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La filosofia architettonica

Petar Bojanić e Vladan Đokić
p. 81-88

Abstract

Gli autori intendono proporre le premesse necessarie al chiarimento del rapporto, incerto e da sempre dibattuto, che lega architettura e filosofia attraverso il riferimento al concetto di “Filosofia architettonica” proposto da Peter Eisenman. Una prima premessa riguarda le varie tipologie di approccio alla filosofia riscontrabili nel campo dell’architettura, fino a delineare una forma di consapevolezza filosofica nell’architettura contemporanea. La seconda premessa riguarda la possibilità di spiegare il rapporto tra filosofia e architettura attraverso i casi di collaborazione concreta tra architetti e filosofi.

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Note dell’autore

Questo testo è il risultato del nostro sforzo congiunto in vista della conferenza tenuta a Belgrado nell’ottobre del 2012, e intitolata L’Architettura a partire dalla Decostruzione; la successiva partecipazione al convegno Architettura e Realismo nel dicembre dello stesso anno a Torino, e poi a quello su Architettura e Filosofia nel febbraio 2013 a Salerno, ci ha permesso di articolare ulteriormente la relazione tra teoria e architettura. Traduzione di Mario Autieri.

Testo integrale

  • 1 L’espressione “La filosofia architettonica” viene utilizzata da Eisenman in riferimento al suo prog (...)

1Con questo testo ci proponiamo di spiegare, da punti di vista che diverranno progressivamente chiari, la connessione tra architettura e filosofia. Si tratta di elaborare la ricostruzione del loro rapporto in modo da giustificare il titolo di questo testo, La Filosofia architettonica1, introducendo alcune premesse che vorrebbero regolare lo status e la formula della connessione (“e”) tra i campi della filosofia e dell’architettura. Una prima prospettiva potrebbe riguardare i vari tipi di ispirazione che la filosofia, o i vari incontri e dialoghi tra filosofi e architetti, hanno prodotto in architettura; è un dato di fatto, ormai, la vigilanza del filosofo in campo architettonico. D’altro canto, l’architetto è egli stesso un pensatore capace di elaborare i presupposti teorici del suo lavoro; non necessita più del filosofo. In questo senso, esaminare il modo in cui una certa filosofia – lo si è fatto per la Decostruzione soprattutto negli ultimi anni – tematizza il lavoro architettonico è un attardarsi su una tendenza superata.

  • 2 Il rapporto tra un architetto e un filosofo può essere espresso in un altro modo: «Derrida, quando (...)
  • 3 «L’uomo ingegnoso è sempre ricco di fantasia, ma che l’uomo veramente d’immaginazione non può esser (...)

2L’aspetto appena evidenziato diventa più chiaro – ed è il secondo punto che vogliamo sviluppare – se consideriamo i tentativi da parte di un architetto e di un filosofo di intavolare una collaborazione2. Le due grandi figure che potrebbero essere l’emblema di ogni futura connessione tra filosofia e architettura sono Peter Eisenman e Jacques Derrida. La connessione tra queste due discipline può essere vista o come il peso assunto dai temi architettonici in filosofia – ma non è l’oggetto di questo testo, o come la filosofia sia stata trapiantata nell’architettura. Se seguiamo la genesi e il cambiamento della “fase filosofica” in Eisenman, e se ricostruiamo la sua lettura di Derrida e di altri filosofi, di cui si serve per temperare l’influenza di Derrida, a dispetto di tutte le oscillazioni e dubbi, è possibile individuare l’affinarsi di una capacità di analisi che giunge a criticare ferocemente lo stesso Derrida. Al termine del testo letto durante una conferenza tenuta a Belgrado il 24 ottobre 2012, e il cui esergo era tratto da Gli assassinii della Rue Morgue di Edgar Allan Poe3, Eisenman scrive:

  • 4 Eisenman 2012: 4. Nell’introduzione alla raccolta di testi di Eisenman, Kipnis è ancora più preciso (...)

Ultimamente il problema per l’architettura è che c’è un doppio Derrida: uno buono e uno cattivo. Quello buono apre la presenza in architettura a un problema; apre i significati dell’architettura a un libero gioco di significanti; e iscrive la fede ontologica, che l’architettura ha nell’origine del luogo, in una nostalgia ritualistica. Il cattivo Derrida emerge quando chiede cosa sia necessario per l’architettura affinché possa mostrare, dare l’impressione, o rappresentare la sua testualità – la sua non presenza – nel suo essere. Questa domanda non ha valore ai fini della rappresentazione, ma è puramente narrativa; una narrazione che cancella la testualità. Come non ho dubbi che dirà Jeff Kipnis, Derrida non comprende la decostruzione nelle altre discipline, particolarmente in architettura. Aggiungo, è vero, non molti di noi ne sarebbero capaci4.

  • 5 Eisenman 1988: passim.
  • 6 «La mia impressione è questa: credo che la Decostruzione non sia essenzialmente visibile. Essa conc (...)
  • 7 Nella sua lettera a Eisenman (12.10.1989) Derrida cita questo passaggio in cui Eisenman prende le d (...)
  • 8 Eisenman ha recentemente confermato la sua posizione. Derrida, in effetti, non ha mai risposto, né (...)

3Nella prima fase del suo lavoro, subito dopo l’incontro con Derrida al tempo dell’esibizione del Museo di Arte Moderna di New York, più di trenta anni fa, Eisenman considerava la Decostruzione (Jenks all’epoca scriveva decostruzione con la “D” maiuscola)5, come qualsiasi altra filosofia, un’ideologia e non uno stile6. All’inizio del loro sodalizio Eisenman difese la decostruzione per poi avanzare riserve appena qualche anno più tardi7. Dopo una lettera di Derrida emersero le prime divergenze, in seguito, Eisenman scriverà una delle critiche più interessanti della decostruzione e della filosofia in generale. Replicando nel 1990 alla lettera di Derrida8, che può essere considerata come punto di riferimento della fine della collaborazione tra i due pensatori, il momento in cui l’architetto è completamente emancipato dal fatto di aver trovato il filosofo dentro di sè, Eisenman scrive diversi importanti frammenti che non solo problematizzano alcuni pilastri della filosofia di Derrida, ma sono veramente originali. Ecco alcuni passaggi da quella lettera:

  • 9 Eisenman 2007b: 1-4.

Sì, sono preoccupato dall’assenza, ma non nei termini dialettici di semplice presenza/assenza, come potresti pensare. Come architetto, ogni concetto, così come ogni oggetto, ha tutto ciò che non è iscritto in esso sotto forma di tracce. Sono preoccupato dall’assenza, non dal vuoto o dal vetro, perché l’architettura, a differenza del linguaggio, è dominata dalla presenza, dalla reale esistenza del significato. […] Dal mio punto di vista, la tua decostruzione dialettica della presenza/assenza è inadeguata in architettura proprio perché l’architettura è un sistema a tre termini e non a due. In architettura c’è un’altra condizione che io chiamo presentness (presentezza), che non è né l’assenza né la presenza, né forma né funzione, né un particolare uso del segno, né la cruda esistenza del reale, piuttosto un’eccedenza posta tra il segno e la nozione heideggeriana di essere: la formazione e la messa in odine dell’evento discorsivo che è l’architettura. […] Una cosa è affrontare queste materie da un punto di vista teoretico, altra è agire su di esse. […] Come dire che la mia architettura non può essere ciò che dovrebbe essere, ma ciò che può essere. Solo quando tu aggiungi un’altra lettura del mio lavoro accanto alla tua lettura di esso in immagini e testi - il che equivale a una lettura nell’evento della costruzione – solo allora vedrai lo scarto tra presenza e presentness, e vedrai se sono stato fedele9.

4È possibile trovare riscontro a questa critica rivolta a Derrida, e alla filosofia in generale, in molti degli ultimi interventi di Eisenman. In ogni caso, il filosofo è adesso pienamente incorporato nell’architetto Eisenman, in un modo abbastanza simile a come il filosofo subentra alla posizione dell’architetto in Wittgenstein. In questi anni lo stesso Eisenman rende noti i suoi interessi (Palladio, Alberti), oppure decostruisce aspetti chiave dell’architettura, come villa, angolo, simmetria, proporzione ecc.

  • 10 Cfr. Derrida 1988: 4. Si tratta di un testo non pubblicato, conservato presso il Derrida-Archive di (...)
  • 11 Cfr. Allais 2010: 27-41.
  • 12 Ibidem: 28.

5La terza prospettiva che, a nostro avviso, deve essere presa in considerazione, riguarda il modo in cui l’architettura agisce socialmente e produce “atti sociali”, o, più specificatamente, “gesti sociali” – distinzione che meriterebbe un’approfondita analisi. Bisogna innanzitutto osservare che è impossibile considerare l’architettura nella sua autonomia: primo, l’esistenza o l’identità di un architetto costituisce un atto sociale; secondo, il fare architettura è il prodotto di certe connotazioni sociali che provengono dalla filosofia. Di conseguenza, nel momento in cui l’architetto assume consapevolezza di essere l’effetto di determinate condizioni, del fatto che “una certa filosofia” ci circonda, diviene un attore sociale che può modificare e invalidare qualsiasi teoria di cui non è l’autore10. Oggi non sarebbe difficile mostrare come le prime proposte di Eisenman, i suoi primi progetti (Harlem Plan, il Progetto Razionale del suo periodo all’Institute for Architecture and Urban Studies)11, così come le sue ultime apparizioni (il discorso di fronte alla Royal Incorporation of Architects in Scotland) siano in perfetta sintonia con queste premesse. Nel progetto Razionale, presentato nel 1971 alla Alfred P. Sloan Foundation, troviamo un’affermazione che descrive perfettamente la tensione di cui stiamo parlando: «innanzitutto, io sono un architetto, non un teorico o uno storico. Credo nell’inseparabilità di idea e forma. Innanzitutto, in quanto architetto e teoretico, credo nell’inseparabilità di idea e forma»12.

6Il reale o il sociale al quale Eisenman dà la parola è esattamente ciò che dà inizio al suo progetto e al suo commento architettonico. Egli scrive:

  • 13 Ibidem: 35.

L’America nera è nella sua essenza l’America urbana. Che ciò sia per inadempienza o progettazione, le città sono state lasciate ai neri urbani. Oggi essi rappresentano l’unica cultura urbana che esiste in questo paese […]. La moderna città, l’utopia della terra, è stato il sogno, se non la realtà, di molto pensiero contemporaneo e di lavoro nelle aree di progettazione urbana. Per varie ragioni, nessuno sviluppo è andato nella direzione giusta. Comunque, c’è un’opportunità adesso13.

  • 14 Ibidem: 38.
  • 15 Ibidem: 39.

7A dispetto del progetto mai realizzato, il problema continua a persistere, e cioè lo statuto sempre complicato del “reale” e i vari approcci alla dimensione sociale all’interno dell’architettura. E infatti, solo qualche anno dopo, nel 1973, Eisenman organizzò una conferenza Architecture Education USA, nella quale, insieme ai suoi colleghi, difese la speculazione intellettuale dalle sirene di ciò che egli stesso definì «reale sociologico». Eisenman e i suoi collaboratori cercarono solidarietà nel rigettare ogni fondamento architettonico, «dove teoria e forma sono viste come irreali, mentre pratica e funzione sono considerate come super-reali»14. Eisenman stesso andò oltre nel considerare che «il valore della realtà necessita di essere neutralizzato, vale a dire che non è l’educazione che necessita di essere riformata, ma che la realtà deve essere educata»15.

8Tre decenni dopo è evidente come Eisenman consideri “reale” e “sociale” intercambiabili:

  • 16 Eisenman 2011: 410.

La gente continua a parlare del modo in cui il formalismo rappresenti il progetto dell’autonomia in architettura. Per me è proprio questa autonomia che mantiene l’architettura lontana dall’impegno in società. Se il lavoro dell’architettura e il suo discorso impattano concretamente la società, allora essere un architetto costituisce un atto sociale. Né sociale va qui considerato nel senso di ciò che rende la gente felice o la fa sentire meglio: costruzioni sociali, centri commerciali per ricchi, garages per Mercedes. Sto parlando di come comprendere le condizioni architettoniche dell’autonomia, quelle che producono un impegno con la società e lavorano contro l’egemonia delle strutture sociali e politiche del nostro tempo16.

  • 17 «Sozialer Gestus» (gesto come prospettiva, resistenza) è una delle categorie più importanti in Brec (...)

9Riteniamo che la critica dell’impegno sociale dell’architettura possa essere definito il gesto sociale, o più precisamente, che la chiave caratteristica dell’architettura come gesto o il gesto come chiave dell’architettura, è la resistenza nei confronti delle strutture e delle gerarchie del nostro tempo17. Il gesto ha un valore e un’importanza sociale se caratterizzato dalla resistenza (l’architetto è uno degli attori chiave nella società che produce gesti di questo tipo). E proprio questo potrebbe essere l’elemento che ci permette di valorizzare, in questo contesto, che cosa intende Wittgenstein quando si riferisce al gesto in rapporto all’architettura.

  • 18 «L’architettura è un gesto. Non ogni movimento corporeo funzionale è un gesto. Tantomeno è un gesto (...)

10Wittgenstein definisce l’architettura in termini di gesto (die Geste), un gesto piuttosto particolare e, allo stesso tempo, fa notare che né un movimento intenzionale del corpo umano, né un edificio costruito con le intenzioni appropriate rientrano nel campo del gesto18. Allora, cosa appartiene al gesto (riguardo a un tipo di movimento)? E come possiamo meglio determinare la sua intenzione fondamentale?

  • 19 Wittgenstein 1976: 72.

11Attraverso la lettura di Wittgenstein è possibile isolare cinque caratteristiche del gesto, ciò che rende un gesto tale: primo, il gesto è eccezionale, un miracolo, qualcosa che interrompe una sequenza e una routine. Il gesto divino, secondo Wittgenstein, è propriamente chiamato un miracolo. Il gesto architettonico, se è un gesto, sia nella forma testo sia in quanto espresso in uno spazio, deve avere caratteristiche miracolose e sorprendenti. Secondo, il gesto è un evento. Nel contesto di qualcosa che accade, esso deve di necessità essere improvviso. Piacevole o sgradevole che sia (nell’esperirlo siamo bloccati, afferrati, dobbiamo rispondere a quanto accaduto, stabilendo, subito dopo, quanto è successo). Un gesto, o un evento, provoca una tematizzazione da parte di chi lo percepisce e lo accoglie. Terzo, il gesto non è né improvvisato, né originario, né si autoproduce: «disegni una porta, guardi ciò che hai disegnato, e dici: un po’ più in alto, un po’ più a sinistra… un altro po’… ok, così è perfetto! (Gesto)»19. Wittgenstein, poi, nomina un insieme di operazioni che armonizzano e congiungono il visibile e l’invisibile, la scala con l’unità di misura, il che stimola un senso di soddisfazione – il gesto. Il gesto implica correzioni e adattamenti. Quarto, un gesto per essere architettonico, per essere il segno della buona architettura, implica che l’architetto esprima con successo un’idea o un’emozione. Il gesto è trovato fra o nell’intervallo tra idea e espressione e inoltre, l’espressione è adeguata se, e solo se, il gesto è commisurato. La quinta caratteristica del gesto è che non può essere riconosciuto attraverso delle regole. Se siamo liberi da vincoli e regole mentre scopriamo lentamente o anticipiamo un’espressione piena di spiritualità (seelenvolle Ausdruck) – noi siamo al cospetto di un gesto.

  • 20 Il gesto sociale, va detto insieme a Derrida e Eisenman, ha un carattere necessariamente scritto e (...)

12Ci sembra necessario aggiungere qualche ulteriore elemento a queste caratteristiche del gesto. Deleuze e Barthes, nelle loro rispettive analisi del cinema e del gesto in Brecht, definiscono questo stato «l’istante pregnante» o «il momento privilegiato». Il gesto, se deve essere tale, rivela il vero presente e l’emergenza decisiva del senso; e quest’ultimo, secondo Deleuze, assume, in qualità di gesto sociale, il carattere della resistenza20.

13Vorremmo terminare questo breve testo con una lunga citazione tratta dalla trascrizione inedita di una discussione tra Derrida e Coop Himmelblau. L’intervista è in inglese, l’Archivio Derrida di Irvine contiene la versione francese ed è pronta per essere pubblicata, ma numerosi frammenti sono sbarrati dalla penna di Derrida, e il fronte pagina, per ragioni sconosciute, presenta una nota, scritta dallo stesso Derrida, che ne vieta la pubblicazione. L’intervista spiega chiaramente ciò che Derrida aveva provato a dire a Eisenman nella lettera del 12 ottobre 1989, parlando di Benjamin, povertà, e il non avere dimora.

  • 21 Derrida, 1988.

Sapete, non so se questa è una critica, ma vorrei dire che sono molto in sintonia col fatto che il discorso architettonico, o le pubblicazioni architettoniche, sono molto sontuose, il che significa che, nel suo stato attuale, l’architettura è legata ai grandi poteri economici delle culture della civiltà occidentale. Questo non è qualcosa che critico, ma dovremmo prestare attenzione alla dimensione politica della questione. Il fatto che le riviste architettoniche siano belle, il che è una buona cosa, potrebbe condurci a porre la domanda: perché accade? Perché sono più costose dei libri di filosofia, per esempio? Perché l’architettura dovrebbe essere più seducente o più utile? Perché i poteri finanziari e politici dovrebbero essere più disposti a supportare l’insegnamento universitario dell’architettura rispetto alla filosofia, o alle humanities, o anche rispetto ad altre arti come la pittura? Perché è così? Durante le conferenze che tenni in Giappone insistetti molto sul fatto che i migliori architetti contemporanei - i più audaci, i più inventivi - non danno più importanza ai problemi politici e sociali, come le questioni legate al settore abitativo, e sono nel giusto comportandosi così. Ciò che stanno facendo è più formale, più purista. Qualche volta anche gli architetti associati alla Decostruzione si comportano allo stesso modo, e capisco perché voi non vogliate seguire, per esempio, le prescrizioni politiche, le commissioni urbanistiche che dicono cose come «Bene, dovreste progettare alloggi per fasce di reddito basso, qualcosa per i senza tetto, di socialmente utile». Perché ciò implica l’uso di vecchi schemi architettonici, e voi avete ragione, voi non dovreste farlo. Comunque, dovreste provare a diventare più politici; più politici in un modo nuovo. Dovreste prestare attenzione alle fonti di investimento, al modo in cui gli investimenti vengono utilizzati, e così via. Perché diventa possibile concepire l’architettura Decostruttiva in Giappone, Los Angeles e forse a Berlino, ma non in Africa Centrale? Quali sono i nuovi legami con il capitalismo? Penso che abbiamo bisogno di una nuova analisi, e non di una basata su vecchi schemi, per questa nuova architettura21.

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Bibliografia

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– 1988, Pensieri diversi, Milano, Adelphi

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Note

1 L’espressione “La filosofia architettonica” viene utilizzata da Eisenman in riferimento al suo progetto per il Wexner center; cfr. Eisenman 1989. Anni fa Eisenman annunciò la fine del sodalizio tra filosofia e architettura ed immaginò una nuova filosofia tradotta e completamente adottata dall’architettura.

2 Il rapporto tra un architetto e un filosofo può essere espresso in un altro modo: «Derrida, quando gli venne chiesto se noi avessimo avuto una collaborazione, replicò che non era stata né una collaborazione né uno scambio, piuttosto una doppia parassitaria pigrizia; trucchi distinti». Eisenman 2007a: 78.

3 «L’uomo ingegnoso è sempre ricco di fantasia, ma che l’uomo veramente d’immaginazione non può essere che un analista ». Poe 1971: 410.

4 Eisenman 2012: 4. Nell’introduzione alla raccolta di testi di Eisenman, Kipnis è ancora più preciso: «Eisenman non cerca di ricavare forza e autorità dalla presentazione della posizione di Derrida; come per ogni speculazione in forma dialogica, i resoconti sono dispositivi retorici che aiutano l’architetto a chiarire la propria posizione». Kipnis 2007: xxviii.

5 Eisenman 1988: passim.

6 «La mia impressione è questa: credo che la Decostruzione non sia essenzialmente visibile. Essa concerne idee di edifici non edificabili. Non penso ci sia qualche multinazionale che voglia costruire la Decostruzione, così come non costruirebbero qualsiasi altra ideologia». Eisenman 1988: 60.

7 Nella sua lettera a Eisenman (12.10.1989) Derrida cita questo passaggio in cui Eisenman prende le distanze dalla decostruzione: «Non ho mai parlato della Decostruzione. Altri usano questo termine perché non sono architetti. È veramente difficile parlare di architettura nei termini della decostruzione, perché non parliamo di rovine o frammenti […]. La decostruzione ha a che fare con l’architettura in termini metaforici, mentre noi lo facciamo in termini reali». Derrida 1990a: 43.

8 Eisenman ha recentemente confermato la sua posizione. Derrida, in effetti, non ha mai risposto, né menzionato questa lettera di Eisenman. Dopo questa lettera, Eisenman e Derrida parteciparono a tre conferenze insieme, e si incontrarono privatamente a Parigi in più di un’occasione. In particolare, in una conversazione tra Derrida e Eisenman del 1993, che concerne lo “scrivere di architettura”, Eisenman ribadisce la distinzione tra la decostruzione e il suo lavoro architettonico . Cfr. Derrida 2008: 224-225.

9 Eisenman 2007b: 1-4.

10 Cfr. Derrida 1988: 4. Si tratta di un testo non pubblicato, conservato presso il Derrida-Archive di Irivine; riporta una conversazione del 1988 tra Derrida e gli architetti del gruppo Coop Himmelblau (Wolf D. Prix, Helmut Swiczinsky, Regina Haslinger). Derrida, con considerevole difficoltà, mostra come la filosofia sia alla base di tutto ciò che ci circonda. Eccone un passaggio: «Himmelblau: Dici che filosofia e architettura condividono la stessa radice. Ma se guardo al di là della finestra vedo edifici ispirati dalla ragione, dalle circostanze, dall’origine, non dalla filosofia. Derrida: Sei sicuro che non ci sia filosofia qui? Io penso che sia pieno di filosofia; mi piacerebbe dirti come la filosofia sia incarnata in Parigi».

11 Cfr. Allais 2010: 27-41.

12 Ibidem: 28.

13 Ibidem: 35.

14 Ibidem: 38.

15 Ibidem: 39.

16 Eisenman 2011: 410.

17 «Sozialer Gestus» (gesto come prospettiva, resistenza) è una delle categorie più importanti in Brecht, il quale la usa per la prima volta nel 1929. Cfr. Brecht 1964: 156.

18 «L’architettura è un gesto. Non ogni movimento corporeo funzionale è un gesto. Tantomeno è un gesto ogni edificio funzionale» (Wittgenstein 1988: 40). Cfr. L’importante lavoro di Daniele Pisani su Wittgenstein e l‘architettura. Cfr. Pisani 2011.

19 Wittgenstein 1976: 72.

20 Il gesto sociale, va detto insieme a Derrida e Eisenman, ha un carattere necessariamente scritto e non parlato. In Prove di scrittura, testo elaborato per l’esposizione parigina Les Immatériaux del 1985, Derrida cita due elementi caratteristici del gesto: è iscrizione relativa a un codice e allo stesso tempo riguarda il comportamento del soggetto, singolare, autentico, irripetibile. «Il gesto è codificato e tuttavia è qualcosa che nessuno può fare al vostro posto» (Derrida 1990b: 275).

21 Derrida, 1988.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Petar Bojanić e Vladan Đokić, «La filosofia architettonica»Rivista di estetica, 58 | 2015, 81-88.

Notizia bibliografica digitale

Petar Bojanić e Vladan Đokić, «La filosofia architettonica»Rivista di estetica [Online], 58 | 2015, online dal 01 avril 2015, consultato il 14 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/427; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.427

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