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HomeNumeri34Intenzionalità, normatività e rif...

Testo integrale

  • 1 Vedi per esempio la conclusione dell’Introduzione di Lexical Competence-, “poiché il mio è un tenta (...)

1Che cos’hanno a che fare tra loro un filosofo che, a partire da Wittgenstein, ha sviluppato una teoria di impianto naturalista e che cerca di conciliare una prospettiva individualistica con una tendenzialmente socioesternista della competenza semantica, una teoria che studi di psicologia cognitiva e di neuroscienze si stanno incaricando di inverare, e un altro che, a partire dallo stesso Wittgenstein, ha sviluppato una concezione antinaturalista tanto dell’intenzionalità quanto della normatività? Apparentemente, ben poco; hanno semplicemente tirato in opposte direzioni il pensiero di un autore (tristemente) noto per la possibilità di manipolarlo variamente. Eppure, a volte è capitato al secondo filosofo di concepire il suo operato come un modo per dare un’ aggiustatina in senso metafisico alle interessanti e profonde idee del primo filosofo; quasi a raddrizzarle un po’ in favore di quella filosofia ‘eterna’ o comunque impermeabile ai risultati della scienza nei confronti della quale il primo filosofo ha un rapporto ambivalente1. Ora, non c’è dubbio che il primo filosofo considererebbe un tale modo di intendere il suo stesso operato come una vera e propria deriva traditrice. Ma poiché la storia della filosofia è stata spesso e volentieri una storia di tradimenti - o come si direbbe più nobilmente, di eterogenesi dei fini - per quel che conta, tanto vale andare a vedere dal vivo un esempio di come siffatti tradimenti si possono consumare...

2Com’è noto, la tesi centrale di Lexical Competence di Diego Marconi è che la competenza lessicale, la conoscenza del significato di un’espressione subenunciativa (un’espressione lessicale), consiste in due fattori: la competenza inferenziale, che riguarda la capacità di trarre inferenze da enunciati che contengono l’espressione in questione o comunque di parafrasare tale espressione, e la competenza referenziale, che ulteriormente si sdoppia nella capacità ‘linguaggio (mente) - mondo’ di rintracciare oggetti a partire dall’espressione (ciò che Marconi chiama per l’appunto “applicazione”) e nella capacità ‘mondo - linguaggio (mente)’ di usare l’espressione in presenza di quegli stessi oggetti (“denominazione”, per Marconi).

  • 2 Cfr. 1997: 74,157.
  • 3 In questo senso, lo stesso Marconi parla di “competenza referenziale individuale”: 1997: 121.
  • 4 Cfr. 1997: 95. Marconi tende a smussare questo contrasto parlando di diversi gradi di competenza tr (...)
  • 5 La distinzione tra queste due nozioni di riferimento in rapporto alla competenza referenziale di cu (...)

3Relativamente alla competenza referenziale, che è ciò di cui mi voglio occupare qui, il fatto che la competenza lessicale altro non sia che la conoscenza del significato di un’espressione lessicale impone subito una precisazione. Se ci si limita a concepire la competenza referenziale come abilità di un singolo parlante, in ultima analisi sopravveniente su proprietà intrinseche di suoi stati mentali, come Marconi è ben disposto a fare2, allora si può ben dire che anche un parlante che applicasse un’espressione ad oggetti in maniera verosimilmente uniforme ma idiosincratica, o la usasse in tale modo per nominare oggetti, sarebbe referenzialmente competente3. In altre parole, in rapporto ad una nozione idiosincratica di riferimento, un’applicazione e una denominazione costante possono bastare per parlare di competenza referenziale. Pure, come ammette lo stesso Marconi, risulta altrettanto plausibile dire che quel parlante non è referenzialmente competente, nella misura in cui in realtà egli non conosce il riferimento che quell’espressione possiede, il riferimento linguistico dell’espressione4. Ciò è rilevante per la competenza lessicale in generale, nella misura in cui il riferimento contribuisce al significato dell’espressione e dunque la conoscenza del significato di quella espressione è anche, almeno in parte, la conoscenza del suo riferimento. In rapporto dunque alla nozione linguistica di riferimento, è referenzialmente competente chi applica l’espressione a ciò cui l’espressione si riferisce e nomina con quell’espressione il suo referente5.

  • 6 Cfr. 1997: 7, 104, 121.
  • 7 A rigore, “acqua” non è un termine per cui a proposito della determinazione del suo riferimento (...)

4Rispetto a questo modo di porre le cose, si può subito notare, con lo stesso Marconi6, che il famoso caso di Terra Gemella proposto originariamente da Putnam (1975) viene a costituire un problema. Chi avesse impiegato su Terra il termine “acqua” prima del 1750, ossia, prima della scoperta della composizione chimica dell’acqua, non sarebbe stato referenzialmente competente, in quanto, dato che non sarebbe stato in grado di discriminare tra le due uniche cose per cui Terra e Terra Gemella differiscono, vale a dire H2O e XYZ, avrebbe potuto applicare (se mai fosse stato oggetto di teletrasporto su Terra Gemella) tale termine anche a XYZ, oppure (sempre se mai fosse stato oggetto di quel teletrasporto) a nominare con quel termine XYZ, cioè, qualcosa che, a differenza di H2O, non è ciò cui quel termine non si riferisce (mutatis mutandis, lo stesso vale per chi avesse impiegato l’omonimo gemellese di “acqua” su Terra Gemella). Poiché questa situazione comprende chiunque si fosse trovato allora sulla Terra, inclusi quelli che avrebbero potuto essere allora ritenuti competenti sul riferimento di “acqua” — i cosiddetti esperti7 — ed è generalizzabile a molti termini della lingua — perlomeno, a tutti i termini di genere o sostanza naturale — ne risulterebbe che, almeno su molti termini, chiunque di noi rischia di mancare della competenza referenziale.

5A detta di Marconi, però, alla base di questo problema sta in realtà la concezione che egli etichetta come “la dottrina dell’oggettività del riferimento” e così definisce:

Intenderò [...] per ‘dottrina dell’oggettività del riferimento’ la posizione secondo cui le parole hanno il riferimento che hanno indipendentemente da qualsiasi capacità o conoscenza disponibile alla comunità linguistica intesa come un tutto, o nel suo ambito (1997: 104).

6Che questa concezione sia per Marconi responsabile del problema è facile da vedere, se ricostruiamo il suo ragionamento così:

  1. se vale la concezione oggettivista del riferimento, allora parole come “acqua” (ossia, tutti i termini di genere o sostanza naturale) hanno da sempre un differente riferimento su Terra e su Terra Gemella;

  2. se parole come “acqua” hanno da sempre differente riferimento su Terra e Terra Gemella, tutti coloro che le impiegano rischiano di non essere referenzialmente competenti nei loro confronti; dunque,

  3. se vale la concezione oggettivista del riferimento, tutti coloro che impiegano parole come “acqua” rischiano di non essere referenzialmente competenti nei loro confronti.

  • 8 Letteralmente, Marconi dice che nella situazione pre 1750 l’omonimo gemellese di “acqua” si sarebbe (...)

7Così stando le cose, un modo per attaccare la concezione oggettivista del riferimento è ovviamente quello, per modus tollens, di prendere (i) e respingere il suo conseguente, che è quanto Marconi espressamente fa: parole come “acqua” hanno nelle condizioni epistemiche pre 1750 complessive della comunità linguistica terrestre, e in particolare dei suoi esperti, lo stesso referente che l’omonimo gemellese di quella parola avrebbe avuto a quel tempo su Terra Gemella — verosimilmente, un referente disgiuntivo: H2O-o-XYZ — a differenza di quello che succede oggi (in cui le due parole si riferiscono rispettivamente a H2O e XYZ)8.

  • 9 Cfr. Fodor 1990: 103-108.

8Ci si può però chiedere se quest’attacco sia decisivo. Ci sono infatti motivi per dubitarne. Non è scontato che un sostenitore della concezione oggettivista del riferimento debba accettare (i) tout court, e quindi accettare la correttezza (nel senso di soundness) dell’argomento soprastante che ascrive alla concezione oggettivista del riferimento il rischio di un’incompetenza referenziale generalizzata. Fodor, per esempio, non lo fa. In certe condizioni epistemiche, egli scrive, è realistico immaginare che non solo il riferimento idiosincratico, ma anche quello linguistico, di un termine di genere o sostanza naturale sia disgiuntivo. Per esempio, un soggetto che fosse stato allevato in un ambiente in cui ci sono tanto pozze di H2O quanto pozze di XYZ, ma fosse venuto accidentalmente in contatto solo con pozze del primo tipo, nel suo uso di “H2O” si riferirebbe idiosincraticamente a H2O-o-XYZ. Ma lo stesso vale per una comunità di individui che non solo non fosse di fatto in grado di distinguere tra H2O e XYZ, ma non potesse distinguere tra i due tipi di sostanza almeno in tutti i mondi nomologicamente possibili, ossia i mondi compatibili con la loro psicologia: il termine stesso “acqua” usato da quella comunità si riferirebbe a quella disgiunzione9. In casi del genere, il riferimento del termine “acqua” sarebbe dunque diverso da H2O. Ma la nozione di riferimento linguistico ivi in gioco continuerebbe ad essere quella oggettivista, nella fattispecie, una nozione interpretata in chiave naturalistica secondo la teoria della dipendenza asimmetrica (per qualunque altra entità E che potesse causare l’uso di “acqua”, il termine non verrebbe a riferirsi a H2O-o-XYZ o E, in quanto la relazione nomica sussistente tra le occorrenze di quel termine ed E sarebbe asimmetricamente dipendente dalla relazione nomica sussistente tra quelle occorrenze e H2O-o-XYZ). Dunque, se (i) è falso, un sostenitore della concezione oggettivista del riferimento è in grado di negare che se si adotta tale concezione si rischia di fare dei soggetti di un’intera comunità degli incompetenti referenziali almeno su termini di genere o sostanza naturale.

  • 10 Che l’oggettivista possa accettare questa dipendenza cognitiva del riferimento è già avanzato in Wi (...)

9Qui Marconi potrebbe immediamente replicare: ma non abbiamo appena visto che ciò che conterebbe in tale situazione per determinare il riferimento di un termine è la situazione epistemica della comunità? E non va questo contro la concezione oggettivista del riferimento? Attenzione, però: la situazione epistemica della comunità avrebbe un ruolo nel determinare l’oggetto dì riferimento, il referente di un termine da questa adottato10. Ma non avrebbe un ruolo nel determinare la relazione di riferimento tra questo termine e il suo referente; la relazione resterebbe infatti oggettiva nel senso che interessa a Marconi: “secondo la dottrina dell’oggettività del riferimento, il riferimento di una parola [...] è determinato in ultima analisi da certe relazioni fattuali (spesso dette connessioni causali’) tra i parlanti e il mondo reale” (1997:104). In altri termini, anche se il referente di un termine verrebbe nei casi in questione per Fodor effettivamente determinato dalla situazione epistemica di una comunità, la relazione di riferimento ad esso non sarebbe determinata epistemicamente, o in alcun altro modo comunitariamente rilevante; resterebbe infatti una relazione fattuale di tipo causale. Per chiarire con un’analogia, la posizione di Fodor si può equiparare alla posizione di chi sostenesse che sì, i colori che vediamo sono determinati dal nostro apparato percettivo - con un altro apparato, percepiremmo gli infrarossi e gli ultravioletti - ma stare nella relazione di vedere con i colori non è mediata cognitivamente o culturalmente - come invece, qualcuno potrebbe sostenere, è il caso per esempio della relazione percettiva con oggetti rappresentazionali (fotografie, statue, pupazzi...), che consideriamo un classico esempio di vedere-come (vedere una fotografia altro non è che vedere un determinato oggetto - un foglio di carta colorato - come una fotografia, ossia come un’immagine fotostatica di qualcosa, ecc.). Se le cose stanno così, un oggettivista potrebbe allora osservare, per salvare la nostra competenza referenziale si può ben sostenere che, in assenza di nostre determinate capacità discriminative, parole come “acqua” non si riferiscono a generi o sostanze naturali, come Putnam credeva; ma questo non comporta ancora, continuerebbe l’oggettivista, che la concezione oggettivista del riferimento vada rigettata, perlomeno se con “riferimento” vogliamo parlare della relazione parole-cose e non del relatum destro della relazione; ed è, come abbiamo visto prima, la relazione che sembra primariamente importare a Marconi quando parla di oggettività del riferimento.

  • 11 Incidentalmente, questa è la fallacia presentata da Chomsky nella sua argomentazione contro la no (...)

10L’emendamento oggettivista appena considerato si appoggia su un ragionamento che è in generale corretto: non è lecito inferire da caratteristiche ascritte ad un relatum caratteristiche proprie della relazione. Come per esempio dal fatto che capita di riferirsi ad oggetti ontologicamente vaghi, privi cioè di un soddisfacente criterio di identità, non possiamo desumere che la relazione stessa di riferimento è vaga11, così, si potrebbe dire, dal fatto che capita che le nostre parole si riferiscano ad oggetti cognitivamente selezionati non significa ancora che la relazione di riferimento di quelle parole a tali oggetti sia cognitivamente determinata.

  • 12 Si noti che l’esempio degli oggetti rappresentazionali richiede che i relata non siano entità sempl (...)

11Tuttavia, ciò che in generale non vale può valere in qualche caso particolare, e l’analogia che ho poc’anzi chiamato in causa può essere utile al riguardo. Si potrebbe infatti dire che non vediamo oggetti rappresentazionali nello stesso senso in cui vediamo colori perché i primi, a differenza dei secondi, sono costrutti della mente; vale a dire, entità che non esisterebbero se non esistessero menti, o meglio ancora, se non fossero state progettate da menti. Così, si potrebbe pensare, se i relata di destra della relazione di riferimento sono costruzioni della mente umana, allora la stessa relazione di riferimento che intercorre tra le nostre parole e siffatti relata non è una relazione oggettiva, ma è a sua volta determinata cognitivamente12.

12Questa è esattamente la tesi sostenuta da Jackendoff in vari scritti, per esempio nei passi seguenti:

il mondo, così come esso è percepito, è innegabilmente influenzato dalla natura dei processi inconsci che presiedono all’organizzazione dell’input situazionale (19863: 49)
il mondo così come è percepito [... lo] chiamerò [...] mondo proiettato (19863: 52)
la nostra coscienza ha accesso soltanto al mondo proiettato, ossia al mondo inconsciamente organizzato dalla mente [...]. L’informazione trasmessa dal linguaggio deve quindi essere sul mondo proiettato [...]. Ma se questo è vero, dobbiamo allora porre in discussione la centralità, per la semantica delle lingue naturali, delle nozioni di verità e referenza, così come esse sono tradizionalmente concepite. La verità è generalmente considerata come una relazione fra un certo sottoinsieme di frasi (quelle vere) e il mondo reale; la referenza è invece una relazione fra le espressioni di una lingua e gli oggetti del mondo reale a cui dette espressioni si riferiscono. Ma, dal momento che noi abbiamo rifiutato l’esistenza di una relazione diretta fra il mondo reale e il linguaggio, è evidente che tali nozioni non possono costituire il punto di partenza per la nostra teoria semantica (19863: 53-54).

  • 13 Va detto che Marconi prende in considerazione una versione particolarmente orientata in chiave idea (...)

13Seguendo questa direzione, si può ottenere ciò che Marconi vuole, ossia tanto una serie di referenti che consenta di conservare la competenza sul riferimento linguistico quanto il ripudio della concezione oggettivista di tale riferimento. Ma a Marconi questa direzione sembra avere un prezzo troppo alto, perché comporta una concezione troppo idealistica degli oggetti di riferimento: “[l]e prestazioni in cui è coinvolta la competenza referenziale riguardano entità del mondo reale, non rappresentazioni” (1997: 80)13.

14Per ricapitolare quanto abbiamo ottenuto fin qui: se ci limitiamo a considerare, come oggetti di riferimento di termini come “acqua”, degli oggetti che consentano la competenza referenziale rispetto a tali termini, non siamo eo ipso in grado di liberarci della concezione oggettivista del riferimento linguistico; se prendiamo in considerazione, come oggetti siffatti, delle entità che comportino l’abbandono di tale concezione, finiamo per assumere un’ontologia troppo idealistica. Per uscire da queste due alternative entrambe in parte insoddisfacenti, quello che dovremmo avere è mantenere simultaneamente l’idea che gli oggetti di riferimento siano oggetti tali, che i) relativamente ai termini per riferirsi ad essi si conservi la competenza referenziale; ii) non siano entità di tipo idealistico; iii) la relazione di riferimento nei loro confronti sia una relazione non di tipo oggettivistico. È possibile avere tutte queste tre cose insieme?

  • 14 Una distinzione del genere, tra ciò che un’entità effettivamente è e il fatto che siamo indotti a d (...)
  • 15 Ho sostenuto un’idea del genere in Voltolini 1992, 1997, 2000.
  • 16 Sia che si compri infatti un realismo modale alla Lewis 1973, 1986, secondo cui i mondi possibili s (...)
  • 17 Questa è grosso modo la concezione che ho sostenuto in varie occasioni, principalmente in Voltolini (...)

15Apparentemente, un modo c’è: considerare come oggetti di riferimento oggetti intenzionali, oggetti che siano cioè gli oggetti di un qualche pensiero o stato intenzionale, i quali siano però ulteriormente degli oggetti possibili, ossia entità che di fatto esistono, e in tal caso saranno oggetti reali, oppure esistono solo possibilmente, o come spesso si dice esistono in qualche mondo possibile diverso dal mondo reale, e quindi sono delle entità meramente possibili. Vediamo come una concezione del genere potrebbe applicarsi ai problemi di cui stiamo parlando. Immaginiamo che la sostanza cui i terrestri (ma anche i gemelliani!) si riferivano con “acqua” prima del 1750 sia un’entità che solo descrittivamente viene qualificata come un oggetto disgiuntivo — H2O-o-XYZ14 — mentre si tratta invece di ciò cui i terrestri (ma anche i gemelliani!) pensavano quando parlavano di acqua e che possiamo più propriamente caratterizzare come una sostanza meramente possibile, che esiste, verosimilmente con una sua natura intermedia tra H2O e XYZ, in un mondo possibile diverso da quello reale. Potremo allora riconcettualizzare la scoperta fatta sulla Terra che l’acqua è H2O come la scoperta che la nostra sostanza possibile non esiste, ed al suo posto esiste H2O, un suo simile dal punto di vista epistemico — ha buona parte delle proprietà che si credevano, erroneamente, possedute dalla sostanza meramente possibile; mutatis mutandis, lo stesso dovrà avvenire colla scoperta fatta su Terra Gemella che l’acqua è XYZ15. Ma tale sostanza possibile è ciò nel riferirsi alla quale con “acqua” i terrestri pre-1750 (o i gemelliani della stessa epoca) erano competenti: avrebbero infatti applicato tale termine indifferentemente su Terra Gemella perché anche lì si sarebbero riferiti alla stessa cosa, alla stessa entità possibile. In generale, in quanto entità intenzionale, ossia entità verso cui si è rivolti nel pensiero, un’entità possibile del genere è qualcosa che non mette in discussione il nesso tra competenza e riferimento. Come per Marconi, ciò cui ci si riferiva prima del 1750 con “acqua” era ciò cui — tanto su Terra quanto su Terra Gemella — si era consapevoli di riferirsi; ma questo in quanto un tale oggetto era l’entità possibile oggetto del proprio pensiero. Ancora, esattamente come nella prospettiva suggerita da Marconi, dopo il 1750 si è determinato in effetti per la parola “acqua” uno slittamento referenziale; ma nuovamente, non si tratta di uno slittamento da quello che di fatto è un referente disgiuntivo a un referente non disgiuntivo, una certa sostanza naturale (H2O), quanto di uno slittamento da un referente solo descritto come disgiuntivo, che è in realtà un referente possibile, a quella sostanza, entità realmente esistente. Inoltre, in quanto abitante semplicemente di un altro mondo possibile anziché del mondo reale, una tale sostanza non ha niente di mentalmente costruito, e quindi di idealistico, qualunque sia la concezione di mondo possibile che si compra16; dunque, non c’è nessuna ragione per pensare che la relazione di riferimento ad una tale sostanza sia mente-dipendente; ma, dato che le entità meramente possibili sono causalmente inefficaci, non c’è neppure alcuna ragione per pensare che la relazione in questione sia in ultimo “determinat[a] da certe relazioni fattuali (spesso dette connessioni causali’)” e quindi per pensare che si tratti di una relazione che soddisfi le pretese oggettiviste17.

  • 18 Problemi del genere sono avanzati da Linsky-Zalta 1996: 285, Williamson 1998a: 208. Per un modo di (...)

16Certamente, già sul piano metafisico, una tale concezione è irta di difficoltà ad ogni passo — per esempio, possono degli oggetti intenzionali essere degli oggetti possibili, e se sì quali? 18Ma per quanti problemi una siffatta proposta possa sollevare, ci sono almeno due vantaggi: a) un ricupero della competenza referenziale rispetto ad un’altra situazione che rende tale competenza problematica (sicuramente per sostenitori di una concezione oggettivista del riferimento, ma non solo), quella che coinvolge i termini singolari affetti dal cosiddetto puzzle di Frege, ossia coppie di termini almeno apparentemente coreferenziali (rompicapo secondo cui, per esempio, “H2O = H2O” non è informativo, ma “acqua è H2O” sì); b) un ricupero della competenza referenziale rispetto a termini che tutti i teorici che abbiamo finora considerato riterrebbero vuoti, come “unicorno”. Vediamo questi due punti in dettaglio.

  • 19 II problema è presentato in Napoli 1992: 406-407.
  • 20 Mi limito a queste espressioni dubitative perché di nomi propri in Lexical Competence non si parla (...)

17Per quanto riguarda a), in tutti i casi del tipo “Espero”/“Fosforo”, ossia casi che coinvolgano nomi propri almeno apparentemente coreferenziali distinti tali che determinati soggetti non conoscono la verità di un asserto di identità coinvolgenti tali nomi, del tipo “Espero è Fosforo”, per qualunque soggetto che non conosca tale verità si può sospettare che sia referenzialmente non competente, nella misura in cui, sebbene sappia identificare il referente del primo nome sotto il primo nome, e sappia a sua volta identificare il referente del secondo nome sotto il secondo nome, tale soggetto non sappia che il primo oggetto altro non è che il secondo oggetto, ossia, non sappia reidentificare lo stesso oggetto sotto nomi diversi19. Ora, il caso Terra Gemella nuovamente generalizza questa forma di incompetenza referenziale a tutta una comunità: nella situazione pre 1750, i terrestri tutti ignoravano la verità di un asserto di identità come “l’acqua è H2O”, e quindi che l’acqua fosse H2O (così come i gemelliani tutti ignoravano che la (loro) acqua fosse XYZ). Il problema è sicuramente pressante per tutti i cosiddetti teorici del riferimento diretto, della teoria per cui il contributo semantico di almeno alcune espressioni (nella fattispecie, i nomi propri) si estingue nel riferimento che esse posseggono, teoria di cui la concezione oggettivista del riferimento è una variante; ma, nella misura in cui, come abbiamo visto, la conoscenza del riferimento contribuisce a determinare la conoscenza del significato di un’espressione, il problema può essere tale anche per una prospettiva teorica alla Marconi20.

  • 21 Fodor 1994: 22 ha sostenuto che dal punto di vista cognitivo, il caso Terra Gemella presenta il pro (...)

18Ebbene, l’idea che gli oggetti di riferimento siano intentionalia possibili consente una soluzione a questo problema. Nell’asserto di identità del tipo “a è b” (per esempio “acqua è H2O”), i termini singolari coinvolti in realtà non sono coreferenziali, in quanto uno almeno di essi sta per un’entità intenzionale meramente possibile; parimenti, la relazione espressa dalla copula non è in realtà l’identità, ma una relazione più debole: come abbiamo implicitamente visto poc’anzi, l’asserto dice appunto che almeno una delle due entità designate dai termini singolari coinvolti (nella fattispecie, ciò cui “acqua” si riferisce) non esiste, esistendo invece al suo posto un’altra entità (nella fattispecie, ciò cui “H2O” si riferisce) che è un suo simile epistemico. Ora, tolta l’illusione della coreferenzialità di tali termini, è parimenti rimosso il problema relativo alla competenza referenziale nei riguardi di tali termini: ciò cui coloro che non sanno che l’acqua è H2O si riferiscono con “acqua” è altra cosa da ciò cui un giorno, una volta rimossa quell’ignoranza, si riferiranno con “H2O”21.

  • 22 Come dice Danto, “se gli unicorni esistessero, verrebbero percepiti nella stessa maniera in cui lo (...)
  • 23 Tratto qui “unicorno” come termine per una specie possibile, non per una specie fittizia come propo (...)
  • 24 Su Jackendoff, vedi la precedente nota 13. Su Brentano, cfr. notoriamente 1930: 107-109.

19Per quanto riguarda b), se un termine è vuoto, cioè privo di riferimento, non c’è dubbio che non abbia senso parlare di competenza referenziale nei suoi confronti: a che cosa lo si dovrebbe saper applicare? Tuttavia, sembra altrettanto indubbio che di fronte a termini apparentemente vuoti come “unicorno” i soggetti esibiscono qualcosa che almeno somiglia ad una competenza referenziale: applicano il termine ad immagini di unicorno, e pronunciano “unicorno” in presenza di siffatte immagini, né più e né meno di come farebbero per termini dotati sì di riferimento ma di un riferimento difficilmente disponibile, come può essere il caso del termine “ornitorinco” per parlanti dell’italiano. Ma ancora, chi pensasse che proprio questa è la competenza referenziale legata a termini come “unicorno”22 farebbe in realtà dei soggetti che usano un tale termine degli incompetenti dal punto di vista referenziale, visto che tali soggetti esibirebbero lo stesso comportamento linguistico, dal punto di vista referenziale, di fronte ad espressioni come “immagine di unicorno”. (E certo che spesso mettiamo a prova la nostra competenza referenziale, in particolare in relazione a termini per entità reali ma non facilmente disponibili, come per l’appunto “ornitorinco”, di fronte a immagini di tali entità; ma è altrettanto chiaro che fa parte della competenza referenziale per termini del genere sapere che, se si usa un termine siffatto in presenza di immagini delle entità per cui tali termini stanno, è solo perché si adoperano tali immagini come sostituti di tali entità!) Il problema è risolto una volta che si postuli che, quando si usa un termine come “unicorno”, lo si usa per riferirsi alla specie possibile che fa da bersaglio intenzionale ai propri pensieri23. Il termine avrà a quel punto non solo applicazioni presunte, come verrebbe da dire se lo si trattasse come un termine vuoto tout court, ma reali: ci sarà effettivamente qualcosa cui si riferisce chi usa quel termine, semplicemente si tratterà di qualcosa di meramente possibile. In tal caso, chi userà “unicorno” in presenza di immagini di unicorni tratterà quelle immagini né più e né meno di come tratta immagini di ornitorinchi, ossia come qualcosa di vicario per ciò che non solo localmente (come gli ornitorinchi), ma realmente, non c’è. Come anche Jackendoff, ma ben prima di lui Brentano!, ha colto, chi pensa e dunque si riferisce a qualcosa, sia questo un ornitorinco o un unicorno, pensa e si riferisce a quell’entità, non alla sua immagine24. Dunque, si potrà effettivamente ascrivere a chi usa “unicorno” in tal modo una genuina, e non solo presunta, competenza referenziale.

20Nonostante la bizzarria teorica di questa proposta, sembrerebbe che essa possa trovare una risposta a tutte le questioni in gioco. Ma quanto appena detto solleva immediatamente un nuovo problema. Chi indica un’immagine di unicorno quando proferisce “unicorno” non si sbaglia, perché semplicemente tratta quell’immagine come se fosse un unicorno, non scambia erroneamente tale immagine per un esemplare della specie meramente possibile. Ma quando sulla Terra prima del 1750 (o mutatis mutandis su Terra gemella prima di quell’epoca) chi avesse indicato una pozza di H2O nel proferire “acqua” avendo in mente la sostanza meramente possibile che possiamo provvisoriamente descrivere come H2O-o-XYZ non si sarebbe sbagliato, perché non è quella sostanza, ma la buona e vecchia H2O, che per l’appunto si trova davanti, né più e né meno di chi, scambiando il famoso psicotuttologo Paolo Crepet con Diego Marconi, indicasse Paolo Crepet nel proferire “guarda! Alla fine pure Diego ha ceduto e si è tagliato i baffi”?

21Si potrebbe allora a questo punto osservare, tutto questo lavorio concettuale attraverso oggetti intenzionali e possibili per che cosa, visto che alla fine ci troviamo con soggetti referenzialmente incompetenti come al punto di partenza? E questi soggetti non sono referenzialmente incompetenti proprio perché, nonostante il loro uso referenziale idiolettale di una certa espressione, non sanno a che cosa quell’espressione usando in realtà si riferisce? E come comprendere questa situazione, se non tornando a sostenere, alla Putnam, che il riferimento è una relazione oggettiva tra espressioni e determinate porzioni del mondo reale?

  • 25 Con una precisazione: abbiamo qui sempre considerato contesti estensionali. Se andassimo a vedere c (...)

22Beh, nonostante tutto qualcosa invece l’abbiamo ottenuto: con questi ultimi casi, parlando in effetti di soggetti che credono di riferirsi a qualcosa, ciò che intendono nel loro pensiero, mentre in realtà coll’espressione che usano si riferiscono a qualcos’altro, ciò che davvero c’è nella realtà (H2O, nella fattispecie, almeno per quanto riguarda la situazione su Terra), non abbiamo solo mostrato che il referente inteso può non essere il referente semantico di un’espressione, abbiamo anche mostrato perché le cose stanno così, quando vi stanno: perché il referente inteso è il referente sbagliato per un’espressione, quello semantico essendo dunque quello giusto. In altri termini, mostrando che l’intenzionalità non è una guida infallibile per il riferimento, almeno se è di riferimento linguistico, e non di riferimento idiosincratico, che ci stiamo occupando qui25, non abbiamo rivalutato l’idea che la nozione di riferimento linguistico (a differenza di quella di riferimento idiosincratico) è una nozione da comprendere in chiave oggettivista, quanto l’idea che, nella misura in cui ci sono usi corretti e usi scorretti di una parola per riferirsi a qualcosa, tale nozione è una nozione normativa. Dunque, è vero che l’incompetenza referenziale è, rispetto al riferimento linguistico, qualcosa dalla cui possibilità non si può sfuggire; peraltro, proprio quest’inesorabilità dell’incompetenza mostra che il riferimento linguistico ha un carattere normativo. Ciò può suonare musica alle orecchie di Marconi. Notoriamente, infatti, un tale risultato ben si innesta nel quadro teorico prospettato da Marconi, visto che lui stesso intende rimpiazzare una nozione oggettivista con una normativa di riferimento linguistico: “nel quadro che ho presentato, la competenza referenziale individuale è trascesa soltanto dalla norma semantica” (1997: 121).

23Eppure, le cose non sono ancora completamente andate a posto. La suddetta inesorabilità dell’incompetenza referenziale sembra proprio richiedere il mantenimento della situazione referenziale prevista da Putnam per quanto riguarda i termini di genere o sostanza naturale: è perché “acqua” si riferiva anche prima del 1750 sulla Terra solo ad H2O che i terrestri di quell’epoca si sbagliavano (mutatis mutandis, lo stesso vale con XYZ su Terra Gemella). Poiché da quest’idea come abbiamo visto Marconi prende le distanze, per vedere quanto la prospettiva che si va sviluppando qui sia proprio marconiana bisogna fare qualche precisazione.

  • 26 Qui c’è un punto sottile. Può anche darsi che, in ultima analisi, i terrestri pre 1750 (così come i (...)
  • 27 Questa è la regola implicita in Putnam 1975: 255. Suppongo qui, come Marconi 1997: 120, che il camp (...)

24In primo luogo, per espandere quanto detto poco sopra, bisogna notare che ciò che genera l’illusione che i casi Putnam parlino a favore di una nozione oggettiva di riferimento linguistico è il non riconoscimento del fatto che, se il referente di un termine di genere o sostanza naturale è il genere o sostanza che di fatto ha sempre confrontato gli usi ‘in presenza’ di tale termine – H2O nel caso di “acqua”, per intenderci - ciò dipende dalla regola per il corretto riferimento iscritta ‘da sempre’ (o perlomeno, da quando si è convenuto che si tratta di un termine di genere o sostanza naturale26) nell’uso del termine - nel caso di “acqua”, qualcosa come “Usa ‘acqua’ per riferirti a ciò che abbia la stessa natura di questo, il campione paradigmatico”27. Se questa è la regola che adottiamo nel caso di un termine di quel genere, allora la questione della possibile incompetenza referenziale nell’uso di quel termine è, come dicevo, meno drammatica di quanto si potesse pensare all’inizio, perché l’eventualità di situazioni del dopo Terra Gemella, in cui un’intera comunità, compresi i suoi esperti, può sbagliarsi nel suo riferirsi a qualcosa con un termine del genere (per esempio, se l’intera comunità terrestre fosse stata trasportata prima del 1750 su Terra Gemella) è per così dire compresa nel tipo di regola che sottende al suo uso: nella misura in cui la natura del campione paradigmatico, di cui si fa esplicitamente menzione nella regola, è qualcosa che può di fatto essere collettivamente ignoto, ebbene, se nessuno per l’appunto conosce la natura del campione paradigmatico, può ben esserci che a fianco di usi referenzialmente corretti del termine vi siano da parte dì tutti usi referenzialmente scorretti dello stesso termine.

  • 28 1997: 119-120.
  • 29 In forme diverse, la seconda delle quali è più simile a quella avanzata qui, questo punto è già sta (...)
  • 30 Se si ammette che è sbagliato interpretare in chiave verificazionista l’argomento wittgensteiniano (...)

25Certo, l’idea che vi siano regole del genere per l’uso referenzialmente corretto di un termine (regole che, si noti incidentalmente, riguardano solo i termini di genere o sostanza naturale, non tutti i tipi di termini) consente l’errore collettivo, che è quello che abbiamo appena visto: tutti possono riferirsi all’entità sbagliata con un termine siffatto. In Lexical Competence, Marconi respinge l’idea che vi siano norme che funzionano in questo modo, perché una norma tale che nessuno è in grado di riconoscere se una sua applicazione è o meno corretta non è una norma (o almeno non è una norma comunitaria)28. Ma una tale situazione non è in realtà particolarmente problematica, nella misura in cui ciò che consente ad una norma di avere applicazioni corrette come scorrette, e dunque di realizzare il suo valore normativo, è che le une come le altre siano riconoscibili, non che siano riconosciute29. (Ciò che fa collassare, nel caso di un impossibile linguaggio privato, credere di seguire una regola e seguirla non è il fatto che il fruitore di tale linguaggio non distingua di fatto tra le due cose — questo è quello che può accadere ad un singolo fruitore del linguaggio pubblico — ma che non sia possibile per lui distinguerle, che non ci sia un mondo possibile in cui egli riconosca di aver creduto erroneamente di seguire la regola. Non si vede allora perché quello che è già ammissibile ad un fruitore singolo del linguaggio, cioè compiere un errore normativo, dovrebbe non essere consentito ad una comunità nel suo complesso30.)

26In secondo luogo, il modo in cui concepisco la normatività del riferimento è più robusto di quello difeso da Marconi; grazie a questa robustezza, inoltre, dovrebbe essere in grado di liberarsi di problemi cui invece la concezione della normatività di Marconi è esposta. Per concludere, vediamo questi ultimi due punti in dettaglio.

  • 31 1997: 108-109, 152-156.

27Per quanto riguarda il primo punto, ho trattato il riferimento di termini di genere e sostanza naturale nei termini di una norma per la corretta applicazione di tali termini a qualcosa (ipotizzerei incidentalmente che questo valga in generale per tutti i termini, fatto salvo che ad ogni (tipo di) termine corrisponde la sua specifica (forma di) norma — la sua specifica grammatica, direbbe Wittgenstein). Questo modo di concepire la normatività del riferimento è più forte di quello difeso da Marconi, che si limita a parlare per il caso in questione del riferimento (o meglio per l’uso linguistico in generale) di “normatività senza norme” (1997:152), in questo pensando contemporaneamente a i) il fatto che, come mostra il cosiddetto fenomeno della deferenza linguistica indicato da Putnam (1975), accettiamo di ricevere correzioni nel nostro uso linguistico, tendenzialmente da coloro che consideriamo esperti e ii) il fatto che non ci sia un’autorità ultima sull’uso delle parole31.

  • 32 Questo è un punto su cui ho insistito altrove: cfr. Voltolini 2001, 2004.
  • 33 Quest’interpretazione della posizione di Marconi e l’obiezione a tale interpretazione sono dovute a (...)

28Ma la questione non è semplicemente quella di un approccio più robusto vs. uno meno robusto alla normatività; la questione è che - e questo è il secondo punto - nell’essere meno robusta l’idea di una normatività senza norme non è esente da pericoli. In primo luogo, come ogni prospettiva tendenzialmente socioesternista, rischia di ridurre la normatività ad un fatto sociologico, per cui usare correttamente un termine è usarlo in conformità a come lo usa una comunità (almeno, nei suoi membri rilevanti o esperti)32. In secondo luogo, se parlare di normatività senza norme vuol dire in realtà parlare tacitamente di norme nel cui contenuto viene introdotto il rimando agli esperti, forte è il rischio, nel caso di una norma referenziale, che la nozione oggettivista di riferimento che si voleva cacciare dalla porta rientri in realtà dalla finestra nella caratterizzazione di ciò che fa di un esperto un esperto: esperto è colui che sa a che cosa un determinato termine oggettivamente si riferisce33.

  • 34 Secondo l’interpretazione del tema avanzata da Frascolla 1994 e ripresa in Voltolini 1998a. L’impor (...)
  • 35 Vedi su questo punto in particolare Voltolini 1998b.
  • 36 L’esempio di Pinot dei porcini viene da Marconi 2000b: 362-363. Anche Marconi pensa che in caso di (...)

29Ora, entrambi questi problemi vengono evitati dall’approccio robusto alla normatività linguistica, segnatamente quella referenziale, che ho qui delineato. In primo luogo, secondo tale approccio, l’uso corretto, nella fattispecie l’uso referenzialmente corretto, di un termine è l’uso conforme ad una norma, o, come andrebbe meglio detto in chiave wittgensteiniana, è l’uso conforme ad un’applicazione paradigmatica di una norma in una data circostanza34. Questo approccio elimina ogni rischio di riduzione del normativo al fattuale, nella misura in cui un’applicazione corretta non è un’applicazione conforme ad un’altra applicazione (tipicamente, quella degli esperti), ma è un’applicazione internamente, ossia necessariamente, simile ad un’applicazione in quanto presa come paradigma o termine di confronto35. In secondo luogo, l’estrusione del rimando agli esperti dal contenuto delle norme evita il rischio che il ricorso agli esperti reintroduca la nozione oggettivista di riferimento in luogo di quella normativa. Indiscutibilmente, in relazione alla competenza referenziale esperto è chi più conosce il riferimento, nel senso de: il referente, di un dato termine; quando questo termine è un termine di genere o sostanza naturale, bisognerebbe aggiungere, è esperto chi più conosce la natura di un siffatto referente. (Per quanto riguarda la competenza referenziale, tra Pinot dei porcini, il vecchio montanaro esperto di funghi, e un micologo, non c’è dubbio che tenderemmo a dare ragione al secondo in caso di conflitto tra i due se questo è o meno un porcino, ma solo nel caso in cui quest’ultimo avesse con sé un microscopio…36). Ma questo non elimina il fatto che anche l’esperto possa sbagliare, per esempio in una situazione Terra Gemella; e questo, come abbiamo visto prima, significa che l’esperto applica scorrettamente la norma referenziale preposta al termine — nella fattispecie, applica il termine a qualcosa che non ha la stessa natura del campione paradigmatico; l’errore rimanda dunque ad una nozione normativa, non oggettiva, di riferimento.

  • 37 Cfr. Marconi 2000b: 362-363.
  • 38 Cfr. 2000b: 358.
  • 39 Cfr. su questo punto ancora Voltolini 2004: 151. Come accennavo in quel testo, sotto questo rispett (...)

30Qui Marconi ribadirebbe: ma ci sono casi in cui il conflitto tra esperti è irredimibile, e non c’è che da affidarsi alla cogenza delle argomentazioni che essi possono produrre in merito37. Già, ma se una situazione del genere si dà (e, si noti, questi non sono tipicamente casi in cui termini di genere o sostanza naturale sono in gioco), questa è semplicemente una circostanza in cui la regola per il corretto uso del termine in riferimento a qualcosa non ha ancora ricevuto un’applicazione paradigmatica (per rinviare ad un esempio di Marconi38, questo, questo, e questo — non ci piove — sono spinette. Ma questo?). Ossia, si tratta di casi in cui di corretto e scorretto non si può a rigore ancora parlare. Può darsi che la controversia abbia una composizione, e a quel punto ««’applicazione diventerà l’applicazione paradigmatica della regola referenziale in quella circostanza, cosicché sarà corretto usare il termine in riferimento a quell’oggetto, e scorretto altrimenti; ma può darsi anche che non ce l’abbia, e a quel punto è possibile che, se differenti applicazioni si affermano come applicazioni paradigmatiche, e dunque sorgono differenti criteri di correttezza e scorrettezza, si determinino di fatto differenti parole con differenti referenti39.

  • 40 Ringrazio Alfredo Paternoster per le sue importanti osservazioni ad una precedente versione di ques (...)

31Per trarre un bilancio da queste riflessioni: se vogliamo salvare la competenza referenziale sull’uso delle espressioni lessicali di una lingua spiegandone le eccezioni e al tempo stesso liberandoci della concezione oggettivista, comunque emendata, del riferimento linguistico di tali espressioni, non è all’intenzionalità, che al più può spiegare il riferimento idiosincratico, ma ad una robusta normatività che dobbiamo fare appello. Una conclusione in spirito, sebbene non alla lettera, non lontana da quanto difeso in Lexical Competence40.

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Note

1 Vedi per esempio la conclusione dell’Introduzione di Lexical Competence-, “poiché il mio è un tentativo di ricondurre la semantica dal cielo alla terra, immagino che molti saranno insoddisfatti, dato che, ovviamente, in cielo si sta molto meglio” (1997: 7).

2 Cfr. 1997: 74,157.

3 In questo senso, lo stesso Marconi parla di “competenza referenziale individuale”: 1997: 121.

4 Cfr. 1997: 95. Marconi tende a smussare questo contrasto parlando di diversi gradi di competenza tra distinti parlanti (ibid.); ma il maggiore o minore grado di competenza riguarda la conoscenza di ciò cui la parola si riferisce, dunque riguarda quella che stiamo chiamando la competenza referenziale rispetto alla nozione linguistica di riferimento, e non ovviamente la conoscenza di ciò cui ci si riferisce con quella parola, la competenza relativa alla nozione idiosincratica di riferimento.

5 La distinzione tra queste due nozioni di riferimento in rapporto alla competenza referenziale di cui parla Marconi è espressamente tracciata da Casalegno 2000: 338.

6 Cfr. 1997: 7, 104, 121.

7 A rigore, “acqua” non è un termine per cui a proposito della determinazione del suo riferimento si può parlare prima del 1750 di una distinzione tra uomo della strada ed esperto. Ma ciò non toglie che se si riproponesse un caso Terra Gemella a proposito di tale termine oggigiorno, in cui si danno esperti nella determinazione del suo riferimento (i conoscitori di una certa struttura molecolare), provando ad ipotizzare che esistano, una sulla Terra e una altrove, due sostanze acquose differenti solo a livello sub molecolare, avremmo sicuramente che gli odierni esperti sul riferimento di “acqua” sarebbero referenzialmente incompetenti per le stesse ragioni per cui la comunità terrestre tutta lo era nella situazione pre 1750.

8 Letteralmente, Marconi dice che nella situazione pre 1750 l’omonimo gemellese di “acqua” si sarebbe riferito anche a H2O: cfr. 1997: 121. Ora, poiché per parità di ragionamento si potrebbe analogamente sostenere che non c’è motivo di escludere che il nostro termine “acqua” prima del 1750 si fosse altrettanto riferito a XYZ, questo porta a comprendere il comune referente dei due termini pre 1750 come l’entità disgiuntiva. Cosi, del resto, Marconi stesso suggerisce che le cose stanno qualche pagina prima (ivi: 106-107).

9 Cfr. Fodor 1990: 103-108.

10 Che l’oggettivista possa accettare questa dipendenza cognitiva del riferimento è già avanzato in Williamson 1998b: 400.

11 Incidentalmente, questa è la fallacia presentata da Chomsky nella sua argomentazione contro la nozione di riferimento sostanzialmente compresa in chiave oggettivista. Cfr. ad esempio Chomsky 1992: 233.

12 Si noti che l’esempio degli oggetti rappresentazionali richiede che i relata non siano entità semplicemente mente-dipendenti, ma anche costruzioni mentali. Fodor infatti direbbe che anche nel caso di entità che si limitano ad esistere quando delle menti esistono non c’è nessuna ragione per pensare che la relazione di riferimento a queste entità sia a sua volta mente-dipendente. Questo è il punto da lui difeso in 1998: capp. 6 e 7.

13 Va detto che Marconi prende in considerazione una versione particolarmente orientata in chiave idealista della teoria di Jackendoff, quale quella presentata in 1992; nel testo qui considerato, Jackendoff traccia una distinzione esplicita tra immagini mentali e entità proiettate, o costruite: “il mondo proiettato non consiste di immagini mentali; una cosa è percepire un cavallo, un’altra percepire un’immagine di cavallo” (19863: 52-53). Verosimilmente, però, Marconi non vede una differenza di sostanza tra queste due versioni - e pour cause, si potrebbe aggiungere, visto che alla fine per lo stesso Jackendoff fare del mondo un mondo proiettato non vuol dire altro che adottare un atteggiamento realista, e dunque mobilitare nulla più che rappresentazioni mentali; cfr. 1992: cap. 8.

14 Una distinzione del genere, tra ciò che un’entità effettivamente è e il fatto che siamo indotti a descriverla in termini disgiuntivi, è presente in Fodor 1990: 103.

15 Ho sostenuto un’idea del genere in Voltolini 1992, 1997, 2000.

16 Sia che si compri infatti un realismo modale alla Lewis 1973, 1986, secondo cui i mondi possibili sono degli individui primitivi genuini, sia che si compri una concezione astrazionista dei mondi possibili alla Adams 1974 - Plantinga 1974 - Kripke 1980, se in entrambi i casi si crede nei possibilia (cosa che nel secondo modello comporterà l’adozione di quello che si chiama un possibilismo combinatoriale: cfr. Bradley 1989), questi ultimi saranno degli oggetti concreti, non dei costrutti (almeno primariamente: nulla ovviamente vieta che tra i possibilia risultino anche degli artefatti possibili. Cfr. Williamson 1998a).

17 Questa è grosso modo la concezione che ho sostenuto in varie occasioni, principalmente in Voltolini 1992. Dico “grosso modo” perché all’epoca ero convinto che gli intentionalia possibili dovessero comunque essere oggetti mente- o meglio linguaggio- dipendenti (possibilia come oggetti di discorso), designati mediante una relazione di riferimento normativamente caratterizzata. Sul secondo punto sono ancora d’accordo, sul primo avrei delle riserve, nella misura in cui oggi penso che l’intenzionalità preceda il riferimento linguistico (vedi dopo).

18 Problemi del genere sono avanzati da Linsky-Zalta 1996: 285, Williamson 1998a: 208. Per un modo di affrontare questi problemi, si veda il mio Voltolini 2007.

19 II problema è presentato in Napoli 1992: 406-407.

20 Mi limito a queste espressioni dubitative perché di nomi propri in Lexical Competence non si parla (quasi) mai. Quando però Marconi è intervenuto in seguito sul problema della competenza dei nomi propri, ha proprio segnalato che la non conoscenza del coriferimento, nei casi di termini singolari almeno apparentemente coreferenziali uno dei quali almeno è un nome, è un problema per la competenza semantica su tali termini (2000a: 179). In tale sede, peraltro, Marconi accenna ad una teoria della competenza referenziale sui nomi propri apparentemente in tensione con la sua distinzione tra competenza referenziale e competenza inferenziale; nel caso di tali espressioni, infatti, la competenza referenziale sembra passare attraverso la competenza inferenziale (ivi: 191). Ammesso che ci sia, tale tensione si può forse giustificare colla marginalità di tali espressioni per il lessico; com’è noto, alcuni teorici hanno espressamente negato che i nomi propri facciano parte del lessico (cfr. Ziff 1960).

21 Fodor 1994: 22 ha sostenuto che dal punto di vista cognitivo, il caso Terra Gemella presenta il problema inverso rispetto al puzzle di Frege; mentre quest’ultimo evidenzierebbe che a differenti contenuti cognitivi corrisponde un solo oggetto, il primo evidenzierebbe che allo stesso contenuto cognitivo corrispondono oggetti diversi. Ora, se per spiegare gli stessi casi si chiamano in causa gli oggetti intenzionali possibili, la struttura della situazione non cambia; se nel caso Terra Gemella ad uno stesso oggetto intenzionale non esistente — ciò che descriveremmo come H2O-o- XYZ - corrispondono due oggetti intenzionali reali - H2O e XYZ rispettivamente — in un caso Frege ci sono almeno due oggetti intenzionali distinti — un certo Espero e un certo Fosforo — e un oggetto reale, Venere, distinto almeno da uno di quei due intentionalia, quello non esistente. (Questo trattamento è adombrato in Castañeda ( 1989).) Possiamo far convergere le due situazioni se diciamo che il caso Terra Gemella altro non è che la risultante di due casi Frege che coinvolgono lo stesso oggetto intenzionale non esistente — nuovamente, ciò che descriveremmo come H2O-o- XYZ - ma due oggetti reali diversi rispettivamente — H2O e XYZ.

22 Come dice Danto, “se gli unicorni esistessero, verrebbero percepiti nella stessa maniera in cui lo sono le loro immagini” (1982: 15; cit. in Kobau 2005: 65). Così a volte lo stesso Marconi (in conversazione, almeno) è tentato di fare — ben comprensibilmente, per non dover ammettere o che ci sono termini nei cui confronti la competenza lessicale è solo inferenziale, o che termini nei cui confronti la competenza referenziale sembra mancare sono in realtà termini non primitivi — per optare però alla fine verso l’idea che la competenza referenziale è in tali casi solo presunta, visto che, se si prende per buona la vuotezza di tali termini, le loro applicazioni non possono che essere a loro volta presunte.

23 Tratto qui “unicorno” come termine per una specie possibile, non per una specie fittizia come propone Kripke 1980. Tale proposta fa propendere Kripke all’idea che un tale termine sia necessariamente vuoto, un rigido nondesignatore come direbbe Salmon 1998: 292, almeno in certi suoi usi (per la posizione dettagliata di Kripke sul tema, vedi 1973. Ma anche se si dovesse scegliere una posizione realista sulle specie fittizie e quindi sul riferimento ad esse di determinati termini, nulla per quanto riguarda la competenza referenziale si potrebbe traghettare da quel che riguarda termini per specie possibili, nella misura in cui, come ho più volte sostenuto (vedi 1994, 2006), in quanto entità astratte le entità fittizie sono tipi diversi di nonesistenti rispetto alle entità meramente possibili.

24 Su Jackendoff, vedi la precedente nota 13. Su Brentano, cfr. notoriamente 1930: 107-109.

25 Con una precisazione: abbiamo qui sempre considerato contesti estensionali. Se andassimo a vedere contesti intensionali, o almeno quelli epistemici, potremmo dover scoprire, alla Frege, che il referente di un termine entro tali contesti non è il suo referente linguistico, ma proprio il referente idiosincratico, e dunque proprio 1’intentionale possibile di cui abbiamo parlato qui. Cfr. su questo nuovamente Voltolini 1992, 2000.

26 Qui c’è un punto sottile. Può anche darsi che, in ultima analisi, i terrestri pre 1750 (così come i gemelliani, per quel che conta) non usassero “acqua” come un termine di sostanza naturale e quindi si riferissero effettivamente al referente disgiuntivo, al liquido colle proprietà superficiali dell’acqua. Ma ciò non toglie che noi abbiamo convenuto di riferirci con quel termine ad una sostanza naturale. Perciò noi saremmo oggi referenzialmente incompetenti su “acqua” se venisse ulteriormente fuori che ci sono nell’universo, una su Terra e una chissà dove, due sostanze fenomenologicamente indistinguibili, differenti a livello sub molecolare, che però condividono la stessa struttura molecolare — H2O per intenderci.

27 Questa è la regola implicita in Putnam 1975: 255. Suppongo qui, come Marconi 1997: 120, che il campione paradigmatico sia determinato da una fondazione multipla, in maniera da escludere errori generalizzati ma accidentali come quelli che conseguirebbero nel caso in cui un battezzatore unico si confrontasse per caso con un oggetto dalla natura completamente diversa da quella della sostanza che si vuole nominare (si immagini ad esempio che nel dire “questo è acqua” Talete, così chiamerò il battezzatore originario, si fosse trovato di fronte ad una pozza di coca-cola; se la regola per il corretto uso di “acqua” non prevedesse che il campione originario fosse determinato da una fondazione multipla, ne conseguirebbe che ogni volta che indichiamo fiumi, laghi e mari terrestri nel proferire “acqua” ci sbaglieremmo).

28 1997: 119-120.

29 In forme diverse, la seconda delle quali è più simile a quella avanzata qui, questo punto è già stato sostenuto da altri: vedi Casalegno 2000: 349 e Williamson 1998b: 398-400. Marconi continua a non essere convinto della bontà di tali obiezioni; secondo lui, una norma ‘putnamiana’ richiederebbe un contenuto esternista (“Usa ‘acqua’ per designare H2O”) cui i terrestri pre 1750 non potevano essere sensibili (cfr. 2000b: 356-357). Ma nel contenuto che ho poc’anzi attribuito alla norma in questione, e cioè “Usa ‘acqua’ per riferirti a ciò che abbia la stessa natura di questo, il campione paradigmatico” non ricorre alcun contenuto esternista che sia indotto dal termine “H2O”, che neppure figura nella formulazione della norma.

30 Se si ammette che è sbagliato interpretare in chiave verificazionista l’argomento wittgensteiniano contro il linguaggio privato, ossia è sbagliato pensare che il collasso di credere di seguire la regola e seguirla davvero consista nell’incapacità di un soggetto in isolamento di distinguere tra applicazioni corrette e applicazioni scorrette di una regola, come Marconi giustamente sostiene (cfr. 1995: 107-108), è difficile che l’uscita dal linguaggio privato consista nel fondare la distinzione tra credere di seguire la regola e seguirla davvero su un verificazionismo collettivo, ossia sulla capacità comunitaria di distinguere tra credere di seguire la regola e seguirla davvero.

31 1997: 108-109, 152-156.

32 Questo è un punto su cui ho insistito altrove: cfr. Voltolini 2001, 2004.

33 Quest’interpretazione della posizione di Marconi e l’obiezione a tale interpretazione sono dovute a Casalegno 2000. Oggi Casalegno ha però rivisto quell’obiezione: vedi 2007

34 Secondo l’interpretazione del tema avanzata da Frascolla 1994 e ripresa in Voltolini 1998a. L’importanza di questa precisazione sarà chiara tra un attimo (vedi sotto nel testo).

35 Vedi su questo punto in particolare Voltolini 1998b.

36 L’esempio di Pinot dei porcini viene da Marconi 2000b: 362-363. Anche Marconi pensa che in caso di controversia daremmo ragione al micologo, ma perché quest’ultimo generalmente dà migliori ragioni a sostegno della sua posizione (ibidem); il gioco del dare ragioni, che è un’attività tipicamente inferenziale, non sembra però essere esattamente in gioco quando si tratta di riconoscere che qualcosa è l’istanza di un genere naturale (o una porzione di una sostanza naturale), o meglio: se è in gioco, l’allusione è una ragione visiva (“questo è un fungo, non vedi la sua [micro] struttura? ”).

37 Cfr. Marconi 2000b: 362-363.

38 Cfr. 2000b: 358.

39 Cfr. su questo punto ancora Voltolini 2004: 151. Come accennavo in quel testo, sotto questo rispetto si può dire che esperto è anche chi produce ragioni per determinare che cosa conta come applicazione corretta di una norma in una nuova circostanza di applicazione, nella fattispecie che cosa conta come uso referenziale corretto di una parola in una circostanza siffatta, il che nel caso per l’appunto delle parole contribuisce e costituisce il loro riferimento. In questa stessa direzione vanno alcune osservazioni di Casalegno 2007.

40 Ringrazio Alfredo Paternoster per le sue importanti osservazioni ad una precedente versione di questo saggio.

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Alberto Voltolini, «Intenzionalità, normatività e riferimento»Rivista di estetica, 34 | 2007, 163-180.

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Alberto Voltolini, «Intenzionalità, normatività e riferimento»Rivista di estetica [Online], 34 | 2007, online dal 30 novembre 2015, consultato il 10 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/3937; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.3937

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Autore

Alberto Voltolini

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