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HomeNumeri34Competenza pragmatica come filtro

Note dell’autore

Questo lavoro è stato presentato al tredicesimo convegno della Società di Filosofia del linguaggio. Ringrazio chi è intervenuto al dibattito, oltre a Paolo Bouquet e Massimiliano Vignolo, che hanno letto e commentato il testo.

Testo integrale

Introduzione

1In Lexical Competence Marconi ha elaborato una visione articolata della competenza semantica (strutturale e lessicale) cercando di non usare il termine “significato”, ma parlando solo della capacità di comprensione. A me sembra una mossa dubbia; infatti parlare di “significato” non vuol solo dire ipostatizzare un’entità che non esiste, ma usare un nome per denotare certe procedure o certi insiemi, ad esempio insiemi di inferenze, che possono essere formalizzati come (parti di) reti semantiche, o come insiemi di tratti costitutivi dell’uso dell’espressione. Assumo dunque qui la possibilità di parlare di “significato” e quindi di composizionalità del significato: per capire un enunciato devo capire il significato degli enunciati o delle parti componenti e il modo in cui sono organizzate. È il tema di fondo di ogni “teoria del significato”, a partire da Davidson e Dummett.

2Una teoria del significato deve rispondere ai problemi della composizionalità e della comunicazione linguistica. Nell’elaborare una risposta a questi problemi definirò una nozione di competenza pragmatica che, pur senza evitare il termine “significato”, mi sembra compatibile con quanto discusso in Lexical Compentence, specie con la definizione della competenza inferenziale. Anche se prenderò come punto di partenza una teoria del significato olistica, l’idea di competenza pragmatica discussa qui non è necessariamente legata all’olismo, ed è compatibile con altre forme di teoria del significato. Il tema di fondo che vorrei delineare, e che è indipendente dalle assunzioni su olismo e inferenzialismo, è come organizzare diversi tipi di competenza pragmatica, in analogia ai tipi di competenza semantica discussi da Marconi. La conclusione tocca quindi, anche se in modo molto programmatico, il rapporto tra semantica e pragmatica e il rapporto tra principio di composizionalità e principio di contestualità.

3Alle spalle di questa idea di competenza pragmatica vi sono le riflessioni di Wittgenstein, che viene visto come uno degli ispiratori del contestualismo radicale e della priorità della pragmatica sulla semantica. Credo che resti valida l’ispirazione di fondo di Wittgenstein, l’idea dei giochi linguistici come “dato” prioritario da cui occorre partire per capire come funziona il linguaggio. Wittgenstein parla però poco delle relazioni tra i giochi linguistici, e credo che questo sia il punto del suo lavoro che, con immodestia, ritengo sia necessario sviluppare (se poi ci riesca o no è altra cosa; a volte indicare il problema è più importante che indicare la soluzione).

1 L’olismo radicale e i suoi problemi

  • 1 Una soluzione si trova in Vignolo 2007, che distingue teoria semantica, come teoria della condizion (...)

4Con Davidson l’olismo semantico ha ricevuto uno status accettabile dalla comunità scientifica; anche di fronte ad alternative robuste, dall’atomismo di Fodor al molecolarismo di Dummett, l’olismo resta una opzione possibile in teoria del significato. C’è una certa ambiguità tra i concetti di teoria semantica (basata sul modello tarskiano e in seguito sui modelli di Kripke) e teoria del significato (che a volte viene presentata come una semantica alternativa, a volte come un complemento alla teoria semantica modellistica). In questo articolo non entrerò direttamente in questa ambiguità1, e mi limiterò a parlare di “olismo del significato” intendendo con questo la tesi generale affermata da Davidson quando scrive:

  • 2 Questo passo echeggia il Wittgenstein citato da Quine in World and Object, con la differenza che qu (...)

Frege ha detto che una parola ha significato solo nel contesto di un enunciato; analogamente avrebbe potuto aggiungere che un enunciato (e quindi una parola) ha significato solo nel contesto del linguaggio2.

5Questo scriveva Davidson nel 1967; vent’anni dopo, in A nice derangements of epitaphs, Davidson mantiene l’idea di fondo dell’olismo, ma rinuncia all’idea di significato “convenzionale”; il significato è qualcosa che dipende in modo fondamentale dall’idioletto del parlante. L’impressione è che con questo Davidson tenda a rifiutare la distinzione di Grice tra “significato del parlante” e “significato semantico” come troppo grossolana. Il significato è non solo quanto il parlante intende veicolare, sulla base di quanto è convenzionalmente accettato, ma anche quanto il parlante-ascoltatore è in grado di interpretare. Quindi, oltre all’intenzione del parlante occorre dare maggiore spazio alla interpretazione del proferimento altrui costruita dal parlante-ascoltatore. Occorre cioè postulare una idea di competenza individuale e di teoria del significato proiettata sui proferimenti dell’interlocutore (la teoria che il parlante ritiene sia usata dall’interlocutore).

  • 3 Se questo comporti aspetti di molecolarismo “nascosto” è da discutere; infatti parlando di inferenz (...)

6La visione olista di Davidson ha avuto uno sviluppo originale nel lavoro di Brandom, secondo cui il significato di un enunciato è dato dalla totalità delle sue relazioni inferenziali: rientrano nel significato non solo le inferenze che giustificano l’asserzione dell’enunciato (incluse anche le giustificazioni date dagli input sensoriali), ma anche quelle che da una tale asserzione conseguono. Assumo qui for the sake of the argument una visione olistica e ricca del significato, il peggio cui ci si possa trovare di fronte quando si discute di queste cose. L’aspetto normativo che Brandom apporta all’olismo del significato è anche quello che permette di dare plausibilità psicologica all’olismo. Infatti se il significato di una parola è inteso come connesso a tutto il linguaggio, il tempo di processamento di una frase diverrebbe molto maggiore di quanto ragionevole. Ma il significato per Brandom non è costituito da un insieme attuale di inferenze, bensì dalle inferenze che sono impegnato ad accettare. Dunque non devo di fatto percorrere ogni volta tutta la catena di inferenze per dire di “capire” il significato. Ne avrò una comprensione sempre parziale, ma ne potrò dare una rappresentazione sempre più vicina alla completezza con l’esplorare sistematicamente le conseguenze delle mie asserzioni. L’unico vincolo è la chiusura deduttiva e il seguire regole3.

7I due pilastri principali di una teoria ricca e olistica del significato possono essere espressi in due tesi:

  1. il significato delle parole dipende dalla totalità del linguaggio cioè dalla totalità delle inferenze dell’idioletto del parlante (con il caveat normativo dato sopra);

  2. non vi è un significato convenzionale fisso che costituisce l’input dell’analisi pragmatica; il significato di un proferimento dipende sempre dal contesto di emissione e dalla “teoria” del parlante-ascoltatore.

  • 4 È difficile in una teoria del significato fare a meno di una qualche forma del “principio di Frege” (...)

8Seguendo (a) si può immaginare che a ogni parola venga associato un insieme di connessioni con le altre espressioni del linguaggio, fino a percorrere tutti i termini del lessico con una certa progressione. Immaginate una rete semantica completa, dove tutti i termini del lessico siano connessi. A partire da ogni termine sarà possibile collegarsi a tutti gli altri in un certo numero di passi. Si avrà così una serie di percorsi che partono da un termine e percorrono tutto il lessico — o una sua parte rilevante. Ovviamente alcuni termini saranno più “distanti” dagli altri (coerentemente con quello che Quillian usava chiamare spreading activation). Altrettanto ovvio appare assumere — anche se questa è un’ipotesi ulteriore — che i percorsi che si dipartono da ciascun termine (che possiamo immaginare in forma di grafi, ma anche esprimibili come postulati di significato nell’idioletto del parlante) varino con il variare del contesto di proferimento o quantomeno del tipo di contesto generale di applicazione. Assumendo questa ulteriore tesi, i problemi che si pongono all’olismo appaiono a prima vista insormontabili. Tenterò qui di vedere cosa potrebbe rispondere un dista radicale ai problemi che gli vengon posti, e che riguardano soprattutto la comunicazione e la composizionalità. Presento qui quello che si potrebbe definire il “paradosso della comunicazione”. Penso vi sia anche un paradosso della composizionalità, ma il problema richiederebbe troppo spazio per essere contenuto in questo articolo4.

9Il paradosso della comunicazione nasce dall’idea intuitiva e del tutto sensata per cui la comunicazione non può fare a meno di significati condivisi. Condividere significati è infatti essenziale per poter essere d’accordo o in disaccordo con qualcuno. Altrimenti non sapremmo mai se siamo in disaccordo sulle nostre credenze o attribuiamo diversi significati alle parole. Ma non vi può essere effettiva comunicazione se non esiste né accordo né disaccordo. I significati condivisi sono esclusi in linea di principio dall’olismo che esclude la distinzione tra analitico e sintetico (Quine), e quindi si libera della nozione di “significato convenzionale”, basato su definizioni analitiche. Rendendo in tal modo indistinguibile il contrasto fra un disaccordo sulle credenze e un disaccordo sul significato (Davidson si richiama all’esempio dell’ascensore di Einstein), si rende così impossibile una spiegazione della comunicazione, che è appunto basata su accordi riconosciuti e significati condivisi.

10Sia Dummett (1973) che Fodor e Lepore (1992) riconoscono che questo tipo di critica non è un argomento diretto contro l’olismo ma contro le sue conseguenze. Se le conseguenze di una teoria sono implausibili questo è un motivo per pensare che vi sia qualche errore di fondo nella teoria. Per questo tradizionalmente si è contrapposto all’olismo del significato da una parte il molecolarismo (Dummett) e dall’altra l’atomismo (Fodor). Ma non sono queste le uniche opzioni e anche l’olismo ha una buona risposta alle critiche basate sulla comunicazione.

2 Comunicazione e convergenza

11La risposta olista al paradosso della comunicazione mi pare abbastanza standard e cercherò di darne in questo paragrafo una breve descrizione. Precisiamo prima la posizione dei critici dell’olismo radicale: Dummett rifiuta l’olismo del significato e pone come problema della teoria del significato la ricerca di tratti costitutivi del significato. Tali tratti costitutivi dovrebbero essere condivisi dalla comunità linguistica in linea di principio. Non tutti hanno una competenza lessicale completa della lingua, ma esistono standard riconosciuti cui conformarsi. In una parola per Dummett e molti altri la risposta all’olismo è: abbandonare l’olismo e tenere l’idea di significati condivisi normativamente individuando i tratti costitutivi del significato di una lingua. Cosa sono tali tratti costitutivi? Sono verità analitiche? Usi statisticamente determinati? Giustificazioni canoniche? Proprietà epistemiche? Secondo alcuni con l’idea di tratti costitutivi del significato si rischia di reintrodurre la distinzione analitico-sintetico che Quine avrebbe eliminato o quantomeno naturalizzato. Dummett vuole fare proprio qualcosa del genere e tenta di reintrodurre la vecchia distinzione in nuova forma, basandosi su diversi livelli di complessità: occorre conoscere alcuni significati per capirne di più complessi (devo capire prima “rompere” per poter capire “fragile”). Altri insistono sulla diversità dell’idea di “costitutivo” rispetto ad “analitico”; vi sono aspetti costitutivi del significato che non sono riducibili alla definizione di analitico, ma derivano da proprietà epistemiche, cioè da ciò che devo presupporre per poter dire di conoscere il significato di una espressione. Ci troviamo così di fronte a un insieme di proposte che cercano di scalzare l’idea olistica e idiolettale del significato e salvano la condivisione di significati (e con questo la sensatezza della comunicazione).

12La risposta di Davidson (e altri come Bilgrami o Brandom) è di segno opposto; se si mantiene l’olismo si deve abbandonare la teoria della comunicazione presupposta nelle critiche di Dummett, cioè l’idea che per comunicare occorre condividere i significati. Basta una piccola correzione: per comunicare non è necessario condividere a priori i significati delle parole; basta convergere verso gli stessi significati nella situazione o nel contesto di proferimento. La conclusione è dunque: accettare l’olismo, ma rifiutare la visione della comunicazione come condivisione presupposta, sostituendola con la visione del comunicazione come convergenza verso inferenze localmente condivise.

  • 5 Ovviamente a ogni termine del lessico inserito in questi condizionali in cui compare il termina “ac (...)

13Riprendendo con una certa libertà un esempio di Bilgrami (1992), consideriamo il dialogo di due persone, uno scienziato (Andrea) e una persona ignorante (Carlo) che hanno due differenti insiemi di informazioni collegate al termine “acqua”, rappresentabili ad esempio5 come

Andrea: x è acqua → x è H2O liquido; x è acqua x bolle a 100°; x è acqua x fondamentale per lo sviluppo della vita; x è acqua x è bevibile; x è acqua x …
Carlo: x è acqua → x è trasparente; x è acqua x c’è quando piove; x è acqua x è in laghi e mari; x è acqua → x è bevibile; x è acqua x è usata per lavare; x è acqua →x ...

14Di fronte a Carlo che chiede ad Andrea: “hai un bicchiere d’acqua?”, Andrea, cui la parola “acqua” fa venire in mente immediatamente “H2O” e “bolle a 100°”, da prima si stupisce (magari pensando “a che può servire un intero bicchiere di H2O?”); poi aggiusta il suo insieme di assunzioni e recupera l’inferenza che pare rilevante nel contesto, cioè che se qualcosa è acqua allora è bevibile; Carlo chiede acqua, quindi chiede qualcosa di bevibile; e presumibilmente vuole bere un bicchiere. Capisce dunque che Carlo vuole un bicchiere d’acqua non per fare un esperimento — non ne è capace — ma per bere perché fa un gran caldo e ha una grande sete.

15Questo esempio fa venire molti dubbi.

16Da una parte, contro la visione tradizionale della comunicazione, non presuppone che parlanti competenti condividano gli stessi significati o lo stesso insieme di definizioni e inferenze. Dall’altra però, a favore della visione tradizionale, indica che ci deve essere comunque un punto di partenza condiviso (l’acqua è bevibile). Il problema riguarda cosa sia questo punto di partenza condiviso. Se accetti un punto di partenza condiviso, allora sembra che tu accetti l’idea di inferenze costitutive del significato; ma a questo punto abbandoni quell’aspetto dell’olismo che è basato sul rifiuto delle proprietà costitutive (la tesi chiamata “olismo idiolettale”). Per molti accettare l’idea di inferenze costitutive mette in dubbio la possibilità di trattare situazioni molto contestual-dipendenti.

17Vi è una risposta a questi dubbi, data da diversi autori, tra cui lo stesso Marconi (1997): occorre distinguere tra un molecolarismo forte e debole. Per il molecolarismo forte (alla Dummett) per ogni concetto p condiviso vi è un concetto q che deve essere ugualmente condiviso. Semplificando al massimo:

18(1) p q (Nec (p è condiviso → q è condiviso))

19Nel nostro esempio, se condividiamo il concetto di “acqua” necessariamente dobbiamo condividere il concetto di “bevibile”. Per il molecolarismo debole, invece, per ogni concetto p è necessario che ci sia un qualche altro concetto condiviso per poter comunicare, ma non è detto a priori quale esso sia (può variare appunto da contesto a contesto, da parlante a parlante). Semplificando anche qui:

20(2) p Nec (p è condiviso q (q è condiviso))

21Nel nostro caso, se condividiamo il concetto di “acqua” deve esserci almeno un altro concetto condiviso per poter far partire la comunicazione. Non necessariamente uno specifico concetto, ma uno qualsiasi che sia relativo all’acqua andrà bene; nel contesto di cui sopra quello che ha funzionato è “bevibile”, ma in un altro contesto potrebbe essere un altro concetto.

  • 6 Vedi ancora, sulle diverse concezioni di olismo locale, Penco 2004.

22Il molecolarismo debole potrebbe essere una buona soluzione per l'olismo locale6; è una posizione sensata e abbastanza olistica perché giustifica la tesi olistica per cui i concetti non nascono soli, ma insieme in una rete di concetti; al tempo stesso non richiede una posizione molecolarista (forte) che riporterebbe in auge la distinzione analitico-sintetico sotto una qualche forma. Ma è una posizione altamente instabile che pone molti dubbi: come vengono scelti i concetti da condividere? Non saranno in fin dei conti non poi così casuali come il formalismo ci fa apparire? Non sarà un altro modo, più gentile, di reintrodurre i cosiddetti “tratti costitutivi” del significato? È vero che nell’olismo locale non si danno tratti “costitutivi” a priori, ma — in fin dei conti - ci poniamo la domanda di quali concetti ci aspettiamo valgano in un certo contesto. Un po’ come se volessimo individuare i tratti utili empiricamente per poi stabilizzarli in usi standard. Il molecolarismo debole o “olismo locale” dunque “tenderebbe” a trasformarsi in molecolarismo. Ma appunto “tenderebbe”, non è. Se uno studio del funzionamento del linguaggio inteso dal punto di vista dell’olismo locale comportasse la ricerca di “tratti costitutivi” come risultato di statistiche e riflessioni sugli usi linguistici più o meno comuni saremmo comunque lontani da una visione molecolarista standard.

23Abbiamo a questo punto un’idea di olismo ragionevolmente accettabile: l’olismo locale. Resta il problema di come funziona il gioco di convergenza presupposto da questo tipo di olismo.

3 Strategie e contesti

  • 7 I neurofisiologi diranno che condividiamo un apparato di neuroni specchio o altro; questa è certo u (...)
  • 8 E giustamente Picardi 2006 lamenta che “non è chiaro che cosa intendono coloro che sostengono che o (...)

24Quando si parla di convergenza verso gli stessi significati (inferenze, proprietà, tratti semantici) si evita di presupporre significati (usi, inferenze) condivisi a priori. Ma per convergere occorre condividere qualcosa, quantomeno qualche abilità. La domanda diviene dunque: quali proprietà o abilità condivise7 permettono la convergenza verso gli stessi significati o verso un uso di parole compatibile e coerente? Per Davidson forse la risposta è semplice: condividiamo lo stesso mondo e probabilmente le stesse reazioni allo stesso mondo, o analoghe credenze; ma non è granché come risposta8. Inoltre Davidson (1986) parla di una strategia che regola la convergenza verso una teoria del significato condivisa in un contesto di conversazione (ove per condivisione di una “teoria” si può intendere — se usiamo una versione alla Brandom dell’olismo — la condivisione di certi insiemi di inferenze, magari fino a un certo punto di profondità o di complessità). Ora Davidson ci dice che questa strategia è qualcosa di misterioso: «“strategy” is a gracious word for the mysterious process through which a speaker or a hearer uses what he knows in advance plus the data of the moment to produce a passing [local] theory».

  • 9 Ovviamente questa è una grossolana semplificazione, dato che il tema caldo della pragmatica oggi è (...)

25È difficile capire perché Davidson parli di un processo “misterioso”. Di certo Davidson ha una buona conoscenza degli scritti di Austin e Grice, che hanno proposto regole e strategie per spiegare o quantomeno descrivere i processi con cui arriviamo a comprendere le intenzioni dei parlanti: le condizioni di felicità degli atti illocutori sono restrizioni per la buona formazione (e non solo sugli aspetti convenzionali, ma anche su quelli intenzionali), al di fuori delle quali non è possibile una comprensione reciproca; analogamente le implicature conversazionali esprimono condizioni che regolano la comprensione reciproca dei parlanti relativamente a un contesto di conversazione; mi è sempre sembrato che questo tipo di riflessioni sui fondamenti della pragmatica fossero i primi passi per aprire un velo a quell’alone di “mistero” della comprensione del dialogo tra parlanti. Ho quindi pensato che questo tipo di analisi pragmatiche fossero la chiave della cosiddetta “convergenza” che permette - secondo l’olismo del significato - la spiegazione del funzionamento della comunicazione. Ma Davidson no, non ne parla. Non gli viene nemmeno in mente. Allora forse quando parla di strategia di convergenza verso le stesse teorie locali ha in mente qualcosa d’altro. E probabilmente è così. Il punto è che il livello a cui si pone Davidson è di maggiore generalità rispetto alle analisi della pragmatica tradizionale. Per Grice, ad esempio, il problema dell’implicatura conversazionale si pone quando abbiamo già deciso cosa è il “significato letterale” condiviso. Ma per Davidson il significato letterale condiviso è un obiettivo da raggiungere e non il presuppposto della convergenza9. Se qualcosa come il significato letterale fosse presupposto, tutta la visione di Davidson non avrebbe senso.

  • 10 Come ricorda Picardi 2006, discutendo Davidson, parlante e interlocutore hanno molto in comune; «co (...)

26L’idea che mi sono fatto dalla lettura del lavoro di Davidson è dunque che la strategia di cui parla sia costituita da un insieme di capacità che egli stesso ritiene non descrivibili perché strettamente legate all’intuizione o all’empatia o alla capacità di orientarsi in diversi contesti di conversazione10. Ma è anche vero, al di fuori della discussione su Davidson, che si sono sviluppate diverse ricerche sulle strategie che ci permettono di convergere verso gli stessi significati intesi. Vi sono almeno tre ambiti di ricerche in questo senso:

  1. nel campo della pragmatica, diversi lavori recenti prendono le mosse dall’obiezione che un “significato letterale” alla Grice — che costituisca l’imput della interpretazione pragmatica (le implicature) — non esiste. Processi pragmatici legati al contesto di proferimento — ad esempio disambiguazione, arricchimento, presupposizione e implicature — possono contribuire a determinare il cosiddetto significato letterale, e precedono e condizionano l’interpretazione semantica (vedi ad esempio il capitolo 2 di Carston 2002);

  2. nel campo della revisione delle credenze (belief update) si è sviluppata una discussione non solo sull’aggiornamento e sul cambiamento di contesti — cioè sul contrasto tra informazioni non presenti o contraddittorie con le credenze di un agente - ma anche un’analisi sul cambiamento di contesti (contest shift) necessaria per descrivere il processo di revisione delle credenze. Un lavoro esemplare in questo senso (anche se non strettamente legato ai teorici della revisione delle credenze) è Bonomi (2006);

  3. nel campo del ragionamento contestuale in Intelligenza Artificiale si discutono le dimensioni più generali della capacità di filtrare il contesto in cui un enunciato può assumere un significato; prima di una interpretazione semantica abbiamo bisogno di definire alcune caratteristiche generali del livello in cui un enunciato deve essere interpretato (vedi ad esempio Guha-McCarthy 2003).

27Da queste diverse direzioni di ricerca abbiamo — credo — un po’ di luce sul punto cieco di Davidson sulla comunicazione come convergenza. Si sta lavorando infatti all’individuazione di alcune operazioni condivise da chiunque abbia accesso a una pratica linguistica caratterizzata dalla capacità di orientarsi in diversi contesti. In quanto segue mi limito a fare alcune riflessioni sul terzo tipo di direzione, forse meno nota tra i filosofi. Per questo mi sembra opportuno fare un breve richiamo al momento in cui [e a un motivo per cui] in IA si è introdotto il concetto formale di contesto.

28Gran parte del ragionamento non monotono (per esempio la logica della circumscription) lavora sulla specificazione di possibili anormalità dei predicati. Le possibilità di anormalità sono imprevedibili ed è sempre possibile trovare una situazione in cui un assioma apparentemente ovvio — come “gli uccelli volano” — può essere reso falso (non vale se si parla di un pinguino, di un uccello imbalsamato, di un uccello con le ali rotte ecc.). E il problema della generalità, da cui McCarthy (1987 e 1993) è partito per cercare di dare una logica del contesto. Invece di giocare su un numero potenzialmente infinito di predicati anormali, e di una falsificazione continua degli assiomi, è più ragionevole lavorare su una restrizione del contesto (inteso come teoria assiomatizzata) in cui si definiscono gli assiomi da cui partire. Il problema è stato trattato anche da Giunchiglia (1993, 2004 con Ghidini), che individua come problemi centrali della logica multi-contestuale la località (altro modo di presentare il problema di McCarthy) e la compatibilità tra diversi contesti (o teorie). Tutti gli autori delle teorie multicontestuali lavorano su una distinzione tra regole che operano all’interno dei contesti e regole che operano su contesti, e che appunto valutano la compatibilità tra contesti e la possibili assunzioni in un nuovo contesto di quanto vale in un contesto dato. Giunchiglia (1993) parla di “regole ponte”, e McCarthy di regole di “sollevamento” (“lifting”).

4 Strategie di convergenza

  • 11 Riprendo l’idea dei livelli di competenza pragmatica o contestuale da un articolo di Benerecetti, B (...)
  • 12 Vedi Benerecetti, Bouquet, Ghidini 2002 e 2004.

29Dopo diversi lavori sulla logica multi-contesto è emersa l’esigenza di trovare una generalizzazione11 di un problema centrale del ragionamento contestuale: individuare le operazioni condivise da chiunque abbia accesso a una pratica linguistica caratterizzata dall’orientarsi in diversi contesti (mantenendo l’idea che per contesto come oggetto formale si intende una teoria formale che assiomatizza contesti di conversazione o contesti di specifiche conoscenze). Si introduce così una analisi formale di quelle capacità più generali che devono essere padroneggiate da ogni parlante per “sintonizzarsi” con il livello del contesto di conversazione — sintonizzarsi con quello che si presume essere il contesto cognitivo verso cui orientarsi. Una abilità che si impara da bambini, quando si inizia a distinguere il mangiare dal giocare, e che si affina quando si gioca al dottore o alle bambole o ai soldatini, e con cose analoghe che si imparano da grandi. Anche i bambini sanno distinguere tra il contesto in cui si va a tavola a mangiare e quello in cui si gioca a bambole o soldatini, e tanti altri. Si potrebbe parlare anche dell’estensione della nostra capacità di spostarci nello spazio in diversi ambienti; evolutivamente siamo adattati a spostarci e cambiare ambienti; anche a livello cognitivo possiamo spostarci da un ambiente cognitivo a un altro, riconoscendo cosa è necessario per l’uno e per l’altro. Com’è che ci viene così facile questo tipo di movimento? Perché possediamo alcune abilità generali che si possono riassumere in quanto segue12:

  • Parzialità: l’abilità di isolare qualche aspetto parziale di una situazione per ragionare a prescindere da tanti altri aspetti dello sfondo;

  • Approssimazione: l’abilità di ragionare filtrando il livello di dettagli della nostra descrizione, a prescindere da tratti non rilevanti per il dialogo e assumendo aspetti schematici della situazione;

  • Prospettiva: l’abilità di individuare diverse prospettive da cui possiamo considerare una situazione.

30L’analisi del ragionamento contestuale è stata sviluppata con diversi tipi di formalizzazione, e riguarda prima di tutto il concetto di “contesto cognitivo”, cioè il tipo di “teoria” che viene utilizzata per descrivere il ragionamento che viene svolto. È quindi coerente con l’idea di arrivare a condividere “teorie” con l’interlocutore, secondo la prospettiva di Davidson, ed è coerente con l’idea di condividere insiemi di inferenze. Un “contesto” infatti nell’ambito del ragionamento multicontestuale in IA è una teoria data da un insieme di assunzioni (tipo postulati di significato) e un insieme di regole di inferenza che determinano le inferenze ammissibili. Il sistema multicontestuale determina restrizioni tra contesti che permettono di passare o meno da un contesto a un altro (restrizioni date da “regole ponte” o “regole di sollevamento”).

31Si prova così a fare luce sul “processo misterioso” della convergenza di Davidson tramite l’individuazione di regole intercontestuali che governerebbero la convergenza. La capacità di convergere verso le stesse teorie locati non è solo un processo misterioso, ma è un processo sottoposto a restrizioni che si possono esprimere come regole. Si è così portati a postulare tipi di operazioni strategiche che costituiscono l’ossatura della nostra capacità di comunicare, che, pur basata sulla padronanza di alcuni contesti tipici, nasce dal vedere somiglianze e differenze nelle regole che valgono in tali contesti, e dalla capacità, presto appresa, di passare da un contesto all’altro. Queste operazioni strategiche avrebbero una funzione di “filtro” sul livello e sul tipo di inferenze ammissibili, una specie di filtro necessario per arrivare a una teoria condivisa; permettono di verificare passo passo se il significato (l’insieme di inferenze ammesse) è lo stesso o no, giocando almeno su tre livelli di filtraggio. Provo a fare alcuni esempi schematici e informati:

  • Parzialità

32È il caso del ragionamento locale dell’esempio fatto al § 2 (nell’ottica del molecoralismo debole o olismo locale) con due teorie (due contesti) differenti come

33Cl: Acqua (x) → [Liquido H2O (x), v Bolle a 100°(x) v Bevibile (x)] ecc.
C2: Acqua (x) → [Bevibile (x) v Piove (x) v Laghi e mari (x)] ecc.

  • 13 L’idea è che due parlanti con i loro idioletti costruiscono implicitamente una teoria della situa z (...)

34Per “ecc.” si assume che si diano derivazioni dai vari termini del tipo “bevibile (x) → sta in un bicchiere (x)”. Per arrivare a una teoria condivisa occorre individuare le inferenze compatibili, a seconda della situazione; ad esempio di fronte alla richiesta di “hai un bicchiere d'acqua?” si attiva una parte comune ai due diversi insiemi di assunzioni, una rappresentazione del tutto parziale del mondo limitata a un numero ristretto di inferenze condivise: <Acqua (x) → Bevibile (x); bevibile (x) → sta in un bicchiere (x)>. Si incontrano cioè (secondo la visione del molecolarismo debole) le inferenze che di fatto sono condivise o comuni ai due idioletti-teoria13 (e si potrebbe indebolire la richiesta passando da inferenze condivise o comuni a inferenze “compatibili”).

  • Approssimazione

35Quando due teorie si incontrano possono facilmente variare il livello di approssimazione; è dunque su questo che è necessario verificare la compatibilità delle inferenze che vengono svolte; il livello di approssimazione, o la granularità a cui ci si pone, è un elemento fondamentale di ogni teoria. Un esempio molto semplice è la presenza/assenza del parametro tempo (o situazione); quando diciamo che se A è a sinistra di B e B è a sinistra di C allora A è a sinistra di C, assumiamo ovviamente che nel frattempo A non si sia spostato. L’esempio standard in intelligenza artificiale è l’uso di “su” e “sopra” (legato alla frequentazione dell’intelligenza artificiale con il “mondo dei blocchi”), i cui assiomi cambiano a seconda del livello di approssimazione. In un contesto approssimato vale:

36(1) A è su B e B è su C → A è sopra C

37Ma questo assioma non vale se interviene in fattore tempo (o il fattore situazione); infatti se nel frattempo spostiamo qualche elemento (ad esempio A) non vale necessariamente la proprietà transitiva; non vale cioè:

38(2) A è su B a t1 e B è su C a t2 → A è sopra C a t2

39Se consideriamo quindi il tempo, per parlare di “su” e “sopra” dovremmo esplicitare nella teoria il parametro tempo (o situazione), dicendo ad esempio:

40(3) A è su B a t1 e B è su C a t1 → A è sopra C a tl.

  • 14 II tema dell’approssimazione è un tema molto sentito dai filosofi; gli esempi riportati non devono (...)

41Ma normalmente non lo facciamo e lo diamo per scontato usando (1) per approssimazione, filtrando via il problema (parametro) tempo come irrilevante. In quest’ultimo caso è come se tale parametro fosse posto esternamente alle nostre teorie, e venisse dato per scontato. Se qualcosa non funziona, non abbiamo che da esplicitare di nuovo il parametro nella teoria, e verificare la compatibilità delle nostre inferenze, ridefinire cioè il significato di “su” e “sopra”, ora con (1) e ora con (2)14.

  • Prospettiva

42La prospettiva è un tema che è particolarmente evidente nel trattamento degli indicali; vi sono regole standard nei report e nella conversazione per l’uso di termini come “io”, “qui”, “ora”, “oggi” ecc. che corrispondono, nei resoconti sui discorsi o credenze altrui, a “lui”, “là”, “allora”, “ieri” ecc. Per un certo periodo si è discusso di un allargamento del tema degli indicali ai termini detti “contestuali”, come ad esempio “nemico” che è un termine che implica una prospettiva implicita in una teoria; in un’altra prospettiva il nemico è ovviamente amico e sodale. La relatività al contesto degli indicali tende a diventare un aspetto comune, benché con gradi diversi, ad ogni aspetto del lessico. Esplicitare la prospettiva è un tipo di abilità necessaria per “navigare tra contesti”, individuando i punti di vista delle varie “teorie” che devono convergere per poter permettere una comunicazione coerente. Le varie discussioni e teorizzazioni sul trattamento dei contesti di credenza (vedi ad esempio Frixione 2004) non sono che i primi tentativi di dare una sistemazione logica dell’intreccio di punti di vista o prospettive, la cui mancata esplicitazione rende i resoconti opachi - per usare la terminologia quineana. Un esempio di generalizzazione di tali problemi è il trattamento di Brandom (1994) che dà un grande rilievo all’intreccio di punti di vista e all’attività di tenere a mente questo intreccio (lo “scorekeeping”). Il modo più usuale di introdurre il problema dei punti di vista è forse la distinzione tra resoconti de ditto e de re:

43da:

44(1) Pia crede che Prodi sia pazzo

45sarebbe scorretto derivare senza ulteriori informazioni il report de dicto:

46(3) Pia crede che il presidente del Consiglio sia pazzo

47è possibile invece derivare un resoconto de re:

48(2) Pia crede del presidente del Consiglio che sia pazzo

49Quest’ultimo resoconto è un modo di esplicitare la differenza di punti di vista; è un modo per far capire che Pia crede, di quello che noi sappiamo essere presidente, che sia pazzo, ma non è detto che lei sappia che presidente = Prodi. Questo permette di accettare che Pia non creda che il presidente del Consiglio sia pazzo (perché urta contro la sua idea che i presidenti del Consiglio devono essere persone sagge), e nello stesso tempo accettare che Pia dia lo stesso significato che diamo noi al termine “presidente del Consiglio”. Solo in tal modo possiamo farle cambiare idea. Le relazioni di compatibilità tra teorie si possono dunque evidenziare esplicitando i punti di vista. Altrimenti saremmo costretti ad asserire che Pia non conosce il significato di “presidente del Consiglio”; ammettiamo invece che conosce il significato (sa fare una serie di ragionevoli inferenze), ma che ha un punto di vista limitato sul riferimento, su chi è il suo amico Prodi. Stesso significato, credenze differenti. Dobbiamo tenere traccia dei diversi punti di vista ogni volta che riportiamo credenze altrui, e noi siamo parte del gioco.

5 Pragmatica come filtro

50L’ipotesi di fondo proposta in questo lavoro è che sotto diverse prospettive teoriche sta emergendo un nuovo tipo di riflessione su quelle che ho chiamato “regole di convergenza”. Nonostante la delusione di molte “soluzioni” top-down nell’analisi del linguaggio, una spiegazione della comunicazione pare destinata ad appoggiarsi su abilità di alto livello. Queste abilità sono espressione di un tipo di competenza, che possiamo chiamare “competenza pragmatica”. Il termine è già in uso; ad es. Robin Lakoff lo usa per parlare delle regole generali della chiarezza e della cortesia; Kasper (1997) e altri lo usano nell’ambito dell’apprendimento linguistico, primariamente per l’importanza dell’apprendimento degli atti linguistici in diverse lingue. Qui uso il termine “competenza pragmatica” in una accezione più generale. Forse si potrebbe anche utilizzare il termine “competenza contestuale”, ma i fenomeni che si vogliono spiegare sono comunque strettamente collegati a quelli trattati sotto la disciplina generale della pragmatica, e il discorso è rivolto a chiarire proprio questo tipo di problemi a un diverso livello di generalità. Si può infatti parlare di diversi livelli di competenza pragmatica, così come si parla di diversi livelli di competenza semantica.

  • 15 C’è da dire che già Grice 1957 aveva chiaro che il contesto serve a disambiguare il significato let (...)

51La pragmatica era iniziata con la distinzione tra ciò che viene detto e ciò che viene comunicato. Ciò che viene detto è l’input per l’interpertazione semantica letterale; ciò che viene comunicato dipende da inferenze che facciamo secondo le regole della conversazione. Questo schema “classico” di Grice è oggi sempre più messo in discussione. Nell’attuale ricerca in pragmatica vi è la tendenza a vedere nei fattori contestuali un elemento che contribuisce a costituire il significato — o le condizioni di verità di un enunciato — o ciò che viene detto. Il significato inteso come condizioni di verità non dipende esclusivamente da un ipotetico “significato letterale” valido in tutti i contesti, ma dipende anche da alcune operazioni pragmatiche, come completamento (ho fatto colazione [questa mattina]), arricchimento (ho aperto la porta [con la chiave]) e transfer (il panino al prosciutto è andato via senza pagare). Cosa comporta ammettere che non valga più la tesi di Grice per cui la pragmatica si occupa di derivare ciò che viene comunicato da ciò che viene detto? Comporta un cambiamento dei rapporti tra pragmatica e semantica: la pragmatica dovrebbe sempre precedere la semantica in quanto la pragmatica ha anche a che fare con il contenuto semantico espresso15.

52Con questo notevole cambiamento rispetto all’origine, resta l’idea standard del compito della pragmatica: lo studio di come fattori contestuali e proprietà linguistiche interagiscono nell’interpretazione dei proferimenti dei parlanti, nell’interpretazione di ciò che il parlante intende comunicare. Manca ancora però un quadro di riferimento sulle molteplici analisi dei meccanismi pragmatici che condizionano le diverse interpretazioni semantiche, e non vi è una definizione univoca di cosa si intende per “fattori contestuali”. In parte questo è dovuto al fatto che il concetto di contesto oscilla costantemente tra “contesto di emissione” e “contesto cognitivo” (o background generale o locale di conoscenze). L’ipotesi che cerco di presentare è che prima di definire le specifiche strategie e operazioni pragmatiche che determinano il contenuto semantico, occorre individuare le regole generali che definiscono i livelli in cui un contesto viene inteso:

  • come è possibile individuare i contesti-teorie in gioco?

  • come è possible navigare così facilmente tra contesti-teorie diversi?

53Rispondere a queste domande è preoccuparsi di sviluppare un aspetto della pragmatica come filtro per la definizione del contesto-teoria (contesto cognitivo) che fa da inserzione sia all’interpretazione semantica sia alle implicatine conversazionali. Per quanto detto finora non posso concludere altro che con il riconoscimento che le linee di riflessione nate nei sistemi logici multi-contesto possono fungere da quadro generale per differenziare i “tipi” di meccanismi contestuali che sono in discussione oggi in pragmatica. In armonia con quanto viene oggi discusso è ragionevole distinguere tra un primo livello di meccanismi, che contribuiscono alla costituzione del contenuto semantico - e i cui tipi generali corrisponderebbero ai tre tipi individuati nell’ambito delle teorie multi-contesto - e un secondo livello legato alle implicature e alle inferenze implicite che vengono derivate nella conversazione. Si potrebbe distinguere, con una vaga analogia con le distinzioni fatte da Marconi (1997) per la semantica, tra:

(1) Competenza pragmatica strutturale che consiste nel padroneggiare le operazioni su contesti-teorie e contribuisce a definire il contenuto semantico. I tre livelli definiti nel § 3 suggeriscono una classificazione del tipo di operazioni: (a) la parzialità ha un ruolo fondamentale nella disambiguazione di termini indicando il tipo e il livello del contesto in cui interpretarli (pensa a “pompa” di benzina o di bicicletta); (b) l’approssimazione ha un ruolo centrale nel determinare i tipi di arricchimento, la “saturazione” richiesta dal tipo di finezza determinata dal contesto; (c) la prospettiva ha un ruolo centrale nell’assegnare il riferimento ai termini singolari.

(2) Competenza pragmatica intenzionale, che riguarda la padronanza delle implicature. La competenza intenzionale consiste nel saper derivare quanto il parlante intende comunicare, a partire dal contenuto semantico interpretato e dalle presupposizioni contestuali (in questo ambito si porrebbe anche, ad esempio, il lavoro del “concept blending” e degli atti linguistici indiretti, e gran parte della interpretazione delle regole della cortesia).

54La competenza pragmatica strutturale sarebbe così quell’insieme di capacità “contestuali” (capacità di navigare tra contesti = uso di strategie generali condivise dai parlanti) che permettono di “filtrare” il livello di generalità, approssimazione e prospettiva del discorso. Essa darebbe quell’ossatura generale su cui si innestano specifiche regole pragmatiche (di disambiguazione, arricchimento e individuazione del riferimento) che contribuiscono a costruire, a partire dai dati lessicali + il contesto, l’input necessario per l’interpretazione semantica.

55Quale effetto principale avrebbero tali “filtri”? Avrebbero la funzione di dare restrizioni alla composizionalità semantica. Infatti la composizionalità semantica - tema tanto discusso da Frege in poi - non può essere data a priori in un unico formato per ogni occasione di scambio linguistico. Ogni scambio linguistico si realizza in una cornice cognitiva che restringe, approssima e costringe a individuare e filtrare i componenti che servono per la conversazione, ai diversi livelli di:

  • scelta della sottoparte di inferenze utili o rilevanti o quantomeno possibili;

  • “profondità” delle inferenze possibili dalla competenza lessicale accessibile;

  • tipo di forma logica rilevante utile permissibile;

  • compatibilità tra le inferenze espresse e le assunzioni di default.

56Non è facile pensare a un quadro comprensivo della pragmatica; qui mi sono limitato ad additare un’analogia tra lavori diversi in campi di ricerca diversi, e ad abbozzare una possibile cornice teorica in cui alcuni di questi lavori sembrano trovare una effettiva convergenza.

6 Poscritto: contestualità e composizionalità

57Lo stimolo originale per questo saggio è stato il tema della composizionalità. Successivamente il tema della composizionalità è andato in secondo piano per la spiegazione del problema della comunicazione e del tema generale di cosa si intende per competenza pragmatica. Ma vi sono ovvie connessioni tra questi problemi, di cui vorrei fare un cenno.

58L’abbozzo di programma che ho proposto può anche essere visto come un tentativo di rispondere alle intuizioni contrastanti dei due principi su cui dagli inizi della filosofia del linguaggio del Novecento si discute: il principio di composizionalità e il principio di contestualità. Diverse sono state le risposte alla loro combinazione; una abbastanza intuitiva vede il principio di contestualità valere prima della formalizzazione e la composizionalità valere per i linguaggi formali; come suggeriva già Bonomi (1974:174), “in una lingua formalizzata la denotatività di un’espressione è garantita dalla buona formazione, in una lingua naturale la denotatività di un’espressione ha a che fare con una serie di altri fattori”. D’altra parte lo stesso Frege, contrariamente all’atomismo logico che si sarebbe sviluppato dopo di lui, ha sempre prospettato diverse possibili forme logiche derivanti dall’analisi degli enunciati. L’idea era: partiamo dal linguaggio naturale e a seconda degli scopi diamo la forma logica più utile. Il discorso qui è in parte differente: cerchiamo di individuare il tipo di filtri che ci costringono a indirizzarci verso una o verso un’altra forma logica, a seconda che siamo portati a descrivere i nostri scambi linguistici in questa o quella “teoria” cognitiva, con quei primitivi, quelle inferenze rilevanti, quel tipo di materiale che possiamo elaborare composizionalmente.

59Tradizionalmente ci sono stati tre modi di risolvere il problema della composizionalità: (i) arricchire i parametri, (ii) cambiare la forma logica, (iii) selezionare i contesti. (i) è esemplificato da Kaplan, che ha inserito nella valutazione semantica il parametro contesto di emissione, cioè la tripla <tempo, luogo, parlante> oltre al parametro mondo possibile. E si potrebbe accrescere il numero di parametri (quelli che si possono variare, come lo standard di precisione ecc.). (ii) nasce già con Carnap che vedeva diverse forme logiche nei contesti intensionali e nei contesti di credenza, ove valevano diversi principi di composizionalità per le intensioni e per le strutture intensionali. La seconda strada si rende necessaria anche nello sviluppo della semantica modellistica dal verificare che non è possibile avere sempre una unica forma logica per una forma superficiale come voleva Montague, (iii) ha la sua prima esemplificazione nel trattamento fregeano del discorso indiretto: cambia il contesto, ma si mantiene forma logica e parametri: nel contesto indiretto vale la stessa struttura che nel discorso normale (vale la sostitutività del riferimento), ma il contenuto di senso e riferimento sono cambiati perché si è inserito un nuovo parametro, il punto di vista del parlante di cui si riporta il discorso. La terza opzione può comportare anche (i) e (ii) ma non necessariamente; essa sembra comunque essere una soluzione più semplice rispetto alla progressiva complicazione di (i). Se invece di arricchire esponenzialmente il linguaggio filtriamo prima i diversi contesti, all’interno di ciascun contesto-teoria possiamo operare con maggiore semplicità. E le varie regole che esplicitano presupposizioni, implicature, arricchimenti, trovano un setting in cui operare che non richiede il processamento dell’intero linguaggio o dell’intero lessico. È un po’ come operare non con i mondi giocattolo della prima IA, ma con un intreccio di mondi giocattolo, dove l’insistenza non è tanto su cosa accade in ciascun mondo — grosso modo lo sappiamo già — ma sulle relazioni di compatibilità tra mondi.

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Note

1 Una soluzione si trova in Vignolo 2007, che distingue teoria semantica, come teoria della condizioni di verità degli enunciati, e teoria del significato come teoria delle condizioni di applicabilità, sulla base di una visione disposizionale del significato come uso non distante da Horwich.

2 Questo passo echeggia il Wittgenstein citato da Quine in World and Object, con la differenza che qui Davidson parla del “contesto del linguaggio” dove Wittgenstein avrebbe parlato di un linguaggio. Vedi una discussione in Penco 2004.

3 Se questo comporti aspetti di molecolarismo “nascosto” è da discutere; infatti parlando di inferenze materiali Brandom porta dentro il suo sistema qualcosa che assomiglia molto a postulati di significato che potrebbero essere intesi come definizioni analitiche. D’altra parte — come suggerisce Marconi — esiste una “normatività senza norme” diffusa nelle diverse “autorità” linguistiche, dai dizionari alle enciclopedie, agli esperti, alle statistiche ecc. E quando si parla di “normatività” non necessariamente si sposa una visione fondazionale del significato convenzionale come dato a priori. L’insieme della proposta di Brandom comunque resta decisamente olista, e non insisterò oltre su questo punto qui.

4 È difficile in una teoria del significato fare a meno di una qualche forma del “principio di Frege” o principio dì composizionalità: il significato dì un enunciato dipende dal significato delle parole; ma se il significato dipende dalla totalità del linguaggio e le parole hanno più di un percorso o significato possìbile a seconda dei contesti di applicazione, allora non è così facile spiegare la composizionalità del significato. Vi sono diverse risposte al tema della composizionalità nell’olismo. Una può essere la seguente: la composizionalità potrebbe essere spiegabile assumendo che esista — nell’idioletto di ogni parlante — un significato fisso per ogni parola a prescindere dal contesto di applicazione. Sarebbe come assumere che non esiste un significato convenzionale condiviso, ma che esiste un significato convenzionale per ogni parlante. Questo è accettabile, ma rischia di essere un ostacolo insormontabile al problema della comunicazione, rendendo impossibile risolvere il paradosso della comunicazione con una qualche forma di convergenza, dato che ogni parlante sarebbe rigidamente legato a un suo significato. Se i significati sono unici e fissi per ciascun parlante, la convergenza non è possibile. E possibile solo dare una spiegazione degli idioletti dei parlanti, ma non del fatto che essi comunicano senza grossi problemi. Il paradosso sarebbe il seguente: se hai un significato fisso hai la composizionalità; ma la composizionalità ti impedisce di condividere il significato e arrivare a un significato (relativamente fisso) condiviso.

5 Ovviamente a ogni termine del lessico inserito in questi condizionali in cui compare il termina “acqua” saranno associati altri condizionali, e il parlante sarà tenuto alle inferenze che derivano da tali insiemi di assunzioni. Nell’esempio i vari condizionali rappresentano assiomi dell’idioletto o teoria ingenua sull’acqua posseduta dal parlante. Banalmente, da x è acqua → x è bevibile e da x è bevibile → x può essere messo in un bicchiere segue che x è acqua → x può essere messo in un bicchiere. Intendo qualcosa del genere di quanto fatto, in un modo un po’ più sofisticato, da Hayes 1985 con la fisica ingenua dei liquidi, cioè una teoria e una ontologia con cui possiamo rappresentare il modo in cui un parlante tipico tratta i liquidi. Questo tipo di rappresentazioni simboliche non vogliono rappresentare i processi neurali, ovviamente. Quando sono interessato a sapere cosa pensa o come ragiona una persona sull’acqua, o quando chiedo un bicchiere d’acqua, non sono interessato ai processi mentali, ma ad avere risposte o ad avere dell’acqua.

6 Vedi ancora, sulle diverse concezioni di olismo locale, Penco 2004.

7 I neurofisiologi diranno che condividiamo un apparato di neuroni specchio o altro; questa è certo una base fisiologica che ha permesso di sviluppare abilità di alto livello; qui siamo interessati non alla base neurofisiologica ma alle abilità di alto livello. I neuroni specchio aiutano a imparare a guidare, ma guidare è una abilità di alto livello che richiede padronanze e conoscenze che vanno oltre i riflessi elementari; bisogna ad esempio sapere cosa è il nord e il sud e cosa è un’autostrada, una cartina stradale, le distanze chilometriche, le regole del traffico e tante altre cose.

8 E giustamente Picardi 2006 lamenta che “non è chiaro che cosa intendono coloro che sostengono che ognuno capisce i significati delle parole a suo modo e che la condivisione avviene al momento dello scambio comunicativo (riuscito), grazie all’esercizio di abilità e conoscenze di carattere generale”. Il mio è un tentativo di mostrare cosa costoro potrebbero intendere, e quali tipi di cose sono queste abilità e conoscenze generali.

9 Ovviamente questa è una grossolana semplificazione, dato che il tema caldo della pragmatica oggi è proprio la ridefinizione del cosiddetto significato letterale e degli incerti confini tra significato letterale e significato inteso, tra ciò che viene detto e ciò che viene comunicato. Ma non è questa la sede per affrontare questo punto delicato; basti tenere fermo che una qualche forma di significato letterale o esplicito e semantico o minimale è in modi differenti un aspetto condiviso dalle diverse proposte in atto nella pragmatica (vedi ad esempio Carlston 2002, cap. 5).

10 Come ricorda Picardi 2006, discutendo Davidson, parlante e interlocutore hanno molto in comune; «condividono un mondo, l’ambiente circostante, una forma di vita, credenze, interessi, attese, standard di razionalità. Semplicemente non condividono significati (o sensi fregeani), corredati magari da regole d’uso e convenzioni».

11 Riprendo l’idea dei livelli di competenza pragmatica o contestuale da un articolo di Benerecetti, Bouquet, Ghidini comparso nel volume da me curato La svolta contestuale, ma anche in un loro saggio del 2004 su Artificial Intelligence. Dopo questo lavoro anche Guha e McCarthy 2003 abbozzano una distinzione analoga leggermente differente, includendo anche l’analogia o l’ambiguità tra i tipi di regole che potremmo chiamare metacontestuali. Qui mi interessa parlare del principio generale; quale specifica classificazioni si riveli più utile è da discutere (ed è stata in parte discussa in Penco e Vignolo 2005).

12 Vedi Benerecetti, Bouquet, Ghidini 2002 e 2004.

13 L’idea è che due parlanti con i loro idioletti costruiscono implicitamente una teoria della situa zione locale in cui si trovano (sia essa data in termini di “copioni” o altro, a volte con informazioni minimali rilevanti) che costituisce comunque una restrizione al significato idiolettale individuale. In un idioletto inferenzial-olista, o “prior theory” come direbbe Davidson, compaiono diversi insiemi di inferenze, ove alcuni sono eventualmente comuni (anche se non sempre gli stessi; ma se niente fosse in comune non avremmo possibilità di condividere alcunché). Questo dato o ipotesi ragionevole è anche un test possibile sul modo in cui funziona l’apprendimento; si individua una inferenza condivisa (derivabile dal fatto che vengono derivate le stesse conseguenze) e da quella si passa ad arricchire (reciprocamente) l’insieme complessivo di inferenze.

14 II tema dell’approssimazione è un tema molto sentito dai filosofi; gli esempi riportati non devono far dimenticare che il tema si fonde con il problema della vaghezza (una certa logica funziona se non si definiscono precisamente i confini?), “la Francia è esagonale” è una asserto del tutto sensato in un discorso approssimato; ma ogni discorso è approssimato e incompleto, e si possono sempre dare ulteriori specificazioni. Il punto è: come individuiamo il livello (la scala, o l’approssimazione) giusto? Se tutto funziona bene restiamo al livello di approssimazione che ci fa fare il minor sforzo cognitivo — il livello che ci permette di individuare la classe di riferimento (x è calvo, ma non conterei mai i suoi capelli; è calvo rispetto a una classe di riferimento che è salientemente diversa da lui — magari è calvo perché ha 3 capelli, mentre tutti gli altri ne hanno 10 e si ritengono a ragione capelluti. Il tema hot è ogni tanto toccato in ambito informatico con tentativi di affrontare il tema della vaghezza da un punto di vista computazionale (vedi Thomason 2005).

15 C’è da dire che già Grice 1957 aveva chiaro che il contesto serve a disambiguare il significato letterale: per risolvere ambiguità del significato (ad esempio per capire se “pompa” vuol dire “pompa di benzina” o “pompa di bicicletta”) “tendiamo a riferirci al contesto (linguistico o altro)”. Dal mio punto di vista la disambiguazione in questo caso sarebbe un caso di parzialità: si individua quale parte del mondo — quale situazione — è rilevante per l’input semantico.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Carlo Penco, «Competenza pragmatica come filtro»Rivista di estetica, 34 | 2007, 213-231.

Notizia bibliografica digitale

Carlo Penco, «Competenza pragmatica come filtro»Rivista di estetica [Online], 34 | 2007, online dal 30 novembre 2015, consultato il 20 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/3965; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.3965

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