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Derivare conseguenze metafisiche. Da una teoria davidsoniana del significato

Peter Ludlow
p. 21-40

Testo integrale

1‘Drawing Metaphysical Consequences from a T-theory’. Pubblicato come quarto capitolo di Semantics, Tense, and Time: An Essay in the Metaphysics of Natural Language, Cambridge, Massachussetts, MIT Press, 1999. Per gentile concessione dell’autore e dell’editore. Traduzione italiana di Carlotta Pavese.

  • 1 Si consideri per esempio il seguente frammento di Parmenide:
    Deve darsi il caso che ciò che è lì per (...)

2L’idea che lo studio del linguaggio possa illuminare certe questioni metafisiche ha radici lontane nella storia della filosofia. Questa assunzione sembra già operante ai tempi del filosofo pre-socratico Parmenide1 ed è ampiamente diffusa nella filosofia del XX secolo.

3Perfino diversi linguisti hanno trovato attraente l’idea che lo studio del linguaggio possa avere importanti conseguenze per l’indagine metafisica. L’esempio forse più famoso è quello di Whorf (1956), il quale tentò di derivare considerazioni circa la metafisica del tempo degli Hopi a partire da un’analisi delle locuzioni temporali impiegate nel loro linguaggio. Anche più recentemente, comunque, alcuni linguisti si sono pronunciati, pure se in maniera più incerta, relativamente alla questione del rapporto tra semantica e metafisica. Bach (1981, 1986), per esempio, ha parlato di una relazione tra semantica e la “metafisica dell’inglese” e ha indirizzato in particolare la questione di quali conseguenze di natura metafisica siano derivabili da una semantica del tempo. Tuttavia, se in un primo tempo Bach difende slogan come “nessuna semantica senza metafisica”, più tardi indietreggia su posizioni più moderate, con osservazioni come la seguente:

Ho detto qualcosa (ma forse più che abbastanza) circa alcuni generi di cose di cui sembriamo aver bisogno nella nostra ontologia per la lingua inglese e ho fatto qualche accenno (ben lontano dall’essere esauriente) circa come potremmo ottenerle in una semantica per l’inglese. Sarebbe scorretto che io come linguista (sto rubando la battuta a Montague) m’impegnassi a favore o contro la corrispondenza di questo genere di cose a cose reali nella realtà, piuttosto che a categorie percettive o concettuali indipendenti dal linguaggio, oppure ancora a niente di tutto questo.

4Al contrario, voglio sostenere che è tutt’altro che scorretto trarre conseguenze di natura metafisica da una teoria semantica, che si sia linguisti o filosofi. Tuttavia, quest’assunzione, se deve essere impiegata fruttuosamente, richiede qualche chiarificazione. Infatti, sebbene sia filosofi che linguisti abbiano a lungo insistito nel sostenere qualche genere di connessione tra linguaggio e metafisica, non sempre sono stati chiarissimi circa il tipo di legame che dovremmo aspettarci di trovare e anche meno chiari sulle ragioni per le quali tale legame dovrebbe sussistere.

5Perciò, abbiamo bisogno di capire bene in che senso si suppone che linguaggio e metafisica vadano a braccetto. A questo riguardo, ci sono due questioni da considerare:

  1. Esattamente quali generi di conclusioni metafisiche si possono derivare da una teoria semantica, e in che modo possono essere identificati gli specifici impegni metafisici della teoria?

  2. Può la stessa teoria semantica essere riveduta in maniera tale da evitare di avere conseguenze di natura metafisica?

6Affronterò i due quesiti in quest’ordine.

1 La Natura dell’Impegno Metafisico

  • 2 L’idea che il dominio debba essere stipulato in anticipo potrebbe basarsi su certe assunzioni relat (...)

7Una procedura standard utilizzata in semantica è quella di definire il dominio di oggetti rilevante preliminarmente alla formulazione della teoria. Tuttavia può sostenere che tale procedura semplicemente renda obsolete le questioni più interessanti e controverse. Spesso sono diversi i quesiti che possono essere legittimamente sollevati circa il genere d’entità a cui una teoria semantica di un certo tipo ci impegni. Stipulare semplicemente in anticipo un dominio presuppone che le domande più interessanti abbiano già ricevuto una risposta2.

8Suggerire che sia legittimo trarre conseguenze di natura metafisica da una teoria semantica è certo cosa ben diversa dall’articolare quali caratteristiche della teoria sono quelle che generano il presunto impegno metafisico.

  • 3 Si potrebbe replicare che una semantica modellistica potrebbe non sortire gli stessi impegni ontolo (...)

9Se, per esempio, definiamo la nostra teoria semantica nei termini di una teoria della verità del genere proposto da Davidson (1967a), Higginbotham (1985), Larson e Segal (1995), allora la risposta breve alla domanda è che è ragionevole supporre si sia impegnati verso tutti gli oggetti che servono come valori semantici in una teoria della verità adeguata per U linguaggio naturale. Se concepiamo invece la nostra teoria semantica nei termini di semantiche vero-condizionali sul modello di Heim e Kratwer (1998), valgono considerazioni simili alle precedenti: in questo caso, ci impegniamo verso le denotazioni che sono assegnate alle diverse entità lessicali all’interno della teoria (individui e funzioni, includendo funzioni di grado superiore al primo). Per chiarezza, ci concentreremo su semantiche che prendono la forma di una teoria della verità, tenendo presente che le conclusioni sono estendibili ad altre teorie semantiche, almeno nelle linee generali, se non negli specifici dettagli3.

10Più precisamente, seguendo Davidson (1967a), mi servirò di una teoria semantica che includa un sistema di regole capace di generare teoremi della seguente forma:

(T) S è vero se e solo se p

dove S è un’espressione del cosiddetto linguaggio oggetto, cioè il linguaggio che il teorico assume come oggetto di indagine e p è un’espressione che appartiene al linguaggio che il teorico utilizza per formulare la teoria, cioè il meta-linguaggio. Questo linguaggio potrebbe essere l’inglese o l’italiano, un dialetto o addirittura un idioletto parlato da un individuo soltanto. Naturalmente, poiché la teoria è formulata nel meta-linguaggio, questo deve trattarsi di un linguaggio che il teorico comprende.

11Lo schema precedente (a volte chiamato ‘Schema V’) dice che un enunciato S è vero se e solo se si dà il caso che p. La locuzione “è vero se e solo se” impone in realtà un vincolo molto debole: significa che S e p sono entrambi veri o sono entrambi falsi.

12Per fare alcuni esempi, il nostro sistema di regole potrebbe generare teoremi come i seguenti (che chiameremo ‘V-Teoremi’)

(1) “La neve è bianca” è vero se e solo se la neve è bianca.

(2) “La neve è bianca” è vero se e solo se l’erba è verde.

13Sistemi di regole (o Teorie della verità) che generano teoremi come (1) sono detti interpretativi, poiché le espressioni del meta-linguaggio hanno successo nel veicolare i contenuti delle espressioni del linguaggio oggetto. Teorie della verità che generano teoremi come (2) sono dette teorie non-interpretative.

14In questa sede, mi interesserò solo di teorie della verità interpretative, cioè di quelle teorie che restituiscono il contenuto delle espressioni del linguaggio oggetto. Assumerò che queste siano le teorie che i parlanti impiegano nei processi di generazione e comprensione del linguaggio. In effetti, quest’assunzione comporta considerevoli conseguenze circa l’origine e la natura della nostra competenza semantica. Per esempio, ne segue che dobbiamo essere a conoscenza di una certa classe di vincoli sulle nostre teorie semantiche. Infatti, se non ne fossimo a conoscenza, semplicemente non potremmo essere nella posizione di costruire teorie interpretative. Naturalmente, è richiesto qualcosa di più che la semplice conoscenza delle regole di una teoria interpretativa. Dobbiamo sapere che la nostra teoria è interpretativa e che può essere impiegata nella comprensione del linguaggio. Larson e Segai (1995) sostengono che da questo segue che si debba essere ‘programmati’ a costruire teorie della verità interpretative e ad usarle nella comprensione del linguaggio.

15Per i nostri scopi, l’idea alla base della formulazione una teoria della verità di questo tipo è quella di rendere disponibile una teoria che specifichi le connessioni linguaggio-mondo per ogni espressione del linguaggio (o parte di esso) sotto analisi. In genere, questo risultato è conseguito attraverso una teoria assiomatica in cui certi assiomi specificano il riferimento dei simboli terminali, e altre regole mostrano in che modo i valori semantici dei simboli terminali contribuiscono al valore semantico dei nodi non-terminali. Sarà utile considerare un esempio concreto di teoria della verità. Il seguente esempio, ispirato ai modelli di Larson e Segai, farà perfettamente al caso nostro.

16Poiché considereremo un frammento relativamente semplice di linguaggio naturale, la sintassi verrà descritta nei termini di una grammatica strutturale della frase libera da elementi contestuali, usando regole di riscrittura della forma:

A → B C

17Approssimativamente, questa regola afferma che un nodo della categoria A può avere come figli B e C. Possiamo rappresentare la struttura grammaticale che ne risulta in notazione lineare come segue:

[A B C]

18Procediamo prima con lo specificare la sintassi, e successivamente con il formulare le regole semantiche (o interpretative) per il frammento.

19Sintassi:

S→S1 e S2
S→Sl o S2
S→ non si dà il caso che S1
S→ NP VP
NP→ Dick. Sally
VP→ salta, cammina

20Semantica:

  • 4 Non farebbe nessun danno descrivere un frammento che utilizzasse invece le nozioni semantiche di so (...)

21Ora introduciamo il predicato Val (A, B) da leggersi “A è il valore semantico di B”. La teoria includerà due tipi d’assiomi: quelli che assegnano valori semantici ad entità lessicali (in altri termini, alle parole) e quelli che indicano come possiamo determinare il valore semantico di un nodo madre A dati i valori semantici dei nodi figli B e C. Esempi di assiomi per le componenti lessicali sono (3a) e (3b)4:

(3) a.Val (x, Dick) sse x= Dick
Val (x, Sally) sse x= Sally

b. Val (x, corre) sse x corre
Val (x, cammina) sse x cammina

22Esempi d’assiomi per nodi non terminali sono i seguenti (4-5):

(4) a. Val (V, [s NP VP]) sse esiste un x tale che Val (x, NP) e Val ( x, VP)

b. Val (x, [α β ]) sse Val (x, β)

(dove α varia su categorie e β varia su categorie ed entità lessicali).

(5) a. Val (V, [s S1 e S2]) sse Val (V, S1) e Val (V, S2)

b. Val (V, [s S1 o S2]) sse Val (V, S1) o Val (V, S2)

c. Val (V, [s non si dà il caso che S1) sse non si dà il caso che S1

23Ad esempio, la regola (4a) mostra come il valore semantico del nodo S nella struttura seguente

[s NP VP]

sia determinato dai valori semantici di NP e VP. La regola afferma, in effetti, che il valore semantico di S sarà il vero solo se c’è qualcosa che è sia il valore semantico di NP e il valore semantico di VP Considerazioni simili valgono per le regole in (5). Ad esempio, la regola (5b) stabilisce che nella struttura seguente:

[sSl o S2]

  • 5 La reificazione di “Il vero” può essere evitata se lo si desidera. Faccio uso di tale nozione solo (...)

il valore semantico di S sarà il vero solo se il vero è il valore semantico di S1 o è il valore semantico di S25.

24Il punto è che vogliamo poter utilizzare questi assiomi per derivare la condizioni di verità di ogni enunciato del linguaggio oggetto. Al fine di effettuare queste derivazioni, abbiamo però bisogno di introdurre regole generative come la seguente:

(6) Regola generativa [SoE]:
....α....
α sse β
quindi, ....β....

25L’idea alla base di questa regola è che possiamo sostituire β per α ad ogni passo della derivazione solo se α sse β vale.

(7) Regola generativa (Sol)

Φsse per qualche x, x= α e… x…
Quindi, Φ sse…α…

  • 6 Se questo requisito fosse lasciato cadere, ci ritroveremmo a derivare teoremi come
    ‘La neve è bianca
    (...)

26È importante tenere presente che queste non sono regole logiche e che i passaggi delle nostre derivazioni sono soggetti a regole più restrittive di quanto non sarebbero se tutte le risorse della logica fossero a nostra disposizione. Ad esempio, non possiamo sostituire espressioni logicamente equivalenti a meno che esse non siano state generate a qualche punto precedente della derivazione6. Queste, è bene ricordarlo, sono semplicemente le regole di cui abbiamo bisogno per derivare i V-Teoremi.

27Date regole semplici come (6) e (7), insieme con gli assiomi precedenti, è possibile ‘provare’ i V-Teoremi attraverso l’applicazione successiva degli assiomi alla descrizione strutturale degli enunciati del linguaggio oggetto.

28Naturalmente, non sono tanto i meccanismi per la derivazione dei V-Teoremi ad interessarci ora, quanto gli impegni ontologici degli assiomi e dei teoremi della nostra teoria.

29Quel che voglio sostenere è che gli assiomi e teoremi di una teoria della verità introdurranno certi valori semantici - quantificando implicitamente su tali valori semantici. Ad esempio, un assioma come (8)

(8) Val (x, neve-) sse x= neve

30(da leggersi “x è il valore semantico di ‘neve’ se e solo se x=neve”) è un’abbreviazione del seguente, dove la quantificazione metalinguistica su valori semantici è resa esplicita:

(8') per ogni x, Val (x, neve-) sse x= neve

31Poiché (8') non è banalmente vero, qualora venga impiegato nella semantica per gli enunciati veri dell’inglese, ci impegnerà all’esistenza della neve. Finora, niente ci dice che un’adeguata teoria semantica debba usare (8'), ma di sicuro, ogni teoria che lo faccia esprimerà un inequivocabile impegno metafisico.

32Possiamo pronunciarci in termini relativamente semplici circa gli impegni ontologici di teorie semantiche di questo tipo: per esse, che Quine (1953) mi perdoni, essere è essere un valore semantico.

2.0 Casi d’esempio

33Vediamo in che modo due teorie semantiche distinte potrebbero introdurre differenti tipi di oggetti come valori semantici, e dunque comportare diversi impegni ontologici.

2.1 L’impegno verso l’esistenza di proprietà

34Si consideri l’aggettivo “rosso” ad esempio, e i seguenti due differenti modi di dare la semantica per l’aggettivo:

(9) Val (x, rosso-) sse x = la proprietà di essere rosso.
(10) Val (x, rosso-) sse x è rosso.

  • 7 Può anche darsi il caso che o (9) o (10) siano inadeguati per certe ragioni psicolinguistiche, ma q (...)

35Nel primo caso, è presente il riferimento alla proprietà della rossezza un tipo di oggetto astratto. Nel secondo, il riferimento alla proprietà della rossezza sembra essere stato aggirato. Anche se l’assioma (10) venisse impiegato per dare le condizioni di verità di un enunciato vero dell’inglese, ne risulterebbe un impegno ontologico solo verso l’esistenza di uno o più oggetti rossi7. Così, la differenza tra (9) e (10) riflette la differenza intuitiva tra assiomi che introducono il riferimento ad entità e altri che introducono qualcosa di più simile alla predicazione. (9) fa riferimento a qualcosa, nel senso che identifica un valore semantico specifico per “rosso”. (10), invece, non si riferisce ad una particolare proprietà, ma piuttosto predica qualcosa di quei valori che soddisfano il predicato ‘rosso’.

36Spesso, la scelta tra assiomatizzazioni alternative come quelle precedenti è decisa da considerazioni di metafisica a priori. Naturalmente, è anche possibile sostenere Tuna o l’altra soluzione in virtù di considerazioni di natura puramente linguistica. Il problema è: quanto lontano possiamo arrivare con la metafisica a priori soltanto?

37Da un certo punto di vista, ci sono ragioni indipendenti per supporre che le proprietà debbano esistere. Wright (1983) ha attirato l’attenzione su casi di apparente riferimento pronominale a proprietà, in esempi come il seguente:

(11) A. Almeno, Gianni è onesto
B. Sì, certamente lo è

38Inoltre, Chierchia (1984) ha osservato che sembriamo ordinariamente quantificare su proprietà ad esempio in casi del tipo:

(12) Gianni è tutto quello che sua madre voleva che fosse

39e che in ragionamenti come il seguente:

(13) Gianni ha tutte le qualità di Maria
Maria è intelligente
Quindi, Gianni è intelligente

40Tuttavia, nessuno di questi argomenti è decisivo. In primo luogo, l’argomento del riferimento anaforico è debole. Il riferimentopronominale di solito ci permette di usare anafore plurali per riferirci contemporaneamente ad oggetti diversi, come in (14):

(14) A: Il baccalà è delizioso e lo stesso vale per la polenta.
B: D’accordo, li assaggerò.

41Il problema è che lo stesso uso di anafore plurali non sembra disponibile nel caso di presunto riferimento a proprietà8:

Gianni è alto ed onesto
# Sì, certamente li è.

  • 8 Un argomento simile è stato sollevato contro Tutilizzo del riferimento anaforico ad eventi singoli (...)

42La presunta quantificazione su proprietà in (12) è ugualmente sospetta, dal momento che non sembra che si possa, in quel caso, procedere elencando le cose8 sulle quali si presume che stiamo quantificando. Cosi, si consideri il contrasto tra:

(16) Ho assaggiato tutto ciò che mia madre voleva assaggiassi: il pollo, il bue, il tonno, ...

e

(17) #Gianni è tutto ciò che sua madre voleva che fosse: gentilezza, parsimonia, la proprietà di essere repubblicano, ...

43L’elenco di proprietà in (17) non suona corretto; eppure esattamente quelle sono le cose sulle quali stiamo assumendo si stia quantificando. Ci deve essere qualcosa che non va nell’idea che in quei casi si stia davvero quantificando su proprietà.

44Considerazioni simili screditano anche il secondo argomento, quello delle inferenze che sembrano richiedere il riferimento a proprietà per la loro validità, come (13). Può anche darsi che quegli esempi coinvolgano una quantificazione del second’ordine, ma resta comunque non chiaro che la quantificazione in questione sia proprio da intendersi su proprietà.

45Se gli usuali argomenti a favore o contro le proprietà non sono persuasivi, magari possiamo Fare qualche progresso considerando quali vincoli una teoria semantica imponga alla nostra scelta.

46Al fine di chiarire il problema, Larson e Segai (1995) hanno dato un esempio di un argomento di natura linguistica che potrebbe decidere tra un’analisi come quella in LI e un’analisi che imponga il riconoscimento delle proprietà. Secondo questi autori, il secondo genere di analisi incontra delle difficoltà una volta che si tenti di sviluppare una teoria delle “costruzioni di coordinazione” (come in “Il signor Smith camminava e nuotava”). Ad esempio, un assioma standard per tali costruzioni sarebbe qualcosa di simile a:

(18) Val (x, [sVPl e VP2], σ) se e solo se
Val (x, VPl, σ) e Val (x, VP2, σ)

47Invece, se si tenta di rendere i valori semantici in termini di proprietà, la teoria diventa molto più complessa; magari, sempre seguendo Larson e Segai, qualcosa del tipo:

(19) Val (p, [sVP1 e VP2],σ) se e solo se
Val (p1,VPl, σ) e Val (p2, VP2, σ)

48Come notano Larson e Segai, quest’analisi richiederà, tuttavia, l’introduzione a sua volta di un qualche meccanismo che consenta di combinare tra di loro le proprietà. Ma che genere di meccanismo farà al caso nostro? Intuitivamente, nel caso considerato, quel che si vuole è una regola che, date le due proprietà in questione, le congiunga in una nuova proprietà che sia soddisfatta solo da quegli oggetti che godevano delle due proprietà originarie. Però, in che modo dobbiamo supporre questo meccanismo debba funzionare e come possiamo giustificarne l’inserimento tra gli assiomi della teoria? Quale sia la risposta a queste domande è ben lontano dall’essere chiaro.

49Si noti comunque che possiamo non avere neppure bisogno di considerare casi di costruzioni di coordinazione per vedere quale siano qui le difficoltà; infatti, il secondo tipo di analisi potrebbe già arenarsi nel momento in cui si considerino i vincoli che vogliamo imporre sulle nostre teorie della verità. Il problema è il seguente: vogliamo poter dire che un parlare competente “conosce” gli assiomi della teoria della verità, ma che cosa significa conoscere un assioma come il seguente?

(20) Val (x, ‘rosso’) se e solo se x = rossezza

50La rossezza, se c’è qualcosa di questo tipo, è un’entità astratta che sta decisamente al di fuori dello spazio e del tempo. La nostra conoscenza di una cosa simile (se anche è possibile) è necessariamente mediata da altri tipi di conoscenza di cui godiamo — ad esempio, la nostra conoscenza del significato di “rosso”, e, per estensione, la disponibilità di un’appropriata regola di classificazione che ci permetta di identificare le cose rosse. In senso stretto, sapere che x è rosso è una conoscenza di genere più fondamentale di quella che consiste nel sapere che cosa sia la rossezza.

  • 9 Ma per una posizione meno pessimistica, si veda Beeler 1982, Chierchia e Turner 1988, e numerosi sa (...)

51Ma, allora, se sapere che x è rosso è più fondamentale di sapere che cosa sia la rossezza, bisognerebbe chiedersi che genere di lavoro stanno facendo le proprietà qui. Non ne abbiamo davvero bisogno per rendere conto della nostra conoscenza semantica, questo è certo, e di conseguenza, non ci possono essere motivazioni di natura puramente semantica per assumerne l’esistenza. E possibile che ci siano altre motivazioni, ma a me sembra che nei fatti le proprietà siano un candidato con credenziali troppo povere per entrare a far parte della nostra ontologia9.

52Si tenga a mente che il nostro obiettivo qui non è tanto argomentare contro una teoria delle proprietà quanto piuttosto mostrare come la questione concernente la loro esistenza si rimodelli alla luce del presente approccio alla metafisica — essa si trasforma nella questione di rispettare contemporaneamente i requisiti di una teoria semantica e i vincoli imposti dalle nostre intuizioni metafisiche. Nessuno dei due generi di vincoli risulta privilegiato sulla base di considerazioni puramente a priori: la teoria che ne deriva deve soddisfarli entrambi.

53Una situazione analoga si ripresenta quando ci spostiamo dall’analisi della predicazione al ruolo dei nomi propri all’interno della nostra teoria.

2.2 Nomi propri

54Si è detto prima che essere è essere un valore semantico. Sebbene la tesi di per sé sia semplice, in questa formulazione comporta alcune conseguenze di notevole portata. Di che portata esattamente siano le conseguenze di questa tesi diventa chiaro se si considerano assiomi come il seguente

(21) Val (x, Pegaso) sse x= Pegaso

  • 10 Alcuni filosofi hanno suggerito che si possa evitare l’apparente impegno ad entità come Pegaso sull (...)

55Nel caso in cui, per esempio, la teoria semantica che riteniamo adeguata includa un assioma del tipo di (21), ne deriverà che saremo impegnati ad un’ontologia che include Pegaso10. Seguendo Meinong (1904), potremo dire forse che Pegaso altro non è che un tipo di oggetto inesistente. Certo possiamo indietreggiare di fronte a questo genere di impegno ontologico, ma si deve osservare che le contraddizioni della teoria degli oggetti meinongiani sono state esorcizzate negli ultimi anni, ad esempio in Parsons (1980), Routley (1980) e Zalta (1983, 1988). Perciò, nel valutare tali proposte, ciò su cui dobbiamo basarci sono da un lato le nostre intuizioni metafisiche e dall’altro qualunque indizio la teoria semantica possa guadagnarci.

56Per quel che riguarda la nostra teoria semantica, niente impone che una teoria della verità che caratterizzi correttamente la competenza semantica di un parlante debba impiegare assiomi come (21). In realtà, in innumerevoli possibili circostanze, la competenza semantica del parlante può divergere da (21) in maniera significativa. In particolare, se nel tentativo di accertare i nostri impegni ontologici ci rivolgiamo a teorie della verità robuste nel senso di Higginbotham (1989), un attento studio della competenza del parlante può anzi avere l’effetto di ridimensionare le nostre preoccupazioni circa la necessità di ammettere oggetti inesistenti.

57Una possibilità è che una più attenta analisi finisca con il dimostrare che la voce lessicale di “Pegaso” debba essere più complessa di quanto non traspaia da (21). Questo non sarebbe un fatto particolarmente sorprendente. Studi recenti sul lessico (per esempio, Marconi 1997) suggeriscono che le parole siano oggetti di grande complessità strutturale. Ad esempio, se una voce lessicale dovesse codificare la ricca struttura di una descrizione russelliana, gli impegni metafisici derivanti sarebbero senza dubbio molto più austeri. Per esempio, la voce per la parola che indichiamo con ‘Pegaso’ risulterebbe essere, secondo un’immagine ingenuamente russelliana, qualcosa del tipo:

58“N: [l’x: x è bianco, x è alato …]”.

59Per una voce lessicale così riccamente strutturata, neppure basterebbe un singolo assioma semantico (Marconi 1997: 19): piuttosto, diversi assiomi, uno per “il”, uno per “bianco” ed uno per “alato”, entrerebbero in gioco.

  • 11 Si veda per esempio Kripke 1980.
  • 12 C’è probabilmente anche spazio per dubitare della rilevanza qui delle intuizioni concernenti la rig (...)

60I problemi legati alle teorie descrittive dei nomi propri sono ben noti11, naturalmente, ma forse non decisivi. Per esempio, gran parte dell’argomento di Kripke riposa sulle nostre intuizioni metafisiche relative alla rigidità. Si noti però che ci sono modi di accomodare la rigidità senza perdere il contenuto cognitivo del termine singolare12.

61Ad esempio, Dummett (1973: 111-135, 1991) e Sosa (1996: Cap. 3, 2001) hanno sostenuto che si possa rendere conto del comportamento dei nomi propri in contesti modali interpretandoli come descrizioni definite con ambito ampio (wide scope) vincolante. Così, per esempio, (22) potrebbe essere interpretato come avente la forma logica specificata in (22’):

(22) Aristotele fu investito da un carro quando aveva due anni.
(22') [lo x: x fu maestro di Alessandro Magno, scrisse l’Etica Nicomachea, ecc. ] è possibile che (si è dato il caso che x fu investito da un carro quando aveva due anni).

62Kripke ha discusso quest’idea succintamente nella Prefazione all’edizione del 1980 sostenendo che tale mossa trascura il fatto che esempi come (22) possono essere semplicemente valutati rispetto ad altri mondi possibili e che, dunque, non c’è davvero bisogno di includerli in contesti modali. Peraltro, si potrebbe annoverare anche solo un enunciato del tipo: “(22) avrebbe potuto essere vero”. In che modo la soluzione dell’ambito ampio può aiutarci in questo caso?

63Più recentemente, Soames (2002, Cap. 2) ha sviluppato le obiezioni di Kripke e ha schierato numerosi argomenti contro la tesi dell’ambito ampio, tra cui l’osservazione secondo cui una volta che si includa un nome proprio in un contesto di atteggiamento proposizionale e si inserisca l’atteggiamento proposizionale a sua volta all’interno di un contesto modale, si finisce per trovarsi nella posizione peculiare di aver bisogno che la descrizione eviti il contesto modale (al fine di onorare i fatti relativi alla rigidità) ma che non eviti il contesto di atteggiamento proposizionale (al fine di accomodare i casi di ‘Scott’/‘Sir Walter’ che Russell (1905) impiegò per motivare la teoria descrittiva dei nomi propri). In altre parole, i sostenitori della teoria descrittiva dei nomi propri hanno bisogno di disporre contemporaneamente della botte piena e della moglie ubriaca.

64Un’altra possibile risposta a Kripke (considerata in Nelson (2002)) consiste nel sostenere che i nomi propri siano descrizioni rigidificate (cioè, descrizioni come “L’individuo che nei fatti fu uno studente di Platone, che fu il maestro di Alessandro, ecc.” o descrizioni rigidificate di natura causale). Questa strategia generale è criticata da Soames (2002, Cap. 2), il quale sostiene che i due enunciati ‘L’attuale FèG’e'n è G’, dove n è un nome proprio, non esprimono la stessa proposizione. L’argomento per tale conclusione fa riferimento a casi dove queste espressioni occorrono all’interno di contesti di atteggiamento proposizionale, come in (23):

(23) a. Smith crede che n sia G
b. Smith crede che l’attuale F sia G

65Secondo Soames, ci sono contesti di asserzione e mondi di valutazione nei quali (23a) è vero e (23b) è falso. Di conseguenza, ‘L’attuale F è G’ e ‘n è G’ non possono esprimere la stessa proposizione (ma si veda Nelson (2002) per una replica a questo argomento).

66Ancora un altro approccio per difendere le descrizioni consiste nel ricorrere ad una semantica di tipo ‘bidimensionale’ (nel senso di Stalnaker (1978), (1990), Davies e Humberstone (1980)) al fine di rendere conto del comportamento dei nomi descrittivi in contesti modali. Alcune versioni di quest’idea sono state fornite da Evans (1982), Stanley (1997a,1997b), Chalmers (2002,2004) e Jackson (1998). L’idea che accomuna questi autori è che il contenuto di una descrizione seleziona contenuti differenti in mondi possibili diversi. Di conseguenza, se vogliamo valutare il contenuto descrittivo di “Aristotele” in un altro mondo possibile, la soluzione non è usare la descrizione “lo studente di Platone, ...” in quanto questa è la descrizione appropriata solo rispetto a questo mondo possibile. In altri mondi, ci saranno altri contenuti descrittivi.

67Né ci si deve necessariamente piegare all’argomento di Kripke secondo cui gli effetti della rigidità sono riscontrabili in (24) (che è libero da elementi modali) e secondo cui, quindi, l’apparente rigidità non può essere spiegata in termini di scopo.

(24) Aristotele era appassionato di cani.

68Secondo Kripke, (24) può essere valutato rispetto a diverse situazioni controfattuali, cosa senza dubbio vera. Ma qui l’assunzione per la quale non viene fornito un argomento è che quando valutiamo (24) in situazioni controfattuali il contenuto descrittivo del nome proprio debba rimanere costante. Bisognerebbe sapere esattamente che cosa significa valutare un enunciato in situazioni controfattuali. Non c’è nessuna ragione a priori affinché una corretta valutazione non possa includere un corrispondente slittamento nel contenuto descrittivo del nome proprio.

69Questa mossa contro Kripke richiede naturalmente l’assunzione di una particolare prospettiva nei confronti della nozione di rigidità e dell’identità attraverso mondi possibili. L’idea sarebbe che gli individui non vengano semplicemente designati rigidamente, ma piuttosto che le loro descrittivamente diverse ‘manifestazioni’ in diversi mondi possibili edifichino quelli che potremmo chiamare individui-attraverso-mondi-possibili. L’individuo è “sintetizzato”, potremmo dire, da queste manifestazioni. Teorie dell’identità attraverso mondi possibili di simile ispirazione sono state proposte da Hintikka (1969, 1972). In particolare, Smith (1983) ha delineato un interessante parallelo tra sforzi tecnici come quelli di Hintikka (1969, 1972) e teorie di tipo Kantiano-husserliano relativi a come gli individui vengono ad essere “costituiti”.

70Questa discussione non vuole essere niente di simile ad una seria difesa della teoria descrittivista dei nomi propri. Piuttosto, l’intenzione era quella di illustrare il cambiamento in prospettiva che ne deriva se riconosciamo che epistemologia, semantica e metafisica sono tra di loro connesse in modo interessante.

71A chiarire la precisa natura del nostro impegno ontologico non basteranno le sole argomentazioni a priori circa la plausibilità di tali oggetti né tanto meno le nostre intuizioni sulla rigidità. C’è bisogno in aggiunta di un attento lavoro di delucidazione sul lessico del parlante e sulla relativa competenza semantica. Il punto è che in quest’ambito la discussione sui nomi propri non è chiusa, al contrario è apertissima. C’è ancora tanto lavoro interessante da fare.

2.3 Eventi

72Notoriamente, Davidson (1967b) ha avanzato un argomento a favore dell’esistenza di eventi sulla base di considerazioni relative alla forma logica degli enunciati di azione. Approssimativamente, il ragionamento era il seguente. Possiamo facilmente inferire (26) da (25).

(25) Gianni mangiò le patatine fritte elegantemente
(26) Gianni mangiò le patatine fritte

73Secondo Davidson, l’inferenza da (25) a (26) è una inferenza logica che può essere resa formalmente una volta che si rilevi la sottostante struttura logica di “Gianni mangiò le patatine fritte”. Più precisamente, Davidson propose di esprimere tale struttura come segue:

(25') (∃e) [mangiò (Gianni, le patatine fritte, e) & elegante (e)]

74Approssimativamente, (25') può essere letto come “Ci fu un evento e tale che esso consistette nel mangiare le patatine fritte da parte di Gianni, e tale evento e fu elegante”. La conclusione (26) segue per semplice eliminazione della congiunzione. Davidson interpretò questo fatto come evidenza a favore dell’esistenza di eventi.

75Si noti, d’altra parte, che non è neppure necessaria la presenza di un’esplicita quantificazione su eventi nel linguaggio oggetto. Quel che è importante è che la quantificazione su eventi sia presente nel metalinguaggio. Ad esempio, nulla vieta di introdurre regole semantiche come le seguenti:

(27) a. Val (Vero, [s NP VP], σ) sse
Val (e, VP, σ) e per qualche x, x è l’agente di e e Val (x, NP, σ)

b. Val (e [vp VNP], σ) sse
Val (e, V,σ) e per qualche y, y è il tema di e e Val (y, NP, σ)

c. Val (e, [vp V AVV], σ) sse
Val (e, V σ) e Val (e, AVV,σ)

76La quantificazione cruciale ai nostri scopi è la quantificazione metalinguistica su e. Se i nostri assiomi sono corretti, e se c’è almeno un enunciato d’azione, allora ne risulta l’impegno all’esistenza di eventi.

  • 13 Sono debitore di Ernie Lepore su questo punto.

77Si potrebbe sostenere che, anche se, in effetti, ci impegniamo all’esistenza di qualcosa nel momento in cui quantifichiamo su e, concedere questo è cosa ben diversa dal concedere che ci impegniamo allora all’esistenza di eventi. Ora, è sicuramente vero che non è per il semplice fatto che le variabili siano indicate con una piccola e che ci ritroviamo impegnati verso l’esistenza di eventi. Quel che sappiamo per certo, comunque, anche solo a partire dai semplici assiomi di cui sopra, è che stiamo quantificando su cose (in qualunque modo vogliamo chiamarle) che hanno agenti, temi e di cui avverbi come ‘intenzionalmente’ e ‘lentamente’ sono veri. Cose di questo genere sembrano buoni candidati alla nomina di eventi, o almeno così sembra a me13.

78Si noti di nuovo che se questo approccio è giusto, allora molto di quel che sappiamo della struttura degli eventi (o in qualunque altro modo li si voglia chiamare) non deriverà da intuizioni a priori circa la loro natura (consistono di parti? Possono avere agenti multipli? Ecc.) ma risulterà dai vincoli imposti dai requisiti che la costruzione di una teoria della verità deve soddisfare. Questo è quel che è ragionevole aspettarsi. I requisiti di una teoria della verità aiuteranno a chiarire la natura della nostra ontologia.

3 Può una teoria della verità esimersi dall’avere conseguenze di natura metafisica?

79Nella sezione precedente, si è suggerito che l’impegno ontologico potrebbe essere correlato all’introduzione di valori semantici in una teoria del significato. A supporto di quest’idea, si può osservare che negli assiomi della teoria semantica troviamo, dopotutto, una (implicita) quantificazione su valori semantici. Ma se una quantificazione di questo tipo è presente, allora non può che derivarne un impegno ontologico verso quegli stessi valori semantici. Giusto? In effetti, non è difficile immaginare che a questo punto qualcuno possa rimproverarci di star procedendo troppo in fretta.

80Alcuni hanno sostenuto che si potrebbe neutralizzare l’impegno ontologico generato dalla quantificazione interpretando sostituzionalmente i quantificatori. Secondo tale interpretazione, un enunciato come (28)

(28) Un cane abbaiò

81risulterà vero solo se (28') è vero, dove “A” è usato come simbolo di concatenazione.

(28') Per qualche termine t, t ^ “è un cane” è vero e t ^ “abbaiò” è vero.

82Poiché ce un termine, diciamo ‘Lassie’, che, quando è concatenato con “è un cane” e “abbaiò”, produce un enunciato vero, allora (28’) deve essere vero. Si noti che questo risultato è raggiunto senza quantificare su cani esistenti.

83È stato suggerito che questo espediente possa essere utilizzato in molti casi, dalla filosofia alla matematica (Gottlieb 1980), alle semantiche delle costruzioni intenzionali come “Gianni cerca un unicorno” (Ioup 1977), al trattamento delle classi e attributi (Sellars 1963).

84La questione diventa allora se utilizzando la quantificazione sostituzionale si possa eliminare l’impegno ontologico nella semantica delle lingue naturali. In questa sezione vedremo che questo non è possibile.

  • 14 Si veda Wallace 1972 per alcuni problemi su questo punto, e Kripke 1976 per obiezioni.

85Per cominciare, si deve notare che diverse obiezioni sono state rivolte alla quantificazione sostituzionale relativamente alla sua compatibilità con la semantica vero-condizionale e il programma davidsoniano14. Io non mi occuperò di questo problema; mi rivolgerò invece ad una questione indipendente: la quantificazione sostituzionale può liberarci dall’impegno ontologico quando facciamo semantica?

86La formulazione più famosa della tesi secondo cui la quantificazione sostituzionale non esprime un concetto di esistenza genuino si trova in Quine (1969: 106)

[...] la quantificazione sostituzionale non veicola nessun accettabile senso di esistenza, o almeno non se la quantificazione oggettuale lo fa. La quantificazione sostituzionale ha senso, spiegabile in termine di verità e sostituzione, non importa quale classe di sostituzione assumiamo — inclusa quella il cui solo membro è il segno di parentesi di sinistra. Concludere che con questo procedimento si stanno assumendo entità, cosi con leggerezza e così da lontano, equivale a lasciare cadere la questione ontologica.

87Contro Quine, comunque, Parsons (1971) ha sostenuto che la quantificazione sostituzionale in realtà «avanza una pretesa legittima ad esprimere un concetto di esistenza». Parsons risponde al precedente argomento di Quine sostenendo che ci sono due caratteristiche formali della categoria dei termini singolari che rendono la quantificazione sostituzionale rispetto ai termini singolari di gran lunga meno esistenzialmente disimpegnata della quantificazione sostituzionale rispetto al segno di parentesi di sinistra:

In primo luogo, [la quantificazione sostituzionale] ammette l’identità attraverso la proprietà di sostituzione salva ventate. In secondo luogo, ha un numero infinito di membri distinguibili attraverso la relazione di identità. Questo ha come conseguenze che “(∀ xFx)” è più forte di ogni congiunzione che si possa costruire di enunciati della forma ‘Ft’, mentre “(∃ x)Fx” è più debole di ogni disgiunzione di enunciati di quella forma (Parsons 1971: 233).

88Dopo aver considerato il problema specifico dell’introduzione di una teoria predicativa delle classi, Parsons conclude che la quantificazione sostituzionale sortirà certi impegni ontologici:

[...] nei casi in cui i termini coinvolti stiano in una relazione di equivalenza non banale con un numero infinito di classi di equivalenza, la quantificazione sostituzionale dà luogo ad una genuina “dottrina dell’essere” di pari legittimità di quella di Quine e di altre. Essa si muove su linee parallele a certe teorie idealistiche dell’esistenza di entità fisiche, come ad esempio la teoria della percezione nelle Ideen di Husserl. (Parsons 1971: 234-5).

  • 15 Si veda Dreyfus 1982 per un caso di esempio.

89Che cosa ha in mente qui Parsons? Paralleli con Husserl sono pericolosi, date le varie divergenze nell’interpretazione del suo lavoro15. Secondo alcuni, Husserl è un idealista, per altri un realista, per altri ancora (ad esempio, Hall 1982) Husserl non è nessuna delle due cose. In tutte le interpretazioni, comunque, la teoria della percezione oggettuale risulta estremamente complessa.

90In una sezione del Capitolo 1 di Idem, però, troviamo un passo nel quale Husserl suggerisce l’esistenza di un profondo legame tra forme sintattiche e lo Stoffen (la traduzioni a questo proposito sono discordanti, tra le altre vi sono “materia” e “elementi”). Una possibile interpretazione del suggerimento di Parsons potrebbe essere che certe posizioni sintattiche di un enunciato, come le posizioni del soggetto o della frase nominale, potrebbero esprimere una connessione privilegiata con lo Stoffen. La parola “connessione” è usata in maniera impropria qui, poiché suggerisce qualche sorta di frattura tra l’oggetto sintattico e lo Stoffen, mentre nei fatti queste forme devono essere pensate come in grado di rivestire un ruolo attivo nell’organizzazione del mondo.

  • 16 In questa sessione, ci siamo occupati principalmente della questione se la quantificazione sostituz (...)

91Queste sono, come piace dire a Dummett, deep waters e qualcuno potrebbe aggiungere che le acque sono anche piuttosto torbide. In ogni caso, è chiaro che ci sono molte nozioni candidate di esistenza nella tradizione idealistica e altrove, e che, in almeno alcune componenti della tradizione, esistenza e essere sono strettamente connessi a certi tipi privilegiati di rappresentazione sintattica. Sembra ragionevole che non tutte le forme sintattiche siano privilegiate allo stesso modo, e che le posizioni sulle quali quantifichiamo sostituzionalmente (posizioni di frase nominale, di soggetto) potrebbero essere appunto quelle privilegiate. Una ricostruzione di certe concezioni idealistiche dell’essere potrebbe benissimo coinvolgere l’uso di risorse come la quantificazione sostituzionale. In breve, il ricorso alla quantificazione sostituzionale non necessariamente elimina l’impegno ontologico nel senso che ci interessa16.

92In fondo, data la natura deflazionistica dell’investigazione metafisica proposta qui, non dovrebbe apparire particolarmente azzardato o sorprendente il fatto che i nostri impegni metafisici risultino connessi al nostro uso della quantificazione su valori semantici nel metalinguaggio. Un ricorso alla quantificazione sostituzionale difficilmente ridimensionerebbe questo progetto. In realtà, ci si potrebbe chiedere se non sia, questo della quantificazione sostituzionale, il modo migliore di pensare alla quantificazione metalinguistica all’interno di questo programma.

Conclusione

93La manciata di casi discussi in questo capitolo sono semplicemente esempi di come la semantica e la metafisica si connettano tra di loro e di come possano informarsi a vicenda. In Ludlow (1999), ho sviluppato queste idee e le ho estese a ricerche contemporanee sulla semantica delle espressioni temporali così come della metafisica del tempo, ma naturalmente, l’interesse principale qui non sono i casi specifici quanto piuttosto presentare un genere di approccio alla metafisica nei quali la teoria semantica e fa filosofia del linguaggio giochino un ruolo centrale.

94Cinquanta anni fa, nessuno si sarebbe preoccupato forse di fare questa osservazione finale, dal momento che allora i filosofi analitici davano per scontato che il linguaggio (e i filosofi del linguaggio) sarebbero rimasti al centro dell’indagine filosofica. Nei decenni successivi, la filosofia del linguaggio è stata via via esautorata della sua posizione centrale, talvolta per essere rimpiazzata dalla filosofia della mente, e a volte da assolutamente nulla, lasciando così i vari sotto-rami della filosofia analitica a disseminarsi verso direzioni sconnesse.

95Non è del tutto un fatto negativo che la filosofia del linguaggio abbia perso il suo ruolo privilegiato nell’interno della filosofia analitica. In primo luogo, la concezione del linguaggio che ispirava gran parte della ricerca di metà secolo era, a mio avviso, fondamentalmente errata. In secondo luogo, molte delle presunte conseguenze che si pensava derivassero dalla filosofia del linguaggio erano nei migliori dei casi quantomeno deboli. Oggi, se la filosofia del linguaggio ha qualche tesi da avanzare in metafisica o altrove, deve farlo in maniera molto circospetta, e tutto questo non può che essere un bene.

96Tuttavia, all’albeggiare del nuovo secolo, la filosofia del linguaggio si è rifatta avanti in forma sostanzialmente nuova. E stata naturalizzata con successo, o almeno questa è la mia opinione, e si è ben inserita nella semantica del linguaggio naturale e nella linguistica. Così rinnovata, la filosofia del linguaggio ha davvero tesi importanti da far valere rispetto a diverse ambiti dell’indagine filosofica, e non solo rispetto alla metafisica del tempo, ma anche rispetto ad una teoria della causalità, alla teoria dell’azione, alla teoria dei valori, ecc. Spero che questo progetto, una volta che sia stato completamente sviluppato, possa mostrare quanto centrale la filosofia del linguaggio sia, e come, qualora sia praticata correttamente, essa meriti di riprendersi il suo posto al vero cuore della filosofia analitica.

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Note

1 Si consideri per esempio il seguente frammento di Parmenide:
Deve darsi il caso che ciò che è lì per essere l’oggetto delle nostre conversazioni e del nostro pensare è; poiché proprio lì risiede l’essere.
L’idea è anche chiaramente articolata nel Sofista di Platone (237, D-E), dove un forestiero suggerisce aTeeteto che qualora usassimo la parola “qualcosa” per non riferirci a nulla, non riusciremmo neppure ad esprimere una proposizione determinata:
FOR. Di sicuro si può osservare che l’espressione “qualcosa” è sempre usata per riferirsi ad una cosa che esiste. Non la si può usare in isolamento da tutto ciò che esiste, non è forse vero?
TEE. Lo è.
FOR: Sei d’accordo con me sulla base della considerazione secondo cui parlare di “qualcosa” equivale a parlare di “una certa qual cosa”?
TEE. Esatto.
FOR. E questo perché sei disposto ad accettare che “qualcosa” sta per una cosa sola esattamente come “alcune cose” sta per due o tre cose?
TEE. Assolutamente.
FOR. Allora sembra seguire necessariamente che parlare di ciò che non è equivale a parlare di assolutamente niente.
TEE. Necessariamente.
FOR. Ma non credi che dovremmo perfino rifiutare di ammettere che in questo caso una persona stia dicendo qualcosa, sebbene possa stare parlando di nulla? Non dovremmo piuttosto sostenere che egli non stia dicendo proprio nulla nel momento in cui si mette a proferire i suoni “una cosa che non è”?
Aristotele prese le distanze da Platone su molte questioni di metafisica, ma non su questioni relative al rapporto tra linguaggio e metafisica. Nel libro C, della Metafisica, ad esempio, Aristotele affronta la questione se i predicati debbano riferirsi a forme indipendenti: In questo modo, si potrebbe dubitare che le parole ‘camminare’, ‘essere in salute’, sedersi’, implichino che ognuna di queste cose sia esistente. E così in altri casi di questo tipo; infatti, nessuna di queste “cose” sussiste di per sé o può essere separato dalla sostanza, e se qualcosa è esistente, lo è piuttosto ciò che cammina, o è in salute, o si siede. Ora questi sono considerati più reali poiché c’è qualcosa di preciso che ne è alla base (cioè, la sostanza deirindividuo) e la cui esistenza è implicata da quei predicati; infatti, non ci capita mai di usare la parola ‘buono’ o la parola sedersi’ senza implicare proprio questo (Capitolo 1). In questo passo, Aristotele è in disaccordo con Platone sulla questione se ci siano forme indipendenti, ma il punto cruciale è che costruisce il suo argomento sulla base del fatto linguistico che i predicati non possono stare per conto loro (Si veda Alston 1964: 2 per una breve discussione di questo passaggio).

2 L’idea che il dominio debba essere stipulato in anticipo potrebbe basarsi su certe assunzioni relative alla desiderabilità del rigore formale in una teoria semantica (e più in generale nelle scienze): tuttavia, come sostengo in Ludlow 1992, questo desideratum riflette un fraintendimento circa il ruolo del rigore formale delle scienze in generale.

3 Si potrebbe replicare che una semantica modellistica potrebbe non sortire gli stessi impegni ontologici, poiché invocherebbe solo la nozione di verità in un modello. Questo è un punto su cui si può discutere (si vedano Lepore 1983, Higginbotham 1985 e 1989, Ludlow 1999: Cap.2 per un’analisi), ma penso lo si possa tralasciare per ora, considerando che nel caso di un’ampia classe di teorie semantiche denotazionali, abbiamo ben chiaro quali sono i relativi impegni ontologici. Una volta che si introduca la nozione di verità in un modello, la questione diventa più sottile, tra le altre cose perché non è più nemmeno chiaro che tali teorie possano servire come teorie del significato.

4 Non farebbe nessun danno descrivere un frammento che utilizzasse invece le nozioni semantiche di soddisfacimento o riferimento. In questo caso, “x= Sally” potrebbe essere sostituito da “Sally si riferisce a x” e “x cammina” potrebbe essere sostituito da “x soddisfa ‘cammina’”

5 La reificazione di “Il vero” può essere evitata se lo si desidera. Faccio uso di tale nozione solo per convenienza, e non perché io condivida le intuizioni di Frege che ci sia una cosa di simile a “Il vero” .

6 Se questo requisito fosse lasciato cadere, ci ritroveremmo a derivare teoremi come
‘La neve è bianca’ è vero se e solo se la neve è bianca e il numero 7 è primo.

Si veda Davies 1981 per una discussione di questo problema.

7 Può anche darsi il caso che o (9) o (10) siano inadeguati per certe ragioni psicolinguistiche, ma questo sarebbe un problema che richiederebbe attenzione indipendente.

8 Un argomento simile è stato sollevato contro Tutilizzo del riferimento anaforico ad eventi singoli come argomento a favore dell’esistenza di eventi.

9 Ma per una posizione meno pessimistica, si veda Beeler 1982, Chierchia e Turner 1988, e numerosi saggi in Chierchia e Turner 1989.

10 Alcuni filosofi hanno suggerito che si possa evitare l’apparente impegno ad entità come Pegaso sulla base di due assunzioni di base. La prima, comunemente accettata nelle logiche libere, è che non siamo costretti ad assumere che la generalizzazione esistenziale valga, così che da (i), ad esempio, non siamo costretti ad inferire (ii):
(i) Pegaso= Pegaso
(ii) Esiste un x tale che x= Pegaso
Possiamo accettare questo punto, poiché quel che ci interessa qui è se o meno espressioni che hanno un riferimento sollevino impegni ontologici (quasi indipendentemente dal coinvolgimento della quantificazione).
La questione è se un assioma come (21) ci debba impegnare di per sé ad un’entità come Pegaso. La questione è complicata dal fatto che (i) sembra essere dotato di contenuto a differenza di (iii):
(iii) Val (x, Egref ) se e solo se x si riferisce a Egref
Un modo di analizzare assiomi come (21), che sia in grado di distinguerli da assiomi come (iii), è supporre che essi invochino concetti. Così, ad esempio, (21) ha un contenuto perchè abbiamo il concetto di Pegaso, e (iii) invece non ce l’ha perché non abbiamo il concetto di Egref.
A prima vista, il problema di questa soluzione è che assiomi come (21) non sembrano tanto vertere su concetti quanto su oggetti. Così, per esempio, un filosofo che credesse nell’esistenza di Pegaso potrebbe distinguere le sue credenze su Pegaso dalle sue credenze sul concetto di Pegaso, e a sua volta potrebbe distinguere le due parlando. In questo caso, (21) può essere usato nel dare la semantica delle affermazioni del filosofo relative a Pegaso, ma non delle sue affermazioni relative al concetto di Pegaso. Per questo, si richiederebbe un secondo assioma che facesse specifico riferimento al concetto.

11 Si veda per esempio Kripke 1980.

12 C’è probabilmente anche spazio per dubitare della rilevanza qui delle intuizioni concernenti la rigidità. Mentre si può concedere a Kripke che i nomi propri si riferiscono rigidamente in un modo differente dalle descrizioni definite, come ha notato Stanley 1997a, Kripke semplicemente assume che la rigidità sia rivelante per una teoria del significato. Commentando le osservazioni di Kripke 1980: 14 secondo cui “abbiamo un’intuizione diretta della rigidità dei nomi propri, esibita nella nostra comprensione delle condizioni di verità di enunciati particolari”, Stanley sostiene che Kripke stia qui presupponendo la questione cruciale. Le intuizioni sulla rigidità, se anche ci fossero cose di questo tipo, potrebbero infatti non avere nessuna rilevanza per la nostra comprensione delle condizioni di verità.

13 Sono debitore di Ernie Lepore su questo punto.

14 Si veda Wallace 1972 per alcuni problemi su questo punto, e Kripke 1976 per obiezioni.

15 Si veda Dreyfus 1982 per un caso di esempio.

16 In questa sessione, ci siamo occupati principalmente della questione se la quantificazione sostituzionale ci liberi davvero dagli impegni ontologici. Ci sono comunque diverse difficoltà tecniche che subentrano per l’interpretazione sostituzionale dei quantificatori dei linguaggi naturali, di cui è importante menzionarne almeno una: la questione se la quantificazione sostituzionale possa essere estesa a quantificatori come “la maggior parte”, “pochi” (si vedano Davies 1981, Ludlow 1985: §4.B e Lewis 1985 i quali hanno fatto tutti questa osservazione, indipendentemente gli uni dagli altri). Per esempio, se le condizioni di verità per “La maggior parte delle spie sono annoiate” sono fornite come segue:
(i) Per la maggior parte per i termini t, tali che tA “è una spia” è vero e tA “è annoiato” è vero.
esse risultano scorrette poiché le spie potrebbero avere molti nomi, ed è quindi possibile che una spia in particolare, diciamo Jones, sia l’unica spia ad essere annoiata ma, avendo migliaia di nomi, il fatto che lei da sola sia annoiata basterà a rendere (i) vero. Anche se queste questioni tecniche sono interessanti, le ho tralasciate poiché quel che si deve dimostrare in primo luogo è che la quantificazione sostituzionale sia in grado di liberarci da tutti gli impegni ontologici.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Peter Ludlow, «Derivare conseguenze metafisiche. Da una teoria davidsoniana del significato»Rivista di estetica, 32 | 2006, 21-40.

Notizia bibliografica digitale

Peter Ludlow, «Derivare conseguenze metafisiche. Da una teoria davidsoniana del significato»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 15 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2394; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2394

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