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Attualismo, pluralismo ontologico e meinonghismo

Michele Paolini Paoletti
p. 149-162

Abstract

In questo articolo, prendo in considerazione i vantaggi e i problemi connessi all’accettazione del pluralismo ontologico di J. Turner e K. Mcdaniel, vale a dire, della tesi secondo la quale vi sarebbero diversi modi di essere (o di esistere) che sono più fondamentali rispetto dall’essere (o all’esistenza) in generale. Nella prima sezione, esamino due problemi per gli attualisti, cioè quei filosofi che affermano che non ci sono entità che non esistono. Nella seconda sezione, valuto i vantaggi del pluralismo ontologico attualista nell’affrontare tali problemi. Tuttavia, nella terza sezione, presento una serie di problemi che invece affliggono il pluralismo ontologico. Infine, nella quarta sezione, difendo l’idea che i pluralisti ontologici non-attualisti (e cioè i meinonghiani) possono meglio far fronte ad alcuni (ma non tutti) di questi problemi. La mia conclusione è che chi intende difendere il pluralismo ontologico, dovrebbe farlo da una prospettiva non attualista.

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Testo integrale

1Il pluralismo ontologico è una teoria metaontologica recentemente esposta e difesa da Jason Turner (2010, 2012) e Kris McDaniel (2009, 2010a, 2010b), per la quale vi sono differenti modi di essere (o di esistere) e tali modi di essere (o di esistere), che sono espressi da quantificatori esistenziali ristretti, sono più fondamentali dell’essere in generale, espresso da un quantificatore esistenziale non-ristretto.

2Il pluralismo ontologico può essere contrapposto sia al monismo ontologico, per il quale vi è un solo modo di essere (o di esistere) – posto che in questa sede l’espressione “monismo ontologico” non indica né il monismo delle sostanze, né il monismo della priorità difeso da Jonathan Schaffer (per esempio, Schaffer 2010) –, sia al nichilismo ontologico, per il quale non esiste propriamente nulla né vi è alcun modo di essere (o di esistere) (nichilismo ontologico forte) (Turner 2011) o, anche se esiste qualcosa, è vero che ogni cosa sarebbe potuta non esistere (nichilismo ontologico debole) (v., ad esempio, van Inwagen 1996 e Lowe 2013).

3In questo articolo, esaminerò anzitutto la received view in materia di modi di essere, che coniuga monismo ontologico e attualismo, e valuterò alcuni problemi associati a tale teoria. In secondo luogo, definirò le tesi caratterizzanti del pluralismo ontologico e analizzerò i vantaggi di questo approccio. In seguito, tuttavia, introdurrò alcuni problemi che affliggono il pluralismo ontologico e, nell’ultima parte, spiegherò sinteticamente come un approccio diverso – parzialmente ispirato al meinonghismo – possa risolvere tali problemi.

1. Attualismo e monismo

4L’accettazione della tesi

(MO) vi è un solo modo di essere (o di esistere)

non implica per se stessa l’accettazione della tesi

(attualismo) non vi sono entità che non esistono.

5Si può ritenere, allo stesso tempo, che (MO) sia vera e che, tra tutte le entità, alcune non siano dotate dell’unico modo di essere (o di esistere), cioè che, più semplicemente, alcune entità esistano e alcune entità non esistano. Nondimeno, la received view in materia di esistenza e modi di essere sembra connotata dall’accettazione congiunta di (MO) e (attualismo), cioè della tesi

(MOA) vi è un solo modo di essere (o di esistere) e non vi sono entità che non hanno quel modo di essere (o di esistere).

6Come è noto (per esempio, Sainsbury 2010, Berto, 2010, 2013), una teoria fondata su (attualismo) non è priva di difficoltà, benché la verità di questa tesi sia postulata da numerosi filosofi analitici, da Russell 1905 fino a van Inwagen 2009, passando ovviamente per Quine 1948. In questa sede, si tratterà di vedere se i problemi associati a (attualismo) possano essere risolti non già negando (attualismo), ma la tesi (MOA), cioè se sia più plausibile ritenere che

(POA) vi è più di un modo di essere (o di esistere), l’essere in generale è meno fondamentale di ciascun modo di essere e non vi sono entità che non hanno almeno un modo di essere (o di esistere).

7In altri termini, occorrerà vedere se l’attualismo possa essere “curato” negando il monismo ontologico.

8Uno dei problemi associati a (attualismo) è che la sua accettazione sembra implicare gli stessi problemi che esso intende risolvere. In altri termini, l’accettazione di (attualismo) è presentata come la soluzione a alcuni problemi che sorgono solo e soltanto se accettiamo questa tesi. Si consideri per esempio il celebre paradosso della non-esistenza. Se è vero che

(1) Sherlock Holmes non esiste,

e se questo enunciato concerne Sherlock Holmes ed è reso vero da qualcosa che riguarda l’entità Sherlock Holmes, allora – argomentano gli attualisti – è anche vero che

(1b) esiste un’entità, tale che quell’entità è identica a Sherlock Holmes e quell’entità non esiste,

sicché Sherlock Holmes esiste e non esiste. Assurdo! Il problema, per l’attualista, consiste nel presupporre la verità del seguente condizionale: se è vero (1) e (1) concerne Sherlock Holmes (ed è reso vero da qualcosa che riguarda l’entità Sherlock Holmes), allora è vero che (1b). Di conseguenza, Sherlock Holmes è un’entità esistente, pur non esistendo. D’altro canto, però, cosa spinge a accettare la verità di questo condizionale, se non l’accettazione di (attualismo) stesso? Il non-attualista, dunque, potrà negare la verità di questo condizionale e della sua conclusione (1b) e, con buona pace dell’attualista, potrà accettare che (1) sia vero e riguardi Sherlock Holmes.

  • 1 Utilizzo qui le parentesi quadre [ ] per distinguere le proposizioni dagli enunciati.

9Tipicamente, l’attualista, negando che (1) riguardi Sherlock Holmes e che Sherlock Holmes sia pertanto un’entità inesistente, argomenta che (1) esprime una proposizione vera priva di termini che si riferiscano a Sherlock Holmes (e rivelata mediante opportuna parafrasi) o che (1) esprime una proposizione come [Sherlock Holmes non esiste]1 e che questa proposizione è resa vera da qualcosa che non riguarda l’entità Sherlock Holmes e/o la sua inesistenza. Si può insistere sulle difficoltà interne di ciascuna strategia attualista ma, anche in questo caso, bisognerà anzitutto riflettere sull’accettazione di (attualismo), che motiva la costruzione di tali strategie: perché dovremmo accettare (attualismo)? Da un lato, si può considerare (attualismo) una tesi primitivamente vera. Nondimeno, il fatto stesso che si possano ipotizzare oggetti (almeno apparentemente) inesistenti dovrebbe spingere i sostenitori di (attualismo) a dubitare di tale posizione: non è così evidente che (attualismo) sia vera e occorre almeno fare i conti con alcune pratiche linguistiche che sembrano negare la sua verità, quali, per esempio, l’accettazione della verità di enunciati come

(3) Sherlock Holmes è un personaggio fittizio,

(4) il personaggio fittizio Sherlock Holmes è diverso da Emma Bovary e da Lord Gladstone,

che sembrano implicare, letteralmente, che Sherlock Holmes sia un’entità – definita nelle proprie condizioni di identità – inesistente. L’attualista è obbligato a spiegare in modo non-letterale tali pratiche. Nondimeno, se l’attualista intende motivare la sua predilezione per una spiegazione non-letterale di tali pratiche rispetto a una letterale, egli deve almeno argomentare in favore di (attualismo). E quali argomenti abbiamo in favore di (attualismo), se non si tratta di una tesi primitivamente vera? Si può ritenere, con Quine 1948, che le entità presuntivamente inesistenti (come l’uomo grasso meramente possibile sulla soglia della porta) non siano dotate di condizioni di identità e che, pertanto, esse non siano entità. Nondimeno, questo argomento può essere rigettato criticando, in generale, la rilevanza ontologica delle condizioni di identità (per esempio, Strawson 2000), mostrando che anche alcune entità esistenti (come le foreste) non sono dotate di condizioni di identità definite o che, comunque, si possono fornire condizioni di identità anche per alcuni tipi di entità inesistenti (come gli oggetti fittizi) (Routley 1979: 411-426).

10Nondimeno, i due problemi che caratterizzano (attualismo) e (MOA) e che sono qui maggiormente rilevanti per una discussione del pluralismo ontologico sono il problema della mera disgiunzione (PMD) e il problema dell’informatività (PI). A mio avviso, questi problemi connotano le teorie attualiste in quanto tali. Tuttavia, ai fini di questa indagine, vedremo in primo luogo che essi caratterizzano le teorie che accettano (MOA).

  • 2 L’utilizzo della disgiunzione forte aut è motivato dal fatto che, nel quadro che ho descritto, le c (...)

11Il (PMD) può essere esposto come segue. Si consideri un’ontologia che accetta due categorie fondamentali di entità: ad esempio, gli oggetti e le proprietà. Se vi è più di una categoria fondamentale di entità, cosa significa “esistere” per le entità appartenenti a categorie fondamentali diverse tra loro? Dato che si accetta (MOA), non vi sono modi di esistere diversi per oggetti e proprietà. Vi è dunque un solo modo di esistere per oggetti e proprietà, espresso da un quantificatore non-ristretto ∃* che ha nel proprio dominio tutte le entità (tutti gli oggetti e tutte le proprietà). Il passo successivo consiste nell’introdurre una proprietà E*, che è istanziata da tutte le entità nel dominio di quel quantificatore non-ristretto ∃*: se è vero (MOA), non c’è alcuna entità che non abbia E*. In terzo luogo, tuttavia, occorre chiedersi quale somiglianza E* esprima tra tutte le entità: poiché, per ogni entità, quell’entità ha E* se e solo se quell’entità è un oggetto o (aut) una proprietà, allora l’istanziazione di E* è equivalente all’istanziazione di una proprietà meramente disgiuntiva (la proprietà di essere un oggetto o (aut)2 una proprietà) o E* è identica a quella proprietà meramente disgiuntiva. La proprietà di essere un oggetto o (aut) una proprietà non sembra fondare alcuna somiglianza tra entità. Pertanto, neppure E* fonda una somiglianza tra entità – anche se i sostenitori di (MOA) potranno negare questa conclusione, come vedremo in seguito. Ad ogni modo, una teoria dell’esistenza che attribuisca qualche somiglianza alle entità esistenti fondata sulla loro esistenza sembra preferibile a una teoria dell’esistenza che non ammetta alcuna somiglianza tra esse. Sicché, una teoria dell’esistenza diversa da (MOA) e capace di rendere ragione della somiglianza tra entità esistenti fondata sulla loro esistenza è preferibile a (MOA).

  • 3 Cfr., ad esempio, Lewis 1983.

12I sostenitori di (MOA) possono replicare che la loro teoria non è affatto impegnata ad ammettere che vi sia una proprietà come E*. Nondimeno, secondo (MOA), vi è un solo modo di esistere e, nel quadro di un’ontologia comprendente due categorie fondamentali di entità (oggetti e proprietà), quel modo di esistere è E* (benché E* possa essere considerata una proprietà non-naturale, cioè una proprietà che non fonda una somiglianza oggettiva tra entità, che non conferisce a esse poteri causali e che non stabilisce distinzioni fondamentali tra entità3). In alternativa, si può rispondere che E* fonda una somiglianza tra entità, benché la sua istanziazione sia anche (ma non soltanto) equivalente all’istanziazione di una proprietà meramente disgiuntiva. L’istanziazione di E*, per esempio, è equivalente all’istanziazione della proprietà di essere identico a se stesso, che fonda una somiglianza tra entità (tutti gli oggetti sono identici a se stessi, così come lo sono tutte le proprietà). Benché non vi siano entità non-identiche a se stesse – ché altrimenti non si tratterebbe di entità –, nulla sembra motivare l’idea che la somiglianza fondata da E* non sia una somiglianza oggettiva.

13Nondimeno, si può argomentare che, se vi è una proprietà come E*, quella proprietà non è parte delle condizioni di verità di enunciati come

(1) Sherlock Holmes non esiste;

(2) Obama esiste.

14In effetti, l’attualista può ritenere che vi sia un certa interpretazione di (1) e (2) per cui (1) e (2) sono enunciati veri o esprimono proposizioni vere, pur non impegnandosi alla tesi per cui vi sono entità che non hanno E*. In tal caso, però, E* non è parte delle condizioni di verità di (1) e (2). Infatti, si può ritenere che (1) e (2) (o le proposizioni da essi espresse) siano rispettivamente resi veri dal fatto che la proprietà di essere identico a Sherlock Holmes non è istanziata e la proprietà di essere identico a Obama è istanziata, o dal fatto che alcune proprietà (quelle di Sherlock Holmes) non sono istanziate congiuntamente e altre proprietà (quelle di Obama) sono istanziate congiuntamente, o dal fatto che Sherlock Holmes, pur esistendo in quanto entità fittizia, non è parte di un qualche genere naturale (quello degli uomini, per esempio), mentre Obama esiste e è parte di quel genere naturale (van Inwagen 1977), o dal fatto che il nome proprio “Sherlock Holmes” è privo di riferimento, mentre “Obama” ha un riferimento… Ad ogni modo, l’istanziazione o la non-istanziazione di E* non fonda la verità di (2) e (1). Se, accettando (MOA), vi è un solo modo di esistere e quel modo di esistere è E*, allora è vero che (1) e (2) non in virtù di E*, ma in virtù di qualcos’altro. Nondimeno, sembra che sia vero che (1) e (2) in virtù di qualcosa che riguarda l’esistenza di Obama e la non-esistenza di Sherlock Holmes. In caso contrario, occorrerebbe ritenere che (1) (o comunque la proposizione espressa da (1)) sia semplicemente falso – poiché ogni entità esiste – o, almeno, che il predicato grammaticale “esiste” sia equivoco: da un lato, esso si riferirebbe a E*, dall’altro si riferirebbe a un’altra proprietà (per esempio, la proprietà di essere istanziata, che sarebbe istanziata dalla proprietà di essere identico a Obama). Vi sono buone ragioni per ammettere questa ipotesi, esclusa la (presunta) verità di (attualismo)?

15Accettando (MOA), comunque, E* non renderebbe ragione dell’informatività di (1) e (2), cioè del fatto che (1) e (2) sembrano fornirci nuove informazioni sul mondo, e in ciò consiste il problema dell’informatività (PI).

2. Il pluralismo ontologico…

16In senso lato, un pluralista ontologico ammette che vi sono più quantificatori ristretti che spaziano su domini differenti di entità e che non vi è un quantificatore non-ristretto (cioè un quantificatore che spazia sul dominio di tutte le entità) o che, se vi è un quantificatore non-ristretto, quel quantificatore esprime qualcosa di meno fondamentale di ciò che è espresso dai quantificatori ristretti. La minore fondamentalità del quantificatore non-ristretto accettato dai sostenitori di (MOA) può essere intesa affermando, appunto, che l’istanziazione di E* è equivalente soltanto all’istanziazione di una proprietà meramente disgiuntiva o E* è identica a una proprietà meramente disgiuntiva e che ogni proprietà meramente disgiuntiva (o ogni proprietà la cui istanziazione è equivalente soltanto all’istanziazione di una proprietà meramente disgiuntiva) è meno fondamentale di una proprietà non-meramente disgiuntiva (o di ogni proprietà la cui istanziazione non è equivalente soltanto all’istanziazione di una proprietà meramente disgiuntiva).

  • 4 Per un’analisi dettagliata delle forme di pluralismo ontologico (in senso lato), cfr. Eklund 2006.

17In tal senso, alcuni pluralisti ontologici affermano che i quantificatori ristretti spaziano su domini di entità relativi a particolari regioni spazio-temporali (tipicamente, quando affermo che non c’è birra, non affermo che non c’è birra nel mondo, ma soltanto che non c’è birra in qualche regione del mondo, per esempio nel mio frigo) (Lewis 1986) o relativi a un particolare mondo possibile, per esempio il mondo attuale (è vero che non ci sono unicorni se e solo se è vero che, nel mondo attuale, non ci sono unicorni, non che in nessun mondo possibile ci sono unicorni) o, ancora, relativi ai particolari schemi concettuali o linguistici di coloro che si esprimono utilizzando quei quantificatori (per esempio, Hirsch 2011)4.

18In senso stretto, tuttavia, i pluralisti ontologici che ammettono che ci sono diversi modi di esistere (come appunto Turner e McDaniel) ritengono che ogni quantificatore ristretto spazi solo e soltanto su entità caratterizzate da un certo modo di esistere. Per esempio, si può pensare che vi siano due quantificatori ∃O e ∃P e che ∃O spazi soltanto sulle entità caratterizzate dal modo di esistere tipico degli oggetti (esistere in quanto oggetto), mentre ∃P spazi soltanto sulle entità caratterizzate dal modo di esistere tipico delle proprietà (esistere in quanto proprietà). In aggiunta, il quantificatore non-ristretto che esprime l’essere in generale (∃*) sarebbe meno fondamentale di ∃O e ∃P, in quanto non esprimerebbe altro che esistere in quanto oggetto o (aut) esistere in quanto proprietà e il suo dominio non sarebbe altro che l’unione dei domini di ∃O e ∃P (posto che vi siano soltanto due quantificatori ristretti): poiché le entità di uno dei due domini non hanno alcuna somiglianza con le entità dell’altro dominio quanto al loro modo di esistere, ∃* sarebbe meno fondamentale di ∃O e ∃P. È pur vero che McDaniel 2010b difende la possibilità che “essere” si predichi in modo analogo (e non semplicemente equivoco) di entità caratterizzate da diversi modi di esistere (per esempio, delle entità esistenti temporalmente e di quelle che non esistono temporalmente), ma resta da dimostrare la validità di questa tesi per tutti i modi di esistere.

19I pluralisti ontologici di quest’ultimo gruppo possono risolvere piuttosto agevolmente, almeno da un certo punto di vista, il problema della mera disgiunzione (PMD) e il problema dell’informatività (PI). In effetti, essi possono sostenere che ciò che caratterizza gli esistenti di un certo tipo non è semplicemente una proprietà meramente disgiuntiva, ma qualcosa che fonda una somiglianza tra tutti e soltanto gli esistenti di quel tipo: l’esistere in quanto oggetti è diverso dall’esistere in quanto proprietà e tutti gli oggetti, esistendo come oggetti (e non come proprietà), si somigliano in virtù del loro modo di esistere.

20Il problema dell’informatività (PI) può essere risolto introducendo un raffinato apparato di modi di esistere e sostenendo che, nel dominio di un qualche quantificatore ristretto (per esempio, ∃OC, che spazia soltanto sugli oggetti concreti), non c’è un’entità identica a Sherlock Holmes:

(1OP) ~∃OCx(x = Sherlock Holmes)

21Se il pluralista ontologico accetta (attualismo), inoltre, egli potrà asserire che, nel dominio di un altro quantificatore ristretto (per esempio, ∃OA, che spazia soltanto sugli oggetti astratti), c’è un’entità identica a Sherlock Holmes. Pertanto, se il pluralista ontologico sostiene che

(POA) vi è più di un modo di essere (o di esistere), l’essere in generale è meno fondamentale di ciascun modo di essere e non vi sono entità che non hanno almeno un modo di essere (o di esistere),

l’interpretazione più appropriata delle condizioni di verità di (1) sarà:

(1OPA) ~∃OCx(x = Sherlock Holmes) & ∃OAx(x = Sherlock Holmes)

22Si potrà tradurre certamente qualsiasi soluzione attualista al problema delle condizioni di verità di (1) nei termini del pluralismo ontologico. Si potrà parlare, per esempio, del modo di esistere delle proprietà istanziate, diverso dal modo di esistere delle proprietà non-istanziate, o del modo di esistere degli oggetti appartenenti a qualche genere naturale, diverso dal modo di esistere degli oggetti non appartenenti ad alcun genere naturale, e così via.

3. …e i suoi problemi

23Il pluralista ontologico è, in genere, un attualista: egli non ritiene che vi siano entità che non esistono, in un modo o nell’altro. A proprio vantaggio, egli può asserire che il pluralismo ontologico consente di risolvere il problema della mera disgiunzione (PMD). Tuttavia, come abbiamo già notato, il monista ontologico attualista può rispondere che, dal suo punto di vista, ciò che è espresso dal quantificatore non-ristretto è proprio il fatto che tutte le entità su cui spazia quel quantificatore sono dotate di condizioni di identità, sicché il problema della mera disgiunzione (PMD) può essere risolto senza accettare il pluralismo ontologico. Occorre capire, tuttavia, come questo possa contribuire a una buona teoria dell’esistenza: esistere significa semplicemente essere dotati di condizioni di identità? Come può accadere, allora, che enunciati come (1) non siano resi veri esclusivamente dall’essere sprovvisto di condizioni di identità da parte di Sherlock Holmes – come ammettono molti quineani, van Inwagen in primis? D’altronde, se essi sono resi veri dalla mancanza di condizioni di identità per Sherlock Holmes, cosa fonda la verità di enunciati come (4)? Da un lato, dunque, il monista ontologico attualista può ribattere che l’esistenza in generale non è una proprietà meramente disgiuntiva. Dall’altro, il pluralista ontologico attualista – supportato dai teorici non-attualisti – può replicare a propria volta che l’esistenza in generale – intesa, per esempio, come l’essere dotati di condizioni di identità – ha poco a che fare con l’esistenza di Obama e con la non-esistenza di Sherlock Holmes, così come è espressa da (1) e (2). Stallo.

24In secondo luogo, il pluralista ontologico attualista utilizza una strategia fondata sullo “scambio” di modi di essere per rendere ragione degli esistenziali negativi (per esempio Sherlock Holmes non ha il modo di esistere degli oggetti concreti, ma ha quello degli oggetti astratti). La stessa strategia, però, può essere espressa nel linguaggio del monista ontologico attualista, senza utilizzare quantificatori ristretti né i corrispettivi modi di esistere (Sherlock Holmes non è un oggetto concreto, ma è un oggetto astratto). Più in generale, ogni particolare soluzione al problema dei fattori di verità per gli esistenziali negativi deve essere difesa indipendentemente dal fatto che sia espressa nel linguaggio del monista ontologico attualista o in quello del pluralista ontologico attualista. Qual è il vantaggio dei sostenitori di (POA)?

25In aggiunta, ritengo che il pluralismo ontologico attualista sia afflitto da alcuni problemi più specifici: il problema della ridondanza (PR), il problema determinato-determinabile (PDD), il problema dell’overlap (PO), quello dell’economia (PE), il problema della restrizione (PRZ) e, da ultimo, quello della quantificazione sui modi di essere (PQM).

26Il problema della ridondanza (PR) è strettamente connesso alle osservazioni riportate precedentemente. Se il linguaggio del monista ontologico attualista è sufficiente a esprimere cosa significa esistere in quanto oggetto o esistere in quanto proprietà (affermando, per esempio, che ogni proprietà dipende per la propria esistenza dalla sua istanziazione da parte di qualche oggetto) e se tale linguaggio può esprimersi a tal scopo senza ricorrere ai modi di esistere (affermando semplicemente, per esempio, che ogni proprietà dipende per la propria esistenza da qualche oggetto che la istanzia), a cosa serve introdurre i modi di esistere? Quale nuova informazione sul mondo può essere introdotta parlando del modo di esistere in quanto proprietà, che non possa già essere introdotta senza parlare di quel modo di esistere?

27In secondo luogo, sembra che alcuni modi di esistere possano situarsi tra loro in un rapporto determinato-determinabile. Per esempio, esistere in quanto oggetto astratto e esistere in quanto oggetto concreto, se vi sono solo oggetti astratti e concreti, sono determinati del determinabile esistere in quanto oggetto. In tal caso, vi sono tre modi di esistere o soltanto due (PDD)? McDaniel 2010b risponde che i modi di esistere stanno tra loro in rapporti di analogia, e non di determinato-determinabile. Resta da dimostrare, tuttavia, che ciò valga per tutti i modi di esistere.

28In terzo luogo, nella formulazione di McDaniel, alcune entità sembrano avere più di un modo di esistere. In altri termini, i domini di differenti quantificatori ristretti sembrano sovrapporsi – sia pure parzialmente. Per esempio, le sostanze godono di un modo di esistere “assoluto”, mentre gli attributi godono di un modo di esistere inerente a sostanze. In aggiunta, vi sono sostanze che godono del modo di esistere temporale e sostanze che godono del modo di esistere non-temporale. Ora, ogni sostanza può dunque godere di due modi di esistere (assoluto e temporale o assoluto e non-temporale) oppure può godere di un solo modo di esistere (assoluto-temporale o assoluto-non-temporale)? Più in generale, come si può stabilire quali domini dei quantificatori ristretti si sovrappongono – sia pure parzialmente – e quali non si sovrappongono?

29Il problema dell’overlap è parte di un problema più vasto: quello dell’individuazione dei modi di esistere e dell’economia nella loro individuazione (PE). Quali caratteristiche di un’entità sono sufficienti a implicare la sua appartenenza a un certo modo di esistere e quali, invece, non implicano tale appartenenza? Consideriamo l’esistenza temporale. Perché è necessario asserire che alcune entità esistono temporalmente e altre esistono atemporalmente, sicché vi sono due modi di esistere distinti tra loro? Non si potrebbe affermare, al contrario, che, tra tutte le entità che esistono, alcune sono collocate in certi istanti temporali (e non in altri) e altre non sono collocate in alcun istante temporale o sono collocate in tutti gli istanti temporali? Perché dovremmo rigettare quest’ultima interpretazione deflazionista rispetto ai modi di esistere e asserire che la differenza tra i due tipi di identità è una differenza nella loro esistenza?

30I problemi rimanenti possono essere sinteticamente esposti a partire da un esempio. Immaginiamo un pluralista O.P.1 che ritiene che vi siano soltanto due modi di esistere, rispettivamente E1 e E2. Se O.P.1 non è un superpluralista ontologico (cioè un sostenitore della tesi per cui vi sono diversi modi, egualmente legittimi, di essere un pluralista ontologico – Caplan 2011), egli vorrà asserire che è vero che

(5) E1 e E2 sono i soli modi di esistere.

31Per far questo, egli sarà anzitutto costretto a quantificare su modi di esistere (contra McDaniel, che ritiene che i modi di esistere non siano entità) e a introdurre un modo di esistere dei modi di esistere. Vi è un solo modo di esistere dei modi di esistere o più di uno – dato che alcuni modi di esistere sembrano somigliarsi – problema della quantificazione sui modi di essere (PQM)? E il modo di esistere dei modi di esistere ha a propria volta un modo di esistere differente da se stesso? Non lo sappiamo. Del resto, sembra necessario quantificare su modi di esistere, dal momento che la tesi (POA) asserisce proprio che vi è più di un modo di esistere, etc.

32Seguendo Turner 2010, O.P.1 può esprimere logicamente la propria tesi come segue:

(5a) ∀1x(∃1y(y = x) V ∃2y(y = x)) & ∀2x((∃1y(y = x) V ∃2y(y = x))

(laddove ∀1, ∀2 e i corrispondenti quantificatori esistenziali spaziano solo e soltanto, rispettivamente, sulle entità che hanno E1 e sulle entità che hanno E2). Sfortunatamente, un altro pluralista ontologico O.P.2 può ritenere che vi sia anche un terzo modo di esistere E3 e che sia vero che

(6) E1 e E2 e E3 sono i soli modi di esistere,

espresso logicamente da:

(6a) ∀1x(∃1y(y = x) V ∃2y(y = x) V ∃3y(y = x)) & ∀2x(∃1y(y = x) V ∃2y(y = x) V ∃3y(y = x)) & ∀3x(∃1y(y = x) V ∃2y(y = x) V ∃3y(y = x))

(5a) non implica da sé la falsità di (6a). O.P.1, dunque, dovrà dire qualcosa in più per asserire nel proprio linguaggio che è falso che (6a): dal suo punto di vista, infatti, vi sono solo E1 e E2. Affinché uno dei congiunti di (6a) risulti falso (l’ultimo), occorre almeno affermare che non c’è alcuna entità su cui spazia il quantificatore associato a E3 o che ci sono entità (quelle su cui spazia E3), che non hanno alcun modo di esistere, poiché non vi è alcun modo di esistere come E3. Nel primo caso, tuttavia, il linguaggio utilizzato da O.P.2 (contenente il quantificatore associato a E3) risulterà più espressivo del linguaggio utilizzato da O.P.1 e risulterà più espressivo proprio per rendere in forma logica la tesi di O.P.1. Nel secondo caso, invece, O.P.1 dovrà accettare una contraddizione o utilizzare un quantificatore sospettosamente meinonghiano, negando la tesi (OPA), per la quale non ci sono entità che non hanno alcun modo di esistere. Si noti che O.P.1 non potrà esprimere la propria tesi ricorrendo al quantificatore non-ristretto: in tal caso, infatti, il quantificatore non-ristretto dovrebbe essere utilizzato per esprimere qualcosa di metafisicamente fondamentale, contra il pluralismo ontologico. Questo è il primo aspetto del problema della restrizione (PRZ).

33O.P.1 – che immaginiamo essere un fervente attualista – potrà concedere di dover utilizzare il quantificatore ristretto associato a E3 e definire la propria tesi congiungendo (5a) e

(non-6a) ∀3x(E1x E2x)

34La tesi (5), allora, dovrà essere resa logicamente da

(5b) ∀1x(∃1y(y = x) V ∃2y(y = x)) & ∀2x((∃1y(y = x) V ∃2y(y = x)) & ∀3x(E1x V E2x)

35O.P.1, tuttavia, potrà incontrare un terzo pluralista ontologico O.P.3 per il quale è falso che (6) ed è falso che (5). Secondo O.P.3, infatti, vi sono solo tre modi di esistere, ma essi sono E1, E2 e E4. Per difendere la propria tesi, allora, O.P.1 dovrà introdurre un ulteriore congiunto, asserendo che, per ogni entità su cui spazia il quantificatore associato a E4, quell’entità ha in realtà il modo di esistere E1 o (aut) il modo di esistere E2. Dato che non vi è un criterio per stabilire di quanti modi di esistere si possa parlare, il discorso potrebbe proseguire all’infinito e O.P.1 non sarebbe mai in grado di esprimere adeguatamente la propria tesi. Questo è il secondo aspetto del problema della restrizione (PRZ).

4. Un pizzico di Meinong

36In queste osservazioni conclusive, desidero anzitutto evidenziare brevemente i vantaggi di un approccio che nega la verità di (attualismo) non vi sono entità che non esistono.

37La negazione di (attualismo) è tipicamente associata a filosofie di ispirazione meinonghiana o neo-meinonghiana, anche se non è certamente necessario accettare tutte le tesi di Meinong o dei neo-meinonghiani per negare la verità di (attualismo). In primo luogo, si potrà ritenere che il quantificatore non-ristretto esprima una somiglianza oggettiva tra entità – per esempio, il fatto che ogni entità è dotata di condizioni di identità –, ma che tale somiglianza non implichi alcunché rispetto all’esistenza o al modo di esistere di quelle entità. Non vi è, in sintesi, un’esistenza in generale, identica a una proprietà meramente disgiuntiva o la cui istanziazione è equivalente soltanto all’istanziazione di una proprietà meramente disgiuntiva. D’altro canto, ciò che è espresso dal quantificatore non è una proprietà meramente disgiuntiva o non è una proprietà la cui istanziazione è equivalente soltanto all’istanziazione di una proprietà meramente disgiuntiva. Il problema della mera disgiunzione (PMD), dunque, può essere risolto affermando semplicemente che: ciò che è espresso dal quantificatore non-ristretto non è una mera disgiunzione, né, se si tratta di una proprietà, la sua istanziazione è equivalente soltanto all’istanziazione di una proprietà meramente disgiuntiva. Tuttavia, ciò che è espresso dal quantificatore non-ristretto non è l’esistenza delle entità su cui spazia quel quantificatore.

38In aggiunta, in questo approccio meinonghiano (o semi-meinonghiano), il problema dell’informatività (PI) può essere risolto aggiungendo che, tra tutte le entità, alcune, ma non tutte le entità istanziano la proprietà di esistere. Nei confronti del problema della mera disgiunzione (PMD) e del problema dell’informatività (PI), dunque, l’approccio meinonghiano (o semi-meinonghiano) sembra preferibile rispetto all’approccio attualista. Questa è la prima conclusione che mi sembra di poter trarre dalla nostra discussione.

39Occorre notare, poi, che l’approccio meinonghiano (o semi-meinonghiano) può essere declinato sia per rendere ragione del monismo ontologico, che per rendere ragione del pluralismo ontologico: si può pensare, infatti, che vi sia un solo modo di esistere (una sola proprietà di esistere) che caratterizza alcune, ma non tutte le entità, o che vi siano più modi di esistere (differenti proprietà di esistere) che caratterizzano differenti tipi di entità. In ogni caso, non è necessario affermare che tutte le entità godono di un qualche modo di esistere.

40Il pluralista ontologico meinonghiano, poi, potrà affermare che i vari modi di esistere sono più fondamentali di ciò che è espresso dal quantificatore non-ristretto, almeno sotto certi rispetti (per esempio, per rendere ragione dell’esistenza di un’entità, del fatto che un’entità possa istanziare o meno proprietà existence-entailing, etc.).

41Consideriamo ora il problema della quantificazione sui modi di esistere (PQM). Non sarà necessario ritenere che i modi di esistere godano di un qualche modo di esistere solo per il fatto che quantifichiamo su essi. Il quantificatore non-ristretto, infatti, potrà spaziare sui modi di esistere, senza implicare alcunché sulla loro esistenza o sul loro modo di esistere. Il problema della restrizione (PRZ) potrà essere risolto a sua volta utilizzando il quantificatore non-ristretto e quantificando sui modi di esistere: il nostro O.P.1, quando sposerà il pluralismo ontologico meinonghiano, potrà semplicemente ritenere che, per ogni entità su cui spazia il quantificatore non-ristretto, se quell’entità è un modo di esistere, allora essa è identica a E1 o (aut) è identica a E2. O.P.2 potrà negare questa tesi, affermando che, per ogni entità su cui spazia il quantificatore non-ristretto, se quell’entità è un modo di esistere, allora essa è identica a E1 o (aut) è identica a E2 o (aut) è identica a E3. O.P.3 potrà compiere una mossa simile per esprimere la propria tesi. D’altro canto, il pluralista ontologico attualista non può utilizzare il quantificatore non-ristretto in questo senso: la sua esistenza in generale, espressa da quel quantificatore, non può essere invocata per esprimere qualcosa di fondamentale, come il fatto che vi siano soltanto due modi di esistere, pena la negazione del pluralismo ontologico.

42La seconda conclusione di questo articolo, dunque, è che un pluralismo ontologico meinonghiano è preferibile a un pluralismo ontologico attualista, giacché il primo può far fronte al problema della quantificazione sui modi di esistere (PQM) e al problema della mera restrizione (PRZ), a differenza del secondo.

43Restano da indagare gli altri problemi: quello della ridondanza (PR), quello del determinato-determinabile (PDD), quello dell’overlap (PO) e il problema dell’economia (PE). Questi problemi sorgono dalla difficoltà di individuare i modi di essere e di stabilire le loro relazioni. Il pluralista ontologico meinonghiano non sembra avere alcun vantaggio sul collega attualista. Certamente, egli può asserire che, dal suo punto di vista, non vi è alcun bisogno di “fare economia” su ciò che ha condizioni di identità, mentre vi è il bisogno di “fare economia” su ciò che esiste. Poiché i modi di esistere non hanno alcun modo di esistere, si potrà abbondare – almeno in qualche misura – nel definire il loro numero. Non credo, tuttavia, che questa soluzione possa costituire una risposta adeguata ai problemi menzionati: numerosi modi di esistere possono essere individuati, ma non è affatto chiaro il “lavoro” ontologico che essi sono chiamati a svolgere in aggiunta a quello già svolto da entità che non sono modi di esistere.

44La terza conclusione di questo articolo, dunque, è che il pluralismo ontologico meinonghiano deve fronteggiare alcuni problemi che connotano il pluralismo ontologico in quanto tale e che il monismo ontologico meinonghiano non presenta.

45In sintesi, ritengo che il pluralismo ontologico meinonghiano sia più plausibile del pluralismo ontologico attualista – anche se occorre concedere che il quantificatore non-ristretto esprime una comunanza tra entità, sia pure non connessa alla loro esistenza. Nondimeno, il monismo ontologico meinonghiano mi sembra preferibile rispetto al pluralismo ontologico meinonghiano, in virtù di alcuni problemi che connotano il pluralismo ontologico in quanto tale. Infine, richiamando il problema della mera disgiunzione (PMD) e il problema dell’informatività (PI), credo che il monismo ontologico meinonghiano presenti maggiori vantaggi del monismo ontologico attualista. Delle quattro posizioni esaminate in questo articolo, pertanto, e rispetto ai problemi qui indagati, il monismo ontologico meinonghiano è presumibilmente la posizione migliore.

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Note

1 Utilizzo qui le parentesi quadre [ ] per distinguere le proposizioni dagli enunciati.

2 L’utilizzo della disgiunzione forte aut è motivato dal fatto che, nel quadro che ho descritto, le categorie di oggetti e proprietà sono categorie ontologiche fondamentali e esclusive: nessun oggetto può essere una proprietà e nessuna proprietà può essere un oggetto. Per questo motivo, l’utilizzo della disgiunzione debole vel non avrebbe espresso pienamente cosa significhi essere un’entità in quanto oggetto o proprietà.

3 Cfr., ad esempio, Lewis 1983.

4 Per un’analisi dettagliata delle forme di pluralismo ontologico (in senso lato), cfr. Eklund 2006.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Michele Paolini Paoletti, «Attualismo, pluralismo ontologico e meinonghismo»Rivista di estetica, 59 | 2015, 149-162.

Notizia bibliografica digitale

Michele Paolini Paoletti, «Attualismo, pluralismo ontologico e meinonghismo»Rivista di estetica [Online], 59 | 2015, online dal 01 août 2015, consultato il 22 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/348; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.348

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