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Putnam contro le rappresentazioni mentali: il caso della percezione

Alfredo Paternoster
p. 157-175

Testo integrale

Ho il piacere di ringraziare Josip Corbì, Tim Crane, Michele Di Francesco, Diego Marconi e Cristina Meini per i loro commenti su versioni precedenti di questo saggio.

Introduzione

1Sebbene la nozione di rappresentazione mentale svolga non da ieri un ruolo cruciale in filosofia e in scienza cognitiva, lo statuto ontologico delle rappresentazioni mentali resta tuttora precario. Questa situazione è particolarmente imbarazzante per la scienza cognitiva, fondata come sull’assunto che i processi mentali siano computazioni su rappresentazioni mentali.

2Nelle recenti Dewey Lectures Hilary Putnam ha sviluppato una critica molto severa del concetto di rappresentazione mentale: sulla base di un’analogia tra la teoria computazionale della percezione (visiva) e la teoria dei sense-data, Putnam sostiene che la visione computazionale e il funzionalismo computazionale in genere costituiscono una concezione della percezione e dei fenomeni mentali del tutto implausibile. L’idea è che postulare rappresentazioni mentali rinverdisca una vecchia e discreditata tradizione epistemologica, che possiamo etichettare alla grossa come cartesiana, che porta a dubitare dell’esistenza del mondo esterno. Oltre a non poter evitare questa “deriva” scettica, i sostenitori del rappresentazionalismo neocartesiano riporterebbero in auge, a dispetto delle loro stesse intenzioni, il dualismo mente-corpo.

3In questo articolo farò vedere che l’analogia tra le rappresentazioni percettive e i sense-data è in larga misura infondata, e che è possibile sposare la tesi della natura computazional-rappresentazionale dei processi mentali senza incorrere nelle conseguenze nefaste cui allude Putnam. Non c’è nessuna implicazione privilegiata dal funzionalismo computazionale allo scetticismo, né si devono interpretare le rappresentazioni come indebite reificazioni di capacità mentali. Difenderò una teoria della percezione realista e rappresentazionalista che, pur presentando diverse analogie con il cosiddetto realismo indiretto, non si espone alle obiezioni classiche formulate nei suoi riguardi.

1 L’argomento di Putnam contro le rappresentazioni percettive

  • 1 Si vedano ad es. Marr (1982), Palmer (1999), Pylyshyn (2003).

4La visione computazionale è un programma di ricerca che si propone di spiegare come funziona il sistema visivo. In questa cornice teorica la percezione visiva è considerata un sistema di elaborazione delle informazioni che “ricostruisce” gli oggetti presenti nel mondo (i cosiddetti stimoli distali), a partire dalle informazioni disponibili nelle immagini retiniche (il cosiddetto stimolo prossimale). Questo complesso processo ricostruttivo richiede diversi stadi di elaborazione, ciascuno dei quali mette capo alla costruzione di un tipo specifico di rappresentazione mentale. Per esempio, nella teoria di Marr, che si può tuttora considerare come il modello paradigmatico delle spiegazioni computazionali della percezione visiva, vi sono tre livelli di rappresentazione: lo schizzo primario, lo schizzo a due dimensioni e mezzo (-D) e i modelli tridimensionali (3-D)1.

5Secondo Putnam (1994), questa concezione della percezione come successione di stadi di elaborazione non è che una versione sofisticata, scientificamente aggiornata, della buona (anzi, cattiva!) vecchia teoria dei sense-data. Le rappresentazioni percettive sono gli odierni dati sensori. E se questo è vero, ben noti argomenti, come quelli sviluppati da Austin in Sense and Sensibilia (Austin 1961), possono essere applicati con successo anche alle entità teoriche postulate dalla visione computazionale e, più in generale, dalla spiegazione computazional-rappresentazionale (cui mi riferirò, d’ora in poi, con “la teoria C-R”).

6L’idea di Putnam è cioè che le teorie computazionali della percezione sono profondamente erronee, poiché la nozione di rappresentazione mentale è insensata quanto lo era quella di dato sensorio. L’insensatezza delle teorie in questione consisterebbe: (a) nell’avere implicazioni dualistiche (riproposizione del dualismo cartesiano); (b) nell’avere implicazioni scettiche riguardo all’esistenza del mondo esterno; e (c) nel comportare l’impossibilità di riferirsi, nel linguaggio come nel pensiero, al mondo.

7Un’ovvia obiezione a questo modo di porre la questione è che non vi è nulla di insensato nel dualismo e nello scetticismo: si tratta di posizioni filosofiche oggi impopolari ma degne di rispetto. E vero tuttavia che tanto il dualismo quanto lo scetticismo sarebbero ben poco congeniali a un computazionalista, e lo stesso vale per l’impossibilità del riferimento, a meno di voler abbracciare qualche forma di idealismo. Inoltre, nelle Royce Lectures Putnam (1999: sez. II) argomenta che la nozione di stato psicologico interno (che è coestensiva con quella di rappresentazione mentale) è inintelligibile.

8La mia strategia per confutare gli argomenti di Putnam si articola nel modo seguente: nel prossimo paragrafo sosterrò che le rappresentazioni mentali (così come caratterizzate nella teoria C-R) e i seme-data sono due costruzioni teoriche alquanto diverse. Nondimeno, spiegherò in che senso l’analogia di Putnam non sia del tutto priva di fondamento. Nel paragrafo 3 farò vedere che, a dispetto dell’analogia, la teoria C-R non implica le disastrose conseguenze che Putnam suppone. Dopo aver preso in considerazione, nel paragrafo 4, una possibile interpretazione empirica dell’argomento di Putnam, difenderò, nel quinto e conclusivo paragrafo, una posizione, il “realismo rappresentativo empirico”, che è, a mio parere, la filosofia della percezione soggiacente alle teorie C-R. Sosterrò che questa posizione può essere considerata come una particolare versione di realismo indiretto, capace tuttavia, se i miei argomenti sono corretti, di dar conto tanto delle intuizioni “indirette” quanto di quelle “dirette” che nutriamo riguardo alla percezione.

2 Rappresentazioni percettive: nient’altro che sense-data mascherati?

9Per cominciare, deve essere chiaro che il mio intento non è quello di difendere la teoria dei sense-data. Si può riconoscere a Putnam che tale nozione solleva alcuni problemi cui non è facile dare una risposta. Il mio punto è un altro, che, nella misura in cui l’analogia tra la teoria dei sense-data e la teoria C-R non tiene, Putnam non può dedurre il fallimento della seconda dal fallimento della prima. Per questa ragione, non mi dilungherò a discutere la teoria dei sense-data, limitandomi a mettere in luce quelle caratteristiche dei dati sensori che sembrano essere pertinenti per un confronto con le rappresentazioni percettive.

  • 2 I seme-data sono stati considerati quasi sempre mentali, con l’eccezione di Bertrand Russell, che, (...)

10I dati sensori sono, per definizione, ciò di cui siamo consapevoli o coscienti nell’esperienza percettiva. L’idea è che quando vedo, per esempio, un tavolo, non sto in realtà percependo direttamente il tavolo. Il tavolo “in carne ed ossa” è invece inferito, o costruito logicamente, da “materiali sensori grezzi”, quali macchie di colore, segmenti di contorni, forme elementari, le “entità” che appunto vengono chiamate sense-data. Si può discutere su quali siano, esattamente, questi costituenti immediati della percezione, ma, quali che essi siano, si tratta di entità mentali2.

  • 3 Cfr. ad es. Ayer (1940: 1-10); Crane (2001: §41).

11È ben noto come la caratterizzazione della percezione come relazione con dati sensori sia stata spesso desunta dal cosiddetto argomento dell’illusione. L’argomento muove dall’ovvia premessa che ci sono esperienze allucinatorie, vale a dire, esperienze in realtà prive dell’oggetto che sembrano avere. La seconda premessa consiste nell’affermazione che un’esperienza allucinatoria può, in linea di principio, essere fenomenologicamente indistinguibile da un’esperienza veridica. La supposta conclusione è che l’oggetto di un’esperienza, sia essa veridica oppure no, non può essere un oggetto reale. Infatti, poiché nell’esperienza allucinatoria non ce alcun oggetto reale, il suo oggetto dovrà essere mentale; analogamente staranno le cose nel caso dell’esperienza veridica3.

12Tuttavia, come ha fatto vedere Austin (1961), la conclusione dell’argomento dell’illusione può essere tratta soltanto sotto l’assunzione di un’ulteriore premessa inesplicitata:

13(P*) Se due esperienze sono (fenomenologicamente) identiche, allora devono avere lo stesso oggetto che è tutt’altro che banalmente vera. Nulla infatti esclude la possibilità che, mentre un’esperienza veridica ha per oggetto quello che sembra avere, l’esperienza allucinatoria fenomenologicamente identica abbia un altro oggetto o sia priva di oggetto. Essere fenomenologicamente identiche non implica avere lo stesso oggetto. Né è ovvio che qualsiasi esperienza debba avere un oggetto. Le allucinazioni sono candidate plausibili all’essere prive di qualsiasi oggetto.

14In questo modo Austin mostra come non sia necessario postulare l’esistenza di entità interne ai fini di spiegare come funziona la percezione veridica. A sostegno dell’argomento vengono inoltre portate alcune considerazioni linguistiche: noi non diciamo di vedere dati sensori; i nostri usi linguistici di ‘vedere’ e più in generale dei verbi di percezione fanno riferimento a oggetti reali, non mentali.

15Dunque, il punto di Austin è che dar conto dell’esperienza percettiva non richiede di postulare dati sensori. Possiamo generalizzare questo argomento a qualunque tipo di rappresentazione percettiva, come pretende Putnam? Per rispondere a questa domanda cominciamo con l’istituire un confronto sistematico tra i sense-data e le rappresentazioni percettive, cercando di individuare le eventuali proprietà comuni. Le principali caratteristiche dei sense-data sembrano essere le seguenti:

  1. seme-data sono fenomenicamente consci. Essere esperito soggettivamente è un tratto intrinseco alla nozione di dato sensorio. Nulla che non sia (dato) nell’esperienza può essere un dato sensorio.

  2. I seme-data sono oggetti immediati di conoscenza. Nella terminologia di Russell, siamo acquainted con i sense-data, ne abbiamo una conoscenza “intima”, diretta.

  3. I seme-data non sono le idee degli oggetti fisici. Essi sono infatti i materiali sensori grezzi a partire dai quali le idee degli oggetti vengono costruite. Un interessante corollario di questa tesi è che i dati sensori appartengono a uno stadio primario della percezione. Sono pertinenti, più che alla percezione in senso proprio, alla sensazione, considerata come stadio primitivo o primario del processo percettivo.

  4. I seme-data hanno in prima istanza un ruolo epistemologico; sono parte di una teoria epistemologica. Più specificamente, essi sono i mattoni fondamentali della conoscenza empirica: gli oggetti sono inferiti dai dati sensori, o costruiti a partire da essi (a seconda di quale specifica versione della teoria si voglia prendere in considerazione).

    • 4 Se, come fa ad es. Crane (2001: Cap. 5), si definiscono i qualiacomt il residuo del contenuto di es (...)

    I seme-data hanno un aspetto qualitativo, nel senso che sono “sentiti”: avere dati sensori fa un certo effetto4.

16Ora, le rappresentazioni percettive, così come definite in una teoria C-R, non soddisfano affatto tutti questi requisiti. A fatica ne soddisfano uno solo, il terzo:

    • 5 Si consideri, per esempio, la seguente citazione da Pylyshyn: «ci sono buone ragioni di credere che (...)

    Le rappresentazioni percettive non sono, in generale, fenomenicamente conscie. Ci sono chiari casi in cui non lo sono, come lo schizzo primario grezzo di Marr, e alcuni casi controversi. Per esempio, secondo Jackendoff (1987), lo schizzo -D di Marr è una rappresentazione cosciente, mentre, secondo Fodor, sono piuttosto i modelli 3-D ad essere coscienti. La difficoltà di comprendere se un dato stato computazionale sia conscio oppure no è indubbiamente dovuta al fatto che gli scienziati cognitivi sono confusi al riguardo, o quantomeno riluttanti a chiarire quale relazione sussista tra gli stati fenomenici personali e gli stati computazionali subpersonali. Nondimeno, un punto è assolutamente chiaro: anche se alcune rappresentazioni percettive fossero coscienti, certo non lo sono necessariamente. Essere cosciente è al più una proprietà contingente delle rappresentazioni, mentre è una proprietà costitutiva del concetto di dato sensorio. Le presunte proprietà fenomeniche coscienti delle rappresentazioni, infatti, non svolgono alcun ruolo esplicativo nelle teorie computazionali. Potremmo spingerci a dire qualcosa di più forte, che le rappresentazioni percettive, in quanto computazionali, non sono coscienti, nel senso che le rappresentazioni sono individuate esclusivamente sulla base di criteri funzionali intrateorici, nei quali gli aspetti fenomenici non hanno alcun ruolo5.

  1. Non abbiamo conoscenza immediata (acquaintance) delle rappresentazioni mentali. Il paradigma della nozione di rappresentazione mentale è offerto dalle regole della grammatica generativa. Ce un senso in cui noi conosciamo le regole della sintassi, ma si tratta di una conoscenza tacita del tutto diversa dalla “familiarità cognitiva” in questione nel caso dei dati sensori. Quello che al più si può dire è che alcune rappresentazioni percettive sono la controparte computazionale di alcuni stati o contenuti fenomenici, ma ciò non significa che abbiamo conoscenza delle rappresentazioni.

  2. (Come accennato, questo è il solo aspetto che sostiene chiaramente l’analogia) Alcune rappresentazioni percettive, quelle della visione primaria, si collocano al livello di quella che la tradizione filosofica chiama “sensazione”. Così scrive, ad esempio, Dretske: «Le sensazioni sono un veicolo precognitivo e preconcettuale di informazione sensoriale. I termini ‘sensazione’ e sense-data (o semplicemente esperienza’) erano (e in alcune scuole sono tuttora) usati per descrivere la fase primaria dell’elaborazione percettiva. Oggi va più di moda riferirsi al componente sensoriale della percezione con le espressioni ‘percetto’, ‘magazzino sensoriale’, ‘icona’ (cfr. Neisser 1967) o, nel caso dei modelli computazionali, ‘schizzo 2Vi-D’ (Marr 1982), ma il risultato è lo stesso: il riconoscimento di uno stadio di elaborazione percettiva nel quale l’informazione in ingresso è codificata in una forma sensoriale grezza (precategoriale e prericonoscitiva).» (Dretske 1993: 473).

  3. Le rappresentazioni percettive non hanno una funzione epistemologica. Esse hanno bensì una funzione esplicativa. In termini un po’ diversi, potremmo dire che le rappresentazioni non sono i dati fondamentali per il soggetto epistemico, nel senso che non sono i fatti fondamentali su cui un agente basa le proprie credenze.

  4. Le rappresentazioni mentali non hanno una componente qualitativa. Non essendo coscienti, a fortiori non sono qualitative. Del resto, è controverso che una teoria computazionale debba dar conto degli aspetti qualitativi (si veda ancora la nota 5 sopra).

  • 6 In linea di principio, un sostenitore dei sense-data può anche essere un fenomenista, oppure un ide (...)

17Questo raffronto puntuale evidenzia come l’analogia di Putnam sia assai esile. Alla luce di queste differenze potremmo concludere che le rappresentazioni percettive sono costruzioni assai diverse dai sense-data, con buona pace per l’argomento di Putnam. Tuttavia, questo sarebbe un ragionamento affrettato. Il problema è che il nostro raffronto ha trascurato un aspetto cruciale per l’argomento in questione. Cruciale al punto che, se l’analogia risultasse fondata sotto quel solo aspetto, ciò sarebbe nondimeno sufficiente per concludere che Putnam ha raggiunto il suo scopo. Si ricorderà come, nella discussione dell’argomento dell’illusione, Austin dicesse che non è necessario postulare alcun oggetto intermedio tra l’agente e il mondo reale. Ebbene, il punto di Putnam è esattamente che le rappresentazioni mentali condividono con i sense-data questo ruolo: esse sono interfacce tra il soggetto e il mondo. In altri termini, la teoria C-R e le teorie dei sense-data sarebbero accomunate dall’essere ambedue forme di realismo indiretto, la posizione filosofica secondo la quale gli oggetti immediati dell’esperienza percettiva sono enti mentali6. Come i dati sensori, le rappresentazioni percettive separano il soggetto dal mondo reale. Percepiamo il mondo percependo rappresentazioni (percettive). Indipendentemente da come tali interfacce vengano chiamate — rappresentazioni, percetti, dati sensori ecc. — il mondo può esserci dato solo tramite questi mediatori mentali. Questo è ciò che Putnam chiaramente intende quando, per esempio, afferma che «la concezione alla base delle teorie rappresentazionali [...] è quella di un teatro interno o uno schermo cinemaografico interno.» (1999: 161). In realtà vediamo (direttamente) «non proprietà degli oggetti esterni, ma proprietà delle immagini sullo schermo cinematografico interno» {ibid).

18Possiamo dunque riformulare l’argomento di Putnam nel modo seguente. La teoria C-R appartiene alla famiglia delle teorie dei sense-data in quanto, a dispetto di altre numerose differenze, è una versione di realismo indiretto. L’idea guida del realismo indiretto è che il contenuto immediato degli atti percettivi è un ente mentale. Comunque le si voglia caratterizzare, le rappresentazioni mentali sono una sorta di interfaccia tra un agente e il mondo, ed è questa caratteristica a implicare le disastrose conseguenze menzionate (vedi §1) da Putnam: dualismo, scetticismo, impossibilità di riferirsi.

19Il nostro compito è pertanto il seguente: (1) stabilire se la teoria C-R sia davvero compromessa col realismo indiretto; e, (2) discutere se il realismo indiretto implichi le conseguenze lamentate da Putnam. In effetti, i due punti sono strettamente legati: da un lato, come vedremo, c’è un senso in cui le teorie C-R possono dirsi compromesse col realismo indiretto; dall’altro, la tesi secondo cui il realismo indiretto è inintelligibile dipende fortemente da come esso è formulato. Si tratta di vedere se la formulazione del realismo indiretto che i computazionalisti sarebbero disposti a sottoscrivere cade sotto le obiezioni di Putnam.

3 La teoria C-R è compromessa col realismo indiretto?

20Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, la tesi centrale dell’argomento di Putnam è che la teoria C-R è compromessa col realismo indiretto, cioè con la tesi secondo cui percepiamo il mondo solo indirettamente, tramite la percezione (diretta) di certi enti mentali variamente caratterizzati come sense-data, percetti, impressioni sensoriali, rappresentazioni. Il sostenitore dei dati sensori nega che la percezione sia una relazione con gli oggetti ordinari; direbbe piuttosto che il mondo esterno ci è dato tramite questi oggetti mentali. Ebbene, lo stesso sembra valere per le teorie computazionali. Per il computazionalista, infatti, la percezione si articola in diversi stadi di elaborazione il cui esito è la costruzione di certe rappresentazioni visive. Queste rappresentazioni sono normalmente considerate come entità mentali. In questo senso, avere un’esperienza visiva equivale a essere in relazione con una rappresentazione mentale.

21Si noti tuttavia che il realismo indiretto ammette diverse formulazioni. Si consideri, per cominciare, la sua formulazione più classica, quella tipicamente associata alle teorie del dato sensorio. La tesi può essere espressa nel modo seguente:

22(RI) Abbiamo esperienza di un oggetto esterno tramite l’esperienza di un oggetto interno

(oppure: esperiamo un oggetto esterno esperendo un oggetto interno).

  • 7 In questo contesto, non faccio alcuna distinzione tra ‘contenuto’ e oggetto’. Per oggetto’ non inte (...)

23In questa formulazione l’uso dell’espressione ‘esperienza’ (‘esperire’) è cruciale. Infatti, come abbiamo visto in precedenza, i dati sensori sono oggetti di esperienza; sono qualcosa di cui abbiamo esperienza. Pertanto, per poter dire che il computazionalista sottoscrive RI, bisogna far vedere che anche le rappresentazioni mentali sono oggetti (o contenuti) di esperienza7.

  • 8 «NellaMente modulare, Fodor chiama apparenze gli output dei suoi supposti “moduli percettivi’’» (Pu (...)

24Nel paragrafo precedente ho sostenuto che le rappresentazioni mentali sono in generale, o per lo più, non coscienti; non sono ciò di cui siamo consapevoli in un atto percettivo. Ne consegue che non possono essere oggetti di esperienza. Putnam, tuttavia, non sarebbe d’accordo. Egli osserva, per esempio, che, secondo il più influente dei filosofi computazionalisti, Jerry Fodor, gli output dei moduli percettivi sono apparenze8. Quindi, nella misura in cui la concezione modularista della mente di Fodor è una buona rappresentante delle teorie C-R, i computazionalisti sarebbero compromessi con la tesi secondo cui gli oggetti immediati dell’esperienza percettiva sono mentali, almeno nel caso degli output della percezione. Quando mi sembra di vedere un gatto, quello che sto in effetti vedendo è la rappresentazione mentale di un gatto.

25D’altra parte, anche questo l’abbiamo visto prima, il presunto carattere cosciente di alcune rappresentazioni mostra al più che le rappresentazioni sono contingentemente conscie. Sebbene sia ragionevole attendersi che ci sia una relazione tra contenuti mentali e strutture computazionali, è difficile dire che le strutture computazionali siano oggetti di esperienza in quanto tali. Certamente è più comune considerare la proprietà di avere una certa esperienza visiva come meramente sopravveniente sulla proprietà di trovarsi in un certo stato computazionale. I rispettivi criteri di individuazione sono molto diversi: le apparenze sono intrinsecamente soggettive, sebbene potenzialmente intersoggettive, mentre le rappresentazioni mentali sono strutture oggettive postulate nell’ambito di una teoria scientifica. Mentre le apparenze sono nella migliore delle ipotesi dati per uno scienziato, le rappresentazioni sono ipotesi teoriche formulate dallo scienziato.

26Questo mi sembra essere sufficiente per dimostrare che la teoria C-R non è compromessa con RI. Tuttavia, basta modificare la formulazione del realismo indiretto per far sorgere nuovamente il problema. Per esempio, Putnam potrebbe dire che il realismo indiretto è adeguatamente caratterizzato dalla tesi:

27(RI*) Percepiamo qualcosa percependo un’altra cosa

o, più specificamente,

28(RI*’) Percepiamo un oggetto esterno percependo un oggetto interno

  • 9 Per esempio, secondo l’autorevole psicologo Irvin Rock, almeno RI* è letteralmente vero. Egli usa i (...)
  • 10 Come ad es. ritiene Dennett (1991; 2005).
  • 11 Cfr., per esempio, (Putnam 1999: 159-163, 201-6).

29In effetti, vi sono scienziati che accetterebbero almeno uno tra RI* e RI*’9, sebbene si tratti, a mio parere, di formulazioni vaghe o ambigue, in quanto dipendono da che cosa esattamente si intende con ‘percepire’. E chiaro che qui è esclusa l’interpretazione strettamente fenomenologica di percepire’, altrimenti RI* e RI*’ coinciderebbero con RI. Ma, una volta esclusa questa interpretazione, sorge il seguente problema. Se la questione è quella di stabilire se le rappresentazioni percettive sono interfacce, la proprietà di essere cosciente potrebbe essere del tutto irrilevante, in forza del seguente ragionamento. Nella nozione di dato sensorio sono compresenti aspetti intenzionali (o rappresentazionali) e aspetti fenomenici: un dato sensorio è a un tempo qualcosa che viene esperito soggettivamente in un certo modo e il contenuto oggettivo di un atto intenzionale. Invece il tipico approccio della scienza cognitiva è basato sulla separazione degli aspetti qualitativi dagli aspetti intenzionali, quando non sulla pura e semplice eliminazione degli aspetti qualitativi, considerati troppo sfuggenti se non irreali, illusori10. In questo senso, una rappresentazione percettiva non ha aspetti qualitativi. Nondimeno, potrebbe replicare Putnam, il realismo indiretto così come formulato in RI*’ non richiede necessariamente che ciò che è percepito — la presunta interfaccia — possieda un aspetto qualitativo. RI*’ stabilisce che c’è un’interfaccia tra il soggetto e il mondo, e questa interfaccia è il contenuto rappresentativo della percezione. Questo è esattamente ciò che afferma il computazionalista, dal momento che, nella teoria C-R, percepire un O è identico (in occorrenza) all’essere in relazione con una rappresentazione mentale di O. Il contenuto percettivo (o rappresentativo) può essere dato al soggetto solo tramite una rappresentazione mentale. In questo senso, le rappresentazioni sarebbero interfacce del tutto indipendentemente dall’essere o meno associate a qualia: esse separano il soggetto dal mondo, come vuole il realismo indiretto. Pertanto il linguaggio rappresentazionale è compromesso col realismo indiretto anche se il contenuto di un atto percettivo è identificato senza residui con l’insieme delle sue proprietà rappresentazionali-intenzionali11.

30Sebbene si possa obiettare che l’interpretazione standard del realismo indiretto comporta la presenza di un elemento fenomenico, ritengo che, nella misura in cui la percezione può essere caratterizzata in modo puramente rappresentazionale, il problema sollevato da RI*’ sia da prendersi sul serio, se non altro per amor di discussione. Dovremo quindi far fronte all’argomento putnamiano con una strategia differente.

31Il punto di partenza è che, anche mettendo da parte qualsiasi questione fenomenica, la percezione così come intesa in RI*’ è uno stato di livello personale. Il contenuto della percezione, qualunque cosa sia, è disponibile a un agente. Al contrario, le strutture visive postulate nelle teorie computazionali non sono definite al livello personale. In altri termini, come la mette efficacemente Hamlyn (1994:462), le rappresentazioni percettive così come concepite nei modelli C-R non sono rappresentazioni per il soggetto percipiente. Il soggetto percipiente non percepisce un’entità computazionale in quanto avere una rappresentazione non è una proprietà di una persona in quanto persona; è, semmai, la proprietà di trovarsi in un certo stato subpersonale. In una frase, il concetto di rappresentazione non è una nozione di livello personale. Certo, c’è una correlazione di qualche tipo tra lo stato mentale personale di avere una percezione visiva e lo stato cerebrale computazionale di attivare un modello 3-D ma, quale che esattamente sia la natura di tale relazione, non va interpretata come se la rappresentazione fosse l’oggetto dell’atto percettivo.

32Considerare le rappresentazioni come i contenuti della percezione è un errore che rivela una duplice confusione. Da un lato, si confonde il livello dell’explanandum con quello dell’explanans, o comunque si confondono due livelli di descrizione. Dall’altro lato, si confonde l’analisi concettuale con la teoria empirica. Abbiamo visto come il realismo indiretto standard, nella versione RI*’, verta sulla percezione come proprietà di una persona. Ciò significa che il realismo indiretto è un tipo di analisi concettuale o di esplicazione della natura degli stati percettivi. Nella sua demolizione dell’argomento dell’illusione, per esempio, Austin attacca l’analisi concettuale di un certo explanandum — l’esperienza percettiva — offerta dai teorici dei sense-data. Buona o cattiva che questa analisi sia, essa è svolta in un vocabolario che si colloca allo stesso livello eli descrizione dei fenomeni da spiegare. La teoria computazionale della visione, invece, è fondamentalmente una teoria empirica dei meccanismi della visione, collocandosi così a un livello esplicativo inferiore. Al livello superiore di analisi, quello della struttura fenomenologica dell’esperienza visiva, è presumibilmente appropriato descrivere la visione come diretta, come evidenziano gli usi linguistici ordinari di ‘vedere’. Dire “Vedo quel libro” è in diversi casi analogo a “Tocco quel libro”: non vi è ragione di supporre che l’espressione “quel libro” denoti un dato sensorio o una rappresentazione interna. Ma, se scendiamo al livello inferiore di analisi, vi sono molti dati empirici che mostrano come il sistema visivo abbia molto lavoro da svolgere per fornirci informazioni affidabili sugli oggetti ed eventi del mondo esterno. E noto come le informazioni fornite dai recettori sensoriali siano compatibili con diverse interpretazioni dello stimolo distale. Ciò implica che il sistema visivo deve integrare l’output dei recettori sensoriali con informazioni ulteriori, compiendo vari generi di elaborazione su di esso.

33In questa prospettiva, dovrebbe essere chiaro che né l’esperienza in prima persona della percezione, né gli usi linguistici ordinari di ‘percepire’ ci illuminano su come funziona la percezione, su quali sono i suoi meccanismi. Sono d’accordo con Austin e Putnam che, nell’uso comune, l’oggetto grammaticale di ‘percepire’ è tipicamente un oggetto del mondo: noi diciamo (e intendiamo) di percepire il mondo, non rappresentazioni. Come potremmo vedere rappresentazioni se queste sono per lo più inconsce e subpersonali? L’ipotesi che i processi percettivi comportino la costruzione di rappresentazioni mentali non implica affatto una revisione dei nostri modi di parlare. In effetti Putnam (1994:464) ha ritenuto di metterci in guardia dal fatto che, quando il realista indiretto afferma che non percepiamo rappresentazioni mentali, sta solo facendo del revisionismo linguistico, senza che nulla cambi nella sua metafisica della mente. Analogamente, John Foster osserva che «alcuni di coloro che hanno sposato [la teoria rappresentazionale della percezione] hanno preferito restringere le espressioni ‘percezione’ e ‘consapevolezza percettiva’ alla relazione tra il soggetto e gli oggetti fisici, riservando termini come ‘esperire’ [sensing] e ‘consapevolezza sensoriale’ [sensory awareness] alla relazione tra il soggetto e i suoi fatti mentali. Così, mentre accettano che gli enti mentali siano ciò di cui il soggetto è immediatamente consapevole, evitano di parlare di tali enti come di ciò che il soggetto immediatamente percepisce. Ma questa non è nient’altro che una variazione terminologica.» (2000: 9).

34Non sono sicuro di comprendere a fondo questi rilievi. I modi di parlare vengono spesso scelti in base a preferenze ontologiche. Comunque sia, nel nostro caso il punto non è meramente terminologico: alla luce della nostra caratterizzazione delle rappresentazioni mentali come ipotesi empiriche di ordine inferiore, i sostenitori della teoria C-R non sono compromessi con l’idea di un “velo della percezione”. Le rappresentazioni non sono proprietà di una persona. Noi percepiamo gli oggetti nel mondo là fuori in virtù di, attraverso, certi meccanismi subpersonali e certi stati rappresentazionali “percettivi”, in un senso in qualche misura tecnico.

35Abbiamo così mostrato che la teoria C-R non è compromessa con le formulazioni standard del realismo indiretto. Tuttavia, l’adesione della visione computazionale a un’ontologia di rappresentazioni mentali suggerisce che la seguente formulazione

36(RI**) Percepiamo qualcosa rappresentando internamente quella cosa

potrebbe essere accettata da un computazionalista. Si presume che egli sottoscriva RI** in quanto la tesi secondo cui l’esercizio della percezione richiede la costruzione di rappresentazioni percettive non è per lui negoziabile. Qualsiasi psicologo costruttivista, in questa o quella forma, sarà disposto ad assentire a RI**. Si badi però che RI** è ingannevole: da un punto di vista sintattico il soggetto di ‘percepiamo’ è identico a quello di ‘rappresentando’, ma non è così che RI** va inteso. Poiché, come abbiamo visto, le rappresentazioni non sono per il soggetto percipiente, il soggetto di ‘percepiamo’ è diverso da quello di ‘rappresentando’. Il primo è la persona, il secondo è il suo cervello, o, come talora si dice, la sua mente/ cervello.

37Chiamerò realismo rappresentativo empirico (RRE) la posizione filosofica espressa da RI**, appropriatamente inteso:

38(RRE) Percepiamo qualcosa in virtù del fatto che la nostra mente/cervello rappresenta quella cosa.

39Da un certo punto di vista, RRE sembra essere una versione (non standard) di realismo indiretto, in quanto si concede che ci siano delle entità mentali che mediano la nostra esperienza del mondo. Da un altro punto di vista, tuttavia, RRE sembra essere compatibile col realismo diretto, in quanto non è compromesso con l’identificazione del contenuto percettivo con una rappresentazione percettiva, cioè con l’idea che le persone percepiscano rappresentazioni. Ne dobbiamo concludere che RRE è una posizione instabile? Una sorta di illusoria terza via tra il realismo diretto e quello indiretto? Prima di chiarire, nel conclusivo paragrafo 5, questo punto, dobbiamo affrontare la vera questione cruciale, cioè se il RRE implica il dualismo, lo scetticismo e l’impossibilità di riferirsi. Questo era il capo d’imputazione di Putnam contro le teorie C-R. Ebbene, è ormai facile vedere che, se indirizzata a RRE, l’accusa è inconsistente.

40Riguardo allo scetticismo, si può replicare in prima istanza che è molto strano fare un addebito di ordine epistemologico a una teoria che epistemologica non è: lungi dal riguardare la giustificazione della conoscenza, le questioni cui la teoria C-R vuol rispondere sono di natura esplicativa. L’intento della teoria C-R non è quello di offrire una fondazione delle credenze, né tantomeno di prendere in carico il problema sollevato dallo scettico. D’altra parte, se pure fossimo disposti ad ammettere che non si può tracciare una distinzione netta tra questioni epistemologiche e questioni esplicative, e che un certo tipo di spiegazione ha, piaccia oppure no, conseguenze epistemologiche, l’accusa continuerebbe a essere assai implausibile per la seguente ragione. Gli scienziati della percezione mirano a scoprire come funziona la visione nel nostro mondo. Per esempio, in base a un’assunzione cruciale della teoria di Marr, il mondo reale impone vincoli sulle possibili soluzioni ai problemi percettivi. Questi vincoli, che consistono in certi principi di ottica geometrica soddisfatti nel mondo reale, sono incorporati negli algoritmi della visione primaria. Ciò mostra che l’esistenza del mondo esterno è un presupposto della teoria. Sebbene la teoria C-R sia (meramente in linea di principio) compatibile con l’ipotesi che il mondo esterno non esista — in ciò in buona compagnia con molte altre teorie filosofiche — è chiaro che nulla nella teoria implica che il mondo esterno non esista. In altri termini, sebbene le teorie computazionali non siano in grado di escludere scenari cartesiani del tipo cervelli in una vasca, questi non sono affatto una conseguenza della teoria. Ciò sembra più che sufficiente per una teoria empirica che non ha certamente tra i suoi compiti “istituzionali” quello di far fronte a questioni stricto sensu epistemologiche quali lo scetticismo.

41Riguardo al dualismo, l’accusa è altrettanto sorprendente. Secondo Putnam, la postulazione di rappresentazioni mentali implica un’inaccettabile reificazione del mentale (cfr. 1994:483,489; 1999:160-2), ma questa tesi mi sembra essere un grave fraintendimento del computazionalismo. Brevemente, le rappresentazioni mentali nella scienza cognitiva sono costruzioni teoriche (in ultima istanza da identificarsi con classi di eventi neurofiisologici) introdotte per dar conto di certe capacità cognitive, e soggette a verifica sperimentale. Supporre che ci siano rappresentazioni mentali non implica affatto che la mente sia una cosa. La mente è un insieme di abilità, ma le abilità richiedono dei meccanismi e i meccanismi, nella misura in cui sono descritti nel vocabolario computazionale, possono comportare la costruzione di rappresentazioni. Sebbene si debba concedere che la natura delle rappresentazioni mentali sarà meglio compresa soltanto quando i computazionalisti saranno in grado di dire qualcosa di più sulla relazione tra stati personali e stati subpersonali, mi sembra sufficientemente chiaro che le rappresentazioni percettive non sono da intendersi come reificazioni dei contenuti di esperienza.

42Riguardo all’impossibilità di riferirsi, l’accusa sarebbe efficace soltanto se il RRE implicasse che un’espressione linguistica, o un concetto, che sembra riferirsi a un ente percettivo, denota in effetti uno stato mentale, invece che un oggetto o proprietà del mondo reale. Secondo Putnam questo è precisamente ciò che il realismo indiretto implica: quando ho un’esperienza veridica di un gatto, in realtà ciò che sto percependo (direttamente) è una mia rappresentazione mentale del gatto, cosicché sembra corretto dire che il riferimento della parola ‘gatto’ è la rappresentazione e non l’insieme (o la specie) dei gatti in carne ed ossa. Analogamente, poiché le credenze percettive derivano dalle esperienze percettive, i miei pensieri sui gatti sono in realtà pensieri sulle rappresentazioni percettive dei gatti. Questo è un modo di esprimere l’immagine del “velo percettivo”. Alla luce di quanto abbiamo detto in questo paragrafo, la nostra replica è ormai prevedibile. Le rappresentazioni percettive non sono interfacce tra un agente e il mondo. Sono, invece, gli “strumenti” che ci consentono di essere “in contatto” col mondo. Inoltre, è difficile dare un senso all’idea che applichiamo parole alle rappresentazioni mentali. Di sicuro, non è quello che intendiamo fare con i nostri usi linguistici. Lo stesso è vero dei pensieri, intesi come oggetti di consapevolezza.

43Riassumendo, ho fatto vedere che l’argomento di Putnam contro le rappresentazioni mentali fallisce. La teoria C-R non è compromessa né con lo scetticismo né col dualismo. Non si deve intendere il RRE come se dispiegasse un velo della percezione, quindi non c’è un problema di impossibilità di riferirsi. Detto questo, qualcuno potrebbe obiettare che questa immagine un po’ ecumenica, nella quale le persone sono in contatto diretto col mondo in virtù di una catena di rappresentazioni subpersonali, resta in qualche misura sfuggente. Da un lato, abbiamo presentato la teoria C-R come una spiegazione compatibile col realismo diretto. Dall’altro il sostenitore della teoria C-R rivendica il ruolo esplicativo delle rappresentazioni mentali. Poiché il realismo rappresentativo empirico sostiene che il contenuto percettivo dipende ontologicamente dall’attivazione di certe strutture rappresentazionali sottostanti, c’è dopotutto un senso in cui il mondo sembra essere “schermato” da queste strutture. Altrimenti detto, non è ancora chiaro se il RRE consiste in una spiegazione puramente empirica della percezione compatibile con una filosofia realista diretta o se, invece, esso sia intrinsecamente incompatibile col realismo diretto, anche se non dà luogo alle difficoltà denunciate da Putnam. Prima di misurarci con questo problema, tuttavia, voglio prendere in considerazione una possibile variante dell’argomento di Putnam.

4 Un’interpretazione empirica dell’argomento di Putnam

44Una possibile obiezione al mio impianto argomentativo potrebbe basarsi sull’idea di considerare la teoria C-R inadeguata empiricamente. Una teoria della percezione empiricamente adeguata sarebbe invece ispirata alla percettologia ecologista di J.J. Gibson. E importante puntualizzare che questa obiezione non è espressa testualmente da Putnam, che non discute mai il problema da un punto di vista empirico. È indubbio che Putnam pensa che la teoria C-R solleva problemi genuinamente concettuali, che devono essere affrontati sul terreno filosofico. Nondimeno ritengo che questa potrebbe essere un’opzione legittimamente aperta a Putnam, e degna di essere presa in considerazione, non ultimo perché la discussione della percettologia ecologista, in quanto opposta a quella computazionalista, ci aiuterà a far luce sulla nozione di realismo diretto e sulla relazione tra il RRE e la controversia tra percezione diretta ed indiretta.

  • 12 Cfr. per esempio: «Sostengo che la visione di un ambiente da parte di un osservatore [...] è dirett (...)

45Secondo Gibson (1979), la percezione visiva è diretta nel senso che tutte le informazioni rilevanti per il soggetto percipiente sono già presenti nella struttura dello stimolo luminoso, il cosiddetto “assetto ottico ambiente”. Il sistema percettivo non deve far altro che estrarre queste informazioni, senza impegnarsi in alcun processo di inferenza o ricostruzione. Siamo in “contatto diretto” col mondo, in quanto il sistema visivo è come “sintonizzato” sui parametri ambientali pertinenti. Ci sono in effetti alcune analogie tra il realismo diretto inteso come teoria filosofica della percezione e la teoria di Gibson. Si potrebbe anzi sostenere che Gibson ha contribuito a dare forma al realismo diretto, proponendone una caratterizzazione empirica. Fin dal 1966 egli ha infatti presentato la propria teoria come un’alternativa alla dottrina filosofica del realismo indiretto, soggiacente alla percettologia costruttivistica dominante12. Inoltre Gibson include chiaramente la visione computazionale tra le teorie psicologiche afflitte dal pregiudizio filosofico secondo cui percepire richiede la costruzione di entità mentali. In questo senso, quando Putnam giudica la teoria computazionale come una nuova versione (pseudo-?)scientifica della teoria dei sense-data, sta riprendendo una tesi cara a Gibson. Entrambi sostengono che il computazionalismo, compromesso com’è con la nozione di rappresentazione mentale, reintroduce il velo della percezione, incorrendo nell’inaccettabile dualismo mente/corpo (cfr. Gibson 1972; Putnam 1999).

46In realtà, il modo in cui Gibson si sbarazza delle rappresentazioni mentali non è scevro da difficoltà. Tuttavia, ignorerò qui questo problema (per il quale rimando a Paternoster in stampa e Schwartz 1994) per concentrarmi su un aspetto della posizione di Gibson che mi sembra particolarmente rilevante per la nostra discussione. Una delle idee guida della visione ecologica è che percepire è qualcosa che un animale fa, è cioè un tipo di comportamento. Ora, il comportamento è una proprietà di un agente preso nella sua totalità. Ne consegue che spiegare la percezione è dar conto della relazione tra l’intero agente e il suo ambiente, una cosa ben diversa dal descrivere il funzionamento di un pezzo di cervello al livello mentale-funzionale, come sono inclini a fare i computazionalisti. Noè and Thompson hanno espresso molto efficacemente questo punto: «la percezione [...] non è qualcosa che si svolge nel cervello del percipiente, bensì un atto dell’animale nella sua interezza, l’atto di esplorare in modo controllato l’ambiente. Si fraintende che cosa è la visione se la si intende come un processo subpersonale con cui il cervello costruisce un modello interno dell’ambiente sulla base di immagini sensoriali grezze. Questa concezione della visione la colloca a un livello sbagliato, quello delle condizioni interne di abilitazione della visione» (2002:3). In breve, la visione è una funzione dell’intero organismo: è ciò che ci consente di muoverci e agire con efficacia nell’ambiente.

47La citazione da Noè e Thompson ben evidenzia come siano a confronto due differenti tipi di spiegazione. Secondo la visione ecologica, i processi visivi sono relativi all’agente preso nella sua interezza, mentre l’approccio computazionale ha un carattere analitico e meccanicistico: i computazionalisti vanno alla ricerca di che cosa, nella testa o nel cervello, rende possibile l’esperienza visiva dell’agente. In questo senso la teoria di Gibson si colloca al livello personale ed è essenzialmente una descrizione macrostrutturale della percezione, cioè una teoria di come l’agente vede. Questa descrizione postula alcuni processi psicologicamente primitivi, come l’estrazione degli invarianti, la cui analisi di dettaglio spetta alla neurofisiologia. I computazionalisti, al contrario, entrano nel merito di queste “scatole nere”, il cui contenuto descrivono in termini di algoritmi e rappresentazioni, un vocabolario che considerano a pieno titolo psicologico. E esattamente in questo senso che la teoria ecologica ripudia il mentalismo: non ritiene che le operazioni (computazionali) svolte dal sistema visivo siano operazioni mentali.

48Alla luce di queste considerazioni, il contrasto tra la teoria C-R e la visione ecologica verte principalmente sul livello di analisi, ovvero su che cosa debba essere considerato come “psicologico” (o “mentale”). Secondo i computazionalisti il compito della psicologia della percezione è di descrivere le operazioni eseguite dal sistema visivo, compito che Gibson ritiene invece spettare ai neurofisiologi. La psicologia della percezione si colloca per Gibson a un livello più alto. Ne consegue che il modello gibsoniano della visione non può costituire una prova empirica contro la teoria C-R, in quanto si colloca a un diverso livello di spiegazione. Abbiamo così finito per ritrovare, nel dominio della psicologia empirica, un’opposizione filosofica che ci era già familiare (cfr. §3), quella tra spiegazioni di livello personale e spiegazioni di livello subpersonale.

49La nostra discussione della percettologia ecologista ha mostrato come essa sia una teoria empirica fortemente in sintonia col realismo diretto. Nondimeno, questa circostanza non può essere invocata come una prova contro la teoria C-R per due ragioni. In primo luogo, l’opposizione tra ecologismo e computazionalismo è più un’opposizione filosofica tra due cornici teoriche generali che una sfida empirica. Le rispettive tesi sono ancora troppo theory-laden, troppo “intrise” di teoria filosofica, e finiscono per replicare, con accenti diversi, l’opposizione tra realismo diretto e realismo indiretto (cfr. Paternoster in stampa). In secondo luogo, pur senza sottostimare certe differenze tra i due approcci (che non posso discutere qui), i dati empirici possono essere spiegati da ambedue le teorie, e la ricerca empirica odierna sulla percezione tende a integrare i due approcci, che sono oggi caratterizzati da un mutuo travaso di idee. Quindi, a dispetto dell’esistenza di una percettologia orientata al realismo diretto, l’appello alla psicologia empirica non può portare acqua al mulino di Putnam.

5 Il realismo rappresentativo empirico è una versione di realismo indiretto?

50Avevamo lasciato in sospeso una questione: se il realismo rappresentativo empirico (RRE) sia una versione particolare del realismo indiretto o sia invece compatibile col realismo diretto. Alla luce della discussione svolta nel paragrafo precedente, siamo pronti per affrontare quest’ultimo problema.

51La discussione della teoria di Gibson suggerisce apparentemente una sorta di spiegazione “duale”. Da un lato, se si considera l’esperienza percettiva al livello personale, come un atto dell’agente nella sua interezza, sembra del tutto ragionevole dire che la visione è diretta, che noi vediamo (direttamente) gli ordinari oggetti del mondo. Ma, dall’altro lato, se volgiamo la nostra attenzione ai meccanismi del sistema visivo, è il realismo indiretto a presentarsi come più convincente. Quando ci spostiamo dalla descrizione fenomenologica dell’esperienza percettiva alla descrizione di come funziona il sistema visivo, la nozione di “contatto diretto” perde di senso o almeno di utilità.

  • 13 Putnam sarebbe certamente d’accordo con questo punto di vista wittgensteiniano. Quali che siano i m (...)

52In effetti, in Paternoster (in stampa) ho sostenuto che il realismo diretto e il realismo indiretto possono essere considerati ambedue (approssimativamente) veri in due distinti domini di interpretazione, cioè rispetto a due diversi livelli di descrizione. Qualcuno potrebbe anche interpretare questa tesi come una vittoria del realismo diretto, nella misura in cui è il livello personale quello a cui è interessata la filosofia13. Anche senza arrivare a tanto, la cosiddetta teoria duale stabilisce comunque che la teoria C-R è perfettamente compatibile col realismo diretto.

53Ora penso che questa posizione sia un po’ troppo generosa nei confronti del realismo diretto, e vada leggermente corretta. Molto dipende, in effetti, da come esattamente si vuole formulare il realismo diretto. Ritengo che qualsiasi teoria della percezione debba dar conto di una forte intuizione, quella per cui è corretto dire che noi percepiamo, per esempio, tavoli, sedie e poltrone. Non intendo mettere in discussione il fatto che, quando afferriamo un oggetto, è proprio l’oggetto che stiamo afferrando, e non una sua immagine o apparenza tattile. Analogamente, quando guardiamo un oggetto, è proprio l’oggetto che stiamo guardando, e non una sua immagine visiva. Non vedo buone ragioni di supporre che, su questo punto, la visione sia diversa dagli altri sensi. Così, avere una rappresentazione percettiva non è come trovarsi di fronte a uno schermo opaco che nasconde gli oggetti; è semmai come indossare un paio di occhiali da sole: il mondo appare differente ma non cessa di essere il mondo. Gli occhiali da sole li abbiamo sempre indosso: abbiamo degli “occhiali subpersonali”, forgiati dal nostro sistema visivo. Questa è quella che chiamo “la verità del realismo diretto”. Ed è in questo senso che sarei preparato a sottoscrivere il realismo diretto come teoria di livello personale della percezione. Perché dico soltanto “sarei”? Perché questa non è affatto una teoria della percezione. Il realismo diretto non è nient’altro che una descrizione delle percezione così come ci è data, come è data alle persone. In altri termini, il realismo diretto è meramente un’intuizione verosimilmente non negoziabile di cui una teoria della percezione deve dar conto. Ma la vera questione è come darne conto. Putnam stesso ammette che il realismo diretto dovrebbe essere pensato «non come una teoria della percezione, bensì come la negazione della necessità e dell’utilità di postulare rappresentazioni interne nel pensiero e nella percezione» (1999: 161).

  • 14 È interessante ricordare come Paolo Bozzi insistesse nel dire che ciò che appare non è meno vero di (...)

54In questo modo il realismo diretto è qualificato solo in negativo, e senza una giustificazione adeguata, come ho cercato di far vedere in questo articolo. Se vogliamo davvero spiegare la percezione, le rappresentazioni sono necessarie. Non appena si cerca di dare un contenuto più profondo all’intuizione “diretta”, sorgono le difficoltà. Il solo modo di darle un contenuto chiaro sembra essere quello di dire che i contenuti dell’esperienza percettiva sono sempre le entità fisiche in quanto tali, le cose così come sono. Ma evidentemente non è così: l’idea che i contenuti percettivi siano le cose così come sono deve far fronte a due serie obiezioni. La prima è che non è in grado di dar conto delle illusioni ottiche e più in generale dei dati empirici relativi alla struttura dei percetti. Se si vuole mantenere una distinzione tra ciò che davvero c’è “là fuori” e ciò che ci appare, bisogna riconoscere che ciò che si vede (in senso fenomenico) non è sempre esattamente ciò che c’è là fuori14. Un buon modo, probabilmente il solo modo, di dar conto di questi fatti empirici è di riconoscere il carattere ricostruttivo dei processi percettivi. La seconda obiezione è che c’è qualcosa nell’intuizione alla base dell’argomento dell’illusione che non può essere agevolmente spazzato via: non è difficile immaginare situazioni controfattuali tali che, a parità di tutti i fattori esterni, una differenza in qualche punto del sistema visivo — per esempio, una differenza nelle proiezioni retiniche — comporta una differenza nel contenuto della percezione. Per converso, una variazione in qualche fattore esterno cui non fa riscontro (per ipotesi) un corrispondente cambiamento interno non darà luogo a una variazione nel contenuto percettivo (si veda per esempio McGinn 1989: 76-81). Austin ci ha convinto che le allucinazioni potrebbero essere prive di contenuto, ma le sue considerazioni non sono in grado di esorcizzare argomenti controfattuali di questo genere.

55Tutto ciò dimostra che il contenuto di uno stato percettivo non può essere identificato in modo puro e semplice con l’oggetto esterno, in quanto ci sono chiari casi in cui taluni aspetti del contenuto non appartengono all’oggetto esterno. La teoria C-R offre una spiegazione di questi parziali disallineamenti tra oggetto reale e contenuto percettivo: la percezione di un oggetto O è mediata da uno stato computazionale (e in ultima istanza neurofisiologico) S, nel senso che lo stato percettivo di livello personale è ontologicamente determinato da S. Questo è esattamente il contenuto del realismo rappresentativo empirico (RRE), che richiamo qui sotto (RRE) Percepiamo qualcosa in virtù del fatto che la nostra mente/cervello lo rappresenta

56Come più volte osservato, RRE riconosce il ruolo delle rappresentazioni nella percezione senza comprometterci con l’idea secondo cui i percetti — ciò che ci è dato nell’esperienza percettiva — sono end metafisicamente reali, parte dell’arredo del mondo accanto agli oggetti ordinari del mondo.

57Pertanto, nella misura in cui il realismo diretto non può essere considerato una spiegazione plausibile della percezione, possiamo considerare RRE come una versione particolare di realismo indiretto. D’altra parte, se la mia posizione apparisse a qualcuno più un ibrido, nella misura in cui preserva l’intuizione “diretta”, possiamo in alternativa considerare RRE come una genuina terza opzione, distinta tanto dal realismo diretto quanto da quello indiretto. Nulla di sostanziale è in gioco in questa scelta terminologica.

58Il mio argomento è ora completo. Lo riassumo rapidamente. Secondo Putnam, la teoria C-R è profondamente erronea in quanto, essendo una forma di realismo indiretto, rende misterioso l’accesso al mondo: i nostri stati mentali verterebbero non sul mondo, ma su rappresentazioni. Questa accusa si è tuttavia rivelata infondata: le rappresentazioni, così come concepite in scienza cognitiva, non sono oggetti di visione. Non sono cose che si possano vedere. A differenza dei sense-data, le rappresentazioni non sono contenuti di esperienza, bensì illata di una teoria scientifica che mira a spiegare come funziona la percezione. Sono veicoli di contenuti e non contenuti.

  • 15 Gli “intenzionalisti”, cioè quei filosofi, come T. Orane e F. Dretske, secondo i quali tutti i fatt (...)

59La tesi secondo cui percepiamo oggetti nel mondo rappresentandoti internamente, nondimeno, accredita in un certo senso l’idea putnamiana secondo cui c’è una sorta di “lacuna” tra la mente e il mondo; c’è cioè del vero nel realismo indiretto, in conseguenza del carattere ricostruttivo del sistema visivo15.

60Non pretendo di aver trovato una soluzione a quello che è comunemente detto «il problema della percezione» (cfr. Smith 2002), né era questo il mio scopo: nella misura in cui questo problema verte sulla natura dei contenuti percettivi, non ho avuto molto da dire su queste “entità”. Nondimeno, penso di aver sdrammatizzato il problema, facendo vedere come dar conto di certe presunte intuizioni contrastanti.

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Note

1 Si vedano ad es. Marr (1982), Palmer (1999), Pylyshyn (2003).

2 I seme-data sono stati considerati quasi sempre mentali, con l’eccezione di Bertrand Russell, che, almeno in una certa fase della sua vita filosofica, difese il monismo neutrale e, con esso, la natura indeterminata, né mentale, né fisica, dei dati sensori. In questo articolo siamo interessati esclusivamente alla caratterizzazione mentale. Esposizioni classiche della teoria dei sense-data si trovano ad es. in in Russell (1912: Cap. 1; 1918: Cap. 8); Moore (1922; 1953).

3 Cfr. ad es. Ayer (1940: 1-10); Crane (2001: §41).

4 Se, come fa ad es. Crane (2001: Cap. 5), si definiscono i qualiacomt il residuo del contenuto di esperienza una volta tolto il contenuto rappresentativo, ovviamente i dati sensori non possono essere qualia, visto che i qualia sono intrinsecamente non rappresentazionali. Nondimeno i sense-data sono caratterizzati anche da un aspetto qualitativo (torneremo su questo punto nel paragrafo successivo).

5 Si consideri, per esempio, la seguente citazione da Pylyshyn: «ci sono buone ragioni di credere che [le sensazioni] non appartengano al novero delle “proprietà funzionali” della mente (cioè, al novero delle proprietà che hanno un ruolo computazionale» (2003: 129). Pylyshyn stima prudente «non trarre conclusioni sul funzionamento del sistema visivo sulla base di dati relativi ai contenuti di coscienza, a dispetto del fatto che la scienza della visione deve cominciare dai fatti relativi a come le cose ci appaiono» (ibid.).

6 In linea di principio, un sostenitore dei sense-data può anche essere un fenomenista, oppure un idealista. Poiché mi sembra difficile mettere in questione il realismo delle teorie C-R, è tuttavia il realismo indiretto la posizione filosofica rilevante per l’argomento di Putnam. D’altra parte, la tesi di Putnam potrebbe essere esposta dicendo che non c’è modo di distinguere il realismo indiretto dal fenomenismo: l’unico realismo genuino è quello diretto.

7 In questo contesto, non faccio alcuna distinzione tra ‘contenuto’ e oggetto’. Per oggetto’ non intendo qui l’oggetto reale, stiamo parlando di ciò che ci sembra di vedere, senza pregiudicare la questione se ciò che ci sembra di vedere è ciò che di fatto c’è. In altri termini, stiamo parlando di ciò che è dato al soggetto nell’esperienza, come egli stesso lo descriverebbe.

8 «NellaMente modulare, Fodor chiama apparenze gli output dei suoi supposti “moduli percettivi’’» (Putnam 1994: 476).

9 Per esempio, secondo l’autorevole psicologo Irvin Rock, almeno RI* è letteralmente vero. Egli usa infatti respressione ‘percezioni” per riferirsi ai diversi stadi del processo percettivo, affermando su basi empiriche che, per esempio, «l’orientamento percepito è precondizione della forma percepita, la prossimità percepita è precondizione dell’associazione in base alla prossimità [grouping by proximity] [...]. Una percezione dipende da urialtra, precedente percezione». (1997: 10; si veda anche 1983: 231).

10 Come ad es. ritiene Dennett (1991; 2005).

11 Cfr., per esempio, (Putnam 1999: 159-163, 201-6).

12 Cfr. per esempio: «Sostengo che la visione di un ambiente da parte di un osservatore [...] è diretta in quanto non è mediata da sensazioni visive o sense data» (Gibson 1972: 77).

13 Putnam sarebbe certamente d’accordo con questo punto di vista wittgensteiniano. Quali che siano i meccarrismi della visione, essi non interessano la filosofia, che si occupa del concetto di percezione. È evidente che la mia inclinazione metafilosofica è molto diversa. In questo articolo ho distinto due diversi livelli di descrizione, ma non ho mai detto che solo uno di essi è di rilievo filosofico. Una delle ragioni del mio punto di vista è che il livello personale della percezione non può liberamente fluttuare in un “paradiso filosofico”.

14 È interessante ricordare come Paolo Bozzi insistesse nel dire che ciò che appare non è meno vero di ciò che c è (quando, come nel caso delle illusioni, le apparenze sono intersoggettive). Secondo Bozzi, la distinzione tra ciò che chiamiamo ‘realta e ciò che chiamiamo apparenza dovrebbe essere considerata come una distinzione tra due differenti descrizioni di una stessa e unica realtà, il mondo percepito, o ambiente. Mi sembra tuttavia che, indipendentemente dalla sua plausibilità, questa posizione non possa essere considerata “realista diretta”. Si tratta ai una forma di realismo non standard, come tale neutrale rispetto al conflitto tra realismo diretto e indiretto. Cfr. Bozzi (1990: Cap. 3).

15 Gli “intenzionalisti”, cioè quei filosofi, come T. Orane e F. Dretske, secondo i quali tutti i fatti mentali sono fatti intenzionali (o rappresentazionali) senza residui ritengono che la cosiddetta lacuna sia conseguenza della natura intrinsecamente intenzionale dei fenomeni mentali: è il contenuto intenzionale a “frapporsi” tra la mente e il mondo. Si veda Crane (2001: Cap. 5), Dretske (1995: Cap. 1), Jacob & Jeannerod (2003: Cap. 1).

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alfredo Paternoster, «Putnam contro le rappresentazioni mentali: il caso della percezione»Rivista di estetica, 32 | 2006, 157-175.

Notizia bibliografica digitale

Alfredo Paternoster, «Putnam contro le rappresentazioni mentali: il caso della percezione»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 21 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2408; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2408

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Alfredo Paternoster

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