle qualità terziarie. Adattando al nostro tema le parole di Gibson (1986, p. 224), potremmo dire che la percezione di una cosa, o meglio ancora di un ambiente, è sempre la percezione di una certa atmosfera come sua affordance, perché non è mai «un processo di percezione di un oggetto fisico privo di valori, a cui il significato è qualcosa di aggiunto in un modo su cui nessuno è in grado di concordare [ma] un processo di percezione di un oggetto ecologico ricco di valore»: la percezione (sinestesica), ad esempio, di un bosco fitto, ossia di uno spazio inquietante nel suo non permettere una libera osservazione né un’arbitraria locomozione, nel suo essere caratterizzato dallo stormire delle fronde, dalla frescura e dall’odore di muschio, ecc., è difficile che non susciti in ciascuno la Stimmung complessiva di uno «spazio crepuscolare» (Bollnow 1963, pp. 223-224). Certo, quel medesimo bosco potrà essere più o meno spaventoso, rispettivamente per il cittadino che vi si avventura e per il contadino che vi vive nei pressi, ma altrettanto certamente osterà a qualsiasi proiezione di un sentimento di gioia e leggiadria.

  • 12 Per un’idea analoga cfr. Ströker (1977, p. 26): «viene quindi meno anche nello spazio emotivament (...)

15Queste riflessioni, valorizzando la tesi antiseparatista circa il rapporto tra descrizione e valutazione, rinviano necessariamente a quelle gestaltiste sulle cosiddette qualità espressive, ampliandone l’applicazione — s’intende — dal cosiddetto oggetto “incontrato” a qualcosa di più composito come gli ambienti. Senza tornare in dettaglio sull’argomento (Griffero 2005c, pp. 59-61), sul percorso, cioè, che va dalla scoperta del valore emotivo-espressivo percepibile nelle “apparenti” relazioni di causalità tra forme in movimento e attestabile perfino in configurazioni che, pur prive di movimento reale, esprimono gli “effetti” di un’azione pregressa (Massironi 1998, pp. 230-232), passando per la tesi estrema secondo cui «ogni oggetto rivela la propria essenza [...] un frutto dice “mangiami”, l’acqua dice “bevimi”, il tuono dice “temimi” e la donna dice “amami”» (Koffka 1935, p. 17), fino ad arrivare alla ridefinizione della dipendenza, anche puramente per- cettologica, delle (cosiddette) qualità primarie da quelle secondarie e perfino da quelle terziarie (i modi-d’essere), si può però concluderne che le qualità non sono affatto così soggettive come sembra, derivando non dalla mera proiezione e/o dai processi associazionistici dei soggetti, ma dalla loro collocazione topologica nelle cose esterne. Come le qualità espressive, così anche le atmosfere potrebbero essere degli «ingredienti percettivi presenti dentro ai fatti stessi», dei «brividi di significato presenti nelle cose» (Bozzi 1990, pp. 88 ss.)12 e la cui interosservabilità e ripetibilità sarebbero fuori questione. Si tratterebbe dunque di ammettere, in forza di questo percepire “patico”, di questo sentire immancabilmente correlato all’espressività delle qualità sensibili - «ciò che è sentito non è una qualità vista, ma è un volto del mondo, una certa atmosfera che si esprime e che non si dà a leggere o a decifrare, ma a provare in maniera immediata, come nel momento in cui si sente il temporale nell’aria oppure quando si prova gioia o tristezza» (Dufrenne 2004, p. 50; corsivo nostro) -, una almeno relativa oggettività dell’aspetto qualitativo, dell’effetto irradiato dagli oggetti e responsabile delle nostre valutazioni spontaneo-intuitive. Detto altrimenti, una relativa oggettività dell’effetto suscitato dai centri di accumulazione che, in senso non (non solo) causale-topologico ma anche assiologico e motivazionale (salienza, preferibilità, ecc.), costellano quel continuum sensorio multidimensionale (Smith-Casati 1994) in cui consiste, propriamente, il mondo dell’esperienza.

  • 13 Bianchi estende utilmente la nostra letteratura di riferimento (Griffero 2005c) e ritiene il discor (...)

16In breve: la percettologia (la fenomenologia sperimentale della percezione) e l’estetica-ontologia delle atmosfere (intesa come componente primaria del senso comune) (Griffero 2005c) paiono convergere qui13, aderendo alla nota affermazione di Wertheimer secondo cui “il nero è lugubre prima ancora di essere nero”, ma soprattutto alla tesi più generale secondo cui si coglie l’atmosfera sensibile-emozionale complessiva di un oggetto o di un ambiente prima di qualsiasi sua disamina analitica (concettuale e oggettuale). E in tal senso, le atmosfere, come ogni altra qualità terziaria, potrebbero essere considerate dei “brividi di significato” presenti nelle cose e negli ambienti. Fuor di metafora: se le qualità espressive, in quanto informazioni di carattere emotivo largamente condivise e non frutto di vibrazioni soggettive occasionali, sono una componente di base di ogni atto cognitivo-percettivo (Massironi 2000, pp. III ss.), la percezione atmosferica può essere considerata un completamento amodale emotivo il cui esito è una sorta di «sovrastruttura emergente» (Bozzi 1990, p. III), mossa a integrare “culturalmente” il mero assetto ottico (Massironi 1998, p. 119) e dotata di un valore oggettivo, quindi, quanto meno in un ambito culturalmente e cronologicamente omogeneo (in certe culture, ovviamente, il nero non evoca nulla di lugubre).

5 Ontologia delle atmosfere come semi-cose

17Abbiamo già ricordato che le atmosfere sono definite delle semi-cose. E proprio delle semi-cose le descipline scientifiche sottovalutano gravemente il ruolo esercitato nella nostra vita percettiva, misconoscendo così tutto ciò che non può ontologicamente rientrare né tra le cose in senso proprio né tra le loro qualità sensoriali (linguisticamente: né tra i soggetti né tra i predicati). Urge, pertanto, qualche precisazione (mutuata, in larga misura, dai testi di Schmitz e Böhme) circa lo statuto ontologico delle atmosfere come semi-cose.

  1. Anzitutto, esse compaiono e spariscono, senza che ci si possa sensatamente domandare dove e in che modo siano esistite nel frattempo (un luogo per tutti: Schmitz 1998, p. 188). L’osservazione, pur suggestiva, denuncia però fa propria residua dipendenza dall’ontologia cosale, se non altro perché la domanda circa il donde e il dove delle atmosfere implica forse ancor sempre l’Umwelt corrispondente ad animali cacciatori superiori, i principali interessati a “cose” nel senso tradizionale del termine, ossia a «stabili supporti di significato che è possibile cercare anche una volta che siano scomparsi dal campo percettivo» (Spranger 1944, p. 237). Eppure il punto non va ontologicamente sottovalutato: il fatto che le atmosfere svaniscano così come sono apparse, lungi dall’essere un’intollerabile ambiguità ontologica (come invece ritiene Hauskeller 1995, p. 30), ci pare segnali proprio una promettente affinità con altre ambigue — e proprio perciò interessanti — dimensioni eccedenti l’ontologia cosale classica.

  2. Le atmosfere, inoltre, agiscono non come delle cause dell’influsso ma sono quest’influsso stesso, ratificando così la natura auto-manifestativa delle cose stesse, non sono cioè banalmente riconducibili al processo tradizionale dell’esteriorizzazione di un interno (donde, tra l’altro, anche la salutare fine di ogni enfasi interioristica).

  3. Ma non sono neppure proprietà dell’oggetto (come individuarlo del resto?), mettendo in mora perciò la tradizionale versione “cosale” dell’ontologia, modellata inevitabilmente su enti conchiusi e portatori di proprietà accidentali (anche se eventualmente piuttosto costanti). Detto altrimenti: le atmosfere sono qualità che le cose o gli eventi non “hanno” ma attraverso cui (a volte esclusivamente) si mostrano, forme della loro presenza spazial-corporeo-affettiva, in gran parte irriducibili alla potenzialità (pensabilità), a differenza delle proprietà (nel senso tradizionale del termine), che infatti sussistono anche quando ci si limiti a pensare le cose come veicoli di qualità.

  4. Sono un “tra”, reso possibile dalla co-presenza (corporea ma anche sociale e simbolica) di soggetto e oggetto, con la precisazione che in questa co-presenza del sentire del soggetto e delle qualità ambientali non solo si percepiscono le atmosfere, ma esse addirittura nascono, fornendo una sorta di “trascendentale” del rapporto io/mondo, in quanto «senza il tra atmosferico non potrebbe in generale darsi una cosa come l’incontro (col mondo)» (Hauskeller 1995, p. 32). Le atmosfere si presentano, se si vuole, come degli «oggetti intermedi raggiunti» (Brunswik), i quali, poiché ci sono dati a metà strada rispetto agli oggetti oggettivi delle scienze quantitative, godono di una peculiare «oggettività della soggettività» (Wellek 1967, p. 16).

  5. Diversamente da altri aspetti della fisica ingenua, le atmosfere sono comunque relativamente emendabili, ancorché unicamente sul piano del senso comune. In seguito a una più duratura esperienza dello spazio emotivo in cui si è entrati, un’atmosfera apparentemente tesa potrebbe, ad esempio, rivelarsi dominata da una tacita euforia. Quel che è certo è che, proprio per la sua costituzionale vaghezza (oggettuale, de re quindi), l’atmosfera è epistemicamente inemendabile, in quanto, se, al limite, potrei anche dire che “vedo” il bastone diritto nell’acqua (qualora assumessi una portata fattiva del verbo “vedere”) nonostante appaia spezzato nell’immagine che ne ho, l’atmosfera affettivo-corporea cordiale di una certa compagnia, e la descrizione semantica che se ne può dare, non possono in alcun modo essere surrogate da una precisazione del polo oggettuale, vincolata ovviamente a un livello più fine di granularità.

  6. Non c’è entità senza identità: già, ma le atmosfere devono pur avere una qualche identità, se è vero che ci si sbaglia frequentemente nel percepirle e, a maggior ragione, nell’effetto che si vuole ottenere creandole ad hoc. C’è qualcosa, insomma, nel tramonto lacustre o nell’umbratilità autunnale di un bosco che rende del tutto impossibile ravvisarvi un’atmosfera allegra.

  7. Una delle conseguenze ontologicamente più rilevanti, anche in questo caso già segnalata (soprattutto Böhme 2001), è che le atmosfere non esistono mai, se non in modo assai improprio, come stati meramente potenziali. Anzi, secondo Hauskeller (1995, p. 14), sarebbe perfino insensato parlare di un’atmosfera opprimente, se questa non stesse opprimendo proprio ora qualcuno. Le atmosfere, allora, sarebbero solo e sempre dei fenomeni o atti puri, fa cui esistenza coincide unicamente con la loro apparizione. Laddove all’attribuzione di proprietà è sufficiente la mera pensabilità (so che un quadrato ha certe proprietà geometriche indipendentemente dal fatto di percepirlo concretamente) — di qui il tipico conflitto intrapercettivo che si ha nello schematismo tra l’istanza astraente e quella concretizzante, eventualmente anche atmosferica —, le atmosfere assurgerebbero ad atti puri, presentandosi come un caso emblematico della “fenomenicità non fenomenistica del fenomeno”. Eppure qualcosa non torna qui. Anzitutto perché un’atmosfera non presente, e magari solo ipotizzabile (“arrederò questa camera perché susciti un’atmosfera di relax”), è assente in un modo diverso non solo da come la parete alle mie spalle è assente dalla scena in atto, ma anche dal modo in cui è assente, ad esempio, un personaggio di finzione: della parete assente, l’atmosfera (assente) condivide l’inerenza al decorso percettivo, mentre del secondo tutt’al più l’inerenza al decorso memoriale. Proviamo, allora, a pensare alle atmosfere (momentaneamente assenti) come a quello che in altro contesto si è chiamato «presente esteso», ossia a un’emozione spazializzata in quanto «sezione di un decorso ritenzionale-protenzionale» (Piana 1979, p. 37). In fondo, è solo perché appartengono alla percezione anche le scene trascorse e quelle anticipate che possiamo definire ciò che percepiamo anche, e non impropriamente, in termini atmosferici. Diciamo “tesa” l’atmosfera che aleggia in una sala d’aspetto d’ospedale - i cui caratteri di per sé, beninteso, potrebbero anche significare altro - appunto perché anticipiamo la scena successiva (la visita, la diagnosi ecc.) e/o ricordiamo scene precedenti (altre attese, con certi esiti e non altri), ma possiamo anche immaginare a quali condizioni essa cesserebbe di essere tesa, per diventare addirittura confortante, ad esempio qualora si fosse fino a quel momento disperato di trovare un medico che potesse aiutarci, oppure, essendo dipendenti dell’ospedale, si contasse sull’equipe di pronto soccorso come su una sorta di seconda “famiglia”. Tutto ciò vuol dire che, esattamente come ogni altra esperienza attuale (e a differenza del ricordo), anche la percezione atmosferica impone sì i propri dati (donde la passività della sintesi), ma pur sempre «in un contesto di possibilità aperte», visto che «nel presente posso sempre fare qualcosa» (Piana 1979, p. 80), ad esempio (per tornare all’ospedale) mitigare l’atmosfera di tensione leggendo o, meglio ancora, parlando con gli altri pazienti e prendendo consapevolezza di patologie ben più gravi della mia. Ne viene che l’atmosfera diviene subito meno tesa, non tutte le componenti spaziali mantengono la loro tonalità fredda e/o aggressiva, e talvolta persino il dolore finisce per essere meno acuto (di certo diminuiscono gli spasmi dovuti alla tensione). Di più: l’atmosfera può mutare addirittura per la sola aggiunta di un qualche pensiero e/o di qualche elemento: una palla in un angolo del cortile può, ad esempio, suscitare l’atmosfera giocoso-infantile dei bambini, ma questa cambia quasi del tutto non appena mi sovviene il ricordo della prematura scomparsa di uno di loro, oppure quando dietro la palla scopro, seminascosto, un oggetto il cui significato è incongruo se non contraddittorio rispetto alla “qualità” espressa dalla palla. Eppure è sempre la stessa palla, adagiata nella medesima posizione, indipendentemente dal pensiero e/o oggetto aggiuntivo.

  8. Le atmosfere sono, inoltre, relativamente intersoggettive e relativamente intermodali. Pur tra varie sfumature, lo stato d’animo di chiunque partecipi a un funerale è quello, quanto meno, di cordoglio e di malinconia, se non altro per le riflessioni sul destino comune che l’evento immancabilmente suscita. Certo, l’intersoggettività è molto più completa quando una determinata atmosfera «può essere co-realizzata da chiunque abbia o conosca le corrispondenti affinità esistenziali» (Seel 2003, p. 154) - affinità di tipo sensoriale ma anche, inevitabilmente, di tipo cultural-biografico. Quanto all’intermodalità, basti pensare al fatto che, pur non essendo in tutto e per tutto la medesima, la freddezza suscitata dall’uso di certi colori ha inevitabilmente qualcosa in comune con la freddezza suscitata dal tipo di arredamento, con quella suscitata da certe parole e da un certo tono della voce, con quella che deriva da una certa (magari anche intenzionale) illuminazione, con quella suggerita dal ricorso a certe sonorità metalliche, e così via. O dovremo forse attribuire questa affinità soltanto alla lessicalizzazione della metafora (“freddezza”) con cui saniamo una lacuna della lingua e la conseguente vaghezza semantica?

6 Atmosfere semioggettive e non reificazioni proiettive

  • 14 Come suggerisce Hauskeller (1995, pp. 29-30), il quale paragona i sentimenti, nella concezione re (...)
  • 15 Ad esempio la sua distinzione tra atmosfere collettive e atmosfere private, tra il sentimento atm (...)
  • 16 «Nell’attività sia dell’olfatto sia del gusto il soggetto si fonde col mondo così come questo si pr (...)

18Non so se tutto cominci davvero in Grecia nella seconda metà del V secolo a.C. Ma è senza dubbio suggestivo collocarvi l’avvento della “carriera” dell’astrazione, intesa come riduzionismo e introiezione (dei sentimenti), nella fattispecie, e per quello che ci riguarda, come il duplice processo per cui il soggetto s’illude di controllare il mondo esterno, debitamente ridotto a classificazione quantitativa, e il mondo interno, a sua volta preventivamente ridotto a sentimenti soggettivi in larga parte controllabili. Questa, notoriamente, la posizione di Hermann Schmitz, impegnato a descrivere (e a stigmatizzare) come la civiltà occidentale abbia ridotto (oltre tutto, illusoriamente) i sentimenti, sentiti in precedenza come delle potenze spaziali esterne, che divampano in modo abissale-in-fondato — un’opzione estrema a cui Schmitz è indotto dalla necessaria violenza della propria campagna anti- soggettivistica, ma che sarebbe difficile “dimostrare”14 —, a delle pure e semplici forze psicologiche interne, per definizione almeno relativamente governabili. Schmitz, viceversa, tenta di reificare il più possibile gli stati d’animo, considerandoli - posto che non siano mere finzioni (una distinzione, inutile dirlo, assai problematica) - non poi molti diversi da «case e alberi», cioè «non più soggettivi di quanto lo siano le strade maestre, solo meno facili da fissare» (Schmitz 1969, p. 87). I sentimenti sarebbero, dunque, analogamente al tempo in senso climatico, «effusi atmosfericamente a distanza» (Schmitz 1969, p. 98), cioè delle atmosfere, tanto quando sono sovrapersonali, e quindi non coincidenti né col soggetto né con l’oggetto (la “quiete prima della tempesta”, la “febbre della ribalta” oppure le atmosfere religiose), quanto quando sono personali, e quindi attribuibili al proprio io, ancorché appaiano comunque nello spazio (una certa scarpa in un angolo suscita un’atmosfera, ovviamente, solo in chi abbia un rapporto affettivo di qualche tipo con le scarpe e/o con ciò che esse rappresentano, oppure in chi sia spinto a percepirla animato dall’estraniante “coscienza estetica”, come nel caso di una scarpa vista al museo). Ma un’estetica-ontologia delle atmosfere non ha bisogno di accogliere in toto la pur rilevante impostazione di Schmitz15, per riconoscere, lungi dalla classica riduzione fenomenologica dei sentimenti ad atti intenzionali, che soggetto e mondo sono intrecciati fin dall’inizio, convivono, senza che sia necessario gettare dei ponti (intenzionali) tra di loro (ciò che implicherebbe una scissione pregressa), in una sorta di presente spaziale scindibile in soggetto/oggetto unicamente a posteriori e in forza di un’astrazione. Che è poi quanto, in fondo, rilevava già Hubertus Tellenbach rispetto all’olfatto e al gusto, al “sensorio orale” come senso specifico della prossimità, ritenuto a giusto titolo il garante privilegiato, quasi un retaggio del suo primato nei neonati e nel mondo animale, della confidenza e/o della diffidenza che si prova direttamente verso il mondo circostante16.

  • 17 Un modo di pensare probabilmente suggerito dal modello dell’odore: «l’atmosfera di una cosa si este (...)

19Se le atmosfere esistono, sono, appunto, le semi-cose, non ammesse dalla fisica propriamente detta, che stiamo tematizzando, ragionando sia sulla loro forma (confini, composizione, ecc.) sia sulle loro disposizioni (capacità d’interazione con altre cose e/o atmosfere). Cioè, da un lato, sull’ambiente oggettuale e/o sociale che, per così dire, le ospita, donde il domandarsi se abbiano dei confini, ossia se e dove si possa stabilire con qualche precisione il venir meno del loro influsso17; dall’altro sull’eventuale situazione controfattuale indotta dalla loro presenza, assenza o incongruenza (quale atmosfera si vivrebbe in una stanza d’ospedale caratterizzata da luci basse e “calde”, musica di sottofondo, colori vivaci e gruppi di persone ridenti?), su come le si crea e le si utilizza, su come ci si possa sbagliare tanto nel realizzarle quanto nel recepirle (ma sentire erroneamente un’atmosfera è un’atmosfera erronea o un sentire erroneo?). Senza dimenticare, poi, la componente della corporeità, appunto perché le atmosfere sono (già per Schmitz) i “ponti della comunicazione corporea”, un altro nome per quella “intercorporeità” che ossessionava (sotto al titolo di “carne”) l’ultimo Merleau-Ponty. Prendiamo ad esempio l’atmosfera erotica irradiata da una certa persona. Se è erroneo e frutto di infiniti equivoci attribuirle il medesimo desiderio erotico suscitato in noi, è altrettanto erroneo credere che si tratti di una nostra reazione assolutamente soggettiva e puramente proiettiva, non considerare, cioè, che quella persona è pur sempre la fonte effettiva di tale irradiamento emozionale. Lo stesso dicasi, ad esempio, di un’interfaccia informatica che sentiamo come friendly, di un oggetto fatto di legno anziché d’acciaio o di plastica con l’esplicito fine di evocare, mediante un materiale in cui la rigidità non va a scapito della naturalezza e del “calore”, il valore di genuinità che oggi (e solo oggi e solo in certi contesti culturali, per di più) ascriviamo alla (auspicabile) vita rustica, ecc.

  • 18 Con “montagna” si indica, infatti, «un determinato profilo montuoso che limita l’orizzonte umano; (...)
  • 19 Osserviamo, di passaggio, che proprio dall’eventuale contrasto tra l’estraneità e/o l’inesistenza (...)
  • 20 Lo spazio emotivamente connotato è un «essere per un soggetto d’esperienza vissuta, oltre a ciò n (...)

20Sia chiaro: la realtà è precisamente quel che è, indifferente a ciò che ne pensiamo e vi sentiamo. E tuttavia ciò che essa selettivamente, in modo quindi inevitabilmente antropomorfico, rappresenta esiste solo per noi, meglio per degli esseri percipienti. Non solo, com’è ovvio, esistono baie solo per chi naviga, ma anche “cose” decisamente meno “interpretative”, e più primitive sotto il profilo descrittivo, come una spiaggia e una montagna esistono, a rigore, solo per degli esseri che possano considerarle, rispettivamente, un possibile approdo e un impedimento della vista (umana), che possano cioè, come si è già detto, includerle nel loro mondo-ambiente, traducendole, per così dire, «in uno spazio di movimenti possibili» (Böhme 1995, p. 171). Se, ad esempio, perfino «una cloaca può essere per un essere vivente dotato di un organismo diverso esattamente ciò che per noi, se siamo cacciatori, è un bosco, ossia un parco di caccia» (Rothacker 1964, p. 70). Se, inoltre, una cosa “ovvia” come una montagna, in fondo, esiste esclusivamente a seguito di una certo modo di segmentare lo spazio esterno (sulla base cioè di confini fiat) (Smith 2002), dunque - e quali che siano i termini cui si ricorre — sempre solo sulla base di una “certa” prospettiva (non importa quanto insuperabile)18. Se, in sintesi, già la struttura cosale (individuata da categorie e schemi) risulta, almeno in parte, l’effetto di una “costruzione”, il prodotto di segmentazioni ontologiche “interessate” di questa o quella comunità umana, a maggior ragione soggetto-dipendente dovrà apparire lo spazio sentimentalmente qualificato19. Ma soggetto-dipendente non vuol dire affatto illusorio, né dipendente dalla presenza in atto di un certo percipiente. Come provare questa affermazione? Innanzitutto a) col fatto che anche nell’esperienza ordinaria non è insolito tenere distinti il sentimento che abbiamo e l’atmosfera (magari distonica) che percepiamo attorno a noi, perfino nel caso in cui sia proprio questa atmosfera la causa (più verosimilmente, l’occasione) di quel sentimento, e possa, a sua volta, essere considerata l’esito di sentimenti (di altri uomini). Quando, sulla metro ad esempio, si osserva una scena interumana e si ha l’impressione che si tratti di una messinscena teatrale, quando ci si mostra un mobile Ikea e ci vien detto che è un costosissimo “pezzo di design”, si produce, a tutti gli effetti, un’aura atmosferica prima assente e che dipende, verosimilmente, dal contrasto tra l’atmosfera immediata e quella suggerita dalla “seconda” impressione. Inutile tacere quello che è sicuramente il problema filosoficamente centrale: lo spazio emotivamente tonalizzato irradiato da certe cose e da certi eventi esiste e poi viene percepito (questa la posizione di Schmitz), oppure esiste nella (e grazie alla) copresenza di soggetto e oggetto (Böhme), o, ancora, esiste solo in quanto così viene percepito (Ströker)20?

21Proviamo a esemplificare, integrando la casistica primaria offertaci da Hauskeller (1995, p. 13, 15, 26).

  1. È possibile, infatti, anzitutto che l’atmosfera di un certo ambiente ri-orienti completamente la situazione emotiva in cui mi trovo quando vi faccio il mio ingresso, risultando, pertanto, del tutto refrattaria a qualsiasi (più o meno consapevole) tentativo di adattamento proiettivo compiuto dal soggetto. Può accadere, cioè, che io percepisca proprio quell’atmosfera come oggettivamente data e non possa non condividerla.

    • 21 «Nessuno» può «essere costretto al riconoscimento dei suoi stati (ossia degli stati atmosferici)» (...)

    Ma può accadere anche che io percepisca e comprenda l’atmosfera effusa in un certo spazio, che anzi la possa definire, e forse perfino descrivere ad altri, indipendentemente da concetti stabili, senza peraltro sentirmene toccato (è come se, per così dire, la “leggessi” nell’aspetto fenomenico-fisiognomico degli altri e/o delle cose). In altri termini, è possibile riconoscere la radice “oggettiva” di un’atmosfera, senza però condividerla (né esservi costretto)21, donde, evidentemente, la possibilità di separare con sufficiente precisione il sentimento incontrato (causa) e Tesserne o meno colpiti affettivamente (effetto), ammettendo, ad esempio, che un paesaggio autunnale avvolto nella nebbia dovrebbe incutere malinconia, anche se, per ragioni imprecisate, ciò non vale hic et nunc per me.

  2. E poi possibile, naturalmente, anche che il mio stato emotivo sia talmente prorompente da impedirmi finanche la rilevazione sensoriale-affettiva dell’atmosfera contraria ivi presente: di qui l’eventualità che ci si possa trovare in una situazione di inadeguatezza “emozionale”, fonte per se stessi per gli altri di grande imbarazzo (come quando si arriva euforici in un gruppo di consimili che sta invece vivendo un dramma), che ci si senta e si venga sentiti come “fuori posto”, magari anche solo perché si è culturalmente estranei al modo in cui un certo gruppo sociale esprime e irradia intorno a sé certi sentimenti.

  3. Ma non è escluso che, viceversa, io possa anche trasformare l’atmosfera presente, modificando via via, ad esempio, Tumore degli astanti in forza dell’atmosfera che mi circonda e che irradio nello spazio emozionale cui accedo: un’atmosfera - perché no - suggeritami, eventualmente, da quello stesso spazio emozionale che esercita sugli altri un effetto atmosferico diverso se non addirittura opposto.

  4. È poi possibile “sentire” una certa atmosfera, senza necessariamente spingere gli altri a condividerla, anche laddove essa non sia adeguatamente veicolata da un oggetto, non abbia cioè affatto una base (almeno) relativamente oggettiva: posso ben rattristarmi, per ragioni tutte mie, anche di un cielo limpido e sereno, ricavare un’atmosfera tesa se non opprimente dal riso dei bambini, ecc. E, del resto, è solo in seconda battuta e in un contesto (sentito come) letterario che si può condividere il fatto che aprile sia “il più crudele dei mesi”.

  5. Posso poi percepire una certa atmosfera irradiata da una persona, anche quando non la provi in alcun modo la persona che appunto la irradia (è quello che, prototipicamente, si esprime dicendo che “ci si vergogna per un altro”). Il che implica, ancora una volta, che il percipiente non è necessariamente colpito da un sentimento (il quale, piuttosto, coincide con questo suo essere-colpito), oppure che si può provare un’atmosfera per interposta persona, sentendo in certo qual modo ciò che “dovrebbe” normalmente sentire lui.

  6. Un ulteriore problema, non necessariamente indulgente nei confronti del proiettivismo, riguarda la possibilità di distinguere tra cose e situazioni cui inerisce in modo relativamente costante la capacità di suscitare certe atmosfere, e cose e situazioni che, invece, se ne fanno carico occasionalmente, a seconda cioè sia della costellazione di cui entrano a far parte sia dello stato d’animo di chi le considera: anche una situazione festosa può irradiare un’atmosfera sinistra, ad esempio se risulta in contrasto con lo stato d’animo che per questa o quella ragione la compagnia dovrebbe avere, un paesaggio circonfuso da un’atmosfera idilliaca cessa di essere tale quando, ad esempio, pur senza che ne mutino le componenti percepite, sappiamo che è l’esito di operazioni artificiali e che sono magari costate l’esproprio di chi vi risiedeva.

  • 22 II connesso esperimento mentale che immagina di non avere nomi per cose e soggetti ma solo per fa (...)

22La casistica — non è difficile immaginarlo — potrebbe risultare anche più complicata. Ora, quel che ci interessa, qui, è mostrare, anzitutto, che l’atmosfera non può essere totalmente ridotta alla proiezione del soggetto. Se è vero che, ad esempio, anche gli elementi più neutri di un paesaggio (cfr. Griffero 2005b) possono essere affettivamente assimilati all’irradiazione del sentimento principale che colora tale paesaggio, per cui si potrebbe dire che «la nostra anima s’impadronisce del paesaggio» in virtù dell’«impulso a cercare per i nostri sentimenti un oggetto in cui essi possano trovare espressione» (Hellpach 1911, p. 185, pp. 186-187), non è però meno vero che tutti esperiamo dei paesaggi non sottomessi alle irradiazioni degli stati interiori soggettivi, anzi, come si è già ricordato, tanto resistenti alle nostre interpretazioni proiettive da modificare lo stato d’animo sulla cui base li abbiamo percepiti. Questa semi-oggettività delle atmosfere trova un’ulteriore prova a suo favore dall’ambito dei saperi destinati appunto alla creazione di atmosfere (scenografia, progettazione d’eventi, allestimento museale, arredamento d’interni, architettura, urbanistica, ecc.). Proprio il fatto che questi saperi siano delle autentiche professioni (con manuali, docenti, cattedre universitarie, ecc.) dimostra che la valenza atmosferica può essere ragionevolmente condivisa intersoggettivamente, in senso perlomeno statistico. Possedere una competenza atmosferica significa, infatti, saper creare delle atmosfere, manipolando certi stimoli fisici e psicologici e ipotizzandone statisticamente l’effetto; in altri termini, significa predisporre le situazioni da cui verosimilmente (statisticamente) si sprigiona questa o quella atmosfera, allestire cioè delle «totalità caotico-molteplici con un alone eli significatività e in cui rientrano quanto meno i fatti e perlopiù anche i programmi e problemi» (Schmitz 1998, p. 185). Il che mostra, una volta di più, che l’estetica-ontologia delle atmosfere implica una ingente revisione dell’ontologia classica, esemplata sul mondo come costellazione di cose con proprietà o di eventi: l’ontologia atmosferica deve fondarsi, piuttosto, sulle “situazioni”22.

  • 23 Ma non solo per Bohme. Cfr. Lippe (1987, p. 515): «un qualcosa non è mai soltanto rinchiuso nel s (...)

23Ma il punto è tutt’altro che pacifico. Rileviamo, infatti, un evidente contrasto tra chi, come Schmitz, si sforza di radicare le atmosfere nelle situazioni, respingendo per quanto possibile la disgregazione delle situazioni in cose e persone singole e tentando di dare alle atmosfere la massima indipendenza possibile dal soggetto, e chi, come Böhme, cerca, invece, di mitigare la natura eccessivamente fluttuante delle atmosfere, anzitutto vincolandole, per quanto possibile, alle cose (o persone o costellazioni di cose e persone), delle quali le impressioni atmosferiche sarebbero delle vere e proprie “estasi”, non di rado perfino con finalità evoluzionistiche (Böhme 1995, p. 30; Schmitz 1998, p. 187), in secondo luogo ricorrendo alla distinzione tra la dimensione dell’“atmosferico”, ritenuta per la sua tendenza reificante maggiormente indipendente dall’io, e quella, più soggetto-dipendente, dell’“atmosfera”: ad esempio, tra la “notte” come qualità atmosferica relativamente intersoggettiva e condivisa, e la “notte” che coincide con l’atmosfera che ha “questa-notte-per-me”, eventualmente determinata dal contrasto tra l’attuale stato emotivo e la mia consueta idiosincrasia per la notte in genere; o anche, per fare un altro esempio, tra la percezione di una minaccia indistinta e la precisazione “x mi minaccia” in seguito alla quanto meno parziale localizzazione sensoriale dell’oggetto minaccioso (Böhme 2001, pp. 45 ss., pp. 168-172; Griffero 2006, §9c). In sintesi: per Böhme le atmosfere sono le estasi delle cose23, anche se inanimate (un promettente suggerimento nella direzione anche di una Naturphilosophie assata sul concetto di “auto-organizzazione”), laddove per Schmitz (1998, p. 188) l’atmosfericità sembra dipendere, piuttosto, dal fatto che i sentimenti possono depositarsi — come nei corpi, anche in cose e semi-cose incorporee e anaffettive - in modo tale che, quando diventano oggetto di incorporazione per un soggetto corporeo, l’affezione depositatavi «passa al corpo-ad-hoc che prende forma nell’uni-corporalizzazione e irradia internamente il corpo del soggetto che si è così uni-corporalizzato (Schmitz 1990, p. 478). Dove è evidente che lo scrupolo di Böhme consiste nel rifiuto di spiegazioni che paghino ancora un debito eccessivo al soggettivistico come-se (Böhme 1995, p. 31), mentre Schmitz ha in mente, piuttosto, una uni-corporalizzazione intesa come fusione corporea ed esemplata sulla “partecipazione mistica”, nel senso che «l’uomo uni-corporalizzato non è più presso di sé, ma è fuori di sé, schiavo di ciò a cui ha trasferito l’angustia del proprio corpo vivo» (Schmitz 1965, p. 343).

24Ma anziché sviluppare questa controversia, preferiamo concentrarci qui sulla possibilità di errore nella percezione e/o creazione di un’atmosfera. Già, perché nel produrre atmosfere ci si può certamente sbagliare, basti pensare allo spot del carro armato nella campagna presidenziale di Dukakis (1988), dal quale si evinceva l’atmosfera non tanto di un candidato fortemente impegnato nella difesa nazionale quanto di un politico collocato in una posizione incongrua (la cui testa spunta da un veicolo militare) se non francamente ridicola (Pratkanis-Aronson 1992, p. 145), oppure un architetto che arredasse nello stile pacchiano ed enfatico di un centro commerciale la sede di un rigoroso movimento no-global. Ma ci si può sbagliare anche nel percepire le atmosfere, sentire, ad esempio, come tesa l’atmosfera che aleggia in una sala silenziosa, laddove invece potrebbe trattarsi esclusivamente di una gioia profonda ma trattenuta che precede una rumorosa e quindi inequivocabile espressione di felicità. Il meno che si possa dire, allora, è che l’esperienza atmosferica, lungi dall’essere sempre vera — e certo lo sarebbe se non fosse altro che una specie di “profezia” emozionale destinata immancabilmente ad autoverificarsi —, è in certo qual senso in grado di correggersi, di procedere a revisioni quanto meno locali, esemplarmente quando, sviluppando l’esempio già citato dell’atmosfera “da ospedale”, il malato diventa suo malgrado un habitué, oppure quando il nero, non appena veniamo a sapere del valore antitetico (di allegria, ad esempio) attribuitogli da altre culture (ma si pensi anche all’imporsi del nero nella moda occidentale), diventa immediatamente anche per noi un po’ meno lugubre. Sul piano puramente percettivo, può poi accadere che un’atmosfera 1) cessi di esistere non appena si abbia anche una lieve alterazione della fragile e provvisoria condizione ottimale (ad esempio della sua indispensabile luminosità), 2) venga relativizzata dalla consapevolezza della distonicità di tale condizione esteticamente ottimale rispetto alla normalità strettamente visivo- cognitiva (donde uno strano ma non raro effetto di compresenza dell’oggetto fìsico cognitivamente acquisito e dell’oggetto atmosferico esteticamente percepito), 3) risulti strettamente dipendente, come spesso accade, ad esempio, nella contemplazione del paesaggio, dalla cecità e/o ignoranza di alcune sue continuità non percepibili (Griffero 2005b, pp. 24-25). Ma anche tenendo presente questa emendabilità, non si può non ammettere che nella maggior parte dei casi è difficile distinguere tra atmosfere reali e atmosfere apparenti, sia perché l’unica atmosfera per noi esistente è quella che realmente sentiamo (e si potrebbe pur sempre pensare che un’atmosfera non viene emendata ma semplicemente sostituita da un’altra relativamente diversa), sia perché per definire ingannevole un’atmosfera, la si dovrebbe comunque comparare a qualcos’altro (non certo alla “realtà”, semmai a una sorta di atmosfera idealtipica, la cui definizione, tuttavia, pone più difficoltà di quante non ne risolva).

25Concludiamo (provvisoriamente) queste divagazioni sul tema, ribadendo la legittimità con cui si attribuisce una relativa oggettività alle atmosfere. A patto, naturalmente, che con oggettività s’intenda qui una dimensione esclusivamente “ecologica” e parametrata su una sfera sufficientemente omogenea sotto il profilo culturale. E francamente impossibile e assurdo domandarsi quali siano le valenze atmosferiche di un oggetto o di un ambiente, senza riferirsi alla connessione spazio-temporale che sussiste tra tale oggetto e un osservatore, dal momento che le atmosfere non sono, un po’ come le funzioni agentive per Searle (1995), altro che l’esito di un’interazione di soggetto e oggetto — i quali, a rigore, si distinguono solo in un secondo tempo, come a giusto titolo segnalato da Heidegger (1927, pp. 169-170) —, il “tra” della loro copresenza. Anche, se si vuole, degli “x che contano come y in c”, con l’avvertenza che tale “valere”, tale attribuzione di status, non ha quasi nulla di arbitrario e/o di convenzionale, fondandosi su una specifica e in larga misura immodificabile componente oggettuale-materiale, la quale deve pur avere qualcosa che favorisce, promuove e suggerisce proprio quella (e non un’altra) tonalità emotiva. Le atmosfere, diversamente da altre entità, ad esempio dai reperti della paleontologia, la cui esistenza non dipende dalla presenza di esseri umani, necessitano sempre del soggetto percipiente — un’ipotesi ancora inesplorata è quella secondo cui la percezione atmosferica sia, in quanto parte della sfera di senso comune, il prodotto di processi adattivamente utili e quindi geneticamente conservati (Griffero 2005) —, pur non riducendosi affatto unicamente a un mondo d’esperienza soggettivo esteriormente proiettato. Vale per le atmosfere, dunque, ciò che Bozzi dice dell’espressività, e cioè che «quel tipo di evento osservabile che passa sotto il nome di “espressività” è direttamente appoggiato alla costellazione di eventi osservabili che ne individua la posizione nello spazio, e cioè dipende da essi ed è localizzato là dove essi si trovano» (Bozzi 1990, p. 115).

26Né è facile prescinderne, visto che le immagini atmosferiche, non solo ma anche nella loro qualità di reazioni imago-motorie, determinano a tergo tutta la nostra vita, influenzando più di quanto non si voglia ammettere anche gli strati più coscienti e intenzionali. Di qui l’insuccesso di ogni strategia volta a escludere il prius atmosferico dal catalogo ontologico fondamentale (cfr. Griffero 2006), e non solo perché tale esclusione sarebbe un “lusso” che l’essere umano non può permettersi, non potendo quasi mai la vita attendere la traduzione delfintuitività affettiva sul piano più neutrale della cognitività apofantica. Le atmosfere ci pare resistano alle varie strategie riduzionistiche in campo: a quella brutale dell’eliminativismo, che sarebbe costretto a considerare la nostra intera vita percettivo-affettiva un millenario inganno collettivo, ma anche a quella, più sottile, del disposizionalismo, il quale non riesce però a ridurre alla mera potenzialità la percezione atmosferica, la quale, come ogni altra percezione, non è certo la percezione di una possibilità delle cose (è tale solo nell’approccio schematico-ipotetico di chi lavora per produrla). Le atmosfere resistono, altresì, a chi pensa di farle sparire, riformulando le cose in modo che le atmosfere siano non delle semi-cose ma degli avverbi relativi a dei poli oggettuali, oppure riferendosi unicamente a compagini strettamente cosali, così come, ad esempio, le valli continuano a esistere anche per chi si sforza di parlare esclusivamente di montagne (Casati-Varzi 2002, p. 15). Il fatto è che, come i buchi (Casati-Varzi 2002, p. 19), anche le atmosfere possono dirsi degli individui (semi-cose, se si vuole) particolari, delle entità superficiali, certamente parassitane rispetto agli oggetti componenti e all’ambiente, fosse anche vuoto), dei corpi immateriali, finanche degli atti puri, dei “caratteri” che esistono, in senso proprio, unicamente nella loro concreta (cioè: percepita) manifestazione, e quindi sono relativamente indisponibili tanto alla predicazione quanto all’ontologia reista che la predicazione immancabilmente implica.

27Insomma, anche il più volenteroso piano di parsimonia ontologica non ci pare possa veramente fare a meno delle atmosfere. E allora non resta che prendere sul serio, sotto il profilo sia estetico sia ontologico, ciò che proprio le atmosfere esemplarmente suggeriscono, e cioè l’erosione della millenaria marginalizzazione reista del qualitativo e del fluido-indeterminato, di tutto ciò che, appunto perché relativamente elusivo sotto il profilo dell’ontologia tradizionale (buchi, ombre, nuvole, vuoto, onde, fantasmi percettivi estesi ancorché immateriali, fumi, atmosfere appunto, ecc.), è destinato a suscitare il massimo interesse sotto il profilo estetico-fenomenologico. Nel loro suscitare un’eco emozionale-corporea, le atmosfere, naturali o artificiali che siano, sono, in ultima analisi, porzioni spaziali del mondo esterno su cui possiamo tanto poco intervenire quanto poco lo possiamo su strade e case; sono affetti incarnati e quindi intersoggettivamente percepibili, quanto meno entro una cultura relativamente omogenea, risultando a tutti gli effetti delle componenti imprescindibili della nicchia (estesiologico-emozionale) che definisce non tanto dove bensì come l’uomo vive (Griffero 2006b). Un insediamento — quello delle atmosfere nelle cose e nelle semi-cose — da cui si ricava, se ce ne fosse bisogno, un’ulteriore “prova” del mondo esterno: la percezione (sempre) corporea dell’atmosfera è, infatti, pur sempre un eteroimpulso, una variante di quella condizione di sinteticità passiva che, se è codeterminata dal soggetto, non dipende certo totalmente per la sua esistenza dal soggetto (Böhme 1995, p. 156), un esempio di quella aprioricità materiale (antepredicatività, preteoreticità, ancorché non priva di valenze cognitive) sulla cui forza inerziale poco o nulla possono le (necessariamente successive) argomentazioni razionali. In fondo, non possiamo opporci (se non a posteriori) a un’atmosfera sentita più di quanto non possiamo opporci, ad esempio, a uno stato d’animo generato da una fobia, e, più in generale, alle reazioni ancestrali del cosiddetto “cervello emotivo”, ossia alle reazioni rapidissime (12 millionesimi di secondo, pare) dell’amigdala alle informazioni sensoriali inviatele dal talamo visivo. Reazioni, certo, fondamentalmente incomprensibili e incontrollabili, indipendentemente da quale sia il loro “bersaglio” (esiste, in fondo, perfino una patologica paura dell’allegria o cherofobia!), ma che movimentano la nostra realtà “prima” che si compia una elaborazione cognitiva dell’area corticale, le conferiscono quella “tonalità” emozionale con cui in larga misura identifichiamo la vita stessa. E, d’altronde, non si potrebbe proprio vivere senza questa passività, senza la sensazione, tutt’altro che illusoria, di non essere del tutto padroni in casa propria.

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Note

1 «Le premesse creano un mood, cioè una sorta di vena umorale, che a sua volta crea l’atmosfera del ragionamento. La vena positiva e universale è quella che più ci soddisfa, e che più ci invita alla persuasione [...] Invece, un sillogismo basato su delle negazioni e su insiemi parziali [...] crea un atmosfera per noi meno persuasiva» (Piattelli Paimarini 1995, pp. 76-77). Cfr. Woodsworth-Sells 1935; Sells 1936; Chapman-Chapman 1959; Evans et al. 1993.

2 Cfr., per iniziare, Tellenbach 1968; Schmitz 1964-80,1969» 1998; Bòhme 1985,1995,1998,2001, 2006; Hauskeller 1995, 1998, 2002.

3 Ciò che, altrove, si può dire dei buchi (Casati-Varzi 2002, p. 13).

4 «E assolutamente certo che un elemento importante del mondo della comprensione è dato dalla coerenza tra la sensibilità atmosferica e l’irradiazione atmosferica» (Tellenbach 1968, pp. 62 ss.).

5 «Nessuna percezione senza una significatività vissuta [...] nessuna obiettivazione (percezione, concetto, conoscenza) realizzata dall’aio” e da incorporare da parte della persona in assenza di una significatività vissuta dall’“Es” e dallo strato emozionale» (Rothacker 1948, p. 172).

6 L’«atmosferico» (nell’odore e nel gusto) è per Tellenbach (1968, p. 31), appunto, l’«imperituro che si conserva in ciò che è passato», come pure, più in generale, quel certo “di più” che «quasi in ogni esperienza dei nostri sensi [...] rimane inespresso. Questo di più, che eccede la fatticità reale e che però congiuntamente vi sentiamo, è ciò che possiamo definire l’atmosferico» (Tellenbach 1968, p. 47).

7 Qualcosa di simile ci pare pensi Tellenbach (1968, p. 56), quando dice che «sotto il segno dell’atmosferico - come nel regno animale sotto il segno dell’olfattivo - l’intero mondo della vita è pervaso da innumerevoli confini, invisibili e tuttavia selettivi e operativi».

8 Sulla distinzione tra percezione e constatazione (esperienza e conoscenza), oggi in larga parte riformulabile in quella tra ontologia ed epistemologia, cfr. Piana (1979, pp. 15 ss., 43, 48 e passim).

9 Per Hauskeller, Jeff Koons sarebbe f equivalente pratico di ciò che Gernot Böhme rappresenta teoricamente, ossia un esplicito programma di “tecnica atmosferica” volta a fare del pubblico un ready-made.

10 Per questa problematica cfr., più in generale, Varzi (2001, pp. 141 ss.).

11 Per un vasto quanto indicativo elenco di concetti analoghi cfr. Rothacker (1948, p. 161), che parla, attingendo ad ambiti e autori diversi, oltre che di mondo-ambiente, mondo percepito e mondo effettuale, anche di “spazio vissuto”, “campo vitale”, “biosfera”, “sfera di movimento”, “campo esistenziale”, “sfera d’esistenza”, “significatività”, “relazioni vitali”, di “ciò che ha rilevanza biologica” e “caratteri d’invito”, di “forme stimolanti”, “prospettive vitali”, “tonalità dell’intorno-a-sé”, “tonalità vitali”, “qualità d’avvenenza”, “caratteri emotivi”, “valenze”, “energie di campo”.

12 Per un’idea analoga cfr. Ströker (1977, p. 26): «viene quindi meno anche nello spazio emotivamente con- notato la distinzione tra qualità primarie e secondarie. La forma delle cose parla qui in caratteri espressivi allo stesso modo in cui lo fanno i colori. Forme e colori hanno una rilevanza emotiva equivalente e nel loro contenuto fisiognomia) possono sostenersi, aiutarsi, ma anche elidersi a vicenda e suscitare dei vissuti discordanti».

13 Bianchi estende utilmente la nostra letteratura di riferimento (Griffero 2005c) e ritiene il discorso sulle qualità atmosferiche perfettamente integrabile (anche nel senso di una percezione che passa dagli oggetti agli ambienti) nel lavoro della “fenomenologia sperimentale della percezione” (Bianchi 2005).

14 Come suggerisce Hauskeller (1995, pp. 29-30), il quale paragona i sentimenti, nella concezione reificata che ne ha Schmitz, alle idee platoniche, a potenze demoniche umanamente ingiustificabili, spiegando la tendenza ad attribuire certi caratteri espressivi alle cose stesse con la «ingente invarianza sociale» di tali caratteri e riconducendo l’indiscutibile sensazione del contrasto tra il sentimento personale e quello incontrato nello spazio al contrasto non tra sentire soggettivo ed espressione oggettiva ma tra «piani diversi della soggettività», segnatamente tra come dovrei sentire una cosa e come di fatto la sento (Hauskeller 1995, pp. 45-46).

15 Ad esempio la sua distinzione tra atmosfere collettive e atmosfere private, tra il sentimento atmosferico percepito e descrittivamente comunicabile e il sentimento atmosferico che s’impadronisce del soggetto e del suo corpo vivo, e così via.

16 «Nell’attività sia dell’olfatto sia del gusto il soggetto si fonde col mondo così come questo si presenta nell’odore e nel sapore» (Tellenbach 1968, p. 27), tanto più quando si pensi al fatto che, a differenza di ciò che vale per gli altri sensi, il gusto e l’odore non sono facilmente comunicabili, non possono essere volontariamente richiamati alla memoria (sebbene più di ogni altra cosa possano ricordare, se riesperiti, uno stato passato), né possono essere tacitati attraverso i loro organi (il naso e la bocca) a lungo e intenzionalmente, pena l’impossibilità di sopravvivere (Hauskeller 1995, p. 16 e 16, n. 3).

17 Un modo di pensare probabilmente suggerito dal modello dell’odore: «l’atmosfera di una cosa si estende fin dove la sua presenza determina una differenza» (Hauskeller 1995, p. 33).

18 Con “montagna” si indica, infatti, «un determinato profilo montuoso che limita l’orizzonte umano; ne soddisfano il significato le sensazioni e le intenzioni di un essere vivente dalle gambe relativamente corte e dalle forze limitate. Esiste uno scalare le montagne solo per chi le scala, per l’uomo» (Rothacker 1964, p. 66). Per altri, ad esempio per gli dèi omerici (giganteschi), non sarebbero, appunto, che superfici inferiori ai nessun impedimento.

19 Osserviamo, di passaggio, che proprio dall’eventuale contrasto tra l’estraneità e/o l’inesistenza di “qualcosa” per noi e la sua significatività per noi, dovuta al suo “carattere d’invito” (quella che potremmo chiamare la sua atmosfera primaria), può, a sua volta, scaturire un’atmosfera (una meta-atmosfera, verrebbe da dire): è il caso, per fare un esempio, della “notte” cantata da Hölderlin, «la fantastica notte / che è ricca di stelle e di noi non si cura. / Splende stupita, estraniata tra gli uomini / sopra le cime dei colli, triste e sfarzosa) (Brot und Wein) 15-18). Il poetico, qui, scaturisce tutto dal contrasto tra oggettualità e atmosfericità.

20 Lo spazio emotivamente connotato è un «essere per un soggetto d’esperienza vissuta, oltre a ciò non è nulla “in sé”» (Stroker 1977, p. 53).

21 «Nessuno» può «essere costretto al riconoscimento dei suoi stati (ossia degli stati atmosferici)» (Tellenbach 1968, p. 60).

22 II connesso esperimento mentale che immagina di non avere nomi per cose e soggetti ma solo per fatti, programmi e problemi (per le situazioni in cui questi elementi si associano e per le atmosfere di cui eventualmente sono cariche) potrebbe dimostrare, appunto, che le atmosfere sono più intimamente parte delle situazioni di quanto non lo siano le cose.

23 Ma non solo per Bohme. Cfr. Lippe (1987, p. 515): «un qualcosa non è mai soltanto rinchiuso nel suo confine. Esso emana calore come il forno e freddo come il ghiaccio».

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Tonino Griffero, «Quasi-cose che spariscono e ritornano, senza che però si possa domandare dove siano state nel frattempo. Appunti per un’estetica-ontologia delle atmosfere»Rivista di estetica, 33 | 2006, 45-68.

Notizia bibliografica digitale

Tonino Griffero, «Quasi-cose che spariscono e ritornano, senza che però si possa domandare dove siano state nel frattempo. Appunti per un’estetica-ontologia delle atmosfere»Rivista di estetica [Online], 33 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/4336; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.4336

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Tonino Griffero

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