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L’ontologia naturale: uno sguardo da linguista

Michele Prandi
p. 177-196

Testo integrale

La campagna innevata spaziava tra loro moventi e gli attestati tedeschi vasta, immobilmente ondosa, odiosamente imparziale
Fenoglio

1 La domanda sulla significanza

  • 1 Sulle orme di M.-E. Conte (1988: Cap. 1) distinguiamo la coerenza intesa come assenza di contraddiz (...)

1L’argomento di questo saggio — l’ontologia naturale condivisa che fornisce i criteri di coerenza (consistency)1 al nostro comportamento pratico, e di lì ai modelli cognitivi condivisi e ai significati linguistici — è legato indissolubilmente, nella mia ricerca, allo studio del significato delle espressioni complesse. Questo fa capire che ho scoperto l’ontologia naturale con uno sguardo da linguista. Tuttavia, mi sono reso conto molto presto che l’ontologia naturale non è un capitolo dello studio del linguaggio, ma di quella forma di analisi che Strawson (1959) chiama metafisica descrittiva, e cioè l’esplicitazione dei presupposti concettuali del nostro pensiero spontaneo e, più in generale, del nostro quotidiano andare per il mondo. Come tutto ciò che condividiamo e facciamo, anche la lingua affonda le sue radici in un’ontologia naturale condivisa, e il suo funzionamento non è comprensibile se la sradichiamo da questo terreno.

2Dopo la laurea in filosofia, mi sono avvicinato alla linguistica, e in particolare alla semantica delle espressioni complesse — delle frasi — a partire da una domanda filosofica, e cioè dalla domanda sui fondamenti della significanza: grazie a quali condizioni formali e concettuali una manciata di espressioni significanti semplici si connettono in un’espressione complessa a sua volta dotata di un significato complesso?

3Una formulazione immediata della domanda sulla significanza potrebbe essere questa: la connessione dei significati parziali poggia su un criterio di costruzione grammaticale o su un criterio di coerenza concettuale? Se una frase come “il contadino uccide l’anatroccolo”, ad esempio, riesce a raffigurare un processo, è perché ha una struttura grammaticale capace di collegare i concetti atomici in un tutto, o perché i concetti stessi sono pronti a entrare, grazie al loro contenuto, in una relazione coerente? L’idea che ha messo in moto la mia ricerca sulla significanza è la stessa che mi ha fatto scoprire la nostra ontologia naturale condivisa: per identificare le radici della significanza, occorre spostare l’attenzione dalle frasi coerenti - per esempio “il bambino dorme” - alle frasi incoerenti, dotate di un significato conflittuale (Prandi 1987): per esempio, «Dormono i vertici delle montagne» (Alcmane).

4Tradizionalmente trattate da linguisti e filosofi come espressioni grammaticalmente difettose o comunque marginali (Carnap 1932; Chomsky 1957, 1964, 1965; Katz 1964; Chierchia-McConnel-Ginet 1990), le frasi incoerenti sono sempre state escluse dal filone principale della ricerca, e lasciate nelle mani di letterati e retori, che focalizzano il loro funzionamento testuale come figure.

5Questo atteggiamento, ovviamente, non è sbagliato. Io stesso, in un secondo tempo, sono tornato sui significati conflittuali e li ho studiati nel loro valore testuale di figure (Prandi 1992). Tuttavia, le figure non sono fatte di una quintessenza speciale: sono espressioni dotate di significato, e come espressioni significanti io le volevo studiare. I significati incoerenti, io li guardavo con occhiali husserliani, e cioè alla luce delle osservazioni sul problema della significanza esposte nella IV ricerca logica, e in particolare alla luce del concetto di Widersinn. Il Widersinn, alla lettera «controsenso», è una combinazione incoerente di concetti, un significato complesso conflittuale. L’incoerenza, ovviamente, presuppone la connessione delle parti in una rete di relazioni, e quindi la significanza dell’espressione: il verso di Alcmane, ad esempio, è incoerente in quanto le montagne, pur essendo categorizzate come esseri inanimati, sono costrette ad assumere il ruolo di soggetto di “dormire”. Questa osservazione mette in discussione la tendenza tradizionale a considerare l’incoerenza un difetto di grammatica. Il fallimento della coerenza, viceversa, nasce proprio dal successo della connessione grammaticale: c’è uno stampo sintattico formale indipendente che costringe i concetti in relazioni incompatibili con un sistema di criteri di coerenza condivisi. Ciò che è inconcepibile sul piano dei concetti coerenti diventa concepibile come significato di un’espressione.

2 Il conflitto concettuale: un osservatorio privilegiato sul problema della significanza

6L’osservazione dei significati incoerenti mostra che, indipendentemente dalla risposta che diamo, la forma stessa della domanda tradizionale sulla significanza - la connessione dei significati parziali poggia su un criterio di connessione grammaticale o su un criterio di coerenza concettuale? - è fuorviarne. In quanto disgiuntiva, la domanda sulla significanza presuppone infatti che una e una sola sia la risposta giusta. Ora, un’idea del genere presta il fianco a due obiezioni, una di carattere logico, e una di carattere empirico.

7Da un punto di vista logico, non si vede la necessità di postulare un principio primo e uno solo per un fenomeno complesso che coinvolge strutture eterogenee, e cioè configurazioni sintattiche e architetture concettuali. L’idea di un principio primo mi sembra un antico riflesso della nostra cultura, che risale almeno a Talete.

8Sul piano empirico, la semplice possibilità formale dei significati incoerenti — del conflitto tra le componenti concettuali di una stessa struttura — mostra che alla base della significanza non c’è un principio primo, ma un’interazione aperta a esiti molteplici tra due principi indipendenti.

9Facciamo un passo indietro. Una frase coerente è muta sul problema della significanza. In una frase come “il contadino uccide l’anatroccolo”, la rete di connessioni imposte ai concetti atomici dalle relazioni grammaticali si sovrappone perfettamente alla struttura di un concetto coerente. In un caso del genere, la domanda polare sulla significanza sembra sensata: sembra plausibile chiedersi a quale dei due criteri — formale e concettuale — spetti il primato. Al tempo stesso, il contenuto coerente non fornisce ragioni particolari per rispondere in un senso o nell’altro: nel momento in cui le due strutture sono isomorfe, riconoscere il primato della forma comporterebbe comunque le stesse conseguenze di un riconoscimento del primato dei concetti. Ogni scelta tra le due opzioni si ridurrebbe a una petizione di principio. L’interazione tra la costruzione linguistica e il modello concettuale rimane nell’ombra.

10In un significato conflittuale, viceversa, i fattori concorrenti della significanza entrano in conflitto e quindi emergono in piena luce il potere e i limiti di entrambi. L’invito di Marinetti a «uccidere il chiaro di luna», ad esempio, costruisce linguisticamente un significato conflittuale, privo di una controparte nell’ambito dei concetti coerenti. Il criterio formale assegna al chiaro di luna il ruolo di paziente di “uccidere”; il criterio di coerenza concettuale, viceversa, esclude le entità inanimate come il chiaro di luna dall’insieme dei pazienti coerenti di “uccidere”.

11A uno sguardo affrettato, sembrerebbe naturale concludere che l’incoerenza privilegia la capacità delle relazioni grammaticali di imporre uno stampo ai concetti. La conclusione è certamente vera, ma è parziale. La possibilità formale del significato conflittuale mostra certamente che una rete di relazioni grammaticali indipendenti è in grado di imporre uno stampo non negoziabile ai concetti. Al tempo stesso, la presenza del conflitto prova che i concetti hanno a loro volta un’organizzazione autonoma in reti di relazioni coerenti, che non si piegano passivamente a uno stampo estraneo. Affermare il potere di formazione della forma linguistica, in altri termini, non implica negare una forma e un potere di formazione ai concetti, ridurli a una materia amorfa e inerte, alla «nebulosa» di Saussure (1916: 136) o alla «sabbia» e alla «nuvola» di Hjelmslev (1943: 56-57). Viceversa, solo se si ammette un patrimonio di concetti indipendenti, accessibili indipendentemente dal ragionamento coerente, si è in grado di collocare la capacità formatrice della lingua entro i suoi limiti esatti.

12A partire dai significati incoerenti, al crocevia tra possibilità formale e impossibilità concettuale, diventa plausibile l’idea che fa tessitura dei significati complessi si basi su un’interazione tra due forme di legalità indipendenti e in competizione: una legalità grammaticale formale, e una legalità concettuale sostanziale. Come le forme della lingua, anche i concetti coerenti hanno una loro sintassi. L’incoerenza mostra che entrambi i criteri di connessione - l’architettura delle forme e la coerenza dei concetti - giocano un ruolo attivo, e quindi che l’alternativa stessa è sbagliata: ancora una volta, l’affermazione di un criterio a spese dell’altro si riduce a una petizione di principio. Alla base della significanza, non c’è un principio primo, ma un’interazione tra due principi reciprocamente autonomi: un principio formale di costruzione, e un principio funzionale di espressione coerente.

13Una volta che i fattori formali e concettuali che concorrono alla significanza sono stati isolati grazie allo studio dei conflitti, lo stesso stile di analisi si lascia applicare ai significati coerenti. Nella topografia di ogni singola frase, i due principi si danno il cambio: una frase funziona come stampo del pensiero fino a un certo punto, e come strumento di espressione al servizio di concetti strutturati e accessibili indipendentemente da questo punto in poi.

  • 2 Secondo Wittgenstein (1922), la relazione tra la forma sintattica della frase e la struttura del pr (...)

14In ogni frase si trova un nucleo qualificato di relazioni grammaticali — tra cui il soggetto e il complemento oggetto — concettualmente vuote e indifferenti ai contenuti concettuali, capaci di trascinare i concetti in relazioni indipendenti dalla loro sintassi propria. Le relazioni concettuali sono dipendenti dalle relazioni grammaticali. Negli strati periferici dei significati complessi, tuttavia, la gerarchia tra strutture concettuali e relazioni grammaticali si capovolge: le relazioni grammaticali si sforzano di rendere riconoscibili — di raffigurare, nel senso di Wittgenstein2 (1922) - relazioni concettuali accessibili indipendentemente. In particolare, l’accessibilità indipendente di reti di concetti coerenti permette di inferire con il ragionamento le relazioni concettuali che l’espressione linguistica non codifica. Se sento dire che “Luca ha tagliato la legna con la scure”, ad esempio, interpreto “con la scure” come strumento dell’azione. Se “Luca è andato al bar con la scure”, la scure non ha più il ruolo di strumento, ma è un semplice oggetto passivo nelle mani dell’agente. Se “Luca ha tagliato la legna con Paolo”, Paolo non è strumento ma collaboratore dell’agente. Se l’ha fatto “con la luna nuova”, si tratta di una circostanza temporale. L’espressione - “con + espressione nominale” - non è in grado di codificare fino in fondo una relazione concettuale; a questo punto, il ragionamento coerente - l’inferenza - prende il suo posto e completa il lavoro di espressione. Questa forma di interazione tra una codifica insufficiente - o ipocodifica - e il ragionamento coerente non è un episodio marginale, ma il tipico modo di funzionare dell’espressione al di fuori del nucleo. In quanto strumento di raffigurazione passiva di concetti accessibili indipendentemente, l’espressione linguistica può svolgere il suo compito in modo più o meno accurato. In ogni caso, l’accessibilità diretta dei concetti raffigurati al ragionamento coerente garantisce la funzionalità delle espressioni anche in assenza di una codifica adeguata: si tratta del fenomeno noto in letteratura come «arricchimento inferenziale» (Konig e Traugott 1988; Hopper e Traugott 1993: 74 ; Kortmann 1997). Alla base dell’inferenza non c’è, come pensano i linguisti citati, una costellazione contingente di dati pragmatici assemblati sul momento, ma un solido e durevole sistema di concetti condivisi. Grazie all’arricchimento inferenziale, la codifica e il ragionamento coerente si danno il cambio nella messa a punto del contenuto di un’espressione.

3 La sintassi dei concetti coerenti: l’ontologia naturale

15L’osservazione delle espressioni incoerenti è la strada più affidabile per indagare la sintassi dei concetti. Grazie alle espressioni della lingua, possiamo sperimentare in tutta la sua latitudine l’incoerenza concettuale, che viceversa è totalmente assente dall’esperienza, tautologicamente coerente. Nella vita, non avremo mai l’esperienza della luna che ride o delle montagne che dormono. Nell’espressione linguistica, sì. Lavorando a ritroso sulle connessioni incoerenti, inoltre, possiamo ricostruire una mappa completa delle condizioni della coerenza.

16Il privilegio indiscutibile dell’espressione linguistica nell’esperienza dell’incoerenza e nello studio delle sue condizioni, tuttavia^ non implica che la sintassi dei concetti faccia parte della struttura della lingua. E un’idea, questa, che dopo Chomsky (1965) viene data per scontata: al massimo si discute se le condizioni di coerenza — chiamate restrizioni di selezione nel gergo dei linguisti — appartengano alla sintassi, secondo la tradizione iniziata da Carnap (1932) e rilanciata da Chomsky, oppure al lessico (McCawley 19712; Lakoff 1971; Wierzbicka 1980: 87; Dik 19972 91; Geeraerts 1991).

17In realtà, le condizioni di coerenza non hanno nulla a che vedere con la lingua, ma formano un sistema di presupposti concettuali che regolano, prima dell’espressione coerente, la coerenza del nostro comportamento spontaneo - dell’atteggiamento naturale nel senso di Husserl (1913). Si tratta di presupposti su cui facciamo affidamento con la stessa fiducia con cui ci appoggiamo al suolo quando camminiamo. Questo sistema di presupposti è parte integrante di quella che propongo di chiamare ontologia naturale (Prandi 2004: Cap. 8).

18Le condizioni di coerenza formano un sistema di categorie classificatorie e relazionali. Nella componente classificatoria, gli esseri sono distribuiti in grandi categorie concettuali: esseri concreti e astratti, animati e inanimati, umani e non umani. Questa classificazione, tuttavia, non è fine a se stessa, ma funzionale alla costruzione di schemi di relazioni coerenti — alla definizione dei processi e delle proprietà ai quali sono ammesse le diverse categorie di esseri. Di conseguenza, non si basa su criteri immanenti ma su criteri a loro volta relazionali, e quindi eteronomi rispetto a una logica tassonomica. Dal punto di vista dell’esperienza, un albero, ad esempio, è semplicemente un albero. Dal punto di vista dell’ontologia naturale, la sua categorizzazione cambia in funzione della predicabilità coerente. Se pensiamo al colore, è un corpo esteso, come un muro, un pezzo di carta, un animale o una persona. Se pensiamo alla vita sensoriale, è un essere inanimato, come un sasso o una macchina: se gli tagliamo un ramo, ad esempio, assumiamo che non provi dolore. Se pensiamo all’azione Ubera e responsabile, l’albero è un’entità non umana, come un corpo celeste o un insetto. Se ci colpisce con un ramo, non attribuiamo l’incidente a una sua intenzione cosciente.

19Le condizioni di coerenza occupano un settore circoscritto dell’ontologia naturale, tanto essenziale e qualificante quanto eccentrico rispetto al concetto più immediato e familiare.

20Una formulazione esplicita dell’ontologia naturale cerca di rispondere a almeno tre domande interconnesse: che cosa ce? Quali tipi formali di entità possono essere concepiti? Quali tipi sostanziali di entità possono essere concepiti, e in quali relazioni sono autorizzati a entrare? Solo l’ultima domanda è pertinente per la coerenza.

21La prima domanda definisce l’ontologia nel senso intuitivamente più ovvio e immediato, e ha come oggetto il mondo delle entità che l’atteggiamento naturale assume come esistenti. I lupi, ad esempio, sono dati per esistenti, gli unicorni e le chimere no. Sono questi i limiti entro i quali Quine ( 1953:1) situa l’ontologia quando scrive che «A curious thing about the ontological problem is its simplicity. It can be put in three Anglo-Saxon monosyllables: ‘What is there?’».

22Se la prima domanda riguarda le stato del mondo come oggetto dell’atteggiamento naturale, la seconda e la terza comportano una transizione modale: dall’esistenza fattuale degli esseri si passa alla loro possibilità concettuale, da una questione di fatto a una questione di diritto, dalla realtà empirica alla legalità concettuale.

23La seconda domanda porta sulla possibilità formale degli esseri, indipendentemente sia dalla loro categorizzazione sostanziale, sia dalla loro esistenza fattuale. La componente formale dell’ontologia naturale controlla la distribuzione degli esseri assunti come possibili all’interno di tipi formali come gli individui, le classi di individui, le masse e le istanze di masse, le proprietà e i processi. Classi e masse sono concetti puramente classificatori; le proprietà, che si applicano a individui e masse, e i processi, nei quali sono coinvolti individui e masse, sono concetti relazionali. Gli unicorni, ad esempio, non esistono, ma se esistessero formerebbero una classe di individui. Il sorriso della luna non è documentato empiricamente; se lo fosse, sarebbe un processo.

24Anche la terza e ultima domanda ha a che fare con la possibilità, ma si tratta di una possibilità di ordine sostanziale, non formale. La componente sostanziale dell’ontologia naturale, come abbiamo visto, classifica gli esseri in tipi sostanziali - concreti, astratti, inanimati, animati e umani — e controlla il loro accesso a tipi sostanziali di qualità e processi. Se gli unicorni esistessero, sarebbero esseri animati non umani, come i cavalli o i leoni. Sarebbero autorizzati a dormire, a mangiare, a soffiare e a riprodursi, ma non a compiere azioni responsabili e a parlare un linguaggio articolato.

25Per riassumere, il sistema di categorie classificatorie e relazionali che chiamiamo condizioni di coerenza coincide con il sottoinsieme di presupposti dell’ontologia naturale che cercano di rispondere all’ultima domanda. Non si situano quindi nel territorio dei fatti ma della legalità concettuale.

26Le condizioni di coerenza fondano la coerenza delle espressioni linguistiche ma sono del tutto indipendenti dalla struttura di qualsiasi lingua; fondano la coerenza dei modelli cognitivi e delle conoscenze empiriche, ma sono del tutto indipendenti tanto dai modelli cognitivi quanto dalle conoscenze positive.

27Se questo è vero, una problematizzazione dell’ontologia naturale — del suolo di concetti su cui facciamo affidamento — mette in discussione due pilastri della filosofia del Novecento: la svolta linguistica e la svolta cognitiva. Toccherò ora questi due punti, privilegiando le ricadute sullo studio della lingua.

4 La svolta linguistica

28Il clima filosofico della svolta linguistica è riassunto efficacemente da una frase di Apel (1976: 32): «One could — and, as I think, one should — wonder whether in our day philosophy of language has in fact taken over the role of a First Philosophy which was ascribed (attributed) to Ontology by Aristotle and later claimed for Epistemology or Transcendental Philosophy in the sense of Kant». Apel cita, in particolare, «Wittgenstein’s claim that philosophy is ‘Critique of language’, that ‘the limits of my language are the limits of my world’ or, in his later work, that the essence of things lies in grammar». Per Wittgenstein (1953: § 371), in effetti, «Essence is expressed by grammar»: tutto ciò che è essenziale, e quindi non fattuale, è grammaticale.

29I contenuti della svolta emergono con chiarezza inequivocabile dalla dicotomia tracciata da Ayer tra empirico e linguistico, dove il linguistico prende il posto tradizionalmente attribuito al categoriale, e più in generale all’a priori o al trascendentale. Secondo Ayer (1936(1990: 44)), «the propositions of philosophy are not factual, but linguistic in character - that is, they do not describe the behaviour of physical, or even mental, objects; they express definitions, or the formal consequences of definitions». Se tutto ciò che non è fattuale è linguistico, linguistico diventa sinonimo di a priori.

30Le affermazioni citate vanno ovviamente collocate nel loro contesto culturale, e in particolare nel tentativo di sottrarre le strutture portanti del pensiero alla presa dello psicologismo per ancorarle a strutture intersoggettivamente condivise, delle quali il linguaggio rappresenta il paradigma. Tuttavia, l’idea di trovare nel linguaggio e nella sua analisi l’ancoraggio strutturale dei concetti è un’illusione.

31Un primo argomento a favore di quest’idea viene proprio dai contenuti incoerenti: il linguaggio può permettersi di essere ontologicamente neutro, e quindi di rendere formalmente possibile la costruzione di significati conflittuali, proprio perché i suoi utenti sono gli stessi che fanno affidamento su una bussola indi- pendente e solida - su quegli stessi presupposti della coerenza che il linguaggio non fonda ma assume.

32L’argomento decisivo, tuttavia, viene dal ruolo essenziale che il ragionamento coerente ha nella costruzione delle relazioni semantiche complesse. Un esempio convincente è fornito dalla distinzione tra cause fenomeniche e motivi dell’azione - tra una mela matura che cade dall’albero e una persona che apre un libro o fa una telefonata. Senza questa distinzione, la nostra vita pratica sarebbe letteralmente inconcepibile. Se la nostra padronanza di questa distinzione si fondasse sulla sua espressione linguistica, d’altra parte, il nostro destino sarebbe in cattive mani.

33Se assumiamo coerentemente le idee guida della svolta linguistica, dobbiamo ipotizzare che l’identità dei concetti fondamentali su cui si basa la nostra categorizzazione dell’esperienza dipende dalla disponibilità nella lingua di specifici strumenti di codifica. Qualche decennio fa, ad esempio, c’erano linguisti che fondavano la superiorità intellettuale dell’Occidente, tra l’altro, sull’idea che le nostre lingue disporrebbero di congiunzioni specializzate per l’espressione di concetti relazionali come la causa. Questa visione angustamente etnocentrica è stata giustamente abbandonata. Tuttavia, anche i linguisti che l’hanno criticata aspramente continuano a pensare che il nostro concetto di causa si fondi saldamente sulla capacità di codifica di congiunzioni come “perché”. Wierzbicka (1996 :186), ad esempio, scrive che «in English, the idea of causality is expressed in an absolutely unambiguous way in the simple everyday word because».

34Se guardiamo in faccia i dati, tuttavia, ci rendiamo conto che non è così. Come dicevo prima, le espressioni linguistiche codificano molto meno di quanto linguisti e filosofi siano propensi a credere. Tutti noi, ad esempio, ci rendiamo conto che le due frasi seguenti, che contengono entrambe “perché”, l’equivalente italiano di because, esprimono relazioni concettuali profondamente diverse:

1. Il fiume è straripato perché è piovuto a lungo
2. Ho comprato una bicicletta perché mi hanno rubato il motorino

35(1) connette due eventi del mondo fenomenico in una relazione di causa, mentre (2) descrive il motivo che ha spinto un essere umano a prendere una decisione e a compiere un’azione libera, di cui assume la responsabilità. Questa differenza, tuttavia, non può essere codificata dal “perché”, ma viene messa a fuoco ragionando sullo sfondo di concatenazioni concettuali coerenti, e quindi ancora una volta grazie a un arricchimento inferenziale di una relazione codificata a un livello più basso. La discriminazione tra causa e motivi si fonda su un criterio di coerenza che non dipende dalla lingua: lo stesso per cui, se un fiume mi allaga l’orto, non lo denuncio alla polizia. A differenza di una persona, un fiume non decide, non è libero e quindi nemmeno responsabile, non agisce ma è coinvolto in accadimenti.

36L’uso sincronico e l’evoluzione storica delle congiunzioni confermano questa intuizione: entrambi si appoggiano al ragionamento coerente, fondato su relazioni concettuali indipendenti. Quando sento una frase come (3) o (4), non mi fermo alla relazione temporale codificata. Ragionando coerentemente sui concetti, inferisco una relazione più complessa, rispettivamente k causa e il motivo:

3. Dopo che è piovuto il fiume è straripato
4. Dopo che mi hanno rubato il motorino ho comprato una bicicletta

37Con il tempo, può anche succedere che un ragionamento come questo aderisca alla congiunzione e diventi il suo significato codificato (Hopper e Traugott 1993). Ai tempi di Dante, ad esempio, “poiché” codificava una relazione di successione temporale, come in (5). In un ambiente concettuale favorevole, la successione temporale autorizzava un’inferenza di causa, documentata in (6), o di motivo:

5. Poi che la voce fu restata e queta | vidi quattro grand’ombre a noi venire (Inferno IV, 82)
6. Quali fioretti dal notturno gelo | chinati e chiusi, poi che ’1 sol li ’mbianca | si drizzan tutti aperti in loro stelo (Inferno II, 128)

38Nell’italiano d’oggi, l’inferenza di causa o motivo, che in un primo tempo si limitava a accompagnare l’uso temporale, è stata incorporata nel significato di “poiché”. Nel frattempo, la congiunzione ha perso il valore temporale d’origine, ancora leggibile nella sua struttura. Come si vede, la distinzione tra i fiumi e le persone non si fonda sui “perché” o sui “poiché”. L’uso sincronico e le derive storiche delle congiunzioni, al contrario, la presuppongono come acquisita indipendentemente.

39Anche quando gli strumenti di codifica sarebbero disponibili, i fatti dimostrano che le distinzioni concettuali non sono necessariamente fondate da un uso rigoroso delle espressioni. Viceversa, in molti casi è l’uso delle espressioni che fa affidamento su un sistema di concetti coerenti.

40Come le altre lingue d’Europa, la lingua italiana presenta un repertorio impressionante di concetti che raffinano la concettualizzazione dell’azione umana libera, responsabile e orientata a un fine. Come ha mostrato Gross (1998), decine di nomi, aggettivi e verbi sono coinvolti nella modulazione semantica dell’azione finalizzata. Tutti questi termini si distribuiscono in quattro aree concettuali dalle proprietà linguistiche e dalle condizioni di coerenza distinte: le metafore del movimento orientato (“fine”, “scopo”, “obiettivo”...) e della vista (“vista”, “prospettiva”, “mira”...), la sfera della volontà e dell’intenzione cosciente (“intenzione”, “volontà”, “progetto”, “disegno”...), e la sfera dei sentimenti prospettivi più o meno coscienti, se non inconsci (“desiderio”, “sogno”, “illusione”...).

41Tutta questa suddivisione fine del territorio concettuale dell’azione finalizzata presuppone però una distinzione preliminare tra la motivazione dell’agire umano libero e responsabile e la causalità fenomenica. Su questo fronte, a prima vista, la lingua sembra più attrezzata: se non ha una coppia di congiunzioni specializzate per la causa e il motivo, l’italiano, come le altre lingue europee, possiede nel suo patrimonio lessicale i nomi “causa” e “motivo”. Se osserviamo l’uso di questi nomi, tuttavia, scopriamo che è fatto a casaccio, da noi come dagli inglesi, dai francesi e dagli altri. Nell’uso linguistico comune, è normale attribuire indifferentemente cause alle azioni umane e motivi o ragioni agli eventi del mondo fenomenico (Prandi 2004: 322-323). Come nel caso delle congiunzioni, l’impiego di questi termini, lungi dal costituire il fondamento della distinzione, la presuppone come relazione concettuale coerente condivisa a priori. In entrambi i casi, il parlante si comporta come se la frontiera tra cause e motivi, eventi e azioni, persone e oggetti del mondo inanimato, fosse già ben protetta da bastioni concettuali, e di conseguenza come se la lingua fosse dispensata dal codificarla esplicitamente, ed egli stesso dal segnalarla puntigliosamente nell’uso (Gross e Prandi 2004).

42Di fronte a questi fatti, una conclusione si impone: la struttura della lingua - le sue risorse grammaticali e lessicali - e l’uso documentato nei testi non fondano i nostri concetti coerenti, ma funzionano solo dandoli come acquisiti indipendentemente e interagendo con essi. Tanto la struttura e l’uso della lingua, quanto il sistema di concetti coerenti con cui la struttura e l’uso interagiscono, d’altra parte, presuppongono uno strato più profondo di criteri di coerenza.

43Se tutto questo è vero, ne consegue che il sistema di concetti e relazioni sotterranei su cui si fonda la coerenza dell’azione umana, del pensiero e delle espressioni non dipendono dalle strutture della lingua e dal loro uso. Al contrario, sono presupposti dalle strutture della lingua, in particolare dai significati lessicali, dalla concettualizzazione coerente e, prima ancora, dal comportamento pratico. La lingua non è responsabile delle frontiere concettuali di base, ma traccia le sue distinzioni all’interno di aree concettuali di cui presuppone la coerenza. Se si parla di fini, di desideri, di intenzioni e di speranze, di progetti e di illusioni, non è necessario che la forma dell’espressione ci ricordi ogni volta che siamo nel dominio dell’azione motivata e non in quello della causalità fenomenica, che stiamo parlando di uomini e non di fiumi.

44Queste osservazioni sono gravide di conseguenze per l’analisi. Se è vero che l’analisi dei concetti passa attraverso l’analisi delle strutture linguistiche e delle configurazioni discorsive — come ha rivendicato la svolta linguistica in filosofia — è altrettanto vero che non si ferma alla loro superficie codificata: tanto le strutture linguistiche quanto le configurazioni discorsive presuppongono un sistema di concetti indipendente, la cui coerenza rinvia a sua volta a uno strato di concetti più profondo.

45Le parole possono essere utilizzate per costruire sia espressioni coerenti, sia espressioni incoerenti, mentre le espressioni esprimono molto di più di quello che codificano. L’analisi dei concetti incoerenti è essenziale per esplicitare ex negativo le condizioni di coerenza, mentre lo studio dei processi di arricchimento inferenziale permette di tracciare una mappa affidabile delle relazioni concettuali coerenti accessibili indipendentemente dalla codifica linguistica. Ma è chiaro che solo gli usi linguistici che risultano coerenti sullo sfondo dell’ontologia naturale danno accesso alla struttura e al contenuto dei nostri concetti condivisi e ai criteri della loro coerenza. Come scrive Strawson (1959: 10): «when we ask how we use this or that expression, our answers, however revealing at a certain level, are apt to assume, and not to expose, those general elements of structure which the metaphysician wants revealed. The structure he seeks does not readily display itself on the surface of language, but lies submerged. He must abandon his only sure guide when the guide cannot take him as far as he wishes to go». Invece di sognare un fondamento linguistico dell’ontologia, è meglio prendere atto del radicamento della lingua e delle sue espressioni in un’ontologia condivisa del tutto indipendente. La svolta linguistica in filosofia deve essere completata da una parallela svolta filosofica in linguistica.

5 La svolta cognitiva

46Quando non sono considerate strutture linguistiche, le condizioni di coerenza sono equiparate a categorie e schemi cognitivi (Fillmore 1975; 1977) o addirittura a contenuti di conoscenza (Haiman 1980).

47Questo modo di vedere cade sotto la stessa critica mossa da Wittgenstein (1969) all’analisi dei truismi del senso comune compiuta da Moore (1925). Wittgenstein mostra con argomenti inattaccabili che le certezze esplicitate da Moore non hanno rilevanza cognitiva, come «proof of an external world» (Moore 1939), ma rilevanza pratica, come presupposti irrinunciabili del comportamento spontaneo coerente. Non posso al tempo stesso arrabbiarmi perché il treno è in ritardo e non assumere praticamente l’esistenza del treno. Tuttavia, la mia rabbia non è una prova dell’esistenza del treno. Così funziona il gioco della vita.

48All’interno dell’ontologia naturale, i truismi di Moore si situano grosso modo nell’ambito della prima domanda, che porta sulla realtà di fatto, su ciò che vi è, ma il loro statuto di oggetti intenzionati non è molto diverso da quello delle condizioni di coerenza. Come i truismi di Moore, le categorie classificatorie e relazionali che fondano la coerenza non hanno rilevanza cognitiva ma pratica.

49Nel momento in cui ci comportiamo coerentemente e valutiamo la coerenza dei comportamenti e delle espressioni, noi seguiamo criteri saldi, che non mettiamo in discussione e nemmeno facciamo affiorare all’espressione. Questi criteri, li possiamo esplicitare, ma non ha senso dire che li conosciamo, in nessun senso plausibile del termine. Non sappiamo se un albero provi o non provi dolore. Tuttavia, è un fatto che ci comportiamo con gli alberi come se non provassero dolore: per esempio, quando li potiamo. Nessuno di noi rivolge una domanda a un albero, e questo ovvio comportamento è coerente con un impressionante sistema di concetti, con una vera e propria ontologia naturale. Eppure, di che argomenti razionali disponiamo, che prove empiriche abbiamo per trasformare questi presupposti in contenuti di conoscenza? I presupposti non si conoscono: su di essi si fa affidamento. Come atteggiamento intenzionale, il fare affidamento ha altrettanta dignità del conoscere. Sul piano teoretico, ne ha di più, perché fonda la coerenza del parlare e del vivere il gioco della vita, e quindi anche del conoscere.

50Le strutture concettuali più rocciose, il suolo su cui poggiano il nostro andare per il mondo, pensare, conoscere e parlare coerente non sono conosciute in nessun senso del termine. Potremmo forse chiederci, a questo punto, perché facciamo affidamento su questi presupposti, ma la domanda andrebbe a cozzare contro un muro di tautologie. Se facciamo affidamento sull’ontologia naturale, non è perché abbiamo delle ragioni: è così perché è così, e non ci resta che prenderne atto. Il carattere tautologico, empiricamente vuoto dei presupposti conferma l’intuizione che si tratta di strutture a priori — non di un a priori formale dell’atteggiamento teoretico, ma di un a priori sostanziale dell’atteggiamento pratico.

51Il discorso potrebbe finire qui, se la questione fosse circoscritta all’ontologia naturale. Il raggio d’azione di quella che ho chiamato svolta cognitiva, tuttavia, coinvolge più in generale lo statuto epistemologico degli oggetti delle scienze umane come oggetti intenzionati. La scienza umana che conosco meglio - la linguistica - illustra molto bene questo punto.

52Chomsky per primo ha sostenuto che, in quanto parlanti-ascoltatori, conosciamo la nostra lingua. Per Chomsky (1965: 18), una lingua è un sistema di strutture e regole che si oppone come dato sistematico alle contingenze della performance, mentre la competenza dell’utente - la sua capacità di usare la lingua - coincide con una forma di conoscenza. «There is, first of all, the question of how one is to obtain information about the speaker-hearer’s competence, about his knowledge of language». L’oggetto della descrizione linguistica, che per Chomsky equivale a una grammatica generativa, coincide a sua volta con un contenuto di conoscenza del parlante: «Obviously, every speaker of a language has mastered and internalized a generative grammar that expresses his knowledge of language» (ibid.: 8).

53La deriva che stiamo descrivendo si compie in due tappe. In primo luogo, l’atteggiamento intenzionale del parlante individuale verso la sua lingua, e cioè l’atteggiamento pratico del fare affidamento su strutture condivise, viene ricondotto all’atteggiamento teoretico del conoscere. Parallelamente, l’attenzione si sposta dai contenuti intenzionati, che sono strutture condivise indipendenti dal soggetto, all’atteggiamento intenzionale, e quindi alla sfera mentale del soggetto. In questo modo, un’opzione cognitivista sfocia in un esito psicologista.

54I due passaggi, tipicamente, non sono argomentati, ma dati per autoevidenti, come proclama l’«obviously» di Chomsky. Tuttavia, è chiaro che possono essere messi in discussione entrambi. In particolare, possiamo chiederci: a) se è corretto parlare di conoscenza per descrivere il rapporto del parlante individuale con la lingua condivisa, e b) se l’oggetto intenzionato sia necessariamente omogeneo all’atteggiamento intenzionale, e quindi a sua volta un dato mentale relativo a un soggetto.

  • 3 L’ossimoro conoscenza inconscia ha preso piede tra i linguisti, fino a diventare quasi nozione di s (...)

55La conoscenza della lingua intesa come competenza, ovviamente, non può essere né esplicita, né cosciente, come sottolinea tra gli altri Jackendoff (1996: 83-84), che pure condivide l’idea secondo la quale la competenza è una forma di conoscenza: «one’s knowledge of one’s native language — one’s ability to understand and utter an indefinitely large number of sentences one has never heard before — is governed by complex principles of which one is not and cannot be consciously aware3». Ma allora, perché chiamare conoscenza un’abilità, se non per petizione di principio — per poter affermare, con Chomsky, che la linguistica è una provincia delle scienze cognitive?

56L’atteggiamento intenzionale che investe la lingua come struttura condivisa non è il conoscere, ma il fare affidamento. Il fare affidamento, ovviamente, non esclude sprazzi più o meno estesi di conoscenza vera e propria, esplicita e consapevole — di consapevolezza di come funzionano il meccanismo della lingua e le scelte dei parlanti. L’allargamento di questi sprazzi di conoscenza è lo scopo della ricerca linguistica sincronica, e su di essi si basano l’educazione linguistica nell’ambito della lingua materna e l’insegnamento delle lingue seconde. Ma allora, dobbiamo concludere che un’autentica conoscenza della lingua ha come oggetto qualcosa che è a sua volta una conoscenza?

  • 4 Riportiamo la citazione per intero: «the theory of language is simply that part of human psychology (...)

57Ogni volta che c’è una struttura intenzionale, c’è un atteggiamento del soggetto, e c’è un contenuto - un oggetto. L’atteggiamento, qualunque esso sia, conoscere o fare affidamento, è sicuramente uno stato psichico del soggetto individuale. L’oggetto, tuttavia, non è necessariamente, e nemmeno tipicamente, uno stato psichico del soggetto stesso. Se uno riflette sui propri sentimenti, ovviamente sì; se uno osserva un tramonto, altrettanto ovviamente no. L’esperienza del parlante individuale con la lingua è esattamente un struttura relazionale di questo tipo: c’è l’atteggiamento intenzionale del parlante, che fa affidamento su una lingua, e c’è la lingua come oggetto su cui il parlante fa affidamento. Stando a quanto scrive Chomsky (1975: 36), il linguaggio umano non è altro che «one particular ‘mental organ’»4. Ma possiamo davvero considerare la lingua come parte della mente del soggetto? In altri termini, fare affidamento sulla lingua assomiglia più a riflettere sui propri sentimenti o a guardare un tramonto?

  • 5 II linguaggio verbale umano si distingue dagli oggetti sociali istituzionali in quanto oggetto soci (...)

58A differenza di un tramonto, la lingua non è indipendente dall’investimento intenzionale: una lingua senza parlanti si dissolve, un tramonto senza spettatori no. Questo investimento intenzionale, tuttavia, non è del soggetto singolo, ma di un’intera comunità, e su di esso la condizione del singolo è ininfluente. Se io non so il catalano, è un problema mio, non del catalano, che sussisterà come lingua finché i catalani decideranno di continuare a parlarlo. A differenza di uno stato psichico, e come un oggetto sociale5 (Searle 1995), la lingua non appartiene al soggetto, ma gli si impone come una struttura indipendente.

  • 6 Tra la realtà empirica dei fatti di lingua polverizzati nella storia e nella società e il carattere (...)

59La lingua intenzionata dal soggetto può essere utilmente definita come un sistema di presupposti condivisi dalla comunità sul quale il singolo parlante competente sente — non sa — di poter fare affidamento. Credo che questo sia il senso profondo della concezione saussuriana della langue come patrimonio sociale e oggetto della descrizione linguistica sincronica. La langue di Saussure non è una finzione teoretica basata su una rozza semplificazione della complessità storica e sociale dei dati empirici, ma un oggetto dell’ordine eidetico o trascendentale, e cioè un sistema condiviso di presupposti formali che rende possibile la creazione, la conservazione e la circolazione interumana di contenuti condivisi6.

60Tutte le pratiche di un agente competente, dalla deambulazione alla ricerca scientifica passando per l’espressione verbale, presuppongono tra i loro ingredienti complessi sistemi di categorie e relazioni su cui i soggetti fanno affidamento. Ma un conto è fare affidamento su un sistema di categorie, un altro conto è conoscerlo. Il successo di un’idea, tuttavia, non è necessariamente proporzionale alla sua ragionevolezza. L’idea ha fatto scuola, e da quando Chomsky ha rivendicato un rilancio del ‘mentalismo’ contro il comportamentismo imperante, la tendenza a assimilare le strutture condivise prima a contenuti di conoscenza e poi a stati mentali, è diventata una deriva incontrollabile.

61I contenuti di conoscenza a cui pensa Chomsky sono in primo luogo strutture formali, indipendenti dai contenuti concettuali sostanziali che di volta in volta le riempiono. La semantica generativa prima (McCawley 1970, Lakoff 1971), le scuole linguistiche funzionali (Dik 1997) e cognitive (Langacker 1987,1991, 1993), affermano il primato delle categorie e relazioni concettuali sostanziali, di cui le categorie e relazioni formali della lingua sono strumenti di codifica e circolazione sociale. Il pendolo, come si vede, oscilla tra due posizioni estreme — il primato delle forme o il primato dei concetti — ma il suo perno di rotazione rimane saldamente fermo. Quando Jackendoff (1988) scrive che i concetti sono «immagini mentali» non fa che ribadire quello che ormai è diventato un luogo comune. Dopo le forme sintattiche vuote, tocca ai concetti pieni. Dapprima, l’atteggiamento pratico del fare affidamento su oggetti e strutture condivise viene ricondotto all’atteggiamento teoretico del conoscere. Parallelamente, l’attenzione si sposta dai contenuti condivisi intenzionati all’atteggiamento intenzionale: i contenuti condivisi sono assimilati a contenuti di coscienza del soggetto. A quasi un secolo dalla pubblicazione delle Ricerche logiche di Husserl, l’identico ritorna.

62Come molti altri aspetti delle scienze umane del Novecento, questa doppia deriva dal mondo vissuto alla conoscenza del mondo è probabilmente il frutto lontano di un seme kantiano: «tra ‘essere’ e ‘conoscere’ — osserva Ferraris (2004: 140) - non intercorre più alcuna differenza [...] Ma poiché la conoscenza costituisce pur sempre qualcosa che ha luogo in un soggetto (sia pure trascendentale), la distinzione tra soggettivo e oggettivo si riduce a un pio desiderio». In particolare, sfuma la differenza tra il patrimonio psichico del soggetto empirico e il patrimonio di strutture e concetti condivisi.

6 Un corollario della svolta cognitiva: I’homo loquens a una dimensione

Words are swords
Marlowe

63Quando si confonde l’oggetto intenzionato con l’atteggiamento intenzionale del soggetto, le conseguenze negative riguardano entrambi i poh della relazione: da un lato, non si riconosce l’autonomia dell’oggetto dalla sfera soggettiva; dall’altro, si ignora l’autonomia morale del soggetto, ridotto a contenitore di conoscenze.

64Di nuovo, questo esito è particolarmente visibile nel caso di una scienza umana come la linguistica: se la lingua, con il suo patrimonio di regole e strutture, è ridotta a uno stato mentale del soggetto, la competenza del parlante-ascoltatore si riduce a sua volta al rispecchiamento passivo di un sistema di regole e strutture — all’«interiorizzazione di una grammatica generativa». La capacità di un parlante di servirsi della lingua, tuttavia, non si riduce alla capacità di applicare regole, ma è una forma di azione il cui soggetto progetta fini, compie delle scelte e prende delle decisioni. All’interno di questa forma di azione la lingua, con le sue complesse architetture strutturali, assume il ruolo di strumento. Se la struttura della lingua in quanto oggetto intenzionato si impone dall’esterno al parlante, solida come un albero o una sedia, per parafrasare Reinach (1913), la messa a fuoco della competenza ci trasporta in una dimensione totalmente pratica, che trova nel soggetto la sua origine e il suo legislatore.

  • 7 Una formulazione esplicita del principio per cui il punto di vista crea Soggetto, che ha dominato g (...)

65Vista dal punto di vista dell’utente, dei suoi progetti e delle sue decisioni, la lingua stessa non si presenta come un monolitico sistema di regole, ma come un sistema stratificato di opzioni multiple, ordinate per tipi di scopi funzionali, tra le quali il soggetto è chiamato a scegliere (Halliday 1978: 4). Il passaggio dall’idea di lingua come sistema di regole all’idea di lingua come repertorio di opzioni è indubbiamente connesso a un cambiamento di punto di vista: da una messa a fuoco del sistema della lingua si passa a una tematizzazione dell’agente e dell’azione. Il cambio di prospettiva, tuttavia, non deve essere interpretato come una conferma del principio secondo cui il punto di vista crea l’oggetto. In realtà, il punto di vista non crea l’oggetto ma una prospettiva parziale sull’oggetto, che è abbastanza complesso da rivelare profili diversi a seconda del punto di vista che lo indaga. Semplicemente, è un errore assolutizzare il singolo punto di vista, e confondere la visione dischiusa dal punto di vista con l’oggetto. Nel caso particolare, la lingua non si riduce né a un sistema di regole, come appare a una visione rigidamente formalista, né a un sistema di opzioni, come si presenta a una visione rigidamente funzionalista7. Viceversa, il sistema di strutture e regole e il repertorio di opzioni sono due aspetti ugualmente essenziali e ugualmente parziali che coesistono nella realtà complessa della lingua.

66La lingua contiene indubbiamente uno zoccolo duro formato da regole non negoziabili, alle quali il parlante si deve sottoporre. Non possiamo dire, per esempio, “canes” invece di “cani”, “bianchità” invece di “bianchezza” o “velocezza” invece di “velocità”, o “ancora una volta ho rimasto solo”. La struttura dei suoni, delle sillabe e delle parole — di competenza della fonologia e della morfologia — rientra certamente in una grammatica delle regole.

67All’altra estremità della scala, un testo è visto non come l’esito dell’applicazione passiva di regole, ma come il risultato di una gerarchia di scelte operate del suo autore, che ne porta la responsabilità — la lode o il biasimo. A metà strada, nella struttura della frase, le regole e le scelte si danno il cambio. Nella struttura della frase, un nucleo costruito sulla base di regole rigide si espande in strati periferici la cui struttura è il risultato delle scelte del parlante.

68La forma di un soggetto o di un complemento oggetto è quella che è. Il soggetto concorda con la forma verbale del predicato. La reggenza di un verbo va accettata così com’è: “rinunciare” regge un complemento introdotto dalla preposizione “a”, “diffidare” vuole “di”, e “contare” “su”. Fino a questo punto, la grammatica è un sistema di tautologie: le cose stanno così perché stanno così. Queste tautologie, il parlante le condivide, ma, ovviamente, non ne è responsabile.

  • 8 Sulla coerenza come proprietà costitutiva del testo - non «qualitas ma quidditas» - e sulla rete di (...)

69Appena si esce dal nucleo portante, la lingua non impone al parlante una regola, ma gli propone un ventaglio di alternative tra cui scegliere. Se decide di specificare lo strumento con cui l’agente ha compiuto un’azione come “Giovanni ha spaccato la legna”, ad esempio, il parlante può scegliere tra molte forme di espressione alternative, funzionalmente altrettanto efficaci: “con una scure”, “per mezzo di una scure”, “servendosi di una scure”. Può addirittura dire: “Giovanni ha spaccato la legna. L’ha fatto con una scure”. In questo caso non ha usato una frase ma un piccolo testo coerente: la grammatica stessa diventa un’opzione, e si dimostra funzionalmente intercambiabile con strumenti di ordine testuale, basati sulla coerenza e sulla coesione8.

70Quando collega i contenuti di frasi diverse con quei ponti concettuali che chiamiamo causa, o fine, o concessione, addirittura, il parlante può contare su una quantità incredibile di risorse sia grammaticali, sia testuali. Prendiamo il fine. Nelle grammatiche, studiamo che il fine si esprime con per, o al massimo “al fine di”, e infinito presente, oppure “affinché” o “perché” e congiuntivo presente o imperfetto. In realtà, la relazione concettuale che si chiama fine — un motivo che spinge un agente a compiere un’azione e che coincide con il contenuto di un suo progetto orientato verso il futuro — è un ponte che può essere costruito in centinaia di modi diversi: possiamo usare una struttura grammaticale o un frammento di testo coerente; in entrambi i casi, possiamo optare per vari gradi di codifica, lasciando più o meno spazio al ragionamento inferenziale, e possiamo coinvolgere decine di nomi che incapsulano la relazione, da “scopo” a “progetto”, da “obiettivo” a “intenzione”, da “volontà” a “desiderio”, “sogno” o “ambizione” (Gross e Prandi 2004):

Ho affittato una casa al mare perché volevo (avevo l’intenzione, il desiderio, il sogno, il progetto, la speranza ... di) passarci le vacanze.
Ho affittato una casa al mare allo scopo (con l’intenzione, il desiderio, la speranza, la prospettiva, la speranza, l’illusione...) di passarci le vacanze.
Volevo passare le vacanze al mare. Con questa intenzione (proposito, scopo, prospettiva desiderio, sogno, speranza, illusione) ho affittato una casa.

71Nell’area delle opzioni, la lingua esibisce nella sua stessa struttura l’impronta della sua destinazione funzionale all’uso da parte di un parlante intelligente, capace di valutare e scegliere. Reciprocamente, il parlante non si limita a adeguarsi passivamente alle regole, ma diventa un soggetto attivo di scelte compiute liberamente, di cui assume la responsabilità. La sua competenza non può limitarsi a riflettere, e ancora meno a conoscere, un sistema di regole, ma deve necessariamente includere la capacità di elaborare un progetto di espressione, di valutare le opzioni offerte dalla lingua per risolvere i suoi problemi funzionali, e di prendere le decisioni conseguenti. Per dirla nel lessico kantiano, il parlante appare dotato della facoltà di giudizio. Ma la facoltà di giudizio, come ricorda Kant, non può essere governata da regole. Ecco perché una grammatica generativa non sarà mai un modello della competenza del soggetto: una grammatica generativa è un sistema di regole impersonali. La competenza è un’abilità pratica del soggetto agente, in grado non solo di applicare passivamente regole, ma anche, e soprattutto, di valutare, di fare delle scelte, e in definitiva di prendere delle decisioni.

72Si badi che fin qui non abbiamo nemmeno varcato la soglia di un’analisi dell’interazione comunicativa come azione finalizzata e cooperativa che coinvolge due agenti responsabili capaci di servirsi del linguaggio verbale come di uno strumento al servizio dei propri progetti. Finora, ci siamo limitati a constatare che la struttura della lingua, nella misura in cui si presenta come un sistema di opzioni, reca in sé l’impronta indelebile della sua destinazione funzionale all’azione umana, e che, di conseguenza, la sua descrizione presuppone l’uso da parte di agenti responsabili, che non si limitano a interiorizzare regole ma valutano, scelgono e decidono.

  • 9 La «rivoluzione copernicana» che ha portato a dissociare la comunicazione dal modello cibernetico e (...)

73Quando usa le espressioni della lingua per comunicare, l’essere umano aggiunge uno strumento suo proprio, esclusivo - il linguaggio verbale articolato che distingue dagli altri esseri viventi - alla sua più generale capacità di azione. L’azione linguistica diventa una provincia dell’azione. Con il linguaggio si può trasmettere conoscenza, ma anche odiare e amare, spingere o dissuadere dall’azione, consolare, ferire, o uccidere, alleviare o aumentare la quantità di sofferenza che gli uomini, come tutti i viventi, subiscono dall’ambiente circostante e dai suoi abitanti. L’homo loquens non è solo homo sapiens — è, soprattutto, homo agens. La comunicazione è una forma di azione umana cooperativa e razionale guidata da massime di ordine morale non molto diverse da quelle che regolano comportamento morale in generale. La reciproca comprensione non è una conseguenza meccanica della condivisione dello strumento linguistico ma un fine condiviso — non è un fatto ma un valore9. E inutile sottolineare che tutto questo si perde in uno sfondo nebuloso se la competenza del soggetto è ridotta all’interiorizzazione di un sistema di regole grammaticali.

74La sinergia tra un’interazione comunicativa che si serve del linguaggio verbale e l’agire morale libero e responsabile ci riporta a una delle opposizioni categoriali di fondo dell’ontologia naturale — quella che isola l’essere umano dagli altri esseri viventi. Dopo la parentesi epistemologica, il cerchio si chiude.

7 Conclusione

75Il riduttivismo cognitivista è di fatto imperante ma di diritto già smontato, da Wittgenstein (1969) per quel che riguarda il primo movimento - la riduzione dell’intenzionale al cognitivo - e da Husserl (1900) per il secondo - l’assimilazione del contenuto intenzionato all’atteggiamento intenzionale, del condiviso al soggettivo. Dobbiamo semplicemente ricordarcene, e togliere un po’ di polvere da alcuni vecchi libri, magari al prezzo di leggere qualche nuovo libro in meno. Una critica dell’ipoteca linguistica sui concetti, viceversa, richiede ancora molto lavoro, ed è destinata a rimettere in discussione il rapporto tra le lingue storiche e naturali e il suolo stratificato su cui germogliano, formato da una superficie affiorante di concetti coerenti e da un sistema sommerso di condizioni di coerenza. Il progetto di una «grammatica filosofica» (Prandi 2004), al quale ho dedicato e intendo dedicare tutta la mia ricerca, vuole essere un passo in questa direzione.

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Note

1 Sulle orme di M.-E. Conte (1988: Cap. 1) distinguiamo la coerenza intesa come assenza di contraddizione o più generalmente di conflitto concettuale nella frase semplice (ingl. consistency) dalla coerenza intesa come capacità di un testo di veicolare un messaggio unitario (ingl. coherence).

2 Secondo Wittgenstein (1922), la relazione tra la forma sintattica della frase e la struttura del processo è una relazione diagrammatica, cioè una relazione iconica tra due reti di relazioni isomorfe. Dal momento che considera l’espressione come una rappresentazione (Bild) del contenuto, l’ipotesi diagrammatica presuppone che la struttura di quest? ultimo sussista e sia accessibile indipendentemente. Questa condizione, se si realizza negli strati periferici delle frasi, viene meno nel nucleo, dove la relazione tra forma e contenuto è piuttosto proiettiva che rappresentativa, nel senso che una struttura grammaticale è in grrado di proiettare sul contenuto una rete di relazioni estranee (Cfr. Prandi 2004: Cap. Ili, § 2.3).

3 L’ossimoro conoscenza inconscia ha preso piede tra i linguisti, fino a diventare quasi nozione di senso comune: si veda ad esempio quanto scrive Sgroi (2002: 309) in un lavoro destinato a un pubblico di non esperti: «ogni parlante nativo [...] non può non conoscere la grammatica della propria lingua. Egli ha cioè una conoscenza inconscia o interiorizzata della struttura/grammatica della propria lingua» (corsivo nostro). L’atteggiamento analitico di Strawson (1992: 7)) evita l’ossimoro mettendo in luce un incongruenza in quest’uso del verbo conoscere: «We have mastered a practice, but can’t state the theory of our practice. We know the rules because we observe them and yet we don’t know them because we can’t say what they are».

4 Riportiamo la citazione per intero: «the theory of language is simply that part of human psychology that is concerned with one particular mental organ’, human language».

5 II linguaggio verbale umano si distingue dagli oggetti sociali istituzionali in quanto oggetto sociale naturale. Consideriamo l’esempio del suono. Apparentemente, un fonema funziona come una banconota: come c’è un pezzo di carta investito di una funzione sociale, di un valore condiviso, un suono bruto acquista il valore (Saussure 1916) di fonema nel momento in cui è investito di una funzione sociale condivisa - la funzione di distinguere parole dotate di significati diversi alPinterno di una certa lingua (Troubetzkoy 1939). Diversamente dal caso della banconota, tuttavia, la condivisione non scaturisce da un atto istituzionale, ma è un a priori', non c’è istituzione, con-venzione, e quindi traccia (Ferraris 2002, 2003). Nel caso del linguaggio, la scrittura perde il privilegio che le conferisce Derrida (1967) di metafora e icona della traccia - tipicamente, nella nostra cultura, traccia scritta, o più recentemente magnetica - per riprendere la sua nuda condizione di dato empirico, come il suono. Come dato empirico, tuttavia, il suono articolato precede la scrittura, e quindi la traccia. Come criterio fondante degli oggetti sociali naturali come la lingua, non resta dunque che la condivisione, fatto ultimo non documentato da alcuna traccia (salvo che si adotti una versione aggiornata dello psicologismo e si cerchi questa traccia nel cervello).

6 Tra la realtà empirica dei fatti di lingua polverizzati nella storia e nella società e il carattere a priori di struttura non c’è contraddizione. Consideriamo di nuovo un sistema fonologico. Visto dall’esterno, come oggetto di studio empirico, un sistema fonologico è un prodotto contingente di una deriva storica, più o meno stratificato socialmente. Ma nel momento in cui una comunità di parlanti fa affidamento proprio su quel particolare e contingente gruppo di suoni come fondamento per la distinzione tra le parole significanti della sua lingua, lo stesso dato empirico si trasforma in a priori. Alla luce della funzione distintiva condivisa, una configurazione contingente dal punto di vista storico e sociale diventa a tutti gli effetti una struttura dotata di necessità interna.

7 Una formulazione esplicita del principio per cui il punto di vista crea Soggetto, che ha dominato gran parte della linguistica del Novecento, si trova negli appunti inediti di Saussure recentemente pubblicati da De Mauro (Saussure 2005: 17): «non c’è [...] la minima possibilità di percepire o determinare un fatto linguistico fuori dell’adozione preliminare di un punto di vista». Se è vero che non esiste visione sganciata da un punto di vista, è altrettanto vero che il punto di vista non crea l’oggetto, ma più semplicemente una visione dell’oggetto, o una prospettiva sull’oggetto. Di conseguenza, ogni punto di vista porta a enfatizzare alcuni aspetti parziali a danno di altri. Il punto di vista strutturale, per esempio, enfatizza l’autonomia delle forme: per un esempio estremo, si veda Hjelmslev (1961: 39): «the existence of a system is a necessary premise for the existence of a process [cioè di un testo o di un discorso] »; «A process is unimaginable - because it would be in an absolute and irrevocable sense inexplicable - without a system lying behind it». Il punto di vista funzionale, viceversa, enfatizza la disponibilità servizievole dello strumento al servizio di scopi socialmente condivisi: si veda ad esempio Dik (1997: 5): «A natural language is an instrument of social interaction. That it is an instrument means that it does not exist in and by itselr as an arbitrary structure of some kind, but that it exists by virtue of being used for certain purposes». In realtà, l’oggetto è sufficientemente complesso da contenere entrambi questi aspetti, che, come le diverse visioni di un oggetto concreto, sono ugualmente parziali.

8 Sulla coerenza come proprietà costitutiva del testo - non «qualitas ma quidditas» - e sulla rete di relazioni coesive che la sottendono e la segnalano, rimando ai classici studi di M.-E. Conte (1988).

9 La «rivoluzione copernicana» che ha portato a dissociare la comunicazione dal modello cibernetico e strutturale basato su due operazioni simmetriche di codifica e decodifica per riconoscervi una forma di azione finalizzata cooperativa e razionale è opera essenzialmente di Grice: «one of my avowed aims is to see talking as a special case or variety of purposive, indeed rational behaviour» (Grice 1975:47). In Prandi (1995; 2004: Cap. 1), ho cercato di fondare lo spazio etico della comunicazione sul suo carattere indicale: sul fatto cioè che il messaggio prende forma in un campo contingente grazie alla possibilità di conferire a un segnale stabile nel tempo - l’espressione linguistica dotata di un significato - un valore di messaggio contingente, ancorato a un intenzione comunicativa occasionale, concepita in funzione di un destinatario occasionale in condizioni spazio temporali a loro volta occasionali.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Michele Prandi, «L’ontologia naturale: uno sguardo da linguista»Rivista di estetica, 32 | 2006, 177-196.

Notizia bibliografica digitale

Michele Prandi, «L’ontologia naturale: uno sguardo da linguista»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 13 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2409; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2409

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