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HomeNumeri32Un enigma per l’ontologia

Note della redazione

«A Puzzle about Ontology», Noûs, 39, 2: 256-283, 2005. I diritti per la pubblicazione della traduzione sono stati acquisti in parte con i fondi per la ricerca del Dipartimento di filosofia dell’Università di Torino e in parte con fondi del Dipartimento di filosofia dell’Università di Chapel Hill del North Carolina, grazie alla gentile intercessione dell’autore. Traduzione di Alessandro Gatti.

Testo integrale

1 Ontologia

1L’ontologia è la disciplina filosofica che cerca di scoprire che cosa c’è: quali entità costituiscono la realtà, di che materia è fatto il mondo? Dunque l’ontologia è parte della metafisica ed infatti sembra rappresentare all’incirca la metà della metafisica. Essa cerca di stabilire quali (generi di) cose ci siano, l’altra metà cerca di scoprire quali siano le proprietà (generali) di queste cose e quali relazioni (generali) intercorrano fra esse. La risoluzione di questioni nell’ambito dell’ontologia porterebbe con sé progressi considerevoli in metafisica, e non solo. Essa condurrebbe, infatti, anche a progressi considerevoli in una varietà di aree della filosofia al di fuori della metafisica. Molti dibattiti filosofici al di fuori della metafisica sono influenzati in modo molto diretto da quanto emerge in ontologia. Il fatto che certe entità ci siano oppure no porterà a dare risposte alquanto differenti in vari dibattiti filosofici. Vorrei allora brevemente accennare ad alcuni dibattiti nei quali le questioni ontologiche assumono un ruolo centrale. Questi dibattiti appartengono sia alla metafisica, sia ad altre aree della filosofia e avranno un’importanza cruciale lungo tutto lo svolgimento di questo saggio:

 

  1. Numeri. Una delle principali questioni in filosofia della matematica sorge quando ci si domanda se ci sia o meno un dominio di oggetti matematici che la matematica mira a descrivere correttamente. A seconda di come ci si pronuncia su questo problema, vengono a delinearsi concezioni molto differenti, relative alla natura della matematica, alla natura dell’oggettività matematica, alla natura della conoscenza matematica e così via. Pertanto, se ci sono numeri (naturali), se la realtà contiene tali entità, allora la matematica, o quanto meno l’aritmetica, avrà per oggetto un dominio di entità, e questo avrà delle conseguenze su quel che pensiamo in merito alla natura dell’aritmetica.

  2. Proprietà. Scoprire se accanto agli individui ci siano anche delle proprietà che questi individui posseggono, rappresenterebbe un progresso considerevole nella comprensione degli individui e del modo nel quale essi sono in relazione tra loro. E nel caso si scoprisse che ci sono delle proprietà, ciò farebbe sorgere un certo numero di questioni in sé stesse difficili: in che modo queste proprietà stanno in relazione con gli individui? Sono esse interamente presenti in ogni individuo che le possiede? Sono astratte o concrete? D’altra parte, se non ci sono proprietà, che cosa vuol dire che due individui sono dello stesso genere? In base alla risposta che si dà alla domanda circa l’esistenza delle proprietà, vengono a delinearsi immagini sostanzialmente differenti del mondo degli individui del quale noi stessi facciamo parte.

  3. Proposizioni. Le questioni ontologiche relative alle proposizioni sono stretta- mente correlate con le questioni che concernono il contenuto degli stati mentali e dei proferimenti, e in particolare con la questione se esistano o meno cose o entità come i significati o i contenuti. Alcuni intendono la credenza e l’avere significato come una relazione a certe entità pubbliche, che sono il contenuto della credenza e la cosa che viene significata. Se, invece, non ci sono proposizioni, il contenuto mentale e linguistico dovrà essere concepito secondo modalità assai differenti. E se, d’altro canto, ci sono proposizioni, un problema cruciale per una teoria del contenuto sarà quello di dire esplicitamente in quale modo le nostre parole e i nostri pensieri riescano a individuare una qualche proposizione come proprio contenuto.

2Molti importanti progetti filosofici e, naturalmente, una parte centrale della metafisica, richiedono dunque delle risposte a domande ontologiche. E per trovare risposta a queste domande dobbiamo scoprire se esistano proprietà, proposizioni, numeri e così via. Ma le domande ontologiche e i nostri tentativi di rispondere ad esse fanno sorgere un enigma. Questo enigma va dritto al cuore dell’intera disciplina che chiamiamo “ontologia”, e suggerisce che queste domande ontologiche non siano state ancora pienamente comprese. Nel presente articolo si cerca di compiere qualche progresso verso una migliore comprensione di questo problema, nonché di risolvere un tale enigma per l’ontologia.

2 L’enigma

3L’enigma che riguarda l’ontologia consiste semplicemente nel fatto che sembrano esserci due risposte di segno contrario ma ugualmente valide alla domanda

(D) Quanto è difficile rispondere ai quesiti ontologici?

2.1 Risposta I: Molto difficile

4I quesiti ontologici sono quesiti relativi a quali generi di cose costituiscano la realtà e sono da considerare tra i problemi più difficili che si possono incontrare. In effetti, essi sembrano così difficili che nessun reale progresso è stato fatto nel tentativo di dare risposta alla maggior parte dei quesiti ontologici che hanno interessato i filosofi negli ultimi duemila anni. I quesiti ontologici elencati poco fa sono ancora ampiamente dibattuti, così come lo sono stati per secoli. Forse il meglio che si possa fare quando si cerca di rispondere a questi quesiti è ciò che consigliava Quine: guarda alla miglior teoria generale del mondo, una teoria che sono gli scienziati e non i filosofi a formulare, e controlla se essa richieda o no l’esistenza di certe entità. Se è così, puoi considerare che il quesito riguardante l’esistenza di queste entità abbia ricevuta una risposta affermativa, se non è così, puoi considerare che la risposta sia negativa. In ogni caso, trovare risposta a questi quesiti sarà, come minimo, altrettanto difficile che articolare la nostra migliore teoria generale del mondo, ossia: molto difficile.

2.2 Risposta II: È banale

5Una risposta al quesito se ci siano o no proprietà, proposizioni, o numeri segue immediatamente dalle premesse meno controverse che si possano immaginare. E le inferenze coinvolte nella derivazione della risposta da queste premesse sono così semplici e facili che ci vuole un filosofo per poter anche solo provare a metterle in discussione. Ecco alcuni esempi di come si possa rispondere a questi quesiti:

- Proposizioni

  • Fido è un cane.

  • Quindi: E vero che Fido è un cane.

  • Quindi: Qualcosa è vero, nella fattispecie che Fido è un cane.

    • 1 Qui e altrove assumo che le proposizioni siano qualunque cosa per le quali stanno le subordinate in (...)

    Quindi: Ci sono proposizioni, e una di esse è che Fido è un cane1.

- Proprietà

  • Fido è un cane

    • 2 O, in un italiano più comune, la caratteristica. Qui di seguito ignorerò questa sfumatura.

    Quindi: Fido possiede la proprietà2 di essere un cane

  • Quindi: C’è una proprietà che Fido possiede, nella fattispecie essere un cane

  • Quindi: Ci sono proprietà, tra le quali essere un cane

- Numeri

    • 3 Questo è, naturalmente, l’esempio che si trova nei Grundlagen di Frege (vedi Frege 1884). Ignoriamo (...)

    Giove ha quattro lune3.

  • Quindi: Il numero delle lune di Giove è quattro.

  • Quindi: C’è un numero che è il numero delle lune di Giove, nella fattispecie quattro.

  • Quindi: Ci sono numeri, e tra essi il numero quattro.

  • 4 Anche Stephen Schiffer ha sottolineato questo aspetto delle proprietà e delle proposizioni. Egli ch (...)

6Questi argomenti, pur nella loro semplicità, sono oggetto di controversia, naturalmente. Ma siamo onesti: si possono trovare argomenti più semplici e più lineari da qualche altra parte in filosofia? Qualcuno potrebbe realmente dubitare di questi argomenti, a meno che non abbia qualche preesistente ragione filosofica per farlo? Non sto suggerendo di accettare ciecamente questi argomenti, ma intendo solo sottolineare quanto essi siano davvero semplici e lineari. Tra breve li esamineremo in dettaglio, ma prima vorrei segnalare il fatto che essi possono venire addirittura rafforzati, in diversi modi4.

7Innanzitutto, non è necessario muovere da una premessa solo contingentemente vera, come “Fido è un cane” o “Giove ha quattro lune”. Questi argomenti si possono formulare anche muovendo esclusivamente da premesse che sono vere necessariamente, o addirittura da premesse che sono tutte analitiche, come nei seguenti casi:

- Proposizioni (il caso delle proprietà è analogo)

  • Fido è un cane oppure Fido non è un cane

  • Quindi: E vero che Fido è un cane, oppure non è vero che Fido è un cane

  • Quindi: Qualcosa è o vero o non vero, nella fattispecie che Fido è un cane.

- Numeri

  • Ci sono tanti scapoli quanti uomini non sposati

  • Quindi: Il numero degli scapoli è uguale al numero degli uomini non sposati

  • Quindi: Ce un numero che è il numero degli scapoli e degli uomini non sposati.

8Un secondo modo di rafforzare i precedenti argomenti consiste nel segnalare che il riferimento a proprietà, proposizioni, numeri, così come viene introdotto nell’inferenza dalla prima premessa, non è, di fatto, necessario, dal momento che possiamo servirci di premesse non controverse che apparentemente già lo contengono. Ecco, brevemente, due esempi:

- Proprietà

  • Essere un filosofo è più divertente che essere un contabile

  • Quindi: Qualcosa è più divertente che essere un contabile

  • Quindi: Ci sono proprietà, tra le quali essere un filosofo

Proposizioni

  • Che il riscaldamento globale farà del Michigan una meta per le vacanze di Pasqua è inverosimile

  • Quindi: Qualcosa è inverosimile, nella fattispecie che il riscaldamento globale farà del Michigan una meta per le vacanze di Pasqua

  • Quindi: Ci sono proposizioni, e una di esse è che il riscaldamento globale farà del Michigan una meta per le vacanze di Pasqua.

9Al quesito se ci siano o no proprietà, proposizioni o numeri si può rispondere in modo banale, servendosi di una semplice inferenza da premesse assolutamente non controverse, in generale funzioneranno tutte le affermazioni ordinarie che noi tutti siamo pronti ad accettare, e in effetti si avrà bisogno unicamente di affermazioni necessariamente vere.

10Questa situazione, nella quale sembra che i quesiti ontologici siano, in un senso, i quesiti più difficili e che, in un altro senso, essi siano del tutto banali, ha afflitto l’ontologia per lungo tempo. Essa, in parte, è anche ciò che rende l’ontologia, agli occhi di molta gente, una disciplina così futile. Da un lato, l’ontologia sembra futile perché i filosofi cercano di scoprire se ci siano numeri, anche quando ogni matematico crede che ci siano infiniti numeri primi, e nessuno avrebbe mai da ridire in merito. Ma dall’altro lato c’è il compito, arduo a tal punto da sembrare quasi impossibile, di scoprire se il mondo, accanto alle normali cose che si trovano nello spazio e nel tempo, ne contenga anche altre, ugualmente reali, e che, tuttavia, né si trovano nello spazio e nel tempo, né hanno un’interazione causale con noi.

11Le due risposte alla domanda “Quanto è difficile rispondere ai quesiti ontologici?” corrispondono a due reazioni che spesso i filosofi hanno quando si domandano, ad esempio, se ci siano o meno proprietà. Una reazione consiste nel dire che si tratta di un quesito metafisico sostanziale, difficile e irrisolto. L’altra reazione porta a dire che, ovviamente, ci sono proprietà.

12Una, ad esempio, è essere un cane e un’altra è essere un gatto.

2.3 Che fare?

13Questa situazione richiede un’indagine più approfondita. Come può accadere che questioni metafisiche sostanziali abbiano risposte apparentemente banali, risposte che sono immediatamente implicate da affermazioni ordinarie del parlare di tutti i giorni, che tutti accettiamo e che apparentemente non sono messe in discussione tra coloro che hanno disaccordi in fatto di ontologia? Questa situazione può suscitare un certo numero di reazioni e dovremo comprendere quale sia quella appropriata.

14Una prima reazione è essere inclini ad accettare gli argomenti banali e concludere che i quesiti ontologici sono essi stessi banali. Ma è difficile vedere come questa possa essere una risposta soddisfacente. 1 quesiti dell’ontologia, così come sono intesi dai metafisici, hanno senz’altro l’aspetto di quesiti sostanziali ai quali dare risposta. Sono quesiti intorno ai generi di cose che costituiscono la realtà, e domande di questo tipo suonano senz’altro in modo tale da non suggerire affatto che si tratti di quesiti banali, ma piuttosto di quesiti così difficili da non avere risposta. Chiunque accetti la risposta menzionata poco sopra, dovrà dare qualche spiegazione del perché questi quesiti ci appaiano sostanziali e difficili, quando di fatto essi sono banali. E non sarà un compito facile.

15Una seconda reazione è accettare che l’ontologia sia difficile e disconoscere, in qualche modo, le inferenze banali. Forse in uno dei passaggi di queste inferenze ce un errore, forse uno di questi passaggi non è valido. Ma neppure questa strada è semplice da percorrere. Dopo tutto, sembra proprio che questi passaggi diano luogo ad un’inferenza perfettamente valida. Chi proponga questa strategia dovrà spiegare sia perché veniamo tratti in inganno nell’accettare tali inferenze, anche se non sono valide, sia come avvenga che queste stesse inferenze ci appaiono valide.

16È inoltre possibile una terza reazione. Stando ad essa noi non comprendiamo ancora appieno i quesiti ontologici e il modo in cui ad essi si debba rispondere. Una volta che avremo raggiunto una migliore comprensione di che cosa ci stiamo domandando quando poniamo quesiti ontologici, l’enigma di cui sopra si dissolverà. Come si suppone che ciò debba avvenire è, ovviamente, un’altra questione. Seguire questa direzione significa rendere esplicito che cosa venga frainteso nei quesiti ontologici, che cosa faccia sorgere un simile equivoco e in quale modo l’enigma si risolva una volta che l’equivoco sia stato chiarito.

17Quale che sia la direzione scelta, è utile esaminare in maggiore dettaglio le inferenze apparentemente banali illustrate poc’anzi, per capire esattamente cosa avvenga al loro interno. Questo dovrebbe aiutarci a comprendere se la seconda strategia, quella che disconosce le inferenze banali, sia una strategia perseguibile. Le inferenze in questione portavano a conclusioni diverse: che ci sono proprietà, che ci sono proposizioni e che ci sono numeri; ciononostante la loro forma sembrava essere molto simile. Tutte quante si articolavano in due passaggi:

      • 5 Uso il termine in senso ampio, che include le frasi subordinate introdotte da «che» e le altre fras (...)
      • 6 Sarebbe meglio dire: sintagma nominale o frase subordinata, ma la precisa categoria sintattica di q (...)

      Passaggio 1: Nominalizzazione5. Il primo passaggio degli argomenti banali consiste nel riformulare un enunciato introducendo un nuovo sintagma nominale6 o termine singolare che sembra tuttavia preservare il contenuto vero-condizionale dell’enunciato stesso. Comprendere questo passaggio vuol dire comprendere la differenza tra

      (1) Fido è un cane

      e

      (2) Fido possiede la proprietà di essere un cane.

    1. Passaggio 2: Quantificazione. Il secondo passaggio consiste nel compiere un’inferenza basata sui quantificatori, usando quel nuovo sintagma nominale nella premessa. Una volta che questo è stato fatto, si ha la quantificazione su proprietà, proposizioni e numeri, e in questo modo il nostro impegno ontologico è stato reso esplicito. Questi enunciati quantificati implicano poi in modo banale che ci sono proprietà, proposizioni e numeri. Comprendere questo passaggio vuol dire comprendere che cosa avviene nell’inferenza da

      (3) Fido possiede la proprietà di essere un cane,

      a

      (4) C’è una proprietà che Fido possiede.

18Nelle pagine seguenti esamineremo in un certo dettaglio ognuna di queste inferenze. Le conclusioni che ricaveremo da questa indagine suggeriranno che la terza reazione all’enigma è la più vicina alla verità e che si deve pertanto assumere un approccio più cauto ai quesiti ontologici. Anche se tali quesiti possono venire formulati usando solo tre parole («Ci sono numeri?»), essi sono un po’ più complicati di quanto questo potrebbe far credere.

3 Nominalizzazione

3.1 Una strana coppia

19Il primo passaggio delle inferenze banali è del tutto simile nei diversi casi dei numeri, delle proprietà e delle proposizioni. Si tratta di compiere una transizione da un’affermazione metafisicamente innocente, un’affermazione che sembra non avere assolutamente nulla a che fare con la metafisica, come

(5) Fido è un cane,

o

(6) Giove ha quattro lune.

20alle loro controparti metafisicamente impegnative, ossia affermazioni come

(7) Fido possiede la proprietà di essere un cane.

(8) È vero che Fido è un cane.

(9) Il numero delle lune di Giove è quattro.

21Chiamo queste ultime controparti metafisicamente impegnative perché esse sembrano essere vero-condizionalmente equivalenti alle corrispondenti affermazioni innocenti, ma allo stesso tempo non danno più l’impressione di essere innocenti metafisicamente. Laddove l’affermazione innocente parlava solo di Fido, Giove e delle lune di Giove, le controparti metafisicamente impegnative sembrano parlare di numeri, proposizioni, proprietà e verità. Non si vede come questo possa suonare metafisicamente innocente. Eppure, prima facie, essi sembrano essere equivalenti, di modo tale che l’implicazione procede in entrambe le direzioni. Non solo (5) implica (7), ma vale anche l’implicazione in senso opposto, e lo stesso accade con le altre coppie di enunciati.

22L’apparente equivalenza tra un’affermazione innocente e la sua controparte metafisicamente impegnativa, di per sé, suscita interrogativi. Apparentemente esse sono equivalenti quanto a condizioni di verità. Dopo tutto, come potrebbe accadere che Giove abbia quattro lune, ma il numero delle lune di Giove non sia quattro? O che il numero delle lune di Giove sia quattro, ma Giove non abbia quattro lune? La verità di un’affermazione sembra garantire la verità dell’altra. Inoltre, l’equivalenza vero-funzionale è ovvia, forse addirittura a priori. Ma d’altro canto, le affermazioni innocenti e le loro controparti metafisicamente impegnative sembrano parlare di cose differenti. (5) parla solamente di Fido, mentre (7) parla sia di Fido, sia di qualcos’altro, di una proprietà. In modo analogo, (8) parla di una proposizione, e solo indirettamente di Fido. Ma come può esserci un’equivalenza ovvia tra due affermazioni, quando in esse si parla di cose differenti?

23In effetti, potrebbe ben darsi che ci sia un’equivalenza metafisica tra (5) e (8), nel senso che sia metafisicamente necessario che (5) è vero soltanto nel caso in cui anche (8) è vero.

24Ma perché questa equivalenza dovrebbe essere ovvia per i comuni parlanti dell’italiano? Perché mai essa dovrebbe essere ovvia anche per i parlanti che non hanno mai sentito parlare di metafisica, proposizioni e tutto il resto? E ancora: se le affermazioni innocenti e le loro controparti metafisicamente impegnate sono davvero equivalenti, perché la nostra lingua avrebbe sistematicamente due modi diversi per comunicare le stesse condizioni di verità?

  • 7 Si veda Frege 1884.

25Potrebbe accadere che usiamo una o l’altra delle controparti metafisicamente impegnative in qualche comune situazione comunicativa di tutti i giorni, oppure la loro unica funzione comunicativa è rendere espliciti gli impegni metafisici? Per comprendere che cosa accada nell’inferenza che mette in atto la nominalizzazione dovremo compiere dei progressi relativamente a questi quesiti. Nella letteratura sono state avanzate varie proposte su come intendere le affermazioni come quelle metafisicamente impegnative viste poc’anzi, nonché sulla questione se esse siano davvero equivalenti con le affermazioni innocenti. Frege, ad esempio, ha proposto7 che in (9) le parole «il numero delle lune di Giove» e «quattro» siano termini singolari che stanno per oggetti. Quindi (9) è un’affermazione d’identità che asserisce che ciò per cui due termini singolari stanno è la stessa cosa. Così inteso, (9) è come

(10) Il compositore del Tannhàuser è Wagner

26Frege sosteneva anche che (9) e (6) sono equivalenti. Altri, come Field (in Field 1989), sono in disaccordo con Frege sulla questione dell’equivalenza, mentre sono d’accordo con lui su come l’enunciato (9) vada inteso, se preso letteralmente. Field pensa che l’equivalenza sussista soltanto se si assume che ci siano numeri. Quindi, in senso stretto, (6) e (9) non sono equivalenti. Field è tuttavia d’accordo sul fatto che (9), preso letteralmente, sia un’affermazione d’identità tra due termini singolari la cui funzione è di riferirsi a oggetti. Tuttavia, intendendo (9) come se fosse un’affermazione d’identità analoga a (10), si trascura una caratteristica cruciale che (9) possiede e che essa condivide con altre affermazioni metafisicamente impegnative menzionate più sopra, ma non con (10). La comprensione di questa caratteristica è la chiave per comprendere anche il rapporto tra le affermazioni innocenti e le loro controparti metafisica- mente impegnative.

27Una trattazione del rapporto tra le affermazioni innocenti e le loro controparti metafisicamente impegnative dovrà contenere:

  1. Una trattazione dei giudizi intuitivi relativi alla loro equivalenza vero-condizionale

  2. Una trattazione della differenza di funzione comunicativa (ammesso che ci sia) tra queste affermazioni

  3. Una trattazione della questione se l’inferenza dall’una all’altra sia veramente valida.

28Questo potrebbe sembrare un compito di notevole impegno, ma una volta che avremo osservato che c’è una differenza molto importante tra le controparti impegnative e le affermazioni innocenti e dopo che avremo confrontato la situazione che ci interessa con un caso analogo, ci si renderà disponibile un modo di guardare alle cose che offre risposte a questi quesiti, in modo assai diretto.

3.2 Costruzioni di focalizzazione

29Il rapporto tra un’affermazione innocente, come (6), e la sua controparte impegnativa, come (9), presenta un’interessante somiglianza con il rapporto che intercorre tra altre coppie di enunciati, come ad esempio le seguenti:

(11) A Johan piace il calcio.

e

(12) È a Johan che piace il calcio,

oppure

(13) È il calcio che piace a Johan

  • 8 Vedi, ad esempio, Rochemont e Culicover 1990, Herburger 2000 o Roth 1985, per informazioni molto pi (...)

30Questi enunciati sembrano essere vero-condizionalmente equivalenti, e sembrano esserlo in modo ovvio. E un membro di queste coppie, (l 1), è sintatticamente più semplice del restante enunciato, il quale comporta una più complicata struttura sintattica, più parole e così via. Ma c’è anche una chiara differenza tra essi in fatto di funzione comunicativa. Anche se (11), (12) e (13) comunicano tutti la stessa informazione, lo fanno in modo differente. (11) comunica l’informazione in modo neutrale, senza sottolineare né mettere in risalto nessun aspetto particolare. (12) e (13), al contrario, sottolineano un particolare aspetto di ciò che viene detto e ciascuno di essi sottolinea un aspetto differente. (12) mette in risalto a chi piace il calcio, mentre (13) pone l’accento su che cosa piace a Johan. Questo fenomeno è comunemente chiamato focalizzazione («focus»), ed è un argomento ampiamente discusso in linguistica8.

31Nella lingua parlata, normalmente, un effetto di focalizzazione si ottiene per mezzo dell’intonazione, come in

  • 9 Le lettere maiuscole rappresentano qui l’enfatizzazione fonetica. Ignoreremo completamente i compli (...)

(14) A Johan piace IL CALCIO9,

oppure in

(15) A JOHAN piace il calcio.

32Un proferimento di (14) o di (15) non presenterebbe l’informazione in modo neutrale. Esso sottolineerebbe il fatto che è Johan che ama il calcio e non qualcun altro, nel caso di (15). Oppure che è il calcio che piace a Johan e non qualcos’altro, nel caso di (14).

33Possiamo dunque dire che ci sono almeno due modi per ottenere effetti di focalizzazione, nel linguaggio naturale. Un modo prevede l’uso dell’intonazione e della sottolineatura Fonetica e propongo di chiamarla focalizzazione intonazionale. Un altro modo consiste invece nel servirsi di certe costruzioni sintattiche, come la cosiddetta «costruzione scissa», che è ciò su cui (12) e (13) sono basate. La chiameremo focalizzazione strutturale. La distinzione tra focalizzazione intonazionale e strutturale non è una distinzione tra diversi tipi di focalizzazione, ma piuttosto tra diverse fonti dell’effetto di focalizzazione.

34La focalizzazione è un aspetto importante della comunicazione. Esso è coinvolto nel correggere informazioni errate, nel presentare certi aspetti dell’informazione come nuovi o importanti e in molto altro ancora. Una funzione di considerevole importanza della focalizzazione nella comunicazione è la sua interazione con le domande. Si consideri la domanda

(16) Chi ama il calcio?

35Scegliere (13) come risposta a questa domanda sarebbe alquanto infelice, anche se ciò che viene detto è corretto e comunica tutta l’informazione che è pertinente per rispondere in modo appropriato alla domanda. Ma centrando la focalizzazione sul calcio si sta mettendo in risalto la cosa sbagliata. Che sia il calcio a piacere era qualcosa di già dato per acquisito. Ciò che si domandava era a chi piaccia il calcio. (12), al contrario, è una risposta perfetta. Anche se questi due enunciati sono vero-condizionalmente equivalenti, la loro funzione nella comunicazione e la loro interazione con le domande è molto differente.

  • 10 La focalizzazione può avere effetti sulle condizioni di verità, ad esempio quando un enunciato cont (...)

36Quale sia la precisa funzione della fecalizzazione all’interno della comunicazione e quali siano precisamente i rapporti tra la fecalizzazione da un lato e l’intonazione e la struttura sintattica dall’altro, sono quesiti sostanziali e difficili dei quali si occupa la linguistica. Qui non dobbiamo trovare una risposta a questi quesiti. Una lezione che tuttavia dobbiamo apprendere, dalla costruzione scissa così come da altre costruzioni affini, è che ci sono quelle che vengono chiamate costruzioni di focalizzazione: modi di veicolare informazione sintatticamente, che sono direttamente correlati all’effetto di fecalizzazione che producono, ma che non hanno nessun altro effetto diretto sulle condizioni di verità10. E la costruzione scissa è un buon esempio di questo tipo. Le costruzioni di fecalizzazione possono essere spiegate in modo efficace, affidandosi alla metafora del movimento e dell’estrazione, usata comunemente nella sintassi. Nella costruzione scissa sembra che l’elemento sintattico che veicola l’aspetto dell’informazione che viene focalizzato, venga spostato in una posizione speciale, nella quale esso acquista un risalto speciale. Esso viene, per così dire, estratto dalla sua posizione abituale e spostato in una nuova, speciale collocazione. E questo accade molto di frequente, non soltanto nel caso della costruzione scissa. Si consideri anche la coppia di enunciati

(17) Mary parlò sottovoce.

(18) Sottovoce è il modo in cui Mary parlò.

37e molte altre simili. In questo modo si ottiene un effetto di fecalizzazione senza nessuna speciale intonazione, ma usando una particolare costruzione sintattica. Non c’è dubbio che i dettagli di questa spiegazione siano molto complicati e delineare in modo più preciso i rapporti tra le diverse strutture sintattiche e i diversi tipi di effetti di fecalizzazione è un compito che va ben al di là degli obiettivi di questo articolo. Sapere che questo fenomeno ha luogo e lungo linee generali esso va compreso, sarà sufficiente per i nostri scopi.

3.3 Un nuovo approccio al problema

38Ora è tempo di ritornare alle affermazioni innocenti e alle loro controparti metafisicamente impegnative. Una delle questioni cruciali per comprendere il rapporto tra le une e le altre, consiste nel verificare se esse abbiano una funzione differente nella comunicazione. Dal momento che esse sono vero-condizionalmente equivalenti, potrebbe mai accadere che ricorriamo all’una e non all’altra in particolari situazioni comunicative, e se fosse così, quale effetto si otterrebbe? Ciò che emerge è che esse svolgono effettivamente una funzione differente nella comunicazione. Per accorgersene, si consideri il seguente esempio:

39Visito la tua città per la prima volta, non conosco bene la zona, e vorrei fare uno spuntino. Tu mi consigli un chiosco di panini e una pasticceria che si trovano uno vicino all’altra. Mezz’ora dopo mi rincontri e mi chiedi che cosa ho mangiato. Io ti rispondo

(19) Il numero di panini che ho mangiato è due.

40Ovviamente, ciò è strano. In realtà, quel che ho detto è corretto e ti dà l’informazione che sono stato al chiosco di panini. Ma, mettendola così come l’ho messa, non ho evidenziato in modo diretto se ho mangiato panini oppure dolci. Ciò che metto in risalto è quanti panini ho mangiato. Dal momento che qui la cosa non ha importanza e che non era ciò su cui verteva la tua domanda, il mio proferimento è, in una certa misura, fuori luogo. Se avessi detto

(20) Ho mangiato due panini.

41non sarebbe stato strano. Qui (assumendo di non essere in presenza di nessuna particolare intonazione) la focalizzazione non è spostata su quanti panini ho mangiato. In questo caso ti ho detto semplicemente che ho mangiato due panini. Con (19) ti dico che ne ho mangiati due, e aggiungo inoltre che si trattava di panini. Ma quanti panini io abbia mangiato non è importante nel contesto di questa conversazione. Lo è soltanto che cosa ho mangiato. Questa è la ragione per la quale il mio sottolineare quanti panini ho mangiato suona strano.

42(19) produce un effetto di focalizzazione. L’effetto è dare particolare risalto o importanza a quanti panini ho mangiato. Per ottenere questo effetto non è richiesta nessuna particolare intonazione. Usare semplicemente questo enunciato è già sufficiente per produrre l’effetto di focalizzazione. Nessuna particolare intonazione è richiesta per ottenere l’effetto di focalizzazione che spiega la stranezza di (19). La domanda è: come possiamo spiegare il fatto che un proferimento di questo enunciato produca un simile effetto di focalizzazione? Comprendere questo è la chiave per comprendere quale sia il rapporto tra le affermazioni innocenti e le loro controparti metafisicamente impegnative.

  • 11 I dettagli di questo tipo di spiegazione e degli argomenti in suo favore, sono esplicitati in Hofwe (...)

43La situazione dovrebbe ora risultare del tutto chiara, date le considerazioni svolte più sopra. L’effetto di focalizzazione in (19) è un caso di focalizzazione strutturale. Esso si produce senza nessuna particolare intonazione della voce. La soggiacente struttura sintattica è dunque una costruzione di focalizzazione. Questo spiega il prodursi dell’effetto indipendentemente da qualsiasi intonazione. Questa spiegazione della focalizzazione ha delle conseguenze che toccano direttamente il nostro dibattito principale. Per cominciare, essa è in contrasto con il modo fregeano di intendere (9). In base all’analisi alla Frege, (9) è analogo a (10). È un’affermazione d’identità tra due termini singolari il cui scopo è stare per questa o quella entità. Tuttavia, simili affermazioni d’identità, generalmente, non portano con sé un effetto di focalizzazione strutturale. Qualsiasi effetto di focalizzazione prodotto da un’affermazione d’identità viene dall’intonazione. Le affermazioni d’identità non sono basate su costruzioni di focalizzazione. Consideriamo, ad esempio, (10). Non c’è focalizzazione, a meno che non si sottolinei foneticamente questo o quell’aspetto. Pertanto, se la spiegazione dell’effetto in questione in termini di fecalizzazione strutturale è corretta, e non vedo altri modi di spiegarlo, allora, nonostante le apparenze in senso contrario, (9) non è (semanticamente) un’affermazione d’identità costruita usando due termini (semanticamente) singolari. I termini (sintatticamente) singolari “il numero delle lune” e “quattro ”, così come appaiono in (9), devono dunque avere una funzione semantica diversa dal riferirsi a entità. E abbiamo visto, a grandi linee, quale essa potrebbe essere. Questi termini singolari sono il risultato del movimento e dell’estrazione che collocano particolari aspetti del materiale sintattico dell’enunciato in posizioni speciali11.

44La trattazione del rapporto tra le affermazioni innocenti e le loro controparti metafisicamente impegnative sopra delineata, spiega tutte le caratteristiche che ci sono da spiegare a proposito di tale rapporto:

  1. Essa spiega i nostri giudizi di equivalenza vero-condizionale. Proprio come avviene con tali giudizi nel caso della costruzione scissa, essi derivano dalla nostra competenza linguistica e non dall’intuizione metafisica.

  2. Dà una spiegazione del ruolo che le controparti metafisiche hanno nella comunicazione, ossia di produrre effetti di fecalizzazione, in aggiunta alla comunicazione di informazioni.

  3. Dà un spiegazione della validità dell’inferenza. Esattamente come nel caso della costruzione scissa, l’affermazione innocente e la controparte impegnativa sono vero-condizionalmente equivalenti. L’unica differenza sta nel modo in cui la medesima informazione viene presentata, ossia con fecalizzazione o senza.

45Tutto questo potrebbe sembrare efficace e plausibile, se non ci fossero le inferenze quantificazionali. Come potrebbe essere che i termini singolari non abbiano riferimento, mentre le corrispondenti inferenze quantificazionali siano valide, come in effetti sembrano essere? Se “il numero delle lune di Giove” e “quattro”, in questi usi, non stanno per qualche entità, come può essere che (9) implichi che

(21) C’è un numero che è il numero delle lune di Giove, ossia quattro.

46Sembra che l’inferenza quantificazionale sia in tensione con la trattazione di (9) proposta poc’anzi. Per capire se lo sia davvero e per comprendere che cosa avvenga in questa inferenza, dovremo esaminare più da vicino la quantificazione.

4 Quantificazione

47Se le inferenze quantificazionali mostrino che le nominalizzazioni debbono denotare una qualche entità, è una questione che dipenderà dalla nostra comprensione, a livello generale, della funzione dei quantificatori nel linguaggio ordinario e della relazione che intercorre tra essi e le questioni concernenti l’ontologia. È il momento di esaminare questo problema in un certo dettaglio.

4.1 Quantificazione e ontologia

48Non c’è dubbio che ci sia una stretta connessione tra la verità di certi enunciati quantificati e l’ontologia. Per esempio, un comune proferimento di

(22) Qualcuno ha mangiato il mio formaggio.

49sarà vera solamente se la realtà contiene un oggetto o entità che ha mangiato il formaggio del parlante. La verità di questo proferimento refuta tutte le teorie ontologiche che negano le entità mangiatrici di formaggio. In un senso c’è quindi una stretta connessione tra quantificazione e ontologia.

50Ma il problema, qui, è capire se tutti quanti gli usi dei quantificatori abbiano questa funzione e questo stretto legame con l’ontologia, oppure no. Io negherò appunto che sia così. Ma è importante notare che, nelle pagine che seguono, lo negherò su basi empiriche, e non perché voglia disfarmi di questa tesi per ragioni filosofiche. Credo, infatti, che la corretta comprensione della funzione dei quantificatori nel linguaggio naturale porti alla luce il fatto che essi talvolta hanno funzioni differenti e che ci siano ragioni per credere questo indipendentemente dalle questioni concernenti l’ontologia. Porterò un argomento a sostegno di questa tesi tra breve.

4.2 Sottospecificazione semantica

51La sottospecificazione semantica è un fenomeno diffuso nel linguaggio naturale, un fenomeno che si verifica un po’ dappertutto e in una varietà di modi differenti. Si tratta del fenomeno per cui i contributi che il linguaggio dà alle condizioni di verità di un proferimento di un enunciato non determinano completamente quelle stesse condizioni di verità. L’enunciato è quindi semanticamente sottospecificato, e può ricevere differenti letture: differenti condizioni di verità che un proferimento di quell’enunciato può avere. In questi casi, l’aspetto semantico, ciò che appartiene al linguaggio e all’enunciato proferito, non determina completamente le condizioni di verità di un proferimento. Come questo fenomeno possa essere compreso in modo più preciso e quale cornice teorica sia più adatta a ospitarlo, sono questioni controverse. Il fatto che esso si presenti si può difficilmente negare. Possiamo rimanere neutrali sulla questione di quale sia la miglior spiegazione teorica della sottospecificazione semantica e, pur tuttavia, riconoscere quanto questo fenomeno sia esteso. Vorrei menzionare alcuni casi di sottospecificazione semantica, casi che presentano tra loro varie differenze, e che tuttavia sono molto chiarificatori, ai fini della discussione che seguirà.

52Userò qui l’espressione «sottospecificazione semantica» in un’accezione ampia, tale da includere casi quali la fissazione dei valori di dimostrativi e indicali o la restrizione contestuale dei quantificatori. Questi appena menzionati sono casi assolutamente non controversi e nelle pagine che seguono vorrei semplicemente ribadire quanto diffuso e multiforme sia questo fenomeno nel linguaggio naturale.

53Alcuni dei seguenti casi sono più complicati rispetto alla fissazione dei valori degli indicali e alla restrizione contestuale dei quantificatori. Ecco alcuni esempi:

Genitivo. Un proferimento di

(23) L’auto di John ha una gomma a terra.

54normalmente, sarà vera se e solo se l’auto posseduta da John ha una gomma a terra. Ma esso può anche avere le condizioni di verità che l’auto noleggiata da John ha una gomma a terra, oppure che l’auto che John ha preso in prestito ha una gomma a terra, o anche l’auto accanto alla quale John si trova e così via. Per farla breve, il genitivo «di» non sempre contribuisce al contenuto del proferimento specificando la relazione di proprietà. Quale relazione si suppone ci sia tra John e una certa auto e quindi quale relazione venga specificata come contributo al contenuto del proferimento, dipenderà da alcuni aspetti del proferimento stesso.

Plurale. Si consideri la differenza tra

(24) Tre filosofi hanno portato quattro pianoforti. e

(25) Tre filosofi hanno portato quattro libri.

  • 12 Una rassegna che copre un buon numero di questioni relative ai plurali e ai quantificatori si può t (...)

55Un normale proferimento di (24) sarà vero nel caso in cui tre filosofi abbiano portato quattro pianoforti uno dopo l’altro, mentre un normale proferimento di sarà vero nel caso in cui tre filosofi abbiano portato quattro libri ciascuno. Non che in qualche contesto (24) non possa venire usato per dire che tre filosofi hanno portato quattro pianoforti ciascuno, tutti insieme. Ma dato ciò che sappiamo del peso dei pianoforti e della forza dei filosofi, questa lettura non è considerata tra le interpretazioni ragionevoli di ciò che viene detto in contesti standard. Dunque i sintagmi nominali al plurale sono passibili di una lettura collettiva e di una distribuitiva. Possono essere impiegate per parlare di una collezione di cose, o delle cose all’interno di quella collezione. E quale sia la lettura corretta nei singoli casi dipenderà dal proferimento12.

56Espressioni dì reciprocità. Un altro caso di sottodeterminazione semantica sono le espressioni di reciprocità come «tra loro». Si consideri la differente interpretazione delle espressioni di reciprocità nei seguenti proferimenti:

(26) Sull’autostrada di Santa Monica le uscite non distano tra loro più di un miglio.

(27) Le persone si disposero nella stanza in modo da potersi controllare tra loro.

  • 13 Vedi Dalrymple e al. 1998 per una discussione di questi casi.

57In (26) non è richiesto che ogni uscita sia distante un solo miglio da tutte le altre. Affinché l’enunciato sia vero è richiesto semmai che ci sia un’uscita dopo ogni miglio. Nel caso di (27) invece, affinché il proferimento sia vero, è richiesto che tutti possano controllare tutti gli altri. La differenza deriva dal diverso contributo che l’espressione di reciprocità dà al contenuto13.

58Polisemìa. La polisemia è quel fenomeno pervasivo per il quale le singole parole possono dare contributi differenti, seppur correlati^ alle condizioni di verità dei proferimenti degli enunciati nei quali compaiono. E molto comune con i verbi, come in

(28) I figli di John crescono velocemente, e anche i suoi debiti crescono in modo rapido.

  • 14 Per una discussione di questo fenomeno da una differente angolazione, si vedano i saggi in Ravin e (...)

59Molti verbi assai utilizzati, come “prendere” o “dare” hanno molti significati differenti, anche se non irrelati, come in “prendere moglie”, “prendere provvedimenti”, “prendere alla lettera”, oppure “dare l’esempio” e “dare fastidio”14. La polisemia è differente dall’ambiguità propria dei casi come quello della parola “banco”, per il fatto che essa non è accidentale. I diversi usi di “banco”, nel senso di parte dell’arredo di un negozio e di ammasso di qualche materiale (come in “banco di sabbia”) non sono correlati tra loro. Che queste due parole vengano pronunciate allo stesso modo è un fatto accidentale. Lo stesso non vale per la polisemia. Qui c’è una spiegazione del perché la stessa parola possa dare contributi diversi alle condizioni di verità. C’è un nucleo comune di significato che può fornirci tale spiegazione. L’importanza di questo punto emergerà più avanti.

60Nelle lingue naturali, parole e sintagmi possono dare più di un contributo alle condizioni di verità. Questo fenomeno generale si manifesta in una varietà di casi differenti, e questi casi differenti cadono sotto una varietà di categorie diverse. Alcuni di questi casi potrebbero essere considerati tali da comportare un contributo da parte del contesto, altri casi potrebbero invece venire intesi in termini differenti. Come ciò vada inteso in modo più preciso, è un problema che eccede la portata di questo articolo, ed è in generale una questione sostanziale e difficile. Il fatto che questo fenomeno abbia luogo e che sia assai diffuso è ciò che conta per il discorso che segue.

4.3 La funzione comunicativa dei quantificatori

61Un fenomeno simile si verifica nel caso dei quantificatori ordinari e c’è una buona ragione perché sia così. Sosterrò che i quantificatori ordinari sono semanticamente sottospecificati e che possono dare (almeno) due differenti contributi alle condizioni di verità. Quale sia il contributo in uno dei due casi è chiaro. Si tratta della lettura della lettura dei quantificatori che abbiamo visto prima ed è quella che si applica a proferimenti standard di

(29) Qualcosa è caduto sulla mia testa.

62Un tale proferimento è vero se esiste un oggetto nella realtà là fuori che è caduto sulla mia testa. Chiamerò questa lettura del quantificatore, la lettura esterna o lettura in termini di condizionamento del dominio. La prima denominazione ha delle ragioni che verranno chiarite più avanti, la seconda si spiega col fatto che in base a questa lettura il quantificatore impone una qualche condizione sul dominio di entità sulle quali il nostro discorso verte. In questo caso la condizione è che ci sia un’intersezione non vuota tra tutte le cose che ci sono e quelle che sono cadute sulla mia testa. Questa lettura del quantificatore è quella che solitamente si ha in mente quando si dà una semantica di tipo modellistico dei quantificatori stessi. Tuttavia c’è anche un’altra lettura, e si tratta di una lettura che abbiamo a disposizione in modo del tutto indipendente da qualsiasi questione metafisica o filosofica. Motiverò la tesi che nel linguaggio naturale i quantificatori svolgono almeno due funzioni nel modo seguente: primo, vorrei sostenere che abbiamo bisogno che i quantificatori svolgano un certo ruolo inferenziale. Questo si può motivare prendendo in considerazione, ad esempio, una certa situazione nella quale ci troviamo a dover comunicare in una condizione di parziale ignoranza ed essendo consapevoli della nostra ignoranza. Secondo, sosterrò che la lettura in termini di condizionamento del dominio non assegna ai quantificatori il ruolo inferenziale che essi hanno nelle lingue naturati, sebbene essa sia strettamente correlata a quello stesso ruolo inferenza. In molti passaggi dovrò procedere in modo rapido e a grandi linee, ma maggiori dettagli si possono trovare in Hof- weber 2000.

63Uno degli impieghi che abbiamo per i quantificatori è quello di comunicare un’informazione che è lacunosa sotto certi aspetti, servendoci appunto di enunciati che contengono dei quantificatori e che apparentemente ti contengono in modo essenziale (data l’informazione a nostra disposizione).

64Si consideri la seguente situazione:

(30) Hai l’incarico di redigere un profilo psicologico di Fred, e acquisisci l’informazione preziosissima che Fred ammira molto Nixon.

65Questa informazione è preziosissima perché ti permette di trarre un certo numero di conclusioni su quale tipo di cose egli giudichi importanti e su che tipo di persona sia. Il giorno successivo, tuttavia, quando ti siedi per scrivere il profilo, non riesci più a ricordare chi sia la persona che Fred ammira. Tutto ciò che ti ricordi è che questa persona, chiunque sia, è ammirata anche da molti repubblicani. Questa è ancora un’informazione molto utile e la puoi comunicare a qualcun altro nel modo seguente:

(31) C’è qualcuno che Fred ammira molto, e quella persona è ammirata anche da molti repubblicani. Ma chi era già?

66Ora, questa situazione è assolutamente generale. Non importa qui chi fosse la persona ammirata. Lo stesso vale anche quando la persona ammirata è Sherlock Holmes. Si supponga che sia proprio quest’ultima l’informazione che era stata appresa, e che, ugualmente, il giorno dopo si sia dimenticato di chi si trattava. Ci si potrebbe pur sempre ricordare che, chiunque sia, è qualcuno che viene ammirato anche da molti detective. Si tratta ancora di un’informazione preziosa e può essere comunicata con

(32) C’è qualcuno che Fred ammira molto, e quella persona è ammirata anche da molti detective. Ma chi era già?

67E una volta che uno se lo ricordi, dirà: “ma certo, è Sherlock!”.

  • 15 Un altro aspetto che metterò da parte nelle pagine che seguono è il problema di assicurarsi che lo (...)

68Qui possiamo vedere in modo molto diretto quale ruolo svolga questo uso del quantificatore. Innanzitutto il quantificatore svolge principalmente la funzione di un segnaposto per la parte dimenticata dell’informazione15.

69Se non avessimo dimenticato di chi si trattava, avremmo potuto usare un nome o qualche altra espressione che si riferisce a questa persona, invece del quantificatore. Ma, dal momento che lo abbiamo dimenticato, dobbiamo usare un quantificatore per comunicare qualcosa di meno dell’informazione completa. Inoltre, non ha alcuna importanza qui se la persona ammirata sia reale ed esista. In ogni caso possiamo ricavare dell’informazione utile da ciò che sappiamo di Fred. Che la persona sia reale oppure no, non ha qui alcuna importanza. Il quantificatore deve essere un segnaposto, indipendentemente dal fatto che il termine originario si riferisse a qualche entità, mancasse di un referente, o svolgesse qualche altra funzione completamente differente. In ogni caso, in questa situazione dobbiamo ricorrere a un quantificatore. Lasciando semplicemente fuori ciò che abbiamo dimenticato, e proferire

(33) Fred ammira ... e ... viene ammirato anche da molti detective.

70non rappresenta un’opzione dal momento che non è neppure grammaticale. Ma, in effetti, è esattamente quello che vogliamo dire. Abbiamo semplicemente bisogno di qualcosa che stia al posto della parte dimenticata. In aggiunta, quello che vogliamo dire deve essere indipendente da ciò che abbiamo scoperto di avere dimenticato. Vogliamo dire qualcosa che è vero, sia che la persona ammirata sia Nixon, Clinton, Sherlock o chiunque altro. Così, quale che fosse l’informazione completa che avevamo all’inizio, una volta che ne abbiamo dimenticato un certo aspetto (qualunque esso sia), ci dobbiamo trovare alla fine con la stessa informazione incompleta. Vogliamo, in breve, che il quantificatore abbia un certo ruolo inferenziale. Vogliamo che l’informazione espressa mediante l’enunciato quantificato sia meno specifica dell’informazione che avevamo all’inizio, quale che fosse. Se ciò che avevamo all’inizio è vero, allora deve essere vera anche l’informazione meno specifica, indipendentemente da che cosa fosse ciò che avevamo all’inizio.

71Vogliamo quindi che il quantificatore abbia il ruolo inferenziale in base al quale “F(...t...)” implica “F(...qualcosa...)”, qualunque cosa “t” possa essere.

72Per comunicare ciò che vogliamo comunicare, abbiamo bisogno che certi usi dei quantificatori abbiano questo ruolo inferenziale. E possiamo vedere che la lettura del quantificatore in termini di condizioni del dominio non soddisfa quel bisogno, anche se i quantificatori (particolari), in quella lettura, sono associati in modo stretto al ruolo inferenziale in questione. In linguaggi artificiali semplici, il quantificatore particolare ha questo ruolo inferenziale, e ad assegnare ad esso questo ruolo sono le condizioni di verità intese in termini di condizioni del dominio. Ma questo accade soltanto perché questi linguaggi semplici sono davvero semplici. In simili linguaggi, tutti i termini singolari denotano qualche entità nel dominio di quantificazione. Nei linguaggi naturali, tuttavia, non è così. Non è così per una serie di ragioni differenti, e c’è una serie di casi differenti e indipendenti che lo illustrano. Abbiamo usato uno di questi casi nell’esempio precedente, dove abbiamo combinato nomi vuoti con verbi intenzionali transitivi. C’è anche un certo numero di esempi di altro tipo che illustrano il punto ugualmente bene. Nei linguaggi naturali c’è un certo numero di espressioni e sintagmi che sintatticamente sono come termini, e possono occorrere all’interno di enunciati veri, ma la cui funzione semantica non è selezionare un’entità nel dominio di discorso. Un caso plausibile di questo tipo sono i sintagmi nominali generici, come in

(34) La tigre è selvaggia.

73Un altro caso è rappresentato dalle estrazioni, come le cosiddette pseudoscissure, come in

(35) Quello che mi piace fare la domenica sono lunghe passeggiate.

  • 16 In Hofweber e Pelletier (in corso di pubblicazione) viene discussa una più ampia lista di candidati (...)

74e molti altri ancora16. Nei linguaggi naturali, ruolo inferenziale e condizioni del dominio si separano. Abbiamo bisogno di entrambe le cose e, in effetti, disponiamo di entrambe. Il modo migliore per comprendere questo punto è dire che i quantificatori sono semanticamente sottospecificati e possono ricevere un’altra lettura, accanto a quella in termini di condizioni del dominio. In questo secondo tipo di lettura, essi contribuiscono alle condizioni di verità in modo tale da avere un certo ruolo inferenziale. Chiamiamo questa seconda possibile lettura del quantificatore, lettura in termini di ruolo inferenziale o anche lettura interna. Come abbiamo visto, la lettura interna e quella esterna del quantificatore non sono irrelate e non rappresentano un caso di ambiguità accidentale, come «banco». Essi assomigliano maggiormente a un caso di polisemia, nel quale i differenti contributi alle condizioni di verità sono tra loro correlati e nel quale siamo in grado di spiegare perché una sola e medesima espressione dia questi differenti contributi alle condizioni di verità. Le letture interna ed esterna corrispondono a due differenti funzioni che i quantificatori svolgono, e in linguaggi semplici un unico e medesimo contributo alle condizioni di verità può adempiere entrambe queste funzioni. Nei linguaggi naturali, invece, esse vengono a separarsi.

75Assumendo che i quantificatori abbiano sia una lettura interna, sia una lettura esterna, resta in ogni caso il problema di quale sia il contributo che un quantificatore, nella sua lettura interna, dà alle condizioni di verità. Sappiamo che le condizioni di verità debbono essere tali che risulti per i quantificatori un certo ruolo inferenziale, ma possiamo dire di più? Per cominciare, dall’affermazione quantificata avrebbe il ruolo inferenziale che si suppone che abbia, se è vero- condizionalmente equivalente alla disgiunzione di tutte le esemplificazioni che si suppone la implichino. Ossia, «F(qualcosa)» dovrebbe essere vero-condizionalmente equivalente alla disgiunzione di tutti gli «F(t)». Queste condizioni di verità mostrano che questa lettura del quantificatore merita il nome di «interna», dal momento che la disgiunzione che è equivalente all’enunciato quantificato così inteso è basata su tutte le esemplificazioni esprimibili all’interno di un certo linguaggio.

  • 17 Questa quantificazione infìnitaria solleva di per sé molte questioni interessanti. È strettamente c (...)

76Le condizioni di verità di un’affermazione quantificata, nella loro lettura interna, intrattengono una stretta relazione con le affermazioni interne a un certo linguaggio, e non sono quindi correlate direttamente a un dominio di entità esterno e indipendente dal linguaggio. Poiché, all’interno di un certo linguaggio, ci sono infinite esemplificazioni, la disgiunzione (o la congiunzione, nel caso del quantificatore universale) alla quale l’affermazione quantificata è equivalente, dovrà essere infinita, ossia dovrà avere infiniti disgiunti. Questo, ovviamente, non vuol dire che l’affermazione quantificata sia essa stessa infinitamente lunga, ma soltanto che è equivalente a un’affermazione che lo è17.

77Prima di ritornare al nostro enigma per l’ontologia, vorrei riassumere, anche solo a grandi linee, la concezione dei quantificatori che è qui stata difesa. I quantificatori, al pari di molte espressioni ed enunciati nei linguaggi naturali, sono semanticamente sottospecificate. A seconda del particolare proferimento nel quale compaiono, essi possono dare almeno due differenti contributi alle condizioni di verità. Da un lato essi possono venire usati nella loro accezione esterna, espressa in termini di condizioni del dominio. In questo tipo di uso dei quantificatori, le condizioni di verità degli enunciati nei quali essi occorrono sono strettamente correlate all’ontologia. La verità di un tale enunciato dipenderà da quali entità ci sono là fuori, nella realtà. Dall’altro lato i quantificatori possono anche essere usati nella loro accezione interna, basata sul ruolo inferenziale. In questo secondo tipo di usi, i quantificatori danno un differente contributo alle condizioni di verità e si comportano in modo diverso all’interno delle inferenze valide. Infatti, quando essi sono usati nell’accezione interna, l’inferenza da “F(t)” a “F(qualcosa)” è vera sempre e in modo banale, indipendentemente da che cosa sia “t”. I quantificatori nella loro accezione interna non sono direttamente correlati a questioni ontologiche, che equivale a dire che la verità di “F(qualcosa)” o “Qualcosa è F”, con il quantificatore interpretato nell’accezione interna, non dà di per sé alcuna risposta al quesito ontologico relativo agli F.

78Ora siamo in grado di capire quale sia la soluzione al nostro enigma per l’ontologia.

5 La soluzione dell’enigma

79Potendo contare su quanto visto finora, siamo adesso in grado di proporre una spiegazione di ciò che ha luogo negli argomenti banali, e questo ci consentirà di risolvere l’enigma per l’ontologia dal quale eravamo partiti. Tale soluzione è, a questo punto, del tutto immediata, ma un breve riesame di quanto avviene nei due passaggi degli argomenti banali dovrebbe comunque risultare utile.

80Nel primo passaggio compiamo la transizione da un’affermazione ordinaria metafisicamente innocente a un’altra affermazione che è vero-condizionalmente equivalente alla prima, ma usa una costruzione di focalizzazione per far emergere e per mettere in risalto un certo aspetto dell’informazione comunicata. Questa inferenza, proprio come nel caso della costruzione scissa, è valida, e lo è in modo banale. La sola competenza linguistica ci permette di vedere che essa è valida.

81Nel secondo passaggio compiamo un’inferenza quantificazionale banale da un enunciato che contiene un termine singolare (sintatticamente) a un altro enunciato che contiene invece un quantificatore particolare. Questa inferenza sfrutta la lettura del quantificatore in termini di ruolo inferenziale, e, in base a questa transizione, essa è sempre valida, a prescindere da quale sia la funzione semantica del termine singolare. Affidandosi alla lettura interna, in termini di ruolo inferenziale, del quantificatore, il secondo passaggio delle inferenze banali è quindi valido, e lo è in modo banale. Pertanto, gli argomenti banali sono effettivamente degli argomenti buoni e sono effettivamente banali. Ma la conclusione delle inferenze banali segue in modo ovvio soltanto se il quantificatore al loro interno è usato internamente, nella sua lettura in termini di ruolo inferenziale. In particolare

(36) Ci sono numeri,

o

(37) Ci sono proprietà.

seguono banalmente da (1) e da (6). Ma questa inferenza è valida banalmente soltanto se i quantificatori in (36) e (37) sono intesi internamente. Se (1) e (6) implichino queste conclusioni anche quando i quantificatori sono intesi esternamente, è una questione che resta aperta.

82Abbiamo dunque la seguente soluzione del nostro enigma: gli argomenti banali sono davvero validi banalmente, ma non danno risposta ai quesiti sostanziali dell’ontologia. Ciò che gli argomenti ban: per i quali cerchiamo risposte in ontologia, si possono formulare con le parole

(38) Ci sono numeri?

e la conclusione degli argomenti trova espressione nelle parole

(39) Ci sono numeri.

83In questo non c’è alcuna contraddizione, dal momento che questi quesiti sono quesiti ontologici soltanto se i quantificatori che compaiono in essi sono usati nella loro accezione esterna, mentre gli argomenti banali sono validi banalmente soltanto se il quantificatore è usato in essi nell’accezione interna.

6 Ancora ontologia

84Le inferenze banali verso affermazioni quantificate non danno risposta ai quesiti ontologici. E abbiamo visto il perché. I quantificatori sono semanticamente sottospecificati e le inferenze quantificazionali sono banali solamente quando sono usate nella loro accezione interna. Altrimenti esse non sono banali per niente, dal momento che non è una questione banale se un termine singolare che si trova nella premessa di un’inferenza quantificazionale sia un termine singolare avente funzione referenziale (o, in altri termini, se sia denotante), o abbia invece una funzione del tutto differente, come far parte di una di una costruzione di fecalizzazione. Ma allora, in che modo dobbiamo dare risposta ai quesiti ontologici? Che conseguenze ha, per la disciplina dell’ontologia, quanto è stato detto sopra? Decisamente molte, a mio modo di vedere, dal momento che l’ontologia, così come essa viene prevalentemente praticata oggi, fa assegnamento sull’idea che i quantificatori siano usati in un unico modo e che diano sempre lo stesso tipo di contributo alle condizioni di verità. In quel che segue vorrei delineare brevemente una descrizione delle conseguenze che ciò che abbiamo visto finora ha per l’ontologia, intesa come disciplina filosofica.

6.1 Quine, Carnap e l’ontologia

  • 18 Il locus classicus è Quine 1980.

85La concezione oggi dominante di come si ottengano dei risultati in ontologia è comunemente associata al nome di Quine. Secondo Quine, per dirla in modo semplice, l’impegno ontologico è direttamente associato all’accettazione di affermazioni quantificate18. E questo potrebbe sembrare alquanto ragionevole, poiché, dopo tutto, che cos’altro potrebbe essere l’impegno ontologico nei confronti degli F, se non accettare un’affermazione che implica che ci sono F? La concezione di Quine, tuttavia, assume che i quantificatori funzionino sempre allo stesso modo. È senz’altro vero che qualche volta le affermazioni quantificate portano con sé un impegno ontologico, ma lo fanno sempre? Nelle pagine precedenti ho sostenuto che non è così e questo modo di pensare presenta certamente delle somiglianze con la posizione contro la quale Quine reagiva: la posizione di Carnap.

  • 19 La posizione di Carnap viene articolata nel suo famoso saggio Carnap 1956. Una versione contemporan (...)

86Carnap era un filosofo antimetafisico, ma, malgrado questo, formulò alcune osservazioni molto perspicaci sull’ontologia, che è una disciplina metafisica. Carnap pensava che quesiti di natura generale su quello che c’è, come “ci sono numeri?”, “ci sono oggetti materiali?”, ecc., trovino risposte affermative del tutto banali. Una volta che abbiamo adottato il framework del discorso numerico, è banale “all’interno del framework” che ci siano numeri. Ma questo non è ciò che i metafisici hanno di mira quando domandano “ci sono realmente dei numeri?”. Si suppone, dopo tutto, che il loro quesito sia un quesito sostanziale e difficile. I metafisici, pensava Carnap, stanno cercando di rispondere a un diverso quesito. Essi stanno cercando di trovare risposta a un quesito che non è interno al framework, ma piuttosto esterno ad esso, un quesito nel quale ci si domanda se ì\ framework rispecchi correttamente la realtà. E questi filosofi esprimono il quesito in questione anche con le parole “ci sono numeri?”, magari con un’enfatizzazione aggiuntiva, come nel caso di “ci sono realmente numeri?”. Ma il solo significato che queste parole possiedono è interno al framework, e, inteso in questo senso, il quesito è banale. Il quesito che i metafisici cercano di porre non può essere posto. I quesiti esterni sono insensati, o almeno così pensava Carnap. Di conseguenza, l’ontologia, la disciplina filosofica che cerca di dare risposta a questi quesiti, si fonda su un errore19.

87L’approccio qui presentato coincide con quello di Carnap, sotto certi aspetti, ma è in conflitto con esso sotto altri. Sostengo infatti, con Carnap, che c’è una differenza tra quesiti interni ed esterni intorno a quel che c’è, che i quesiti interni generali ricevono risposte affermative banali, e che i quesiti ontologici vanno identificati con i quesiti esterni. Ma, al contrario di Carnap, io credo che i quesiti esterni siano perfettamente sensati. Questa differenza deriva dal modo nel quale viene intesa la distinzione interno-esterno. Per Carnap, la distinzione interno-esterno è basata sulla sua concezione dei framework linguistici che vengono adottati per certi scopi, e del relativo tentativo, operato dai filosofi, di usare le parole che hanno significato solo all’interno del framework, per sollevare quesiti sul framework nella sua interezza e sul modo in cui esso corrisponde alla realtà. Nel nostro approccio, la distinzione interno-esterno deriva dalla sottospecificazione semantica dei quantificatori nel linguaggio naturale e dalla molteplicità di funzioni semantiche che i sintagmi nominali e i termini singolari svolgono. Con Quine, e contro Carnap, sostengo che l’ontologia è una disciplina provvista di significato. Con Carnap, e contro Quine, sostengo che l’accettazione, o la verità, di un’affermazione quantificata, in sé stesse, non risolvono le questioni ontologiche o di impegno ontologico. L’impegno ontologico è veicolato da quantificatori usati esternamente, nella loro lettura in termini di condizioni del dominio. I quantificatori interni, non hanno, in sé stessi, un peso ontologico. Pertanto, il metodo per risolvere le questioni ontologiche e di impegno ontologico dovrà consistere nel capire quali affermazioni contenenti quantificatori esterni noi accettiamo e riteniamo vere. Quali affermazioni contenenti quantificatori esterni siano vere e quali no, dipenderà da qual è la verità in fatto di ontologia.

88La distinzione interno-esterno di Carnap, applicata ai quesiti intorno a quel che c’è, viene solitamente vista in chiave antimetafisica, come parte di un tentativo rivolto a mostrare che la tradizionale disciplina dell’ontologia si fonda su di un errore. Questo, naturalmente, è corretto per quanto riguarda il Carnap storico. Ma, preso come giudizio generale di merito, io ritengo che sia errato. Penso anzi che sia vero l’opposto. Una distinzione interno-esterno salva l’ontologia, garantendone la natura di disciplina metafisica sostanziale. Questo non può ovviamente venire usato come argomento a favore di tale distinzione, ma tutti gli amici dell’ontologia, dovrebbero essere contenti nello scoprire che, dopo tutto, una simile distinzione può essere difesa. Poiché, se la si può difendere, si è in grado di sostenere che c’è un quesito metafisico come “ci sono numeri?”, che non trova immediatamente risposta nell’affermazione matematica banale “c’è un numero tra 6 e 8”. Il modo in cui questo emergerà nei singoli casi, come i numeri e le proprietà, è indubbiamente una questione sostanziale, ma una distinzione interno-esterno applicata ad essi, apre la possibilità di quesiti ontologici che vanno al di là di verità ovvie. E soltanto il modo carnapiano di difendere questa distinzione a essere animato da spirito antimetafisico.

6.2 Come non motivare un progetto ontologico

89Benché filo-metafisico e privo delle conseguenze negative proprie dell’approccio carnapiano, il modo appena illustrato di difendere una distinzione interno-esterno ha comunque delle conseguenze che mostrano che certe motivazioni per intraprendere progetti metafisici e ontologici sono fondate su di un errore. Vorrei discutere brevemente uno di questi casi: un certo modo di sostenere che il problema degli universali è un problema metafisico sostanziale.

90L’interesse verso il problema degli universali può venire motivato in molti modi diversi, e quanto dirò qui di seguito non si applica a tutti. Se il problema degli universali sia o meno un problema metafisico sostanziale, è una questione alla quale non è facile dare risposta, e a tal proposito diremo qualcosa di più tra breve. Tuttavia, un modo non in usuale di motivare tale interesse si fonda su un errore, e ora siamo in grado di vedere molto chiaramente di quale errore si tratti. Spesso, chi afferma che il problema degli universali è un problema metafisico sostanziale, motiva tale affermazione affidandosi al seguente argomento:

(39) a. Fido è un cane e Fifi è un cane.

b. Quindi: c’è qualcosa che Fido e Fifi hanno in comune, ossia l’essere un cane.

c. Quindi: C’è una cosa o entità che essi hanno in comune.

d. Quesito: che cos’è questa entità e in che relazione sta con Fido e Fifi?

91La risposta a questo ultimo quesito è il punto di partenza di interi anni di ricerca metafisica. Tuttavia, dovrebbe ora essere chiaro che questo modo di ragionare è errato. L’inferenza da (39a) a (39b) è corretta e banale solo se il quantificatore in (39b) è inteso nell’accezione interna. Ma quando il quantificatore in (39b) viene inteso in questo modo, l’inferenza da (39b) a (39c) è scorretta. Questa inferenza presuppone una lettura esterna del quantificatore in (39b). E solo facendo riferimento alla lettura esterna del quantificatore possiamo motivare il quesito relativo a che cosa sia questa entità sulla quale quantifichiamo.

92Il quesito

(40) C’è qualcosa che Fido e Fifi hanno in comune?

può venire inteso in almeno due modi. In una prima interpretazione, il quantificatore in (40) è un quantificatore interno. In questo caso la risposta è vera, in modo banale. C’è ovviamente qualcosa che Fido e Fifi hanno in comune, sono entrambi cani, o, mettendola diversamente, ciò che hanno in comune è essere un cane. Tuttavia, la risposta al quesito così inteso, non offre un motivo per un progetto metafisico che cerca di indagare in quale modo ciò che Fido e Fifi hanno in comune stia in relazione ad essi. Questa risposta non offre motivi per dire che c’è un’entità che essi hanno in comune, un’entità intorno alla quale si può sollevare un quesito metafisico sostanziale. D’altro canto, se il quantificatore in (40) venisse inteso come un quantificatore esterno, allora una risposta affermativa a questo quesito potrebbe motivare un’indagine metafisica rivolta a comprendere che cosa sia questa entità e come essa sia in relazione con Fido e Fifi. Ma l’argomento riportato sopra non dà alcuna risposta al quesito inteso in questo modo. L’inferenza da (39b) a (39c) è dunque scorretta. Tutto ciò segue dalla nostra difesa della distinzione interno-esterno, esposta precedentemente.

93Abbiamo constatato che i modi banali di ottenere risultati in ontologia si fondano su un errore. Ciononostante, i quesiti esterni sono tanto fattuali e dotati di significato quanto i quesiti interni. Ma qual è allora la risposta ai quesiti esterni? Qual è la risposta ai quesiti esterni relativi alle proprietà, alle proposizioni e ai numeri, dal momento che non ci sono risposte banali ai quesiti ontologici? Vorrei concludere delineando brevemente due possibili modi di rispondere a questo quesito.

6.3 L’internismo e i quesiti esterni

94Anche se gli argomenti banali non danno risposta ai quesiti esterni, e non tutte le affermazioni quantificate veicolano impegno ontologico, resta la questione se i nostri discorsi su proprietà, proposizioni e numeri, vertano su qualche dominio di entità. Si tratta di un problema strettamente collegato al quesito che ha per oggetto la funzione di tali discorsi, sia nel parlare ordinario di tutti giorni, sia nel con testo di imprese teoriche quali la filosofia o la semantica. Che cosa stiamo facendo, quando diciamo cose come

  • 20 Assumo che il discorso sulle proprietà nella vita di tutti i giorni sia spesso un discorso che si a (...)

(41) Ha tutte le caratteristiche che uno potrebbe desiderare20.

o

(42) C’è qualcosa che noi abbiamo in comune.

  • 21 Questo modo di caratterizzare internismo ed esternismo applicati al discorso sulle proprietà è, nat (...)

95Stiamo, nell’uso ordinario, parlando di qualche dominio di entità, quello delle proprietà, o stiamo facendo qualcos’altro? Abbiamo a che fare con un quantificatore esterno o interno? Chiamerò esternismo la posizione in base alla quale la quantificazione su proprietà, nell’ordinaria comunicazione quotidiana, è quantificazione esterna e ha dunque lo scopo di riferirsi a un qualche dominio di entità. Corrispondentemente, un esternista riterrà che le nominalizzazioni di proprietà, almeno nei casi standard, siano termini singolari che stanno per delle entità in quel dominio. Più verosimilmente, se l’esternismo è vero, le entità che vanno a costituire questo dominio saranno entità indipendenti dalla mente e dal linguaggio, entità che esistono indipendentemente dai nostri discorsi e pensieri su di essi. Quindi, secondo l’esternismo, il discorso sulle proprietà è un discorso che verte su un qualche dominio di entità indipendenti dalla mente e dal linguaggio. L’anternismo, al contrario, è la posizione secondo la quale il discorso sulle proprietà non è un tipo di discorso che verta su un qualche dominio di proprietà, ma qualcosa cha adempie una funzione differente. Un internista sosterrà, naturalmente, che la nostra quantificazione su proprietà è interna, e che tali quantificatori vengono usati nella loro lettura in termini di ruolo inferenziale. Un internista può sostenere che ricorriamo a tali quantificatori per l’incremento di potere espressivo che essi producono, ma che questo incremento di potere espressivo è un semplice espediente logico, metafisicamente innocente. Un internista potrebbe, in modo alquanto naturale, collegare l’accresciuto potere espressivo che la quantificazione su proprietà garantisce, con una motivazione standard a favore di una teoria minimalista della verità, in base alla quale il principale uso del predicato di verità consiste nel determinare un certo incremento, puramente logico e metafisicamente innocente, del potere espressivo. E sempre l’internista potrà, in modo altrettanto naturale, abbracciare la tesi che le nominalizzazioni di proprietà hanno una funzione diversa dal riferirsi a, o stare per, certe entità. Quale sia poi la funzione che esse hanno, sarà da mettere in chiaro, e questo potrebbe divenire oggetto di contesa tra gli internisti21.

96Tanto la posizione internista, quanto quella esternista, sono compatibili con tutto ciò che è stato detto finora. Quale delle due sia quella corretta è un’ulteriore, sostanziale questione, che eccede di molto gli obiettivi del presente articolo. In particolare, va notato che si tratta di questioni separate per le proprietà, le proposizioni, i numeri, o qualsiasi altro dominio di discorso. Ciò che qui possiamo osservare, tuttavia, è che una risposta ai quesiti ontologici esterni è strettamente connessa alla questione se sia l’internismo o l’esternismo a essere corretto relativamente a un dominio di discorso. In entrambi i casi, si otterrà una risposta ai quesiti esterni.

97Se l’esternismo è vero, e davvero noi quantifichiamo su proprietà usando i quantificatori nella loro lettura in termini di condizioni del dominio, allora, così facendo, ci impegniamo ontologicamente verso l’esistenza di proprietà. Quindi, se quello che diciamo delle proprietà è vero anche solo qualche volta, allora le proprietà esistono, e il quesito ontologico relativo alle proprietà ha ricevuto una risposta. E quindi, se l’esternismo è corretto, la verità delle nostre affermazioni ordinarie sulle proprietà dà luogo ad una risposta al quesito ontologico relativo alle proprietà: le proprietà esistono, e la realtà contiene, accanto agli individui che incontriamo nello spazio e nel tempo, anche proprietà. Resta, naturalmente, aperta la questione di che tipo di entità le proprietà siano, e se siano anch’esse nello spazio e nel tempo. In ogni caso, il quesito esterno “ci sono proprietà?”, assumendo che ciò che diciamo delle proprietà sia vero almeno qualche volta, ha ricevuto risposta.

98Che l’esternismo fornisca una risposta al quesito relativo all’esistenza delle proprietà, o quanto meno al nostro impegno nei confronti dell’esistenza di certe entità, è del tutto evidente. Vorrei tuttavia far notare che anche l’internismo potrebbe dare una risposta a questo quesito, una volta che le proprietà vengano concepite in un certo modo. Ma si tratta di una risposta negativa. L’argomento a sostegno di tale conclusione è il seguente: se l’internismo è vero, i quantificatori, nel discorso ordinario sulle proprietà, sono quantificatori interni, e le nominalizzazioni di proprietà non mirano a riferirsi a entità, ma sono piuttosto, ma sono piuttosto espressioni non denotanti. Quindi, quando si parla di proprietà, non si sta parlando di nessuna entità. E non perché tale discorso abbia lo scopo di riferirsi a delle entità, ma fallisca per il fatto che tali entità non esistono. Si tratta piuttosto del fatto che tale discorso non ha affatto lo scopo di riferirsi a delle entità. Se l’internismo è corretto, allora il discorso sulle proprietà ha una funzione che non è riferirsi a delle entità. E se il discorso sulle proprietà non ha lo scopo di riferirsi a delle entità, allora, quali che siano le entità che ci sono là fuori, sappiamo che nessuna di esse sarà una proprietà. Se “essere un cane” o “la prorietà di essere un cane” non ha lo scopo di stare per qualche entità, allora, . che siano le entità che ci sono là fuori, nessuna di esse sarà la proprietà di essere un cane. Un’entità, per essere la proprietà di essere un cane, dovrebbe essere l’entità per la quale sta la nostra espressione “la proprietà di essere un cane”. Ma se l’internismo ha ragione, questa espressione non sta per alcuna entità, dal momento che essa neppure ci prova, a stare per una qualche entità. Quindi, quali che siano le entità che ci sono, sappiamo che nessuna di esse sarà una proprietà. Quindi, il quesito esterno “ci sono proprietà?”, assumendo l’internismo applicato al discorso sulle proprietà, riceve una risposta negativa.

99L’argomento riportato sopra, fa affidamento su una particolare concezione delle proprietà. Esso assume che le proprietà siano ciò per cui espressioni come “essere F o “la proprietà di essere F” stanno. Esiste, tuttavia, un altro modo di concepire le proprietà. In base a questa concezione, ossia la concezione delle proprietà in termini di molo, le proprietà sono tutte le entità, ammesso che ce ne siano, che svolgono un certo ruolo, come ad esempio il ruolo che viene specificato in qualche teoria metafisica. La posizione internista applicata al discorso sulle proprietà, non esclude che ci siano entità che svolgono un certo ruolo, specificato in una teoria metafisica. Essa esclude invece che le proprietà esistano, se le proprietà vengono intese in conformità a quella che si potrebbe chiamare la concezione delle proprietà in termini di "essere F”. Se le proprietà sono ciò per cui espressioni come “essere un cane” stanno, allora, assumendo l’internismo, non ci sono proprietà là fuori.

100Questo illustra il fatto che quando si cerca di dare risposta ai quesiti esterni, i quesiti dell’ontologia, indagare sulla funzione di un certo discorso può portare sia a risposte positive, sia a risposte negative (assumendo che alcune delle cose che diciamo siano vere). Queste considerazioni non ci autorizzano a escludere che ci siano entità astratte, ma solo che, quali che siano le entità che ci sono là fuori, nessuna di esse è una proprietà. E questo porta dritto a ciò che molti filosofi simpatizzanti del nominalismo trovano discutibile delle entità astratte. L’esistenza di oggetti astratti non è filosoficamente problematica, ma che le nostre affermazioni ordinarie necessitino, per essere vere, della loro esistenza, è una faccenda decisamente più sospetta. L’internismo applicato al discorso su certi tipi di cose, può essere in grado di appianare questa questione.

7 Conclusione

  • 22 Voglio ringraziare Sol Feferman, John Perry, Johan van Benthem, Stephen Schiffer, Ed Zalta, Robert (...)

101I quesiti ontologici sono difficili e gli argomenti banali sono perfettamente validi. Tuttavia essi non danno risposta ai difficili quesiti dell’ontologia. Abbiamo visto come ciò possa accadere. Sono i quantificatori ad essere semanticamente sottospecificati e a svolgere due funzioni differenti, seppur correlate, nella comunicazione ordinaria. Questo conduce a una versione della distinzione interno-esterno applicata ai quesiti su quel che c’è, e a una versione di una posizione neo-carnapiana in merito all’ontologia, che vede in essa una disciplina dotata di significato. Abbiamo anche visto che per rispondere ai quesiti ontologici dotati di significato, dobbiamo modificare la metodologia quineana e guardare piuttosto a quale sia la funzione del discorso sulle proprietà, nella comunicazione ordinaria e nel contesto di certe imprese teoriche. Questo è un quesito sostanziale e difficile che deve essere affrontato caso per caso, singolarmente. E questa è la sede nella quale i quesiti ontologici troveranno risposta22.

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Bibliografia

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Note

1 Qui e altrove assumo che le proposizioni siano qualunque cosa per le quali stanno le subordinate introdotte da «che».

2 O, in un italiano più comune, la caratteristica. Qui di seguito ignorerò questa sfumatura.

3 Questo è, naturalmente, l’esempio che si trova nei Grundlagen di Frege (vedi Frege 1884). Ignoriamo qui il fatto che Giove, in realtà, abbia più di quattro lune.

4 Anche Stephen Schiffer ha sottolineato questo aspetto delle proprietà e delle proposizioni. Egli chiama il fatto che il riferimento ad esse possa essere introdotto senza apparente cambiamento delle condizioni di verità, la caratteristica del qualcosa-dal-niente. Egli, tuttavia, trae conclusioni completamente diverse da quelle alle quali io giungerò nelle pagine seguenti, in particolare in merito a quale sia la reale differenza tra le affermazioni corrispondenti. Vedi Schiffer 1996.

5 Uso il termine in senso ampio, che include le frasi subordinate introdotte da «che» e le altre frasi pertinenti.

6 Sarebbe meglio dire: sintagma nominale o frase subordinata, ma la precisa categoria sintattica di queste espressioni non ha qui una particolare importanza.

7 Si veda Frege 1884.

8 Vedi, ad esempio, Rochemont e Culicover 1990, Herburger 2000 o Roth 1985, per informazioni molto più dettagliate sulla focalizzazione e la sua relazione con la sintassi e la semantica. Qui possiamo soltanto sfiorare la superficie di queste questioni

9 Le lettere maiuscole rappresentano qui l’enfatizzazione fonetica. Ignoreremo completamente i complicati problemi relativi legati ai differenti tipi di enfatizzazione fonetica.

10 La focalizzazione può avere effetti sulle condizioni di verità, ad esempio quando un enunciato contiene la parola «solamente» e in altre situazioni. Questo problema non è tuttavia pertinente ai fini della presente discussione, e pertanto lo lasceremo da parte.

11 I dettagli di questo tipo di spiegazione e degli argomenti in suo favore, sono esplicitati in Hofweber (b).

12 Una rassegna che copre un buon numero di questioni relative ai plurali e ai quantificatori si può trovare in Lonning 1997. Vedi anche van der Does 1995 sui differenti tentativi di rintracciare la fonte di tali letture. Bach 1982 contiene una discussione che mette in relazione quantificatori plurali e sottospecificazione semantica, o non-specificita, secondo la sua espressione.

13 Vedi Dalrymple e al. 1998 per una discussione di questi casi.

14 Per una discussione di questo fenomeno da una differente angolazione, si vedano i saggi in Ravin e Leacock 2000.

15 Un altro aspetto che metterò da parte nelle pagine che seguono è il problema di assicurarsi che lo stesso segnaposto vada dove deve andare. Così, nel caso di cui sopra, non si dovrebbe perdere l’informazione che è la stessa cosa ad essere ammirata da Fred e da molti detective.

16 In Hofweber e Pelletier (in corso di pubblicazione) viene discussa una più ampia lista di candidati al ruolo di sintagmi nominali che non sono né quanti frazionali, né referenziali, e che noi etichettiamo come 'SN encunerali. Anche tali considerazioni potrebbero essere usate per motivare la posizione relativa ai quantificatori che viene qui difesa.

17 Questa quantificazione infìnitaria solleva di per sé molte questioni interessanti. È strettamente correlata alla quantificazione sostituzionale, ma differisce in parte da essa, in un modo interessante. A titolo di esempio: la proposta qui presentata non fa direttamente uso della sostituzione, ma modella le condizioni di verità di (particolari usi dei) quantificatori del linguaggio naturale, direttamente con un linguaggio formale infinità- rio. Cosa ancora più importante, nel dibattito tradizionale su quantificazione sostituzionale e oggettuale, la questione verteva su quale delle due corrispondesse alla quantificazione del linguaggio naturale. In base alla nostra proposta, si possono rintracciare aspetti di entrambe in differenti usi dei quantificatori del linguaggio naturale. È fondamentale che si afferri in che modo la quantificazione possa mostrare entrambi questi aspetti. Tali differenze possono sembrare sottili, ma sono di cruciale importanza per una corretta comprensione della quantificazione e della sua relazione all’ontologia. Alcune di queste questioni sono discusse in Hofweber 2000 altre vengono sviluppate in lavori di prossima pubblicazione. Un’importante modificazione al modo di introdurre la quantificazione interna seguito qui è discusso in Hofweber (a). Questa modificazione non è rilevante per la presente discussione, ma è indispensabile per una difesa dell’internismo applicato a proprietà e proposizioni, del quale discutiamo più avanti.

18 Il locus classicus è Quine 1980.

19 La posizione di Carnap viene articolata nel suo famoso saggio Carnap 1956. Una versione contemporanea del rifiuto carnapiano deli ontologia, si può trovare in Yablo 1998.

20 Assumo che il discorso sulle proprietà nella vita di tutti i giorni sia spesso un discorso che si affida a modi diversi di chiamare le proprietà, come “aspetti”, “caratteristiche”, etc.

21 Questo modo di caratterizzare internismo ed esternismo applicati al discorso sulle proprietà è, naturalmente, piuttosto sbrigativo. Non discuteremo qui i dettagli di tale problema, per i quali rimando a Hofweber (a).

22 Voglio ringraziare Sol Feferman, John Perry, Johan van Benthem, Stephen Schiffer, Ed Zalta, Robert Kraut, Peter Godfrey-Smith, Kent Bach, Rich Thomason, Jason Stanley e Peter Ludlow, per molte utili conversazioni e/o commenti su precedenti versioni di questo articolo.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Thomas Hofweber, «Un enigma per l’ontologia»Rivista di estetica, 32 | 2006, 41-69.

Notizia bibliografica digitale

Thomas Hofweber, «Un enigma per l’ontologia»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 14 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2398; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2398

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