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HomeNumeri32Finzione, indifferenza e ontologia

Note della redazione

«Fiction, Indifference, and Ontology», in corso di pubblicazione su Philosophy and Phenomenological Research. Traduzione pubblicata per gentile concessione dell’editore. Traduzione di Andrea Sereni.

Testo integrale

1 Introduzione

  • 1 La distinzione tra finzionalismo ermeneutico e rivoluzionario si deve a Stanley 2001: 36. Come egli (...)

1Quando i filosofi fanno affermazioni del tipo “gli A sono finzioni”, il più delle volte ciò che dicono è ambiguo in un modo cruciale. Secondo una certa lettura, ciò che viene detto ha chiare implicazioni ontologiche: non ci sono, in realtà, cose come gli F. Ma c’è anche un modo diverso, non ontologico, di leggere tali affermazioni: come se dicessero semplicemente che le A-asserzioni sono avanzate, di norma, in uno spirito finzionale. Chiaramente, si può sostenere che normalmente facciamo asserzioni sugli A in uno spirito finzionale, e sostenere, allo stesso tempo, che esprimeremmo comunque delle verità se le affermazioni che facciamo sugli A fossero intese in modo letterale. Chiamiamo finzionalismo ontologico riguardo un A-discorso la tesi secondo la quale gli A non esistono realmente, ma esistono solo nelle finzioni. Chiamiamo finzionalismo linguistico riguardo un A-discorso la tesi secondo la quale, di norma, facciamo A-afferma- zioni in uno spirito finzionale. (Nel corso dell’articolo, parlando di finzionalismo (linguistico) intenderò finzionalismo ermeneutico: il finzionalismo considerato come una tesi sul discorso per come è effettivamente condotto, secondo la quale, di fatto, facciamo affermazioni che appartengono a quel dato discorso in uno spirito finzionale. Il finzionalismo rivoluzionario, al contrario, sostiene che noi dovremmo fare affermazioni appartenenti al discorso in questione in uno spirito finzionale)1.

  • 2 Stanley 2001: 37.
  • 3 Stanley 2001: 36.

2La tipica motivazione del finzionalismo è di natura ontologica. Consentitemi semplicemente di citare dal recente saggio critico di Jason Stanley (2001): «Il metafisico che impiega il finzionalismo ermeneutico in ontologia cerca di liberarsi dalfimpegno verso una classe problematica di entità, quelle alla quale un qualche discorso considerato utile, sembra impegnare coloro che seriamente vi si affidano. Un metafisico con questa convinzione fa appello alla finzione perché ritiene che noi possiamo usare, e di fatto usiamo, termini referenziali e quantificatori senza che con ciò ci si impegni alle entità alle quali si fa riferimento o sulle quali si quantifica»2. (La realizzabilità di questa strategia, come Stanley nota in seguito, dipende in maniera cruciale dall’assunzione che il discorso finzionale («fictional») non sia di per sé ontologicamente impegnativo). Si ha così come risultato che il finzionalismo ontologico e quello linguistico vengono spesso sostenuti contemporaneamente. Citando ancora da Stanley: «in una visione finzionalista, sarebbe meglio considerare il prendere parte ad un discorso che implica un riferimento apparente ad un regno di entità problematiche come il prendere parte ad una simulazione («pretense»). Sebbene le entità problematiche non esistano nella realtà, esse esistono secondo la finzione alla quale prendiamo parte quando usiamo il discorso in questione»3.

3Mi concentrerò principalmente sulla tesi linguistica. Sosterrò una tesi meno ardita di quella sostenuta dal finzionalista linguistico, ma che promette di avere gli stessi vantaggi del finzionalismo linguistico. In breve, la mia tesi è che persino asserzioni genuinamente letterali hanno aspetti che potremmo chiamare non seri, aspetti che non sono importanti per lo scopo dell’asserzione, e che tra questi aspetti si trovano, di norma, quelli che riguardano l’impegno ontologico. Più precisamente: per gran parte di ciò che diciamo o implichiamo, non ci impegniamo né alla sua verità letterale né alla sua verità in qualche finzione: semplicemente non ci impegniamo. Chiamerò la mia tesi indifferentismo. (In particolare, prenderò in esame l’indifferenza nei confronti delle implicazioni ontologiche delle proposizioni letteralmente espresse dagli enunciati che proferiamo). Ritengo che l’indifferentismo goda degli stessi vantaggi teorici del finzionalismo - almeno per molte finalità teoriche; essendo una tesi meno forte, tuttavia, genera meno problemi di quanti non ne generi il finzionalismo. A dire il vero, l’indifferentismo mi sembra tanto poco audace da risultare quasi noioso. Voglio anche sottolineare — questa questione interpretativa sarà discussa ulteriormente nella sezione 5 — che non mi sentirei di escludere che ciò che chiamo indifferentismo possa essere classificato sotto l’etichetta di “finzionalismo” (dipende da quanto liberamente si intenda l’espressione “spirito finzionale” nella caratterizzazione offerta sopra). Le etichette non sono importanti. Ciò che è importante è la distinzione tra ciò che io chiamo indifferentismo e il finzionalismo vero e proprio.

  • 4 Cfr. Yablo 2002.

4Parte di ciò che sosterrò è che il finzionalismo del tipo più standard è una tesi inutilmente forte, intendendo con ciò che, per quanto riguarda la motivazione ontologica del finzionalismo, la tesi indifferentista che sosterrò funziona altrettanto bene. Naturalmente, possono esserci altre motivazioni per il finzionalismo. Ad esempio, Stephen Yablo ha sostenuto in lavori recenti come un’interpretazione finzionalista del discorso matematico renda conto meglio del carattere di apriorità, di necessità e assolutezza degli enunciati di quel discorso4. Ancora, il finzionalismo nel caso degli esistenziali negativi è motivato dall’idea che non ci sia nulla che i proferimenti in questione possono esprimere se intesi in senso letterale. Si può anche ritenere che il finzionalismo linguistico relativo a un particolare discorso sia una tesi di per sé interessante, indipendentemente dalle sue conseguenze per l’ontologia. Ciò nondimeno, a costo di ripetermi, io sono interessato esclusivamente a mostrare che, per quanto riguarda la motivazione standard, ontologica, del finzionalismo, c’è una tesi differente, apparentemente più debole, l’indifferentismo, che, fintantoché ad essere in questione sono le suddette motivazioni, gode di tutti i vantaggi teorici del finzionalismo.

2 L’argomento dell’Oracolo

  • 5 Yablo 2000: 200. L’esempio si trova originariamente in Burgess e Rosen 1997: 3.
  • 6 Naturalmente l’esperimento mentale con l’oracolo può essere rigettato in entrambi i casi. Una strat (...)

5Uno degli argomenti che Yablo usa per sostenere un’interpretazione finzio- naie del discorso matematico è il seguente: continueremmo a parlare come sempre — e senza avvertire nessuna differenza nel contenuto e nella natura dei nostri proferimenti — anche nel caso in cui avessimo buone ragioni per credere che non ci sono in realtà oggetti matematici. Per illustrare quest’idea con un esempio, Yablo immagina che un oracolo ci riveli che non esistono in realtà oggetti astratti5. Le riflessioni di Yablo mi paiono corrette al punto da rivelare qualcosa d’interessante sul discorso matematico. Ma cosa, esattamente? Yablo ritiene che l’esempio avvalori il finzionalismo. Poiché nella situazione immaginata continueremmo a comportarci allo stesso modo, anche sapendo che non esistono oggetti matematici, risulta difficile credere che si sia impegnati, in senso letterale, all’esistenza di tali oggetti anche nella situazione attuale. Tuttavia, ciò che sorprende è il fatto che si potrebbe costruire un esperimento mentale del tutto analogo per il discorso sugli oggetti “ordinari” — gli oggetti solidi di taglia media - e porterebbe agli stessi risultati6.

  • 7 Sulla stuff ontology, cfr. O’Leary-Hawthorne e Cortens 1995; sull’essenzialismo mereologico, Chisho (...)
  • 8 Non sono il primo a estendere ciò che è, nella sostanza, l’esperimento mentale dell’oracolo al caso (...)

6Nel caso degli oggetti solidi di taglia media, supponiamo che l’oracolo ci dica che un’ontologia per la quale non ci sono oggetti ma soltanto materia («stuff- ontology») sia quella giusta, oppure che sia corretto l’essenzialismo mereologico, o ancora che sia corretto l’eliminativismo à la van Inwagen (gli organismi sono gli unici oggetti complessi)7. In ciascun caso, sarei incline a credere che “andremmo avanti come prima”, proprio come nel caso della matematica. Probabilmente la situazione sarebbe diversa se l’oracolo ci fornisse una qualche altra teoria positiva del perché non ci sono oggetti di taglia media quali siamo soliti pensarli — ad esempio, perchè si tratta solo di un sogno, o perché l’idealismo di Berkeley è nel giusto. Comunque sia, il punto generale resta valido8.

  • 9 Cfr. in particolare Yablo 2001: 97 ss.

7Yablo potrebbe tentare di rigettare l’analogia tra il caso degli oggetti astratti e quello degli oggetti spazio-temporalmente determinati, insistendo sul fatto che io ho discusso in realtà solo uno tra i tanti diversi criteri per il carattere finzionale di un discorso, e che altri tra questi criteri non sarebbero soddisfatti dal discorso ordinario sugli oggetti spazio-temporalmente determinati. Ma, mentre la generalizzazione dell’esempio al caso degli oggetti ordinari potrebbe essere considerata un problema se la sua conclusione fosse che gli oggetti ordinari sono finzioni nel senso ontologico del termine, dovrebbe essere chiaro che l’argomento di Yablo, già nel caso della matematica, mira solamente a stabilire il finzionalismo linguistico. Che cosa ci sarebbe di male, dunque, nell’applicare il finzionalismo linguistico al caso degli oggetti ordinari? Ovviamente bisognerebbe fare i conti con un’obiezione di tipo fenomenologico: non avvertiamola presenza di alcuna finzione. Ma se questa obiezione dovesse essere presa seriamente, essa porrebbe problemi per il finzionalismo linguistico anche nel caso della matematica. L’argomento di Yablo su come ci comporteremmo in determinate circostanze controfattuali sembra pensato appositamente per bloccare considerazioni di carattere fenomenologico9.

8Detto questo, l’indifferenza verso la verità letterale dell’enunciato proferito sembra portare ad una conclusione più debole di quella di Yablo. Sembra esserci chiaramente un certo spazio logico tra la tesi secondo la quale un parlante che asserisce un enunciato lo fa per esprimere una proposizione letteralmente vera e la tesi secondo cui il parlante mira alla verità in una finzione. Non è possibile essere semplicemente indifferenti alla verità letterale di alcuni aspetti di un mio proferimento, senza che questo significhi avanzare tale proferimento in uno spirito finzionale? Trarre conclusioni finzionaliste da considerazioni sull’indifferenza può forse essere giustificato se si ritiene che i parlanti mirino sempre a un qualche tipo di verità (letterale o finzionale) con i loro proferimenti. Ma non potrebbe darsi che un parlante adotti semplicemente un atteggiamento del tipo “non m’interessa” nei confronti di certi aspetti del contenuto proposizionale letteralmente espresso dagli enunciati che proferisce?

  • 10 Cfr. Bach 1994.

9Un’attenzione maggiore riguardo a ciò che significa “letterale” potrebbe forse aiutare a chiarire la natura della proposta. C’è, innanzitutto, l’uso di “letterale” in locuzioni come “enunciato che esprime letteralmente una proposizione vera”. In secondo luogo, d’altra parte, c’è l’uso di “letterale” per classificare proferimenti. L’uso di “letterale” per classificare proferimenti è strettamente pertinente qualora si stia parlando di enunciati che esprimono letteralmente certe proposizioni. In quest’uso del termine, un’asserzione è letterale solo nel caso in cui la proposizione avanzata come vera è la proposizione letteralmente espressa dall’enunciato proferito (nel contesto di proferimento). (Questa possiamo chiamarla la caratterizzazione positiva di quando un proferimento è letterale). In un’altra accezione di “letterale” si distinguono i proferimenti letterali sia dai proferimenti in cui la proposizione letteralmente espressa dall’enunciato proferito è presentata come vera solamente all’interno di una qualche finzione sia dal discorso metaforico e figurativo: qualunque asserzione che non sia finzionale, metaforica, figurativa, ecc. è classificata come letterale. (Questa possiamo chiamarla la caratterizzazione negativa di quando un proferimento è letterale). Molte asserzioni che sono letterali nell’accezione negativa possono non esserlo nell’accezione positiva. L’indifferentismo descrive un modo in cui questa situazione può verificarsi (i casi descritti da Kent Bach come casi di “implicitura conversazionale”, ad esempio, sembrerebbero mostrare altre modahtà in cui le due accezioni di ciò che conta come letterale verrebbero a separarsi)10.

10Supponiamo che l’oracolo ci dica che non esistono oggetti complessi ad eccezione degli organismi. Presumibilmente, continueremmo ad “andare avanti come prima”, asserendo enunciati che esprimono letteralmente proposizioni che sono vere solo se ci sono tavoli. Questi proferimenti, quindi, non sono letterali nell’accezione positiva di “letterale”. Ma ne segue davvero che i proferimenti sono finzionali, o metaforici, o altrimenti figurativi?

11In questa sezione mi sono concentrato su due punti. Il primo è che, una volta che si sia accuratamente distinto il finzionalismo ontologico da quello linguistico, il finzionalismo linguistico relativo a un discorso che verte su oggetti ordinari dovrebbe sembrare un’opzione valida. Il secondo punto è che il finzionalismo linguistico potrebbe avere conseguenze eccessive. Un’ipotesi indifferentista potrebbe dunque essere preferibile. Le prossime sezioni aiuteranno a chiarire e motivare ulteriormente la tesi indifferentista.

3 L’argomento di Donnellan

  • 11 Cfr. Donnellan 1966.

12Inizierò con il considerare un’analogia presa in prestito dalla letteratura sulle descrizioni definite ispirata ai lavori di Donnellan11. Supponete che tra le persone che mi circondano io veda qualcuno che sembra estremamente febee. Vogbo indicarvelo in qualche modo. Dico: “L’uomo che sta bevendo acqua è felice”, servendomi del fatto che l’uomo ha in mano un bicchiere che contiene del hquido trasparente. Tuttavia, a mia insaputa, il bicchiere contiene della vodka.

13Tipicamente, a questo punto, la domanda che viene posta è quella che riguarda il valore di verità e il contenuto del mio proferimento. Ma non è di questo che vogbo trattare qui. Ciò che vogbo sottolineare è che, se voi rispondeste “Non c’è acqua nel bicchiere. C’è vodka”, non potrei fare a meno di mostrarmi spazientito nei vostri confronti. E avrei una tale reazione perché il contenuto del bicchiere è semplicemente irrilevante per ciò che intendevo comunicare. Io volevo parlare della feheità di quel tizio, non di ciò che il suo bicchiere contiene. Pensate ad un caso analogo. Stessa conversazione, salvo che ora non siete in disaccordo con me su ciò che contiene il bicchiere, siete, invece, filosofi che ritengono che tutti gb oggetti possiedono le loro parti in maniera essenziale, e che quindi le persone (e i bicchieri) in realtà non esistono. Rispondete quindi: “Quello non è un uomo, è un oggetto che non può sopravvivere alla perdita delle sue parti; se esistono cose come gli uomini, devono essere oggetti in grado di sopravvivere alla perdita di alcune delle proprie parti”. Di nuovo, è probabile che mi spazientisca. (Anche nel caso in cui, da un punto di vista filosofico, io non sia in disaccordo con voi).

14In entrambi i casi, la mia insofferenza mostra forse che intendevo esprimermi in uno spirito finzionale? Si tratta di un’idea piuttosto strana. Forse, un certo genere di finzionalista potrebbe voler sostenere che, a giudicare dal mio modo di reagire alle vostre osservazioni, la mia intenzione fosse proprio questa e che dunque il mio proferimento dovesse essere valutato in relazione all’opportuna finzione (nel primo caso la finzione secondo la quale ce acqua nel bicchiere dell’uomo, e nel secondo caso quella secondo la quale esistono oggetti con proprietà modali “ordinarie”). Forse si potrebbe davvero difendere l’idea che questa sia una descrizione corretta di ciò che sto facendo. Ma non è chiaro se l’utilizzo di questo apparato teorico piuttosto impegnativo serva a chiarire meglio la questione. (Per fare un’analogia con un altro settore della filosofia: anche se l’idea che la verità è corrispondenza ai fatti fosse difendibile, è tutta un’altra questione quella di stabilire se sostenere ciò possa anche essere di un qualche aiuto nel fornire una spiegazione di che cos’è la verità).

15In termini generali, ciò che succede negli esempi classici di Donnellan è che se voglio indirizzare la vostra attenzione su qualcosa devo, per svariate ragioni, essere più specifico di quanto vorrei. Ciò risulta ancora più chiaro, forse, nell’ipotesi che io non creda realmente che ci sia acqua nel bicchiere dell’uomo in questione. Non m’interessa che cosa c’è nel bicchiere: la mia unica necessità è quella di rendervi chiaro in qualche modo a quale persona mi sto riferendo. Ma se anche credessi realmente che c’è dell’acqua nel suo bicchiere, non potrei fare a meno di pensare che avete perso completamente di vista il punto della mia affermazione, che resta valido anche nel caso in cui io mi sbagliassi sul contenuto del bicchiere. Dire “l’uomo che sta bevendo qualcosa che sembra acqua è felice”, anche nell’ipotesi che esprima meglio ciò che credo o non credo, suona di gran lunga più stravagante, e in un modo che certo non aiuta a rendere più chiaro ciò di cui intendo realmente parlare, vale a dire la felicità di quell’uomo. Come se non bastasse, con tutta probabilità, un modo di esprimersi così singolare non farebbe altro che distogliere l’attenzione del mio interlocutore da ciò di cui intendo parlare, la felicità dell’uomo, dirigendola sul contenuto del suo bicchiere. Analogamente, se volessi essere più cauto riguardo al mio impegno ontologico, e non asserire nulla di più di ciò che intendo comunicare, potrei dire qualcosa come “l’uomo, o gli atomi disposti a uomo, o la materia a forma di uomo, è felice” - ma questa premura avrebbe come risultato una certa oscurità, e, contro le mie intenzioni, l’attenzione dell’ascoltatore si concentrerebbe su questioni ontologiche.

  • 12 Un oggetto privo di duttilità modale è un oggetto che non avrebbe potuto avere altre proprietà se n (...)

16Possiamo immaginare diverse variazioni sulla falsariga dei casi descritti da Donnellan. Il parlante può credere realmente che ci sia acqua nel bicchiere; oppure il parlante può non crederlo; o può essere indeterminato se egli lo creda o no. Allo stesso modo, possiamo immaginare diverse variazioni su ciò che il parlante realmente sostiene sull’esistenza di oggetti ordinari, comunemente intesi. Alcune varianti possono apparire più naturali negli esempi di Donnellan, altre possono essere più naturali nel caso dell’ontologia. Ma le differenze tra le varianti dei due casi sono trascurabili: è del tutto secondario ciò che il parlante crede o non crede, perché non è questo ciò a cui il parlante s’impegna in casi di questo tipo. Una manovra standard nella discussione degli esempi di Donnellan è quella di distinguere tra “significato semantico” e “significato del parlante”: quando è in gioco il significato semantico, affinché ciò che il parlante dice sia vero, è necessario che ci sia acqua nel bicchiere dell’uomo; quando è in questione il significato del parlante, invece, ciò non è necessario. Questa distinzione è in genere valida e utile e lo è certamente nei casi presi in esame. Forse anche la tesi indifferentista che voglio difendere può essere espressa in questi termini («quando è in questione il significato del parlante, affinché ciò che il parlante dice sia vero, non è necessario che ciò che c’è sia un uomo piuttosto che qualche tipo di oggetto privo di duttilità modale»)12. Tuttavia, una possibile differenza tra questo caso, nella mia accezione, e i casi standard che in genere si suppone motivino una distinzione tra significato semantico e significato del parlante è che potrebbe non esserci alcuna proposizione in particolare che il parlante desidera comunicare e che dunque sarebbe possibile identificare come ciò che il parlante esprime, nel senso di esprimere che riguarda il significato del parlante. Potremmo trovare una qualche proposizione disgiuntiva alla quale far svolgere il ruolo della proposizione che è espressa nel senso del significato del parlante, sebbene potrebbe essere indeterminato di quale proposizione si tratti; ma appellarsi al fatto che tale proposizione è intesa nel senso del significato del parlante avrebbe scarso valore esplicativo. (E perché non considerare la proposizione singolare che riguarda il dato individuo x tale che x è felice? Ad esempio perché non è necessario che il parlante s’impegni ontologicamente al fatto che ci sia qualcosa composto di atomi o di materia infinitamente divisibile («gunk»)).

  • 13 Per quanto incredibile possa sembrare l’idea che non ci sono oggetti spazio-temporalmente determina (...)

17Il punto essenziale delle considerazioni precedenti è che pur rimanendo largamente all’interno della sfera del letterale - nella sua accezione negativa - non intendiamo comunicare tutti gli aspetti dei nostri proferimenti in maniera ugualmente seria. Naturalmente, ciò che è rilevante per lo scopo principale di un proferimento è una questione di gradi, ma possiamo ugualmente tracciare una distinzione sommaria tra aspetti di un proferimento che sono essenziali al suo scopo (aspetti che, nella mia terminologia, il parlante prende seriamente) e aspetti che non sono centrali nella stessa misura (quelli non seri). La mia tesi è, quindi, che gli impegni ontologici, inclusi gli impegni ontologici ad oggetti spazio-temporalmente determinati, sono spesso (forse sempre)13 non seri.

18Un modo meno approssimativo di caratterizzare la “non serietà” è il seguente: le asserzioni possono essere caratterizzate a partire da ciò che i parlante escludono nel farle. Nel parlare di un “uomo”, sono non serio nella misura in cui non mi curo di escludere la possibilità che ciò a cui mi sto riferendo non sia altro che materia infinitamente divisibile con una certa forma, o che sia un semplice insieme di atomi, o che esso possieda proprietà modali completamente diverse da quelle che in genere siamo soliti attribuire agli uomini. Generalmente, quando mi riferisco a qualcosa come a un “uomo” intendo istituire un’opposizione con certe possibilità — ovvero, che si tratti di una donna, di un robot, o di un animale, oppure di un semplice miraggio — ma non con altre, come, ad esempio, quella secondo la quale avremmo a che fare con un oggetto privo di duttilità modale, o quella secondo cui non si tratterebbe di un oggetto vero e proprio ma di un semplice insieme di atomi disposti a forma di uomo. Quando non è la metafisica ad essere in questione, un parlante non si cura di escludere quelle che potremmo definire alternative puramente metafisiche alla proposizione letteralmente espressa dall’enunciato che egli proferisce.

19Si potrebbe essere tentati di dire che un’asserzione è seria in tutto e per tutto esclusivamente nel caso in cui il parlante intenda escludere ogni possibilità che sia incompatibile con la verità della proposizione letteralmente espressa dall’enunciato proferito e che, dunque, ciò che starei suggerendo è che, il più delle volte, le nostre asserzioni sono lontane dall’essere serie in tutti i loro aspetti. Ma sostenere ciò significherebbe commettere un errore. Si consideri un’affermazione negativa come “qui non ci sono donne”. Ciò che l’indifferentista vorrebbe dire di un’affermazione del genere è che il parlante in questione intende escludere anche la possibilità che lì vi siano semplicemente degli atomi disposti a forma di donna. La non serietà, talvolta, fa sì che si escluda più di ciò che viene escluso dalla proposizione letteralmente espressa dall’enunciato.

20Nella prossima sezione prenderò in considerazione vari argomenti ed esempi che mirano a motivare e illustrare ulteriormente la proposta indifferentista. La discussione di ciascun esempio sarà breve, per quanto ognuno di essi meriterebbe una discussione più approfondita e proficua, dato che, in ciascun caso, possono esserci spiegazioni plausibili di ciò che accade alternative a quelle sulle quali, invece, intendo insistere. Tali esempi, tuttavia, specialmente alla luce dell’argomento che si fonda sull’analogia con i casi descritti da Donnellan, dovrebbero fornire delle ottime ragioni a supporto della concezione indifferentista.

4 Altre considerazioni positive

  • 14 Van Inwagen 1990, sezione 11.
  • 15 A giudicare da quello che dice van Inwagen, p. 112 ss., questa sembra essere anche la sua posizione (...)

21Si consideri, innanzitutto, la strategia della parafrasi proposta in Material Beings da Peter van Inwagen (1990). van Inwagen sostiene che gli unici oggetti materiali che esistono sono atomi (oggetti privi di parti proprie) e organismi. Nel difendersi dall’accusa di attribuire una condizione di errore radicale ai parlanti ordinari che proferiscono enunciati che li impegnano all’esistenza di oggetti complessi diversi dagli organismi, van Inwagen sostiene che il parlante ordinario, nel proferire, ad esempio, “c’è un tavolo nella stanza”, intende piuttosto comunicare qualcosa come: nella stanza ci sono degli x disposti a forma di tavolo14. Si potrebbe obiettare, tuttavia, che l’idea secondo la quale i parlanti ordinari, nel proferire simili enunciati, s’impegnano all’esistenza di alcuni x disposti a forma di tavolo, sia implausibile almeno quanto l’idea secondo la quale essi si impegnano alla semplice esistenza di tavoli. Obiezioni di questo genere hanno mordente soltanto se si pensa che l’interpretazione più corretta di ciò che sostiene van Inwagen sia che, secondo quest’ultimo, il parlante ordinario, nel proferire enunciati che apparentemente lo impegnano all’esistenza di tavoli, intende davvero comunicare contenuti specifici del genere che van Inwagen mette in questione quando sostiene che, al più, il parlante s’impegna all’esistenza di oggetti semplici disposti a tavolo. Sembra esserci, tuttavia, una posizione più ragionevole a disposizione di van Inwagen. L’idea è che ogniqualvolta un parlante dice “ce un tavolo nella stanza” egli non si stia affatto impegnando ad una proposizione in particolare appartenente a una certa classe di proposizioni, che oltre ad includere la proposizione letteralmente espressa da “c’è un tavolo nella stanza”, comprende anche quella secondo la quale nella stanza ci sono degli atomi disposti a tavolo, quella secondo cui nella stanza c’è solo della materia infinitamente divisibile a forma di tavolo, ecc. Se si assume una visione liberale di questo tipo non si è nemmeno tenuti a sostenere che ci sia una classe determinata di proposizioni la cui disgiunzione il parlante intende comunicare15. Se van Inwagen vuole sostenere che, nell’asserire enunciati che apparentemente ci impegnano all’esistenza di tavoli, intendiamo di fatto comunicare la proposizione corrispondente su ciò che è “disposto a forma di tavolo”, la sua proposta è destinata a crollare sotto il peso della sua stessa implausibilità. Se, al contrario, van Inwagen sta suggerendo ciò che anche l’indifferentista propone, ovvero che noi siamo indifferenti riguardo ad alcuni aspetti della proposizione letteralmente espressa dall’enunciato asserito, e che, per le nostre finalità comunicative, è sufficiente che la proposizione corrispondente sugli atomi disposti a tavolo sia vera, la sua proposta appare certamente più accettabile.

22Passiamo ora ad un’altra considerazione a sostegno dell’indifferentismo. In diverse occasioni, Noam Chomsky ha utilizzato i seguenti esempi per contestare l’idea che il riferimento sia una nozione esplicativa della linguistica:

  • 16 Cfr., ad esempio, Chomsky 2000a: 180, p. 283 della trad. it. (modificata, N. d. T.).
    * Dal momento c (...)

23La banca è andata in fiamme e poi (essa) si è trasferita dall’altro lato della strada.
La banca, che aveva alzato il suo tasso di interesse, è andata in fiamme.
La banca ha abbassato il tasso di interesse per evitare di essere distrutta16.

  • 17 Per una discussione degli esempi di Chomsky contro la semantica referenziale, cfr. Pietroski 2003 e (...)

24Possiamo facilmente immaginare situazioni nelle quali saremmo inclini a prendere questi enunciati per veri. L’idea di Chomsky è la seguente. Sulla base di una semantica referenziale dovremmo dire, per quanto riguarda il primo esempio, che “banca” e “(essa)” sono termini coreferenziali: è tuttavia alquanto implausibile che entrambe le predicazioni possano essere vere di un’unica cosa. Negli altri due esempi, invece, si attribuiscono proprietà incompatibili al riferimento di “banca”*. Per Chomsky, quindi, la semantica referenziale deve essere abbandonata17.

25D’altra parte, questi esempi possono essere utilizzati a sostegno dell’indifferentismo nel modo seguente. Affinché le proposizioni letteralmente espresse dagli enunciati siano vere dovrebbe esserci un unico oggetto a cui i termini si riferiscono. Ma, dopo una riflessione attenta, molti - inclusi un gran numero di coloro i quali non vedono alcun problema nell’asserire simili enunciati - si troverebbero a disagio di fronte ad una conclusione di questo tipo. Il fatto stesso che si realizzi una simile discrepanza indica che l’implicazione ontologica non era intesa seriamente. E importante sgombrare il campo dall’ipotesi secondo cui il parlante, più o meno consciamente, avrebbe una qualche idea sul fatto che l’implicazione ontologica debba essere presa seriamente o meno. Semmai, l’idea è che l’implicazione ontologica non viene presa nemmeno in considerazione. Il parlante è interessato a comunicare certi fatti a proposito del mondo, e nel fare ciò si avvale dell’aiuto di tutti gli strumenti a sua disposizione, senza considerare cos’altro implichi l’uso di questi strumenti. Il parlante è chiaramente giustificato nel non considerare questi aspetti, visto che, in contesti normali e con interlocutori normali, l’attenzione non verterà certo sugli specifici impegni ontologici.

26Sia in questo caso, che in quello della strategia della parafrasi di van Inwagen, si possono nutrire dubbi sulla base di altre motivazioni. (Per esempio, io non sono convinto del fatto che gli enunciati presi in esame da Chomsky non possano risultare ovviamente veri sulla base di una semantica referenziale). Ma ciò che mi preme sostenere più d’ogni altra cosa è che, se davvero le considerazioni di Chomsky e di van Inwagen promettono di portare a qualcosa di filosoficamente significativo, esse potrebbero condurre all’indifferentismo piuttosto che a qualcos’altro.

27Ora passiamo ad una terza e ulteriore motivazione per l’indifferentismo. Quest’ultimo argomento, e la sua conclusione, sono di un tipo differente rispetto agli altri (c’è una somiglianza di famiglia, più che altro). Anche nella migliore delle ipotesi, le considerazioni che seguono non serviranno di per sé ad argomentare in maniera diretta a favore dell’indifferentismo. Dopo averle presentate, spiegherò in che modo sono connesse alle questioni trattate in questa sede.

  • 18 Cfr. Davidson 1980.

28Si consideri l’argomento di Davidson sull’esistenza degli eventi18. L’argomento, in breve, dice che, al fine di dare un trattamento semantico degli avverbi che sia soddisfacente e composizionale, siamo forzati ad accettare la quantificazione su eventi. Per cui, ad esempio, al fine di dare conto in maniera adeguata della relazione semantica tra “Sebastiano camminava” e “Sebastiano camminava velocemente”, dobbiamo trattare entrambi gli enunciati come se quantificassero implicitamente su eventi. Anche nel caso in cui si consideri quella di Davidson una buona semantica per gli avverbi, si può ancora avere l’impressione che il suo argomento, inteso come argomento per l’esistenza di un particolare tipo di entità, gli eventi, non sia tanto diverso dall’estrarre un coniglio dal cilindro. Ecco come Yablo commenta l’argomento di Davidson sugli eventi:

La sola cosa che mi preoccupa di quest’argomento, se esso è inteso come un’argomentazione metafisica, è che in nessun momento, nella spiegazione della competenza linguistica offerta da Davidson, si fa riferimento al fatto che gli eventi esistano veramente. Al massimo la conclusione è che noi, o i nostri sistemi sub personali pertinenti, siamo fatti in modo tale da supporre che ci siano eventi.

Ma non potrebbe questa supposizione essere nient’altro, appunto, che una supposizione? Forse “il meccanismo dell’avverbio” deriva “S ha VERB-ato Ci - mente” non da

(i) “ha avuto luogo un VERB-are con l’agente S che era G”, ma da

(ii) “dubbi sull’esistenza degli eventi a parte, ha avuto luogo un VERB-are che ecc.”

  • 19 Yablo 2000: 208.

O forse il meccanismo deriva “S ha VERB-ato G-mente” da (i), ma non da un’istanza di (i) inscritta nel “box delle credenze” del parlante, ma nel suo “box delle supposizioni”. Ad ogni modo, è davvero diffìcile capire come l’esistenza-là-fuori di “VERB-amenti” reali potrebbe essere di alcun aiuto per il parlante che cerchi di acquisire un linguaggio; qualunque contributo che gli eventi potrebbero fornire al compito dell’acquisizione del linguaggio sembrerebbe poter essere ugualmente fornito dalla semplice supposizione dell’esistenza di eventi19.

  • 20 Stanley 2001: 51.

29Stanley critica quello che è di fatto l’argomento di Yablo — sebbene nel testo di Stanley non figuri alcuna esplicita attribuzione a Yablo — sostenendo che, dal momento che Fargomento di Davidson è che la migbore teoria semantica impegna i parlanti all’esistenza di eventi, è implausibile interpretare in senso finzionalista un tale impegno ontologico20. La ragione addotta è che non si può sensatamente supporre che un parlante finga che ci sono eventi, visto che non è minimamente tenuto a sapere che la miglior teoria semantica lo impegna all’esistenza di eventi.

30Il contro-argomento di Stanley è troppo frettoloso. Ciò che la miglior teoria semantica implica riguarda solamente la struttura semantica del linguaggio naturale. Di per sé, essa non implica nulla sugli atteggiamenti proposizionali che i parlanti assumono, implicitamente, nei confronti delle proposizioni che la teoria semantica assegna come contenuto letterale degli enunciati che essi proferiscono. Potrebbe trattarsi di credenza, come Stanley assume. Ma potrebbe anche trattarsi di simulazione («pretense»). O potrebbe darsi che non ci sia alcun fatto che riguarda il parlante e che sia in grado di dirimere la questione. C’è sicuramente qualcosa di giusto nello scetticismo che Stanley dimostra nei confronti dell’idea che ci sia una qualche supposizione in atto nel parlante. Ma se è corretto in questo caso, un tale scetticismo è ugualmente giustificato nei confronti di una teoria che sostiene che vi sia, nel soggetto, una qualche credenza del tipo appropriato.

31L’argomento di Davidson per gli eventi fa leva su qualcosa che riguarda la struttura del nostro linguaggio e che è implicato dalla teoria semantica, ed èperciò di portata limitata. Le considerazioni che si possono fare in questo caso hanno poca o nessuna rilevanza diretta su casi chiari di impegno ontologico esplicito. In verità, siccome nel linguaggio naturale è presente anche la quantificazione esplicita su eventi, le considerazioni che si possono fare sull’argomento di Davidson non consentono nemmeno di arrivare ad una conclusione generale sulla questione dell’impegno ad eventi. Tuttavia, le analogie tra questo caso e i casi considerati in precedenza fanno sì che esso non possa essere ignorato nel contesto della questione generale che stiamo affrontando. Quello che vorrei sostenere è che il caso dell’esistenza degli eventi descritto da Davidson è del tutto analogo ai casi che motivano Findifrerentismo, ovvero in tutte queste circostanze il parlante non s’impegna né alla verità letterale del contenuto che ha in mente, né alla sua verità in una determinata finzione. Piuttosto, pur avendo un contenuto in mente, il parlante rimane disimpegnato nei confronti dell’esistenza di eventi (per restare all’esempio presente).

32Ciò che vorrei mostrassero i vari esempi che ho addotto a sostegno dell’indiffe- rentismo è che talvolta è possibile assumere un atteggiamento genericamente non serio nei confronti delle affermazioni che facciamo, o di loro aspetti particolari, senza che ciò implichi un atteggiamento di finzione o simulazione; in particolare, vorrei che questo fosse chiaro quando ad essere in questione sono quegli aspetti che hanno a che fare con l’impegno ontologico delle nostre affermazioni. In un certo senso, questa tesi mi appare ovvia. La ragione per metterla in evidenza non ha nulla a che vedere con il suo significato intrinseco. Il punto, piuttosto, è che i supposti vantaggi del finzionalismo linguistico sono condivisi anche da questa tesi che è, per certi versi, assai più modesta.

5 Confronto con il finzionalismo

  • 21 Yablo 2001: 97.
  • 22 Yablo 2001: 98.

33Al di là di alcune cautele espresse in precedenza, ho presentato l’indifferentismo come una reale alternativa al finzionalismo. Si potrebbe credere, con qualche ragione, che questo sia un errore. Discuterò questo punto rivolgendo particolare attenzione ai lavori di quello che è ritenuto essere il più importante finzionalista ermeneutico, Yablo. Nel suo articolo del 2001, Yablo dice ad esempio che quando il finzionalista ermeneutico parla di noi come se stessimo prendendo parte ad una simulazione, quella a cui prendiamo parte non è una simulazione nel senso ordinario del termine. A sostegno di quest’idea, Yablo fa riferimento all’idea di Kendall Walton secondo la quale sarebbero tipi di simulazione tanto i sogni quanto le assunzioni connaturate21. Viene allora da chiedersi in che cosa consista esattamente questo senso esteso di “simulazione”. Yablo mostra il suo apprezzamento, su questo punto, per quegli autori che hanno cercato di chiarire una nozione di accettazione, diversa da quella di credenza vera e propria22. Ci sono diversi modi, come egli stesso nota, di intendere una simile nozione di accettazione; ma un modo ovvio è quello di dire che un enunciato è accettabile se può essere trattato come vero per gli scopi immediati. E questo è straordinariamente simile a ciò che l’indifferentista ritiene essere l’atteggiamento che abbiamo nei confronti di molti enunciati ontologicamente impegnativi.

  • 23 Yablo 2002: 202 ss.

34L’indifferentista potrebbe dunque sembrare un semplice finzionalista. Un’impressione, questa, che è ulteriormente rafforzata da ciò che Yablo dice in altre occasioni. Yablo 2002 presenta dapprima la posizione finzionalista in termini molto generali: sulle prime in maniera puramente negativa, ovvero come la tesi secondo la quale il nostro atteggiamento nei confronti di enunciati ontologicamente impegnativi non ci impegna alla loro verità ma a qualcosa di più debole; in seguito, come la tesi secondo la quale ciò a cui ci impegniamo sono soltanto i rispettivi condizionali della forma “Se [gli oggetti in questione] esistono, allora...”23.

  • 24 Si tratta di un far finta che fa uso di appigli per l’immaginazione – di oggetti nel mondo – che co (...)

35Ad ogni modo, Yablo passa da queste considerazioni iniziali ad un paragone molto serio tra il discorso matematico e quello metaforico; tanto che sia nel testo del 2002 sia in altre occasioni, egli cita Walton a proposito della sua nozione di «prop-oriented make-believe»24 (in quanto spiegazione della metafora) e mostra chiaramente di credere che il discorso matematico e i casi descritti da Walton siano simili sotto molti aspetti essenziali. Yablo cita frequentemente il seguente passaggio di Walton:

  • 25 Walton 1993: 40 ss. Citato in Yablo 2000: 213.

Chiedo: dove si trova la città di Crotone in Italia? Tu mi spieghi che si trova sull’arco dello stivale Italiano. Mi dici: “Guarda il nuvolone laggiù, quella gran faccia scura vicino all’orizzonte, viene in questa direzione” [...] parliamo di sella della montagna e di anello stradale. Tutti questi casi sono connessi al far-finta. Pensiamo all’Italia e alla nuvola come se fossero delle immagini. L’Italia [...] rappresenta uno stivale. La nuvola è un appiglio per l’immaginazione («prop») che rende possibile la finzione secondo la quale c’è un volto arrabbiato [...] La sella della montagna è, nella finzione, la sella di un cavallo. Ma [...] non è soltanto nei nostri giochi di finzione che utilizziamo queste cose come appigli per l’immaginazione [...] [Il far credere] è utile per articolare, ricordare e comunicare fatti su tali appigli — sulla geografia dell’Italia, o l’identità di una nuvola nella tempesta... o sulle montagne o sulla topografia. E nel pensare all’Italia e alla nuvola [...] sotto la loro forma di appigli per l’immaginazione, potenziali se non reali, che io capisco dove si trova Crotone, o di quale nuvola si sta parlando25'

  • 26 Yablo 2000: 211.

36Il punto è che in questi casi non si tratta di metafore o di “far credere”, nemmeno in un senso esteso. Sebbene parta da una posizione piuttosto moderata, Yablo finisce col sostenere qualcosa di ben più sostanziale sulle somiglianze tra matematica, da un lato, e metafora o “far-credere” in un senso per nulla attenuato, dall’altro. La dialettica di Yablo 2002 sembra essere la seguente. Prima Yablo sostiene quella che chiama l’ipotesi del “si supponga che”, la quale (nel caso specifico degli oggetti matematici) recita che i nostri proferimenti matematici andrebbero visti come se «venissero dopo un prefisso non pronunciato: “si supponga che ci siano cose come i modelli (o qualunque altra cosa)”»26. Dopo di che, Yablo rivolge la sua attenzione al problema di come l’ipotesi del “si supponga che” possa essere vera senza che noi ce ne accorgiamo. La sua soluzione è quella di guardare alla metafora e al fatto che spesso parliamo in maniera metaforica senza rendercene conto. Per Yablo, quindi, il richiamo alla metafora non è una mossa ingiustificatamente ardita, ma qualcosa che spiega come mai il prefisso passi inosservato. Quello che vorrei far notare, ad ogni buon conto, è che queste considerazioni non bastano a giustificare una chiamata in causa della metafora, dal momento che l’ipotesi indifferentista spiega il presunto dato a nostra disposizione altrettanto bene. Non c’è nulla di misterioso nel fatto che l’indifferenza rispetto agli impegni ontologici delle proposizioni letteralmente espresse dai nostri enunciati passi inosservata.

  • 27 Yablo 1998: 257.

37Si consideri, inoltre, quanto ha sostenuto Yablo 1998: «[...] uno dei contenuti cui il mio proferimento potrebbe mirare, quando “lancio” S nel mondo con lo spirito di “trarne il massimo possibile” che ho descritto sopra, è il suo contenuto letterale. Voglio essere capito, da un lato, come se intendessi ciò che dico in senso letterale se il mio enunciato è vero in senso letterale - se preferite, mi si può considerare un partecipante al “gioco di grado zero” - e, dall’altro, come se intendessi ciò su cui il mio enunciato si proietta («project onto») attraverso il tipo appropriato di “gioco di grado zero”, se il mio enunciato è letteralmente falso. Dal mio punto di vista, quindi, è indeterminato se io stia comunicando il significato letterale di S o meno»27. Yablo ritiene che questo rappresenti un punto a favore del finzionalismo-, sembra invece che esso possa essere utilizzato a sostegno della tesi indifferentista. Si consideri l’idea seguente: non sono interessato alla verità della proposizione letteralmente espressa dall’enunciato proferito, semmai ciò che m’interessa è che il punto che sto cercando di comunicare sia corretto, il quale può essere corretto anche se la proposizione non è vera. Questo avviene quando certi aspetti della proposizione (ad esempio il fatto che verta su oggetti complessi o su oggetti matematici) sono irrilevanti per ciò che voglio comunicare. In un certo senso, si tratta di una tesi più debole ai quella di Yablo, ma non ne coglie forse l’essenza?

38Come accennato in precedenza, il finzionalismo linguistico si presenta in due versioni: ermeneutico e rivoluzionario. Il finzionalismo ermeneutico riguardo ad un certo discorso è la tesi secondo la quale le affermazioni fatte in quel discorso sono fatte in realtà in uno spirito di finzione; il finzionalismo rivoluzionario è la tesi secondo cui tali affermazioni dovrebbero essere fatte in quello spirito, anche se non lo sono. Mi sembra che l’indifferentismo suggerisca una visione intermedia. Può anche darsi che io non faccia asserzioni matematiche in uno spirito finzionale, eppure nel momento in cui riconosco questa come una possibilità non posso fare a meno di riconoscere che ciò non avrebbe per nulla compromesso i miei intenti conversazionali.

  • 28 Stanley 2001: 41 ss. E 47-50.
  • 29 Per risposte a queste critiche, vedi Yablo 2001: 96-99.

39Come ho cercato di sottolineare, l’indifferentismo soddisfa quella che, a ben vedere, è la motivazione teorica principale per il finzionalismo, ovvero la motivazione relativa alla questione ontologica. L’indifferentismo, inoltre, sembra in grado di sottrarsi ad alcuni dei problemi che si attribuiscono al finzionalismo. Si pensi, ad esempio, alle principali critiche che recentemente Stanley ha mosso al finzionalismo. Possiamo chiamarle le obiezioni della scienza cognitiva. C’è, innanzitutto, una preoccupazione per quel che riguarda la sistematicità: i significati degli enunciati degli ambiti di discorso per i quali i finzionalisti offrono le loro analisi devono essere determinati composizionalmente, secondo gli argomenti standard per la composizionalità. Ma non è chiaro se le analisi finzionaliste del significato degli enunciati di tali ambiti di discorso soddisfino questa condizione. In secondo luogo, è improbabile che gli stessi meccanismi cognitivi siano impiegati quando prendiamo parte ad un far-finta e quando prendiamo parte, per esempio, ad un discorso matematico28. Ora, non è del tutto chiaro che tali critiche siano definitive nel caso del finzionalismo29. Me esse sono semplicemente fuori luogo se applicate alla posizione che ho cercato di presentare qui.

40La differenza cruciale tra l’indifferentismo e un più autentico finzionalismo è la seguente. Mentre sia l’indifferentista che il finzionalista ritengono che ci siano impegni (verso la verità letterale di certe affermazioni esistenziali) che, magari anche contro le apparenze, di fatto non assumiamo, il finzionalista ma non l’indifferentista propone anche un diversa spiegazione positiva di ciò che facciamo, e vuole quindi impegnarci a qualcos’altro, nella fattispecie alla verità degli asserti esistenziali in un tipo appropriato di “finzione”.

6 Alcune obiezioni

41In questa sezione risponderò alle obiezioni più naturali che possono essere fatte alla proposta che cerco di difendere. Le risposte alle obiezioni serviranno anche a rendere più chiara la natura della proposta.

42Obiezione 1. La tesi dell’indifferentista, per come è stata presentata fin qui, è troppo abbozzata ed incompleta per poter contare come un avversario reale nella disputa.

43Risposta. Va da sé che il resoconto che ho fornito è molto abbozzato. Per certi versi, questo ha a che fare con il livello astratto al quale è stata condotta la discussione. Piuttosto che essermi concentrato su una qualche classe specifica di proferimenti, diciamo proferimenti di enunciati matematici, ho voluto mantenere uno sguardo d’insieme sulle cose. In qualche misura, tuttavia, la vaghezza dell’esposizione ha a che vedere con la natura stessa della tesi indifferentista: in un certo senso, il punto è proprio questo. Considerato quanto sia naturale pensare che i parlanti, nell’asserire enunciati come “il numero degli apostoli è 12”, non debbano impegnarsi in alcun modo su questioni metafisiche complesse come quella che vede opposti platonismo e nominalismo, molti filosofi sono stati attratti dall’idea che tali enunciati non richiedano, in effetti, nulla del genere. Si potrebbe addirittura pensare che questa sia la concezione del senso comune. Affinché una tale concezione del senso comune risultasse sostenibile, tuttavia, è sembrato necessario stabilire in maniera convincente quali altre proposizioni i parlanti esprimono realmente nell’asserire gli enunciati in questione. Si è pensato che un filosofo che volesse sostenere la visione di senso comune non avrebbe rispettato fino in fondo i suoi doveri filosofici a meno che non avesse fornito una tale spiegazione alternativa. Se si assume l’indifferentismo, tuttavia, non esiste nessun altro contenuto reale. (Sebbene, nel dire che non c’è nessun altro contenuto reale, io non voglia negare che vi sia, in effetti, una qualche proposizione che potrebbe essere identificata come il contenuto reale dell’asserzione: si potrebbe prendere semplicemente la disgiunzione di tutte le proposizioni sulle quali il parlante in questione ha un atteggiamento neutrale. Ovviamente si tratterebbe, per così dire, di una proposizione straordinariamente disgiuntiva).

44È importante rilevare come in una prospettiva indifferentista sull’uso di enunciati di una determinata classe non sia affatto detto che ciò che viene presentato come vero mediante un’asserzione possa essere ricavato direttamente dalla proposizione che questa esprime in senso letterale; anzi, un tale contenuto può variare in maniera significativa da contesto a contesto. A titolo d’esempio, si mettano a confronto due tipi di scetticismo sull’esistenza degli oggetti ordinari per come li concepiamo normalmente. Innanzi tutto, c’è la posizione scettica secondo la quale sarebbe corretta una concezione come l’idealismo di Berkeley, così che non esisterebbe nulla di simile alla materia esterna nella forma in cui la concepiamo. In secondo luogo, c’è la posizione scettica secondo la quale, anche se il materialismo fosse corretto, il mondo materiale non conterrebbe oggetti con condizioni di persistenza come quelle che normalmente siamo soliti attribuire agli oggetti ordinari. Certamente possiamo immaginarci dei contesti in cui si sia preoccupati di escludere la prima possibilità scettica, quella secondo cui dovrebbe essere vera una forma di idealismo alla Berkeley, ma nei quali, tuttavia, non ci preoccupiamo di escludere la seconda possibilità. Anche se la “prova del mondo esterno” di Moore, sempre che l’argomento abbia una qualche validità, può forse servire a confutare entrambe le forme di scetticismo, sicuramente molti dei contesti nei quali viene utilizzata sono contesti in cui è in questione soltanto il primo tipo di scenario scettico. Appare piuttosto naturale pensare che le asserzioni fatte in simili contesti siano fatte esclusivamente con l’intenzione di escludere il primo tipo di scetticismo.

45Obiezione 2. Si consideri il discorso matematico. (Se il problema è reale potrebbe rivelarsi un problema generale). Quando sono in questione asserzioni individuali come i normali proferimenti di un enunciato come “il numero degli apostoli è 12”, è sempre stato facile trovare parafrasi appropriate, prive di impegni ontologici a numeri (in questo caso, ad esempio, qualcosa come “3j,!x (ApostoloCv))” potrebbe andar bene): il problema vero è sempre stato, però, quello di trovare parafrasi per tutti gli enunciati matematici. Com’è noto, tutte le proposte più plausibili implicano in ogni caso un impegno o all’esistenza di infiniti oggetti o, se non altro, alla loro esistenza possibile. Appellarsi all’indifferentismo non aiuta, dunque, a superare questo problema.

  • 30 Secondo l’interpretazione modale (in una forma semplificata; gli aspetti più di dettaglio non sono (...)

46Risposta. Questa obiezione segnala, in effetti, un vero limite della posizione indifferentista. Tuttavia, ci sono alcune considerazioni da fare. Secondo la posizione che vorrei difendere, il parlante non comunica un qualche contenuto specifico, diverso dal contenuto letterale. Ed è qui che risiede la differenza. Si pensi alla discussione fatta in precedenza sulla strategia della parafrasi di van Inwagen. Appare quantomeno strana l’idea secondo la quale ciò che esprimerei quando parlo di tavoli e sedie sia proprio quel genere di contenuti a cui fa riferimento van Inwagen. E identiche considerazioni sembrano valere per l’interpretazione modale del discorso matematico30. Se appare strano che io m’impegni all’esistenza di infiniti oggetti astratti attraverso gli enunciati matematici che sono disposto a proferire, sembra altrettanto strano che io mi impegni alla possibile esistenza di infiniti oggetti astratti. Forse, però, lo scetticismo nei confronti dell’interpretazione modale è dovuto ad un modo scorretto di intenderla. Forse, è meglio dire che l’interpretazione modale fornisce una condizione sufficiente per la correttezza dei nostri proferimenti di enunciati matematici. Normalmente, io proferisco enunciati che a prima vista m’impegnano all’esistenza di numeri. Qualcuno mi fa notare che è disponibile un’interpretazione modale e mi chiede se corrisponde a quello che avevo in mente. Presumibilmente, la risposta è “no”. Tuttavia, posso ancora riconoscere che le proposizioni che i miei enunciati matematici esprimerebbero secondo l’interpretazione modale sono tali che, asserendole, avrei in ogni caso soddisfatto ampiamente i miei intenti conversazionali. Tutto ciò è perfettamente analogo alle osservazioni fatte a proposito della strategia della parafrasi di van Inwagen.

  • 31 Si veda Uzquiano 2004.

47Di per sé, il ricorso all’indifferentismo non elimina la possibilità che il discorso matematico ci impegni all’esistenza (possibile) di infiniti oggetti. Ciò nondimeno, alleggerisce le nostre responsabilità, suggerendo che potremmo essere impegnati unicamente all’esistenza di una qualche interpretazione plausibile di ciò che diciamo: non ci viene più attribuito necessariamente l’impegno alla verità di questo o quest’altro contenuto specifico che si pensa possa essere associato agli enunciati o ai proferimenti matematici. Inoltre, supponiamo che ci sia un modo di assegnare contenuti ad enunciati matematici che ci consenta di dire proprio di quegli enunciati che ci sembra corretto asserire che essi esprimono proposizioni vere e che, per di più, questo modo risulti vantaggioso perché ontologicamente non impegnativo, eppure sia anche tale da rendere indifendibile l’idea che tali contenuti siano davvero i contenuti che comunichiamo. L’indifferentismo può aiutare a svuotare d’importanza questo “eppure”: l’indifFerendsta non direbbe che questi sono i contenuti che “realmente” esprimiamo. Piuttosto direbbe che la verità di questi contenuti può essere sufficiente a garantire il successo delle nostre asserzioni di enunciati matematici (l’indifferentismo potrebbe inoltre ovviare al bisogno di una strategia di parafrasi uniforme. Se, poniamo, van Inwagen intende spiegare quali proposizioni specifiche esprimiamo di fatto quando usiamo enunciati che vertono in maniera inequivocabile su oggetti ordinari, sembra anche obbligato a fornire un metodo uniforme per interpretare ogni enunciato di questo tipo31. Ma è qui che entra in scena l’indifferentismo. Nell’asserire un qualunque enunciato che verta inequivocabilmente su oggetti ordinari io mi affido al fatto che esista un modo di interpretare ciò che dico per il quale quell’enunciato risulta vero, ma non è affatto chiaro che io conti anche sull’esistenza di una specifica interpretazione che renda vere tutte le mie asserzioni che vertano sul quella particolare materia).

48Obiezione 3. Siamo in grado di comprendere ciò che è comunicato, e ciò a cui i parlanti si impegnano, in un numero illimitato di proferimenti di un numero illimitato di enunciati. Considerazioni standard a favore della composizionalità suggeriscono che ci deve essere una spiegazione composizionale del modo in cui riusciamo a comprendere ciò che comprendiamo. L’indifferentismo non può fare a meno di una simile spiegazione composizionale. Pertanto, senza questo tipo di spiegazione, l’indifferentismo è in grave difficoltà.

49Risposta. L’unica spiegazione composizionale della quale vedo il bisogno è la spiegazione composizionale relativa alle proposizioni che gli enunciati esprimono letteralmente. La nostra comprensione di ciò che i parlanti di fatto comunicano si basa su questa nostra conoscenza assieme alla conoscenza extralinguistica su quali intenti comunicativi hanno i parlanti in questione. Se non stiamo facendo filosofia e il mio amico mi dice “qui ci sono quattro tavoli”, la mia conoscenza ordinaria del mondo mi suggerisce che egli non intende escludere che qui, di fatto, ci siano solo degli atomi disposti a tavolo. E se dice “qui non ci sono quattro tavoli” è sufficiente un minimo di conoscenza ordinaria dei parlanti per capire che non intende il suo proferimento in modo da poter essere giudicato vero semplicemente sulla base del fatto che lì ci sono soltanto degli atomi disposti a tavolo e non degli oggetti a forma di tavolo composti da quegli atomi.

  • 32 Su questo punto sono debitore ad un referee anonimo.

50Chi volesse sollevare dubbi sull’idea che la nostra comprensione di ciò a cui i parlanti si impegnano dipende da quali siano le proposizioni letteralmente espresse assieme alla conoscenza ordinaria sul mondo potrebbe esprimersi nei seguenti termini. Si potrebbe pensare che “l’uomo che beve acqua è felice” sia sinonimo con “C’è esattamente un uomo che beve acqua e tutti gli uomini in questione sono felici”. Ciò nonostante, gli impegni in cui incorrono i parlanti che asseriscono questi due enunciati possono essere diversi: nello specifico, è plausibile sostenere che un proferimento del secondo enunciato sia più “serio”32. Ma fatico a vedere come questo possa rappresentare un problema di una qualche importanza. Il fatto che “esattamente un uomo...” sia più preciso ed elaborato può di norma essere visto come un segnale che il parlante che proferisce l’enunciato non sta parlando in maniera approssimativa: in questo senso si tratta quasi di un tipo di enfasi. Ma anche in questo caso il parlante potrebbe non volersi impegnare su questioni ontologiche.

51Obiezione 4. In qualche modo il significato è determinato dall’uso, ovvero dalle intenzioni comunicative dei parlanti quando utilizzano le espressioni in questione. Ma allora non ha senso dire che “uomo” non dovrebbe essere applicato ad oggetti privi di duttilità modale o a mere pluralità di atomi, se poi usiamo di norma la parola “uomo” in asserzioni che all’apparenza ci impegnano all’esistenza di cose come gli uomini ma che tuttavia sarebbero vere anche nel caso in cui si trattasse di fatto di oggetti privi di duttilità modale o di semplici aggregati di atomi.

52Risposta. Risposta netta: è evidente ed inevitabile che ci sia questa discrepanza tra semantica e pragmatica. Un modo per chiarire un po’ meglio quest’idea è il seguente. Anche se non intendo impegnarmi in alcun modo su questioni ontologiche nei miei discorsi ordinari (ma anche se esprimo esplicitamente una posizione neutrale o agnostica su questioni ontologiche, e perfino se ho opinioni ontologiche non standard) è innegabile che vi sia un modo di pensare a quali oggetti ci sono che mi viene più naturale e che suppongo venga altrettanto naturale a quelli con i quali sto comunicando. Ma allora che cosa c’è di più naturale che sfruttare questo modo di pensare quando voglio comunicare qualcosa? A titolo illustrativo, s’immagini una situazione nella quale ci sia la necessità di escogitare un linguaggio col quale comunicare gli uni con gli altri. Non avrebbe forse più senso elaborare un tale linguaggio così che i segni che lo compongono corrispondano al nostro modo naturale di concepire il mondo? Se sia io, sia voi siamo inclini a concepire il mondo come se contenesse tavoli e sedie e se la questione ontologica non fosse all’ordine del giorno, non sarebbe più naturale escogitare un linguaggio in cui si parli di tavoli e di sedie piuttosto che adottarne uno più neutrale?

  • 33 Vedi, per es., Lewis 1997.
  • 34 Può essere utile confrontare queste idee con quelle di Szabo 2003.

53Obiezione 5. In qualche misura, la prossima obiezione serve a rafforzare quella precedente. Si considerino gli insegnamenti che possono essere tratti dagli argomenti che Kripke, Putnam e i loro seguaci hanno proposto a favore delle spiegazioni causali del riferimento. Anche se è stato Schmidt, e non Godei a provare il teorema d’incompletezza, “Godei” si riferisce comunque a Godei, perché l’uso del nome “Godei” è connesso causalmente con Godei nella maniera appropriata. Applichiamo tutto ciò al nostro caso. Se i soli oggetti complessi che esistono sono privi di duttilità modale, allora saranno questi ultimi ad essere causalmente correlati nella maniera appropriata al nostro uso di predicati ordinari quali “uomo”, “tavolo”, “roccia”, ecc. e al nostro uso di nomi ordinari. Per la teoria causale tali oggetti privi di duttilità modale sono ciò a cui i nostri predicati si applicano e ciò a cui i nostri nomi si riferiscono. Per quanto rilevante, mettiamo da parte la teoria causale. Secondo le versioni moderne del descrittivismo, il riferimento dei predicati e dei nomi che impieghiamo è determinato a partire dalle relative “teorie ingenue” («folk theories») ovvero si riferiscono a ciò che soddisfa tali teorie, e, se non c’è nulla che le soddisfi del tutto, a ciò che più ci va vicino33. E quindi uno scenario possibile, poniamo, quella in cui non ci siano affatto oggetti con le proprietà modali che siamo soliti attribuire a tavoli e sedie, ma ci siano invece altri oggetti, dalle proprietà modali totalmente differenti, che ciò nondimeno si avvicinano a sufficienza alla nostra concezione ordinaria34.

54Risposta. In una certa misura, ciò che questa obiezione suggerisce deve in effetti verificarsi. Anche se le proprietà modali degli oggetti complessi esistenti differiscono in qualche misura dalle proprietà modali che siamo soliti attribuire agli oggetti ordinari di taglia media, ciò nondimeno essi possono comunque essere ciò a cui i nostri nomi si riferiscono e ciò cui si applicano i nostri predicati in senso letterale. Ma affinché l’indifferentismo non sia una specie di ruota che gira a vuoto è sufficiente che, a volte, ci sia uno scarto tra la verità della proposizione letteralmente espressa dall’enunciato proferito e ciò a cui il parlante stesso s’impegna. Inoltre, è importante sottolineare come le osservazioni fatte nel corso dell’obiezione portino alla stessa conclusione dell’indifferentismo: nonostante le apparenze, le asserzioni ordinarie non sono ostaggio di ciò che si potrebbe scoprire a livello metafisico. (Il problema, piuttosto, è che l’indifferentismo potrebbe rivelarsi irrilevante).

7 Conseguenze per l’ontologia

55Come accennato in precedenza, una delle principali motivazioni dell’indifferentismo è di natura ontologica. Prenderò ora in considerazione alcuni problemi e posizioni in ontologia insieme alle implicazioni che il finzionalismo e l’indif- ferentismo hanno per essi.

56In primo luogo: questioni quineane. Spesso il finzionalismo è presentato come una risposta a quello che si può chiamare il progetto quineano in ontologia. Ci sono due idee quineane che faremo bene a tenere distinte. Una è che siamo ontologicamente impegnati esattamente a tutto ciò che deve ricadere nel dominio delle variabili vincolate della teoria del mondo che accettiamo se tale teoria deve essere vera. Su questo punto, tanto il finzionalismo quanto l’indifFerentismo problematizzano l’idea quineana: queste teorie rilevano, in maniera differente, come accettare non significhi accettare come strettamente e letteralmente vero. Una seconda, e per certi versi ben più cruciale, idea quineana è che dovremmo essere ontologicamente impegnati a ciò che deve esistere affinché la miglior teoria del mondo sia vera. Né il finzionalismo (il finzionalismo ermeneutico, quello del quale ci siamo interessati in questa sede) né l’indifferentismo sono direttamente rilevanti per questa seconda questione: entrambe le teorie si preoccupano esclusivamente di ciò a cui di fatto ci impegniamo, e non di ciò a cui dovremmo impegnarci. Un’assunzione di fondo di gran parte della discussione sul finzionalismo è che i nostri impegni “di fatto” forniscano in qualche modo una guida per stabilire gli impegni che dovremmo contrarre. Questa assunzione può certo essere ritenuta problematica. Ma se può essere adottata, allora il finzionalismo e l’indifferentismo sono entrambi rilevanti anche per questa questione. Se, invece, l’assunzione non è ammissibile, il finzionalismo e l’indifferentismo perdono entrambi la loro rilevanza sulla questione.

  • 35 Si vedano Yablo 1998: 259 ss., e Rosen e Dorr 2002. Naturalmente il semplice fatto che il senso com (...)

57In secondo luogo: un punto strettamente collegato. Si potrebbe pensare che il finzionalismo sia rilevante per l’ontologia nei seguenti termini: se possediamo una qualche evidenza per rispondere a domande su ciò che esiste, questa evidenza deve venire dal senso comune; nello specifico, da considerazioni che riguardano quali giudizi saremmo disposti a dare su cosa esiste. Ma se il finzionalismo è vero, per una certa classe di proferimenti si apre la possibilità che ciò che appare come una posizione di senso comune, ovvero che certe entità esistono, non offra realmente una risposta alla domanda sulla effettiva esistenza di tali entità. Certo, esprimiamo tutti i giudizi esistenziali del caso, ma ciò che stiamo facendo in realtà è giudicare dell’esistenza delle entità in questione solamente dal punto di vista di una finzione. Eppure, prosegue il ragionamento, i nostri giudizi di senso comune costituiscono la nostra unica fonte possibile di evidenza su quali tipi di entità esistano. Si giunge così all 'agnosticismo sull’esistenza di queste entità35. Date le precedenti assunzioni, l’indifFerentismo non sarebbe diverso dal finzionalismo nel favorire una posizione agnostica. A dire il vero, l’indifferentismo potrebbe essere una posizione ancor più generalizzabile del finzionalismo tradizionale e potrebbe quindi motivare un agnosticismo a tutto campo. (Devo ammettere che nemmeno io condivido quest’ultimo punto. È utile ricordare come io abbia sostenuto in precedenza che il finzionalismo linguistico può essere un’opzione tanto nel caso degli oggetti materiali quanto in quello degli oggetti astratti).

  • 36 Vale la pena di citare per intero il passaggio rilevante di Yablo 1998. Dopo aver argomentato in fa (...)

58In terzo luogo, un’idea discussa (sebbene non difesa) da Yablo 1998 è che il discorso su ciò che esiste manchi completamente di significato letterale, così che non solo le nostre affermazioni desistenza sono finzionali, ma non potremmo coglierne il significato letterale nemmeno se ci provassimo (a mo’ di paragone, pensate a come il discorso sui “fantastiliardi” («zillions») manchi di significato letterale). Chiaramente, l’indifferentismo non può avere conseguenze così radicali nel caso dell’ontologia. Questa, comunque, è una idea sulle conseguenze del finzionalismo per l’ontologia che non ha un analogo nel caso dell’indifferentismo ed è, nello specifico, un’idea tanto radicale da non aver alcun sostenitore36.

59La conclusione che si trae da questa rassegna sulle conseguenze del finzionalismo e dell’indifferentismo per diverse posizioni ontologiche - o forse metaontologiche — è che le due teorie hanno all’incirca le medesime conseguenze. Fa eccezione l’ultima proposta, ma si tratta di una proposta metaontologica che non ha sostenitori.

8 Conclusioni

60Se l’indifferentismo coglie nel segno, allora il finzionalismo diventa superfluo rispetto a molti scopi teorici. L’indifferentismo previene il finzionalismo. Sotto un altro aspetto, Findefferentismo si allea con il finzionalismo: se, infatti, il finzionalismo rappresenta una minaccia reale al progetto quineano in ontologia, il ricorso alfindifferentismo come alternativa teorica rende la minaccia ancora più seri**.

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Bibliografia

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Note

1 La distinzione tra finzionalismo ermeneutico e rivoluzionario si deve a Stanley 2001: 36. Come egli stesso nota, la distinzione è adattata dalla distinzione tra nominalismo ermeneutico e rivoluzionario che si trova in Burgess e Rosen 1997: 6.

2 Stanley 2001: 37.

3 Stanley 2001: 36.

4 Cfr. Yablo 2002.

5 Yablo 2000: 200. L’esempio si trova originariamente in Burgess e Rosen 1997: 3.

6 Naturalmente l’esperimento mentale con l’oracolo può essere rigettato in entrambi i casi. Una strategia per resistervi sarebbe, nel caso della matematica, quella di dire con i neo-Fregeani (cfr. Hale e Wright 2001) che è una sorta di verità concettuale che gli oggetti matematici esistono – nel caso degli oggetti ordinari, parallelamente, la tesi sarebbe che è una sorta di verità concettuale che gli oggetti ordinari esistono, a patto che esistano gli atomi o le sostanze opportune – e che se le cose stanno così, l’esperimento mentale è alquanto difficile da valutare. Sarebbe come se l’oracolo ci avesse detto che siamo di fatto degli scapoli sposati. Un’altra via per resistere all’esperimento è la seguente. Forse dopo che mi sarà stato rivelato che non ci sono oggetti matematici continuerò ad usare enunciati matematici allo stesso modo di prima, dal momento che quello rimarrà il modo più efficace per comunicare certi fatti sul mondo circostante. Non avanzerò quindi quegli enunciati come se esprimessero letteralmente proposizioni vere. Ma questo non significa che io, in precedenza, non avanzassi gli stessi enunciati a quel modo.

7 Sulla stuff ontology, cfr. O’Leary-Hawthorne e Cortens 1995; sull’essenzialismo mereologico, Chisholm 1973; e per l’eliminativismo à la van Inwagen, van Inwagen 1990 e Merricks 2001

8 Non sono il primo a estendere ciò che è, nella sostanza, l’esperimento mentale dell’oracolo al caso degli oggetti ‘ordinari’. Cfr. anche Dorr 2002: 22 ss.

9 Cfr. in particolare Yablo 2001: 97 ss.

10 Cfr. Bach 1994.

11 Cfr. Donnellan 1966.

12 Un oggetto privo di duttilità modale è un oggetto che non avrebbe potuto avere altre proprietà se non quelle che di fatto possiede. Qui sorge una complicazione. Si può ritenere che un oggetto privo di duttilità modale non possa essere felice (e che un insieme di atomi non potrebbe essere felice, e...). Su questo non sono sicuro. Ma se anche è corretto, non rappresenta un problema profondo: il parlante non s’impegna sul fatto che sia la felicità ad essere instanziata, o la felicità* (la controparte della felicità per gli oggetti privi di duttilità modale), o la «s-felicità» (la controparte della felicità per gli insiemi di atomi, ecc.)

13 Per quanto incredibile possa sembrare l’idea che non ci sono oggetti spazio-temporalmente determinati, non è affatto chiaro che ci si impegni davvero all’esistenza di tali oggetti nei nostri proferimenti ordinari. Forse, nei nostri enunciati non intendiamo impegnarci a nulla più del fatto che le rispettive parafrasi nel linguaggio che Strawson chiama «feature-placing» – cfr. Strawson (1959) – sono corrette (sempre che un simile linguaggio sia possibile).

14 Van Inwagen 1990, sezione 11.

15 A giudicare da quello che dice van Inwagen, p. 112 ss., questa sembra essere anche la sua posizione. Ciò che è differente nella presente formulazione, rispetto a quella di van Inwagen, è che io sto inserendo la difesa della strategia della parafrasi in un quadro più generale. Qui, come in altre occasioni, sto cercando di sottolineare che ciò a cui un parlante si impegna potrebbe essere indeterminato. E questo mi sembra un punto importante a prescindere da ogni altra considerazione. Per quanto riguarda il confronto tra indifferentismo e finzionalismo, comunque, il punto non è dirimente. Il finzionalista e l’indifferentista possono entrambi dare ragione di una tale indeterminatezza.

16 Cfr., ad esempio, Chomsky 2000a: 180, p. 283 della trad. it. (modificata, N. d. T.).
* Dal momento che le due proprietà menzionate, “abbassare il tasso d’interesse”, e “evitare di essere distrutti»” si applicano negli esempi una volta alla banca in quanto istituzione, e l’altra alla banca in quanto edificio. [N.d.T.]

17 Per una discussione degli esempi di Chomsky contro la semantica referenziale, cfr. Pietroski 2003 e Ludlow 2003

18 Cfr. Davidson 1980.

19 Yablo 2000: 208.

20 Stanley 2001: 51.

21 Yablo 2001: 97.

22 Yablo 2001: 98.

23 Yablo 2002: 202 ss.

24 Si tratta di un far finta che fa uso di appigli per l’immaginazione – di oggetti nel mondo – che contribuiscono alla buona riuscita della finzione. [N.d.T.]

25 Walton 1993: 40 ss. Citato in Yablo 2000: 213.

26 Yablo 2000: 211.

27 Yablo 1998: 257.

28 Stanley 2001: 41 ss. E 47-50.

29 Per risposte a queste critiche, vedi Yablo 2001: 96-99.

30 Secondo l’interpretazione modale (in una forma semplificata; gli aspetti più di dettaglio non sono rilevanti in questa sede) la proposizione espressa da un proferimento di un enunciato matematico S è la proposizione □(aPA2—»S), laddove aPA2 è la congiunzione degli assiomi dell’aritmetica del secondo ordine. Per una trattazione completa, e per ulteriori complicazioni, si veda Heilman 1989.

31 Si veda Uzquiano 2004.

32 Su questo punto sono debitore ad un referee anonimo.

33 Vedi, per es., Lewis 1997.

34 Può essere utile confrontare queste idee con quelle di Szabo 2003.

35 Si vedano Yablo 1998: 259 ss., e Rosen e Dorr 2002. Naturalmente il semplice fatto che il senso comune non aiuti a risolvere questioni ontologiche non è di per sé un elemento a favore dell’agnosticismo. Ci sono altre fonti possibili di conoscenza ontologica, incluse fonti che uno potrebbe ritenere più promettenti del senso comune

36 Vale la pena di citare per intero il passaggio rilevante di Yablo 1998. Dopo aver argomentato in favore del finzionalismo ermeneutico, Yablo dice: «non sono sicuro di che cosa significhi intendere “la città di Chicago esiste” in modo più letterale di come la intendo. Ma supponiamo che questo ostacolo venga superato in qualche modo; imparo a concentrarmi con l’intensità degna di un laser sul valore di verità di “la città di Chicago esiste, in senso letterale”. Ora la mia preoccupazione è diversa: dove quali metodi d’indagine

si possono escogitare per testare la verità d’affermazioni di esistenza modificate in questo modo? Tutti i

nostri metodi ordinari sono stati pensati avendo in mente le versioni originali non modificate» (p. 259).

Nella prima frase viene suggerita la stessa idea discussa nel testo. Nel resto del passaggio si suggerisce una forma di agnosticismo.

** Molte grazie a Brendan Jackson, Agustin Rayo, e a un referee anonimo per gli utili commenti.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Matti Eklund, «Finzione, indifferenza e ontologia»Rivista di estetica, 32 | 2006, 71-92.

Notizia bibliografica digitale

Matti Eklund, «Finzione, indifferenza e ontologia»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 14 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2400; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2400

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