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Russell e l’abbandono. Del suo meinonghianesimo nascosto

Alberto Voltolini
p. 93-107

Testo integrale

1In questo paper cercherò di mostrare che la visione tradizionale del mutamento da parte di Russell della sua teoria delle descrizioni definite negli anni che vanno dai Principles of Mathematics del 1903 a «On Denoting» del 1905, visione secondo cui Russell produce una nuova teoria delle descrizioni (anche) per liberarsi dagli impegni ontologici manifesti di stampo meinonghiano ad entità inesistenti connessi alla sua precedente teoria delle descrizioni, non è convincente, perché le due teorie — quella del 1903 e quella del 1905 — hanno sostanzialmente gli stessi impegni ontologici. Avanzerò poi una differente ragione teorica per spiegare questo mutamento, consistente nel ratto che il mutamento dipende dalla necessità di sbarazzarsi della nozione di concetto denotante, avanzata da Russell nel 1903, in quanto è in realtà in relazione a questa nozione che la teoria del 1903 si fa carico di implausibili impegni ontologici nascosti prettamente meinonghiani ed Infine, cercherò nei testi russelliani di quel periodo.

  • 1 Cfr. Ramsey 1931: 261.r

21 È ormai diventato un luogo comune, che pressoché ogni manuale di filosofia del linguaggio ricorda, quello di sostenere che uno dei meriti della teoria delle descrizioni definite avanzata da Russell nel celeberrimo articolo «On Denoting» del 1905 è di permetterci di fare a meno delle bizzarre entità meinonghiane inesistenti, come la montagna d’oro e il quadrato rotondo: una teoria che si articola sul piano semantico comporta risultati di tipo eliminativista sul piano ontologico. È anche grazie a questo merito che la teoria delle descrizioni definite si è affermata, come sostenuto da Ramsey, come un paradigma di filosofia1. Un merito, tra l’altro, esplicitamente sostenuto da Russell medesimo nell’articolo in questione:

  • 2 Citazioni analoghe si possono trovare in testi russelliani dello stesso periodo: vedi per esempio R (...)

L’intero regno delle non-entiti quali ‘il quadrato rotondo’, ‘il numero primo pari diverso da 2’, Apollo’, ‘Amleto’, ecc. costituisce ora un problema risolvibile in modo soddisfacente. Si tratta di sintagmi denotativi che non denotano alcunché. (1905b:192)2

  • 3 Si veda ad esempio il seguente passo: «Messere è ciò che appartiene ad ogni termine concepibile, ad (...)
  • 4 La prospettiva tradizionale al riguardo è articolatamente ricordata per esempio in Di Francesco 199 (...)

3Inoltre, si sostiene altrettanto spesso che, poiché Russell stesso negli anni precedenti al 1905 e in particolare nei Principles of Mathematics del 1903 aveva difeso un’ontologia che ha vari punti di contatto con quella di Meinong, un’ontologia imperniata sulla difesa di entità che, pur avendo come tutte le entità essere, mancano dell’ulteriore proprietà di prim’ordine di esistenza3, nel fornire una critica semantica all’ontologia di Meinong egli criticherebbe un precedente sé, come spesso capita ai filosofi. Incontrovertibilmente, c’è in Russell dal 1903 al 1905 un cambiamento nella concezione semantica delle descrizioni definite, che da termini singolari genuini passano ad essere simboli incompleti da definire contestualmente; nella prospettiva interpretativa tradizionale che stiamo qui ricordando, tra le ragioni di questo cambiamento ci sarebbe da parte di Russell la constatazione che la teoria di tali descrizioni del 1903 lo impegnava, proprio come Meinong, ad entità che ci sono ma non esistono4.

4Per quanto generalmente ammesse, entrambe le suddette tesi interpretative sembrano in realtà discutibili. Per quanto riguarda la prima tesi, in realtà la teoria delle descrizioni del 1905 non comporta affatto la dismissione tout court delle entità inesistenti; per quanto riguarda la seconda tesi, la teoria delle descrizioni del 1903 ha in realtà le risorse per non ammettere tutti gli oggetti inesistenti, e dunque, data la prima tesi, per non ammettere di fatto più oggetti inesistenti di quanto faccia la teoria del 1905. Cerchiamo di vedere questi due punti in dettaglio, muovendo dal secondo, che ha più del primo riscontri già sul piano esegetico.

  • 5 Per i dettagli su questa teoria si veda nuovamente Di Francesco 1991: capp.5-6.
  • 6 Desumo questa convenzione grafica di indicare i concetti denotanti, in particolare quelli cosiddett (...)
  • 7 Cfr. Russell 1937[1903]: cap.5

5Prima di tutto, ricordiamo la teoria delle descrizioni definite del 1903, che rientra nella più generale teoria della significazione di tutti i sintagmi nominali, in particolare di quelli denotativi (“un F”, “ogni F” ec.)5. Per il Russell del 1903, una descrizione definita del tipo “il F” sta nella relazione psicologica di significare col concetto denotante [IL [F]]6, né più e né meno di quello che ogni altro sintagma nominale denotativo, o forse meglio descrittivo (“un F”, “ogni F” ecc.), fa coll’appropriato concetto denotante e un nome proprio fa con l’individuo per cui esso sta. Russell chiama indicare questa relazione psicologica di significazione. Come ogni altro membro destro di una siffatta relazione, quel concetto denotante figura poi come costituente della proposizione espressa dall’enunciato che contiene quella descrizione. In quanto costituente di quella proposizione, infine, quello stesso concetto sta nella relazione logica di significazione con un’altra entità, nella fattispecie un individuo particolare; Russell chiama quest’altra relazione denotare, così che l’individuo denotato da quel concetto denotante risulta essere il suo denotatum o denotazione. Così, ad esempio, la descrizione “la presente regina d’Inghilterra” indica il concetto denotante [LA [PRESENTE & REGINA_D’INGHILTERRA]] il quale a sua volta denota un certo individuo particolare, Elisabetta Windsor7.

  • 8 Cfr. Russell 1937[1903]: 115. Vedi al riguardo Orilia 2002: 96, Salmon 2005: 1079,1082.
  • 9 Vedi Salmon 2005: 1087.

6Nel qualificare quest’ultima relazione che sussiste tra concetti denotanti ed altre entità (nel caso di una descrizione definita, un certo concetto denotante e un individuo particolare), Russell si limita a dire che denotare è una relazione che connette concetti ed entità «in un certo modo peculiare» (1937[1903]: 102). Di fatto, come suggerito dallo stesso Russell8, questo “modo peculiare” è un modo per soddisfacimento: il denotatum di un concetto denotante è la (le) entità che possiede (possiedono) la proprietà mobilitata dal concetto (nel caso del concetto denotante [IL [F]], la proprietà di essere univocamente F (o, il che è lo stesso, è la sola entità a possedere la proprietà F); Elisabetta Windsor è il denotatum del concetto denotante [LA [PRESENTE & REGINA_D’INGHILTERRA]] in quanto è l’entità che possiede la proprietà di essere univocamente presente regina d’Inghilterra (o, il che è lo stesso, è la sola entità a possedere la proprietà di essere presente regina d’Inghilterra). È in relazione a quest’idea di soddisfacimento di un concetto che effettivamente Russell qualifica il denotare come relazione logica — a differenza dell’indicare che è solo una relazione psicologica (il pensare un certo termine come termine per una certa entità) — anche se a parlar propriamente ciò avrebbe dovuto portare Russell a parlare del denotare come di una relazione logico-metafisica9. Può peraltro ben essere che nel parlare nel 1903 del denotare proprio come di una relazione logica, Russell abbia pensato che ad ogni concetto denotante corrisponda invariabilmente una certa particolare entità come suo denotatum. Ma in realtà, come Russell stesso aveva già capito, un’entità siffatta, un membro destro della relazione di denotare può ben mancare. Ciò avverrà quando, evidentemente, nulla soddisfi il concetto; nel qual caso, il concetto denotante non denoterà alcunché. Questo è detto espressamente da Russell nel ritornare poco dopo la pubblicazione dei Principles sul tema del denotare:

«L’attuale re d’Inghilterra» è un concetto complesso che denota un individuo; «l’attuale re di Francia» è un complesso simile che non denota nulla. La frase è destinata a indicare un individuo, ma non riesce a farlo: indica non un individuo irreale, ma nessun individuo. [... Tale espressione] ha un significato [...] ma non [...] denotazione. (1905a:89-90)

7ma il punto è già implicitamente presente nel § 73 dei Principles, in cui a proposito del concetto denotante [IL [NULLA]], Russell ravvisa che esso è privo di denotazione: «nulla è un concetto denotante che non denota alcunché» (1937U903]: 131).

  • 10 Vedi il testo citato alla precedente nota 3.

8Queste osservazioni ci mostrano che la teoria delle descrizioni del 1903 non è impegnata a qualunque entità inesistente possiamo a prima vista concepire, ma soltanto ad alcune di tali entità, posto comunque un preliminare convincimento ontologico, effettivamente posseduto dal Russell dell’epoca10, nel figurare di entità siffatte all’interno dell’inventario generale di ciò che c’è; vale a dire, tutte quelle entità inesistenti che effettivamente soddisfano il concetto denotante espresso dalla rispettiva descrizione definita. Per rifarci nello spirito ad un esempio originariamente fatto da Cocchiarella (1982), che è a nostra conoscenza il primo ad aver rilevato questo punto, prendiamo i due seguenti concetti denotanti: [LA [MONTAGNA & D’ORO & SORTA_NEL_CORTILE_DEL_CASTELLO_ESTENSE_A_FERRARA_LA_MEZZANOTTE_DEL_17.6.2006]] e [LA [POSSIBILE [MONTAGNA & D’ORO & SORTA_NEL_CORTI- LE_DEL_CASTELLO_ESTENSE_A_FERRARA_LA_MEZZANOTTE_ DEL_17.6.2006]]]. Noteremo che, mentre il secondo denota effettivamente un’entità inesistente, un certo possibile (una volta ammesse indipendentemente nell’ontologia entità siffatte), il primo concetto non denota affatto. La proprietà che corrisponde al secondo concetto, cioè la proprietà di essere una possibile montagna d’oro sorta nel cortile del Castello Estense a Ferrara la mezzanotte del 17-6.2006, è una proprietà che, nei termini di Cocchiarella, non implica esistenza, ossia è tale che, se è istanziata, è istanziata da qualcosa che non ha esistenza nel senso già visto del Russell del 1903, ossia è qualcosa che manca di una certa proprietà esistenziale non universale di prim’ordine. Ora, si dà il caso che, se si ammettono nonesistenti nel dominio, una siffatta proprietà è proprio tale che, nel dominio generale degli enti, qualcosa di inesistente la soddisfa, e univocamente. Ma la proprietà che corrisponde al primo concetto è la proprietà di essere una montagna d’oro sorta nel cortile del Castello Estense a Ferrara la mezzanotte del 17-6.2006che invece è una proprietà implicante esistenza, ossia è tale che, se è istanziata, è istanziata da qualcosa che ha esistenza nel suddetto senso. Peraltro, per quanto la riguarda si dà il caso che, nel sottodominio degli esistenti (e a fortiori, trattandosi come abbiamo visto di una proprietà implicante l’esistenza delle sue eventuali istanze, nel dominio generale degli enti), nulla la soddisfa. Dunque, a differenza del concetto denotante [LA [POSSIBILE [MONTAGNA & D’ORO & SORTA_NEL_CORTILE_DEL_CASTELLO_ESTENSE_A_FERRARA_LA_MEZZANOTTE_DEL_17.6.2006]]], il concetto denotante [LA [MONTAGNA & D’ORO & SORTA_NEL_CORTILE_DEL_CASTELLO_ESTENSE_A_FERRARA_LAMEZZANOTTE_DEL_17.6.2006]] ricade nella situazione in cui abbiamo già visto trovarsi per Russell il concetto denotante [IL [PRESENTE & RE_DI_FRANCIA]]: esso non denota alcunché, nemmeno un nonesistente.

  • 11 Cfr. Cocchiarella 1982:187, Makin 2000:3,53, Orilia 2000:96-7, e con più riserve (nel senso di amme (...)

9Come accennavamo prima, questo punto — che la teoria russelliana del 1903 non comporti un impegno generalizzato a nonesistenti — è stato talora notato nella letteratura11. Meno notato, ci sembra, è l’altro punto che avevamo precedentemente menzionato, e cioè che in realtà la teoria delle descrizioni del 1905 non comporta affatto la dismissione tout court delle entità inesistenti. Detta in altro modo, per quanto riguarda l’ontologia, contrariamente alle apparenze, la teoria di Russell 1905 è nella stessa condizione appena vista della teoria del 1903: la semantica delle due teorie fa sì che (date certe scelte ontologiche preliminari) entrambe siano impegnate ad alcuni nonesistenti, ma non a tutti, cioè solo a quelli che istanziano (univocamente) le rilevanti proprietà non implicanti esistenza.

10Andiamo a vedere perché. Come tutti sanno, Russell segue Frege nel ritenere che la proprietà di esistenza espressa dal cosiddetto quantificatore esistenziale “” è una proprietà di second’ordine: dire che c’è qualcosa che è F equivale a dire che la proprietà di essere F è istanziata. Ma questo comporta che, affinché sia vero un enunciato esistenziale che dice che c’è qualcosa che è F, un tale qualcosa non deve eo ipso esistere, nel senso di possedere la proprietà di prim’ordine di esistenza di cui si parlava prima; una sua siffatta esistenza dipenderà piuttosto dalla natura della proprietà di essere F che, data la verità di quell’enunciato, è istanziata, ossia, dal fatto che quella proprietà sia o meno una proprietà implicante esistenza. In altri termini, se essere F è una proprietà implicante esistenza, dire con verità che c’è qualcosa che è F, che la proprietà di essere F è istanziata, significa che una tale istanziazione esiste, ha esistenza nel senso del primo Russell; ma se essere .F non è una proprietà implicante esistenza, dire con verità che c’è qualcosa che è F, che la proprietà di essere F è istanziata, non significa che una tale istanziazione esiste. Questo vuol dire che ci possono essere dei casi in cui, stando alla teoria del 1905, una descrizione definita ha una denotazione che non esiste; basta che la proprietà non implicante esistenza mobilitata da una siffatta descrizione sia univocamente istanziata, o altrimenti detto, che siano veri entrambi i primi congiunti della parafrasi russelliana di un enunciato contenente quella descrizione.

  • 12 La terminologia è di Chisholm 1982.

11Per esempio, resta incontrovertibile che una descrizione come ‘la montagna d’oro’ non ha denotazione tout court. Nella parafrasi russelliana di un qualsiasi enunciato che la contenga, il primo congiunto della parafrasi, ‘c’è un x tale che è montagna d’oro’ [in simboli, ‘(x) (Mx)’], è falso, perché la proprietà di essere montagna d’oro, che è una proprietà implicante esistenza, non ha alcuna istanziazione nel sottodominio in cui solo potrebbe avere istanziazioni, vale a dire, nel sottodominio degli esistenti. Ma ora prendiamo la descrizione “la cosa pensata da Meinong nello scrivere ‘Uber Gegenstandstheorie’ come una montagna d’oro”. Ebbene, questa descrizione ha una denotazione, seppur inesistente. Nella parafrasi russelliana di un qualsiasi enunciato che la contenga, i primi due congiunti della parafrasi — grosso modo, “c’è un x tale che è pensato da Meinong nello scrivere ‘Uber Gegenstandstheorie’ come una montagna d’oro e solo un x ha tale proprietà” [in simboli, “(x)(Px) (x)(Px (y)(Py y=x))”] — sono veri, perché la proprietà converso-intenzionale12 di essere pensato da Meinong nello scrivere “Uber Gegenstandstheorie” come una montagna d’oro, una proprietà non implicante esistenza, ha un’istanziazione, e una sola, nel dominio generale degli enti: c’è una cosa, ed una sola, che è stata pensata da Meinong nello scrivere «Uber Gegenstandstheorie» come avente la caratteristica di essere una montagna d’oro, un certo intentionale. Mutatis mutandis, lo stesso vale per “la possibile montagna d’oro sorta nel cortile del Castello Estense a Ferrara la mezzanotte del 17.6.2006”.

12Naturalmente qui si obietterà: già, ma per far tornare veri enunciati contenenti descrizioni come “la cosa pensata da Meinong nello scrivere ‘Uber Gegenstandstheorie’ come una montagna d’oro” o “la possibile montagna d’oro sorta nel cortile del Castello Estense a Ferrara la mezzanotte del 17.6.2006” bisogna ammettere proprietà non implicanti esistenza, cioè proprietà che hanno, se le hanno, istanziazioni inesistenti, e quindi tipi particolari di nonesistenti, come gli oggetti intenzionali nel caso della prima descrizione e gli oggetti possibili nel caso della seconda descrizione; ma Russell, almeno il Russell maturo, non avrebbe mai ammesso nella sua ontologia entità siffatte.

  • 13 Proprio in «On Denoting», Russell parla della proprietà converso-intenzionale che una proposizione (...)

13Ma—a parte che Russell di fatto continua certamente anche nel 1905 ad accettare proprietà non implicanti esistenza13 — il punto non è questo; il punto è se la teoria delle descrizioni di Russell del 1905 è ai per sé in grado di farci fare a meno di entità inesistenti, come Russell, e con lui la vulgata tradizionale, ha sempre preteso che fosse. Le riflessioni precedenti mostrano che non è così. Supponete di essere qualcuno che crede in almeno certi tipi di entità inesistenti, come gli oggetti intenzionali e gli oggetti possibili; ebbene, anche una volta accettato il trattamento russelliano delle descrizioni, questo qualcuno potrà tranquillamente utilizzare descrizioni definite per parlare di siffatte entità come denotazioni russelliane di tali descrizioni, posto che queste siano le descrizioni opportune, descrizioni cioè che mobilitino proprietà che tali entità siano legittimamente in grado di istanziare univocamente, come nei due esempi precedenti.

  • 14 Su questo punto cfr. Marconi 1979: 273-4.
  • 15 Per dirla con Varzi 2001: 37.

14Messa ancora in altri termini, il punto che intendiamo sottolineare qui è più forte di quello che spesso si avanza nei confronti di Russell, e cioè che il suo metodo di analisi delle descrizioni definite è influenzato dai suoi pregiudizi ontologici, come Russell stesso ebbe modo di notare più avanti nella sua carriera filosofica quando scrisse che è «un robusto senso della realtà» a farci fare a meno di entità bizzarre come gli «unicorni, montagne d’oro, quadrati rotondi, ed altri pseudo-oggetti del genere» (1919: 200)14. Certo, solo se, influenzati dal nostro robusto senso della realtà e dunque dal nostro pregiudizio ontologico, leggiamo la parafrasi russelliana di un enunciato contenente una descrizione definita da sinistra a destra (dall’enunciato contenente la descrizione alla congiunzione in cui la descrizione è stata “eliminata via”), abbiamo un risultato eliminativista15; ma questa condizione necessaria non è ancora una condizione sufficiente per l’eliminativismo, perché possiamo effettivamente leggere un enunciato contenente una descrizione nei termini della sua riformulazione russelliana (e dunque leggere ancora la parafrasi da sinistra a destra) e tuttavia non conseguire ancora nessun risultato eliminativista, come gli esempi suddetti mostrano. Con le recenti parole di Kaplan:

In fact, although Russell’s theory of descriptions is often described as a model for avoiding ontological commitments, it is essentially neutral with respect to ontological commitment. This, I think, is one of its virtues. Meinong believed that there is a nonexistent object that is both round and square. Russell didn’t. This is an ontological dispute. If Meinong is right, and nothing else is round and square, then the definite description ‘the round square’ denotes, and there is no way of using Russell’s theory of descriptions to remove this object from the ontology. If Meinong is wrong, then the definite description doesn’t denote, and that’s the end of it. (2005: 975-6)

15Ricapitoliamo: di per sé, la teoria delle descrizioni del 1905 non permette di fare a meno di tutte le entità inesistenti, come la vulgata ci ha insegnato; poiché dal canto suo la teoria del 1903 non ammette tout court tutte le entità inesistenti, come abbiamo visto in precedenza, è facile concludere che gli impegni ontologici delle due teorie sono esattamente gli stessi.

  • 16 Makin 2000: 62-3 ipotizza che il già ricordato inserimento in Russell 1937 [1903]: 612-3 degli dei (...)
  • 17 Cfr. Russell 1905b: 192.

16Qui è opportuno fare una precisazione. Relativamente alla teoria del 1903, ci siamo finora concentrati soltanto su sintagmi nominali come le descrizioni definite. Ma, come avevamo accennato in precedenza, quella teoria contempla anche nomi propri che stanno in relazione di indicazione con individui; e tab individui possono ben essere esistenti come non. Addirittura, si può ben dire, quelle stesse entità inesistenti che non erano ammissibili per via descrittiva, come la montagna d’oro, possono tornare ad esserlo nell’ambito di quella teoria per via nominale', esse potrebbero infatti ben figurare come indicazioni, ossia, in terminologia ai noi contemporanei più familiare, come diretti designata di opportuni nomi propri (“Monte Oro”, per esempio)16. Ora, è noto che «On Denoting» fa sparire l’impegno ontologico a nonesistenti mediante nomi propri postulando che un nome proprio che apparentemente designa un nonesistente — per esempio, “Apollo” - sia in realtà sinonimo di una descrizione — “il dio del sole” — priva di denotazione17. Almeno sotto questo profilo, dunque, le due teorie avrebbero impegni ontologici differenti, la prima uno di tipo più lussureggiante o meglio jungly, la seconda uno di tipo più “desertico” (per stare alle metafore che, con Routley e Quine, si è soliti applicare al riguardo).

  • 18 Come nota anche Makin 2000: 63.

17Questo è vero. Ma, ancora una volta, non c’è nessuna ragione semantica che costringa Russell alla mossa descrittivista in questione. Per il Russell del 1905, i nomi propri per individui esistenti continuano ad essere, come nel 1903 era vero tanto di essi tanto di nomi per individui inesistenti, termini che si riferiscono direttamente ai loro designata. Nient’altro che un mutamento di preferenze ontologiche costringe Russell a pensare che nomi propri per inesistenti siano da concepire come descrizioni prive di denotazione e non, come avrebbe pensato nel 1903, come termini che si riferiscono direttamente per l’appunto a individui inesistenti. Avendo visto che la teoria consente a certe descrizioni di essere prive di denotazione e permette quindi di non caricarsi di impegni ontologici relativamente a quelle descrizioni, Russell si sbarazza degli ipotetici designata inesistenti di certi nomi concependo quei nomi come sinonimi di tali descrizioni18. Ma già nel 1903, se le sue preferenze ontologiche l’avessero allora portato a questo, avrebbe potuto fare una mossa identica dal punto di vista del portato ontologico, facendo di quei nomi propri dei sinonimi di descrizioni dotate sì, come qualunque descrizione, di un concetto denotante, ma prive peraltro di denotazione nella misura in cui un siffatto concetto non denota alcunché perché nulla lo soddisfa. Ancora una volta, dunque, si conferma che il peso ontologico delle due teorie, prese indipendentemente da desiderata ontologici ulteriori, è esattamente identico.

182 Giunti a questo punto, una domanda si impone. Prese per loro stesse, le due teorie semantiche sono impegnate esattamente alle stesse entità inesistenti. Le descrizioni definite non portano né la prima né la seconda teoria ad essere impegnate alla montagna d’oro, ma possono portare la prima come la seconda teoria ad essere impegnate alla possibile montagna d’oro sorta nel cortile del Castello Estense a Ferrara la mezzanotte del 17.6.2006, o alla montagna d’oro pensata da qualcuno in una certa situazione; se però nell’ambito della prima come della seconda teoria uno volesse ricuperare un impegno ontologico a quelle entità inesistenti inattingibili descrittivamente, come per l’appunto la montagna d’oro, basterebbe mettersi a nominarle, a riferirsi cioè direttamente ad esse per via di un nome proprio (“Monte Oro”, per esempio). Al di là allora della risposta tradizionale, che non sembra avere più ragione di sussistere, c’è sul piano dell’impegno ontologico una qualche altra ragione per cui Russell avrebbe dovuto preferire la teoria semantica del 1905 a quella del 1903?

19La risposta è sì, ed è che la teoria semantica del 1903 ha un impegno ontologico nascosto di stampo prettamente meinonghiano, e questo impegno, oltre che a sollevare le stesse perplessità che l’ontologia di Meinong normalmente solleva, è devastante perché porta quella teoria a delle conseguenze insostenibili sullo stesso piano semantico. Altrimenti detto, in primo luogo la teoria del 1903 di fatto si impegna ad un sacco di entità para-meinonghiane, che altro che non sono gli stessi concetti denotanti; in secondo luogo, dato quest’impegno, con buona pace di Russell la teoria del 1903 non consente ad una descrizione definita quello che intuitivamente vorremmo da lei (e che la teoria vuole legittimare sostenendo che una descrizione è un termine singolare non direttamente referenziale), ossia di essere uno strumento attraverso cui parlare della sua (eventuale) denotazione. Vediamo questi punti in dettaglio.

20Partiamo dal seguente elemento. Di fatto, nei Principles Russell mobilita quattro sensi distinti di “direzionalità” o più precisamente di “vertere su” (aboutness) :

  1. una proposizione verte su1 un’entità sse tale entità figura tra i suoi costituenti;

  2. un termine verte su2 un’entità sse tale entità è un costituente proposizionale che il termine significa psicologicamente (indica);

  3. una proposizione verte su3 un’entità sse il suo costituente concetto denotante significa logicamente (denota) tale entità;

  4. un termine verte su4 un’entità sse il concetto denotante che esso indica denota tale entità.

  • 19 Cfr. per esempio Di Francesco 1991, Makin 2000.
  • 20 I due differenti sensi primari, vertere su 1 e vertere sudi “to be about” sono colti (sebbene sotto (...)
  • 21 Cfr. su questo anche Di Francesco 1991: 138-9.

21Data la concentrazione del Russell di quel periodo sul pensiero (e sui suoi contenuti) piuttosto che sul linguaggio — come molti hanno rilevato, il Russell di quel periodo è un filosofo della mente prima che un filosofo del linguaggio19 — i sensi di “vertere su” relativi ad a) e c) sono primari, mentre quelli relativi a b) e d) sono derivati20. La cosa però che ci interessa qui più da vicino è che da questi quattro sensi di “vertere su” si può ricavare una serie di interessanti corollari. Prima di tutto, un nome proprio verte su2 l’individuo su cui la proposizione che il nome contribuisce ad esprimere verter Per esempio, il nome “Bismarck” verte2 sul famoso cancelliere tedesco, che è ciò su cui una proposizione che quel nome contribuisce ad esprimere verte,, essendone un costituente; lo stesso varrà per il nome “Apollo”, con l’unica differenza che l’individuo su cui quel nome verte2 non esiste. Ma lo stesso dovrà allora valere anche per una descrizione rispetto al suo concetto denotante; tanto la descrizione “il più famoso cancelliere tedesco” quanto la descrizione “il dio del sole” vertono su2 il rispettivo concetto denotante, che è ciò su cui rispettivamente vertono, le proposizioni che quelle descrizioni contribuiscono ad esprimere (sebbene poi il primo termine verterà ulteriormente su4 un certo individuo, ciò che il suo concetto denotante denota ossia Bismarck, mentre il secondo termine non verterà su4 alcunché, essendo il suo concetto denotante privo di denotazione), ossia il rispettivo costituente di quelle proposizioni. In secondo luogo, in virtù del suo vertere su2 un individuo, un nome proprio è, come abbiamo di fatto già visto, un genuino termine singolare che si riferisce direttamente a (“indica”) quell’individuo, la sua designazione. Ma lo stesso vale per una descrizione rispetto al suo concetto denotante: la prima è un nome del secondo. “Bismarck”, “Apollo”, ma anche “il più famoso cancelliere tedesco” e “il dio del sole”, tutti sono termini direttamente referenziali per qualcosa, il cancelliere e la divinità mitologica i due nomi rispettivamente, due differenti concetti denotanti le due descrizioni rispettivamente21.

  • 22 In Orilia 2002, Orilia concepisce i concetti denotanti come proprietà di proprietà; per lui, questo (...)

22Ora, sostenere quanto abbiamo appena detto sul lato semantico comporta sul piano ontologico proprio la tesi che avevamo ricordato poc’anzi: poiché ogni descrizione verte su, un concetto denotante, la teoria del 1903 si impegna ad un concetto denotante nello stesso modo in cui la teoria di Meinong si impegna ad oggetti meinonghiani, vale a dire, come entità cui termini singolari genuini si riferiscono in modo diretto e immancabilmente. Da questo punto di vista, non è un caso che nella letteratura neomeinonghiana si siano concepiti i concetti denotanti come poco più che varianti teoriche degli oggetti meinonghiani: i secondi sono caratterizzati dalle proprietà che intervengono nella loro descrizione; ma questo sembra valere anche dei primi (per esempio, la montagna d’oro postulata da Meinong è (necessariamente) montagna e dorata; ma con tutta verosimiglianza così è anche per il corrispondente concetto denotante [LA [MONTAGNA & D’ORO]])22. Così, quando in «On Denoting» Russell critica Meinong per aver avanzato una teoria che fa di ogni termine che dal punto di vista della sua sintassi superficiale ha la forma di un sintagma denotativo (in particolare, ogni descrizione definita) un termine che si riferisce a qualcosa — «[la teoria di Meinong] considera ogni sintagma denotativo grammaticalmente corretto come segno di un oggetto» (1905b: 183) — sta in realtà criticando se stesso per aver esattamente difeso quest’idea nei Principles: ogni descrizione definita ha per riferimento qualcosa, un certo concetto denotante. Dunque è vero che, come si è spesso sostenuto, Russell critica il sé stesso precedente per il suo meinonghianesimo; ma questo meinonghianesimo sta nell’impegno nascosto a concetti denotanti, non — come finora si è creduto — nell’impegno manifesto ad entità inesistenti (intentionalia, possibilia...).

23Come anticipavamo poc’anzi, il fatto che la teoria semantica del 1903 abbia quest’impegno ontologico nascosto è devastante, perché porta quella teoria a elle conseguenze inaccettabili sul piano semantico. Nonostante le apparenze, nella teoria del 1903 una descrizione definita non consente a chi la usa di parlare, come intuitivamente vorremmo, della sua (eventuale) denotazione, ma piuttosto costringe a parlare — proprio come un nome proprio — della sua designazione diretta, nella fattispecie un certo concetto denotante; per esempio, la descrizione “il centro di massa del sistema solare”, con cui, intuitivamente, vorremmo parlare della sua denotazione, in questo caso reale e non solo eventuale, cioè un certo punto geometrico, finisce per farci parlare del concetto denotante su cui essa verte2, [IL [CENTRO_DI_ MASSA_DEL_SISTEMA_SOLARE]]. Il suo vertere su2 un concetto denotante neutralizza infatti il suo vertere su, un individuo; mutatis mutandis, lo stesso vale (e anzi vale primariamente, data la priorità del pensiero sul linguaggio per il primo Russell) con una proposizione relativamente al suo vertere sia un concetto denotante e al suo vertere su3 un individuo. Ora, tale neutralizzazione è intollerabile; per rimanere ad un esempio proprio di Russell in «On Denoting», dal punto di vista intuitivo vorremmo infatti che un enunciato come “il centro di massa del sistema solare è un punto, non un concetto denotante” fosse vero, non falso.

  • 23 Per fuso dell’espressione “aboutness-shifting”, cfr. Makin 2000: 17-8.

24Di questa conseguenza devastante Russell nel 1903 non sembra rendersi conto, perché, egli sostiene, quando un termine verte su un concetto denotante, data la relazione logica che, come abbiamo visto, per lui ulteriormente sussiste tra questo concetto e la sua denotazione, si dà uno slittamento di direzionalità, un aboutness-shifting; ossia, il termine passa a vertere su tale denotazione: «si dice che un concetto denota quando, se esso compare in una proposizione, la proposizione non verte sul concetto, ma su un termine connesso in un certo modo peculiare nel concetto» ( 1937[1903] : 102)23. Ma il punto è che nessun aboutness-shifting può effettivamente aver luogo, perché, con buona pace di Russell, “to be about” è per lui medesimo una locuzione ambigua; di conseguenza, il vertere della descrizione sulla sua denotazione, che effettivamente in vari casi si dà (per esempio nel caso de “il più famoso cancelliere tedesco”), non annulla il suo vertere sux un certo concetto denotante, nella misura in cui il vertere su3 della proposizione che la descrizione contribuisce ad esprimere su quella denotazione non annulla il suo vertere su t il relativo concetto denotante. Detta altrimenti, perché una proposizione possa slittare dal vertere su un concetto al vertere su un individuo, e così fare la descrizione rilevante, “vertere su” non dev’essere una locuzione ambigua; ma “vertere su” è, nell’uso che ne fa Russell, una siffatta locuzione.

25È dunque l’impegno ontologico nascosto di stampo meinonghiano a concetti denotanti, non l’impegno ontologico manifesto di stampo meinonghiano ad entità inesistenti - eli fatto, lo stesso tipo di impegno della teoria del 1905 - il vero tallone di Achille della teoria del 1903.

263 Finora ci siamo concentrati sulle ragioni teoriche per cui la teoria semantica del 1903 dev’essere rimpiazzata dalla teoria del 1905. Per concludere questo lavoro, ci possiamo adesso chiedere: si è mai accorto Russell dei problemi che abbiamo segnalato? Certamente, nel 1905 Russell ritenne che la sua teoria del 1903 era sbagliata proprio per l’impegno a concetti denotanti; com’è universalmente noto, il cosiddetto argomento dell’Elegia di Gray avanzato nell’articolo del 1905 mira proprio a discreditare la nozione di concetto denotante. Tuttavia, l’argomento dell’Elegia di Gray presuppone che la teoria del 1903 consenta di parlare attraverso le descrizioni dei loro denotata, quindi non intacca l’idea dello slittamento di direzionalità per un sintagma denotativo il cui concetto denotante è fornito di denotazione — lo slittamento da quel concetto denotante a quella denotazione — che Russell aveva sostenuto nel 1903. Peraltro, ci sono nei testi dal 1903 al 1905 elementi che mostrano che Russell aveva realizzato che la sua teoria faceva dei concetti denotanti i referenti diretti dei sintagmi denotativi, in particolare delle descrizioni definite, in quanto costituenti delle proposizioni rispettive, e quindi era in grado di intravedere il problema teorico che abbiamo qui segnalato. Vediamo questi elementi più in dettaglio.

  • 24 Su questa ricostruzione convergono (grosso modo) Makin 2000 e Salmon 2005.
  • 25 Per questa tesi, e per l’adesione della teoria russelliana delle descrizioni del 1903 ad essa, cfr. (...)
  • 26 Ci esprimiamo qui con tuia certa cautela perché c’è un passaggio nell’argomento che potrebbe lascia (...)

27Com’è noto, l’argomento dell’Elegia di Gray è alquanto oscuro, ed esiste ormai su di esso una cospicua letteratura che ha cercato di ricostruirlo per poi vedere se esso abbia effettiva validità. Generalmente, su quest’ultimo punto le conclusioni sono negative; si è andato peraltro consolidando un certo accordo su che cosa l’argomento sostenga. Per metterla brevemente, secondo l’argomento bisogna sbarazzarsi dei concetti denotanti perché i tentativi di parlare di essi falliscono, o perché si finisce stranamente per parlare (di pretese proprietà semantiche) dei denotata delle descrizioni, o perché non c’è alcun modo per individuare i concetti denotanti di secondo livello che dovrebbero consentire di parlare descrittivamente di tali concetti24. Ora, qualunque siano i meriti e i difetti dell’argomento, esso presuppone che mediante una descrizione che esprime un certo concetto denotante si possa parlare del denotatum di tale descrizione invece che essere costretti a parlare del concetto denotante in quanto referente diretto di tale descrizione. L’argomento infatti assume, per poi attaccarla, una tesi che fa pienamente parte della teoria delle descrizioni esplicitamente sostenuta da Russell nel 1903, ossia la tesi che una descrizione definita sia un termine singolare che, nell’ esprimere un certo contenuto ossia un dato concetto denotante, designa un individuo, il denotatum della descrizione, qualora un siffatto individuo soddisfi univocamente la proprietà corrispondente a tale concetto25. Assumendo una tesi siffatta, Fargo- mento intende mostrare che, qualora si volesse parlare invece che del denotatum di una descrizione proprio del concetto denotante da essa espresso, ciò sarebbe impossibile, perché non c’è modo di parlare né descrittivamente (attraverso un’opportuna descrizione) né non-descrittivamente (attraverso uno strumento direttamente referenziale come un nome) di tale concetto senza incappare nell’uno o nell’altro dei due problemi poc’anzi ricordati. Quindi il problema che abbiamo sollevato qui, cioè che lo slittamento di direzionalità di una descrizione dal concetto denotante alla sua denotazione è reso impossibile dal fatto che la descrizione si riferisce direttamente a tale concetto, non sembra essere focalizzato dall’argomento. L’argomento infatti, e Russell con lui, non sembra concentrarsi sul fatto che, contrariamente alle intenzioni dello stesso Russell, la teoria delle descrizioni del 1903 fa delle descrizioni dei termini direttamente referenziali per concetti denotanti invece che termini singolari non direttamente referenziali per le (eventuali) denotazioni di tali concetti, e che quindi il problema non è trovare un modo per parlare di tali concetti, perché le descrizioni definite sono, esattamente e paradossalmente, un modo siffatto26.

  • 27 Idea, oggigiorno, ripresa per esempio da Castaneda 1989 nella tesi che tali asserti esprimono una q (...)
  • 28 «Che il significato sia rilevante quando un sintagma denotativo figura in una proposizione è formal (...)

28Ci sono però vari elementi che mostrano che Russell aveva presente almeno la possibilità che la sua teoria delle descrizioni del 1903 comporti quest’ultima tesi referenzialista, anche se non aveva probabilmente compreso la pericolosità di quest’implicazione. Prima di tutto, parlando nel § 64 dei Principles di asserti di identità, Russell capisce che c’è un senso in cui enunciati di identità della forma “il F = il G” (per esempio, “il presidente del Consiglio della Repubblica Italiana dal 2001 al 2006 altri non è che il magnate delle televisioni private italiane”) possono parlare dei distinti concetti denotanti su cui le due suddette descrizioni vertono2 invece che della loro comune denotazione se l’enunciato è vero, per comunicare che c’è una relazione (ovviamente, non la relazione di identità) tra tali concetti27. Però si limita a dire (in un senso, verrebbe da dire col senso di poi, griceano) che questo contenuto comunicato «è implicat[o], sebbene non asserit[o]» (Russell 1937 [1903]: 117). Idea, questa, adombrata ancora in «On Denoting», in cui, proprio alla fine dell’esposizione dell’argomento dell’Elegia di Gray, Russell coglie ancora che, per quanto riguarda enunciati di identità della forma suddetta, se si aderisce alla teoria del 1903, bisogna dire che le proposizioni che tali enunciati esprimono sono sensibili ai concetti denotanti su cui le rilevanti descrizioni vertono,28. Ma ci sono passi nei Principles in cui Russell è ancora più radicale di così. Kiel § 73, Russell sostiene proprio esplicitamente che enunciati i cui termini vertono su, concetti denotanti parlano proprio di tali concetti. La proposizione espressa da ‘il nulla non è nulla” è che [IL [NULLA]] non è nulla, «cioè, non è ciò che esso stesso denota» (Russell 1937[1903]: 131) (o meglio, non è ciò che denoterebbe se per impossibile denotasse alcunché). Infine, nell’anno di passaggio tra la pubblicazione dei Principles e la stesura di «On Denoting», e cioè il 1904, abbiamo che, per risolvere negativamente il problema dell’apparente impegno ontologico di descrizioni come “la montagna d’oro” o “il quadrato rotondo”, Russell è tentato dal convertire la sua teoria del 1903 nella teoria di Frege di senso e riferimento, come testimonia una lettera scritta a Meinong in quell’anno. Com’egli stesso si accorge, c’è poco più che una variante notazionale tra il dire che un termine che indica un concetto denotante denota (eventualmente) una denotazione e il dire, à la Frege, che un termine che esprime un senso ottiene mediante questo (eventualmente) un riferimento; così, “la montagna d’oro” o “il quadrato rotondo”, casi di termini che vertono su2 concetti denotanti (necessariamente) privi di denotazione, potrebbero ben essere trattati à la Frege come casi di termini che esprimono un senso ma non hanno riferimento:

in einem solchen Fall wie der des goldenes Berges oder des runden Vierecks muss man zwischen Sinn und Bedeutung (um mit Frege zu sprecherà unterscheiden: der Sinn ist ein Gegenstand und hat Sein, die Bedeutung aber ist kein Gegenstand (Frege 1966: 151).

29Alla fine però, come sappiamo, Russell lascerà cadere tale tentazione optando per il modello semantico presentato in «On Denoting»; come è ben noto, la critica indirizzata direttamente in tale articolo ai concetti denotanti, articolata per l’appunto nell’argomento dell’Elegia di Gray, si può pressoché automaticamente estendere ai sensi di Frege. Forse perché aveva proprio colto che non c’è una vera distinzione, per un termine, tra esprimere un senso e vertere su? un concetto denotante, proprio perché la teoria di Frege si impegna ontologicamente (à la Meinong) a sensi, coi risultati semanticamente devastanti che abbiamo già visto? Come abbiamo appena visto nella precedente citazione, in quella lettera a Meinong Russell scrive, «der Sinn ist ein Gegenstand und hat Sein» {ibidem)

  • 29 Cfr. Russell 1994: 374, ripreso da Salmon 2005:1117-8. Su una distinzione analoga - quella tra occo (...)
  • 30 Versioni precedenti di questo lavoro sono state presentate al convegno Descriptions and Logical For (...)

30Parliamo qui comunque di possibilità per Russell di comprendere il - pericoloso - portato referenzialista della sua teoria delle descrizioni del 1903, perché di fatto nel periodo di transizione Russell lavora sempre a mitigare un tale portato, convinto sempre che ogni qualvolta lo slittamento di direzionalità è presente, ossia ogni qualvolta il concetto denotante presente nella proposizione rilevante compia la sua funzione di denotare, un tale portato non vi sia. Così, sempre nel 1904, in un testo pubblicato postumo («On Fundamentals»), Russell prova a distinguere tra occorrenza primaria e occorrenza secondaria di un concetto denotante, occorrenze che si dovrebbero differenziare proprio per il fatto che nel primo caso il concetto svolge la funzione di denotare e quindi fa sì che la proposizione che appare contenerlo (e quindi il rilevante sintagma denotativo) verta sulla sua denotazione, mentre nel secondo caso no, non c’è altro ruolo per il concetto oltre al suo essere costituente della rilevante proposizione (e quindi il rilevante sintagma denotativo non può che vertere sul concetto stesso). Per esempio, nella proposizione che il centro di massa del Sistema Solare è un punto, il concetto denotante IL [CENTRO_DI_MASSA_DEL_SISTEMA_SOLARE]] ha occorrenza primaria, ma nella proposizione che Alberto crede che il centro di massa del Sistema Solare è un punto, tale concetto avrebbe occorrenza secondaria29. Ancora una volta, una tale distinzione presuppone che si possa dare qualcosa come lo slittamento di direzionalità, di vertere su; nell’occorrenza primaria, ma non in quella secondaria, di un concetto denotante, la proposizione che appare contenere tale concetto verte in realtà sull’(eventuale) denotazione di quest’ultimo. Ma - con buona pace di Russell — tale slittamento è come abbiamo visto bloccato dall’essere “to be about” un’espressione ambigua30.

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Note

1 Cfr. Ramsey 1931: 261.r

2 Citazioni analoghe si possono trovare in testi russelliani dello stesso periodo: vedi per esempio Russell 1905c: 73-4, Russell 1907: 84.

3 Si veda ad esempio il seguente passo: «Messere è ciò che appartiene ad ogni termine concepibile, ad ogni possibile oggetto di pensiero; in breve, a tutto ciò che può eventualmente comparire in qualsiasi proposizione, vera o falsa, e che appartiene a tutte queste proposizioni stesse. [...] I numeri, gli dei omerici, le relazioni, le chimere e gli spazi a quattro dimensioni hanno tutti l’essere, poiché, se essi non fossero entità di un qualche genere, noi non potremmo costruire proposizioni intorno ad essi. [...] Mesistenza, al contrario, è la prerogativa soltanto di alcuni tra gli esseri.» Russell 1937[1903]: 612-3. In realtà, tra l’ontologia del primo Russell e l’ontologia di Meinong vi sono anche vari punti di differenza: i) alcune entità che Russell colloca tra i nonesistenti - i numeri, per esempio - vengono classificate da Meinong come entità che esistono, sebbene non spaziotemporalmente — sussistono, nella nomenclatura meinonghiana; ii) tra gli esempi che Russell dà di nonesistenti non sembrano esserci impossibilia come il quadrato rotondo, che invece vengono ammessi da Meinong alla stessa stregua di possibilia come la montagna d’oro; iii) i nonesistenti meinonghiani non sembrano godere di alcuna proprietà esistenziale di prim’ordine, neppure di quella universale di essere che invece Russell per l’appunto assegna loro. Cfr. Meinong 1971 [1904]. Ma queste sono sfumature di dettaglio che non ci interessano qui.

4 La prospettiva tradizionale al riguardo è articolatamente ricordata per esempio in Di Francesco 1991.

5 Per i dettagli su questa teoria si veda nuovamente Di Francesco 1991: capp.5-6.

6 Desumo questa convenzione grafica di indicare i concetti denotanti, in particolare quelli cosiddetti determinativi (in quanto espressi da descrizioni definite), da Orilia 2002: 183.

7 Cfr. Russell 1937[1903]: cap.5

8 Cfr. Russell 1937[1903]: 115. Vedi al riguardo Orilia 2002: 96, Salmon 2005: 1079,1082.

9 Vedi Salmon 2005: 1087.

10 Vedi il testo citato alla precedente nota 3.

11 Cfr. Cocchiarella 1982:187, Makin 2000:3,53, Orilia 2000:96-7, e con più riserve (nel senso di ammettere che la teoria del 1903 non ha quest’impegno, senza però sostenere che Russell era consapevole di ciò), Hylton 1990: 241.

12 La terminologia è di Chisholm 1982.

13 Proprio in «On Denoting», Russell parla della proprietà converso-intenzionale che una proposizione possiede di essere tale, che Giorgio IV desidera ai sapere se sia vera\ e proprietà converso-intenzionali sono sicuramente esempi di proprietà non implicanti esistenza. Cfr. Russell 1905b: 189.

14 Su questo punto cfr. Marconi 1979: 273-4.

15 Per dirla con Varzi 2001: 37.

16 Makin 2000: 62-3 ipotizza che il già ricordato inserimento in Russell 1937 [1903]: 612-3 degli dei omerici tra le entità inesistenti sia dovuto proprio al fatto che tali entità sono nominabili, ossia indicabili da nomi propri.

17 Cfr. Russell 1905b: 192.

18 Come nota anche Makin 2000: 63.

19 Cfr. per esempio Di Francesco 1991, Makin 2000.

20 I due differenti sensi primari, vertere su 1 e vertere sudi “to be about” sono colti (sebbene sotto differente terminologia) anche da Salmon 2005: 1074-5.

21 Cfr. su questo anche Di Francesco 1991: 138-9.

22 In Orilia 2002, Orilia concepisce i concetti denotanti come proprietà di proprietà; per lui, questo ne fa effettivamente dei correlati teorici degli oggetti meinonghiani, anche se per lui una volta che i concetti denotanti vengono così concepiti, essi si rivelano essere delle entità più economiche degli oggetti meinonghiani dal punto di vista deir ontologia, perché, in quanto sono (a differenza di questi ultimi) proprietà, altro non sono che tipi particolari di entità astratte. Peraltro, gli oggetti che sono sì astratti ma non sono proprietà a cui Zalta 1983 vuole ridurre gli oggetti meinonghiani non sembrano essere molto diverse da concetti denotanti; effettivamente, si tratta in tal caso di oggetti astratti che godono (in un modo particolare di predicazione, il cosiddetto modo interno) delle proprietà che li caratterizzano. In ogni caso, a questo proposito è interessante notare che, se si legge con Kaplan 1986: 268 la teoria delle descrizioni del 1905 come una teoria che fa delle descrizioni definite dei termini direttamente referenziali per proprietà di second’ordine (secondo quest5in- terpretazione, un enunciato come “fautore di Waverley è geniale55 dice che la proprietà di essere geniale ha la proprietà di second'ordine di essere una proprietà di un unico autore di Waverley, proprietà, quest5 ultima, che verrebbe direttamente designata dalla descrizione presente in tale enunciato, “fautore di Waverley”'. per questa ricostruzione, cfr. Salmon 2005: 1078-9), non solo si ottiene una teoria che produce un’analisi semantica della proposizione espressa da un enunciato che contiene una descrizione definita equivalente a quella effettivamente fornita da Russell nel 1905, ma se si fa di quest'analisi, via f identificazione sostenuta da Orilia tra concetti denotanti e proprietà di second’ordine, quanto effettivamente sostenuto da Russell nel 1903, si ottiene l’equivalenza tra la teoria del 1903 e la teoria del 1905!

23 Per fuso dell’espressione “aboutness-shifting”, cfr. Makin 2000: 17-8.

24 Su questa ricostruzione convergono (grosso modo) Makin 2000 e Salmon 2005.

25 Per questa tesi, e per l’adesione della teoria russelliana delle descrizioni del 1903 ad essa, cfr. Salmon 2005: 1082.

26 Ci esprimiamo qui con tuia certa cautela perché c’è un passaggio nell’argomento che potrebbe lasciare intendere che Russell ha afferrato il problema che stiamo esponendo qui. È quando Russell scrive: «la difficoltà in cui ci imbattiamo consiste nel fatto che non riusciamo a preservare la connessione tra significato e denotazione e in pari tempo ad impedire che essi vengano ad identificarsi; o anche nel fatto che il significato non può essere afferrato se non per mezzo di sintagmi denotativi» (Russell 1905b: 187). Questo passo potrebbe spiegarsi proprio così: se vogliamo che il contenuto denotante possa svolgere il suo ruolo logico-metafisico di denotare una denotazione, bisogna che non ci si riferisca a tale contenuto direttamente (cfr. Salmon 2005: 1088); dunque, si potrebbe commentare, bisogna inter dia che la descrizione che lo esprime non si riferisca direttamente ad esso. È anche vero però che f articolazione che Russell dà del passo appena citato nella continuazione del test» di «On Denoting» fa piuttosto riferimento all’idea per cui, se cerchiamo di riferirci direttamente ad un concetto denotante con quello che potremmo chiamare un nome metasemantico di tale concetto (un nome cioè format» virgolettando la citazione indiretta della descrizione che esprime tale concetto, ad esempio così: “"’il primo verso dell'Elegia di Gray"1”, in cui la virgolettatura del materiale linguistico che occorre dentro le virgolette dovrebbe per l’appunto servire a nominare il concetto denotante [IL [PRIMO_VERSO_DELL’ELEGIA_DI_GRAY] ], concetto che otteniamo citando indirettamente, attraverso le due occorrenze del superscritto “m”, il più ristretto materiale linguistico che occorre entro tali occorrenze, ossia “il primo verso dell'Elegia di Gra/’), finiamo in realtà per parlare del denotatum di tale concetto: su questo vedi ancora Salmon 2005:1094-6.

27 Idea, oggigiorno, ripresa per esempio da Castaneda 1989 nella tesi che tali asserti esprimono una qualche particolare relazione (consustanziazione, consociazione ...) tra oggetti meinonghiani (guise, nella terminologia di Castaneda), relazione in cui effettivamente consiste la particolare forma di predicazione esterna di una proprietà ad un oggetto meinonghiano.

28 «Che il significato sia rilevante quando un sintagma denotativo figura in una proposizione è formalmente provato dall'enigma a proposito dell'autore di Waverley. La proposizione “Scott era Pautore di Waverley” possiede una proprietà che la proposizione “Scott era Scott” non possiede, e questa proprietà consiste nel fatto che Giorgio IV desiderava sapere se la proposizione stessa fosse vera. Non abbiamo pertanto due proposizioni identiche; pertanto, il significato di ‘d'autore di Waverley” dev'essere rilevante quanto la sua denotazione, se accettiamo il punto di vista che comporta questa distinzione.» (Russell 1905b: 189; trad, leggermente modificata).

29 Cfr. Russell 1994: 374, ripreso da Salmon 2005:1117-8. Su una distinzione analoga - quella tra occorrenza analizzabile e occorrenza analizzata di un concetto denotante - ha cercato di lavorare Salmon 2005:1121-3; sebbene Tin tento di Salmon sia quello di neutralizzare con tale distinzione P argomento delP Elegia di Gray, egli coglie che il problema a far svolgere ad un concetto denotante il suo ruolo denotativo è quello di prendere il concetto come effettivo costituente della proposizione rilevante.

30 Versioni precedenti di questo lavoro sono state presentate al convegno Descriptions and Logical Forms. 100 Years of On Denoting, Padova 15-17.12.2005, al seminario di Filosofia del linguaggio e della mente, Milano 10.2.2006, e al workshop Pensieri e parole, Ferrara 16-17.6.2006. Ringrazio tutti i partecipanti a questi interventi e in particolare Marco Santambrogio per le loro utili osservazioni. Un grazie a parte va poi a Francesco Orilia per i suoi importanti commenti.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alberto Voltolini, «Russell e l’abbandono. Del suo meinonghianesimo nascosto»Rivista di estetica, 32 | 2006, 93-107.

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Alberto Voltolini, «Russell e l’abbandono. Del suo meinonghianesimo nascosto»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 20 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2402; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2402

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Alberto Voltolini

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