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HomeNumeri34Competenza semantica e concetti

Note dell’autore

Sebbene questo lavoro sia stato interamente discusso da ambedue gli autori, Alfredo Paternoster è direttamente responsabile dell’introduzione, del paragrafo 1 e del paragrafo 2.1. Cristina Meini è responsabile del paragrafo 2.2 (le conclusioni sono a quattro mani). Ringraziamo Massimiliano Vignolo e Alberto Voltolini per alcune osservazioni.

Testo integrale

Introduzione

1Il problema filosofico centrale di Lexical Competence (Marconi 1997 — i riferimenti che faremo sono relativi all’edizione italiana apparsa due anni dopo) è che cosa distingue la comprensione del linguaggio da parte di un agente umano da quella che potrebbe essere attribuita a un sistema artificiale. Nel rispondere a questa domanda Marconi (d’ora in poi, M.) offre una teoria della conoscenza del significato, descrive cioè in che cosa consiste conoscere il significato delle parole (e degli enunciati). Tale teoria può tuttavia essere considerata anche una teoria puramente epistemica del significato, sebbene l’uso di ‘teoria’ in riferimento a un quadro concettuale di ispirazione parzialmente, ma chiaramente, wittgensteiniana debba essere fatto con molta cautela. Una teoria epistemica (pura, d’ora in poi per comodità daremo per scontata questa qualificazione) del significato è una teoria che “spiega via” [explains away] spiega eliminando, la nozione di significato nei termini di certe capacità cognitive, quelle che costituiscono la competenza semantica dei parlanti. Infatti, secondo l’analisi proposta, conoscere il significato non è essere in una relazione con un ente di qualche tipo ma, appunto, essere dotati delle appropriate capacità: «la competenza semantica è senz’altro la conoscenza del significato. Tuttavia, essa non è conoscenza di significati intesi come entità di qualche genere: nella mia immagine, i significati non ci sono da nessuna parte» (ivi: 98).

2Indipendentemente da quale sia il tipo di spiegazione proposto, si deve sottolineare come La competenza lessicale sia un libro di filosofia del linguaggio, non di filosofia della mente; M. si occupa di significato e di comprensione, non di concetti o di pensiero. Sebbene molto si parli di processi mentali, i concetti centrali della filosofia della mente (credenza, pensiero, concetti,...) sono menzionati solo di sfuggita e per lo più in riferimento a posizioni altrui. Da questo punto di vista, la riflessione teorica di M. si colloca in una posizione originalmente eccentrica rispetto al mainstream della filosofia analitica degli anni Ottanta-Novanta, che, avendo interpretato la “svolta cognitiva” nei termini di un primato della credenza, si configurava in prima istanza come una filosofia del pensiero, cercando di spiegare l’azione e il comportamento linguistico a partire dalle caratteristiche del pensiero.

3In Linguaggio e visione (2001) Paternoster aderiva a questa scelta teorica di M., tematizzandola e giustificandola esplicitamente: si proponeva che la comprensione del linguaggio, intesa come processo psicologico, andasse studiata a partire dal linguaggio medesimo, in quanto quest’ultimo, a differenza del pensiero, è un concreto fenomeno empirico, materiale (cfr. ivi: 15-16 e 23-24). L’idea era che, sebbene certamente vi siano dati che possono costituire una base empirica per una teoria del pensiero, il concetto di pensiero resta vago e sfuggente, almeno se confrontato con il linguaggio, e che è (notoriamente) molto difficile isolare “fatti di pensiero” che non coinvolgano il linguaggio medesimo. Questa affermazione era, si badi, metodologica, non metafisica: il punto non è che il pensiero dipende dal linguaggio — tesi che non veniva discussa, ma alla quale, comunque non credevamo allora e non crediamo adesso, almeno se esposta in termini così generati - bensì che non vi è ragione di partire dalle credenze per studiare il linguaggio, un’operazione teorica che chiama in causa nozioni meno chiare di quelle che si vogliono spiegare. Pensiamo che questa tesi sia quantomeno nello spirito di M., sebbene in Lexical Competence non venga mai asserita esplicitamente.

4Ora, sebbene Paternoster continui ad essere abbastanza simpatetico con questo punto di vista, ci sembra, allo stesso tempo, che l’assenza di una presa di posizione chiara sulla natura del pensiero e dei concetti sollevi alcuni interrogativi, riguardanti la relazione tra linguaggio e pensiero, la natura delle rappresentazioni mentali, il rapporto tra livelli di spiegazione e lo statuto delle nozioni mentali del senso comune, che non è sempre facile eludere anche all’interno di una teoria della comprensione, intesa come processo psicologico. Per esempio, la nozione di comprensione di un enunciato sembra richiedere la nozione di ciò che un parlante sa a proposito di qualcosa (gatti, farfalle, guerra,...) e questa nozione, a sua volta, sembra essere molto vicina a quella di credenza. Oppure: se il processo di comprensione consiste, inter alia, nella costruzione di rappresentazioni mentali, che rapporto c’è, esattamente, tra quello che chiameremmo preteoricamente un evento di comprensione (l’esito del processo di comprensione) e un’occorrenza [token] di queste rappresentazioni? E per questa ragione che in questo articolo ci chiederemo se vi sia - e, in caso affermativo, quale sia - una caratterizzazione del pensiero e dei concetti coerente con la teoria della competenza e della comprensione sviluppata secondo le linee di Lexical Competence. Sulla base di quel poco che M. dice esplicitamente al riguardo, faremo alcune ipotesi su quello che non viene detto, ma, per quanto possiamo vedere, M. direbbe o dovrebbe dire, e accenneremo ad alcune conseguenze per i problemi sopra menzionati. Al di là di questo esercizio interpretativo, il punto di questa discussione consisterà in un abbozzo di teoria dei concetti che dovrebbe essere fedele almeno allo spirito di Lexical Competence, in ogni caso un abbozzo di teoria nella quale ci riconosciamo (cfr. Meini e Paternoster 2006 per un approccio metodologicamente diverso ma affine nei contenuti della proposta).

1 Dalla competenza semantica alla competenza concettuale

5Basta scorrere l’indice analitico di Marconi (1997) per rendersi conto che non si parla mai, o quasi mai, di credenze, mentre si parla diverse volte di concetti. Questo divario ha un’ovvia spiegazione: poiché l’oggetto del libro è il significato lessicale e non il significato enunciativo, è ragionevole attendersi che si parli di più, ove se ne parli, dei correlati mentali (dei significati) delle parole, piuttosto che degli enunciati, e i correlati mentali (dei significati) delle parole sono tradizionalmente identificati con i concetti, o comunque ad essi strettamente legati. Di credenze si parla quasi esclusivamente nella discussione dell’argomento di Fodor e Lepore (1992) sull’olismo semantico. Peraltro, il fatto che qui ci sia un riferimento alla nozione di credenza è poco significativo per i nostri scopi, perché, essendo il brano in questione una confutazione di un argomento altrui, l’adozione del linguaggio delle credenze è verosimilmente parassitarla rispetto agli usi di Fodor e Lepore. Concentriamoci adesso sui concetti.

  • 1 E al raffronto con la posizione, presentata come abbastanza simile, di Jackendoff 1992; cfr. anche (...)

6Sebbene i riscontri testuali siano molto sporadici, dalla teoria della competenza lessicale emerge abbastanza chiaramente un certo punto di vista sui concetti. Per comprendere le linee guida di questo punto di vista non bisogna tanto guardare filologicamente, per così dire, ai luoghi in cui la parola ‘concetto’ viene più spesso usata, bensì all’esposizione della teoria1. Infatti, quando M. usa più di frequente la parola ‘concetto’, nel capitolo sulla normatività semantica, lo fa in relazione alla posizione di Burge, anche qui in modo prevalentemente, se non esclusivamente, parassitario. O almeno non ci sono ragioni chiare di pensare che gli usi di ‘concetto’ in questo contesto impegnino M. a qualche teoria o analisi specifica; l’intento di M. è quello di far vedere che nella teoria della competenza lessicale c’è lo spazio per dare conto di quella esigua ma irriducibile componente normativa che caratterizza l’uso del linguaggio. Sebbene la questione della normatività faccia capolino anche nell’immagine dei concetti che proporremo (si veda infra: 2.2), non è in questa parte del lavoro di M. che possiamo trovare quello che stiamo cercando.

7Vediamo dunque perché la descrizione della struttura della competenza semantica lessicale autorizzi a parlare di un certo punto di vista sui concetti. Secondo M., diversi dati neuropsicologici suggeriscono l’esistenza di una distinzione tra i lessici di output (il lessico fonologico e il lessico grafico) e il lessico semantico (o magazzino semantico). Mentre i primi contengono esclusivamente le informazioni relative alla forma, rispettivamente fonetica e grafica, della parola, il secondo contiene le informazioni riguardo a quello che chiamiamo ordinariamente ‘significato’, o ‘contenuto’. Per esempio l’entrata nel lessico semantico per ‘tigre’ conterrà, codificate in un certo modo, informazioni del tipo “è un animale”, “è feroce”, “ha un mantello a strisce”, “vive nella jungla” ecc. E sulla base di queste informazioni che siamo capaci di eseguire prestazioni inferenziali e di comprendere un enunciato.

8La distinzione tra i lessici di output e il lessico semantico ha una conseguenza particolarmente importante: con le parole di M., «la competenza inferenziale non può [...] essere descritta come la capacità di gestire una rete di relazioni tra parole. La distinzione tra forme di parola (lessici di output) e lessico semantico ci costringe a ridescrivere le prestazioni in cui si dispiega tipicamente la competenza inferenziale come prestazioni in cui si seguono percorsi da parola a parola attraverso il lessico semantico» (Marconi 1997: 86). Ciò sembra implicare che, sebbene il lessico semantico sia stato introdotto a partire da considerazioni linguistiche e sia accessibile sulla base di parole (il che peraltro non implica che sia accessibile soltanto in questo modo, cfr. infra), esso è alla base anche di prestazioni cognitive, come inferenze non verbali (o almeno, non verbalizzate), generalizzazioni, ragionamento, soluzione di problemi, pianificazione, che non possono essere considerate ovviamente linguistiche e che molti non considerano tali. Beninteso, non stiamo dicendo che il linguaggio non sia per nulla coinvolto in queste prestazioni - al contrario, è plausibile ritenere che esso sia necessario almeno in alcuni casi - bensì che il genere di processi cognitivi basati sul lessico semantico costituisce quello che in scienza cognitiva viene comunemente chiamato ‘pensiero’, un tipo di attività che non mette in gioco il linguaggio verbale e di cui non si può affermare a priori che è costituito dal linguaggio. Altrimenti detto, la struttura della competenza (semantica) lessicale non implica nessuna tesi in particolare sulla relazione tra il linguaggio e il pensiero; il punto è che il lessico semantico rende possibile una serie di prestazioni lato sensu inferenziali, indipendentemente dalla questione di quale sia il ruolo del linguaggio nel sostenere tali prestazioni.

  • 2 Come argomentato, sulla base di numerosi dati empirici, in Paternoster 2001. Le capacità di riconos (...)

9Considerazioni analoghe possono essere fatte prendendo in esame l’aspetto referenziale della competenza. La capacità di riferirsi ai gatti, sia nella direzione mondo-linguaggio (denominazione) sia in quella linguaggio-mondo (applicazione) richiede la capacità di riconoscere i gatti, intesa in modo non linguistico, nel senso che è possibile ricondurre lo stimolo visivo costituito da un gatto in carne ed ossa a una classe di riferimento senza mettere in gioco il linguaggio. Di sicuro, come evidenzia la discussione dei dati neuropsicologici pertinenti, si può essere in grado di riconoscere un gatto senza essere in grado di produrre la parola, come avviene quando c’è un danno alle connessioni tra lessici di output e lessico semantico; e poiché nulla vieta di supporre che l’accesso dai sistemi percettivi al lessico semantico possa avvenire senza alcuna mediazione linguistica2, è ragionevole sostenere che nella teoria di M. si possa parlare di processi mentali non linguistici, cioè che ci siano dei tipi di pensiero indipendenti dal linguaggio nei quali svolgono un certo ruolo alcune strutture semantiche. La competenza referenziale, scrive M., «non solo non è una capacità puramente linguistica ma può essere considerata in sé non linguistica» (Marconi 1995: 2).

  • 3 Cfr. Paternoster 2001: 7.2.8., 8.4. e passim.

10Pertanto le strutture mentali postulate da M. per spiegare la comprensione del linguaggio spiegano altrettanto bene il ragionamento, l’inferenza, la connessione con la percezione e l’azione, insomma il pensiero, quale che sia esattamente il modo di concepire la relazione tra linguaggio e pensiero. Ma allora si può dire che le strutture costitutive della competenza lessicale, nella sua duplice articolazione in componente inferenziale e referenziale, svolgono, in tutto o almeno in parte, il ruolo tradizionalmente attribuito ai concetti. Che altro sono i concetti, infatti, se non gli elementi di base delle nostre capacità di categorizzare e ragionare, o, come direbbero alcuni, di costruire pensieri? Inoltre la distinzione tra un livello di rappresentazione/elaborazione superficiale, specificamente linguistico, quale è quello dei lessici di output, e un livello di rappresentazione/elaborazione profondo, semantico ma non specificamente linguistico, quale è quello del lessico semantico e del magazzino visivo-spaziale, suggerisce abbastanza naturalmente l’idea che le informazioni depositate in queste strutture siano esattamente quello che diversi filosofi e scienziati cognitivi chiamano ‘concetti’: rappresentazioni mentali associate alle parole. Beninteso, stiamo usando ‘rappresentazione’ in un senso generico, peraltro ampiamente consolidato in scienza cognitiva: nella testa ci sono strutture che codificano certe informazioni; per esempio, il lessico fonetico contiene informazioni sul modo in cui si pronunciano le parole. Si può pensare a queste rappresentazioni in modo procedurale, come a sequenze di programmi motori; ed è importante ricordare che la natura procedurale delle rappresentazioni svolge un ruolo cruciale nel soddisfare il requisito, cui abbiamo accennato nell’introduzione, di non ipostatizzare i significati3. Il punto qui pertinente è che, quale che sia esattamente il modo di caratterizzarle, queste strutture mentali mediano tra linguaggio e mondo. Per esempio: la parola ‘cane’ nel mio idioletto si riferisce ai cani in quanto ho competenza referenziale sui cani — ovvero dispongo di procedure che mi consentono di riconoscere i cani; questo equivale a dire che il riferimento di ‘cane’ è mediato da certe capacità cognitive. Ma allora, nella misura in cui i concetti sono tradizionalmente considerati ciò che media (mentalmente) parole e cose, ancora una volta vediamo che la teoria della competenza lessicale, in questo caso la competenza referenziale, svolge il ruolo tradizionalmente attribuito ai concetti. Anche senza assumere fin dall’inizio che i concetti siano enti mentali, è difficile negare che il genere di informazioni depositate nel lessico semantico sia quello tipicamente considerato pertinente per la nozione di concetto.

  • 4 Come suggerito da Massimiliano Vignolo (comunicazione personale). In base a questa supposizione, (...)

11Siamo dunque legittimati a sostenere che il lessico semantico è qualcosa di molto simile a una struttura concettuale. Del resto, M. in un punto lo dice esplicitamente, pur con molto pudore: «La competenza inferenziale è padronanza di una rete lessicale (probabilmente, come abbiamo visto, è padronanza di una rete concettuale e di funzioni di input e output che la connettono a forme di parola fonetiche e grafiche», 1997: 98, corsivo nostro). La teoria della competenza lessicale implica l’esistenza, in un senso da precisare, di concetti e l’abbozzo di una certa immagine dei concetti. È possibile dire qualcosa di più preciso su questa immagine? Che cosa sono, esattamente, i concetti in questo quadro? Forse, come accennavamo sopra, files di informazioni mentalmente associate a parole? Capacità di riconoscimento? Capacità inferenziali? L’insieme delle due? Potremmo spingerci a dire, di due parlanti che abbiano identiche capacità inferenziali e referenziali riguardo a una parola X, che condividono il concetto X, ovvero affermare che due concetti sono identici se e solo se le capacità referenziali e inferenziali associate alle parole corrispondenti sono le stesse4? E quali sono i fatti empirici che costituiscono il banco di prova di una “teoria” dei concetti? Per rispondere a queste domande cominciamo col tratteggiare uno schizzo molto generale; nel paragrafo successivo elaboreremo nei dettagli questo schizzo, offrendo argomenti a suo sostegno.

12Abbiamo visto nell’introduzione che riguardo alla nozione di significato M. ha un atteggiamento antirealistico simile a quello del secondo Wittgenstein. Non c’è bisogno di postulare significati per spiegare i fatti semantici oltre alle strutture costitutive della competenza e alla propensione dei parlanti a conformarsi agli usi di volta in volta consolidati in una comunità linguistica. Il lessico semantico, che non deve essere considerato come una sorta di deposito dei significati delle parole — un magazzino di oggetti chiamati ‘significati’ — e i processi che operano su di esso sono tutto quello che occorre per spiegare le nostre prestazioni semantiche. Non ci sono quindi “oggetti” chiamati ‘significati’ nella testa, né nel terzo regno freghian-platonico, né in qualsiasi altro posto. Sebbene le relazioni codificate nel lessico semantico siano puramente sintattiche, nel senso che i processi che elaborano le strutture lessicali sono sensibili esclusivamente a proprietà formali, nondimeno esse realizzano la competenza semantica: i “fatti semantici”, come la comprensione di un enunciato, sopravvengono su fatti sintattici e specificamente computazionali.

13Ebbene, è assai verosimile che a questa immagine faccia riscontro un analogo atteggiamento antirealistico nei riguardi della nozione di concetto. Come non esiste un significato al di là degli usi che facciamo di una parola, analogamente — potremmo supporre — non esistono concetti al di là delle attivazioni di certe strutture mentali nel contesto dei ragionamenti, processi inferenziali di vario genere, prestazioni di riconoscimento o di applicazione di parole. I nostri usi della parola ‘concetto’ possono essere spiegati senza postulare l’esistenza di particolari mentali o, se è per questo, di enti non mentali. Inoltre, alla luce dell’identificazione che abbiamo fatto tra lessico semantico (più magazzino visivo-spaziale) e struttura concettuale, sembra esserci un nesso molto stretto tra la nozione di significato e quella di concetto. Ne consegue che, come il significato di una parola non è identificato da M. con questa o quella porzione del lessico semantico, analogamente non possiamo identificare i concetti con queste o quelle porzioni del lessico semantico.

14Sosteniamo dunque che, così come difende una teoria epistemica del significato, in base alla quale i significati sono eliminati tramite il ricorso alla nozione di competenza semantica (più l’ingrediente normativo), analogamente, M. è incline a sottoscrivere una teoria epistemica dei concetti, che elimina la nozione di concetto. La teoria epistemica dei concetti non ha nemmeno bisogno di risorse aggiuntive, considerato che la nozione di competenza semantica ha tutti gli ingredienti necessari per sostenere il ruolo richiesto: possiamo a buon diritto chiamarla “competenza semantico-concettuale”.

15Fin qui la tesi è sostenuta soltanto da un argomento per analogia e da una sorta di applicazione del rasoio di Ockham: se possiamo spiegare i “fatti concettuali”, per esempio i nostri usi della parola ‘concetto’, con le risorse che abbiamo, è inutile moltiplicare l’ontologia. L’argomento può tuttavia essere corroborato, come vedremo nel paragrafo successivo, da una serie di altre considerazioni. Una la vogliamo menzionare subito, ed è un riscontro testuale, unico ma inoppugnabile: «...non c’è bisogno che [persone diverse] siano d’accordo su ogni singolo gatto e su ogni credenza relativa ai gatti, né che possiedano una misteriosa entità, il concetto gatto, che trascenderebbe le loro capacità vuoi inferenziali vuoi discriminative.» (ivi: 108, corsivo nostro). Non c’è bisogno di postulare concetti per spiegare le nostre prestazioni cognitive (inferenziali e di categorizzazione) e le attribuzioni di stati psicologici più di quanto vi sia bisogno di postulare significati per spiegare il successo della comunicazione linguistica. I concetti sarebbero così enti non meno misteriosi dei significati, creature delle tenebre, direbbe Quine. D’altra parte, così come c’è bisogno di postulare certe strutture computazionali per spiegare il funzionamento dei processi di comprensione, è necessario postulare certe strutture computazionali, forse le stesse, per spiegare le nostre capacità cognitive.

16Lo schizzo, l’immagine complessiva, della nozione di concetto che ne risulta può essere catturata dalla congiunzione delle seguenti tesi:

  1. Non esiste alcuna determinata entità mentale o astratta con cui identificare la nozione del senso comune di concetto. I concetti non sono “cose”.

    • 5 Talora riconoscimento e categorizzazione sono considerate due prestazioni diverse: il primo consi (...)

    “Possedere un concetto” (o “padroneggiare un concetto”) non significa nient’altro che essere in grado di categorizzare (o riconoscere)5 certi oggetti ed eventi, e di svolgere certe prestazioni di natura inferenziale. Possedere un concetto non è essere in relazione con un certo oggetto (mentale o extramentale) chiamato ‘concetto’, bensì essere capaci di svolgere certe prestazioni.

  2. Null’altro è richiesto, oltre al disporre delle (debitamente integre) strutture cognitive costitutive della competenza semantico-concettuale (lessico semantico, magazzino visivo-spaziale più relative procedure di manipolazione) per attribuire padronanza di un concetto.

  3. Le strutture cognitive, e specificamente computazionali, costitutive della competenza semantica sono le stesse che costituiscono le capacità concettuali. Altrimenti detto, significati e concetti rinviano a un unico complesso di capacità mentali. Si badi che da questo non segue una determinata relazione tra linguaggio e pensiero, in particolare non ne segue una relazione genetica in un senso o nell’altro.

17Qualche breve parola di commento su ciascuno di questi punti, prima di entrare nei dettagli.

18La tesi 1 esprime una forma di antirealismo (o eliminativismo) riguardo ai concetti.

19La tesi 2 esprime ciò che abbiamo chiamato una “teoria epistemica dei concetti”, e corrisponde a quella che Fodor (1998) chiama concezione pragmatica dei concetti, volendo con ciò significare che i concetti sono identificati con certe famiglie di capacità. L’idea è che i concetti sono «un certo tipo di know-how epistemico» (ivi: 3). È evidente che, almeno in base alla nostra caratterizzazione, antirealismo e teoria epistemica fanno tutt’uno.

20La tesi 3 esprime quella che potremmo chiamare una concezione naturalista, e specificamente cognitivista, dei concetti. Più propriamente, la teoria epistemica dei concetti è una teoria naturalistica; è tuttavia possibile che, come nel caso della competenza semantica, essa vada integrata con un (modesto) elemento di normatività, se si ritiene che un siffatto ingrediente normativo vada riferito anche ai processi di pensiero (cff. infra: 2.2).

  • 6 Questa visione fortemente inferenzialista dei concetti ci sembra molto meno plausibile della prec (...)

21La tesi 4 esprime meramente l’idea che, dal punto di vista di una psicologica scientifica (o, se si vuole, dal punto di vista della scienza cognitiva), competenza semantica e competenza concettuale sono un’unica struttura. Da qui sembra seguire che le condizioni alle quali attribuiamo a qualcuno competenza semantica su una certa parola debbano coincidere con le condizioni alle quali gli attribuiamo il concetto corrispondente, ma, sebbene questa sia indubbiamente l’interpretazione più naturale, non è l’unica possibile. Non stiamo alludendo al caso banale del parlante non italiano che non conosce il significato di (ad es.) ‘neve’ ma ovviamente padroneggia il concetto corrispondente — la nozione di concetto, a differenza di quella di significato, non è relativa a una lingua particolare — bensì al fatto che non è incoerente supporre che l’attribuzione del concetto dipenda in larga misura, se non esclusivamente, dall’avere competenza referenziale, mentre l’attribuzione del significato dipenda maggiormente dall’avere competenza inferenziale. Per esempio, potremmo voler dire, di un bambino di due anni che ha acquisito ostensivamente la parola ‘sedia’, che ha il concetto di sedia (perché sa applicare la parola), ma non padroneggia appieno il significato di ‘sedia’, perché non è in grado di usare la parola in una varietà di contesti enunciativi come sarebbe in grado di fare un adulto competente. Oppure, in un quadro opposto, potremmo voler dire, di un parlante italiano settentrionale che non sa riconoscere il caciocavallo ma, sulla base di alcune conoscenze di cui dispone (come quella che il caciocavallo è un formaggio) usa appropriatamente il termine in diversi contesti linguistici, che non ha (piena) conoscenza del significato della parola, ma padroneggia il concetto corrispondente6. In altri termini è possibile che i requisiti necessari per attribuire competenza semantica siano più forti di quelli richiesti per attribuire concetti, che potrebbero limitarsi al solo aspetto referenziale (primo esempio) piuttosto che inferenziale (secondo esempio). Questa posizione si accorda bene con le teorie di chi sostiene che il linguaggio non è condizione necessaria per il possesso di concetti, pur concedendo che solo la disponibilità di capacità linguistiche (intese come capacità di parlare un linguaggio qualsiasi o di parlare un preciso un linguaggio storico) permette determinate prestazioni concettuali. Fatta questa precisazione, ribadiamo che la tesi secondo cui una persona conosce il significato della parola x se e solo se possiede il concetto corrispondente resta l’interpretazione più plausibile del quadro teorico presentato.

22Il nostro compito è ora quello di elaborare in modo più approfondito le tesi 1-3 e di difenderle da almeno alcune obiezioni. Quanto alla tesi 4, qui non avremo nulla da aggiungere. Più specificamente, nel paragrafo successivo discuteremo se ed entro quali limiti il modello CSC - ci riferiremo d’ora in poi con questa espressione all’immagine della competenza semantico-concettuale così come descritta nella Competenza lessicale - risponde ad alcune delle questioni che vengono tipicamente sollevate in quell’area di ricerca filosofica nota come “teoria dei concetti”.

2 Modello CSC e teorie dei concetti

23In anni recenti abbiamo assistito a una vera e propria fioritura di teorie dei concetti (p. es., Peacocke 1992; Fodor 1998; Millikan 2000; Prinz 2002; per una rassegna si veda Coliva 2004). Una teoria dei concetti si propone in prima istanza di rispondere a due questioni: (i) che cos’è un concetto, ovvero, che tipo di enti sono i concetti; e (ii) che cosa distingue il concetto A dal concetto B, ovvero fornire le condizioni di identità/individuazione. Nel fornire le risposte a queste domande la teoria deve inoltre soddisfare alcuni requisiti considerati irrinunciabili e che si configurano come altrettanti explananda. Tipici requisiti sono, ad esempio, l’intenzionalità, l’intensionalità, la composizionalità, la pubblicità (cfr. 2.2 per una discussione più puntuale).

24Prese congiuntamente, le domande (i) e (ii) sembrano presupporre che i concetti siano cose, particolari. Alcuni ritengono in effetti che la tesi secondo cui i concetti sono enti particolari (e specificamente mentali) sia un requisito da imporre sulla teoria o, come si esprime Fodor, una condizione non negoziabile (Fodor 1998: 26). È chiaro tuttavia che, se l’analisi di tipo antirealistico cui abbiamo accennato sopra ha qualche fondamento, la tesi in questione non può essere un requisito, né un assunto scontato: una teoria epistemica risponderà alle domande (i) e (ii) a modo suo, cioè per eliminazione. Il sottoparagrafo 2.1 è dedicato all’approfondimento di questo punto - all’illustrazione del tipo di spiegazione della nozione di concetto offerto dal modello CSC. Nel successivo 2.2 si vedrà invece quali requisiti, tra quelli tipicamente invocati, possano essere soddisfatti dal modello CSC e in che modo.

2.1 Per una teoria epistemica dei concetti

25Una difficoltà che si incontra nel cercare di tratteggiare una teoria dei concetti sulla base del modello CSC è che, anche in ragione della connotazione antirealistica della teoria, manca un’analisi a priori della nozione preteorico-intuitiva di concetto. Potremmo allora prendere in prestito (se non altro in via provvisoria) quella che può essere considerata l’analisi standard in letteratura, il punto di partenza di tutte le teorie dei concetti:

  • 7 Cfr. ad es. Peacocke 1992, Rey 1994, Coliva 2004.

26(DC) i concetti sono i costituenti atomici dei contenuti degli atteggiamenti proposizionali7

27Questa Definizione Canonica cattura alcuni degli aspetti che sono tìpicamente considerati costitutivi della nozione preteorica di concetto, e precisamente:

  1. l’idea che i concetti siano tipicamente associati alle parole, in quanto elementi atomici.

  2. l’idea che i concetti siano gli elementi, i “mattoni” con cui si costruiscono i pensieri;

  3. l’idea che i concetti siano (in quanto costitutivi dei contenuti) elementi cruciali della spiegazione intenzionale.

28Altri aspetti comunemente attribuiti ai concetti non sono invece catturati dalla (DC). Per esempio, non è affatto scontato che, in base alla (DC), concetti e contenuti siano enti mentali: è sufficiente che essi siano afferrabili dalle menti, che possano entrare nelle menti in qualche modo. Né sembra essere necessariamente implicata l’idea che i concetti siano ciò attraverso cui categorizziamo la realtà, che pure è, probabilmente, l’intuizione più solida alla base della nozione di concetto.

29Infine, e questo è il punto più importante, non è obbligatorio interpretare la (DC) come se implicasse che i concetti sono cose particolari, le componenti di quelle cose particolari che sono a loro volta i contenuti. Beninteso, la formulazione della (DC) suggerisce in modo naturale questa lettura metafisicamente forte, in virtù dell’uso di parole come ‘mattoni’, costituenti’, ‘elementi’. Ma questo potrebbe essere solo un modo di esprimersi più comodo di altri. Si osservi innanzi tutto che non bisogna pensare alla (DC) come a un’analisi della nozione di concetto nei termini di una nozione, quella di contenuto, già compresa; al contrario, la (DC) si limita a sottolineare come il livello di analisi dei concetti sia identico al livello di analisi dei contenuti intenzionali o pensieri, il cui statuto metafisico, a sua volta, è notoriamente assai controverso. Insomma, spiegare i concetti e spiegare i contenuti sono due aspetti inseparabili di uno stesso e unico problema. Ciò chiarito, basterà ricordare come, secondo l’analisi della spiegazione intenzionale proposta da Dennett (1987; 1991), variamente descritta come “strumentalista”, “antirealista” o (come preferisce l’autore) “blandamente realista [mild realism]”, tanto gli atteggiamenti proposizionali (credenze, desideri ecc.) quanto i loro contenuti siano costruzioni logiche, abstracta di una prototeoria ingenua appropriatamente descrivibile come una strategia interpretativa messa in atto per razionalizzare il comportamento proprio e altrui. Stati e contenuti intenzionali emergono meramente come risultato di un’attività interpretativa. Ciò non significa che le attribuzioni di intenzionalità siano semplicemente arbitrarie; la loro “verità” risiede nella loro efficacia esplicativa, nonché nella loro intersoggettività: essi sono sì metafisicamente dipendenti da un interprete, ma intersoggettivamente stabili, al punto da poter essere descritti come “strutture emergenti”.

30L’analisi proposta da Dennett suggerisce come dar conto del punto (c) senza reificare i concetti, identificarli con particolari mentali. È possibile dar conto del punto (b) con la stessa strategia o con una strategia simile? Sì: l’idea è che proiettiamo indebitamente sul pensiero certe caratteristiche del linguaggio pubblico. Pensiamo che i concetti si debbano comporre in pensieri perché le parole si compongono in enunciati. Ma l’idea che il pensiero debba avere una struttura linguistica potrebbe essere meramente una conseguenza del fatto che il nostro accesso cosciente al pensiero è, almeno in molti casi, mediato dal linguaggio pubblico. In questo senso nel punto (b) potrebbe esserci qualcosa di fondamentalmente sbagliato, a differenza di quanto vale riguardo al punto (c) che può, opportunamente interpretato, essere accolto.

  • 8 Attribuire contenuti è tutt’uno con l’attribuire (padronanza di) concetti, perché le due nozioni so (...)

31Ora, quale che sia l’opinione che si nutre sulla rilevanza e sullo stile di spiegazione della psicologia del senso comune - una questione forse non del tutto indipendente da quella che qui stiamo discutendo, ma che è meglio, almeno per il momento, mettere da parte —, è indubbio che la caratterizzazione dennettiana delle attribuzioni di contenuto presenta almeno un’analogia con la teoria epistemica dei concetti: i concetti, in quanto contenuti (atomici)8, non sono considerati enti causalmente efficaci, non possiedono una “consistenza” metafisica; a fortiori non sono particolari mentali, per esempio iscrizioni dentro la testa. Si può ritenere, ad esempio (e a differenza di Dennett), che gli stati di credenza sopravvengano su stati computazionali, senza tuttavia far propria l’assunzione ulteriore che la nozione di contenuto debba svolgere qualche ruolo in una teoria dei processi mentali. Pertanto le attribuzioni di stati mentali con un certo contenuto non richiedono la reificazione dei contenuti nella testa; non c’è bisogno di postulare enti particolari, mentali o extramentali, per spiegare i fatti cognitivi, linguistici e comportamentali per i quali sono pertinenti i concetti, anche se in diverse circostanze può essere comodo parlare come se ci fossero enti siffatti.

32Il caso paradigmatico dell’interpretazione metafisicamente forte della (DC) è quello di Fodor, secondo il quale solo l’assunzione che i concetti siano simboli del linguaggio del pensiero può spiegarne tanto l’efficacia causale (punto c) quanto la combinabilità (punto b). Fodor (1998) giustifica infatti la tesi secondo cui i concetti devono essere particolari mentali con l’argomento che ciò è richiesto da una teoria (computazional-)rappresentativa della mente. Ma, per come la definisce lui, una teoria rappresentativa della mente incorpora una tesi che non sembra essere affatto richiesta da una teoria scientifica dei processi mentali, e precisamente che la spiegazione intenzionale del senso comune sia una spiegazione nomologico-causale. Questa assunzione richiede che i predicati mentalistici siano tipi naturali le cui occorrenze devono avere efficacia causale; e ciò richiede a sua volta che i costituenti atomici delle occorrenze di stati mentali, cioè i concetti, siano particolari mentali (in quanto è il contenuto a fare una differenza causale). Tuttavia, come spiegato sopra, non siamo obbligati a “comprare” la tesi della natura nomologico-causale della spiegazione intenzionale del senso comune per fare scienza cognitiva, anche se è difficile negare che la supposta esistenza di un ben determinato correlato computazionale e cerebrale del credere che P sarebbe una vera e propria panacea per la filosofia e le scienze della mente.

  • 9 Ignorando, per semplicità, l’opportunità di tracciare una distinzione tra disposizioni e capacità ( (...)

33Come abbiamo già accennato nel paragrafo precedente, i fatti in questione sono spiegati invocando opportune capacità mentali. Con le parole di Fodor (1998), l’antirealista aderisce a una “ontologia di disposizioni mentali”9. Spesso ci si riferisce a questo tipo di approcci come a teorie che identificano in modo puro e semplice i concetti con determinate capacità mentali, anche se questa definizione rischia di essere fuorviarne perché suggerisce precisamente ciò che l’approccio antirealista vuole escludere, che i concetti si possano identificare con qualcosa, ancorché di complesso e generale come una capacità. Possiamo tuttavia accettare questo modo di esprimersi, purché inteso implicare non più della tesi relativamente generica secondo cui il possesso di un concetto C da parte di un parlante sopravviene sul possesso di certe capacità; per esempio siamo legittimati ad attribuire il concetto cane solo se il parlante è capace di riconoscere i cani ed è disposto a trarre una certa classe di inferenze riguardo ai cani. A parità di queste capacità, si attribuisce lo stesso concetto. In 2.2 vedremo, tuttavia, come questa tesi si esponga a una duplice difficoltà.

34Ora, quanto detto fin qui giustifica la legittimità della teoria epistemica. Ma perché dovremmo preferire la teoria epistemica a una teoria metafisicamente forte come quella di Fodor, della quale non si possono sottovalutare i pregi di carattere esplicativo? Perché, per riprendere la terminologia fodoriana, dovremmo preferire un’ontologia di disposizioni (o capacità) a un’ontologia di particolari mentali?

35La risposta è che, non diversamente dal caso della teoria epistemica del significato, la teoria epistemica dei concetti sembra possedere maggiore adeguatezza descrittiva, per le seguenti ragioni.

36Una prima ragione è la parsimonia ontologica. La spiegazione in termini di capacità non richiede di postulare enti aggiuntivi. L’ontologia di particolari mentali non elimina le capacità mentali, comunque necessarie per dar conto degli aspetti epistemologici (categorizzazione, acquisizione, inferenze), mentre l’ontologia di disposizioni spiega gli stessi fatti senza ricorrere ai particolari. In uno slogan, se una metafisica dei concetti non ci serve, tanto peggio per la metafisica dei concetti.

  • 10 «How or what a representation represents is a matter of more than the intrinsic properties of the r (...)

37Una seconda ragione è che un ente mentale particolare può funzionare come un concetto, per esempio può applicarsi a cose del mondo, soltanto se è usato in un certo modo all’interno di certi processi cognitivi. Come osserva Ned Block, affinché un ente mentale possa essere considerato un concetto, deve funzionare in un certo modo, ed è difficile credere che la spiegazione di come funziona sia esaurita da una descrizione della rappresentazione in quanto tale10.

38La terza ragione è che dar conto dei concetti in termini di capacità sembra meglio accordarsi con la pratica scientifica. Fissare a priori che cosa è un concetto in base alle proprie esigenze epistemologiche è, per così dire, mettere il carro davanti ai buoi. Sarebbe più facile accettare la tesi secondo cui i concetti sono particolari mentali sulla base di prove empiriche, anche se è evidente che la spiegazione di che cosa sia un concetto non può essere completamente empirica.

39Infine la teoria epistemica sembra essere meglio attrezzata per dar conto del fatto che la padronanza di alcuni concetti non consiste in altro oltre al saper eseguire certe inferenze. Che ci sia un nesso tra gli approcci epistemici e il rilievo accordato alle inferenze ai fini di attribuire (il possesso di) concetti è stato sottolineato da Fodor (1998), la cui critica agli approcci epistemici è motivata principalmente proprio dal suo rifiuto dell’inferenzialismo, definito come la tesi secondo cui il ruolo inferenziale di un concetto è costitutivo della sua identità. Se infatti, ad esempio, avere la coda ed essere un animale sono proprietà costitutive del concetto di gatto, i concetti non possono essere atomici, ma devono avere struttura. Secondo Fodor il sostenitore della concezione epistemica dei concetti è, per così dire, naturalmente portato all’inferenzialismo perché, anziché chiedersi che cosa è un concetto, parte dalla domanda “in che cosa consiste possedere un concetto”. È di qui che si arriva infatti alla conclusione, tenacemente avversata da Fodor, che ciò che uno sa (crede) riguardo a un concetto concorre a individuare il concetto stesso.

40Il nesso tra teorie epistemiche e inferenzialismo non ha tuttavia carattere necessario. Nulla vieta infatti di rispondere alla questione di che cosa costituisca la padronanza di un concetto identificandolo con certe capacità (non inferenziali) di riconoscimento, come fa ad esempio Millikan. Resta il fatto che è difficile non chiamare in causa i ruoli inferenziali almeno nei casi dei concetti non percettivi, come libertà, politica, insegnamento... In questi casi il sostenitore dell’atomismo non ha altra opzione che moltiplicare l’arredo metafisico del mondo con una proliferazione di proprietà, una per ogni concetto. Chi non è disposto a pagare questo prezzo vedrà nell’irriducibilità della componente inferenziale un’ulteriore motivazione a sostegno dell’approccio epistemico.

2.2 Requisiti su una teoria dei concetti: che cosa può spiegare il modello CSC

41Secondo Prinz (2002), una teoria dei concetti deve soddisfare i seguenti requisiti:

  1. Vasto ambito di copertura: la teoria dovrebbe idealmente dar conto di tutti i (tipi di) concetti, concreti, astratti, semplici, complessi ecc.

  2. Intenzionalità o rappresentazionalità: la teoria deve dar conto del fatto che i concetti si applicano a certi (e non altri) particolari del mondo.

  3. Ruolo cognitivo, ovvero intensionalità: la teoria deve dar conto del fatto che concetti aventi estensioni identiche possono non essere lo stesso concetto (identità di estensione non implica identità di concetto).

  4. Acquisizione: la teoria deve spiegare come sia possibile acquisire i concetti.

  5. Prototipicità e altri effetti riscontrati nei giudizi di categorizzazione: la teoria deve spiegare perché certi membri di una categoria siano considerati più rappresentativi di altri.

  6. Composizionalità: la teoria deve spiegare in che modo concetti complessi si ottengono per combinazione logica di concetti semplici.

  7. Pubblicità: la teoria deve spiegare come sia possibile condividere i concetti.

  • 11 È evidente che nulla nel modello CSC solleva particolari problemi di acquisizione. Nulla nel modell (...)
  • 12 Non vi è dubbio che il problema della composizionalità sia particolarmente arduo da affrontare nell (...)

42La lista di Prinz è molto ampia, se non assolutamente completa, e prescrive quindi un’agenda estremamente ambiziosa che non si è tenuti a condividere. È chiaro che, a parità di successo, si lascerà preferire la teoria che spiega più fatti, ma si può dubitare del fatto che una singola teoria possa rispondere appropriatamente a tutte queste domande. L’acquisizione, per esempio, è un problema empirico molto difficile, di cui, almeno allo stato attuale, è difficile vedere il nesso immediato con le questioni tipicamente affrontate nelle teorie dei concetti. Il requisito sembra ridursi al vincolo molto generico che i concetti, così come postulati dalla teoria, siano acquisibili. Si può ragionevolmente dubitare del fatto che ciò riesca a filtrare alcune teorie a discapito di altre. La composizionalità è una tesi, peraltro molto controversa, che solleva dei problemi a cui diverse generazioni di filosofi del linguaggio non hanno trovato risposta: difficile pensare che le cose possano cambiare mettendosi dal punto di vista di una teoria dei concetti. Comunque sia, in questo paragrafo esamineremo le prospettive del modello CSC relativamente a ciascuno di questi requisiti, ad esclusione dell’acquisizione (per la ragione suesposta)11 e della composizionalità, la cui discussione richiederebbe uno spazio che non abbiamo12.

43Tre requisiti sembrano essere almeno alla grossa soddisfacibili senza particolari difficoltà: quello relativo all’ambito di copertura, quello di intensionalità e quello della prototipicità.

44Il modello CSC sembra garantire una buona copertura in ragione del suo essere un modello duale: la componente referenziale dà conto (in tutto o in parte, a seconda dei punti di vista) del possesso di concetti percettivi; la componente inferenziale, in tutto o in parte a seconda dei tipi di concetto, dà conto del possesso di concetti non puramente percettivi e dei concetti del tutto privi di una base percettiva. È chiaro ad esempio che per concetti come federalismo o libertà si può escludere che la competenza referenziale sia pertinente. La questione di come le due competenze vadano “bilanciate” a seconda del tipo di concetto è certamente interessante, ma non mette in discussione la copertura nella sua generalità.

45Riguardo al requisito di intensionalità (ruolo cognitivo), il suo soddisfacimento è garantito dal carattere genuinamente mentalistico della teoria, e specificamente dalla presenza della componente inferenziale: i due concetti individuali ‘Espero’ e ‘Fosforo’ sono, dal punto di vista della competenza inferenziale, due concetti diversi, poiché il file mentale, o porzione di struttura semantico-concettuale, che Paolo possiede relativamente al primo potrà in generale essere diverso da quello associato al secondo.

46Riguardo alla prototipicità, non vi è alcuna difficoltà di principio a caratterizzare il modello CSC nei termini di quelle graded structures che danno luogo agli effetti prototipici; l’implementazione più naturale del lessico semantico è infatti tramite frames o reti neurali, e in ambedue i casi gli effetti prototipici sono spiegati.

47La questione è invece assai più complessa per quanto riguarda i requisiti di intenzionalità e pubblicità, che, per ragioni che emergeranno nel corso della discussione, non sono del tutto indipendenti. Seguendo Prinz, assumiamo che il soddisfacimento del requisito di intenzionalità metta in gioco la questione di che cosa fissa il riferimento o estensione di un concetto: il problema non è soltanto quello di dar conto del fatto che un concetto si applica a qualcosa, ma anche di spiegare in virtù di che cosa si applica a certe cose e non altre. Cominciamo allora col vedere che cosa si dice nel La competenza lessicale riguardo al problema della fissazione del riferimento. È evidente che M. rifiuta l’esternismo naturale, cioè l’idea secondo cui il riferimento delle parole è fissato dal mondo stesso o da una connessione causale con esso (1997: Cap. 4); d’altra parte M. è ben disposto a riconoscere che esiste qualcosa come un riferimento “standard” o “comunitario”, che è determinato, nei limiti in cui possiamo usare questa espressione, da come le parole vengono normalmente usate nella comunità linguistica in questione. È questa l’immagine della “normatività senza norme”, come la definisce M., intendendo con ciò che ci sono parlanti più competenti di altri - scienziati, artigiani, specialisti in questo o quel settore - senza che però si possa individuare un’autorità semantica ultima (ivi: cap. 5; cfr. anche l’articolo di Voltolini in questo stesso volume). In questo quadro è chiaro che il contenuto della CSC non fissa il riferimento linguistico nel senso dell’esternismo naturale, in quanto viene rifiutata la nozione stessa; ma nemmeno fissa il riferimento nel senso più debole della normatività senza norme, perché la competenza è stata definita in termini idiosincratici.

48Ora, la trasposizione di queste considerazioni sul piano dei concetti non è molto agevole, perché parlare di “violazione di standard comunitari” nel caso di capacità mentali non sembra essere molto appropriato. Allo stesso tempo non si può negare che esistano applicazioni erronee di un concetto, anche se, almeno nel caso di concetti non naturali, ciò potrebbe essere un fenomeno parassitario rispetto alla devianza da una norma linguistica. Consideriamo allora un genere naturale. Di un agente che classificasse sistematicamente (prestazioni da attestare tramite protocolli sperimentali che non mettono in gioco il linguaggio) innocue bisce e orbettini come vipere non diremmo che possiede il concetto “giusto” di vipera, e non sembra essere necessario abbracciare l’esternismo naturale per pensarla in questo modo. D’altra parte, non è necessario che una persona sappia tutto sulle vipere per attribuirle il concetto di vipera; non solo non è necessario, ma non è nemmeno plausibile, che il possesso di un concetto sopravvenga su una competenza idealizzata, quella che ritaglia il mondo esattamente ai suoi confini naturali. Dove cade, allora, il limite di tolleranza all’errore? In quale punto del continuum possiamo attribuire il possesso del concetto?

  • 13 Almeno se si assume che il mentale sopravvenga sul computazionale e, derivativamente, sul cerebrale
  • 14 Cfr. per esempio Coliva 2004; Millikan 2000.

49La difficoltà di rispondere a queste domande, peraltro, è intrinseca a tutte le teorie che spiegano i concetti in termini di capacità e più in generale a tutte le teorie che identificano i concetti con qualcosa di mentale. La difficoltà in questione può essere descritta nei termini di un’oscillazione tra l’interpretazione idiosincratica e l’interpretazione normativa della nozione di capacità. Il problema sembra infatti derivare dalla premessa, in sé del tutto plausibile, che ci si possa sbagliare nell’applicare un concetto. Questo modo di esprimersi presuppone, da un lato, che ci sia una norma (o qualcosa del genere) che stabilisce quali sono le applicazioni corrette; e, dall’altro, che l’esercizio della capacità concettuale possa differire, “deviare”, dalla cosiddetta applicazione corretta. A che cosa dobbiamo far corrispondere l’espressione ‘possesso di un concetto’? Le scelte estreme, quella puramente idiosincratica e quella puramente sociale, presentano ambedue degli inconvenienti: se attribuiamo il possesso di un concetto nel rispetto del requisito normativista dobbiamo rinunciare alla tesi della sopravvenienza dei concetti sulle capacità mentali13; se il possesso del concetto consiste in modo puro e semplice nelle dotazioni mentali del parlante, quali che esse siano, perdiamo qualsiasi garanzia del fatto che i concetti siano condivisibili, violando così il requisito di pubblicità. Alcuni distinguono, con sfumature diverse, concezioni e concetti14, descrivendo le concezioni come approssimazioni di vario grado dei concetti; noi, alla luce dell’indeterminatezza connaturata all’immagine della normatività senza norme — che richiede un ingrediente normativo senza tuttavia irrigidirlo in una vera e propria norma semantica — e dell’assunto preteorico che i concetti sopravvengano sulle dotazioni mentali, preferiamo lasciare indeterminato il punto esatto in cui attribuire il possesso del concetto, anche perché questo varia inevitabilmente da concetti a concetti.

50Alla luce di queste considerazioni, che cosa ne segue per i requisiti di intenzionalità e di pubblicità? Se il requisito di intenzionalità deve essere inteso come la tesi secondo cui le dotazioni mentali che costituiscono il concetto fissano l’estensione del concetto, il requisito non è rispettato, ma verosimilmente non è rispettabile da nessuna teoria che identifichi un concetto con un ente mentale di qualche tipo. Ma se, più realisticamente, il requisito di intenzionalità corrisponde al vincolo che una teoria spieghi in che modo i concetti si applicano, con una certa tolleranza o approssimazione, a “porzioni” di mondo, cioè come categorizziamo de facto, esso è soddisfatto dal modello CSC, tramite la sua componente referenziale.

51Quanto alla pubblicità, il requisito sarebbe banalmente rispettato se l’attribuzione del concetto fosse vincolata al possesso di una capacità idealizzata, conforme alla norma semantica. Se invece, come abbiamo proposto, collochiamo il possesso del concetto in un qualche punto del continuum, il requisito è rispettato sotto la condizione, a nostro parere non particolarmente vincolante, che condividere un concetto non significhi trarre esattamente le stesse inferenze che riguardano quel concetto e avere esattamente le stesse capacità di riconoscimento. La pubblicità non richiede l’assoluta identità di capacità concettuali. Resta il fatto che questo genere di teoria non consente di fare predizioni determinate sul possesso dei concetti: non siamo veramente in grado di dire a quali condizioni due parlanti possiedono lo stesso concetto. Questa impossibilità è tuttavia in qualche modo contemplata, prevista, dalla teoria medesima.

3 Conclusioni

52Riassumendo, abbiamo cercato di far vedere che:

  1. La teoria della competenza lessicale (modello CSC) è anche una teoria della competenza concettuale, nel senso che le strutture e i processi “semantici” postulati da M. danno conto anche dei fatti generalmente ascritti alle teorie dei concetti. Altrimenti detto, non vi è ragione di escludere che il possesso di concetti consista esattamente nel disporre delle strutture mentali postulate nella teoria della competenza lessicale (quelle costitutive della competenza referenziale e competenza inferenziale).

  2. In questa prospettiva, il modello CSC può essere classificato come una teoria epistemica e antirealistica dei concetti, ovvero come una versione di teoria delle condizioni di possesso (al livello metateorico) di tipo duale (inferenze + riconoscimento) e naturalistico. I concetti del senso comune non sono identificabili con tipi naturali, anche se il possesso di un concetto sopravviene su un certo complesso di capacità.

  3. Dal punto di vista della scienza cognitiva, non vi sono ragioni cogenti per distinguere struttura semantica e struttura concettuale, anche se non è incoerente sostenere che l’attribuzione di concetti richiede meno vincoli dell’attribuzione di significati.

  4. L’aspetto forse più problematico del modello CSC (e di ogni teoria antirealistica in generale) risiede nella sua incapacità di fornire condizioni di identità chiare per i concetti, ovvero condizioni di possesso di un concetto determinato. È parte dell’impianto della teoria lasciare alla ricerca empirica, piuttosto che alla riflessione a priori, il compito di fornire maggiori dettagli sulla specifica articolazione delle strutture mentali su cui il possesso dei concetti sopravviene. Ma non sembra che progressi anche rilevanti in queste ricerche possano venire completamente a capo della difficoltà in discussione. Forse anche in questo consiste l’accettare che la semantica — qui la teoria dei concetti — stia sulla terra e non in cielo, come M. ci ricorda nell’introduzione a Lexical Competence. Ma, e vorremmo che questo articolo sia letto in questo senso, si può provare a inerpicarsi su sentieri in alta quota.

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Bibliografia

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Note

1 E al raffronto con la posizione, presentata come abbastanza simile, di Jackendoff 1992; cfr. anche 2002.

2 Come argomentato, sulla base di numerosi dati empirici, in Paternoster 2001. Le capacità di riconoscimento richiedono tuttavia un secondo magazzino, quello visivo-spaziale, che può essere considerato come un catalogo di forme, o descrizioni strutturali, di oggetti collegato al lessico semantico.

3 Cfr. Paternoster 2001: 7.2.8., 8.4. e passim.

4 Come suggerito da Massimiliano Vignolo (comunicazione personale). In base a questa supposizione, i concetti sono individuati dalle capacità referenziali e inferenziali.

5 Talora riconoscimento e categorizzazione sono considerate due prestazioni diverse: il primo consisterebbe nel ricondurre uno stimolo a una classe definita su basi puramente percettive (per esempio, una forma); la seconda metterebbe in gioco classi individuate in base a criteri non solo percettivi. Non siamo convinti che la base per questa distinzione sia sufficientemente solida; comunque sia, al livello generico di analisi a cui ci stiamo muovendo, possiamo considerare le due nozioni come equivalenti.

6 Questa visione fortemente inferenzialista dei concetti ci sembra molto meno plausibile della precedente, ma non può essere esclusa a priori.

7 Cfr. ad es. Peacocke 1992, Rey 1994, Coliva 2004.

8 Attribuire contenuti è tutt’uno con l’attribuire (padronanza di) concetti, perché le due nozioni sono interdipendenti: non è possibile attribuire contenuti a chi non possiede i concetti pertinenti, e, almeno nel caso degli esseri umani, è impensabile che si attribuisca padronanza di concetti senza ascrivere allo stesso tempo qualche contenuto, almeno se se si ammette, in base a una concezione inferenzialista dei concetti (vedi sotto) che la padronanza di un concetto richieda la capacità di eseguire una certa classe di inferenze e con ciò l’attribuzione di una certa classe di contenuti.

9 Ignorando, per semplicità, l’opportunità di tracciare una distinzione tra disposizioni e capacità (cfr. Millikan 2000).

10 «How or what a representation represents is a matter of more than the intrinsic properties of the representation (...); in particular, it is a matter of a complex relational property: how the representation functions» (Block 1986: 668).

11 È evidente che nulla nel modello CSC solleva particolari problemi di acquisizione. Nulla nel modello obbliga a sposare un punto di vista innatista piuttosto che empirista.

12 Non vi è dubbio che il problema della composizionalità sia particolarmente arduo da affrontare nella prospettiva di una teoria epistemica e che la strategia più promettente sia quella di “sgonfiare” significativamente il requisito, se non di respingerlo del tutto. Per alcune idee su come perseguire questa strategia si veda Paternoster 1997.

13 Almeno se si assume che il mentale sopravvenga sul computazionale e, derivativamente, sul cerebrale.

14 Cfr. per esempio Coliva 2004; Millikan 2000.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alfredo Paternoster e Cristina Meini, «Competenza semantica e concetti»Rivista di estetica, 34 | 2007, 143-161.

Notizia bibliografica digitale

Alfredo Paternoster e Cristina Meini, «Competenza semantica e concetti»Rivista di estetica [Online], 34 | 2007, online dal 30 novembre 2015, consultato il 17 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/3898; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.3898

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