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Chattando sulle e-mail filosofiche

Andrea Borghini
p. 129-131

Testo integrale

Terzina: C’è qualcuno qui?

Prima: Sì, salve. Stavo scrivendo, ma non fa niente, venga pure.

Terzina: Scrivendo? Ma a chi, se questa è una chat e io sono il primo visitatore oltre a lei, e non sono che lei ma dal computer accanto a quello da cui lei mi ha scritto?

Prima: Sì, scrivevo per poi rispondermi, appunto. Ma visto che adesso c’è anche lei, un motivo in più per continuare!

Terzina: (Un po’ seccato) Guardi; non so se ha capito che io sono lei. Solo che lei non può’ chiamarmi come io mi chiamo, cioè ‘io’.

Prima: Appunto, vede che siamo due: io e lei. Non si faccia confondere dal fatto che entrambi usiamo ‘io’ per riferirci a noi stessi. Sa bene che questo avviene per tutti noi. Ma noi, appunto, siamo una collettività; e io e lei siamo due. Anche se lei si ostina a dire di essere me...

Terzina: Guardi che il fatto che io mi riferisca a lei con ‘lei’ piuttosto che con ‘io’ non significa che io e lei non siamo identici. Supponiamo che il suo nome proprio sia — poco originalmente — Io. Lei potrebbe dire: “Io sta scrivendo”; ma questo non toglie che Io non sia proprio lei, e che lei stia parlando di sé stessa.

Prima: Io che parlo di me, cioè di Io? Sì, certo, molto spesso. Abbiamo fatto dei bei dialoghi assieme noi. Ma, come le dicevo, siamo un collettivo; un bel gruppo tutto sommato, anche se ogni tanto abbiamo avuto a che ridire...

Terzina: Va bene va bene, lasci stare. Vedo che non capisce. Veniamo al dunque. Di che cosa voleva scrivere?

  • 1 S. Morini, P. Perconti, E-mail filosofiche. Di grandi idee e problemi quotidiani, Milano, Cortina, (...)

Prima: Volevo parlarle di questo libro, E-mail filosofiche1, i cui autori adesso non ricordo, anche perché a un certo punto si perdono...

Terzina: Come si perdono?

Prima: Sì, proprio così. A un certo... mah, non ho ben capito se fossero due, tre, ma cosa conta? Io volevo parlarle liberamente di questo testo, proprio come questi autori ci invitano a fare. Ma poi, perché è così interessato all’autore?

Terzina: Beh, sapendo il nome dell’autore magari avrei potuto capire il tema, immaginarmi la struttura; sì, insomma, assaporare già un po’ i contenuti.

Prima: E qui che la volevo, caro mio. Il libro sostiene proprio che non abbia più molto senso chiedersi chi sia l’autore di un testo. Chi è l’autore del software che sta usando? E dell’enciclopedia Wikipedia? Le idee ormai circolano Ubere, caro mio, ed è tempo che anche noi ci adeguiamo.

Terzina: Io, che poi sono anche lei, adeguarmi io? Adeguarci noi? Ma non se ne parla nemmeno. Abbiamo sudato sette camice per imparare a mettere in fila queste frasi strampalate, e adesso lei vuole dirmi che non devo nemmeno dire che sono mie, che sono nostre? E poi chi mi pagherà lo stipendio?

Prima: Non mi fraintenda. Non vorrei levarle lo stipendio. Effettivamente di questo il libro non discute. Ma si possono trovare soluzioni. Magari potrebbe esserci qualcuno che le rilascia un certificato al momento in cui la sua idea viene diffusa, un certificato secondo cui lei è l’autore. Ma un certificato che rimane a lei per i suoi concorsi e per la sua vanagloria. Ma il testo, quello viene pubblicato senza nome dell’autore.

Terzina: In linea di principio si può far tutto. Ma questa sarebbe una bella rivoluzione intellettuale...

Prima: E che, non le pare che sia necessaria? Il libro sostiene che lo sia. Sa, io sono ancora alle prime armi, e non so bene che pesci prendere. Ma l’ipotesi è interessante.

Terzina: Quale ipotesi?

Prima: Quella di fare filosofia nei caffè, in piazza, sul mare, o in chat. Insomma, di abbandonare un po’ le aule austere e polverose per esprimere le proprie opinioni in luoghi meno controllati. E, alla fine, se ci pensa, quella di liberare le idee dal proprio autore è una proposta che va proprio in questa direzione. In questo modo troveremmo forse più coraggio di esprimerle; tanto nessuno saprà che le abbiamo scritte, se non chi ci dovrà giudicare per un posto di lavoro.

Terzina: Ma in quest’ottica, che cos’è fare filosofia? Farsi delle domande? Dare delle risposte?

Prima: Secondo me non è del tutto né questo né quello. Non sono le domande o le risposte in quanto tali che ci interessano, ma portare avanti certi progetti di ricerca. È vero che le domande sono rilevanti. Ma prenda per esempio le domande scettiche di Hume o la domanda di Trasimaco nella Repubblica di Platone (se la giustizia non sia altro che lo strumento di potere dei potenti). L’interesse che sta dietro ad esse non è dato dalle domande in sé, e tanto meno dalle risposte che gli autori propongono. Alle domande possiamo rispondere anche solo con un secco “sì” o “no”; e le risposte plausibili sono molte; pochi pensano di riuscire a convincere tutti gli umani su una in particolare. L’interesse sono i progetti di ricerca che quelle domande hanno aperto e ancor oggi aprono; quelle domande ci mostrano ciò che dobbiamo fare per arrivare a delle fruttuose riflessioni.

Terzina: Sei proprio partito in quarta...

Prima: Sì, e lasciami finire, ti prego. Se l’interesse è sui progetti di ricerca, allora non solo sarà rilevante avere buone domande, ma anche formulare delle risposte. E per questo che apprezziamo anche molte delle risposte dei filosofi: perché hanno portato avanti dei rilevanti progetti di ricerca dei quali vediamo, o era visto, l’interesse. Questo avviene non solo quando diamo una risposta esaustiva, come magari ne\V Etica di Spinoza; ma anche quando mostriamo che una domanda è eliminabile, come fa Wittgenstein nelle Ricerche Filosofiche riguardo alla domanda su cosa siano la verità e la denotazione; o mostriamo con delle sotto-domande la strada per dei sotto-progetti, per esempio sollevando il problema dell’uno e dei molti per chi creda negli universali.

Terzina: Capisco.

Prima: Chiudo con una metafora. Per me fare filosofia è appunto seguire dei progetti di ricerca. Mostrare un progetto è come scoprire un nuovo circuito. Una volta trovato, non possiamo fermarci lì; vogliamo scegliere una macchina e farci un giro, goderci le curve e il panorama; magari nel mettere a punto la macchina faremo qualche miglioria che potremo usare anche in altre circostanze. E magari una volta scesi alla fine del giro, se avremo tempo e forza, ci faremo un giro su un’altra vettura.

Terzina: Ah, che bel giro. Adesso tocca a me?

Prima: Ma non capisco la tua irritazione se per questa volta ho tenuto di più la parola. Non avevi detto che eravamo identici? Te l’avevo detto che non era così...

1...E le idee continuarono a vagare di circuito in circuito. A te, o lettore, buona girata!

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Note

1 S. Morini, P. Perconti, E-mail filosofiche. Di grandi idee e problemi quotidiani, Milano, Cortina, 2006.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Andrea Borghini, «Chattando sulle e-mail filosofiche»Rivista di estetica, 32 | 2006, 129-131.

Notizia bibliografica digitale

Andrea Borghini, «Chattando sulle e-mail filosofiche»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 11 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2405; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2405

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Autore

Andrea Borghini

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Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

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