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“Analitico/Sintetico” vs “Grammaticale/Fattuale”: l’analisi concettuale ai tempi della naturalizzazione

Marilena Andronico
p. 41-59

Testo integrale

  • 1 Sulla diffusione del naturalismo nella filosofia contemporanea si veda l’utile raccolta di saggi cu (...)

1Negli ultimi vent’anni si è instaurato nella filosofia analitica un clima confusamente naturalistico, in cui non sempre si è distinto tra il progetto di riportare ricerche tradizionalmente filosofiche entro l’ambito delle scienze naturali e l’idea che la filosofia stessa sia “continua con la scienza”, cioè che non ci sia una distinzione di principio tra ricerche scientifiche e ricerche filosofiche. Questa seconda idea si contrappone alla tradizionale immagine, che vuole la filosofia come un’indagine autonoma dalla scienza — anche se occasionalmente capace di mettersi in rapporto con ricerche e risultati scientifici — perché indagine concettuale e non fattuale (o empirica) come quella scientifica1.

  • 2 Volpe 2005: 53 riporta in proposito la seguente osservazione di Paul Horwich: « La critica quiniana (...)

2Sia la naturalizzazione, sia il continuismo sono riconducibili a idee di Quine. In particolare, la negazione dell’autonomia della filosofia è tradizionalmente fatta dipendere dalla critica della distinzione analitico/sintetico sviluppata in vari scritti di Quine e soprattutto nei Due dogmi dell’empirismo. Sebbene tale critica avesse un obiettivo polemico circoscritto e si inserisse nello specifico progetto filosofico che consisteva nel mettere in discussione le nozioni intensionali di “significato” e “necessità”, essa ha avuto un effetto dirompente su buona parte della filosofia analitica della seconda metà del Novecento, alla quale ha fornito non solo uno slogan (Non ci sono verità analitiche!), ma anche lo sfondo teorico per una nuova forma di dogmatismo: tutto ciò che sembra anche soltanto presupporre o ricordare la distinzione incriminata o viene messo al bando, oppure viene considerato non meritevole di attenzione filosofica2. In particolare come ha osservato Marconi (1999: 91), sotto critica di Quine, è caduto «il programma dell’“analisi del linguaggio” nella misura in cui esso presupponeva una rigida demarcazione tra concettuale e fattuale; [ed è caduta] di conseguenza l’idea di una netta separazione tra filosofia (dedita ad analisi concettuali) e scienza (dedita a ricerche fattuali), una separazione su cui aveva molto insistito Wittgenstein, fin quasi ai suoi ultimi anni».

3Per Wittgenstein, come è noto, la filosofia si distingue dalla scienza sia in quanto all’oggetto, sia quanto al metodo dell’indagine; da un lato, infatti essa non si applica direttamente ai fenomeni, bensì alle loro possibilità (RF 90) e in questo senso viene prima di ogni nuova scoperta ed invenzione (RF 126); dall’altro lato, pur configurandosi come un’impresa descrittiva (RF 109) che fa ampio ricorso all’osservazione (RF 66) dei nostri usi linguistici o di ciò che intendiamo e facciamo quando impieghiamo certe parole, le viene preclusa sia la strada delle spiegazioni causali, sia l’elaborazione di teorie che potrebbero sostenere tali spiegazioni (cfr. RF 109). La filosofia descrive e non spiega nulla (RF 124), i suoi non sono problemi empirici (RF 109); e se per Wittgenstein da un lato vale l’idea che la ricerca filosofica in quanto ricerca concettuale può contribuire ad imprimere una nuova direzione alla ricerca scientifica (OFP I 950), dall’altro non ha invece senso affermare che vi è continuità tra scienza e filosofia. La separazione tra scienza e filosofia nel pensiero di Wittgenstein è dunque un fatto risaputo ed evidente. Tuttavia un po’ meno evidenti sono le ragioni teoriche di tale separazione. Con ciò non intendo dire che gli studiosi di Wittgenstein non le abbiano presenti con sufficiente chiarezza, ma intendo soltanto anticipare la possibile mossa fallace di un naturalista convinto e fedele seguace di Quine che voglia sbarazzarsi troppo frettolosamente dell’idea wittgensteiniana di indagine concettuale. Costui potrebbe infatti ragionare come segue: (a) se si riconosce un ruolo alla distinzione analitico/sintetico, allora si ammeterà la separazione tra filosofia e scienza; (b) Wittgenstein ammette la separazione tra filosofia e scienza; (c) Wittgenstein riconosce un ruolo alla distinzione analitico/sintetico.

  • 3 Per questo tipo di ricostruzioni si vedano Coffa 1991 e Parrini 2002.

4Scopo di questo intervento, pertanto, non è di effettuare una ricostruzione storica del complesso intreccio di questioni esegetiche e teoriche che hanno caratterizzato le discussioni intorno alle nozioni di “analitico”, “sintetico”, “a priori”, “a posteriori” nella filosofia della prima metà del secolo scorso, in particolare quelle dell’empirismo logico3, ma soltanto quello di attirare l’attenzione sulle due coppie teoriche “analitico/sintetico” e “grammaticale/fattuale” (empirico), quali sono state utilizzate rispettivamente nelle riflessioni dei neopositivisti e in quella di Ludwig Wittgenstein, al fine di metterne in luce la differenza, ma anche e soprattutto allo scopo di far vedere fino a che punto l’idea wittgensteiniana della filosofia come indagine concettuale a priori non sia stata messa in crisi dalla critica di Quine alla distinzione analitico/sintetico.

1 Quine su analitico/sintetico

  • 4 Dove in bibliografia è segnalata la traduzione italiana, il numero di pagina indicato nel testo si (...)

5Nei Due dogmi dell’empirismo Quine attacca la nozione carnapiana di anliticità intesa come la proprietà che certi enunciati possiedono di essere veri in virtù del significato delle parole che li costituiscono, e nega che sia possibile tracciare una netta linea di demarcazione tra una verità puramente linguistica, che caratterizzerebbe gli enunciati analitici rendendoli indipendenti dall’esperienza (a priori) ed una puramente fattuale, che caratterizzerebbe gli enunciati sintetici facendoli apparire come individualmente dipendenti dall’esperienza (a posteriori). Secondo Quine, l’empirismo difeso dai neopositivisti (nella fattispecie da Carnap) si fonda su due assunzioni dogmatiche: la prima è per l’appunto la distinzione tra verità analitiche, indipendenti dall’esperienza e verità sintetiche, dipendenti dall’esperienza; la seconda è il riduzionismo verificazionista (o della conferma), contenuto nell’idea che sia possibile confrontare con la realtà ciascuna asserzione sintetica, presa isolatamente, al fine di stabilirne la verità. Mostrare che il primo assunto non regge comporta (tra le altre cose) privare di legittimità anche il secondo, comporta cioè destituire di valore l’immagine della conoscenza, tramandata dall’empirismo classico e riabilitata da quello novecentesco, intesa come un corpus di asserzioni ciascuna delle quali è vera o perché appartiene ad un insieme di verità intangibili, conosciute a priori, oppure perché appartiene ad un insieme di verità (contingenti) confermate dall’esperienza sensoriale, conosciute a posteriori. Una volta contestata la distinzione tra verità analitiche e verità sintetiche, apparirà come «parlare di una componente linguistica e di una componente fattuale nella verità di una qualsiasi asserzione individuale» sia «la radice di molti nonsensi» (Quine 1951: 59)4. Per Quine la verità di ciascuna asserzione individuale dipende sia dal linguaggio sia da fatti extralinguistici, cosicché l’eventuale conferma del suo contenuto può essere pensata soltanto come il risultato di un processo che tende ad inglobarla all’interno di un sistema di conoscenze già acquisite, e a sua volta costituito da asserzioni che sono tutte sullo stesso piano, vale a dire rispetto alle quali sarebbe folle voler trovare una linea di demarcazione tra quelle sintetiche, che valgono in modo contingente sulla base dell’esperienza, e quelle analitiche, che valgono qualunque cosa avvenga. Secondo Quine, infatti, «di qualunque asserzione si può sostenere che è vera qualunque cosa avvenga, se facciamo aggiustamenti abbastanza drastici in altre parti del sistema» (Quine 1951: 61).

6Contro l’empirismo neopositivistico, Quine intende difendere una forma di empirismo radicale e non dogmatico in cui non si concedono posizioni di privilegio a nessun tipo di conoscenze, nemmeno a quelle della logica e della matematica.

La totalità della nostra cosiddetta conoscenza o delle nostre credenze, a parare dalle questioni per lo più accidentali di geografia o storia fino alle più profonde leggi della fisica atomica e persino alle leggi della matematica pura e della logica, è una costruzione [corsivo mio] fatta dall’uomo, una costruzione che viene a contatto con l’esperienza soltanto lungo i margini. Oppure, per usare un’altra immagine, la scienza nella sua totalità è come un campo di forza i cui punti limite coincidono con l’esperienza. Un conflitto con l’esperienza in periferia determina riaggiustamenti all’interno del campo. I valori di verità devono essere ridistribuiti in modi diversi ad alcune delle nostre asserzioni (Quine 1951: 60).

  • 5 Su questo punto si veda anche Quine 1991: 269.

7Nella prospettiva di Quine la necessità della matematica non deriva dalla sua presunta analiticità, ma consiste nella nostra (umana) determinazione, dato il sistema della nostra conoscenza, a fare revisioni altrove, cioè in regioni del sapere diverse da quelle della matematica, e per ragioni puramente pragmatiche (pratiche)5.

  • 6 La necessità di tali verità si configura come la possibilità di considerarle indipendenti dall’espe (...)
  • 7 «I think Carnap’s tenacity to analyticity was due largely to his philosophy of mathematics. One pro (...)

8Da questa prospettiva, quello neopositivista (carnapiano) non sarebbe un empirismo pienamente realizzato proprio perché non ha messo in discussione l’idea classica della necessità delle verità della logica e della matematica, e ha cercato, invece, di renderne conto6 attribuendo alla verità da esse espressa una sorta di qualità peculiare che la differenzia dalle altre (verità): essa non dipenderebbe dall’esperienza, ma soltanto dal significato delle parole che compaiono negli enunciati che la esprimono, i cosiddetti enunciati analitici. Così facendo, inoltre, Carnap sarebbe riuscito a rendere conto anche del problema della mancanza di contenuto empirico delle suddette verità (un problema non da poco per un vero empirista): sebbene prive di contenuto empirico, esse risultano tuttavia vere7.

9Si spiega a questo punto perché l’attacco di Quine all’empirismo dogmatico dei neopositivisti prenda le mosse proprio dalla nozione di analiticità e costituisca una parte integrante di un più ampio progetto di critica della nozione di significato: con Carnap e i suoi seguaci ci troveremmo, infatti, in presenza di un tipico caso di ciò che Quine chiama la “reificazione” del significato, vale a dire del processo per cui ai significati verrebbe attribuita la portentosa capacità di rendere vere proposizioni o conoscenze, quasi che i significati fossero entità per sé sussistenti di tipo extramondano; ma questo, per un (vero) empirista, è un palese nonsenso, perché lo impegna ad ammettere entità sospette (non realmente dissimili da quelle platoniche).

  • 8 A chi volesse obiettare che Quine è alla ricerca di un criterio troppo rigoroso per definire l’anal (...)

10In sintesi, nei Due dogmi dell’empirismo Quine prova a chiarire la nozione di analiticità e fa vedere come un simile tentativo sia viziato di circolarità: «l’analiticità è spiegata (nel caso generale) in termini di sinonimia, la sinonimia è definita in termini di intersostituibilità in un linguaggio intensionale, ma la decisione sull’intersostituibilità nei contesti intensionali della forma “Necessariamente p” dipende dal riconoscimento dell’analiticità di p» (Marconi 1999: 90). La nozione che fa problema in questo contesto è quella di “sinonimia”, cioè di “identità di significato”. Affermare che si danno enunciati analitici è affermare che si danno enunciati veri in virtù del significato delle parole che in essi compaiono e tale proprietà è posseduta da due tipi distinti di enunciati: da un lato, dalle cosiddette verità logiche, cioè dagli enunciati come “Fido è nero o Fido non è nero”, dall’altro lato, da espressioni come “Se Giovanni è scapolo, allora non è sposato”, la cui verità dipende dalla sinonimia o identità di significato tra i termini descrittivi “scapolo” e “non sposato” (Carnap 1952:35). Grazie a quest’ultima, infatti, anche le espressioni del secondo tipo possono essere trasformate in verità logiche: se “scapolo” significa “uomo non sposato”, otteniamo infatti “Se Giovanni è non sposato, allora non è sposato”, la cui verità dipende soltanto dalla logica. Tuttavia, Quine contesta che si possa parlare dell’identità di significato tra “scapolo” e “uomo non sposato” senza già presupporre la nozione di “analiticità”. L’unico caso in cui è legittimo parlare di identità di significato tra due espressioni è quando tale identità venga istituita attraverso stipulazioni, ma ciò accade solo di rado nel linguaggio naturale; nel caso delle definizioni e delle esplicazioni, invece, tale identità è, a ben vedere, già presupposta. Se infine, proviamo a percorrere la strada indicata da Leibniz e decidiamo di considerare identici nel significato quei termini che sono sostituibili in tutti i contesti salva veritate, cioè senza alterare il valore di verità degli enunciati in cui compaiono, ci troviamo di fronte alla difficoltà sopra accennata: dire “tutti i contesti” implica includere anche i contesti intensionali, ma è facile osservare che la nostra decisione di considerare vero un enunciato come “Necessariamente un animale dotato di cuore è dotato di cuore”, e falso un enunciato come “Necessariamente un animale dotato di reni è dotato di cuore” dipende dal nostro previo riconoscimento dell’analiticità del primo, cosicché ci troviamo nella situazione di avere già assunto quello che avremmo voluto spiegare8.

  • 9 «It [analiticity] begets an uncritical notion of meaning, or synonimy, that can induce a false sens (...)

11L’impossibilità di caratterizzare adeguatamente la nozione di analiticità rende dunque insensata e priva di utilità la distinzione tra verità analitiche e verità sintetiche9: dato il sistema delle nostre conoscenze non c’è ragione per volere che una tale distinzione si dia.

La cultura dei nostri padri è una cultura grigia, nera di fatti e bianca di convenzioni. Ma non ho trovato alcuna ragione sostanziale per concludere che vi siano fili del tutto neri e altri del tutto bianchi (Quine 1966: 125).

12Da un punto di vista esegetico, tuttavia, non è affatto ovvio che la critica di Quine renda giustizia al progetto filosofico di Carnap, e in particolare al ruolo che la distinzione analitico/sintetico ha svolto in esso: le proposizioni analitiche previste dal sistema di Carnap non sono esplicazioni di significati già dati, ma il risultato di vere e proprie stipulazioni derivate dai postulati di significato (su questo punto cfr. Marconi 1997: 16 ss.). Inoltre, come Carnap ha precisato,

il concetto di analiticità ha una definizione esatta solo nel caso di un sistema di linguaggio... non nel caso del linguaggio ordinario, perché in quest’ultimo le parole non hanno un significato ben definito (Creath 1990: 427).

13Infine, va notato che per Carnap l’analiticità non è una proprietà intrinseca degli enunciati (indipendente dalla relazione che essi intrattengono con un determinato linguaggio):

La differenza tra enunciati analitici ed enunciati sintetici è una differenza tra due tipi di enunciati interna ad una data struttura di linguaggio [corsivo mio] — [...]. “Analitico” significa vero in virtù del significato [...] lo stesso enunciato può essere analitico in un sistema e sintetico in un altro (Creath 1990: 431-432).

  • 10 Per un’accurata ricostruzione di tale scambio si veda Creath 1990.

14Non è scopo di queste pagine addentrarsi in un’effettiva analisi delle ragioni e dei fraintendimenti che hanno alimentato lo scambio epistolare e (soprattutto) teorico tra Quine e Carnap sul tema dell’analiticità10. Ciò che qui preme sottolineare sono soprattutto le conseguenze teoriche della critica di Quine: una volta caduta la distinzione tra analitico e sintetico, cade anche una delle sue conseguenze meno accettabili per Quine, ma fortemente sostenute da Carnap: la separazione tra indagine filosofica e indagine sul mondo (o scientifica). Appare chiaro, in effetti, che per Carnap il mantenimento della distinzione stesse quanto meno a fondamento della separazione del lavoro del filosofo da quello dello scienziato; nella sua Autobiografia intellettuale, leggiamo ad esempio:

La distinzione tra verità logica e verità fattuale conduce anche a una netta linea di demarcazione tra sintassi come teoria della forma e semantica come teoria del significato, e quindi alla distinzione tra sistemi formali non interpretati e le loro interpretazioni. Tali distinzioni non sono da intendersi come asserzioni, quanto piuttosto come proposte di costruzione di un metalinguaggio per l’analisi del linguaggio della scienza: così otteniamo anche una chiara distinzione tra questioni riguardanti i fatti contingenti e questioni riguardanti questioni di significato. Questa differenza mi sembra filosoficamente importante: rispondere alle questioni del primo tipo non fa parte del compito del filosofo, anche se egli può avere interesse nell’analizzarle, mentre le risposte alle questioni del secondo tipo rientrano spesso nel campo della filosofia o della logica applicata (Carnap 1963: 65).

15Come si è detto, invece, Quine intende sostituire all’epistemologia di Carnap, che tende a fare della filosofia una sorta di «ingegneria concettuale» (Creath 1990: 7), una epistemologia autenticamente empiristica; vale a dire, un’epistemologia che, una volta assunta pragmaticamente la scienza come paradigma della conoscenza, non va a cercare al di fuori dei metodi che essa adotta e dei principi esplicativi che stanno alla sua base la giustificazione della validità di tali metodi e principi. Si tratta del noto progetto di naturalizzare l’epistemologia, trasformando quest’ultima da indagine valutativa della bontà (adeguatezza, coerenza, potenza) dei linguaggi convenzionalmente scelti per formulare le verità della scienza in un’indagine descrittiva dei processi attraverso i quali tali conoscenze si formano. Sebbene per Quine la riflessione sulla convenzionalità del linguaggio continui a svolgere un ruolo centrale, egli tuttavia non risulta interessato a identificare l’epistemologia con il tentativo di localizzare gli elementi convenzionali, allo scopo di isolarli e valutarli. Con Quine non viene più tracciata una distinzione tra il momento della scelta di un linguaggio e di tutto ciò che da tale scelta deriva e il momento della enunciazione di un qualche contenuto all’interno di tale linguaggio (cfr. Creath 1990: 16). Tutti gli enunciati, tutte le verità sono di pari livello; la differenza tra gli enunciati che tradizionalmente sono stati chiamati analitici e quelli sintetici risiede — come si è detto poco sopra — soltanto nella nostra decisione di non abbandonare i primi e di considerare rivedibili i secondi, per ragioni esclusivamente pratiche; essa non risiede in alcun modo in una differenza filosoficamente fondata tra i primi e i secondi.

16La critica di Quine alla distinzione tra verità analitiche e verità sintetiche suscitò fin dalla sua prima esposizione reazioni positive quanto negative. Tra queste ultime si segnala quella di Grice e Strawson 1956, che, pur concedendo a Quine che la distinzione non sia del tutto chiara, non ritengono per questo che essa debba venire abbandonata; al massimo essa richiede di essere ulteriormente approfondita. I filosofi, infatti, la impiegano senza grandi difficoltà, trovandosi per lo più d’accordo nel caratterizzare differenti tipi di enunciati ora come analitici, ora come sintetici; e il semplice fatto che tale distinzione abbia un impiego costituisce, a loro avviso, una buona ragione per attribuirle una certa legittimità concettuale.

17Quine rispose a questo genere di critiche precisando che egli non aveva affatto inteso togliere valore alle nostre intuizioni sull’analiticità e sulla sinonimia; in Two Dogmas in Retrospect, ad esempio, egli riconosce legittimità ad un uso banale di “analitico”:

L’analiticità ha innegabilmente un posto al livello del senso comune e ciò ha fatto sì che i lettori abbiano considerato irragionevoli le mie riserve (Quine 1991: 270).

  • 11 Per uno sviluppo ulteriore di questo punto si veda la nota 18.

18Richiamandosi a quanto sostenuto in The Roots of Reference, egli ricorda che è possibile dare una definizione teorica dell’analiticità capace di adattarsi ai casi familiari in cui sentiamo il bisogno di ricorrere a tale caratterizzazione. «Un enunciato è analitico, per un parlante nativo, se egli ha appreso la verità dell’enunciato apprendendo a usare una o più parole che in esso compaiono» (ivi: 270). In questo senso si può dire che sono analitiche sia le verità logiche, sia le verità espresse da enunciati come “nessuno scapolo è sposato”: ciò implica che sia colui che affermasse una congiunzione negando uno dei suoi componenti, sia colui che dicesse che gli scapoli sono uomini sposati, sarebbe semplicemente uno che non ha imparato l’uso del connettivo logico “e” o, alternativamente, che non ha imparato l’uso di “scapolo” nella lingua italiana11.

  • 12 Boghossian 1997: 334 distingue una lettura epistemologica ed una decisamente più metafisica della a (...)
  • 13 Per un tentativo di recuperare il rilievo epistemologico dell’analiticità, si veda Boghossian 1996.
  • 14 Su questo punto si veda l’utile saggio di Creath 1987.

19Accanto a queste concessioni, comunque, Quine ribadisce che la sua posizione di fondo riguardo alla distinzione analitico/sintetico non è mutata: da un lato la necessità metafisica non ha alcun posto nella sua visione naturalistica della conoscenza (così come d’altronde non vi ha posto l’analiticità) (Quine 1991: 270)12, dall’altro lato, egli ribadisce che non è possibile tracciare nessuna linea di demarcazione, neppure vaga ed approssimativa, nel dominio degli enunciati in generale, nemmeno se si adotta il criterio dell’apprendimento linguistico proposto in Roots of Reference, perché in generale noi non sappiamo come abbiamo appreso a usare una parola e nemmeno quali verità abbiamo imparato nel corso del processo di apprendimento. «In breve — afferma Quine — io riconosco la nozione di analiticità nelle sue applicazioni ovvie e utili, ma epistemologicamente insignificanti» (ivi: 271)13. Per Quine, che un enunciato sia vero in virtù del significato mentre un altro lo sia in virtù dei fatti del mondo non ci dice nulla sulla indipendenza dall’esperienza della verità del primo: la diversità delle ragioni per cui sono veri rispettivamente un enunciato cosiddetto analitico e uno cosiddetto sintetico non implica una differenza quanto alla qualità della loro verità14. Potremmo anche dire: il fatto che noi arriviamo a conoscere la verità di ciascun tipo di enunciato in modi diversi, in un caso perché abbiamo imparato l’italiano (enunciato analitico), nell’altro perché abbiamo - per così dire - guardato fuori dalla finestra (enunciato sintetico), non ci autorizza a considerare il primo indipendente dall’esperienza (a priori) e il secondo dipendente da essa (a posteriori). L’apprendimento del linguaggio è infatti parte integrante della nostra esperienza della realtà, cosicché ciò che da esso consegue - l’apprendimento di una verità dipendente da un certo uso delle parole - non può a sua volta essere considerato indipendente dall’esperienza, o al di fuori della realtà. Non ha dunque senso distinguere tra un ambito di applicazione della filosofia, costituito dalle verità analitiche, esclusivamente linguistiche ed appartenenti alla forma o struttura di un linguaggio, e un ambito di applicazione dell’indagine scientifica, costituito dalle verità sintetiche, relative alla realtà di cui quel linguaggio parla. Secondo Quine la filosofia costituisce un continuum con la scienza, ed entrambe si occupano dell’unica realtà. Sebbene sia innegabile che certe questioni, come ad esempio quelle ontologiche, che sono tradizionalmente considerate filosofiche, sembrino vertere più sulle parole o sulla nostra struttura concettuale che non sulla realtà extralinguistica, sarebbe tuttavia un errore ritenere — come faceva Carnap — che tali questioni siano di un genere differente rispetto a quelle extralinguistiche e vadano studiate con metodi diversi rispetto a queste ultime. Come ha osservato Stroud:

Secondo Quine bisogna evitare la conclusione di Carnap. É vero che in filosofìa normalmente è più utile parlare dei termini e delle strutture che usiamo per comprendere la realtà che parlare direttamente della realtà stessa. Secondo Quine questo succede semplicemente perché il progresso nelle questioni ontologiche filosofiche è più probabile se i partecipanti si impegnano nell’“ascesa semantica” e discutono dell’efficacia teorica dei loro termini menzionandoli nel “modo formale” piuttosto che semplicemente usandoli nel “modo materiale” per parlare direttamente di ciò che esiste o non esiste. Tali impieghi diretti oscurano il carattere teorico delle dispute ontologiche. Ma l’ascesa semantica dal modo “materiale” a quello “formale” è possibile ovunque. Non si applica unicamente alla filosofia o addirittura soltanto ai livelli più astratti del discorso (Stroud 1984: 214).

2 Wittgenstein su grammaticale/fattuale

20Nel Tractatus logico-philosophicus Wittgenstein fornisce una nuova caratterizzazione delle proposizioni della logica, affermando che si tratta di tautologie. Una tautologia è uno dei due casi estremi — in un certo senso degenerati — di determinazione del valore di verità di una proposizione complessa a partire dai valori di verità delle proposizioni elementari che la costituiscono, e precisamente il caso in cui la proposizione risulta sempre vera per ogni possibile assegnazione di valori di verità alle proposizioni che la costituiscono; mentre la contraddizione è il caso in cui la proposizione in questione risulta sempre falsa, per ogni possibile assegnazione di valori di verità alle proposizioni che la costituiscono. Solo così, secondo Wittgenstein, si riesce a rendere conto della posizione peculiare che occupano le proposizioni della logica rispetto a tutte le altre proposizioni: le proposizioni in senso proprio — secondo la teoria del Tractatus — possono essere o vere o false, in quanto possono raffigurare stati di cose sussistenti o non sussistenti; quelle della logica, invece, sono sempre vere, ma ciò implica che le proposizioni della logica non raffigurano alcunché. Quelle della logica non sono dunque proposizioni in senso proprio. L’ambiguità della loro caratterizzazione si riflette anche nei testi: in T 6.11 Wittgenstein afferma infatti che: «Le proposizioni della logica non dicono dunque nulla. (Esse sono le proposizioni analitiche)», mentre nei Quaderni 1914-1916 aveva detto che: «Non ci sono proposizioni analitiche» (Q10.14.1914). L’apparente contraddizione di queste affermazioni si spiega se si tiene conto del fatto che da un lato, in quanto prive di valore raffigurativo e quindi di valore informativo le cosiddette proposizioni della logica possono essere accostate ai giudizi analitici kantiani, anch’essi privi di valore informativo, in quanto giudizi in cui il concetto del predicato è contenuto in quello del soggetto (Frascolla 2000: 193); mentre, dall’altro lato, proprio la loro caratterizzazione come tautologie e quindi il riconoscimento dalla loro indipendenza dagli stati di cose, rende arduo applicare ad esse il concetto di proposizione (almeno stando alla teoria raffigurativa del Tractatus). “Non ci sono proposizioni analitiche” è dunque così riformulabile: “Se un’espressione può essere detta analitica, allora non è una proposizione in senso proprio”; mentre T 6.11 è riformulabile nel modo seguente: “Un’espressione che non dice nulla (priva di valore informativo) assomiglia a quelle che erano dette ‘proposizioni analitiche’”. Wittgenstein non ritorna sulle proposizioni analitiche, e questo probabilmente perché «la tautologicità, come la definisce il Tractatus, è una proprietà che può applicarsi ad una gamma di proposizioni molto più vasta di quella contemplata dalla definizione kantiana dei giudizi analitici, sebbene conservi il tratto essenziale di quest’ultima (la vacuità ad essi attribuita)» (Frascolla 2000: 193 [corsivo mio]).

21L’indipendenza dal mondo delle proposizioni logiche intese come tautologie consiste nel fatto che la loro verità dipende da un’ispezione del “simbolo soltanto” e non richiede, come è nel caso delle proposizioni vere e proprie (quelle della scienza), che esse vengano confrontate con il mondo, o coi fatti. Tale caratteristica può indurre facilmente a identificare le tautologie o proposizioni della logica con le proposizioni vere in virtù del significato (nel senso di Carnap). Ma nella prospettiva del Tractatus ciò rappresenta una scorrettezza: non si può dire che le tautologie sono vere in virtù del significato perché sembrerebbe allora che il significato dei simboli venga prima della verità delle tautologie, mentre i due non possono affatto essere separati. Nel Tractatus Wittgenstein attribuisce significato ai nomi, in quanto si riferiscono direttamente agli oggetti che sono la sostanza del mondo, e senso alle proposizioni vere e proprie (elementari e complesse); le tautologie, quali casi estremi delle possibilità di combinazione di valori di verità delle proposizioni, esibiscono (costituiscono) i limiti entro i quali quelle combinazioni hanno luogo o senso, essendo esse stesse prive di senso (sinnlos).

  • 15 Si noti qui l’uso di darstellen e non di vorstellen: “rappresentare” nel senso di darstellen signif (...)

Le proposizioni della logica descrivono l’armatura del mondo, o, piuttosto, la rappresentano (darstellen)15. Esse non “trattano” di nulla. Esse presuppongono che i nomi abbiano significato e le proposizioni elementari senso. E questo è il loro nesso con il mondo. È chiaro che deve indicare (anzeigen) qualcosa sul mondo il fatto che certi nessi di simboli — che per essenza hanno un determinato carattere — siano tautologie. In questo è il fatto decisivo (T 6.124)

22Da un lato, dunque, le proposizioni logiche o tautologie non traggono la loro verità soltanto dal significato dei termini che le costituiscono, né d’altronde la traggono dal fatto di raffigurare situazioni che sussistono necessariamente; esse, cioè, «non raffigurano situazioni la cui non sussistenza sia inconcepibile» (Frascolla 2000: 218), il che rende da un certo punto di vista inappropriato caratterizzarle come verità necessarie. Dall’altro lato, la circostanza che una tautologia sia sempre vera, comunque stiano le cose, dipende dal fatto che in essa trova espressione quella che Wittgenstein chiama una “proprietà formale” o “logica” del mondo (cfr. ivi: 219), vale a dire una proprietà strutturale che mondo e linguaggio condividono (devono condividere) ad un qualche livello della loro analisi e che non può (logicamente) in alcun modo essere detta o rappresentata dal linguaggio, in quanto tale proprietà costituisce un limite per la concepibilità di tutti i mondi possibili e di tutti i linguaggi possibili. «Generalizzando, è il possesso della proprietà della tautologicità, da parte di un certo costrutto linguistico, che prova il possesso, da parte del mondo, di una certa proprietà formale [...] che mostra questa proprietà del mondo» (ibidem). Con le parole di Wittgenstein: «Che le proposizioni della logica siano tautologie mostra (zeigt) le proprietà formali — logiche — del linguaggio, del mondo» (T 6.12).

23Nel Tractatus la corretta comprensione della logica e delle espressioni di cui essa è costituita non può essere dissociata dalla distinzione tra dire e mostrare; ma ciò comporta una forte limitazione delle possibilità espressive della filosofia, che sta all’origine della nota separazione che Wittgenstein fa valere tra i compiti della filosofia e quelli della scienza. Le proprietà strutturali che mondo e linguaggio non possono non possedere vengono portate alla luce — mostrate — dall’attività di delucidazione messa in atto dal filosofo, al quale tuttavia è preclusa ogni possibilità di produrre proposizioni dotate di senso, che dicono che il mondo e il linguaggio possiedono tali proprietà. Se quelle della filosofia fossero, al pari di quelle della scienza, proposizioni dotate di senso, esse dovrebbero poter essere false; ma non possono essere false, perché se lo fossero vorrebbe dire che non sussistono le condizioni della loro sensatezza (e della sensatezza delle proposizioni in generale).

24Possiamo osservare fin da questo momento che già nel Tractatus la separazione tra scienza e filosofia intrattiene un legame solo remoto con la distinzione analitico/sintetico, e in particolare sembra non averne nessuno con la versione neopositivistica di tale distinzione. La separazione tra scienza e filosofia, piuttosto, sembra dipendere da una limitazione pregiudiziale interna all’opera, che diventerà ben presto oggetto di critica da parte dello stesso Wittgenstein. A partire dagli anni Trenta Wittgenstein, infatti, abbandonerà contemporaneamente tanto l’idea che linguaggio e mondo condividano proprietà formali (o logiche) che possono soltanto essere mostrate, quanto l’idea che alla filosofia spetti il compito ingrato di attingere la vera conoscenza dell’essenza del linguaggio o tacendone o, tutt’al più, attraverso pseudo-proposizioni.

25Nella nuova prospettiva, la filosofia viene caratterizzata come un’attività eminentemente descrittiva, che si applica agli usi linguistici, a ciò che intendiamo quando usiamo certe parole, o ancora, a quelle espressioni che fanno problema in quanto esprimono concetti non del tutto perspicui. Diversamente da quanto accadeva nel Tractatus, la filosofia sembra dunque essere costituita di enunciati che dicono che certe cose stanno “così e così”. Nonostante ciò, come è noto, Wittgenstein continua ad insistere sulla radicale differenza tra indagine filosofica e indagine scientifica, precisando che la prima è indagine concettuale o grammaticale, mentre la seconda è fattuale. In particolare, la filosofia è a priori e le sue descrizioni si caratterizzano come niente di più che “mere” descrizioni, nel senso che esse non ci dicono niente di nuovo, ma si limitano a mettere in ordine qualche cosa che conoscevamo già, in contrasto con quelle della scienza che sono spiegazioni o anche, talvolta, vere e proprie scoperte di nuovi fenomeni. Wittgenstein sembra in sostanza riproporre la dicotomia tra scienza e filosofia già difesa da Carnap e fatta oggetto delle critiche di Quine: la scienza si occuperebbe di fatti (questioni contingenti), la filosofia di questioni di significato. La somiglianza con Carnap, tuttavia, è solo superficiale e se proprio si volesse a tutti i costi intravedere un’analogia tra la posizione sostenuta dal secondo Wittgenstein e quella dei due filosofi appena menzionati, sarebbe più corretto vederla con Quine e con il suo riconoscimento dell’analiticità debole. Ma va subito precisato che anche in questo caso ci troveremmo di fronte ad una forzatura, a causa del ruolo del tutto marginale che l’analiticità svolge nella riflessione wittgensteiniana sul linguaggio, negli anni successivi al Tractatus.

  • 16 Molto esplicito su questo punto è Railton 2000: 175: «Ma per parlare propriamente, le regole a diff (...)

26Nel corso degli anni Trenta Wittgenstein sviluppa in effetti una nuova prospettiva sulle cosiddette proposizioni della logica, liberandole definitivamente dall’ambiguità con cui le aveva caratterizzate nell’opera del 1921 (da un lato come proposizioni, per l’appunto; dall’altro, come proposizioni degenerate, in quanto prive di contenuto, ovvero della possibilità di raffigurare alcunché). Alla distinzione tra tautologie e proposizioni vere e proprie egli sostituisce quella tra proposizioni grammaticali e proposizioni fattuali, intendendo con le prime le regole che governano l’uso delle parole nel linguaggio, determinandone il significato. In quanto regole, le proposizioni grammaticali - a differenza delle tautologie - non sono (esprimono) verità; come un segnale stradale, una regola guida un impiego (indica una direzione d’uso), ma non è né vera, né falsa16 - in ciò consiste, peraltro, il suo essere priva di senso e quindi di valore informativo, proprio come accadeva alle tautologie.

27Che alle regole non convenga né la verità né la falsità le distingue dalle proposizioni fattuali e ne caratterizza l’autonomia logica rispetto ai fatti: non è possibile giustificare (fondare) una regola o proposizione grammaticale dicendo, ad esempio, che in natura ad essa corrispondono certi fatti, poiché tale descrizione dei fatti già presuppone che la regola sia seguita (adottata); la comprensione di una simile descrizione, cioè, comporta che venga già fatto un uso dotato di significato di termini il cui significato si sarebbe voluto giustificare ricorrendo appunto alla descrizione (cfr. OF 4). L’indipendenza logica delle regole rispetto ai fatti rende inoltre possibile caratterizzare le regole come a priori, ma non per riferirsi ad una loro peculiarità epistemologica, ad una modalità speciale del loro essere apprese, bensì solo per sottolineare che il darsi di una regola è precondizione dell’uso (corretto) di certe parole o dell’acquisizione di certi concetti (ne costituisce una condizione di possibilità). Inoltre, il solo senso in cui si può dire di una proposizione grammaticale (o regola) che è necessaria non ha nulla a che vedere con la considerazione delle sue condizioni di verità, né tantomeno con il tipo di verità che in essa potrebbe esprimersi, ma soltanto con la funzione che essa svolge in un sistema di linguaggio: una proposizione grammaticale, in quanto regola, vincola chi la segue, costituendo una norma per l’uso delle parole e/o per l’agire connesso a tale uso. Come è stato diffusamente messo in luce da Glock 1996a e 1996b, le proposizioni grammaticali sono “norme di descrizione” o di “rappresentazione”:

Tali norme definiscono ciò che vale come descrizione intelligibile della realtà, stabiliscono le relazioni interne tra concetti (tra “scapolo” e “uomo non sposato”) e rendono possibili le trasformazioni tra proposizioni empiriche (tra “Wittgenstein era uno scapolo” e “Wittgenstein era un uomo non sposato”) (Glock 1996b: 202).

28Possiamo ora fissare la differenza che intercorre tra la distinzione analitico/ sintetico e la distinzione grammaticale/fattuale: la distinzione analitico/sintetico concerne per così dire la forma di un enunciato, cioè il rapporto tra la verità dell’enunciato e il significato dei suoi costituenti; mentre ciò che rende grammaticale una proposizione è il ruolo, la funzione che essa svolge in una certa occasione di emissione (Glock 1996a: 151). Una proposizione è grammaticale se svolge una funzione regolativa (normativa); è fattuale se ha una funzione descrittiva. Da ciò segue che ai fini di un’indagine che verte sulle regole è irrilevante la forma dell’enunciato, quindi l’eventuale distinzione tra proposizioni analitiche e proposizioni sintetiche: se anche la distinzione dovesse apparire fondata, le une e le altre proposizioni potrebbero sia svolgere una funzione grammaticale, sia essere impiegate per descrivere fatti.

  • 17 L’impiego grammaticale, nel tipo di analisi che Wittgenstein fornisce di questa nozione, viene mess (...)

29Una proposizione tradizionalmente considerata analitica, come “gli scapoli sono uomini non sposati” ha un impiego grammaticale quando è usata come regola per istituire/introdurre (ad esempio, attraverso l’insegnamento o l’addestramento) una relazione interna (nel linguaggio di Wittgenstein), o di sinonimia (nel linguaggio di Carnap-Quine) tra l’uso della parola “scapolo” e quello dell’espressione “uomo non sposato”17; la stessa proposizione, d’altronde, può avere un impiego fattuale quando è pronunciata da un parlante italiano che, avendo appreso la propria lingua madre, dice degli scapoli che sono uomini non sposati (esprimendo la sua capacità di usare correttamente la parola “scapolo” per designare certi tipi di uomini).

30Similmente, proposizioni tradizionalmente considerate sintetiche, come “lo zio di Luigi è scapolo” o “questo maglione è rosso” possono essere usate come proposizioni fattuali che rappresentano - descrivono - rispettivamente lo stato civile dello zio di Luigi e il colore di un certo maglione, oppure possono essere impiegate come proposizioni grammaticali quando, poniamo, nel corso di un addestramento sono pronunciate per contribuire ad insegnare rispettivamente l’uso della parola “scapolo” e quello della parola “rosso”. Leggiamo, ad esempio, in Della certezza:

Dico: Ogni proposizione empirica può essere trasformata in un postulato — e allora diventa una norma di rappresentazione [Darstellung] (DC 321).

31E analogamente nelle Osservazioni sui colori:

E non devo ammettere che certe proposizioni siano spesso usate ai limiti tra logica ed empiria, cosicché il loro senso venga a trovarsi ora al di qua ora al di là di questo confine, ed esse siano ora l’espressione di una norma, ora possano venir trattate come espressione dell’esperienza?
Infatti ciò che distingue la proposizione logica dalla proposizione empirica non è per nulla il “pensiero” (ossia un fenomeno psichico collaterale), ma un impiego (ossia, qualcosa che la circonda) (OC III 19).

  • 18 Per Quine chi usa in modo difforme certe parole, oppure i connettivi o le leggi logiche è uno che s (...)

32Appare chiaro a questo punto che la distinzione dei compiti della filosofia da quelli della scienza quale viene teorizzata nelle opere di Wittgenstein dopo il Tractatus non ha nulla a che vedere con la distinzione analitico/sintetico. Per Wittgenstein l’autonomia della filosofia è fondata sulla distinzione tra grammaticale e fattuale: le ricerche filosofiche, in quanto si applicano alla dimensione grammaticale del linguaggio, alle regole che governano l’uso delle parole e la formazione dei concetti, sono ricerche concettuali; indagini fattuali invece, sono caratteristicamente, quelle scientifiche. Ora, come si è visto, la nozione di concettuale non è definita in termini di necessità metafisica, come si presuppone nella critica di Quine, ma in quanto erede della necessità logica del Tractatus, è definita solo in termini di uso linguistico. Sono concettuali le proprietà e relazioni che derivano dalle proprietà del linguaggio. Per questo Wittgenstein identifica la ricerca filosofica con un tipo particolare di descrizioni, quelle dell’uso linguistico. Ed è questo il senso in cui possiamo dire che la nozione di “concettuale” di Wittgenstein non è lontana dall’analiticità debole di Quine: Wittgenstein sarebbe stato d’accordo che abbandonare una proposizione grammaticale (che esprime proprietà o relazioni concettuali) equivale ad abbandonare certe parole, che le proposizioni grammaticali sono acquisite insieme al linguaggio18. Non solo: anche l’idea quiniana dell’“ascesa semantica” sembra potersi applicare senza troppi problemi alla prospettiva di Wittgenstein. Per Quine le asserzioni che menzionano parole piuttosto che usarle (per parlare direttamente della realtà) non vanno intese come asserzioni che vertono soltanto sulle parole o sulle strutture linguistiche e non piuttosto anche sulla realtà extra-linguistica per descrivere la quale sono usate; come spiega Stroud, per Quine

la possibilità dell’“ascesa semantica” non mostra affatto che asserzioni o questioni che menzionano le parole piuttosto che usarle per parlare direttamente della realtà sono (vertono) realmente soltanto sulle parole o sulle strutture linguistiche e non sulla realtà per descrivere la quale sono usate. Per esempio ciò che noi consideriamo come la verità contingente, conosciuta empiricamente, che ci sono vombati in Tasmania, può essere parafrasata nel modo formale “‘Vombato’ è vero di certe creature in Tasmania”, ma questo non la trasforma in un’asserzione che verte solo sul linguaggio e non su una realtà extra-linguistica (Stroud 1984: 214).

33Analogamente, per Wittgenstein possiamo dire che le riflessioni sui nostri usi linguistici non sono riflessioni che vertono soltanto su parole o su sistemi linguistici, e non anche riflessioni sulla realtà di cui possiamo parlare grazie a quegli usi.

  • 19 Vorrei comunque precisare che nel momento in cui si dice questo, però, ci si è collocati da un punt (...)

34Per riassumere, vi sono due sensi in cui possiamo parlare della necessità delle proprietà e delle relazioni concettuali (grammaticali). Nel primo senso, esse sono proprietà e relazioni “necessarie” solo in quanto non possono essere contraddette da nessuna proposizione fattuale che appartenga al linguaggio da esse regolato; le proposizioni che le contraddicono sono non false ma insensate, per via che per Wittgenstein quelle che caratterizzeremmo come proposizioni necessariamente false o necessariamente vere sono proposizioni “insensate” (“Ho il tuo mal di denti” non è falso ma insensato). Ciò non implica, però, che tali proposizioni siano necessarie nel senso di non avere alternative: sono possibili altri linguaggi con altre grammatiche. Per Wittgenstein, come per Quine, tutte le verità tradizionalmente dette “necessarie” sono rivedibili: che noi non le rivediamo significa soltanto che esse sono saldamente ancorate nel nostro schema concettuale (forse perché hanno dato buona prova di sé, ma non è necessario che sia questo il motivo); di certo, non significa che esse non possano essere riviste19.

35Nel secondo senso, le proprietà e relazioni concettuali (grammaticali) sono “necessarie” in quanto, come si è detto, sono norme o regole, cioè in quanto vincolano l’agire linguistico di chi le adotta. Seguire una regola è come obbedire ad un comando (RF 206); l’attività intesa a seguire una regola può essere pubblicamente giudicata giusta o sbagliata, corretta o scorretta (RF 202; 224).

36Sebbene negli ultimi anni i difensori della naturalizzazione si siano molto adoperati nel criticare proprio l’idea della normatività del significato, è un fatto che Quine, quando ha chiarito che il suo rifiuto dell’analiticità esprimeva l’esigenza di stabilire criteri empirici per i concetti semantici, non ha potuto, tuttavia, non riconoscere, in uno spirito decisamente wittgensteiniano, il ruolo centrale che la correzione svolge nell’apprendimento del linguaggio: «il linguaggio viene appreso ed insegnato attraverso l’osservazione e la correzione del comportamento verbale in circostanze osservabili» (Quine 1991: 272 [corsivo mio]). E qui in effetti si vorrebbe chiedere: come sarebbe mai possibile correggere il comportamento verbale se non fosse garantita la possibilità di riferirsi a standard di correttezza o norme? Se cioè non venisse rifiutata soltanto la distinzione analitico/sintetico che, come Quine ha dimostrato, non svolge un ruolo determinante (non ne svolge nessuno) ai fini dell’apprendimento del linguaggio, bensì anche la distinzione grammaticale/fattuale (normativo/descrittivo)?

3 Filosofia e scienza

37Che ne è a questo punto della filosofia, o meglio del rapporto tra filosofia e scienza in una prospettiva di analisi che riconosce la distinzione grammaticale/fattuale? Wittgenstein, come si è detto, continua anche dopo il Tractatus a difendere la separazione tra l’ambito di indagine della filosofia e quello della scienza; non solo, egli ribadisce in più occasioni che spetta proprio all’indagine filosofica quale egli la concepisce sia evitare la confusione tra concettuale e fattuale, sia andarla a scovare là dove essa si è annidata nel nostro schema concettuale. Wittgenstein chiama “metafisica” tale confusione, attribuendole una chiara connotazione negativa (cfr. Z 458). È probabile che Wittgenstein sarebbe stato d’accordo con Quine riguardo al fatto che dall’interno di un dato schema concettuale o linguaggio — il nostro — l’enunciazione di verità è sempre produzione di enunciati fattuali, cioè è produzione di enunciati che dicono come è fatto il mondo; tuttavia, egli avrebbe aggiunto che dinnanzi ad alcuni di questi enunciati che tendono ad apparirci come necessariamente veri, o metafisicamente veri, o anche come veri indipendentemente da qualunque cosa accada, saremmo autorizzati ad interpretarli non più come enunciati che parlano del mondo, bensì come norme di rappresentazione o regole che dicono qualcosa del modo in cui “noi” ci rappresentiamo il mondo. Relativizzare la verità di quegli enunciati ad un “noi”, ad uno schema concettuale, appare a Wittgenstein come il solo modo di rimetterli in circolazione, quello che evita di considerarli come espressione dei limiti del mondo (secondo il modello già sperimentato nel Tractatus). Se in effetti ci limitassimo a trattare quegli enunciati come necessariamente veri dovremmo anche ammettere che essi rappresentano fatti necessari, cioè fatti rispetto ai quali non dovrebbe essere possibile immaginare né che essi possano non sussistere, né che essi possano essere diversi da come sono. Ma Wittgenstein, come è noto, dedicherà buona parte della sua riflessione successiva al Tractatus a far vedere che non si danno casi in cui dinnanzi all’enunciazione di presunte verità necessarie non sia logicamente possibile immaginare che le cose stiano diversamente da come asserito. Così facendo, egli ha mostrato, da un lato, di non avere mai rinunciato né al principio di bivalenza, né all’idea che la nozione di “fatto” è inseparabile da quella di “contingenza”; ma dall’altro lato, ha soprattutto mostrato di operare in una sintonia molto più profonda, rispetto a Quine, con uno dei principi cardini dello spirito scientifico, quello della rivedibilità di ogni verità (o conoscenza). Non è certo difficile vedere nella filosofia immaginativa del secondo Wittgenstein la realizzazione di come sia possibile dare corpo con il lavoro del pensiero proprio all’idea che nessuna verità è irrinunciabile.

38Che alla scienza competa il regno dei fatti contingenti e alla filosofia quello delle regole del senso consente di caratterizzare la seconda come un’indagine a priori. Ma come si è già osservato, ciò non implica che la filosofia si applichi a presunte verità a priori o a proposizioni vere a priori, bensì soltanto che oggetto della sua analisi sono le pre-condizioni logiche del nostri asserti empirici. D’altra parte, che l’oggetto della filosofia sia ciò che nel linguaggio agisce “a priori” come regola o norma di rappresentazione non comporta nemmeno che al risultato dell’indagine filosofica si pervenga grazie all’attivazione di speciali facoltà, che garantiscono l’attendibilità di ciò che viene conosciuto, escludendo del tutto il ricorso a metodi di indagine impiegati anche nello studio naturalistico e scientifico della realtà. Il metodo che Wittgenstein va elaborando dopo il Tractatus per portare a compimento l’analisi concettuale - il metodo dei giochi linguistici - è a ben vedere in buona parte mediato dal metodo comparativo usato nelle scienze naturali a partire dal XVIII secolo per la descrizione e la classificazione degli esseri viventi, un metodo detto anche “morfologico”, in quanto interessato all’analisi delle forme e delle funzioni svolte dalle diverse parti di cui sono costituiti gli organismi animali e vegetali.

  • 20 Su questo punto rimando ad Andronico 2006.
  • 21 Nella seconda parte delle Bemerkungen über die Philosophie der Psychologie leggiamo: “Noi siamo abi (...)

39Per ragioni di spazio, non è possibile rendere conto qui di seguito del modo in cui Wittgenstein è riuscito a realizzare una simile mediazione tra il metodo naturalistico della morfologia e l’esigenza di mantenere distinte l’indagine filosofica da quella scientifica20. Nonostante ciò, vorrei sottolineare che (1) se si accetta che quello dei giochi linguistici è un metodo naturalistico, pensato per la rappresentazione delle regole del senso e (2) se insieme a Wittgenstein siamo disposti a considerare come una sorta di “seconda natura”21 l’insieme delle regole a cui abbiamo appreso a conformarci e che sono per noi «i binari fissi lungo i quali corre tutto il nostro pensiero e ai quali di conseguenza si conforma anche il nostro giudicare e agire» (OFP II 678), nulla ci impedisce vedere da ultimo nell’analisi concettuale wittgensteiniana proprio una nuova forma di naturalismo della “seconda natura”.

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Note

1 Sulla diffusione del naturalismo nella filosofia contemporanea si veda l’utile raccolta di saggi curata da M. De Caro e D. Macarthur, nella cui introduzione all’edizione italiana si legge: «Per dare un’idea di quanto sia possente, oggi, l’onda del naturalismo scientifico, è sufficiente guardare agli innumerevoli tentativi operati dai suoi fautori per “naturalizzare” i concetti filosofici. Detto in breve la naturalizzazione di un concetto implica che esso venga ridotto a concetti naturalisticamente accettabili oppure che si provi che quel concetto può essere eliminato dal vocabolario filosofico. In questo spirito, l’“epistemologia naturalizzata” di Quine, Alvin Goldman e molti altri, ha tentato la naturalizzazione dei concetti epistemologici di giustificazione e conoscenza» (De Caro-Macarthur 2005: XIX).

2 Volpe 2005: 53 riporta in proposito la seguente osservazione di Paul Horwich: « La critica quiniana della nozione di analicità ha avuto un tale impatto sulla filosofia degli ultimi decenni (più su quella americana, a dire il vero, che su quella britannica), che persino gli autori meno persuasi della sua validità hanno a lungo evitato di dare un gran peso alla distinzione [tra verità analitiche e verità sintetiche], semplicemente per stare al sicuro». (Horwich 1992: 94, “Chomsky versus Quine on the Analytic-Synthetic Distinction”, Proceedings of the Aristotelian Socirty, 92, pp. 95-108).

3 Per questo tipo di ricostruzioni si vedano Coffa 1991 e Parrini 2002.

4 Dove in bibliografia è segnalata la traduzione italiana, il numero di pagina indicato nel testo si riferisce sempre a quest’ultima.

5 Su questo punto si veda anche Quine 1991: 269.

6 La necessità di tali verità si configura come la possibilità di considerarle indipendenti dall’esperienza, e quindi preservandole da possibili attacchi (revisioni o abbandoni).

7 «I think Carnap’s tenacity to analyticity was due largely to his philosophy of mathematics. One problem for him was the lack of empirical content: how could an empiricist accept mathematics as meaningful? Another problem was the necessity of mathematical truth. Analyticity was his answer to both» (Quine 1991: 269).

8 A chi volesse obiettare che Quine è alla ricerca di un criterio troppo rigoroso per definire l’analiticità, Gibson 1982: 100 fa rilevare che dal punto di vista del filosofo americano i concetti di sinonimia e di analiticità non sono behaviouristicamente rispettabili. Gli unici criteri di significanza che Quine considera accettabili sono, in sostanza, criteri empirici (Quine 1991).

9 «It [analiticity] begets an uncritical notion of meaning, or synonimy, that can induce a false sense of understanding. For it is clear that analitycity and sinonimy are interdefiniable» (Quine 1991:271).

10 Per un’accurata ricostruzione di tale scambio si veda Creath 1990.

11 Per uno sviluppo ulteriore di questo punto si veda la nota 18.

12 Boghossian 1997: 334 distingue una lettura epistemologica ed una decisamente più metafisica della analiticità intesa come “verità in virtù del significato”. Secondo la lettura epistemologica dell’analiticità, un enunciato è vero in virtù del significato quando il semplice fatto di afferrare il suo significato costituisce una ragione sufficiente del nostro essere giustificati a credere nella sua verità. Secondo la lettura metafisica dell’espressione “vero in virtù del significato”, un enunciato è analitico quando deve il suo valore di verità esclusivamente al suo significato e in nessun modo “ai fatti”.

13 Per un tentativo di recuperare il rilievo epistemologico dell’analiticità, si veda Boghossian 1996.

14 Su questo punto si veda l’utile saggio di Creath 1987.

15 Si noti qui l’uso di darstellen e non di vorstellen: “rappresentare” nel senso di darstellen significa dare forma ad una presentazione, o presentare attraverso un ben preciso mezzo di rappresentazione (grafico, musicale, in notazione simbolica russelliana ecc.); “rappresentare” nel senso di vorstellen significa descrivere, pensare o raffigurare qualcosa che è già dotato di forma (configurazione) in un dato mezzo di rappresentazione (Darstellung).

16 Molto esplicito su questo punto è Railton 2000: 175: «Ma per parlare propriamente, le regole a differenza delle proposizioni non sono capaci di verità o falsità».

17 L’impiego grammaticale, nel tipo di analisi che Wittgenstein fornisce di questa nozione, viene messo in luce da affermazioni come la seguente: “non posso immaginare che uno scapolo sia un uomo sposato” — Cosi dicendo, noi intendiamo che non sappiamo quale uso fare, quale senso attribuire all’espressione “mio zio è scapolo, ma è sposato”.

18 Per Quine chi usa in modo difforme certe parole, oppure i connettivi o le leggi logiche è uno che sbaglia e non uno che manifesta idee bizzarre su un soggetto che rimane costante: affinché si dia un cambiamento di significato per una data espressione bisogna che cambi anche la teoria o il linguaggio che impiega quella espressione «Il rifiuto della legge del terzo escluso sarebbe un cambiamento di significato e non di meno un cambiamento della teoria per esso» (Quine 1991: 270).

19 Vorrei comunque precisare che nel momento in cui si dice questo, però, ci si è collocati da un punto di vista esterno a quel particolare linguaggio, e si stanno trattando le proposizioni grammaticali non come tali ma come descrizioni di fatti intorno ad un particolare linguaggio (usato da una certa comunità, ecc.). Quando diciamo “2 avrebbe potuto non essere pari” stiamo dicendo “Potrebbe esserci un linguaggio in cui 2 non designa un numero pari”, oppure “È possibile un linguaggio in cui il concetto di numero pari non è espresso”, o cose di questo genere. Non stiamo dicendo che 2 - questo numero - potrebbe non essere pari, cioè che c’è un mondo possibile in cui questo numero non è divisibile per 2.

20 Su questo punto rimando ad Andronico 2006.

21 Nella seconda parte delle Bemerkungen über die Philosophie der Psychologie leggiamo: “Noi siamo abituati ad una certa classificazione delle cose. Insieme alla lingua o alle lingue, è divenuta per noi natura [zur Natur geworden]”; ma sia nella traduzione inglese, sia in quella italiana (cfr. OFP II 678) troviamo l’espressione “seconda natura”, proprio a sottolineare che accanto al problema della convenzionalità e dell’arbitrarietà delle regole si pone per Wittgenstein quello della loro imprescindibilità per la vita umana. Anche su questo si veda Andronico 2006.

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Notizia bibliografica

Marilena Andronico, «“Analitico/Sintetico” vs “Grammaticale/Fattuale”: l’analisi concettuale ai tempi della naturalizzazione»Rivista di estetica, 34 | 2007, 41-59.

Notizia bibliografica digitale

Marilena Andronico, «“Analitico/Sintetico” vs “Grammaticale/Fattuale”: l’analisi concettuale ai tempi della naturalizzazione»Rivista di estetica [Online], 34 | 2007, online dal 30 novembre 2015, consultato il 13 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/3849; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.3849

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Marilena Andronico

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