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Il valore intrinseco della biodiversità

Limiti e potenzialità
Matteo Andreozzi
p. 129-148

Abstract

Il principale scopo di questo articolo è esplorare la legittimità e le implicazioni dell’ascrizione di valore intrinseco alla biodiversità. Svariati problemi ambientali stanno seriamente mettendo in crisi l’idea tradizionale secondo la quale la comunità morale dovrebbe essere ristretta ai soli esseri umani. In tale contesto, la ricerca filosofica è chiamata a una stimolante quanto urgente analisi della nozione di “biodiversità”. Tuttavia, alcuni eticisti ambientali continuano ad affermare che la biodiversità non abbia valore intrinseco. In questo contributo mostro che il concetto di “valore intrinseco” ha diversi significati, a seconda che le sue basi siano epistemologiche, ontologiche, assiologiche o normative. Sostengo dunque che, mentre la biodiversità non ha valore di per sé (in its own right), in sé (in itself), o per sé (for its own sake), può esser considerata avere un valore in quanto tale (as such). Sostengo inoltre che ascrivere un valore intrinseco alla biodiversità permette una riconciliazione autentica tra gli interessi antropocentrici e il bisogno di estendere la comunità morale oltre l’umanità.

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Testo integrale

1. Etica e ambiente. Un breve inquadramento storico e teorico

  • 1 Andreozzi 2012a; Bartolommei 2012: 14-15; Warren 1997: 90-121.
  • 2 Warnock 1971; Magni 2011: 120.
  • 3 Per una panoramica, si veda Andreozzi 2012b.
  • 4 Iovino 2004: 25.

1L’etica tradizionale ha a lungo ristretto la propria riflessione alle sole persone, individui dotati (di fatto o in potenza) di capacità quali ragione, giudizio, deliberazione, decisione e volontà1. Lo status di persona, un tempo ristretto ai maschi bianchi, adulti e pienamente sviluppati, è stato nel corso dei secoli sempre più esteso. Ciononostante, quasi mai è stata messa in discussione la necessità di mantenere la comunità morale ristretta alla sola sfera umana. All’interno della filosofia occidentale, la sostanziale coincidenza tra i possibili destinatari delle azioni moralmente giudicabili (i cosiddetti “pazienti morali”) e gli esseri umani ha infatti storicamente impedito all’etica di espandere i propri interessi normativi oltre le comunità umane2. Nel corso degli ultimi cinquant’anni, tuttavia, la nascita di una disciplina denominata “etica ambientale” ha dato avvio a un’inedita ricerca dei criteri che dovrebbero regolare il nostro rapporto con la natura non-umana3. Ciò che ha massimamente contribuito a fare nascere quest’ambito di studi è stata una trasformazione dell’immagine stessa di natura, da essenza metafisica a luogo di processi evolutivi che accomunano tutto il vivente; da sfondo dell’attività umana a intreccio di sistemi di relazioni dinamiche che investono e coinvolgono tutte le entità naturali; da realtà meccanica e inerte, separata dalla soggettività umana, a contesto in cui esistono numerosi soggetti senzienti, anche non-umani. Di cruciale importanza, in definitiva, è stato lo spostamento avvenuto dal concetto di “natura” a quello di “ambiente”: uno slittamento di significato di cui la riflessione filosofica, nel proprio interrogarsi sul mondo naturale, ha gradualmente preso coscienza4.

  • 5 Elliot 1985: 103.

2Nel proprio invito a riscrivere – senza annullare – i confini tra umano e non-umano, con la fondamentale e inedita intenzione di proteggere l’ambiente ponendo dei limiti alle nostre azioni, l’etica ambientale si rende oggi tanto ampia da coinvolgere nelle proprie riflessioni non soltanto quel particolare tipo di etica applicata all’ambiente, ma anche la metaetica e l’etica normativa, nel loro complesso. Poiché le diverse dottrine dell’etica tradizionale sono tutte essenzialmente interumane, affinché l’etica ambientale possa dirsi applicabile all’ambiente è prima necessario rimettere in discussione, in una prospettiva più vasta, categorie e giudizi che coinvolgono (e in un certo senso stravolgono) tutta l’etica, nella sua totalità. Ancor più prioritario è però stabilire, da un punto di vista metaetico, quali siano i fondamenti più coerenti a partire dai quali la disciplina può fissare i criteri di una giusta condotta. Muovendo dall’acquisita consapevolezza della necessità di estendere i confini della comunità morale, l’etica ambientale non può non prendere le mosse dal chiedersi quali altre entità, oltre all’ideale di essere umano paradigmatico, possiedano uno status morale, ma non può neanche attribuire tale status senza chiedersi in base a quali valori morali esso possa essere difeso. A maggior ragione, dunque, sembrerebbe che essa non possa cercare di affrontare i problemi etico-normativi che la caratterizzano senza prima avere stabilito quali siano i propri fondamenti metaetici5.

2. Estendere il “cerchio della morale”. Una priorità metaetica

  • 6 Norton 1995: 343; Morito 2003; Callicott and Frodeman 2009: XXI.

3È proprio all’interno del dibattito metaetico che si situa il problema della ricerca di ciò che viene da molti definito il “Sacro Graal” dell’etica ambientale: una plausibile e difendibile teoria non-antropocentrica del valore intrinseco6.

  • 7 Jamieson 2008: 69.

Cos’è il valore intrinseco? Il valore intrinseco è il sistema aureo [gold standard] della morale. Così come l’oro è l’unità di misura ultima del sistema monetario, il valore intrinseco è l’unità di misura ultima dei valori morali. Tanto nel caso del sistema monetario quanto in quello della morale, ciò che possiede valore lo possiede in virtù delle proprie relazioni con ciò che è l’unità di misura ultima7.

  • 8 Ibidem: 68.
  • 9 Rodman 1976: 316-317.
  • 10 Singer 1981: 120-121; Rolston 1975: 163.

4Come sottolinea Dale Jamieson, per quanto sia tra le meno discusse e indagate all’interno dell’etica, la nozione di “valore intrinseco” rappresenta probabilmente «la più importante nozione morale» (2008: 68). Essa, ricordano Toni Rønnow-Rasmussen e Michael Zimmerman, si trova anzi per tradizione «al centro di ogni teoria morale» (2005: XIII). All’interno dell’etica ambientale, la centralità del concetto è poi indiscutibile: il problema relativo a quali entità siano dotate di tale valore e cosa ciò comporti dal punto di vista morale si configura probabilmente come il più interessante e affascinante problema dell’intera disciplina8. Ciò che l’etica ambientale sembra infatti avere mostrato in modo ormai quasi inconfutabile è che la classica struttura argomentativa della riduzione del valore intrinseco ai soli esseri umani, oltre a essere ingiustificata, è anche incapace di attribuire valore intrinseco a tutti gli esseri umani – sarebbero per esempio esclusi dallo status di paziente morale tutti quegli esseri umani che vengono solitamente detti “casi marginali”, come i neonati, certi soggetti diversamente abili, gli individui in stato di coma o in stato vegetativo e, in generale, tutti i soggetti temporaneamente o definitivamente privi, o comunque non in pieno possesso, degli attributi che sono soliti caratterizzare quello status di persona che ha a lungo rappresentato il caso paradigmatico di paziente morale9. La sfida aperta dall’etica ambientale si mostra allora, in questo senso, non soltanto come il bisogno di trovare un nuovo paradigma concettuale, ma anche come l’esigenza di individuare un nuovo caso paradigmatico di paziente morale dotato di valore intrinseco. Un caso paradigmatico che, articolandosi attorno a una seria riconsiderazione del concetto di valore intrinseco, non sia solo capace di estendere il “cerchio della morale” fino a includere i casi marginali, l’umanità globale e quella futura tra i destinatari diretti delle nostre disposizioni morali, ma renda tutt’altro che implausibile l’esigenza di rispettare, direttamente o indirettamente, anche entità, insiemi e processi di natura non-umana10.

  • 11 Battaglia 2012: 123-128.
  • 12 Andreozzi 2015.

5Agli inizi degli anni Settanta l’etica dimostrava di possedere un raggio d’azione spazialmente, temporalmente e ontologicamente limitato11. I giudizi morali erano infatti condizionati da criteri di applicabilità quali la vicinanza (affettiva, fisica e ontologica), la contemporaneità e la reciprocità: coordinate che si rivelavano almeno in parte inadeguate a fronteggiare i nuovi problemi di ordine etico che le scoperte e le rilevazioni scientifiche più recenti andavano ponendo. La sempre più dettagliata descrizione di fenomeni quali la scarsità delle risorse; i cambiamenti climatici; la sofferenza di tutti gli animali non-umani utilizzati per fini umani; l’inaudita velocità di estinzione di numerose specie e la sua connessione con l’attività antropica; la compromissione permanente di un vasto numero di ecosistemi; e uno stato di scarsa “salute” generale del pianeta Terra rendeva infatti urgente il bisogno di ridimensionare il dominio umano sulla natura, assumendo limitazioni volontarie alla nostra capacità di manipolare e modificare l’ambiente. Iniziò dunque a essere avvertito come sempre più urgente il bisogno di estendere i limiti della comunità etica in almeno cinque direzioni: (1) oltre lo spazio dei confini geografici che delimitano gli esseri umani a noi più vicini, espandendosi fino all’intero villaggio globale del mondo contemporaneo; (2) oltre il tempo presente, verso le generazioni umane – non solo immediatamente – future; (3) oltre la specie umana, verso i diversi componenti essenziali del mondo naturale non-umano, che proprio il concetto di ambiente consentì per la prima volta di prendere in considerazione; (4) oltre la soggettività senziente posseduta da alcune forme di vita animali (principalmente i mammiferi); e persino (5) oltre l’individualità dei singoli enti naturali, fino a includere le specie, i processi evolutivi, i sistemi ecologici e l’intero pianeta Terra12.

3. Oltre l’individualità. I valori della biodiversità

  • 13 Singer 1975; Regan 1983; Taylor 1986.
  • 14 Vilkka 1995: 120-143.

6Sulla possibilità di allargare lo status di paziente morale oltre le cinque dimensioni appena menzionate vi è ancora oggi un grande disaccordo tra i diversi autori occupatisi di etica ambientale. Particolarmente problematico, tuttavia, è soprattutto il possibile superamento della dimensione relativa all’individualità dei singoli enti naturali. Se l’obiettivo è tutelare la natura dallo strapotere umano, fin dove è necessario e lecito estendere la comunità morale? Chi o cosa può ragionevolmente dirsi dotato di valore intrinseco? Molti dei più tradizionali argomenti portati in difesa del valore intrinseco degli esseri umani consentono abbastanza agevolmente di supportare l’attribuzione dello status di paziente morale anche all’umanità globale, alle generazioni future e a quantomeno alcune entità non-umane. Se si definisce l’umano stabilendo una serie di peculiarità molto restrittive, infatti, si possono includere nella comunità morale soltanto certi esseri umani. Se, invece, al fine di includere tra i pazienti morali anche i già menzionati “casi marginali”, si accoglie il valore intrinseco di proprietà molto più vaste, quali la cognitività, la sensitività o l’essere in vita, questi stessi criteri non sono sufficientemente restrittivi per escludere dalla comunità morale molti altri enti naturali non-umani13. Molto diverso, ed estremamente più problematico, è tuttavia parlare del valore intrinseco di entità sovraindividuali prive di simili caratteristiche, quali le specie, i processi evolutivi, i sistemi ecologici o l’intero pianeta Terra. In quest’ultima circostanza, infatti, il cosiddetto “estensionismo morale” – processo tramite cui si conferisce lo status di paziente morale a tutte le entità che dimostrano di possedere le appena menzionate proprietà14 – si rivela insufficiente: non si tratta di fare perno su peculiarità che sono già riconosciute essere di valore intrinseco, ma di individuare nuove istanze di tale valore.

  • 15 Heise 2010.
  • 16 Harrison, Laverty and Sterling 2002.
  • 17 Ibidem; Takacs 1996; Perlman and Adelson 1997; Laverty, Sterling and Johnson 2002.
  • 18 Il valore spirituale è inteso come un valore che, una volta attribuito o riconosciuto, consente all (...)

7All’interno di questo ambito di discussione, uno dei dibattiti maggiormente accessi riguarda l’ipotetico valore intrinseco della biodiversità. La parola “biodiversità” è un calco dall’inglese “biodiversity”, un termine (contrazione di “biological diversity”) coniato soltanto verso la metà degli anni ’80 del secolo scorso. Nell’arco di meno di tre decadi la nozione di “biodiversità” è passata dall’essere prettamente scientifica al venire utilizzata come uno dei più efficaci slogan politici volti a promuovere un maggiore rispetto nei confronti della natura15. Nella terminologia scientifica, il concetto di “biodiversità” affonda le proprie radici all’interno di discipline quali la genetica, la biologia evoluzionistica e l’ecologia, ed è proprio perciò stato capace di unire tra loro almeno tre diversi livelli di diversità: quella genetica, quella delle specie e quella degli ecosistemi16. In tutti questi livelli, infatti, varietà, complessità ed eterogeneità sono aspetti essenziali dei processi vitali. Il termine “biodiversità”, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, è però stato anche capace di raggruppare all’interno di un unico nuovo nome una serie di problemi ambientali prima quantomeno apparentemente tra loro scollegati, quali la conservazione di aree di natura incontaminata, l’estinzione di massa delle specie, la preservazione dei patrimoni genetico-evolutivi o il timore di una catastrofe globale. Proprio in virtù di ciò, la biodiversità è stata rapidamente considerata depositaria di una vasta pluralità di valori17. Oltre che del suo valore scientifico ed economico, si è infatti presto iniziato a discutere anche dei suoi valori estetico, culturale, ricreativo, spirituale e trasformativo18. Sono tuttavia questi dei valori intrinseci? Nessuno di essi pare essere (concettualmente e fattualmente) davvero indipendente da un qualche riferimento ai pazienti morali per i quali la biodiversità è effettivamente, seppure in diversi modi e misure, utile. Tale utilità acquista dunque rilevanza morale soltanto in riferimento alla necessità di rispettare, non la biodiversità stessa, ma gli esseri umani. Significa forse questo che la biodiversità è priva di valore intrinseco?

  • 19 Zink 1962; O’Neill 1992 e 2001; McShane 2007; Jamieson 2008: 68-75.

8Probabilmente incoraggiati dal fatto che il concetto di valore intrinseco è stato largamente utilizzato all’interno di svariate tradizioni filosofiche, gli autori che si sono occupati di etica (ambientale e non) hanno spesso ritenuto che la nozione fosse sufficientemente consolidata e non necessitasse perciò di ulteriori delucidazioni o giustificazioni. A un’attenta analisi, però, il significato del termine “valore intrinseco” possiede, purtroppo, una chiarezza soltanto illusoria. Ciò è vero a maggior ragione all’interno dell’etica ambientale, dove la varietà degli utilizzi di questa nozione è tale da generare un considerevole disorientamento. È infatti possibile distinguere almeno quattro possibili significati del termine, solitamente espressi tramite le seguenti forme lessicali: (1) in its own right, (2) in itself, (3) as such, e (4) for its own sake19. Considerato che, spesso, la letteratura di settore usa queste forme in modo intercambiabile per fare riferimento a un medesimo concetto – di valore intrinseco, appunto – è tutt’altro che facile chiarire quali siano le diverse accezioni del termine. Cercare di uscire da questa confusione tramite un’analisi comprensiva della nozione è dunque di centrale importanza per discutere dell’ipotetico valore intrinseco della biodiversità.

4. Per sé e in sé. Le diverse accezioni di valore intrinseco

  • 20 Jamieson 2008: 73.

9Poiché, all’interno della riflessione morale, si è soliti sostenere che un’entità è depositaria di valore intrinseco se è dotata di tale valore in sé e/o se lo possiede per sé, è possibile raggruppare le quattro accezioni del concetto suddividendo queste in due macro categorie metaetiche: (1-2) valore in sé e (3-4) valore per sé20. Queste due macro categorie contengono e rappresentano accezioni che non si escludono l’un l’altra ma che, anzi, in alcuni casi si intersecano. Esse devono essere tuttavia mantenute distinte, quantomeno su un piano teorico, in quanto relative a diverse tipologie di problemi di ordine filosofico. La prima riguarda questioni di epistemologia e di ontologia morale, mentre la seconda questioni di ordine primariamente assiologico. In questo senso, sebbene molti autori contrappongano il valore intrinseco a quello estrinseco, o facciano addirittura coincidere il valore estrinseco con quello strumentale, la distinzione tra valore in sé e valore per sé (e la relativa separazione tra piano epistemologico, ontologico e assiologico) ha il pregio di esplicitare i motivi per cui è del tutto possibile parlare (per esempio) sia di un valore estrinseco e intrinseco, sia di un valore intrinseco e strumentale. Nel primo caso si tratta infatti di un valore attribuito su basi (epistemologicamente) estrinseche a una proprietà considerata (assiologicamente o ontologicamente) intrinseca: un valore la cui esistenza dipende da un giudizio umano, il quale fa però riferimento a certe proprietà le quali sono indipendenti dal benessere o dalla stessa esistenza degli esseri umani (per esempio il valore della vita). Nel secondo si tratta invece di un valore (assiologicamente) strumentale (epistemologicamente) riconosciuto come (ontologicamente) intrinseco: un valore che, per quanto relativo all’utilità di una certa proprietà, esiste in modo indipendente dal giudizio umano (per esempio il valore di ciò che è edibile). È dunque proprio ricalcando la distinzione tra le due macro categorie sopra menzionate che, con particolare riferimento al dibattito esistente all’interno dell’etica ambientale, cercherò di chiarire in che termini sia lecito parlare del valore intrinseco della biodiversità.

4.1. “In its own right” e “in itself”. Il valore intrinseco come valore in sé

  • 21 Moore 1903: 24; Williams 1995: 82; Audi 1997: 249.
  • 22 Beardsley 1965: 6-8; Weston, 1985.

10Chiarire le condizioni epistemologiche e ontologiche in cui si danno valori intrinseci è un aspetto essenziale di ogni teoria del valore. La seppure ampiamente utilizzata dimostrazione dialettico-argomentativa dell’esistenza del valore intrinseco – in base alla quale si sostiene che, poiché esiste un qualcosa che ha valore strumentale, e poiché un valore strumentale è tale in virtù della sua capacità di condurre (prima o poi) a qualcosa di valore non-strumentale, esiste un qualcosa di valore intrinseco21 – è infatti di per sé insufficiente a supportare una teoria incentrata su questa tipologia di valori. Tale dimostrazione non chiarisce infatti le condizioni empiriche entro cui il valore intrinseco può dirsi concretamente esistente: essa ne difende l’esistenza sulla sola base della (comunque opinabile) impossibilità logica di un regresso infinito di rapporti meramente strumentali tra valori22. Una precisa presa di posizione in merito a tali condizioni è assunta da coloro i quali trattano il valore intrinseco come un valore in sé.

  • 23 Bartolommei 1995: 42.
  • 24 Callicott 1984; Norton 1987; Hargrove 1989.
  • 25 Norton 1984; Callicott 1986.
  • 26 Hargrove 1992; Elliott 1992.

11In generale, in merito all’esistenza dei valori è possibile distinguere almeno tre grandi correnti di pensiero23. Queste sono definibili soggettiva-intersoggettiva, oggettiva-relazionale e oggettiva-non-relazionale. Tre sono anche le possibili fonti dei valori cui queste correnti fanno riferimento: una o più soggettività valutanti, l’interazione tra soggetto e oggetto e lo stesso oggetto valutato. Alla posizione soggettiva-intersoggettiva corrisponde un atto di valutazione tramite cui si attribuisce valore, decretandone in un certo senso l’esistenza. In questo senso, affermare che un’entità è dotata di valore intrinseco significa soltanto sostenere che essa soddisfa alcuni requisiti epistemologicamente estrinseci per essere così valutata da una qualche soggettività24. I valori sono infatti solitamente intesi da questa posizione come l’espressione di inclinazioni, emozioni o comandi che, per quanto capaci di orientare e influenzare il comportamento morale, non possono mai essere né veri né falsi – o perché non esiste una verità o falsità oggettiva predicabile in ambito morale, o perché la verità o falsità dei valori morali è circolarmente fondata sulla presupposta esistenza di altri fatti morali25. Sebbene resti in questa circostanza ancora possibile – come si vedrà in seguito – parlare di valore intrinseco per sé, tale valore non può mai essere inteso anche come un valore in sé26. Perché ciò accada è infatti necessario che venga rispettata almeno una di due diverse tipologie di requisiti, le quali differenziano il valore in its own right da quello in itself.

  • 27 Moore 1903: 237 e 1922: 22.
  • 28 Beardsley 1965: 3-4; O’Neill 1992: 126-133; Vilkka 1995: 126-127; Dall’Agnol 2003: 78; McShane 2007 (...)
  • 29 Regan 1983; Taylor 1986; Rolston 1986.
  • 30 Regan 1981: 31; McShane 2007: 47-48.
  • 31 O’Neill 2001: 164-170.

12Se si adotta una posizione oggettiva-relazionale, parlare del valore intrinseco come di un valore che un’entità possiede in its own right implica che vengano soddisfatti requisiti ontologicamente intrinseci ed epistemologicamente estrinseci. Da una prospettiva oggettiva-non-relazionale, invece, parlare del valore intrinseco come di un valore che un’entità possiede in itself implica che vengano rispettati solamente requisiti ontologicamente intrinseci. In entrambe le circostanze vi è un necessario riferimento a proprietà intrinsecamente possedute da certe entità, e tale riferimento consente di discutere di tali valori come di un qualcosa che è sempre necessariamente o vero o falso, e della cui verità o falsità si può quindi argomentare o dibattere – poiché simili valori descrivono o corrispondo a fatti, essi sono veri se e soltanto se i fatti che essi pretendono di esprimere sono colti correttamente. Nel primo caso, tuttavia, il valore in sé è considerato dipendente da, o sopravveniente rispetto a, tali proprietà. Nel secondo si ritiene invece che esso coincida con tali proprietà. Il valore intrinseco in its own right non è dunque a sua volta una proprietà intrinseca delle entità, ma un fatto non-naturale il cui conferimento è conseguente a certi fatti naturali27. Si tratta di un valore non-naturale paragonabile a una qualità terziaria emergente da una relazione tra uno o più soggetti valutanti e alcune qualità primarie dell’oggetto valutato: un incontro tra un fatto naturale dotato di esistenza autonoma e una coscienza in grado di esperirlo, attribuendogli valore28. Un valore intrinseco in itself è invece contraddistinto da un atto di riconoscimento dei valori, i quali sono riconosciuti – e non attribuiti – in quanto fatti naturali preesistenti al nostro stesso atto di valutazione29. Si tratta dunque di un valore oggettivo e a priori, iscritto nelle entità da cui è posseduto fin da prima dell’arrivo di qualsiasi coscienza in grado di riconoscerlo, indipendente dalla nostra valutazione e presente in esse anche dopo l’eventuale scomparsa di ogni possibile soggetto valutante30. Si ha in questo caso a che fare con valori naturali paragonabili a qualità primarie in cui, all’interno della relazione tra soggetto valutante e oggetto valutato, è l’oggetto stesso a essere attivo e produttivo nel suscitare i valori esperiti dai valutatori31.

  • 32 Lewis 1946: VII, 366, 387, 405, 407.
  • 33 Moore 1903: 187, 1912: 27 e 1922: 260.

13Poiché trattare il valore intrinseco come un valore in sé significa adottare una delle due posizioni appena illustrate in merito all’esistenza dei valori (posizioni spesso accostate al cognitivismo e/o al realismo), ogni discussione in merito al valore che la biodiversità possiede in its own right o in itself non verte su proprietà o peculiarità della biodiversità in quanto biodiversità. Il dibattito interessa infatti questioni metaetiche e metafisiche più vaste che, in quanto riguardanti l’origine dei valori e le proprietà intrinseche da cui essi derivano o con cui essi coincidono, trascendono il dominio precipuo dell’etica ambientale. In quest’ottica, nulla – se non l’adozione di una posizione non-cognitivista e/o non-realista – dovrebbe dunque vietare a priori di parlare del valore intrinseco della biodiversità, se si intende questo come un valore in sé. La vera difficoltà non è però etica, ma ontologica. Ciò che è realmente problematico, infatti, è identificare nella biodiversità alcune proprietà intrinseche, uniche proprietà a cui sarebbe possibile attribuire un valore in its own right o in cui sarebbe possibile riconoscere un valore in itself. Affinché una certa proprietà possa dirsi intrinseca, essa deve essere del tutto indipendente da relazioni ontologiche estrinseche32. Una proprietà intrinseca dipende infatti dalla natura intrinseca dell’entità in questione: una natura che è sia ontologicamente indipendente dall’esistenza di altre entità, sia descrittivamente indipendente da ogni possibile riferimento ad altri concetti o entità33. Poiché, però, il concetto di biodiversità racchiude ed esemplifica una diversificazione, e quindi una relazione, tra diverse altre entità, è quantomeno improprio considerare la biodiversità come dotata di proprietà intrinseche. Essa è infatti caratterizzabile solo mediante proprietà estrinseche derivate da relazioni tra singole entità individuali: entità composte da geni, appartenenti a specie e radicate in ecosistemi il cui numero e la cui variabilità sono necessariamente estrinseci.

14Considerate queste difficoltà, pare non soltanto improbabile sostenere che i valori scientifico, economico, estetico, culturale, ricreativo, spirituale o trasformativo della biodiversità siano dei valori in sé, ma anche alquanto complesso identificare altre sue proprietà a cui sia possibile attribuire, o in cui sia possibile riconoscere, un simile valore. Chiarito come si possa intendere il valore intrinseco come un valore in sé, e illustrati i motivi per cui difficilmente la biodiversità può essere ritenuta depositaria di un simile valore, restano aperte almeno altre due strade da percorre per verificare la possibilità di parlare del valore intrinseco della biodiversità. Nulla vieta infatti di adottare una posizione soggettiva-intersoggettiva in merito all’origine dei valori, difendendo così l’esistenza di valori intrinseci che, pur non essendo valori in sé, sono considerabili valori per sé.

4.2. “As such” e “for its own sake”. Il valore intrinseco come valore per sé

  • 34 Hargrove 1979 e 1989; Norton 1991, 1997 e 1999.
  • 35 Si veda Beardsley 1965.
  • 36 Callicott 1986; Hargrove 1992; Elliott 1992; Jamieson 2008: 70.
  • 37 McShane 2007: 47-48.
  • 38 Rescher 1969: 53.
  • 39 Korsgaard 1983.

15Nel discutere del valore intrinseco per sé, come si è detto, è possibile trattare due diverse accezioni: as such e for its own sake. Il caratterizzare il valore intrinseco come un valore as such si riduce, di fatto, a un semplice rimarcare la rilevanza morale di valori la cui natura è tuttavia, non soltanto epistemologicamente, ma anche ontologicamente e assiologicamente estrinseca34. Un valore as such può dunque essere un valore strumentale, economico, estetico o culturale, al quale viene però riconosciuta una particolare rilevanza sul piano etico. Dal punto di vista morale, ciò che è di valore as such ha sicuramente più importanza di un semplice valore strumentale, economico, estetico o culturale. Anche un valore as such trae però la propria rilevanza da relazioni con altri enti, soggetti valutanti e valori, senza i quali non avrebbe alcun significato morale. Si pensi, per esempio, a La Gioconda: il suo valore può essere ritenuto maggiore rispetto a quello di altri quadri, ma solo dal punto di vista di certi fruitori estetici e in virtù della sua capacità di suscitare in essi esperienze di valore che altre opere non suscitano35. Poiché, però, dal punto di vista metaetico non vi è niente di intrinseco in tale forma di valore, spesso ci si riferisce a esso parlando di valore intrinseco troncato (truncated intrinsic value), valore intrinseco debolmente antropocentrico (weak anthropocentric intrinsic value) o valore intrinseco indicale (indexical intrinsic value): l’unico modo in cui un valore as such può dirsi intrinseco è infatti proprio relativo alla sua rilevanza sul piano normativo – un’importanza che è intrinseca a ogni valore morale e che proprio perciò rende i depositari di simili valori degli oggetti privilegiati delle nostre attenzioni etiche36. Avvalersi di una simile accezione di valore intrinseco significa allora sostanzialmente conferire rilevanza morale a certi valori, riconoscendo la loro capacità di surclassare o addirittura annichilire tutti i valori non-morali, in tutte le circostanze in cui un conflitto tra valori implica e richiede di compiere una decisione37. Diversamente, discutere del valore intrinseco come di un valore che merita di essere tutelato e promosso for its own sake è indice dell’intenzione di adottare una precisa posizione assiologica, in base alla quale esiste una netta e insuperabile contrapposizione tra valore intrinseco e valore strumentale38. Tale caratterizzazione del concetto implica infatti una coincidenza tra il valore intrinseco e il bene proprio (own good) di certe entità, il quale deve in questo senso essere considerato come un bene da realizzare a prescindere dalla sua capacità di condurre ad altri beni, e in modo del tutto indipendente da ogni riferimento alla realizzazione e/o alla preservazione del bene proprio di altre entità39.

  • 40 Rolston 1994: 133-166.
  • 41 Taylor 1986: 60-71.
  • 42 Ivi: 60-62.
  • 43 Regan1983: 132-133.
  • 44 Regan 1976.

16Quest’ultima accezione di valore per sé, oltre a essere la più diffusa e utilizzata, è del tutto compatibile con le due diverse forme di valore in sé: le proprietà intrinseche su cui poggiano i valori in sé sono anzi spesso coincidenti con il bene proprio delle entità da cui sono possedute – molto più raro, infatti, è il riferimento a proprietà intrinsecamente strumentali40. L’origine del valore for its own sake può dunque essere, non soltanto soggettiva-intersoggettiva, ma anche oggettiva-relazionale e oggettiva-non-relazionale. Affinché sia possibile attribuire o riconoscere un simile valore è tuttavia necessario che vengano rispettate almeno due importanti condizioni connesse alla nozione di “bene proprio”41. Poiché si tratta di un bene proprio, la prima condizione è data dall’assenza di riferimenti esterni: per potere parlare del bene proprio di un’entità, precisa Paul W. Taylor, bisogna infatti che se ne parli senza fare alcun riferimento ad altre entità, e quindi al bene che queste ultime potrebbero ricavare dal tutelare il bene di quell’entità42. In questo senso, mentre in alcuni casi è del tutto possibile parlare di cosa è bene o male per un’entità o di cosa è possibile fare per fare del bene o del male a un’entità, in modo tale che la frase risulti perfettamente comprensibile senza che ci sia bisogno di fare alcun riferimento ad altre entità (per esempio, l’avere o il garantire un’alimentazione equilibrata), in certi altri casi ciò risulta semplicemente impossibile (per esempio, l’eseguire una costante manutenzione della propria automobile). La seconda condizione verte invece principalmente su aspetti indispensabili per intendere il bene proprio in quanto bene, ed è data dalla presenza di interessi interni. Sembrerebbe, quanto meno a prima vista, che questa condizione implichi il possesso, da parte delle entità dotate di bene proprio, della capacità di stabilire alcuni fini da perseguire, riconoscendo al contempo anche i mezzi più idonei per perseguirli. Per quanto questo modo di intendere il concetto di “interesse”, assimilandolo a quello di “desiderio”, sia senz’altro quello più diffuso e accettato all’interno della tradizione filosofica, esso, come si è già detto, esclude dai depositari di valore intrinseco molti esseri umani non-paradigmatici, ed è perciò insoddisfacente. Come precisa Tom Regan43 è tuttavia lecito intendere l’espressione che esplicita questa seconda condizione in due modi. Quando si intende questa come un “A è interessato a X”, nel senso che A considera X un suo bene proprio, si ha a che fare con un desiderio: un interesse attivo, altrimenti definibile «interesse-preferenza». Quando invece si pensa a questa condizione come a un “X è nell’interesse di A”, nel senso che X conduce al bene proprio di A, si può parlare anche di una serie di «interessi-benessere» che, per quanto passivi, sono sia logicamente sia temporalmente antecedenti alla prima tipologia di interessi. Esiste dunque anche un’altra accezione di interesse e questa, pur non richiedendo un ruolo esperienzialmente attivo da parte delle entità coinvolte, è perfettamente conciliabile con l’assenza di riferimenti esterni richiesta dalla nozione di bene proprio, se non anche prioritaria rispetto a ogni forma di interesse cosciente44.

  • 45 Taylor 1986: 73-74.
  • 46 Norton 2000.

17Poiché, adottando una posizione soggettiva-intersoggettiva in merito all’origine dei valori, è sempre possibile parlare di un valore per sé che non sia anche un valore in sé, le ragioni che rendono quantomeno difficoltoso difendere il valore in its own right e in itself della biodiversità sono, dal punto di vista assiologico, prive di rilevanza. È dunque lecito discutere del valore intrinseco della biodiversità, se si interpreta questo soltanto come un valore per sé? La possibilità di parlare di un valore for its own sake è in realtà praticamente da escludere. Anche ammettendo che la biodiversità non sia riducibile a un insieme di relazioni tra singole entità individuali, essa non possiede infatti né un bene svincolato dal benessere di altre entità, né alcuna forma di interesse, sia esso attivo o passivo (ciò che potrebbe essere nell’interesse-benessere della biodiversità sarebbe forse più opportuno da considerarsi nell’interesse delle diverse entità che la caratterizzano). Soltanto riferendosi alla prima forma di valore per sé è a tutti gli effetti possibile considerare i diversi valori della biodiversità come dei valori intrinseci. Non vi sono infatti particolari restrizioni nell’attribuire un valore as such a diverse tipologie di valori (epistemologicamente) estrinseci, (ontologicamente) relazionali e (assiologicamente) strumentali45. Tale valore può essere dunque attribuito a entità, momenti, luoghi, ecc. considerati belli, di rilevanza scientifica, di importanza storica, di particolare significato culturale; capaci di generare sentimenti di stupore, ammirazione o coinvolgimento personale; o direttamente connessi al benessere dei pazienti morali dotati di valore for its own sake. Sebbene parlare del valore intrinseco della biodiversità in questi termini possa apparire fuorviante (perché, come si è detto, non vi è nulla di epistemologicamente, ontologicamente e assiologicamente intrinseco in questa forma di valore per sé), è in realtà del tutto lecito46.

  • 47 Beardsley 1965; Korsgaard 1983: 185; O’Neill 1992, Kagan 1998.

18È infatti opportuno ricordare che, a prescindere dall’oggettività, dalla non-relazionalità e dalla non-strumentalità che contraddistinguono le altre accezioni di valore intrinseco, il valore as such è, diversamente rispetto ad altre tipologie di valori, un valore morale a tutti gli effetti. Ciò significa che, per quanto i valori intrinseci as such dipendano dalle valutazioni dei singoli agenti morali, da certe proprietà secondarie e relazionali (quali la diversità, la complessità, l’unicità o la rarità) e da rapporti di natura strumentale, essi sono intrinsecamente connessi a dei doveri che, anzi, si pongono come loro diretti corrispettivi47. Questi doveri impongono agli agenti morali di prendere attentamente e deliberatamente in considerazione, nelle proprie scelte etiche, il significato che i valori as such assumono in riferimento agli interessi (attivi e passivi) dei diversi pazienti morali. Attribuire valore as such alla biodiversità ci impedisce dunque di parlare dei nostri doveri verso di essa. Ciononostante, tale tipologia di valore ci consente, e al contempo ci richiede, di discutere di quali siano i nostri doveri nei suoi confronti. Quest’ultima tipologia di doveri non necessita di rivolgersi direttamente all’ipotetico bene proprio della biodiversità per limitare le nostre azioni: fare riferimento indiretto al bene di altre entità e alla sua connessione con la biodiversità è infatti più che sufficiente per stabilire dei doveri morali. Sebbene questi doveri riguardino solo indirettamente la biodiversità, e solo nella misura in cui sono diretti a rispettare i pazienti morali dotati di valore intrinseco for its own sake, essi sono più che sufficienti a inserire la biodiversità stessa tra le principali preoccupazioni etiche del nostro secolo. In virtù del suo indispensabile supporto dato all’intera vita sul pianeta Terra, la biodiversità si può dunque legittimamente ritagliare un proprio posto all’interno della comunità morale, sia in qualità di depositaria di valori as such, sia in qualità di destinataria dei doveri che a questo genere di valori sono intrinsecamente correlati. Giunti a questa conclusione, la vera domanda tuttavia è: in base a quali premesse si rende possibile attribuirle un simile valore, garantendo al contempo un’efficace tutela della diversità dei geni, delle specie e degli ecosistemi?

5. Etica della biodiversità. Vantaggi e implicazioni

  • 48 Millennium Ecosystem Assessment 2005a e 2005b.
  • 49 Gould 1990: 52.
  • 50 Krieger 1973.
  • 51 Passmore 1974.

19Molti dei filosofi che si occupano di etica ambientale ritengono inopportuno parlare del valore intrinseco della biodiversità, se si intende questo come un valore epistemologicamente, ontologicamente e/o assiologicamente intrinseco. Altrettanti sono tuttavia d’accordo sul fatto che sia, non soltanto lecito, ma anche più che sufficiente – al fine di tutelarla – attribuire un valore morale alle sue plurime utilità. Come si è fin qui illustrato, non vi è alcuna contraddizione nell’abbracciare entrambe queste posizioni. Poiché tutti i nostri bisogni primari (cibo, sicurezza, salute, ecc.) e gran parte di quelli secondari (relazioni sociali, coesione, ricreazione, ecc.) sono più o meno direttamente e fortemente connessi ai “servizi ecosistemici” offerti dalla natura, e poiché tali “servizi ecosistemici” dipendono a loro volta dalla biodiversità, quest’ultima merita dunque indubbiamente di ricevere attenzione sul piano etico e politico48. Se, però, i valori intrinseci as such vengono da noi a essa attribuiti a partire da simili premesse, questi stessi valori poggiano soltanto su un nostro legittimo interesse per la nostra vita, per la nostra felicità, per la prosperità dei nostri figli e per il benessere dei nostri simili49. A prescindere dall’esistenza di interessi non-umani, simili valori sono di fondamentale importanza per l’etica ambientale: è infatti innegabile che i nostri doveri verso il mondo naturale siano per noi tanto più pressanti quanto più connessi agli interessi propri degli esseri umani. Questo loro punto di forza è però anche il loro principale punto di debolezza. Diversamente rispetto alle altre tipologie di valore intrinseco, solitamente di stampo zoocentrico, biocentrico o ecocentrico, i valori as such sono infatti – seppure debolmente – antropocentrici. Se, però, la natura fosse depositaria soltanto di questo genere di valori, cosa ci sarebbe di ingiusto, per esempio, nel sostituire tutti gli alberi esistenti con degli alberi di plastica capaci di adempiere alle stesse identiche funzioni degli alberi “veri”?50. Non tutta la natura è da noi immediatamente percepita come utile, economicamente vantaggiosa, bella o di particolare significato scientifico, religioso e culturale. Perché, dunque, non operare per renderla più piacevole per l’essere umano, per esempio cementificando zone paludose, sterminando zanzare, disboscando aree di terreno potenzialmente fertile, ecc.51?

  • 52 Callicott 1986; Rolston 1986.

20Gli interessi umani su cui fanno perno i valori as such sono dunque davvero sufficienti a supportare un’efficace tutela della biodiversità? È anzitutto importante osservare che i problemi appena menzionati sono in realtà lasciati aperti, non da ogni forma di attribuzione di valori as such al mondo naturale, ma dall’attribuire simili valori decontestualizzando le singole entità naturali dai processi genetici, evolutivi ed ecologici in cui e da cui esse sono implicate. Difendere il valore as such di singoli animali non-umani o di singole piante può indubbiamente portarci a utilizzare rispettosamente l’ambiente, ma difficilmente consentirebbe di tutelare la biodiversità – e l’intera natura. Diversamente, un’etica ambientale articolata intorno ai valori as such della biodiversità presenterebbe in realtà numerosi vantaggi. Essa sarebbe infatti capace di sfruttare i punti di forza di questa tipologia di valori e, al contempo, di superarne anche i punti di debolezza. I valori della biodiversità ci obbligano infatti a reinterpretare i rapporti tra entità individuali e sovraindividuali ammettendo non solo che la diversità di geni, specie ed ecosistemi è in diverse misure utile agli interessi-preferenza degli esseri umani, ma anche che da tale utilità dipendono direttamente i nostri stessi interessi-benessere52. In questo senso, allora, quanto più siamo antropocentricamente interessati a noi stessi, tanto più dovremmo occuparci del mondo naturale non-umano. Sebbene certe componenti della biodiversità ci appaiano inoltre di primo acchito inutili (per esempio l’esistenza delle zanzare), superflue (come l’esistenza di paludi) o perfino dannose (si pensi all’esistenza di virus e batteri), un’etica della biodiversità avrebbe il pregio di rimarcare che senza la tutela di tali elementi sarebbe impossibile rispettare davvero i singoli pazienti morali implicati in e dall’ambiente. In definitiva, dunque, attribuire un – seppure antropocentrico – valore intrinseco alla biodiversità non è soltanto possibile, ma consente anche di estendere la comunità morale all’intera comunità biotica terrestre: tutto ciò non nonostante l’antropocentrismo, ma proprio in virtù di un suo più corretto intendimento.

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Note

1 Andreozzi 2012a; Bartolommei 2012: 14-15; Warren 1997: 90-121.

2 Warnock 1971; Magni 2011: 120.

3 Per una panoramica, si veda Andreozzi 2012b.

4 Iovino 2004: 25.

5 Elliot 1985: 103.

6 Norton 1995: 343; Morito 2003; Callicott and Frodeman 2009: XXI.

7 Jamieson 2008: 69.

8 Ibidem: 68.

9 Rodman 1976: 316-317.

10 Singer 1981: 120-121; Rolston 1975: 163.

11 Battaglia 2012: 123-128.

12 Andreozzi 2015.

13 Singer 1975; Regan 1983; Taylor 1986.

14 Vilkka 1995: 120-143.

15 Heise 2010.

16 Harrison, Laverty and Sterling 2002.

17 Ibidem; Takacs 1996; Perlman and Adelson 1997; Laverty, Sterling and Johnson 2002.

18 Il valore spirituale è inteso come un valore che, una volta attribuito o riconosciuto, consente all’essere umano di rimettersi in contatto con la sua “dimensione originaria” – una dimensione mistico-religiosa ineludibilmente connessa ai processi vitali (Muir 1916; Schweitzer 1936). A parlare del valore trasformativo della biodiversità è soprattutto Bryan Norton (2000). Per l’autore, essa possiede una vera e propria forza plasmativa e correttiva del carattere morale, della sensibilità e dell’intelligenza. Essa, permettendoci di sentirci parte di un processo vitale più vasto e antico dell’umanità, ci porta infatti a farci carico della responsabilità della continuazione della vita umana, la quale passa attraverso una radicale trasformazione dei nostri valori. Si vedano: Pinchot 1947; Passmore 1974; Muir 1916; Sagoff 1988; Norton 1987.

19 Zink 1962; O’Neill 1992 e 2001; McShane 2007; Jamieson 2008: 68-75.

20 Jamieson 2008: 73.

21 Moore 1903: 24; Williams 1995: 82; Audi 1997: 249.

22 Beardsley 1965: 6-8; Weston, 1985.

23 Bartolommei 1995: 42.

24 Callicott 1984; Norton 1987; Hargrove 1989.

25 Norton 1984; Callicott 1986.

26 Hargrove 1992; Elliott 1992.

27 Moore 1903: 237 e 1922: 22.

28 Beardsley 1965: 3-4; O’Neill 1992: 126-133; Vilkka 1995: 126-127; Dall’Agnol 2003: 78; McShane 2007: 47-48.

29 Regan 1983; Taylor 1986; Rolston 1986.

30 Regan 1981: 31; McShane 2007: 47-48.

31 O’Neill 2001: 164-170.

32 Lewis 1946: VII, 366, 387, 405, 407.

33 Moore 1903: 187, 1912: 27 e 1922: 260.

34 Hargrove 1979 e 1989; Norton 1991, 1997 e 1999.

35 Si veda Beardsley 1965.

36 Callicott 1986; Hargrove 1992; Elliott 1992; Jamieson 2008: 70.

37 McShane 2007: 47-48.

38 Rescher 1969: 53.

39 Korsgaard 1983.

40 Rolston 1994: 133-166.

41 Taylor 1986: 60-71.

42 Ivi: 60-62.

43 Regan1983: 132-133.

44 Regan 1976.

45 Taylor 1986: 73-74.

46 Norton 2000.

47 Beardsley 1965; Korsgaard 1983: 185; O’Neill 1992, Kagan 1998.

48 Millennium Ecosystem Assessment 2005a e 2005b.

49 Gould 1990: 52.

50 Krieger 1973.

51 Passmore 1974.

52 Callicott 1986; Rolston 1986.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Matteo Andreozzi, «Il valore intrinseco della biodiversità»Rivista di estetica, 59 | 2015, 129-148.

Notizia bibliografica digitale

Matteo Andreozzi, «Il valore intrinseco della biodiversità»Rivista di estetica [Online], 59 | 2015, online dal 01 août 2015, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/344; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.344

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