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Normatività e riferimento: postille a una discussione con Diego Marconi

Paolo Casalegno
p. 199-212

Testo integrale

  • 1 D. Marconi, Lexical Competence, MIT Press, Cambridge (Mass.) 1997; trad it., La competenza lessical (...)
  • 2 P. Casalegno, “Normatività e riferimento”, in Iride, 13 (2000), pp. 337-351. Indicherò questo testo (...)
  • 3 D. Marconi, “Risposta a Paolo Casalegno”, ivi, pp. 353-364. Per questo testo userò la sigla RPC.

1Alcuni anni or sono, poco dopo l’uscita dell’edizione italiana di Lexical Competence1, mi è capitato di pubblicare un breve articolo2 in cui analizzavo e criticavo certe tesi sostenute da Diego Marconi nel suo libro. L’articolo era seguito, nello stesso numero della rivista, da una risposta di Marconi3 alla quale non ho mai replicato. La presente nota vuole essere, più che una replica tardiva, una riconsiderazione complessiva di quella discussione. La strategia argomentativa che avevo adottato allora mi sembra oggi, almeno in parte, inadeguata. Spiegherò perché e dirò come reimposterei oggi il dibattito, senza peraltro addentrarmi nel merito dei problemi.

2Un’avvertenza preliminare. Materia del contendere era allora ciò che Marconi chiamava “riferimento oggettivo”, cioè, in sostanza, la nozione di riferimento delineata da filosofi come Kripke e Putnam: una nozione di cui Marconi diffidava e che a me invece pareva (e pare ancora) legittima e ben fondata. In seguito Marconi è tornato a più riprese sull’argomento, affinando e arricchendo con idee nuove quanto detto in CL. Non prenderò qui in esame questi suoi contributi più recenti. Penso che le considerazioni svolte in CL restino interessanti e meritevoli di essere discusse così come sono formulate; inoltre, ho l’impressione che siano ancora sufficientemente rappresentative dell’atteggiamento di fondo di Marconi rispetto a questo ambito di questioni.

3Uno dei punti principali tra quelli in cui si articola l’argomentazione di CL contro l’idea del riferimento oggettivo concerne la cosiddetta “deferenza semantica”, menzionata spesso dai teorici del riferimento diretto a conferma della tesi secondo cui il riferimento dei termini di sostanza e di specie naturale non è fissato da una caratterizzazione di tipo descrittivo nota a ogni singolo membro della comunità linguistica. Marconi fin qui è d’accordo, ma si oppone al passo ulteriore che compie chi ritiene di poter dimostrare, invocando il fenomeno della deferenza semantica, che il riferimento dei termini di sostanza e di specie sia fissato nel modo ipotizzato appunto dalla teoria del riferimento diretto. Dice Marconi: si può benissimo prendere atto che ci sono gradi diversi di competenza circa il significato delle parole e che i parlanti meno competenti si rimettono spesso al giudizio di quelli più competenti, senza dovere per forza supporre che la maggiore competenza abbia a che fare con la migliore conoscenza di una presunta natura essenziale delle cose, responsabile del riferimento dei termini di sostanza e di specie quand’anche fosse a tutti ignota.

4Dal canto mio, in NR ho sostenuto invece che il fenomeno della deferenza semantica è intelligibile proprio solo presupponendo l’idea di un riferimento oggettivo. In estrema sintesi, il mio ragionamento era il seguente. La deferenza semantica rivela che i parlanti sono guidati da una norma formulabile più o meno così:

5(*) Sii pronto a conformare il tuo uso di una parola a quello di chi, nell’uso di tale parola, è più competente di te.

6Per afferrare il contenuto di una tale norma, bisogna ovviamente sapere che cosa vuole dire che x è più competente di y nell’uso di una parola P, e, se ci si riflette su, ci si convince che non può volere dire altro che questo: x è più bravo di y nell’applicare P a ciò cui P si riferisce. Ma la nozione di riferimento qui coinvolta — argomentavo in NR — è necessariamente una nozione di riferimento oggettivo nel senso di Marconi, cioè una nozione in virtù della quale il riferimento di un termine è quello che è «indipendentemente da qualsiasi capacità o conoscenza disponibile alla comunità linguistica intesa come un tutto, o nel suo ambito» (CL, p. 104). In particolare, sottolineavo che, qualora si fosse voluto sostenere che a fissare il riferimento dei termini sono definizioni o criteri di applicazione stabiliti dagli esperti (dove x è esperto nell’uso della parola P se nessuno è più competente di x nell’uso di P), si sarebbe generato un evidente circolo vizioso: come si fa a sapere a che cosa si riferisce un termine? Si chiede all’esperto. Come si riconosce l’esperto? E colui che decide a che cosa si riferisce un termine.

7Marconi mi ha risposto che, nella misura in cui la gerarchia delle competenze non si riduce a una «gerarchia puramente sociologica», «ciò che rende un parlante un’autorità semantica [sono] le ragioni e le argomentazioni che è in grado di produrre a sostegno delle sue “scelte referenziali” (o inferenziali)» (RFC, p. 361). Una mossa del genere l’avevo prevista e mi ero illuso di neutralizzarla in anticipo grazie a due ordini di considerazioni. In primo luogo, ricordando ciò che proprio Marconi ci ha insegnato circa la relativa indipendenza della “competenza referenziale” dalla “competenza inferenziale”, avevo fatto notare che «può accadere che un parlante sia affidabilissimo per il modo in cui applica un termine senza tuttavia essere capace di giustificare in modo esplicito e articolato questa sua abilità» (NR, p. 346). Inoltre, avevo scritto: «Dire che le ragioni di A sono migliori di quelle di B può significare soltanto che, confrontando le ragioni che A e B adducono a sostegno rispettivamente del proprio modo di usare quella data parola, risulta intrinsecamente più verosimile che sia A anziché B ad applicare la parola in questione a ciò cui la parola si riferisce. Quindi, se il nostro scopo è quello di caratterizzare il diverso grado di competenza senza far intervenire la nozione di riferimento, l’appello alla bontà delle ragioni non ci dà ciò che vogliamo» (ibid). Marconi, però, queste mie considerazioni non le ha trovate persuasive e mi ha obiettato: da un lato, che è lecito fidarsi di qualcuno che non è in grado di argomentare a sostegno dei propri giudizi solo se si ha motivo di credere che i giudizi di costui coincidono con quelli che formulerebbero gli esperti, i quali, invece, sarebbero in grado di sostenerli con ragioni esplicite; dall’altro, che chiedersi in questo contesto che cosa significhi che le ragioni di A sono migliori di quelle di B è fuori luogo, perché «una risposta che non sia vuota né circolare [...] è [...] un’intera epistemologia» (RPC, p. 362).

8Se avessi replicato subito, probabilmente avrei messo in rilievo due punti. Primo punto: la tesi secondo cui ciò che rende un parlante un’autorità semantica sono le ragioni e le argomentazioni che tale parlante produce a sostegno delle sue scelte sembra essere l’assolutizzazione di ciò che accade in un mondo, come il nostro, in cui quando si parla di “esperti” si pensa quasi automaticamente agli scienziati. Non dovrebbe essere difficile immaginare, o anche trovare esempi reali di comunità o culture in cui alla capacità di giustificare in maniera esplicita i propri giudizi non si attribuisce affatto l’importanza che attribuiamo noi. Secondo punto: Marconi, obiettandomi che è fuori luogo interrogarsi qui su che cosa renda certe ragioni migliori di altre, dimostra di avermi frainteso (certo per una mancanza di chiarezza da parte mia). Il quesito che mi ero posto era: è possibile spiegare che cosa voglia dire in generale che x è più competente di y nell’uso di una parola P senza presupporre la nozione di riferimento? Proposta: x è più competente di y se le ragioni che x è in grado di offrire sono migliori di quelle che è in grado di offrire y. Ma ragioni per che cosa? Siccome la nozione che ci interessa spiegare è quella di essere più competente di qualcun altro nell’uso di una parola P, e siccome la spiegazione, dovendo avere lo stesso grado di generalità della norma (*), deve valere quale che sia P, sembra che in ultima analisi si possa rispondere in un modo solo: x è più competente di y nell’uso di P se sono migliori di quelle di y le ragioni che x ci offre per convincerci che lui applica P a ciò cui P effettivamente si riferisce. La nozione di riferimento non è affatto evitata. Questo era ciò che intendevo, e quindi il fatto inoppugnabile che, per chiarire a quali condizioni certe ragioni sino migliori di altre, è necessaria «un’intera epistemologia» è del tutto irrilevante.

9Ma sarebbe futile insistere oltre su ciò che avrei potuto replicare allora, perché la mia impressione attuale è che quel mio tentativo di dimostrare che la deferenza semantica presupponeva l’idea di un riferimento oggettivo fosse mal concepito fin dall’inizio. L’affermazione di Marconi secondo cui la deferenza semantica «è solo un aspetto di un fenomeno più generale e diffuso, la normatività semantica, e deve essere discusso in quell’ambito» (CL, p. 109) mi aveva indotto a ritenere che i comportamenti cui si allude quando si parla appunto di deferenza semantica dovessero essere ricondotti tutti quanti alla volontà dei parlanti di conformarsi ad un’unica norma di carattere generale. Ma oggi penso che questo sia un errore: un errore in assoluto, perché mi sembra improbabile che ci sia davvero una norma del genere; e un errore anche rispetto a ciò che Marconi aveva in mente.

10Sebbene le formulazioni di Marconi in CL e in RPC non siano sempre esenti da ambiguità, mi sembra che il modo migliore di ricostruire l’immagine del funzionamento del linguaggio che Marconi intendeva proporre sia, schematicamente, il seguente. Il significato di una parola P è una norma che ne regola l’uso. Tale norma non è necessariamente nota a tutti gli utenti della lingua cui P appartiene e di conseguenza capita spesso che qualcuno che la ignora si affidi a qualcun altro che la conosce o che almeno ne sa un po’ di più al riguardo. In ultima istanza, la norma è fissata, e all’occorrenza modificata, da membri della comunità linguistica ai quali gli altri parlanti riconoscono questa autorità. Sono coloro che possiamo chiamare gli “esperti”. A conferire ad un individuo il rango di esperto circa l’uso di P è, in definitiva, semplicemente il fatto che gli altri parlanti lo riconoscono come tale e si sentono perciò tenuti a rettificare il proprio uso di P quando sia in conflitto con il suo.

11Quanto precede è, ovviamente, molto schematico e Marconi aggiungerebbe subito varie precisazioni, sottolineando, per esempio, che talvolta gli esperti sono in disaccordo tra di loro, che i parlanti tendono a credere che l’uso delle parole sia regolato da norme esatte anche quando ciò non è vero ecc. Ma, supponendo che il quadro che Marconi aveva in mente fosse, almeno a grandi linee, questo, dovrebbe risultare chiaro che la mia strategia argomentativa era inadeguata. È un dato di fatto che, circa il modo di usare parole di un certo tipo, l’intera comunità linguistica si rimette al giudizio di certi suoi membri; circa il modo di usare parole di un secondo tipo, si rimette al giudizio di altri suoi membri; circa il modo di usare parole di un terzo tipo, si rimette al giudizio di un terzo gruppo di suoi membri e così via. Lasciando impregiudicata la questione se, in ognuno di questi casi, l’atteggiamento della comunità linguistica possa essere interpretato come espressione della volontà di attenersi a una norma specifica o se se ne debba rendere conto invece in termini diversi, si può comunque sostenere — ed è appunto ciò che sosterrebbe chi adottasse il punto di vista che sto attribuendo a Marconi — che non c’è motivo di postulare un’unica norma di carattere generale che sia responsabile del fenomeno della deferenza semantica nella sua globalità e per afferrare la quale sia necessario sapere previamente che cosa voglia dire in generale essere esperto nell’uso di una parola qualsiasi: laddove proprio questa era l’assunzione da cui muoveva il mio ragionamento. Naturalmente si può continuare a dire, volendo, che i parlanti tendono a conformare (o, addirittura, che devono conformare) il proprio uso di una parola a quello dei parlanti più competenti di loro e, in ultima istanza, a quello degli “esperti”; ma, nella prospettiva che stiamo considerando, questo è solo un modo per riassumere sinteticamente un complesso di fatti (o di norme specifiche), non l’esplicitazione di una norma generale che, più o meno in questa forma, i parlanti avrebbero in mente (almeno ad un livello subliminale) e a cui tutti i vari casi di deferenza semantica dovrebbero essere ricondotti. Forse è questo che Marconi intendeva dicendo che (*) gli stava bene, ma sottolineando al tempo stesso che si trattava di una «norma formale» (RPC, p. 353).

12Per chiarire ulteriormente questo punto, può servire un’analogia. Immaginiamo che, ogni volta che un gruppo di boy-scouts si accinge a un’escursione, venga scelto qualcuno all’interno del gruppo che tutti gli altri dovranno seguire. Possiamo chiamare “guide” coloro che, di volta in volta, svolgono questo ruolo e possiamo inoltre descrivere in modo sintetico la situazione affermando: durante le escursioni, i boys-scouts devono seguire le loro guide. Ma ciò non significa, ovviamente, che il comportamento dei boy-scouts durante le escursioni possa o addirittura debba essere spiegato supponendo che sia stato detto loro una volta per tutte “Seguite le vostre guide!” e niente altro. E ovviamente indispensabile che, in occasione di ogni singola escursione, sia loro indicata la persona da seguire. Se si prende per buono il modo di concepire la deferenza semantica di cui sto parlando, gli “esperti” circa il significato delle parole sarebbero un po’ come le “guide” dei boy-scouts.

13Per la verità, la possibilità di interpretare così ciò che a proposito della deferenza semantica dice Marconi in CL non mi era sfuggita del tutto. Ma mi era parso che una tale interpretazione non fosse neppure meritevole di un esame approfondito, poiché, pensavo, avrebbe ridotto la deferenza semantica a un fenomeno superficiale, svincolato da qualsiasi criterio di razionalità. E forse è stata una preoccupazione di questo genere che ha indotto Marconi nella sua risposta, quando ci si aspettava da lui un’interpretazione autentica del suo pensiero, a mettere le cose in termini ancora un po’ sfumati, astenendosi dal sottoscrivere senza riserve l’idea, da cui pure dichiarava di essere attratto, che la gerarchia delle competenze fosse una «gerarchia puramente sociologica» e insistendo invece sull’importanza della capacità da parte degli esperti di fornire ragioni. In realtà, il modo di concepire la deferenza semantica che ho delineato nei capoversi precedenti non esclude affatto i momenti della valutazione razionale e dell’argomentazione. Dire che ciò che rende un individuo un esperto (nell’accezione molto particolare che ha qui il termine “esperto”) è, in definitiva, il fatto che lo si riconosca come tale non significa certo che l’esperto sia trattato dagli altri membri della comunità linguistica come un oracolo ai cui verdetti ci si deve attenere per quanto capricciosi e arbitrari possano apparire. Nell’attivare e nel sostenere le complesse dinamiche della deferenza semantica, la valutazione razionale e l’argomentazione possono continuare ad avere una parte importante per almeno tre motivi.

14In primo luogo, le norme che governano l’uso delle parole non possono essere cambiate in continuazione: quindi, si tratta non solo di fissarle, ma anche, per così dire, di preservarle, e può essere allora necessario, talvolta, addurre ragioni esplicite per comprovare che, dicendo che il significato di una certa parola è questo o quest’altro, si è fedeli alle convenzioni già in vigore nella comunità linguistica.

15In secondo luogo, l’autorità di fissare la norma per l’uso di una parola viene riconosciuto di solito a chi sappia anche dire poi come la norma possa essere applicata, e la correttezza di un determinato metodo di applicazione deve in genere essere argomentata. Tu proponi di usare la parola ‘acqua’ per designare tutto ciò e soltanto ciò che ha composizione chimica H2O? Benissimo, spiegaci come si fa a stabilire se un certo campione di sostanza è H2O! Ovviamente una tale spiegazione risulterà convincente solo se fondata su solidi argomenti («Il problema dei profani — scrive Marconi — è accertare qual è la norma, per applicarla nel caso che hanno di fronte» (RPC, p. 357); ma spesso anche il problema dell’applicazione è anzitutto e prevalentemente un problema degli esperti).

16In terzo luogo, l’esigenza di fornire ragioni a sostegno delle proprie scelte sussiste anche quando l’esperto è impegnato nella fissazione vera e propria di una norma semantica, sia che si tratti dell’introduzione di una parola nuova, sia che si tratti invece di una modifica dell’uso di una parola già esistente. Questo punto è evidenziato con forza da Marconi là dove, in RPC, parla delle discussioni che hanno luogo tra gli esperti. Peccato che il quadro sia un po’ offuscato dalla sua esitazione ad ammettere che gli esperti prendono decisioni, salvo che nei casi in cui viene introdotta una parola nuova: «Se gli esperti non stanno accertando fatti semantici, si deve allora dire che stanno cercando di prendere una decisione? [...] Parlare di decisione non mi convince, perché ignora — o trasforma in un inutile rituale — i processi argomentativi che i singoli esperti producono per accreditare la loro opinione» (RPC, pp. 358-359). Io direi che, se si accetta il punto di vista che secondo me corrisponde al modo più coerente di interpretare la posizione di Marconi, gli esperti prendono davvero decisioni non solo quando introducono una parola nuova, ma anche quando modificano la norma che governa l’uso di una parola già esistente, indipendentemente dal fatto che la modifica sia sostanziosa o si riduca ad una precisazione relativa a qualche dettaglio. Ammettere questo, peraltro, non implica affatto che si ignorino le argomentazioni degli esperti o che le si trasformino in un inutile rituale, per il semplice motivo che anche le decisioni possono e spesso devono essere argomentate. Per chi la pensi come Marconi, gli scienziati non hanno scoperto che l’acqua è H2O, ma hanno deciso di modificare la norma concernente l’uso del termine “acqua” stabilendo che il termine dovesse essere applicato a tutto ciò e solo a ciò che ha composizione chimica H2O. Ebbene, ammesso che si sia trattato davvero di una decisione, era una decisione che doveva essere giustificata: bisognava fornire buone ragioni per accettare la teoria all’interno della quale soltanto aveva senso parlare di composizione chimica in generale e di H2O in particolare, bisognava dimostrare che la maggior parte di ciò che in precedenza era stato chiamato “acqua” era proprio H2O, per cui il nuovo uso del termine non sarebbe stato troppo in contrasto con l’uso che se nera fatto fino ad allora, ecc. Ecco un altro esempio. Comunque la si pensi su significato e deferenza semantica, la decisione presa nell’agosto 2006 dall’Unione astronomica internazionale di ridefinire il termine “pianeta” in modo tale da espungere dal novero dei pianeti Plutone è stata appunto, inequivocabilmente, una decisione. Ma le discussioni che hanno preceduto questa decisione non sono state un «inutile rituale» e alla fine la decisione è stata presa perché le ragioni in suo favore (la diversità di Plutone rispetto agli altri corpi celesti tradizionalmente denominati “pianeti”; il rischio, se non si fosse adottata una definizione abbastanza restrittiva, di dover includere tra i pianeti una quantità spropositata di altri oggetti astronomici; ecc.) sono parse convincenti alla maggioranza degli scienziati. Infine, l’esempio, che è tra quelli considerati da Marconi, degli «esperti che discutono se un certo strumento sia una spinetta» (RPC, p. 357), non è in linea di principio diverso dai precedenti, sebbene in questo caso la discussione verta su un oggetto particolare e non sia finalizzata a una riforma radicale dell’uso terminologico vigente. Se l’uso terminologico vigente è troppo indeterminato per fornire una risposta univoca alla domanda se lo strumento debba essere denominato “spinetta” o “clavicembalo”, si tratterà comunque di prendere una decisione; peraltro, anche in questo caso quale sia la decisione più opportuna può benissimo essere oggetto di una valutazione razionale.

17Non mi soffermerò oltre sui dettagli. Spero che ciò che mi premeva mettere in luce sia chiaro. Ho descritto un certo modo di concepire il fenomeno della deferenza semantica e ho cercato di mostrare che non è del tutto implausibile (in particolare, contrariamente a ciò mi era parso a suo tempo, non implica affatto una svalutazione della componente razionale e argomentativa). Questa concezione della deferenza semantica corrisponde, a mio avviso, al modo migliore di interpretare ciò che al riguardo ha detto Marconi, anche se Marconi ha sempre presentato le sue idee in modo più sfumato, meno crudo, di quanto abbia fatto io. E, se non sono completamente fuori strada, se davvero ciò che Marconi aveva in mente era qualcosa del genere, il mio tentativo di difendere dal suo attacco la nozione di riferimento oggettivo facendo vedere che senza di essa non si può spiegare la deferenza semantica era basato su un ragionamento del tutto inefficace.

18Detto questo, devo aggiungere che la concezione della deferenza semantica sopra considerata non mi persuade e che continuo ad avere l’impressione che, prescindendo dal riferimento oggettivo, della deferenza semantica non si riesca a fornire un resoconto soddisfacente. Ma, anziché parlare ancora della deferenza semantica, vorrei dedicare le poche pagine restanti ad altri temi che in NR avevo toccato di sfuggita o che, nonostante la loro rilevanza, non avevo toccato affatto.

19In CL Marconi nega che il fenomeno della deferenza semantica costituisca di per sé una ragione per accettare una nozione di riferimento come quella proposta da Kripke e Putnam. Ma quali sono, precisamente, i motivi per cui Marconi ritiene che una siffatta nozione sia illegittima?

20Un punto su cui Marconi insiste è il seguente. Se, come vuole la teoria del riferimento diretto, la norma che governa l’uso di un termine di sostanza o di genere naturale T potesse essere istituita dicendo che T deve applicarsi a tutto ciò e soltanto a ciò che ha la stessa natura di certi campioni o esemplari, e se inoltre l’avere o il non avere la stessa natura di quei campioni o esemplari dipendesse dal possesso o meno di certe proprietà che al momento in cui la norma viene istituita sono ancora ignote, la norma in questione non sarebbe applicabile; e una norma non applicabile è un’assurdità: «Le norme [...] devono essere applicabili, ci dev’essere qualcuno che è in condizione di far rispettare la norma. Ma [se il riferimento è fissato come vogliono i teorici del riferimento diretto], per ipotesi, è possibile che nessuno nella comunità sia in grado di dire se la norma si applica o no; peggio, anche i membri più competenti della comunità possono sbagliarsi sul fatto che la norma si applichi. Ma le norme sulla cui applicazione la comunità è incapace di decidere non sono norme comunitarie, qualunque altra cosa esse siano» (CL, p. 120).

  • 4 Un’osservazione simile a questa era già stata fatta da Timothy Williamson nella sua recensione a Le (...)

21In NR ho obiettato a questo ragionamento che l’applicabilità di una norma non comporta affatto che si sia in grado di accertare sempre con sicurezza indubitabile se la si è applicata correttamente4. Marconi nella sua risposta ha ammesso che, affinché una norma sia applicabile, «è più che sufficiente che ci siano buoni motivi per ritenere che [le condizioni di applicazione] si diano», anzi che «basta che tali buoni motivi si diano in un certo numero di casi, anche se in molti altri non abbiamo la minima idea se la norma si applichi o no» (RPC, p. 355); tuttavia, ha aggiunto, se si suppone che, come la teoria del riferimento diretto sembra suggerire, all’epoca di Leibniz e del re Sole fosse già in vigore la norma: “Usa il termine ‘acqua’ per designare H2O”, non sarebbe soddisfatto neppure questo requisito minimo, perché nessuno a quel tempo possedeva il concetto di H2O; né servirebbe ribattere che i parlanti di allora con il termine “acqua” designavano spesso ciò che in realtà era H2O come la norma esige, perché il fatto che il loro comportamento fosse spesso conforme alla norma «non prova ancora che essi seguissero la norma in questione, né che potessero seguirla» (RPC, p. 357).

22Si potrebbe essere tentati di replicare, a difesa della teoria del riferimento diretto, che la norma che, almeno a livello subliminale, avevano in mente i parlanti del tempo di Leibniz e del re Sole era “Usa il termine ‘acqua’ per designare ciò che è fatto della stessa sostanza di cui era fatto ciò che intendeva designare chi ha introdotto il termine”, o qualcosa del genere: la stessa norma che ci guida ancora oggi, salvo che per noi la sua applicazione è facilitata dall’avere scoperto che quella certa sostanza è H2O. In CL Marconi stesso aveva preso in considerazione questa possibilità e l’aveva scartata solo perché concepiva in maniera troppo restrittivanil requisito dell’applicabilità. Una mia reazione immediata a RPC sarebbe stata, penso, più o meno di questo tenore. La mossa giusta, però, è un’altra.

23Marconi identifica il significato delle parole con norme per il loro uso e dà per scontato che la teoria del riferimento diretto sia, o comunque possa essere agevolmente reinterpretata come una proposta circa il contenuto di tali norme. Affermazioni relative al riferimento del termine “acqua” sono trasformate in tesi concernenti la norma che regolerebbe l’uso del termine in questione; dopodiché si sostiene che una norma siffatta risulterebbe inapplicabile e quindi non sarebbe una norma. Dal punto di vista della teoria del riferimento diretto, è da respingere già il primo passo, che in NR io avevo evitato di mettere in discussione. Le idee di Kripke e Putnam possono essere accomodate entro una concezione che riduce i significati a norme d’uso solo al prezzo di molte forzature, mentre hanno la loro collocazione naturale in una semantica per la quale il significato di un enunciato sia costituito dalle sue condizioni di verità. Il riferimento di cui parlano i teorici del riferimento diretto è, classicamente, ciò in virtù di cui una parola contribuisce a determinare la verità o falsità degli enunciati che la contengono. In questa prospettiva, i fatti che dimostrerebbero, secondo Marconi, che i teorici del riferimento diretto propongono norme inapplicabili sono semplicemente casi in cui di certi enunciati (in particolare, di enunciati come “Questa è acqua”, “Questo è un gatto” ecc.) si ignora il valore di verità. Che un enunciato possa avere un valore di verità determinato anche se nessuno sa qual è — anche se, magari, tutti hanno una convinzione sbagliata al riguardo — è ammesso di solito come ovvio e non particolarmente problematico. Basta questo a dissolvere gli scrupoli relativi a presunte norme inapplicabili.

  • 5 D. Marconi, “The normative ingredient in semantic theory”, in W. Hinzen, and H. Rott (a cura di) Be (...)

24Pur avendo detto all’inizio che non avrei tenuto conto dei lavori di Marconi successivi alla nostra vecchia discussione, voglio inserire qui un’annotazione rapidissima a proposito dell’articolo intitolato “The normative ingredient in semantic theory”5: un articolo in cui Marconi separa uso linguistico e normatività e attribuisce carattere normativo proprio alle condizioni di verità degli enunciati: «È, credo, in generale una buona idea concepire gli argomenti scaturiti dalla teoria del riferimento diretto come argomenti che mostrano che l’uso del linguaggio, anche l’uso più competente, è responsabile nei confronti di una norma di verità: la parola “gatto”, quale che sia il suo uso effettivo, deve essere applicata a oggetti x tali che “x è un gatto” sia vero». Che nella nozione di verità si debba ravvisare una componente normativa, perlomeno se si accetta la teoria del riferimento diretto, è una tesi che non mi convince del tutto. È comunque notevole che qui Marconi, anche se continua a tenere insieme la nozione kripkiana e putnamiana di riferimento da un lato e l’idea di normatività linguistica dall’altro, non sembri preoccuparsi più assolutamente del problema dell’applicabilità delle norme. Non mi è chiaro se ciò dipenda da un mutato atteggiamento da parte sua circa il merito della questione oppure dallo sforzo di immedesimarsi, in questo articolo, nel punto di vista dei teorici del riferimento diretto così come lui ritiene che debba essere inteso.

25Tornando a CL, mi sembra che, al di là del problema dell’applicabilità delle norme, ci siano preoccupazioni più profonde: da un lato, la riluttanza a prendere per buona l’idea che le cose abbiano una natura essenziale eventualmente ignota; dall’altro, una certa diffidenza per l’impiego, nell’ambito di un discorso sul linguaggio, di concetti “esternisti” e dunque non solo di una nozione di riferimento come quella di Kripke e Putnam, ma di qualsiasi nozione di riferimento, nella misura almeno in cui il riferimento sia pensato come una relazione univoca e stabile tra espressioni linguistiche e componenti o aspetti della realtà.

26Qualcuno, avendo di fronte certi campioni di materia o certi esemplari di animali o piante, introduce un nuovo termine T dicendo che T si riferirà a tutto ciò che ha la stessa natura di quei campioni o di quegli esemplari. Anche in assenza di specificazioni ulteriori questo è, per i teorici del riferimento diretto, un modo del tutto adeguato di fissare il riferimento di T. Anzi, è per loro il modo paradigmatico di fissare il riferimento di un termine di sostanza o di genere naturale. Ma il dubbio che emerge dalle pagine di CL (e che anche per tanti altri rappresenta l’ostacolo principale all’accettazione delle idee di Kripke e Putnam) è che fare appello alla natura delle cose in mancanza di criteri espliciti per stabilire se due cose hanno la stessa natura oppure no sia insensato. Non è che, con una cerimonia di battesimo del tipo descritto, si istituisca una norma inapplicabile; è che ci si illude di fare qualcosa mentre non si fa proprio nulla: si proferiscono solo parole vacue. La nozione di natura essenziale è — questo il sospetto — una nozione spuria, prodotto di una cattiva metafisica.

  • 6 In certi luoghi di CL ma anche in lavori precedenti: si veda, per esempio, D. Marconi (1995), “Ge (...)

27Questa difficoltà che concerne specificamente la teoria del riferimento diretto sembra poi inscriversi, come ho accennato, in una differenza globale nei confronti della nozione di riferimento comunque elaborata. Per la verità, trovo un po’ arduo mettere a fuoco la posizione di Marconi su questo punto, perché ciò che ha scritto nel libro — e anche altrove — mi pare riveli una certa ambivalenza. Nell’Introduzione a CL ci viene detto che l’effetto atteso delle argomentazioni che l’autore si appresta a svolgere «sarebbe [...], secondo le [sue] intenzioni, di fare del significato degli esternisti una ruota che gira a vuoto, che non svolge nessuna funzione utile alla descrizione del linguaggio» (CL, p. 7); e, siccome non solo il “riferimento oggettivo” di Kripke e Putnam, ma anche un riferimento “freghiano” o un riferimento “sociale” (fissato cioè da criteri descrittivi che, quand’anche siano ignoti al singolo parlante, sono tuttavia disponibili all’interno della comunità linguistica nel suo complesso) sono nozioni di tipo esternistico, sembra doversene concludere che, per Marconi, anche queste altre nozioni sarebbero soltanto ruote che girano a vuoto. Il che sembra confermato da passi come il seguente: «In che cosa consiste il fatto che un parlante usi la parola “cucchiaio” per riferirsi ai cucchiai (anziché, mettiamo, alle forchette)? Tipicamente, consiste nel tornare con un cucchiaio in mano quando si è stati richiesti di andare a prendere un cucchiaio; consiste nel disegnare l’immagine di un cucchiaio, cioè di un oggetto con una certa determinata forma, quando si è richiesti di farlo; consiste nel rispondere alla domanda “Ci sono cucchiai nel cassetto?” in base al fatto che ci siano o no cucchiai nel cassetto; e così via. È tutto molto banale, e così deve essere. [...] Non c’è nessuna relazione univoca di riferimento (eventualmente una per ciascun parlante) che connetta la parola “cucchiaio” con i cucchiai» (CL, p. 125). Ci sono però anche occasioni in cui Marconi parla come se fosse incline ad accettare una qualche versione della nozione di riferimento sociale6. Forse in questi casi intende esprimere un giudizio comparativo: la nozione di riferimento sociale, pur inutile ai fini di una spiegazione del funzionamento del linguaggio, sarebbe perlomeno ben definita, laddove la nozione definita, inquinata da una metafisica essenzialista inaccettabile, non sarebbe neppure intelligibile. Alla fine di RPC Marconi sembra sforzarsi di concedere qualcosa persino alla nozione di riferimento oggettivo, ma, se non sbaglio, l’immagine che emerge non è molto dissimile da quella della ruota che gira a vuoto: la nozione di riferimento un’utilità vera non ce l’ha: «anch’io penso [...] che la nozione di riferimento oggettivo abbia un ruolo rispetto al comportamento linguistico [...]. A mio modo di vedere, la nozione di riferimento oggettivo serve essenzialmente ad esprimere l’idea che non esistono autorità semantiche definitive [...]. Che l’esperto sia solo un testimone, o un interprete, del riferimento oggettivo esprime — in forma, se vogliamo, mitologica - l’idea che il riferimento di una parola non è vincolato per sempre ad un determinato comportamento linguistico, ad un determinato standard di cui l’esperto è portatore. [...] In questo senso mi viene da parlare di funzione regolativa del riferimento oggettivo, perché svolge una funzione analoga a quella che secondo Kant svolge l’idea di mondo rispetto a ciascuna immagine della natura fornita dalla scienza in una fase del suo sviluppo» (RPC, p. 164). L’accenno a Kant è suggestivo, ma stride abbastanza con l’altra affermazione secondo la quale, con la nozione di riferimento oggettivo, ci si rappresenta l’effettivo funzionamento del linguaggio «in forma mitologica»: cioè, in definitiva, in una maniera falsa e priva di una reale efficacia esplicativa.

28L’unico modo di contrastare tutte queste perplessità e di difendere la nozione di riferimento in generale e quella di riferimento oggettivo in particolare consiste, io credo, nel concepire la teoria del riferimento come un tentativo di esplicitare certi aspetti del sistema concettuale del senso comune e nel sostenere che sono parte integrante e ineliminabile di tale sistema l’idea di una trama stabile di relazioni tra parole e cose, nonché certe presupposizioni metafisiche del tipo di quelle messe in luce dai teorici del riferimento diretto. Concluderò l’articolo elaborando brevemente questo punto.

29Non sempre si apprezza il fatto che la nostra capacità di usare il linguaggio comporta tra l’altro il ricorso a ciò che possiamo chiamare “semantica ingenua”, che non è il frutto di un’elaborazione teorica intenzionale e criticamente sorvegliata, ma è invece, appunto, parte della visione del mondo resa disponibile dal senso comune. Questa semantica ingenua non è una razionalizzazione a posteriori del modo in cui ci serviamo del linguaggio, ma è una precondizione necessaria per potercene servire. Non sarebbe così se noi proferissimo frasi reagendo automaticamente alle situazioni in cui ci troviamo e se automaticamente registrassimo l’informazione che ci viene trasmessa dalle frasi che proferiscono gli altri. In realtà, però, scegliere che cosa dire e interpretare ciò che ci viene detto sono processi consapevoli che comportano riflessione e deliberazione e richiedono perciò una concettualizzazione delle proprietà del linguaggio, e in particolare dei modi in cui il linguaggio codifica informazione sul mondo, che sia accessibile alla coscienza. L’uso del linguaggio richiede una semantica ingenua per lo stesso motivo per cui l’interazione consapevole con l’ambiente fisico e l’interazione consapevole con gli esseri umani richiedono rispettivamente una fisica ingenua e una psicologia ingenua. (Dire questo, ovviamente, non è per nulla incompatibile con il riconoscimento dell’importanza che hanno, ai fini di tutte le nostre abilità cognitive, i meccanismi computazionali che operano a livello subpersonale).

  • 7 Non intendo con ciò negare la “scientificità” del progetto di ricerca della semantica formale. Non (...)

30Le categorie del senso comune, si sa, sono cosa diversa da quelle che gli scienziati elaborano faticosamente per il loro scopi speciali. Sono scettico anch’io circa l’eventualità che una nozione “esternista” di riferimento possa mai assurgere al rango di nozione teorica utile nell’ambito di uno studio del linguaggio improntato ai canoni più rigorosi di scientificità7. Al tempo stesso, ritengo che fra le categorie con cui il senso comune concettualizza il linguaggio ci sia una nozione di riferimento e che tale nozione abbia più o meno le caratteristiche ad essa attribuite dai teorici del riferimento diretto. Sto solo dicendo qual è la mia opinione, non sto fornendo argomenti né mi propongo di fornirne in questa sede. Ma mi preme chiarire qual è esattamente, a mio avviso, la tesi per la quale si dovrebbero fornire argomenti.

31Aggiungo quattro considerazioni forse ovvie, ma importanti.

32Prima considerazione. Quando si intraprende una ricognizione del sistema concettuale del senso comune, una delle difficoltà è sempre quella di distinguere ciò che è vestigio di formazioni culturali transeunti da ciò che invece pertiene al nucleo più profondo e stabile del senso comune in quanto espressione della natura umana. I filosofi (e non solo i filosofi) tendono spesso a percepire come radicate nel senso comune cose che in realtà sono loro invenzioni, e qualcuno potrebbe insinuare che questo è il caso di nozioni come quella di riferimento o di essenza. Si tratta di argomentare che non è così.

33Seconda considerazione. I concetti del senso comune (perlomeno quelli più fondamentali) non sono mai “ruote che girano a vuoto”, né ingredienti di una immagine puramente “mitologica” della realtà: hanno sempre funzioni molto precise, anche se, magari, difficili da esplicitare. Nel caso della nozione di riferimento, un esame accurato permette di rilevare, credo, che tale nozione svolge sovente un ruolo ineliminabile nei ragionamenti mediante i quali giustifichiamo a noi stessi e agli altri la decisione di usare certe parole ovvero la scelta di interpretare in un certo modo le parole altrui. Posto che le cose stiano davvero così, la nozione di riferimento non può neppure essere assimilata, mi pare, a un’idea regolativa kantiana.

34Terza considerazione. I concetti del senso comune hanno questa peculiarità: quando si cerca di scrutarli da vicino sembrano dissolversi; quando si cerca di stringerli, sembrano sgretolarsi e sfuggire come sabbia tra le dita. Questo vale notoriamente per tutti i concetti del senso comune e non c’è da meravigliarsi se vale in particolare per i concetti della semantica ingenua. Assumere un atteggiamento negativo nei confronti della nozione di riferimento perché non è riducibile a concetti che abbiamo l’impressione di dominare meglio, perché ha un ampio margine di indeterminatezza, perché in essa si annidano tensioni se non vere e proprie contraddizioni, sarebbe altrettanto assurdo quanto assumere, per gli stessi motivi, un atteggiamento negativo nei confronti delle nozioni di essere umano o di causa. Possiamo, beninteso, dichiarare inadeguate tali nozioni per certi scopi teorici particolari, ma non dobbiamo misconoscere la loro efficacia e insostituibilità nell’ambito che è loro proprio.

35Quarta e ultima considerazione. Quando si parla del nucleo profondo e stabile del senso comune come di un’espressione della natura umana, e quindi in definitiva come di un prodotto della nostra costituzione biologica, può sorgere l’illusione che ci sia consentito indagare e descrivere l’apparato concettuale del senso comune tenendocene, per così dire, al di fuori, senza comprometterci cioè con l’apparato concettuale in questione. Si tratta appunto di un’illusione. Il tentativo di esplicitare le nozioni e i principi della semantica ingenua senza presupporre, almeno entro certi limiti, quelle nozioni e quei principi sarebbe altrettanto risibile quanto il tentativo, poniamo, di esplicitare il contenuto della psicologia ingenua senza usare parole quali “credenza”, “desiderio”, ecc. come termini del nostro lessico. Ciò significa, presumibilmente, che l’indagine sul senso comune non potrà mai aspirare ad una completa scientificità e resterà sempre, almeno in parte, competenza esclusiva dei filosofi. Dicendo questo prospetto una concezione del rapporto tra scienza e filosofia che Marconi giudicherebbe, temo, inaccettabile.

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36Come ho spiegato all’inizio dell’articolo, non era mia intenzione qui entrare nel merito delle numerose e intricate questioni relative alla nozione di riferimento, ma semplicemente chiarire in che modo imposterei oggi una discussione che, anni fa, avevo impostato in un modo che non mi convince più. Considerazioni del tipo di quelle accennate nei capoversi che precedono sarebbero adesso il mio punto di partenza8.

37P.S. La prima cosa di Diego Marconi che mi capitò di leggere fu un articolo apparso sulla Rivista di filosofia nel 1976. All’epoca Diego non lo conoscevo ancora di persona, ma già ne avevo sentito raccontare mirabilia (Ernesto Napoli, in particolare, mi aveva menzionato spesso quell’amico torinese dalla testa robusta che “parlava come un libro stampato”), per cui affrontai la lettura dell’articolo con curiosità. L’articolo era una critica della teoria del riferimento diretto. Ne fui colpito e un po’ sconcertato: la scoperta recente dei lavori di Kripke e Putnam, infatti, mi aveva riempito di entusiasmo, e mi pareva che la teoria del riferimento diretto fosse, almeno in gran parte, ovviamente corretta. È passato il tempo, Diego e io abbiamo cambiato idea su molte cose, ma forse quella differenza è rimasta. Nessuno dei due è mai riuscito a persuadere l’altro, nonostante numerose discussioni distribuite nel corso degli anni. Sono però discussioni che, insieme con le tante avute con lui su altri argomenti, ricordo con piacere: mi hanno insegnato parecchio, anzitutto sul modo in cui vale la pena di discutere in filosofia, e costituiscono uno dei motivi — non l’unico, ma neppure l’ultimo - della mia gratitudine nei suoi confronti. Mi piacerebbe poter continuare a discutere con Diego ancora a lungo.

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Note

1 D. Marconi, Lexical Competence, MIT Press, Cambridge (Mass.) 1997; trad it., La competenza lessicale, Laterza, Roma-Bari 1999. Citerò sempre dalla traduzione italiana, che indicherò con la sigla CL.

2 P. Casalegno, “Normatività e riferimento”, in Iride, 13 (2000), pp. 337-351. Indicherò questo testo con la sigla NR.

3 D. Marconi, “Risposta a Paolo Casalegno”, ivi, pp. 353-364. Per questo testo userò la sigla RPC.

4 Un’osservazione simile a questa era già stata fatta da Timothy Williamson nella sua recensione a Lexical Competence, in Iride, 11, 1998.

5 D. Marconi, “The normative ingredient in semantic theory”, in W. Hinzen, and H. Rott (a cura di) Belief and Meaning: Essays at the Interface, Hänsel-Hohenhausen, Frankfurt am Main- Munchen-New York 2002, pp. 215-228.

6 In certi luoghi di CL ma anche in lavori precedenti: si veda, per esempio, D. Marconi (1995), “Generi naturali e realismo interno”, in Il realismo pragmatico di H. Putnam a cura di M. Ostinelli e V. Pedroni, Liguori, Napoli, pp. 147-161.

7 Non intendo con ciò negare la “scientificità” del progetto di ricerca della semantica formale. Non mi è qui possibile fornire i chiarimenti che sarebbero necessari a questo riguardo.

8 Per qualche riflessione un po’ più articolata su alcuni dei punti cui qui toccati di sfuggita, si veda il mio articolo “Chomsky sul riferimento”, in Logic and Philosophy in Italy a cura di E. Ballo e M. Franchella, Polimetrica, Monza 2006, pp. 397-410.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Paolo Casalegno, «Normatività e riferimento: postille a una discussione con Diego Marconi»Rivista di estetica, 34 | 2007, 199-212.

Notizia bibliografica digitale

Paolo Casalegno, «Normatività e riferimento: postille a una discussione con Diego Marconi»Rivista di estetica [Online], 34 | 2007, online dal 30 novembre 2015, consultato il 14 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/3953; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.3953

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