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HomeNumeri34Badola e gavagai

Testo integrale

Diego

1«Ma la filosofìa del linguaggio si occupa del linguaggio della filosofia?» Fu questa la domanda, che ritenevo dannatamente sagace, che rivolsi a Diego un giorno del 1975 o 1976, io matricola lui giovane professore appena tornato dall’America. «Ma naturalmente», mi rispose Diego con un sorrisetto, e continuò a camminare per il corridoio in cui, ovviamente, io avrei voluto sprofondare. Poi andò avanti così per parecchio tempo, praticamente per tutta la vita. Forse per via di quel trauma originario, Diego è uno dei pochissimi filosofi di fronte a cui, nonostante la mancanza di pudore che viene con gli anni, continuo a sentirmi in soggezione, come uno studente di fronte a un professore (quale, d’altra parte, lui effettivamente è stato per me).

  • 1 “Lo schema del cane” in Rivista di estetica, n.s., n. 8, 1998, pp. 3-27.

2Ventidue anni circa dopo il trauma, erano usciti pressappoco nello stesso periodo Competenza lessicale di Diego, Kant e l’ornitorinco di Eco, e il mio Estetica razionale. Sembravano avere qualcosa di comune (il richiamo anche critico a Kant e il realismo) e organizzammo un dialogo sulla Rivista di Estetica1. Dopo lunghe peregrinazioni, mi sembrava di essermi lasciato alle spalle l’ermeneutica, e in particolare la teoria secondo cui “non ci sono fatti, solo interpretazioni”. Mi sembrava però che la formula di Wittgenstein, del “vedere come”, lasciasse ancora un po’ di spazio alla interpretazione. Ne avevo cavato il principio “ogni vedere è un vedere come”, e lo illustravo nel mio intervento. In fondo, noi non vediamo mai le cose come tali, abbiamo delle aspettative ecc. E Diego: «Prova a dare una bussola a uno scimpanzé». Sì, effettivamente, quello interpreta poco. Non è vero che ogni vedere è un vedere come, non ci siamo. In moltissime occasioni la visione è visione e basta. Il mio cammino verso il realismo ancora non si era compiuto. Si compì dopo. Questo ha pochissimo interesse in sé, ma vorrei almeno esporre il risultato di tutto questo percorso in cui Diego ha sistematicamente (e, immagino, senza nemmeno saperlo) giocato il ruolo dell’avvocato del diavolo, e in definitiva della Causa Efficiente.

Umberto

3Ecco le parole, alla lettera (Frammenti postumi, 1886-1887, 7 [60]):

Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: ‘ci sono soltanto fatti’, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare alcun fatto ‘in sé’; è forse un’ assurdità volere qualcosa del genere. ‘Tutto è soggettivo’, dite voi; ma già questa è un’interpretazione, il ‘soggetto’ non è niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l’immaginazione, qualcosa di appiccicato dopo. - È infine necessario mettere ancora l’interpretazione dietro l’interpretazione? Già questo è invenzione, ipotesi. In quanto la parola ‘conoscenza’ abbia senso, il mondo è conoscibile; ma esso è interpretabile in modi diversi, non ha dietro di sé un senso, ma innumerevoli sensi. ‘Prospettivismo’. Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo: i nostri istinti e i loro pro e contro. Ogni istinto è una specie di sete di dominio, ciascuno ha la sua prospettiva, che esso vorrebbe imporre come norma a tutti gli istinti.

4Bene. Non ci sono fatti, solo interpretazioni, il mondo si guarda da infinite prospettive che corrispondono ai nostri bisogni vitali in conflitto tra loro, non ci sono cose in sé, ma solo cose in relazione a osservatori... Ora, guardate questa foto.

5Chi è? Nietzsche? Sembrerebbe proprio di sì, in effètti corrisponde in tutto e per tutto alla immagine che ne abbiamo, con quei baffoni e quegli occhi spiritati. Inoltre, se digitate “Nietzsche” su Google, e chiedete “immagini”, trovate in varie occasioni questa fotografia, che riappare in una infinità di siti nietzschiani, in tantissimi libri, nonché (ho fatto ammenda anche altre volte di questo errore) sulla copertina della prima edizione del Nietzsche che ho curato nel 1999 da Laterza. D’accordo con il principio di Nietzsche, dunque, questa foto rappresenta Nietzsche o qualsiasi altra cosa. È una tesi credibile? Direi di no. Sembra molto più sensato sostenere che la foto, sino a prova contraria, rappresenta Nietzsche e nessun’altra cosa.

6Fino a prova contraria, però. Perché di fatto — come ho scoperto dopo averne pubblicato la foto sul libro di Laterza — il signore con baffoni e occhi spiritati non è affatto Nietzsche, bensì Umberto I di Savoia, si tratta di una foto finita chissà come in una mostra di iconografia nietzschiana e poi rimasta lì per inerzia, anche perché il re buono (si fa per dire) era discretamente nietzscheomorfo. Ebbene, a meno di essere matti come Nietzsche a Torino, che credeva di essere Carlo Alberto e di avere assistito ai propri funerali, una volta che si sia stabilito che il signore baffuto è Umberto e non Nietzsche la storia è chiusa, non c’è modo di sostenere che non ci sono fatti, solo interpretazioni. La foto non rappresenta Nietzsche, ma Umberto, e nessun’altra cosa. In questo caso, almeno, sembra che la frase “Non ci sono fatti, solo interpretazioni” non sia vera per niente.

7“Non ci sono fatti, solo interpretazioni” è comunque una frase strana. Da una parte, ci sembra verosimile; se ci pensiamo senza troppa attenzione pare proprio che non ci siano fatti, solo interpretazioni: le cose possono essere valutate in tanti modi, ognuno guarda dalla propria prospettiva, le scienze avanzano attraverso delle congetture, ci pare che il significato di certi romanzi sia inesauribile... Ma basta cambiare una lettera e dire, invece, “Non ci sono gatti, solo interpretazioni”, e ci accorgiamo subito che il gioco non funziona più. La frase che sembrava profonda ci appare ora falsa e, retrospettivamente, siamo portati a chiederci perché una frase falsa possa, in certe condizioni, per così dire, di illuminazione, apparire profonda.

Cacciavite

8Ecco, come è possibile? Come può succedere che qualcosa come “non ci sono fatti, solo interpretazioni” debba apparirci del tutto sensato e verosimile e, insieme, completamente irragionevole, nel momento in cui passiamo dall’astratto (i fatti) al concreto (i gatti)?

9In effetti, Nietzsche non è il responsabile di ogni sciocchezza compiuta al mondo, anche perché in moltissimi hanno sostenuto tesi di questo genere, per esempio quando Benjamin dice che la traduzione è impossibile, o Valéry che non c’è vero senso di un testo. Più o meno, sono espressioni equivalenti. Ora, facciamoci caso, che cosa hanno in comune? L’introduzione dell’infinito nell’esperienza. Dicendo che non ci sono fatti, solo interpretazioni, o che non c’è vero senso di un testo, o che la traduzione è impossibile, si infinitizza una attività pratica, l’interpretazione, che infinita non è. In effetti, se facciamo caso a ciò che realmente avviene nella nostra vita, ci accorgiamo che si interpreta tanto, ma non si interpreta sempre, e soprattutto non si interpreta all’infinito; al massimo, si interpreta in modo indefinito, vale a dire che non posso decidere, apriori, quante interpretazioni potrà avere un certo testo (soprattutto se non è molto chiaro).

10Ma di qui a dire che, poniamo, ci sono infiniti modi per adoperare un cacciavite, ammetterete che ne corre. Posso benissimo immaginare che, oltre al suo uso proprio, il cacciavite possa servire come arma, come leva e (già meno bene) come accessorio da toeletta per pulirsi le orecchie. Ma, al di sopra di una certa soglia, si finisce nel comico o nell’insensato. Diversamente vanno le cose per la struttura della materia, per il funzionamento del cervello, o per la spiegazione dei rapporti mente-corpo. Non ho nessuna difficoltà a immaginare (anche perché è ciò che è effettivamente avvenuto) che si indaghi per millenni sull’argomento, e che si forniscano moltissime spiegazioni, cioè anche interpretazioni. Ma si ammetterà che si tratta sia di questioni più sottili di quanto non lo sia l’uso del cacciavite, sia di interrogativi di carattere teorico e non pratico.

11Morale: nella prassi, l’interpretazione ha necessariamente un termine, proprio come suggerisce Wittgenstein con l’immagine di una vanga che, scavando, prima o poi trova qualcosa di resistente al di là del quale non si può andare. Questa peculiarità della prassi dipende dal fatto che prima o poi bisogna prendere una decisione, non due, e sicuramente mai infinite, e il “prima o poi” appare sempre piuttosto un prima che non un poi, dal momento che il soggetto pratico è un soggetto finito, che non ha tempo da perdere, che non si misura con i secoli, ma con gli anni, i giorni, i minuti.

“Sono le 9”

12L’aspetto veramente decisivo mi pare proprio questo. È del tutto legittimo che, in una prospettiva scientifica, si stabilisca di non aver mai trovato una verità ultima, e che dunque ogni tesi costituisce soltanto una tappa nel cammino della verità. “Una tappa nel cammino della verità”, in questo senso, è un altro modo per dire “Non ci sono fatti, solo interpretazioni”, giacché non ho nessuna difficoltà a immaginare che ciò che un tempo si spiegava con il flogisto oggi si spieghi con l’ossigeno, e che fra diecimila anni lo si spiegherà ancora in altri modi, se lo si spiegherà.

13Ma di qui a concludere che allora ogni pezzo della nostra esistenza non è che una tappa nel cammino della verità ne corre. Se leggo che “la posta viene consegnata alle 9”, non è una tappa nel cammino della verità, è un avviso che mi informa rispetto a un orario in cui l’unica interpretazione concessa, e derivante dal solo aspetto ambiguo del testo, riguarda il sapere se si tratta delle 9 di mattina o di sera (“la posta viene consegnata alle 21” da questo punto di vista toglie qualsiasi ambiguità senza per questo costituire un passo in avanti sul cammino della verità).

14Queste considerazioni ci mettono sull’avviso, e indicano il problema di fondo. Se uno mi chiede che ora è, e io rispondo “sono le 9”, c’è poco da interpretare (tranne la solita ambiguità tra mattina e sera: ma si ammetterà che se c’è un sole che spacca le pietre la precisazione “sono le 9 di mattina” è superflua). Tuttavia, posto che io sia un analizzato e stia parlando al mio psicoanalista, allora “sono le 9” potrebbe effettivamente dar adito a un gran numero di interpretazioni. Se l’analisi è interminabile, se io e il mio psicoanalista abbiamo molto tempo da perdere e ancor più se io dispongo di tantissimi soldi, l’ermeneutica è libera di scatenarsi. Possiamo andare avanti per anni, a interpretare quel “sono le 9”, ma, anche in questo caso, non possiamo andare avanti all’infinito, visto che prima o poi uno di noi due morirà.

15Questo segnala la differenza di fondo tra la sfera della scienza, della ricerca della verità assoluta, in cui può aver senso la tesi secondo cui non ci sono fatti, solo interpretazioni, e la sfera della vita e dell’esperienza, in cui questa tesi non ha proprio alcun senso. Tra scienza ed esperienza, così, intercorre una distinzione essenziale. Nel caso della scienza, qualcosa è dubbio sino a che non abbiamo la certezza assoluta, il che significa che la stragrande maggioranza delle nostre conoscenze è dubbia e dunque non ci sono fatti, solo interpretazioni. Nel caso dell’esperienza, qualcosa è vero sino a prova contraria, il che significa che viviamo in un mondo di certezze che fa da sfondo preteorico al nostro agire, e che solo occasionalmente, in caso di equivoci o di abbagli percettivi, possiamo essere indotti a rivedere le nostre credenze.

Murphy

16Ecco il punto: nel sostenere che non ci sono fatti, solo interpretazioni, Nietzsche ha confuso la scienza con l’esperienza, e ha innescato un meccanismo molto simile alla legge di Murphy: se qualcosa può andar male, andrà sicuramente male (nei nostri termini: se un equivoco sia pure remoto è possibile, allora sicuramente si equivocherà).

17In questo, in effetti, Nietzsche non è solo. L’inizio di questa storia alla Murphy si può trovare in Cartesio, per il quale i sensi talora ingannano, dunque non bisogna mai fidarsi della loro testimonianza (oppure se non si ha una idea chiara e distinta di qualcosa non è che la si conosca poco, non la si conosce affatto). In cosa consiste il nocciolo del gesto cartesiano? Essenzialmente in questo: si fanno vacillare le certezze preteoriche che avevano guidato la nostra vita sino a quel momento (che abbiamo un corpo, che ci sia un mondo, che i sensi appartengano al primo e ci mettano in contatto con il secondo) attraverso un dubbio propedeutico alla costituzione di una scienza.

18Tuttavia, non dimentichiamolo, Cartesio faceva valere il suo dubbio come semplice ipotesi (dubitiamo almeno una volta nella vita) e soprattutto riteneva che si avesse ragione di dubitare solo nelle cose teoriche, e mai in quelle pratiche. Viceversa, nei due secoli che da Cartesio portano a Nietzsche il risultato è stato, per così dire, la normalizzazione del dubbio, trasferito dalla scienza all’esperienza, dall’eccezione alla regola, dalla teoria alla prassi.

Schleiermacher

19Per ciò che attiene specificamente alla questione della interpretazione, la normalizzazione ha luogo molto prima di Nietzsche. Sino al Settecento, la regola della interpretazione era “in claris non fit interpretatio”, il che significa: normalmente, si legge o si guarda, e non si interpreta, le cose sono lì, chiare. Può capitare, occasionalmente, che qualcosa sia oscuro e costituisca un intoppo per la nostra comprensione. Ed è lì, ma non prima, che si deve interpretare. Le cose cambiano completamente all’inizio dell’Ottocento, con Schleiermacher, che scrive: «La prassi più corriva di quest’arte parte dal presupposto che l’intendimento venga da sé, e formula negativamente la meta con le parole: “il fraintendimento va evitato”. La prassi più rigorosa parte dal presupposto che il fraintendimento viene da sé e che l’intendimento deve essere in ogni punto voluto e cercato».

20Dunque, leggendo “Schleiermacher”, io dovrei prima di tutto chiedermi se sia un nome proprio o un nome comune, “Schleier - macher”, “tessitore”, o “facitore di veli”, come forse farebbe un traduttore automatico e come del resto amava fare Nietzsche, che se la prendeva con Schleiermacher, ma non come teorico dell’ermeneutica, bensì come teologo, e gli rimproverava di fabbricare inutili veli, insomma di intorbidare le acque.

21E non aveva tutti i torti. Rispetto agli ingenui (e sensati) ermeneuti precedenti, abbiamo un capovolgimento totale. Il mondo diventa oscuro e indecifrabile, o meglio si trasforma in un laboratorio scientifico, pieno di enigmi e di questioni irrisolte o solo ipotetiche — e, del tutto naturalmente, a questo punto una frase come “la posta viene consegnata alle 9”, o “sono le 9” diventa un rebus, o peggio ancora, visto che per l’appunto non c’è vero senso di un testo e non ci sono fatti, solo interpretazioni. Sono tesi del tutto legittime in un quadro scientifico, ma immaginate se un contratto ammettesse infinite interpretazioni. Chiunque esamini una causa in tribunale (un luogo dove, sia detto di passaggio, è molto più rassicurante, se si è innocenti, trovare scritte come “la legge è uguale per tutti” invece che “non ci sono fatti, solo interpretazioni”), noterà che si muove dall’ipotesi che le interpretazioni non sono affatto infinite, e che la scelta si pone tra due interpretazioni, delle quali, oltretutto, si deve decidere quale sia quella vera, che dunque è una sola. (Detto nuovamente di passaggio, questa è anche la situazione della scienza che, se ha un senso, è perché ci sono moltissime interpretazioni sbagliate e una sola vera; tranne che nella scienza si può aspettare, nella vita no, perché è troppo breve.)

22Come risultato, in ogni caso, e già in Schleiermacher: il mondo è incerto, vago, dominato dall’equivoco, e l’interprete diventa il demiurgo a cui è affidato l’incarico di portar luce nelle tenebre che, in definitiva, proprio lui ha contribuito a creare. Nietzsche si limiterà a compiere il passo successivo: se tutto è minacciato dall’equivoco, perché mai una interpretazione dovrebbe pretendere di essere vera? Tutte lo sono e nessuna lo è, appunto perché non ci sono fatti, solo interpretazioni. Ammettiamolo, un esito del genere motiva ampiamente il titolo del saggio di Francesco Zamboni uscito nel 1819, proprio l’anno in cui Schleiermacher enunciava la sua tesi sulla priorità del fraintendimento rispetto all’intesa: Saggio di una memoria sopra la necessità di prevenire gl’incauti contro gli artifici di alcuni professori d’ermeneutica.

Gavagai

23Tuttavia, uno potrebbe dire: in fondo, la tesi di Nietzsche non è una esclusiva sua (o di un mistico come Benjamin, o di un letterato francese come Valéry). Non è anche quella di Quine quando esclude la possibilità di una traduzione radicale? L’esempio di Quine è famoso. Sentiamo un indigeno che esclama “Gavagai” quando fremono le foglie, vediamo passare un coniglio, e concludiamo che vuol dire “coniglio”. Ma forse l’indigeno intende una parte di coniglio, il passaggio del coniglio, o la coniglità. Dunque, la traduzione radicale è impossibile, il fraintendimento è la norma e, in ultima analisi, non ci sono fatti, solo interpretazioni.

24In effetti, non è proprio così, visto che Quine si limita a sostenere che non abbiamo mai una garanzia ultima nel passaggio dalle parole alle cose, ma (diversamente da Nietzsche) non esclude affatto che ci possa essere una verità come coerenza all’interno delle nostre teorie e dei nostri schemi concettuali. Come dire che la verità come adaequatio, come conformità della proposizione con la cosa, non funziona, ma funziona invece la tesi della verità come coerenza all’interno di un sistema di teorie. In breve, non potrò mai essere sicuro che il libro che indico sia proprio blu (potrebbe darsi che quello che io intendo come blu in realtà sia rosso), ma non avrò mai ragione di dubitare del fatto che la molecola dell’acqua sia composta da due molecole di idrogeno e una di ossigeno, o, a maggior ragione, del fatto che le prestazioni d’opera occasionali sono soggette a una ritenuta del 20%.

25Tuttavia, ciò che Quine condivide con Nietzsche e con tutta la genealogia di epistemologi venuta fuori da Cartesio è proprio il fatto che basta un dubbio teorico (sarà proprio un coniglio e non piuttosto un passaggio di coniglio? O una parte di coniglio?) per determinare uno scetticismo pratico senza limiti. Chiedersi se Gavagai sia un coniglio o non qualche altra cosa (tendenzialmente, qualsiasi altra cosa) è come domandarsi se devo fidarmi di ciò che in questo preciso momento vedo sul tavolo, dal momento che qualche volta mi è capitato di prendere lucciole per lanterne. Soprattutto, pretendere che uno debba dominare in una maniera assoluta il contesto per tradurre sensatamente, è evocare i fantasmi del sapere assoluto: se non sai tutto, non sai niente e non puoi dire niente neanche su cose molto circoscritte e semplici (anzi, proprio perché queste cose sono semplici e circoscritte ci sarebbe motivo di dubitarne).

Erasmus

26In questo modo, si trascura il fatto che, per esempio, c’è un sacco di gente che non sa l’inglese eppure sa benissimo che “dog” vuol dire “cane”. In effetti, si potrebbe facilmente dimostrare che gli oggetti fisici richiedono pochissimo dominio del contesto (anche un cane può adoperare una poltrona per accucciarsi, senza per questo pensare qualcosa come “ecco una poltrona”), e che i problemi sorgono, se mai, per gli oggetti ideali (fuori di un contesto, un teorema non vuol dire proprio niente) e a maggior ragione per gli oggetti sociali: “applicare una ritenuta del 20%” è una frase completamente incomprensibile se non si domina un qualche contesto, e si può facilmente immaginare una società in cui risulti un arcano indecifrabile, mentre è arduo immaginare una società in cui, all’occasione, vista una sedia uno non finisca per sedersi.

27Dunque, quando in Madame Bovary il farmacista Homais risponde a Leon “yes”, entrambi capiscono benissimo “sì” (o meglio “oui”), anche se nessuno dei due conosce l’inglese, e un barista italiano può benissimo dire “et voilà”, servendo un caffè, sapendo benissimo quel che dice e facendosi capire benissimo dal cliente, anche se entrambi ignorano completamente il francese. Allo stesso modo, capisco che la mancanza di serotonina provoca depressione o che l’emoglobina è importante anche senza possedere una conoscenza medica completa. La traduzione è possibilissima, e questa costanza è molto maggiore di quella rappresentata dal controesempio di “Gavagai”.

28Insomma, Quine designa un caso-limite, e cerca di farne una regola. Ora, è vero che io (è probabilmente un mio difetto privato) non capisco mai esattamente le frecce sulle strade (mi sembra, ad esempio, che le indicazioni di svolta sulle autostrade svizzere suggeriscano di schizzare fuori di strada, visto che non sono orientate semplicemente a destra, ma anche verso l’alto, con un alzo di 45°), ma alla fine me la cavo. Dovessi comportarmi come pensa Quine, sarei già morto da tempo, soprattutto sulle autostrade svizzere, ma non solo.

29È del resto da notare che anche nel campo degli oggetti ideali, quelli che più naturalmente si prestano a una rilassata contemplazione teorica, e dunque a una interpretazione oziosa e infinita, si arriva nella stragrande maggioranza dei casi a delle conclusioni tutt’altro che equivoche. Per esempio, durante la guerra fredda, i Russi e gli Americani hanno talvolta dimostrato gli stessi teoremi in maniere differenti, visto che non c’era scambio fra le due comunità scientifiche. Ma questo non ha mai comportato che i teoremi (ripeto: dimostrati in modo diversi) risultassero intraducibili, tanto è vero che ci si è subito accorti che si trattava degli stessi teoremi, il che, alla luce dell’argomento di Quine, dovrebbe essere del tutto impossibile.

30È vero che per ciò che attiene agli oggetti sociali, la traduzione è qualcosa di più complicato. Qualunque professore alle prese con la convalida di esami sostenuti all’estero da studenti in Erasmus lo sa. E se sugli Erasmus prima o poi la discussione ha un termine, su questioni come quella se considerare un sacrificio il culto del cargo si possono perdere gli anni ma, riconosciamolo, tranne pochi casi non è poi così grave.

Takete e Maluma

31Insomma. In oggetti fisici, come i conigli, l’interpretazione è stabilizzata da qualcosa che ci sta di fronte e che è indipendente dai nostri schemi o aspettative. In oggetti ideali, come i teoremi, l’interpretazione è stabilizzata da un contenuto comune e condiviso indipendentemente dai suoi modi di presentazione. In oggetti sociali, come gli Erasmus, le difficoltà possono essere più grandi, ma in linea di massima mai insuperabili dal momento che il mondo sociale è il regno della prassi, dunque non ci si può permettere di tirare troppo per le lunghe.

32Se dunque Gavagai voleva dimostrare che anche di fronte a un coniglio si può far fatica a riferire le parole alle cose, sembrerebbe che ciò che effettivamente accade sia molto diverso. Da una parte, quello di Quine è per l’appunto un caso- limite, più o meno come il dubbio di Cartesio, visto che per l’appunto cerca di ricostruire una situazione ideale, quella di una traduzione radicale, mentre (e anche per Quine) la norma con cui abbiamo a che fare è di traduzioni tutt’altro che radicali, visto che siamo per l’appunto immersi in un mondo di aspettative e di prassi comuni che ci fanno subito capire che una vasca da bagno serve per farci il bagno e non per coltivarci i pomodori in casa (può succedere, ma è raro e stupisce) e che i soldi servono per pagare e non per accendersi i sigari (anche questo può succedere, ma di solito succede nei film). Gavagai ci insegna dunque che in taluni casi, specialissimi, ci possono essere serie difficoltà di traduzione, e non che non ci sono fatti, solo interpretazioni.

33E adesso prendiamo due nomi di una lingua di fantasia: “takete” e “maluma”. In un famoso esperimento, lo psicologo gestaltista Wolfgang Kohler aveva invitato i soggetti ad associare quelle strane parole ai disegni. Con una regolarità impressionante, alla figura con spigoli e rette corrispose “takete”, a quella curvilinea “maluma”. Come se fossero delle onomatopee, e in senso radicalmente opposto a Gavagai. Si tratta, se ci facciamo caso, di una traduzione radicale, in cui soggetti di lingue diversissime, con culture eterogenee, varie età ecc., fanno corrispondere con regolarità due parole a due cose, senza mai sbagliarsi. Alla faccia del “non ci sono fatti, solo interpretazioni”.

Badola

34Un controargomento potrebbe tuttavia suonare così. D’accordo, ci sono dei controesempi, ma non è del tutto implausibile una situazione in cui io stia guardando la televisione, e a un certo punto veda apparire un mio conoscente che non stimo troppo; magari direi “guarda quel badola!”, e un ipotetico nativo di Quine potrebbe concludere che “badola” sia il nome del mio conoscente. In effetti, qui l’equivoco è possibile. Immaginiamo tuttavia che al mio fianco non ci sia un nativo di Quine, ma semplicemente qualcuno (come immagino la maggior parte dei lettori) che ignori il significato di “badola”. Non ho condotto studi statistici su questo punto, tuttavia sono convinto che, alla faccia del “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, capirebbe, con una buona approssimazione, che non si tratta di un complimento, più o meno con la stessa approssimazione che in takete e maluma.

35Come è possibile? E, scherzi a parte, che cosa vuol dire “badola”? Il Gran dizionario piemontese-italiano di Vittorio di Sant’Albino (1859) non azzarda un etimo, ma lo suggerisce. Alla voce Badola rinvia a Bade, come sostantivo, che sarebbe “Zugo, sguscialasagne; melenso. V. Babeo. Dicesi altresì a chi sta ozioso e scioperato, che non ha volontà di far nulla, e vale badalone, dondolone, perdigiorno”. Il più difficile è capire cosa sia uno zugo, che il Vocabolario dell’Enciclopedia Italiana qualifica come un toscanismo antiquato, che sta per “minchione, babbeo” (manca invece lo sguscialasagne, ma è piuttosto intuitivo). Al Cavaliere di Sant’Albino, “zugo” doveva apparire, per puro dogma toscaneggiarne, come un grado zero (magari lo avrà anche usato quando non parlava in piemontese: “Dica a quel zugo”, “Lei è un povero zugo” ecc.), e non ci si stupisce, se da poco Manzoni aveva concluso che “bambini” è più normale di “bamboli”. Ma perché da Badola si dovrebbe arrivare a Badé? Cosa c’entra?

36Ora, prendiamo questo passo di Bel Ami di Maupassant.

Forestier, debout devant la cheminée, fumait une cigarette en jouant au bilboquet. Il était très adroit à ce jeu et piquait à tous coups la bilie énorme en buis jaune sur la petite pointe de bois. Il comptait: ‘Vingt-deux, - vingt-trois, - vingt-quatre, - vingt-cinq.’
Duroy prononça: ‘Vingt-six’. Et son ami leva les yeux, sans arrèter le mouvement régulier de son. bras: - Tiens, te voilà! - Hier j’ai fait cinquante-sept coups de suite. Il n’y a que Saint-Potin qui soit plus fort que moi ici. As-tu vu le patron? Il n’y a rien de plus dròle que de regarder cette vieille bedole de Norbert jouer au bilboquet. Il ouvre la bouche comme pour avaler la boule.

37Lo stavo leggendo, una decina d’anni fa, e mi sono detto: eureka, l’origine (e il significato) di “badola”, è bédole. Il termine è ormai desueto, tanto è vero che spesso si precisa, in nota, che la bédole (termine non riportato nel corrente dizionario italiano-francese del Boch) è una specie di bilboquet, che (questa volta c’è nel Boch) sarebbe un “saltamartino”, quanto dire, ammettiamolo, quasi uno zugo; il Vocabolario dell’Enciclopedia Italiana spiega: “Giocattolo costituito da un pezzetto di legno leggero (talvolta anche da un semplice guscio di noce) a forma di ranocchia, munito nella parte cava di una molla che, appena posata in terra, scatta e gli fa fare un piccolo salto”. Il medesimo vocabolario sostiene anche che si tratta di un “altro nome del misirizzi”, cioè del “Balocco in forma di figurina (soldatino, ometto generalmente dai tratti buffi), con la parte inferiore del corpo costituita da una semisfera riempita di piombo in modo da risultare notevolmente più pesante del resto: qualunque sia la posizione in cui si colloca, la figurina, lasciata libera, torna in posizione verticale”.

38Di questo passo, si direbbe, il mio badola non è un esempio contro gavagai, ma a favore. Chi ci capisce qualcosa? E chi ne viene a capo? Non direi. Ecco una frase che si può capire intuitivamente: “Norbert è un badola che gioca a badola, un bilboquet che gioca a bilboquet.” E si capisce benissimo perché. Basta guardare rapidamente questa tavola di bilboquet (cioè di badola) di tutte le nazioni e di tutti i tempi, ed è subito tutto chiaro. L’ipotesi-gavagai non ci turba più di tanto.

39E adesso prendiamo, per concludere, un’altra foto.

40Questo non è Umberto, è proprio Nietzsche, con sua mamma, nel 1891, dopo il crollo psichico. I baffoni sono uguali, ma ha più capelli, ben pettinati e non sono tagliati all’umberta, il volto è più paffuto. C’è poco da discutere, non ci sono fatti, solo interpretazioni; ed è vero che una volta mi è capitato di vedere questa foto con la didascalia “Nietzsche con la moglie” e, un’altra volta, con la didascalia “Nietzsche con la sorella”, ma si trattava di errori, non di interpretazioni, proprio come nel caso di Umberto. E fate caso, guardate bene: non vi sembra che sia un po’ un badola?

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Note

1 “Lo schema del cane” in Rivista di estetica, n.s., n. 8, 1998, pp. 3-27.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Maurizio Ferraris, «Badola e gavagai»Rivista di estetica, 34 | 2007, 251-261.

Notizia bibliografica digitale

Maurizio Ferraris, «Badola e gavagai»Rivista di estetica [Online], 34 | 2007, online dal 30 novembre 2015, consultato il 14 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/3987; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.3987

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Maurizio Ferraris

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