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Mancanze, omissioni e descrizioni negative

Achille C. Varzi
p. 109-127

Note della redazione

«Failures, Omissions, and Negative Descriptions», in Kepa Korta (a cura di), Semantics, Pragmatics, and Rhetoric, Stanford: CSLI Publications. Per gentile concessione del curatore e dell’editore. Traduzione italiana di Giuliano Torrengo.

Testo integrale

Introduzione

  • 1 Si veda Davidson, 1980.

1Una lunga tradizione nella letteratura linguistica e filosofica — le cui radici sono da rintracciarsi per lo più nell’opera di Donald Davidson — sostiene che la distinzione fra oggetti e eventi è centrale per il nostro modo di parlare1. Se diciamo che Gianni è intelligente, quel che diciamo è vero o falso a seconda che un certo oggetto (una persona) sia intelligente o meno, ma se diciamo che la passeggiata di Gianni è tranquilla, quel che diciamo è vero o falso a seconda che un certo evento (una passeggiata) sia tranquilla o meno. La prima asserzione riguarda Gianni, la seconda riguarda qualcos’altro — non Gianni in persona, ma qualcosa che Gianni sta facendo. Allo stesso modo, se diciamo che Gianni ha annaffiato le piante con poca attenzione, la nostra asserzione riguarda non solo Gianni, ma anche la sua azione: stiamo dicendo che Gianni ha fatto qualcosa alle piante, e stiamo dicendo di quella cosa — del suo annaffiarle — che è stata fatta con poca attenzione.

  • 2 Davidson 1980: 127.
  • 3 Si veda Vermazen 1985: 96.

2Va da sé che non tutti concordano sulla correttezza di questo punto di vista, ma in questa sede non intendo entrare nel merito. Ciò che mi interessa discutere riguarda piuttosto la portata di questa posizione, almeno in forma condizionale. Assumendo che gli eventi formino una categoria ontologica a tutti gli effetti, ne segue che un buon inventario del mondo debba includere anche eventi “negativi” - cose che non accadono o non sono accadute - oltre a quelli positivi? In effetti, in molti casi sembra proprio che si parli anche di cose del genere. Parliamo della passeggiata di Gianni con la stessa facilità con cui parliamo del discorso che non ha tenuto, del pisolino che non ha fatto, della festa che non è riuscito a organizzare. Come ha scritto lo stesso Davidson, «spesso fra le cose che un agente fa contiamo anche quelle che non fa»2. E anche vero però che questo modo di vedere le cose può offendere i nostri scrupoli ontologici. Se davvero Gianni non ha fatto queste cose, perché dovremmo inserirle in un inventario del mondo attuala. E su quali basi potremmo mai identificarle? Il discorso che Gianni non ha tenuto è proprio il discorso che io avrei voluto sentire? E lo stesso discorso che voi avreste voluto sentire? Lo stesso discorso che Gianni potrebbe ancora tenere domani? Quanti sono i discorsi mancati di Gianni? E quante sono le cose che Gianni non ha fatto venendo meno al suo impegno? Sicuramente ha anche mancato di compiacere gli organizzatori, così come non si è seduto su quella sedia e non ha acceso il proiettore. E sicuramente ci sono tante altre cose che in quel preciso momento non ha fatto ma che avrebbe potuto fare: non è andato a fare jogging, non ha annaffiato le piante, non ha controllato la posta elettronica. Ne segue che tutte queste non-azioni si meritano un posto nell’inventario del mondo?3

  • 4 Gli “scrupoli ontologici” menzionati sopra ricalcano gli scrupoli di Russell 1905 concernenti la re (...)

3La risposta è no, o così intendo sostenere. In un certo senso, parlare di eventi non accaduti è come parlare di oggetti non esistenti, e non credo che questi modi di esprimersi vadano presi troppo sul serio4. Spesso parliamo come se ci fossero cose del genere, ma nel profondo vogliamo che le nostre parole siano interpretate in modo da evitare qualunque impegno ontologico al riguardo. Quando parliamo di Harry Potter o della montagna d’oro, per esempio, possiamo insistere sul fatto che le nostre parole siano da intendersi nel contesto di una storia, una finzione, un gioco di far-credere. Allo stesso modo, quando parliamo delle cose che Gianni non ha fatto le noste parole vanno intese nel contesto di un opportuno scenario di finzione. E vero che Harry Potter indossa occhiali rotondi in quanto è vero stando alla narrativa di J.K. Rowling; similmente, è vero che il discorso che Gianni non ha tenuto riguardava le metafore (per esempio) in quanto è vero stando a certe speculazioni controfattuali su come il mondo avrebbe potuto o dovuto essere.

4Purtroppo il discorso non finisce qui. A un esame più attento, gli eventi non accaduti si rivelano ben più resistenti al rasoio di Occam di quanto l’analogia con gli oggetti non esistenti suggerisca. Non è solo che a volte parliamo come se tali cose esistessero. A volte parliamo in modo da suggerire che il riferimento o la quantificazione nei confronti di eventi non accaduti sia da intendersi in senso stretto e letterale. Esempi tipici includono asserzioni come “Spesso Gianni non va a fare jogging” o “Maria ha visto Gianni non partire”, le cui forme logiche davidsoniane sembrano richiedere che il dominio di discorso includa anche azioni che Gianni non ha compiuto. Oppure si pensi a un certo modo di esprimersi quando parliamo di cause ed effetti. Diciamo che la mancata chiusura del gas da parte di Gianni ha causato un’esplosione, che il suo omettere l’argenteria dalla lista nozze ha fatto arrabbiare Maria, o che la causa principale dell’incendio è stata la mancanza di pioggia. Come possiamo sostenere che la causazione sia una relazione fra eventi (una posizione che ha molti vantaggi rispetto alle teorie alternative) e ciò nonostante negare che talvolta i termini di un’interazione causale riguardino mancanze, omissioni, eventi che non hanno avuto luogo?

5L’obbiettivo delle pagine che seguono è delineare un modo di risolvere queste difficoltà a vantaggio della posizione secondo cui gli unici eventi che meritano di essere presi seriamente in considerazione sono quelli positivi. Ciò comporta la messa a punto di due idee distinte ma correlate. In primo luogo, c’è l’idea per cui in certi casi un evento “negativo” (una non-partenza) è un normale evento positivo (un restare); è un evento positivo descritto negativamente. In secondo luogo, c’è l’idea per cui non tutte le spiegazioni causali equivalgono a resoconti causali. Quando menzioniamo la mancata chiusura del gas da parte di Gianni come spiegazione del perché ci fu un’esplosione (per esempio), non diciamo che cosa ha causato l’esplosione. Non menzioniamo nessuna delle cause pertinenti. Facciamo solo notare che un certo tipo di evento che avrebbe dovuto aver luogo, e il cui aver luogo avrebbe prevenuto l’esplosione, in realtà non si è verificato.

1 Gli eventi e le loro descrizioni

6Iniziamo con la prima idea: in molti casi, un evento “negativo” non è altro che un comune evento “positivo” descritto in termini negativi. Le mie ragioni per pensare così derivano da una considerazione generale concernente la semantica del nostro discorso sugli eventi.

  • 5 Si veda Davidson 1970.

7Gli eventi sono entità particolari, o così dovremmo pensare se adottiamo un punto di vista à la Davidson5. Sono entità irripetibili localizzate nello spazio e nel tempo, e come tali possiamo descriverle in svariati modi proprio come possiamo descrivere in svariati modi un oggetto o una persona particolare. Io dico: “Gianni è la persona giusta per Maria”. Voi dite: “spiegati meglio” — e allora aggiungo: “E intelligente, gli piace viaggiare e va regolarmente a fare jogging”. Voi dite: “Ieri sera Gianni ha fatto una passeggiata”. Io dico: “spiegatevi meglio” — e voi proseguite: “Ha avuto luogo a Central Park, prima di cena, con la sua amica Laura, e Maria se l’è legata al dito”. Il soggetto grammaticale di queste precisazioni (il pronome sottinteso “essa”), proprio come il soggetto grammaticale nello scenario precedente (“lui”), è tutto ciò che occorre per garantire il rinvio anaforico all’entità di cui si stava parlando: Gianni in un caso, la passeggiata nell’altro. Analogamente, così come possiamo riferirci a un oggetto mediante descrizioni diverse, ciascuna basata su certe proprietà che l’oggetto possiede, possiamo riferirci a un evento attraverso descrizioni che possono variare a seconda dei nostri propositi e del contesto in cui si svolge il discorso. Possiamo riferirci a Gianni chiamandolo per nome o possiamo identificarlo dicendo “il fidanzato di Maria”, “il mio collega più intelligente”, o “il presidente del jogging club”, e possiamo allo stesso modo identificare ciò che ha fatto la scorsa notte dicendo “la passeggiata di Gianni a Central Park”, “il piacevole giretto di Gianni con Laura”, o “la causa della rabbia di Maria”.

  • 6 Si veda Davidson 1967b.
  • 7 Si veda Bennett 1988.

8Per la verità si possono avere intuizioni diverse a questo riguardo. Dal momento che Gianni avrebbe potuto camminare da solo, mentre non avrebbe potuto andare a spasso con Laura tutto da solo, alcuni filosofi sono inclini a dire che “la passeggiata di Gianni” e “il giretto di Gianni con Laura” devono riferirsi a due eventi distinti in virtù della legge di Leibniz: le due espressioni non sono inter-sostituibili salva ventate. Allo stesso modo, se Maria si è arrabbiata, non perché Gianni è andato a passeggio, ma perché ci è andato con Laura, alcuni ritengono che “la causa della rabbia di Maria” non si riferisca alla passeggiata di Gianni ma al suo giretto con Laura, il quale dovrebbe dunque essere trattato come un evento distinto. Personalmente non condivido queste intuizioni. Sicuramente non tutte le descrizioni di ciò che Gianni ha fatto la scorsa notte risultano ugualmente adatte in ogni contesto, ma ciò non vuol dire che egli abbia fatto tante cose diverse contemporaneamente: descrizioni differenti possono avere sensi diversi e possono perciò assolvere funzioni diverse, tuttavia il loro referente può coincidere. Per esempio, è vero che la descrizione “il giretto di Gianni con Laura” non avrebbe alcun riferimento in un mondo possibile in cui Gianni è andato a passeggio per conto suo, ma ciò non toglie che in questo mondo tali parole abbiano un riferimento ben preciso. (Si confronti: sebbene sia vero che “il numero di pianeti” potrebbe riferirsi a un numero diverso da 9 in mondi diversi, resta il fatto che in questo mondo il numero a cui si riferisce è il numero 9.) Similmente, benché sarebbe sciocco spiegare perché Maria si sia arrabbiata descrivendo ciò che Gianni ha fatto come una semplice passeggiata, non ne segue che proprio quella passeggiata non sia la causa della rabbia di Maria: le spiegazioni causali sono sensibili al linguaggio, ma le asserzioni causali sono semanticamente trasparenti6. (Si confronti “la passeggiata di Gianni con Laura ha causato la rabbia di Maria” con “la passeggiata di Gianni con l’assessore alla cultura ha causato la rabbia di Maria”: la prima asserzione può funzionare meglio come spiegazione causale, specialmente se non sapete che Laura è l’assessore alla cultura, ma ciò non implica che Gianni abbia fatto due cose: passeggiare con Laura e passeggiare con l’assessore.) In breve, penso che si debba fare attenzione a non assumere che le espressioni che usiamo per identificare le azioni — e gli eventi in senso lato - dicano tutta la verità in merito a tali entità: cosi come la descrizione di un oggetto può essere solo parzialmente informativa, e persino fuorviarne per certi propositi, allo stesso modo la descrizione di un evento può essere solo parzialmente informativa e fuorviante. Per dirla con le parole di Jonathan Bennett, non c’è modo di «leggere» la natura di un oggetto o di un evento dalle parole che usiamo per riferirci a quest’ultimo7.

  • 8 Vendler 1967: cap. 5. [N.d. T. Vendler e Bennett parlano di gerundivi, e nel testo originale ingles (...)
  • 9 Si veda Bennett 1988: 148.

9Ora, tenendo presente questo quadro è ovvio che fra i molti modi in cui possiamo riferirci a un evento ve ne siano alcuni che possiamo a grandi linee classificare come descrizioni negative. Gianni ha fatto una passeggiata a Central Park. A dire il vero era tutto pronto per andare a fare jogging con il suo amico Tommaso, e lo avrebbe fatto se non avesse incontrato Laura. Il piano era quello. Quindi, a seconda del contesto possiamo descrivere ciò che Gianni ha fatto come una passeggiata ma anche come un non-fare-jogging. Dipende dall’informazione che vogliamo trasmettere nel descrivere l’avvenimento. La sua passeggiata ha fatto arrabbiare Maria? Allora diciamo chiaramente che si è trattato di un giretto con Laura. Ha causato le lamentele di Tommaso? Allora è meglio descrivere l’accaduto come un non-fare-jogging. Forse in italiano qui ci sono dei dettagli linguistici che interferiscono. In italiano un’espressione come “non fare jogging” non è un nominale perfetto ma un infinito sostantivato: una locuzione che, per usare una celebre espressione di Zeno Vendler, contiene al suo interno un verbo che è ancora «vivo e scalciante»8 (a differenza di “passeggiata”, in cui il verbo si è compieta- mente trasformato in sostantivo). E se Vendler ha ragione, e Bennett con lui, gli infiniti sostantivati non si riferiscono propriamente a eventi particolari bensì a fatti o a stati di cose. In effetti, non è chiaro se la nostra lingua abbia esempi grammaticalmente accettabili di descrizioni negative di eventi che passino il test di Vendler-Bennett9. Ma anche lasciando da parte questo dubbio, nella misura in cui noi intendiamo riferirci a un evento piuttosto che a un fatto, il punto è sufficientemente chiaro: parlando del non fare jogging di Gianni non ci stiamo riferendo a un’azione negativa. Ci stiamo riferendo a ciò che Gianni ha fatto realmente — la sua passeggiata — menzionando una proprietà che non possiede e il cui mancato possesso risulta particolarmente saliente ai fini del discorso. Una descrizione negativa ha un senso negativo, non un referente negativo.

  • 10 Riprendo qui alcune osservazioni di Tovena e Varzi 1999.

10Ebbene, vorrei suggerire che proprio questo tipo di spiegazione si applica ai casi apparentemente problematici menzionati prima, nei quali abbiamo a che fare con quantificazioni implicite piuttosto che con riferimenti espliciti10. Supponiamo che io dica

(1) Maria ha visto Gianni non partire.

  • 11 Si veda Higginbotham 1983 e la discussione in Neale 1988. [N.d. T. Nel testo originale l’esempio co (...)

11Stando a un’analisi comunemente accettata, dovuta a Jim Higginbotham11, i resoconti percettivi contenenti un’infinitiva richiedono un’analisi à la Davidson. In particolare, un’asserzione come (1) andrebbe analizzata come

  • 12 A rigor di termini, dal momento che anche il vedere di Maria è un evento, la forma logica di (1) an (...)

(1') ∃e (Non-partire (e, Gianni) & Ha-visto (Maria, e))12.

  • 13 Qui sono in disaccordo con Przepiórkowski 1999> ad esempio.

12Ne segue che asserendo (1) mi impegno ontologicamente nei confronti di un evento negativo di cui Maria è stata testimone, cioè di un non-partire, una partenza che Gianni non ha intrapreso? Alcuni pensano di sì13, ma a me sembra proprio che le cose stiano diversamente. A meno che non avesse le allucinazioni, mi sembra ovvio che Maria può solo aver visto quello che Gianni ha fatto davvero. Per esempio, supponiamo che Gianni sia salito di nascosto al piano di sopra invece che andarsene come avrebbe dovuto. Allora è questo che Maria ha visto: ha visto Gianni salire le scale di nascosto. Potrei dirlo esplicitamente proferendo le parole seguenti:

(2) Maria ha visto Gianni salire le scale.

13In tal caso l’analisi corretta sarebbe

(2') ∃e (Salire-le-scale (e, Gianni) & Ha-visto (Maria, e)).

14Il fatto che in (1) si ricorra a una caratterizzazione negativa e in (2) a una caratterizzazione positiva non vuol dire che la variabile e debba individuare due eventi diversi nei due casi. Può benissimo individuare lo stesso evento, e quale sia la descrizione più appropriata di quest’evento è una questione in ultima analisi pragmatica. In particolare, se tutti si aspettavano che Gianni partisse, allora (1) è molto più efficace di (2). E più efficace proprio perché l’attributo negativo “non partire” trasmette un’informazione contestualmente saliente, mentre “salire le scale” no. A volte facciamo la stessa cosa quando parliamo di oggetti. Se dico

(3) Maria ha visto un non-filosofo.

15sto individuando ciò che Maria ha visto con l’aiuto di un attributo negativo. Di certo ciò non vuol dire che Maria abbia visto un’entità negativa. In effetti, se sapessi dell’altro potrei essere più esplicito, come in

(4) Maria ha visto un tipo alto 1.81 metri, che indossava gli occhiali, una cravatta blu e un cappello.

16Ma non è detto che questo sia il modo migliore per caratterizzare ciò che Maria ha visto. Se, come possiamo supporre, Maria si trovava a una conferenza di filosofia, allora l’attributo negativo “non-filosofo” - per quanto meno informativo — si riferisce a una caratteristica della persona che Maria ha visto che è molto più saliente della sua altezza e del suo aspetto esteriore, cosicché in tale contesto (3) può risultare più efficace di (4). Il caso di (1) e (2) è perfettamente parallelo. E che le cose stiano così è confermato dal fatto che in entrambi i casi possiamo continuare e chiedere: “dimmi di più”. “Dimmi di più di questo non-filosofo”. “Beh... era un tipo alto 1,81 metri, che indossava gli occhiali, una cravatta blu e un cappello”. “Dimmi di più di ciò che Maria ha visto”. “Beh... ha visto Gianni fare le scale fino al piano di sopra, alla chetichella, senza dire nulla, mentre nessun altro stava guardando”. Così come nel caso della passeggiata con Laura che non era uno jogging con Tommaso, se necessario possiamo sempre passare da una caratterizzazione negativa a una positiva, e viceversa: scegliamo le nostre parole a seconda del messaggio che vogliamo comunicare.

17Del resto vi è anche un motivo molto semplice per rifiutare l’idea che un attributo negativo si riferisca a un evento negativo ed è che spesso non esiste un criterio chiaro per stabilire se abbiamo effettivamente a che fare con un attributo negativo. Si consideri

(5) Gianni è rimasto, mentre Tommaso è partito.

18Il connettivo avversativo “mentre” suggerisce che rimanere e partire debbano intendersi come opposti. Ma qual è qui il positivo e qual è il negativo? Se tutti se ne sono andati con Tommaso, allora ciò che Gianni ha fatto può essere egualmente (se non meglio) descritto come un non-partire. Se però tutti gli altri sono rimasti con Gianni, allora è l’azione di Tommaso che potremmo voler descrivere negativamente come un non-restare. Le due opzioni sono ugualmente plausibili, dunque l’opposizione fra restare e partire non può essere interpretata ontologicamente, come un conflitto fra essere e non-essere. Né possiamo scegliere fra opzioni del genere sulla base di considerazioni esclusivamente semantiche. La scelta dipende dal contesto, e dunque è una funzione di fattori pragmatici in senso ampio.

19A questo punto dovrebbe essere chiaro come questo tipo di spiegazione possa venire applicato anche ad altri casi problematici. Si consideri

(6) Ciò che è successo alla fine è che Laura non ha baciato Gianni.

  • 14 Si veda de Swart 1996: 229.

20Henriette de Swart sostiene che asserzioni del genere forniscano evidenza a favore dell’esistenza di eventi negativi — nella fattispecie, un non-bacio di Laura14. Presumibilmente il motivo è che nell’analisi standard la forma logica di (6) implica l’enunciato esistenziale:

(7) ∃e (Non-bacio (e, Maria, Gianni)).

21Ma è un buon motivo? A conti fatti, sul piano ontologico ciò che è successo alla fine (il valore di V) non può che essere qualcosa di perfettamente positivo. Dev’essere qualcosa che è successo davvero, appunto, anche se Gianni non ce l’ha voluto rivelare. Forse Laura ha semplicemente detto “Buona notte”, o “Grazie per la bella passeggiata”. Forse si è infilata in un taxi senza dire nulla. Chi lo sa? Quello che sappiamo, sulla base di ciò che Gianni ci ha rivelato, è che comunque siano andate le cose, l’ultimo gesto di Laura non è stata un bacio. E dal momento che tutta questa storia sta cominciando a colorarsi di rosa, siamo ben contenti di accettare questo resoconto come una buona caratterizzazione di ciò che è successo, per quanto possa essere poco informativa sotto ogni altro aspetto.

22Un altro caso tipico in cui viene spontaneo pensare che il dominio di quantificazione includa eventi negativi è illustrata da asserzioni come:

(8) Gianni spesso non va a fare jogging.

  • 15 Stockwell et al. 1973, ex. 49b. Si confrontino Horn 1989: 54, de Swart 1996: 230 e Przepiórkowski 1 (...)
  • 16 Lakoff 1965: 172.

23Stockwell, Schachter, e Partee15 ritengono che asserzioni come (8) forniscano controesempi alla tesi di Lakoff stando alla quale “non si può asserire la frequenza di un evento che non si verifica”16. Capisco perché si possa essere tentati di vederla in questo modo, ma a me sembra il modo sbagliato. In altre parole, qui sono d’accordo con Lakoff. Tanto per cominciare, mi sembra che asserzioni come non comportino affatto una quantificazione primaria su eventi, positivi o negativi che siano. Se diciamo

(9) Gianni va spesso a fare jogging.

24a ben vedere non stiamo quantificando su eventi ma su certi lassi di tempo, e stiamo dicendo che tra questi lassi di tempo ve ne sono molti - molte serate, poniamo - durante i quali Gianni va a fare jogging. In altri termini, stiamo quantificando sulla formula aperta

(9') Tempo (t) & ∃e (Jogging (e, Gianni) & Durante (e, t)).

25Ma allora (8) dovrebbe essere analizzata in maniera simile. Anche in (8) stiamo quantificando su certi lassi di tempo e stiamo dicendo che ve ne sono molti durante i quali Gianni non va a fare jogging: stiamo cioè quantificando sulla formula aperta

(8') Tempo (t) & ~∃e (Jogging (e, Gianni) & Durante (e, t)).

26e in questa formula non ce nulla che suggerisca il ripetersi di un evento negativo. D’altro canto, se anche si insistesse nel ritenere che (8) comporta una vera e propria quantificazione su eventi, allora di nuovo non vedo ragione di supporre che la quantificazione riguardi eventi negativi. Che cosa ha fatto ieri sera Gianni? È andato a fare una passeggiata con Laura. Che cosa ha fatto la sera del giorno prima? È andato in libreria con Maria. E la sera di martedì è andato alla partita degli Yankees. Tutte queste cose sono cose che Gianni ha fatto, e tutte hanno avuto luogo nelle prime ore della serata. Possiamo descriverle direttamente, come ho appena fatto, o possiamo descriverle indirettamente come azioni che non rientrano nella categoria dei jogging: come dei non-fare-jogging. Il secondo tipo di descrizione non è molto informativo. Ma per qualcuno come Tommaso, che adora fare jogging, può essere sufficiente. E può essere giusto per Tommaso descrivere sommariamente la situazione dicendo che Gianni spesso si concede dei non-jogging. Gianni è il presidente del jogging club e quindi non dovrebbe comportarsi così: non dovrebbe intraprendere tutti questi non-jogging — qualunque cosa essi siano.

2 Omissioni, mancanze e causazione (I)

27Se tutto ciò è corretto, allora buona parte dell’evidenza in favore di un’ontologia di eventi negativi sembrerebbe naufragare alla luce della distinzione senso/riferimento. Per ripetere lo slogan, una descrizione negativa ha un senso negativo, non un referente negativo. Almeno, questo è ciò che voglio suggerire vis-à-vis quegli argomenti che sostengono la tesi opposta sulla base di semplici considerazioni di forma logica.

  • 17 Armstrong 1999: 177.

28Ora, possiamo dire lo stesso anche per quel che riguarda il secondo tipo di argomenti citati all’inizio, ossia gli argomenti causali? «Ogni situazione causale si evolve come si evolve esclusivamente in virtù di fattori positivi» dice David Armstrong17, e sono d’accordo. Ciò nonostante, molte delle cose che diciamo comunemente — e anche buona parte del discorso filosofico — sembra suggerire che le forze della natura includano anche fallimenti, mancanze, negligenze, omissioni e simili. Possiamo opporci a tale suggerimento sfruttando l’idea che ciò che a prima vista sembra una causa negativa non è altro che una causa positiva descritta negativamente?

  • 18 Si veda Davidson 1967b.

29In una certa misura sì. Ho già accennato all’idea all’inizio della sezione precedente e adesso possiamo essere più precisi. In una semantica davidsoniana, le asserzioni causali singolari vengono interpretate alla stregua di asserzioni riguardanti relazioni causali fra eventi individuali, non come asserzioni contenenti un connettivo causale o altri dispositivi proposizionali18. Per esempio, l’asserzione

(10) La passeggiata di Gianni con Laura ha causato la rabbia di Maria.

30viene interpretata attribuendole la seguente forma logica (omettendo la condizione di unicità per semplificare) :

(10') ∃ ee '(Passeggiata (e, Gianni, Laura) & Rabbia (e ', Maria) & Causa (e, e ')).

31Di conseguenza, se adesso consideriamo un’asserzione causale che sembra riguardare un evento negativo, come

(11) Il non fare jogging di Gianni ha causato le lamentele di Tommaso,

32è logico attribuirle la forma logica

(11') ∃e∃e' (Non-jogging (e, Gianni) & Lamentela (e', Tommaso) & Causa (e,e'))

33A questo punto si può essere tentati di pensare che e, la causa, debba essere un evento negativo, ma io direi semplicemente che e è un evento positivo descritto negativamente. Sappiamo benissimo che cosa ha fatto Gianni: ha fatto una passeggiata con Laura. Ed è questo che ha causato le lamentele di Tommaso (oltre che la rabbia di Maria). Se non la mettiamo esplicitamente in questi termini è perché l’asserzione

(12) La passeggiata di Gianni con Laura ha causato le lamentele di Tommaso.

  • 19 Bennett 1995: 133.

34tende a trasmettere un messaggio sbagliato. Come fa notare Bennett, «in generale le verità che hanno a che fare con le cause sono asseribili solo se riportano cause che risultano salienti — ossia cause che s’impongono all’attenzione come significative, sorprendenti, e via dicendo»19. Per metterla diversamente, il motivo per.cui siamo inclini ad asserire (11) invece di (12), è che quest’ultima asserzione mancherebbe di forza esplicativa. L’asserzione è vera, perché la passeggiata di Gianni con Laura e il suo non andare a jogging con Tommaso sono un unico evento descritto in due modi diversi, e i resoconti causali sono semanticamente trasparenti. Quindi la forma logica di (12),

(12') ∃e∃e' (Passeggiata (e, Gianni, Laura) & Lamentela (e', Tommaso) & Causa (e, e')).

  • 20 Grice 1975:45. «Dai il tuo contributo alla conversazione così come è richiesto, in quel dato moment (...)

35è materialmente equivalente a quella di (11). Quando riportiamo fatti causali, però, siamo generalmente interessati a spiegare perché qualcosa è accaduto, e l’adeguatezza di una spiegazione non dipende soltanto dalla verità di ciò che si dice. Quando si tratta di fornire una spiegazione dobbiamo assicurarci di descrivere le cause in un modo che risulti informativo sullo sfondo dell’insieme di conoscenze e presupposizioni fissate dal contesto, così come con qualunque altro atto di comunicazione: altrimenti violeremmo una delle principali massime griceane20. Per tornare al paragone iniziale, se l’unico non-fìlosofo alla conferenza era un tipo con una cravatta blu, allora è vero che vedere un non-filosofo ha sorpreso Maria se e solo se è vero che vedere un tipo con la cravatta blu l’ha sorpresa. Ma se vogliamo spiegare perché Maria si è sorpresa, considerato che si trovava a una conferenza di filosofia, allora faremmo meglio a usare l’espressione “non-filosofo” piuttosto che “tipo con la cravatta blu”. Allo stesso modo, quindi, se vogliamo spiegare perché Tommaso si è lamentato dovremmo descrivere ciò che ha fatto Gianni in un modo che ne espliciti la portata rispetto alle aspettative di Tommaso. Ecco perché (11) è meglio di (12). In effetti, proprio questo è il motivo per cui (11), ma non (12), si traduce con naturalezza nel linguaggio famigliare delle spiegazioni causali:

(11") Tommaso si è lamentato perché Gianni non è andato a fare jogging.

(12") Tommaso si è lamentato perché Gianni è andato a fare una passeggiata con Laura.

36Che l’azione di Gianni sia stata una passeggiata con Laura — o che abbia avuto luogo in Central Park, prima di cena, e così via — può essere più informativo del fatto che non si sia trattato di una corsa di jogging, ma tale informazioni non spiegano niente se ciò che ci interessa sono le lamentele di Tommaso.

  • 21 Si potrebbe anche dire che mentre la causazione è una relazione fra eventi, le spiegazioni causali (...)

37Ecco dunque, in poche parole, come l’analisi proposta dovrebbe funzionare. Talvolta interpretiamo un resoconto causale come una spiegazione causale, ma per fare in modo che la spiegazione abbia successo dobbiamo usare una descrizione della causa che convogli l’informazione giusta. Che cosa conti esattamente come l’informazione giusta dipende dal contesto. E in alcuni contesti, una descrizione negativa è semplicemente più informativa, causalmente, di una descrizione positiva21. La descrizione è negativa, ma si riferisce a una causa perfettamente “positiva”.

38Sfortunatamente il discorso non si chiude qui. Il fatto è che un’analisi di questo tipo funziona bene in alcuni casi, ma non in tutti. Si considerino le seguenti asserzioni:

(13) La mancata chiusura del gas da parte di Gianni ha causato un’esplosione.

(14) La causa principale dell’incendio è stata la mancanza di pioggia.

  • 22 Si veda Higginbotham 2000: 74.

39Quale sarebbe la causa positiva negativamente descritta in (13)? Che cosa ha fatto Gianni per meritarsi l’accusa di aver provocato l’esplosione? Sicuramente ha lasciato il gas acceso, ma ciò suona più come una descrizione positiva di ciò che Gianni non ha fatto che una descrizione negativa di ciò che ha fatto realmente. E qual è la causa dell’incendio che in (14) viene descritta negativamente come mancanza di pioggia? Sembrerebbe che in casi del genere non sia d’alcun aiuto dire che si ha una descrizione negativa di un evento positivo, perché non abbiamo idea di quale possa essere l’evento in questione. In effetti, come ha sottolineato Higginbotham22, in casi simili non sembra esserci nessun evento particolare che venga descritto negativamente. Qualsiasi analisi davidsoniana di (13) sulle linee di

(13') ∃e∃e'(Non-chiusura (e, Gianni, il gas) & Esplosione(e') & Causa (e, e')).

40sembrerebbe impegnarci all’esistenza di una causa e che è strettamente e letteralmente parlando una causa negativa: una mancanza, un’omissione, un non-fare da parte di Giovanni. Allo stesso modo per (14). Fare appello alla pragmatica degli atti linguistici non sembra possa essere d’aiuto, poiché il problema non è che si tende a interpretare questi resoconti causali come spiegazioni causali; il problema riguarda in primo luogo proprio il loro essere resoconti causali.

3 Omissioni, mancanze e causazione (II)

41È qui che entra in gioco la seconda idea ventilata all’inizio. Intendo in effetti negare che in casi come questi abbiamo a che fare con resoconti causali veri e propri. In altri termini, voglio negare che l’analisi corretta della forma logica di (13) sia (13') — e analogamente per (14) e simili. La cosa giusta da dire, a mio avviso, è che tali asserzioni sono soltanto spiegazioni causali. E se le cose stanno così, allora il problema non sorge nemmeno.

  • 23 Si veda Beebee 2003.

42L’idea nasce da un lavoro recente di Helen Beebee23. Si consideri: che ragioni ci sono per considerare tali asserzioni alla stregua di resoconti causali? Di sicuro un motivo è che vi compaiono esplicitamente espressioni come “causa” o “ha causato”, ma questo non ci porta molto lontano. Che ragioni ci sono per pensare che tali espressioni debbano sempre intendersi in senso stretto e letterale? La ragione principale, sostiene Beebee, è che siamo generalmente inclini a pensare che ogniqualvolta ci esprimiamo nel gergo causale lo facciamo parlando in termini di cause ed effetti. Poco fa ho detto che dovremmo prestare attenzione alla distinzione fra resoconti causali (della forma “e ha causato e”) e spiegazioni causali (della forma “A perché B"), ma ho anche detto che c’è una stretta connessione fra i due: tipicamente, una spiegazione causale è un certo modo di registrare l’esistenza di un nesso causale, un modo per render conto di un’interazione causale descrivendo la causa e l’effetto con parole che risultano calzanti rispetto allo sfondo di conoscenze e presupposizioni fissate dal contesto. Questo però può essere fuorviante, perché suggerisce che debba sempre sussistere una corrispondenza fra causa e explanans, da un lato, e tra effetto e explanandum, dall’altro — e ciò non è vero. In effetti, non vi è ragione di pensare che una spiegazione causale debba sempre fare menzione della causa esplicitamente. Se conosciamo la causa di un certo evento, e la conosciamo sotto un’opportuna descrizione, allora possiamo farvi affidamento per produrre una spiegazione convincente, come in (11) e (11"). Ma ciò non implica che valga anche la conversa. Se vi dico

(15) Tommaso si è lamentato perché nessuno è andato a fare jogging con lui.

43vi sto offrendo una spiegazione perfettamente ragionevole delle lamentele di Tommaso. E si tratta di una spiegazione causale: risponde a una domanda sul perché, non sul come o sul che cosa. Eppure (15) non ci dice niente rispetto alla vera causa del lamentarsi di Tommaso: non si fa menzione, direttamente o indirettamente, dell’evento specifico che lo ha causato, cioè la passeggiata di Gianni.

  • 24 Si veda Lewis 1986, sezione III.
  • 25 L’esempio è preso, con qualche variazione, da Lewis 1986: 220.

44Questo punto è stato enfatizzato anche da David Lewis24. Una spiegazione causale, ha scritto Lewis, punta a fornire delle informazioni sulla “storia causale” di un certo evento e, e ci sono molti modi per fornire informazioni di questa natura: possiamo farlo citando esplicitamente una causa di e (nel qual caso la bontà della nostra spiegazione dipende principalmente dalle parole che usiamo per indicare tale causa), ma possiamo anche fornire informazioni che riguardano solo indirettamente la causa di e. Ciò che importa è che l’informazione fornita vada a colmare una lacuna significativa di ciò che sappiamo della storia causale di e. Per esempio, possiamo dire che e ha avuto luogo perché un certo tipo di evento ha avuto luogo, senza specificare nessun esempio particolare. O possiamo dire che la storia causale di e include eventi di vario tipo, legati fra loro in vario modo. L’informazione che forniamo su una storia causale può variare da molto specifica a molto astratta, e in alcuni casi può essere così astratta da riguardare, non ciò che appartiene alla storia causale, ma ciò che non vi appartiene. Non vi è alcun evento che sia un jogging con Tommaso nella storia causale del suo recente lamentarsi — e proprio questo è il motivo della lamentela. (Si pensi anche a come Gianni potrebbe rispondere alla richiesta di Maria di spiegarle la presenza di Laura la scorsa notte: “Perché si trovava al parco proprio quando c’ero io? Solo una coincidenza, Maria, credimi”)25. Naturalmente ciò non vuol dire che ogni informazione sia di egual valore ai fini di una spiegazione: quanto più direttamente e completamente possiamo descrivere la storia causale di un evento, tanto più è probabile che i nostri sforzi esplicativi abbiano successo. Ma anche trascurando questo aspetto, il punto che va sottolineato è semplicemente che in molti contesti non abbiamo bisogno o non siamo in grado di fornire spiegazioni complete.

45Tornando quindi al nostro esempio principale, consideriamo le quattro asserzioni seguenti:

(16) C’è stata un’esplosione perché Maria ha acceso la luce.

(17) C’è stata un’esplosione perché qualcuno ha acceso la luce.

(18) C’è stata un’esplosione perché nessuno ha spento il gas.

(19) C’è stata un’esplosione perché Gianni non ha spento il gas.

46Seguendo Beebee (e Lewis), direi che solo (16) può essere considerata una spiegazione causale in cui la causa viene menzionata esplicitamente. Solo (16) ci dice qualcosa che risulta direttamente informativo in merito alla storia causale dell’esplosione (o così almeno possiamo supporre). Le altre asserzioni sono man mano meno informative: (17) è una generica asserzione esistenziale su ciò che fa parte della storia causale, mentre (18) e (19) si limitano a dire qualcosa in merito a ciò che non appartiene alla storia causale: non vi appartengono eventi che coinvolgano qualcuno che chiude il gas. Ne segue che solo per (16) esiste un’asserzione causale corrispondente:

(16') L’accensione della luce da parte di Maria ha causato un’esplosione.

47Come nel caso di (11), qui non ha molta importanza se usiamo la formulazione con «ha causato» in ( 16') o quella con «perché» in (16) : in entrambi i casi stiamo dando una descrizione di ciò che ha portato all’esplosione, e stiamo dando una descrizione che è adeguata esplicativamente. Forse possiamo dire lo stesso di (17), che potrebbe riformularsi come

(17') L’accensione della luce da parte di qualcuno ha causato un’esplosione.

48ma non ne sarei così sicuro. In ogni caso, con (18) e (19) la situazione è chiaramente differente: così come in (15), qui stiamo offrendo spiegazioni perfettamente ragionevoli del perché un certo evento ha avuto luogo: stiamo offrendo delle spiegazioni causali. Ciò nonostante, siccome tali spiegazioni non dicono nulla delle cause reali dell’evento, non possiamo riformulare le nostre asserzioni in termini di resoconti causali strido sensu. Non stiamo dicendo quali eventi compaiono nella storia causale in esame; piuttosto, stiamo dicendo che certi eventi non compaiono nella storia. Se si vuole, possiamo aggiungere che il valore esplicativo di tali asserzioni risiede nella verità dei controfattuali corrispondenti:

(18') Se qualcuno avesse spento il gas, non ci sarebbe stata esplosione.

(19') Se Gianni avesse spento il gas, non ci sarebbe stata esplosione.

  • 26 L’analisi controfattuale della causazione viene da Lewis 1973. Certamente si tratta di un’analisi c (...)

49Ma ciò non vuol dire che a questo punto possiamo applicare un’analisi controfattuale della causazione a ritroso, per così dire, e generare in ciascun caso un’asserzione causale corrispondente26. Le asserzioni causali hanno a che fare con le caratteristiche della storia di questo mondo; i controfattuali hanno a che fare con ciò che accade in altri mondi. E sebbene si possano produrre controfattuali su questo mondo considerando come le cose avrebbero potuto andare se certi eventi non avessero avuto luogo, non possiamo ripercorrere il tragitto a ritroso e inferire come le cose sono andate realmente da come avrebbero potuto andare. Non possiamo inferire che il mondo attuale contiene un evento non accaduto e dal fatto che e accade in qualche mondo controfattuale, così come non possiamo inferire che il mondo attuale contiene un oggetto non esistente come Pegaso dal fatto che Pegaso esiste in qualche mondo non attuale. Non c’è bisogno di essere d’accordo con Russell per bloccare l’inferenza. Detta diversamente, l’analisi controfattuale della causazione richiede condizionali i cui antecedenti siano asserzioni negative: se un certo evento non avesse avuto luogo, non avrebbe avuto luogo anche un altro evento. Gli antecedenti in (18') e (19'), al contrario, sono affermativi, e dunque la loro forma logica non corrisponde a quella richiesta dall’analisi controfattuale - punto.

  • 27 Non solo in filosofia e in linguistica: esiste anche una vasta letteratura nel campo della giurispr (...)

50Incidentalmente, mi sono concentrato su casi che apparentemente coinvolgono cause negative perché questi sono i più interessanti e i più discussi27, ma vorrei sottolineare che un discorso parallelo potrebbe farsi nei confronti di casi apparenti di effetti negativi. La sola differenza è che in questi casi difficilmente parleremmo di “spiegazioni” in senso stretto. Non parleremmo della “storia causale” di un evento, bensì del suo “futuro causale”. Giusto per dare un’idea di ciò che voglio dire, supponiamo che io affermi

(20) Gianni non ha spento il gas perché è andato a fare una passeggiata.

51In questo caso ciò che sto offrendo non è un resoconto causale di quanto è accaduto. In effetti non sto dicendo proprio nulla di ciò che è accaduto: non sto dicendo quali eventi hanno fatto seguito alla partenza di Gianni, per esempio che c’è stata un’esplosione. Ciò che sto dicendo è soltanto che un certo tipo di evento, che in circostanze normali avrebbe dovuto aver luogo, non si è verificato. E questo è tutto ciò che serve per applicare l’analisi offerta sopra, mutatis mutandis.

52A questo punto dovrebbe essere chiaro come possiamo concludere. Abbiamo iniziato dicendo che la verità di un’asserzione causale come

(13) La mancata chiusura del gas da parte di Gianni ha causato un’esplosione.

53sembra impegnarci all’esistenza di un evento negativo: un mancato agire da parte di Gianni. A questo punto si tratta invece di dire che il problema non sorge perché si deve negare la verità di (13). Quest’asserzione non è vera per il semplice motivo che il termine in posizione di soggetto, “la mancata chiusura del gas da parte di Gianni” non ha alcun riferimento. A essere vera è l’asserzione esplicativa corrispondente:

(19) C’è stata un’esplosione perché Gianni non ha spento il gas.

54e se si vuole anche il controfattuale corrispondente (19'). Ma la verità di tali asserzioni non dipende da (13) e non implica alcun impegno ontologico nei confronti di una mancata azione di Gianni. Anzi, se applichiamo un’analisi davidsoniana all’explanandum, ossia all’asserzione

(21) Gianni non ha spento il gas.

55non otteniamo affatto una quantificazione su eventi negativi. Tutto ciò che si ottiene è la negazione di una quantificazione del tutto ordinaria, quindi un’asserzione interamente libera da impegni ontologici:

(21') ~∃e (Spegnimento (e, Gianni, il gas)).

4. Osservazioni conclusive

  • 28 Si veda ad esempio Mellor 1995. Beebee fornisce vari motivi per non accettare tale punto di vista, (...)

56Come ho detto, l’analisi proposta segue nelle linee di fondo quella di Helen Beebee, sebbene vorrei rimanere neutrale nei confronti dell’ontologia sottostante il linguaggio delle spiegazioni. Può darsi che per renderne conto occorra fare affidamento a un’ontologia di fatti, come Beebee suggerisce. Ma personalmente credo ci si possa limitare a seguire Davidson quando dice che “perché”, diversamente da “causa”, è un connettivo proposizionale binario. Altrimenti non si capisce per quale motivo non si debba ritenere che tutti i dati esaminati sin qui depongano, in ultima analisi, a favore della tesi per cui i termini della relazione causale sono fatti piuttosto che eventi (come Hugh Mellor ha argomentato)28, nel qual caso la distinzione tra asserzioni causali e spiegazioni sarebbe infondata. Concluderò pertanto con due annotazioni concernenti la generale plausibilità dell’analisi proposta.

  • 29 McGrath 2005: 129.

57In primo luogo, per quale ragione siamo inclini ad asserire (13), se (13) non è vera? Perché parliamo usando (13), se il modo più appropriato di dire come sono andate le cose è (19)? Sarah McGrath ha sottolineato che in questo caso non possiamo semplicemente fare appello a massime conversazionali, e ha ragione: la massima griceana della pertinenza può essere utile per spiegare come mai non affermiamo certe verità, ma non spiega perché tendiamo ad affermare delle falsità29. Quindi?

58La risposta, penso, va effettivamente cercata nei processi che regolano le nostre pratiche conversazionali, solo che in questo caso occorre spingersi oltre i confini di una teoria griceana. In questo caso dobbiamo fare i conti con il fatto che spesso, quando ci esprimiamo nel linguaggio ordinario, parliamo senza badare a essere precisi. Questo vale specialmente quando si tratta di tener traccia dei nostri impegni ontologici. Per esempio, possiamo ritrovarci a dire che c’è una differenza di età fra Gianni e Maria senza con ciò implicare che ci siano entità come le differenze di età. L’uso di ‘c’è’ in questo caso non è da intendersi alla stregua di una vera e propria quantificazione esistenziale e se necessario possiamo riformulare la nostra asserzione con più attenzione, dicendo per esempio

  • 30 L’esempio è da White 1956: 68-9.

(22) O Gianni è più vecchio di Maria o Maria è più vecchia di Gianni30.

59Possiamo ritrovarci a dire che una fetta di formaggio contiene molti buchi senza con ciò implicare che ci sono cose come i buchi: se necessario, possiamo riformulare la nostra asserzione in maniera più neutrale dicendo, per esempio,

  • 31 L’esempio è da Lewis e Lewis 1970.

(23) Quella fetta di formaggio è multi-perforata31.

60Ebbene, ritengo che il caso di (13) non sia molto diverso. Ci piace il linguaggio della causazione e siamo inclini a usarlo liberamente quando il compito è quello di offrire delle spiegazioni. A volte questo linguaggio è perfettamente giustificato, come abbiamo visto; è giustificato quando conosciamo la causa dell’evento che stiamo cercando di spiegare e la conosciamo sotto una descrizione adatta. Altre volte, però, le nostre parole non vanno prese alla lettera. In particolare, se le cause non ci sono note, allora ovviamente non siamo nelle condizioni di produrre un vero e proprio resoconto causale. Possiamo soltanto produrre una spiegazione causale; possiamo fornire alcune informazioni sulla storia causale dell’evento in esame, ivi incluse informazioni negative in base alle quali certi eventi non hanno avuto luogo. Se necessario - se il contesto richiede che si parli con precisione - allora è così che dovremmo esprimerci. Se necessario dovremmo riformulare un’asserzione come (13) usando le parole di (19). Il fatto è che normalmente non è necessario. Normalmente il contesto non richiede che si presti attenzione a tali sfumature perché non siamo interessati ai presupposti metafisici di ciò che diciamo. Normalmente si parla in modo del tutto informale, direi quasi in modo spensierato e ontologicamente rilassato, e questo è un dato di fatto di cui nemmeno i filosofi possono lamentarsi. Quel che conta è essere capaci di precisare ciò che intendiamo davvero nel caso ciò risulti necessario.

61La seconda osservazione riguarda una preoccupazione per certi aspetti duale rispetto alla prima. Non solo siamo inclini ad asserire (13) sebbene a rigor di termini (13) sia falsa. Siamo anche inclini a negare

(24) C’è stata un’esplosione perché io non ho spento il gas.

62sebbene a rigor di termini (24) sia vera. Dopo tutto, non solo la storia causale che conduce all’esplosione non include alcun evento che sia una chiusura del gas da parte di Gianni: non include nemmeno alcun evento che sia una chiusura del gas da parte mia. Eppure, se io avessi spento il gas, l’esplosione non ci sarebbe stata. Perché allora ci va bene offrire (19) o persino (18) come spiegazione, ma non (24)?

  • 32 Beebee 2003: 307.
  • 33 Questo testo risulta dalla fusione di due articoli comparsi in altra sede (2006a, 2006b). Sono grat (...)

63La risposta è ancora una volta parte integrante della teoria generale della spiegazione che ho assunto fin dall’inizio. Ho detto che la bontà di una spiegazione va giudicata sullo dell’insieme di conoscenze e presupposizioni fissate dal contesto, come in ogni atto comunicativo. Di conseguenza, gli standard di pertinenza e normalità non si applicano solo quando interpretiamo un’asserzione causale alla stregua di una spiegazione causale, come nel caso di (11) rispetto a (12), ma anche quando offriamo una spiegazione causale in modo esplicito, come nel caso di (19) rispetto a (24). Qui nuovamente sono d’accordo con Beebee: la verità di una spiegazione causale non dipende dalla questione morale su chi debba essere biasimato per ciò che è accaduto; ma la sua adeguatezza32. Perciò è vero che non c’è stata esplosione perché non ho spento il gas, poiché è vero che se avessi spento il gas, l’esplosione non avrebbe avuto luogo. E solo che è molto difficile pensare che qualcuno possa dirsi soddisfatto da una spiegazione del genere: tutti si aspettavano che il gas lo chiudesse Gianni, il che significa che tutti si aspettavano che si sarebbe verificato un evento di quel tipo. Che ciò non sia avvenuto, come dice (19), è dunque significativo per valutare la storia causale dell’esplosione. Se vogliamo è anche significativo che nessuno abbia spento il gas, come dice (18), sebbene questo ci lasci con nessuno a cui attribuire la responsabilità dell’accaduto. Che io non abbia spento il gas, cioè che la storia causale dell’esplosione non includa un evento in cui io spengo il gas, è però del tutto irrilevante. Io Gianni non lo conosco nemmeno, né so dove vive; perché prendersela con me? Per tanto così uno potrebbe anche prendersela col governo, o meglio ancora col Creatore. Sicuramente, ogniqualvolta qualcosa va storto Dio avrebbe potuto fare qualcosa per prevenirlo. Ma sarebbe una buona spiegazione del perché sia andato storto? A me sembra ovvio che la risposta sia negativa, con buona pace di un certo modo di raccontare la storia del mondo33.

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Note

1 Si veda Davidson, 1980.

2 Davidson 1980: 127.

3 Si veda Vermazen 1985: 96.

4 Gli “scrupoli ontologici” menzionati sopra ricalcano gli scrupoli di Russell 1905 concernenti la realtà dei possibilia meinongiani e le preoccupazioni sulla proliferazione ontologica riecheggiano le preoccupazioni di Quine 1948 sulle «condizioni di identità» per possibilia.

5 Si veda Davidson 1970.

6 Si veda Davidson 1967b.

7 Si veda Bennett 1988.

8 Vendler 1967: cap. 5. [N.d. T. Vendler e Bennett parlano di gerundivi, e nel testo originale inglese figura appunto un gerundivo («not jogging»). In italiano Fuso del gerundio o del participio presente qui sarebbe goffo, se non scorretto. Mi sembra che si possa dire, comunque, che l’espressione cu Vendler si applichi agli infiniti sostantivati italiani quanto ai gerundivi nominali inglesi.]

9 Si veda Bennett 1988: 148.

10 Riprendo qui alcune osservazioni di Tovena e Varzi 1999.

11 Si veda Higginbotham 1983 e la discussione in Neale 1988. [N.d. T. Nel testo originale l’esempio contiene un cosiddetto infinito “nudo”: ‘Mary saw John not leave’. L’analisi di Higginbotham riguarda appunto i resoconti percetttivi che fanno uso di infiniti “nudi”. Anche in questo caso mi sembra che le infinitive italiane possano essere analizzate in modo analogo.]

12 A rigor di termini, dal momento che anche il vedere di Maria è un evento, la forma logica di (1) andrebbe esplicitata fino in fondo impiegando due variabili vincolate: 3Ne (Non-partire (<?, Gianni) & Ha-visto (e\ Maria, ey). Per semplicità ignorerò comunque questi dettagli in quanto irrilevanti ai fini dell’analisi di fondo.

13 Qui sono in disaccordo con Przepiórkowski 1999> ad esempio.

14 Si veda de Swart 1996: 229.

15 Stockwell et al. 1973, ex. 49b. Si confrontino Horn 1989: 54, de Swart 1996: 230 e Przepiórkowski 1999: 241.

16 Lakoff 1965: 172.

17 Armstrong 1999: 177.

18 Si veda Davidson 1967b.

19 Bennett 1995: 133.

20 Grice 1975:45. «Dai il tuo contributo alla conversazione così come è richiesto, in quel dato momento, dal proposito accettato dello scambio linguistico in cui sei coinvolto». Naturalmente non voglio dire che il valore di una spiegazione causale sia sempre riducibile a mere questioni pragmatiche. Già Hempel 1965 enfatizzava come le spiegazioni scientifiche abbiano un valore oggettivo e non pragmatico, proprio come le leggi e teorie su cui si basano. Qui però ci stiamo occupando di spiegazioni nel senso ordinario del termine e a tale riguardo la massima griceana si applica pienamente.

21 Si potrebbe anche dire che mentre la causazione è una relazione fra eventi, le spiegazioni causali mettono in relazione fatti', nel descrivere un fatto anche la minima differenza di ordine linguistico può determinare una differenza nel riferimento. Non occorre tuttavia fare appello a un ontologia di fatti per rendere conto della distinzione: si può semplicemente dire che le spiegazioni causali mettono in relazione asserzioni, i cui criteri d’identità sono altrettanto raffinati.

22 Si veda Higginbotham 2000: 74.

23 Si veda Beebee 2003.

24 Si veda Lewis 1986, sezione III.

25 L’esempio è preso, con qualche variazione, da Lewis 1986: 220.

26 L’analisi controfattuale della causazione viene da Lewis 1973. Certamente si tratta di un’analisi che è stata soggetta a molte critiche e revisioni (si veda Collins et al.y 2003)> ma non è il caso di entrare nei dettagli: i problemi principali riguardano casi di prevenzione o sovradeterminazione e nel presente contesto possono essere ignorati.

27 Non solo in filosofia e in linguistica: esiste anche una vasta letteratura nel campo della giurisprudenza. Si veda ad esempio Hart e Honoré 1985.

28 Si veda ad esempio Mellor 1995. Beebee fornisce vari motivi per non accettare tale punto di vista, si veda Beebee 2003: 293.

29 McGrath 2005: 129.

30 L’esempio è da White 1956: 68-9.

31 L’esempio è da Lewis e Lewis 1970.

32 Beebee 2003: 307.

33 Questo testo risulta dalla fusione di due articoli comparsi in altra sede (2006a, 2006b). Sono grato ai curatori e agli editori delle rispettive pubblicazioni per avermi consentito di utilizzare il materiale in questa forma.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Achille C. Varzi, «Mancanze, omissioni e descrizioni negative»Rivista di estetica, 32 | 2006, 109-127.

Notizia bibliografica digitale

Achille C. Varzi, «Mancanze, omissioni e descrizioni negative»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 14 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2403; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2403

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Achille C. Varzi

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