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HomeNumeri32Le ambigue virtù della forma logica

Note della redazione

Pubblicato la prima volta in M. Moneglia (a cura di), Atti del Convegno su «Tempo verbale – Strutture quantificate in forma logica», 13-14 dicembre 1979, Studi di grammatica italiana, Accademia della Crusca, Firenze 1981, pp. 265-84.

Testo integrale

1In questa comunicazione, non intendo contribuire all’analisi di questa o quella classe di espressioni linguistiche. Vorrei invece dare un contributo alla nostra consapevolezza (chiamiamola pure “filosofica”) della funzione che il concetto di forma logica svolge nelle nostre analisi. Più in particolare, vorrei mettere in guardia contro certe possibili conseguenze di quello che a me pare un uso “metafisico” dell’idea di forma logica. Vorrei dimostrare che una certa eredità filosofica, per lo più latente nell’uso che si fa oggi del concetto, ha in realtà un’influenza, secondo me spesso negativa, nell’analisi delle lingue naturali condotta specialmente dai filosofi del linguaggio, più che dai linguisti.

  • 1 Prescindo qui deliberatamente dalla distinzione tra una lingua naturale e un linguaggio formale le (...)

2Mi pare che oggi sia di fatto largamente condivisa la definizione di forma logica che si trova in Harman (1972: 30-1): «Per i filosofi, la forma logica di un enunciato è data da una sua parafrasi nella teoria della quantificazione». L’espressione ‘teoria della quantificazione’ dev’essere intesa in modo da includere teorie di ordine superiore al primo; mi pare infatti fuor di dubbio che Montague e gli analisti che usano i suoi metodi intendano esprimere, con le loro traduzioni in teorie di ordine superiore al primo, la forma logica di enunciati naturali1 La forma logica non è la parafrasi dell’enunciato, ma si esprime nella parafrasi; così come la composizione chimica di una sostanza non è la sua formula chimica, ma si esprime nella sua formula chimica. Dico subito che il fatto che venga a questo modo introdotta un’entità astratta, in un certo senso “metafisica”, accessibile soltanto attraverso una sua espressione linguistica, non mi sembra un problema molto grave. Non è questa, in ogni caso, la “cattiva metafisica” di cui intendo parlare. Dal punto di vista di questa definizione, la forma logica di un enunciato può essere concepita come un’entità teorica che una determinata teoria associa all’enunciato. La sua validità si misura (a mio giudizio, esclusivamente) sulla sua capacità di svolgere certi compiti epistemici. Quali sono questi compiti? Perché dovremmo desiderare di parafrasare o tradurre un enunciato di una lingua naturale in un altro enunciato di un’altra lingua (in questo caso, artificiale) ? Per ragioni non molto diverse da quelle che suggeriscono il ricorso ad entità teoriche in altre discipline in cui si abbia a che fare con fenomeni in qualche senso dati (e in qualche senso osservabili) : cioè per fornire una descrizione semplice e unitaria di una classe molto vasta di fenomeni, che consenta di prevedere e spiegare certe relazioni tra di essi. Montague era particolarmente interessato alle relazioni di conseguenza logica; altri possono avere più interesse per le relazioni di sinonimia, o di cotenibilità, o altre ancora.

3Dal punto di vista di questa impostazione epistemologica, l’identificazione della forma logica di un enunciato naturale E con (ciò che si esprime in) una sua parafrasi o traduzione T(E) nella teoria della quantificazione è motivata, mi pare, da un’ipotesi del tipo della seguente: se la parafrasi è adeguata, una certa relazione intuitiva R — per esempio una relazione di conseguenza logica, o di sinonimia — sussiste tra E e una classe di enunciati naturali { E1...,En} se e solo se è dimostrabile, nella teoria della quantificazione scelta, che R’ sussiste tra T(E) e {T(E1),...,T(En)}, dove R’ è 1’explicatum teorico di R, cioè la relazione che “corrisponde” a R nella teoria che si è scelta (per esempio, la deducibilità logica in base alle regole della teoria della quantificazione). L’ipotesi non è necessariamente banale, perché si possono imporre condizioni di non banalità sia alla parafrasi o traduzione T, sia all’esplicazione di R. Dire che T(E) esprime la forma logica di E equivale allora semplicemente a dire che effettivamente, per quanto risulta alle nostre intuizioni di parlanti,

4R(E, E1;...,En) se e solo se |-𝒯R’(T(E), T(E1),...,T(En)).

  • 2 Entrambi gli esempi sono miei, non di Cresswell.

5I problemi che nascono da questo uso della nozione di forma logica riguardano, ad esempio, il contrasto tra le nostre intuizioni di parlanti e i risultati della teoria. Sono problemi non molto diversi da quelli che sorgono quando le conseguenze di una qualche teoria fisica paiono in contrasto con i “dati osservativi”. Faccio solo un esempio di questo tipo di problemi. In Logics and Languages (1973: 139), M.J. Cresswell attribuisce la parola virtue alla categoria sintattica dei nominali, cioè delle funzioni che assegnano un enunciato a un predicato, come nell’esempio2

6La tratta cioè come nome di una qualche entità. Subito dopo, nota che virtue ha anche la funzione sintattica di un nome comune numerabile, cioè di una funzione che assegna un enunciato a un nome; in questa funzione, la sua categoria è <0,1 >, come nell’esempio

  • 3 Kripke 1979, trad. it. pp. 37-44, ha proposto un test per valutare l’ambiguità di un’espressione di (...)

7La conclusione di Cresswell è che la «struttura profonda» contiene due parole, virtue1 e virtue2, «in stretta relazione semantica fra loro», e la cui realizzazione superficiale e identica. Per ulteriori chiarimenti rimanda a un paragrafo successivo in cui si tratta di ambiguità lessicale (per esempio l’ambiguità di light, = luce, = leggero). Non sto accusando Cresswell di trattare la presunta ambiguità di virtue in (1) e (2) puramente e semplicemente come un caso di ambiguità lessicale, ma il suo risultato mi sembra comunque controintuitivo3 E successo che la teoria impone di identificare un’unità lessicale, al livello della forma logica, con una coppia <identità sintattica, identità semantica>, dove l’identità semantica è concepita come il valore di una funzione che ha per argomento non l’unità lessicale stessa ma la sua identità sintattica: perciò è privo di senso dire che una stessa unità lessicale funziona sintatticamente in due modi distinti. Un’unità lessicale “profonda” non ha un’identità separata dalla sua appartenenza categoriale. Quindi, nel caso di (1) e (2), abbiamo a che fare con due unità diverse; e questo contrasta con le nostre intuizioni, o almeno con le mie. La relazione che intuitivamente intercorre tra (1) e (2) non è in nessun modo riprodotta al livello di T(l) e T(2), cioè al livello della forma logica.

8Si possono pensare vari modi di superare questa particolare difficoltà, più o meno distruttivi della teoria proposta da Cresswell; quel che voglio sottolineare è che non sono comunque difficoltà diverse da quelle incontrate da qualsiasi teoria empirica. Ogni teoria empirica ha il problema di “salvare i fenomeni”.

  • 4 Parlo di identità semantica e non di interpretazione semantica come si fa spesso perché ho in mente (...)

9Ma le ragioni per cui una teoria non riesce a salvare certi fenomeni possono essere varie. Nel caso della teoria di Cresswell, l’origine della particolare difficoltà che si è vista può essere individuata nel fatto che l’entità teorica associata all’unità lessicale è articolata in modo tale che il suo componente semantico dipende esclusivamente dal componente sintattico, e le possibili analisi sintattiche dell’unità non stanno tra di loro in una relazione che consenta di ricuperare l’identità semantica dell’espressione (o almeno una strettissima parentela tra le sue due identità semantiche “profonde”). Le difficoltà dipendono quindi dal modo in cui certi costrutti teorici sono stati costruiti. Tutto ciò è abbastanza ovvio, e avrebbe potuto essere risparmiato con soddisfazione generale se non mi importasse mettere a confronto questo genere di difficoltà con problemi diversi, che scaturiscono da un diverso uso della nozione di forma logica. In questo diverso uso, la forma logica (per esempio) di un enunciato non è un’entità teorica, che una teoria associa a un enunciato di una lingua naturale per descrivere quest’ultima in maniera economica; essa è piuttosto concepita come una proprietà dell’enunciato, che ci consente di attribuirgli l’identità semantica4 che abbiamo indipendentemente stabilito di attribuirgli. Perché abbiamo bisogno della mediazione di questa “identità ombra” dell’enunciato che è la forma logica, per attribuirgli la sua identità semantica? Perché apparentemente l’enunciato esige una diversa identità semantica, che, per varie ragioni, non siamo disposti a riconoscergli. In questa fase del discorso, intendo per ‘identità semantica’ di un enunciato semplicemente le sue condizioni di verità, come sono specificate in una semantica di tipo tarskiano, eventualmente estesa a mondi possibili. Questo per semplicità, e anche perché mi pare che la semantica tarskiana sia essenzialmente omogenea alle intuizioni dei primi fautori di questo uso della nozione di forma logica. Tanto per richiamare subito alla mente il genere di problemi — del resto notissimi — a cui sto facendo riferimento, può sembrare che le condizioni di verità di (3)

10(3) L’attuale re di Francia è bello

11abbiano qualcosa a che vedere con il fatto che un qualche individuo sia, o non sia, bello; invece non è così, questa identità semantica è apparente: la vera identità semantica di (3) può essere riconosciuta quando se ne sia compresa la forma logica, che è espressa per esempio da (4):

12(4) (∃x)(x è attualmente re di Francia & ((∃y)(y è attualmente re di Francia ⊃x = y) & x è bello)).

  • 5 Cfr. specialmente 2.181, 3, 3.1, 3.12, 3.315.

13Questo uso della nozione di forma logica si fa di sotto risalire a Russell (1905). In realtà, l’espressione ‘forma logica’ non si trova nell’articolo di Russell: quella che le si avvicina di più, mi pare, è ‘logicai status’ (Russell 1905: 53). Probabilmente, se non l’invenzione almeno la divulgazione dell’espressione in questo suo uso è dovuta al Tractatus di Wittgenstein5, dove peraltro essa è usata in maniera tutt’altro che trasparente e univoca. E’ vero però che nell’articolo di Russell si trovano tutti gli elementi di una teoria della forma logica nel secondo senso. Essi sono stati analizzati da D.Kaplan (1970) in una maniera che a me pare completamente accettabile nella sostanza. Secondo Kaplan, l’articolo di Russell contiene un metodo per eliminare le imperfezioni logiche di una lingua naturale. Un linguaggio è detto ‘logicamente imperfetto’ quando la forma grammaticale di certe sue espressioni non coincide con la loro forma logica. Il metodo di Russell consiste nel parafrasare le espressioni naturali “imperfette” — per esempio (3) — in modo che le loro parafrasi siano direttamente traducibili in un linguaggio logicamente perfetto, in cui forma grammaticale e forma logica coincidono per tutte le espressioni.

14La parte più importante dell’articolo di Kaplan riguarda la definizione dei concetti di forma grammaticale e forma logica. La sua esposizione non è perfettamente chiara, ma a me pare di capire quanto segue: la forma grammaticale di un’espressione è ciò che è esibito dal suo grafo ad albero; la costruzione di un’espressione in base alle regole di formazione del linguaggio a cui appartiene assegna all’espressione la sua forma grammaticale. La forma logica è invece esibita (è ciò che è esibito) dal calcolo del valore semantico dell’espressione: per esempio, la costruzione del valore di verità di un enunciato, in base alle regole di valutazione per il linguaggio a cui l’enunciato appartiene, esibisce la forma logica dell’enunciato. Date queste definizioni, è certo più corretto parlare di «rispecchiamento» della forma grammaticale da parte della forma logica - come Kaplan dice a volte - che non di «concidenza» tra di esse, come egli dice altre volte (ad es. Kaplan 1970: 390). Difatti è chiaro che forma grammaticale e forma logica di un’espressione non possono coincidere, a meno che le regole di formazione non si identifichino con le regole di valutazione, che mi sembra un’ipotesi priva di senso. Invece, possiamo dire che la forma logica “rispecchia” la forma grammaticale quando

le espressioni logicamente semplici coincidono con le espressioni grammaticalmente semplici (ma ben formate), e... ad ogni regola dì formazione corrisponde un’unica regola di valutazione, in modo che ogni composto formato applicando la regola dì formazione a determinati componenti è valutato applicando la corrispondente regola dì valutazione ai valori dei componenti (tr.it.: 395).

15Secondo Kaplan, la tesi essenziale di Russell nell’articolo «On Denoting» è dunque la seguente: il linguaggio ordinario (o, se vogliamo, la lingua inglese) non soddisfa questa condizione di perfezione logica, ma può essere “tradotto” in un linguaggio che la soddisfa.

  • 6 O forse stadi intermedi tra l’enunciato e la sua traduzione, cioè parafrasi più facilmente traducib (...)

16L’interpretazione di Kaplan spiega molti aspetti della teoria di Russell. Anzitutto spiega qual è il ruolo delle parafrasi che Russell introduce per chiarire il “vero significato” degli enunciati analizzati: esse sono traduzioni6 di quegli enunciati in enunciati di un linguaggio logicamente perfetto. E spiega anche come sia possibile accettare le parafrasi di Russell senza accettare le conseguenze che egli ne deriva quanto alla loro forma logica: infatti la forma logica di qualsiasi enunciato dipende dalle regole semantiche di valutazione per il linguaggio a cui l’enunciato appartiene, e perciò qualsiasi parafrasi è sottodeterminata quanto alla sua forma logica. Russell era scarsamente consapevole di questa sottodeterminazione: egli sembra dare per scontata l’univocità semantica delle sue parafrasi. Su questo punto torneremo.

17Kaplan chiarisce solo brevemente la motivazione filosofica dell’articolo di Russell, e quindi del suo metodo: perché dovremmo desiderare di disporre di un linguaggio logicamente perfetto? Quali sono gli inconvenienti di un linguaggio imperfetto, secondo Russell (o Kaplan)? La risposta, nei termini di Kaplan, è la seguente: nel caso di un linguaggio imperfetto, l’ipotesi che la forma logica di un enunciato rispecchi la sua forma grammaticale può portare ad attribuire all’enunciato condizioni di verità diverse da quelle che intuitivamente possiede: per esempio a far dipendere la verità di (3) dal fatto che un qualche individuo sia, o no, bello. Non potremmo allora abbandonare l’ipotesi, ed evitare così le conseguenze semantiche che a Russell sembrano sgradevoli? Il fatto è che l’ipotesi del rispecchiamento della forma grammaticale da parte della forma logica non è altro che l’ipotesi che il linguaggio dica quello che sembra dire, parli di ciò di cui sembra parlare; e perciò esprime una tendenza “naturale” e insopprimibile degli utenti di qualsiasi linguaggio. Questo punto è forse oscurato dall’analisi di Kaplan, ma è assolutamente in primo piano nelle formulazioni di Russell, di Wittgenstein e dei loro primi epigoni, e può essere espresso anche nei termini di Kaplan: anche in una lingua naturale, l’imperfezione logica rappresenta l’eccezione piuttosto che la regola: perciò siamo indotti ad estendere l’ipotesi del “rispecchiamento” anche ad espressioni logicamente imperfette, cioè ad attribuire loro la stessa forma logica di espressioni logicamente perfette di stessa forma grammaticale. L’apparenza semantica (quello che il linguaggio sembra dire) di un’espressione imperfetta E1 è un calco della forma logica di un’espressione perfetta E2 la cui forma grammaticale è la stessa di E1

  • 7 Ad esempio, Ryle 1931-32:14 sostiene che le espressioni che egli chiama ‘fuorviami’ vanno riformula (...)

18L’analisi di Kaplan fa giustizia di una delle più pesanti ipoteche metafisiche presenti nella teoria di Russell: cioè la tesi della possibilità di una parafrasi semanticamente univoca, o come anche si potrebbe dire prendendo a prestito un’espressione di Ryle, intrinsecamente non fuorviante. Nessuna parafrasi determina di per sé le regole semantiche della propria valutazione: quindi nessuna parafrasi può determinare, di per sé sola, le proprie condizioni di verità in maniera conforme alle nostre intuizioni semantiche. Russell sembra invece identificare le parafrasi che propone con le loro valutazioni semantiche in base alle regole di una semantica standard per la teoria della quantificazione, come se le parafrasi — che sono soltanto enunciati — si “portassero dentro” la loro identità semantica. Questo punto di vista pare condiviso dall’autore del Tractatus (cfr. ad esempio 3.325) e poi da molti altri7 Per i fautori della tesi della possibilità di parafrasi intrinsecamente non fuorviami, la forma logica di un enunciato è immediatamente indotta dalla sua forma grammaticale, e si tratta quindi soltanto di trovare una parafrasi la cui forma grammaticale induca la forma logica “giusta”, cioè conforme alle intuizioni semantiche relative all’enunciato di partenza. Kaplan fa invece vedere che, data una certa forma grammaticale di un enunciato in un linguaggio, sono possibili non solo diverse determinazioni della sua forma logica, ma diverse determinazioni che rendono il linguaggio logicamente perfetto (Kaplan 1970: 396). Quindi non è possibile dare una parafrasi che eli per sé induca la forma logica “giusta”, o, in altre parole, non sono possibili parafrasi intrinsecamente non fuorvianti.

19Resta un problema, che è poi quello su cui vorrei concentrare l’attenzione. Qual è il criterio in base al quale determiniamo la forma logica, cioè l’identità semantica, della parafrasi di un enunciato? La risposta ovvia sarebbe: il criterio sono le nostre intuizioni relative all’identità semantica dell’enunciato di partenza. La parafrasi dev’essere vera esattamente nei casi in cui, intuitivamente, l’enunciato di partenza è vero. Il procedimento analitico dovrebbe poter essere rappresentato così (E' è la parafrasi scelta dell’enunciato di partenza E):

8

20Ora, la mia impressione è che, in Russell e in molti analisti, le intuizioni relative alle condizioni di verità di un enunciato siano spesso corrette da considerazioni relative all’intrinseca accettabilità di questo o quel gruppo di condizioni di verità. Per esempio, condizioni che facciano dipendere la verità di un enunciato dalle proprietà di entità inesistenti sono comunque inaccettabili. «People do not really talk philosophical nonsense», dice Ryle (1931-32: 35; corsivo mio): non è sensato supporre che chi dice “Mr. Pickwick è un’invenzione letteraria” o “La virtù è premio a se stessa” stia parlando, rispettivamente, di un’entità inesistente e di un universale. Queste cose non esistono, perciò gli enunciati di cui sopra non devono essere interpretati come se ne parlassero.

21La compatibilità con un’ontologia filosofica ragionevole è la seconda ipoteca metafisica che pesa sulle teorie di Russell e dei suoi epigoni. Per Russell, la ragione principale per cui il nostro linguaggio dev’essere tradotto in un linguaggio logicamente perfetto è che la forma grammaticale di certi enunciati del nostro linguaggio induce una forma logica incompatibile con una “sana” ontologia filosofica. Certo, non è indispensabile prendere completamente per buone le conseguenze ontologiche della forma grammaticale di certi enunciati, come fa Meinong; si può seguire l’esempio di Frege e interpretare l’ontologia indotta dal linguaggio naturale in modo tale da renderla compatibile con certi criteri di verosimiglianza ontologica. Non è necessario introdurre nell’ontologia entità inesistenti, che facciano da denotazione di espressioni come l’attuale re di Francia’; si può stipulare che esse denotino la classe nulla, per esempio. Ma, secondo Russell, è più naturale ammettere che il nostro linguaggio è logicamente imperfetto, cioè che la vera forma logica degli enunciati incriminati non rispecchia la loro forma grammaticale. Questo punto di vista conduce a scegliere la parafrasi “perfetta” di un enunciato naturale anche in base alla compatibilità delle condizioni di verità della parafrasi con una corretta ontologia filosofica. Per contrapposizione, l’incompatibilità delle condizioni di verità di una parafrasi (per es. nella teoria della quantificazione) con certi assunti ontologici è condizione sufficiente per concludere che quella parafrasi non può essere adeguata all’enunciato di partenza, indipendentemente da considerazioni intuitive di sinonimia tra l’enunciato e la parafrasi. «People do not really talk philosophical nonsense».

22Accettare questo requisito di compatibilità ontologica della forma logica significa né più né meno che imputare al linguaggio naturale la nostra ontologia preferita. La forma logica di un enunciato naturale viene identificata con un gruppo di condizioni semantiche per l’enunciato che fanno dipendere la sua verità o falsità dalle proprietà di entità ontologicamente accettabili. A questo modo, l’analisi di una lingua naturale diventa, in parte, una forma di ontologia indiretta: un’impresa strettamente speculativa, in cui, invece di teorizzare direttamente le nostre idee intorno a “ciò che vi è”, le attribuiamo al linguaggio naturale, e quindi ai parlanti di ieri, di oggi e presumibilmente di domani; salvo poi eventualmente farci forti del consenso che il “linguaggio comune” — così interpretato — presta alla nostra ontologia filosofica.

23Voglio sottolineare che considero questa attività filosofica del tutto legittima e, nella misura in cui ha successo, non priva di interesse. E’ interessante — se è vero — che le condizioni di verità di un grandissimo numero di enunciati naturali possano essere espresse chiamando in causa soltanto un piccolo numero di tipi di entità, secondo le istruzioni di un’ontologia filosofica relativamente semplice. Ma questa attività filosofica non dev’essere scambiata per una descrizione di un linguaggio naturale che chiami in causa soltanto le intuizioni dei parlanti, oltre a criteri intrateorici di semplicità, economia ecc. In questo uso, filosofico, del concetto di forma logica, le intuizioni dei parlanti sono sistematicamente integrate e corrette dai presupposti o pregiudizi ontologici dell’analista. Nel caso del primo uso del concetto eli forma logica, possono nascere difficoltà quando le forme logiche di espressioni naturali vengono determinate in modo tale che le relazioni tra di esse non corrispondono alle relazioni intuitive tra le corrispondenti espressioni naturali, come nell’esempio delle due virtù. Il secondo uso può comportare, ovviamente, questi stessi problemi; in più, esso comporta il rischio di fare delle intuizioni ontologiche dell’analista la variabile indipendente a cui tutto il resto deve adattarsi: la forma grammaticale della parafrasi scelta, quindi la parafrasi stessa, quindi le intuizioni di sinonimia dei parlanti. Di qui a fare della forma logica una specie di essenza dell’enunciato, che la sua “analisi corretta” - come dice Russell - immancabilmente determina, il passo è breve: per questo ho parlato di un uso metafisico del concetto di forma logica.

  • 9 Credo che queste obiezioni raccolgano almeno in parte la sostanza delle critiche che mi sono state (...)

24Si potrebbe obiettare, a questo punto, che qualsiasi analisi semantica di un linguaggio naturale è “metafisica” in questo senso: fornire (direttamente o indirettamente) condizioni di verità per enunciati naturali richiede sempre in qualche modo la costruzione di un’ontologia; e in fondo fa poca differenza che essa sia motivata anche da considerazioni autonome di verosimiglianza filosofica, o soltanto dall’intenzione di esplicitare l’ontologia implicita dei parlanti, o che sia spogliata di qualsiasi implicazione “realistica” e valutata esclusivamente come strumento funzionale ad una descrizione economica di un linguaggio naturale. Quale che sia la motivazione che presiede alla costruzione di un’ontologia, la teoria semantica basata su di essa dovrà comunque misurarsi con le intuizioni semantiche dei parlanti (specialmente là dove esse sono chiare e relativamente univoche). Sia chi lavora sulla base di un’ontologia legittimata per via filosofica, sia chi costruisce l’ontologia soltanto in funzione dell’interpretazione semantica del linguaggio compie di fatto le stesse operazioni teoriche, e i suoi risultati sono sottoposti allo stesso tipo di verifica. Di questa verifica (sulle intuizioni dei parlanti) vanno comunque colti i limiti: non solo perché, in molti casi e specialmente nei più problematici, le intuizioni sono incerte, contraddittorie o addirittura assenti, ma anche perché è spesso assai difficile distinguere, ad esempio in giudizi di sinonimia o di coerenza, tra un giudizio strettamente semantico - a cui la nostra semantica dovrebbe risultare adeguata - e un giudizio filosofico, che esprimerebbe semplicemente un’opinione di uno o più parlanti, e in quanto tale non impegnerebbe la teoria semantica. Un parlante che sostenga la sinonimia o la non sinonimia di ‘Esistono concetti astratti’ e ‘Certi concetti sono astratti’ sta dando un giudizio di competenza linguistica o sta esprimendo un’opinione filosofica? Casi come questi fanno vedere quanto sia vano pensare di poter prescindere completamente da questioni sostanziali di accettabilità di un’ontologia nella descrizione di un linguaggio: non esistono infatti intuizioni puramente semantiche, non filosofiche, in funzione delle quali costruire una teoria semantica filosoficamente neutrale. Chi perseguisse questo tentativo si troverebbe a fare i conti con una pluralità di “intuizioni” alternative, dipendenti da opinioni filosofiche divergenti; e dovrebbe quindi comunque fare scelte che sono in realtà opzioni filosofiche. Tanto vale allora fare queste scelte fin dall’inizio ed esplicitamente, costruendo la propria teoria semantica sulla base dell’ontologia che si giudica intrinsecamente più adeguata9

25Queste obiezioni contengono una grossa parte di verità, e sono comunque utili a precisare i limiti entro cui può essere condotta la polemica contro il pregiudizio ontologico nell’analisi del linguaggio. Cominciando dalla seconda obiezione, è certamente vero che le intuizioni dei parlanti sono spesso incerte, e che i giudizi di competenza semantica sono a volte indistinguibili da giudizi filosofici. Questo significa probabilmente che bisogna cominciare a considerare seriamente il problema del confronto di una teoria del linguaggio con le intuizioni dei parlanti, alla stregua di un problema scientifico, quale si pone a qualsiasi teoria che debba confrontarsi con dati di qualsiasi genere; e quindi elaborare, anzitutto, una teoria dei dati in questione (una teoria delle intuizioni semantiche), e, in dipendenza da essa, metodi di confronto e test specifici in cui l’influenza di certi fattori distorcenti sia minimizzata. Come nel caso della maggior parte delle teorie empiriche, non si potrà pretendere di confrontare ogni previsione della teoria con i “dati”; si tratterà invece di individuare quelle conseguenze della teoria che possono più facilmente essere messe alla prova delle intuizioni dei parlanti. Per esempio, invece di sottoporre al giudizio dei parlanti enunciati su cui è più probabile che le loro intuizioni siano condizionate da opinioni filosofiche, si potrà controllare indirettamente l’interpretazione semantica che una certa teoria ne fornisce controllando altre conseguenze, meno filosoficamente impegnative, della stessa teoria. Non appare comunque giustificata la conclusione che, essendo le intuizioni spesso inattendibili, una teoria semantica non può in nessun caso essere controllata su di esse.

26Per venire alla prima obiezione: è certamente vero che chi costruisce una teoria semantica compie comunque le stesse operazioni teoriche, o in ogni caso le eventuali differenze non dipendono dal fatto di lavorare con un’ontologia filosoficamente motivata o invece di costruirne una in funzione dell’interpretazione di un linguaggio. Ed è pure vero che le teorie semantiche, quale che sia la motivazione dell’ontologia su cui sono basate, sono comunque sottoposte allo stesso tipo di controllo, e la loro inadeguatezza ne dipende allo stesso modo. La differenza tra le due utilizzazioni del concetto di forma logica va ricercata, a mio parere, da un lato sul piano euristico, dall’altro su quello dell’atteggia- mento verso un’ipotesi teorica che appaia in contrasto con i “dati”. Quanto al primo aspetto, può avvenire ed è di fatto avvenuto che l’esigenza di attenersi ad un’ontologia che si giudica filosoficamente più “sana” impedisca di adottare soluzioni teoriche più semplici ed efficaci nell’interpretazione del linguaggio, e induca invece a coinvolgersi in infinite complicazioni. Possono forse considerarsi esempi di questa inefficacia euristica del pregiudizio ontologico certi aspetti del dibattito sui nomi propri di entità fittizie (come ‘Pegaso’ o ‘Mr. Pickwick’); e forse anche il trattamento delle espressioni predicative potrebbe avvantaggiarsi di un indebolimento delle pretese del nominalismo. Quanto al secondo aspetto, a me pare che di fatto - anche se non di diritto - chi muove da un’ontologia motivata indipendentemente abbia più difficoltà ad accettare la smentita dei “dati”, e tenda ad assumere nei loro confronti un atteggiamento prescrittivo. A me pare che certi atteggiamenti teorici, che tendono a minimizzare l’importanza del contrasto fra teoria e intuizioni semantiche dei parlanti, o tendono a forzare le intuizioni in modo da conformarle alla teoria, o esagerano l’incertezza delle intuizioni, mettano capo in ultima analisi all’idea che i parlanti farebbero bene a correggere le loro intuizioni, e quindi a rivedere i loro giudizi di competenza semantica. Questa idea comporta, io credo, l’abbandono di un atteggiamento descrittivo nei confronti del linguaggio, ed il passaggio esplicito alla persuasione filosofica, attraverso la proposta di usi linguistici diversi da quelli costituiti. Vorrei fare a questo punto due esempi di questa influenza del “pregiudizio ontologico” sull’analisi linguistica, tanto per non dare l’impressione di aver analizzato una possibilità soltanto astratta. Sono scelti abbastanza a caso, esclusivamente in base al fatto che li ho incontrati recentemente e che possono essere descritti senza bisogno di illustrare l’intera teoria in cui si inseriscono. Non dubito che se ne potrebbero trovare di migliori.

  • 10 Mi baso sull’esposizione di Montague 1969 contenuta in Bennett 1975: 41.
  • 11 Fortemente sinonime nel senso di Montague 1970: 227.

27Il primo esempio è tratto da Montague10, e riguarda l’analisi del nome comune entity e del verbo exist. Per Montague (1969), queste due espressioni hanno la stessa intensione; la loro intensione è una funzione che assegna ad ogni punto di riferimento l’insieme degli individui possibili. Ciò ha varie conseguenze: per esempio (5) è una contraddizione logica, e le due espressioni (6) e (7) sono sinonime11:

28(5) Some entities do not exist

29(6) Entity that does not exist

30(7) Entity that is not an entity

31L’identificazione delle forme logiche delle due espressioni (entity e exist) conduce a risultati che possono sembrare, e a me sembrano controintuitivi. Difatti mi risulta che essa sia stata abbandonata nei successivi sviluppi della Montague grammar. La mia critica non riguarda però tanto l’accettabilità del risultato di Montague dal punto di vista delle nostre intuizioni quanto il procedimento mediante il quale il risultato è raggiunto. Montague non giunge a identificare entity e exist (al livello della forma logica) perché giudica sinonimi (6) e (7) o perché (5) gli pare analiticamente falso, ma invece parte da considerazioni ontologiche per determinare la forma logica delle due espressioni, o almeno le condizioni che devono essere soddisfatte da qualsiasi proposta di determinazione della loro forma logica. Queste considerazioni sono espresse da principi come “Essere un’entità è esistere” o “Non ci sono entità non esistenti”, e la loro accettazione non ha di per sé niente a che fare con l’analisi della lingua inglese: la verità o falsità di questi principi non è decisa in base a fatti empirici (giudizi di analiticità dei parlanti competenti) ma in base a scelte filosofiche interamente a priori. L’analisi controintuitiva di entity e exist non è quindi frutto di un’erronea interpretazione delle intuizioni semantiche di chi parla inglese, né è conseguenza indiretta di certe scelte teoriche nell’analisi di una lingua naturale (per esempio del modo in cui è costruita l’identità “profonda” di un’espressione, o di una certa ripartizione del lessico in categorie sintattiche, come nell’esempio di Cresswell), ma deriva direttamente dall’assunzione di tesi ontologiche nell’analisi linguistica.

32L’altro esempio deriva da un recente paper di D. Lewis, «Attitudes de dicto and de se». La tesi generale di questo testo qui non interessa: comunque, si tratta della proposta di concepire gli atteggiamenti proposizionali come aventi per oggetto non proposizioni (come vorrebbe la dizione atteggiamenti proposizionali’) ma proprietà. Nel corso della sua argomentazione, Lewis discute a un certo punto f opinione di un pazzo, Heimson, il quale credeva di essere Hume. Che cosa credeva in realtà Heimson? Cioè, come dev’essere analizzato l’enunciato (8)?

33(8) Heimson credeva di essere Hume.

34Per Lewis, (8) fornisce un buon argomento a favore della sua teoria secondo cui gli oggetti degli atteggiamenti “proposizionali” in molti casi non possono essere identificati con proposizioni. Infatti non solo Heimson non era di fatto Hume, ma in nessun mondo possibile Heimson era Hume; perciò, se (8) dovesse essere analizzato in termini di proposizioni, l’oggetto dell’atteggiamento di Heimson dovrebbe essere la proposizione vuota, che non vale in nessun mondo possibile. Ma la proposizione vuota è «unfit to be believed», non è cosa credibile. Eppure Heimson credeva di essere Hume. Come è possibile? La risposta di Lewis è che (8) non dev’essere analizzato in termini di proposizioni, ma in termini di proprietà.

  • 12 Sembrerebbe che non è possibile credere che 6 x 8 = 38 o che il calore non è movimento molecolare ( (...)

35Lewis dimostra facilmente che sia per la teoria dell’identità attraverso mondi possibili, sia per la sua «counterpart theory» la proposizione che Heimson è identico a Hume è vuota. Per le due ontologie dei mondi possibili prevalenti, non ci sono mondi possibili in cui Heimson è identico a Hume; e questa è una tesi ontologica. Inoltre, nessuno crede proposizioni impossibili (neanche i pazzi riconosciuti, a quanto pare): e questa è una tesi antropologica - molto discutibile12, e Lewis stesso ha qualche dubbio in proposito (per es., Lewis 1979: 142). Comunque, da queste due tesi segue che l’oggetto dell’atteggiamento proposizionale espresso da (8) non è una proposizione; cioè una tesi ontologica, unita a una tesi antropologica, consente di escludere una certa determinazione della forma logica di (8). La tesi “La forma logica di (8) non ha queste e queste caratteristiche” appartiene presumibilmente a una teoria del linguaggio naturale a cui (8) appartiene (l’italiano), o forse alla sua metateoria, comunque ad una qualche descrizione o metadescrizione dell’identità semantica di (8). Quindi, nell’argomentazione di Lewis, una tesi analitica relativa ad un enunciato di una lingua naturale viene fatta derivare dalle intuizioni ontologiche (e, in questo caso, antropologiche) dell’analista.

36Va detto onestamente che Lewis non presenta le sue idee sugli oggetti degli atteggiamenti proposizionali come analisi di enunciati del tipo di (8): le presenta e le difende come idee sull’epistemologia degli atteggiamenti proposizionali (o almeno così mi pare di capire). Credo però che la discussione di Lewis sia una specie di ritrascrizione epistemologica di una discussione linguistica, o così possa essere intesa. Se non è così — se non erano queste le intenzioni di Lewis — si potrebbe attribuire l’argomentazione strettamente linguistica a un ipotetico seguace di Lewis che usi le sue tesi epistemologiche sugli atteggiamenti proposizionali per interpretare enunciati come (8).

37Non pretendo, naturalmente, che l’analisi di questi esempi dimostri che il vincolo costituito da requisiti filosofici di accettabilità di un’ontologia conduca necessariamente a cattive analisi linguistiche, se non altro perché non penso affatto che sia così. Anche teorie semantiche dipendenti da scelte strettamente filosofiche possono risultare e sono di fatto risultate convincenti come analisi semantiche del linguaggio naturale. Mi accontento di aver fatto vedere che in certi casi il vincolo del pregiudizio ontologico può dar luogo a risultati controintuitivi nell’analisi del linguaggio, e che, in generale, esso appare epistemologicamente estraneo ad un punto di vista descrittivo sulle lingue naturali.

Poscritto 2006

38Nel ripubblicare questo articolo rispondendo all’amichevole invito di Luca Morena e Giuliano Torrengo, non ho cercato di aggiornarlo (del resto non sarebbe stato possibile): mi sono limitato a cambiare ogni tanto la punteggiatura, a sostituire qualche parola e a eliminare una nota. Vari aspetti del testo sono ovviamente datati. Della nozione di intuizioni semantiche del parlante viene fatto un uso molto liberale e largamente acritico (anche se qualche dubbio affiora qua e là). Il peso dei pregiudizi ontologici di Russell sulla sua analisi del linguaggio, che oggi è scontato, viene presentato quasi come una scoperta. Si continua a coltivare l’illusione (che per la verità sopravvive anche oggi) che sia possibile distinguere tra giudizi e informazioni semantiche, relative al significato delle parole, e giudizi e informazioni sostantive, relative alle cose. Soprattutto, il testo appartiene ad una fase ormai lontana della riflessione analitica sul linguaggio. Alla fine degli anni ’70 la filosofia del linguaggio era (ancora per poco) la disciplina filosofica centrale, la semantica delle lingue naturali era il cuore della filosofia del linguaggio e la semantica formale era il programma di ricerca dominante. La tesi centrale dell’articolo — molte analisi linguistiche sono condizionate dai pregiudizi ontologici dell’analista, e finiscono per imputare al linguaggio naturale le sue preferenze filosofiche — era presentata come una word of caution sul modo corretto di concepire e praticare la semantica delle lingue naturali. Oggi la tesi verrebbe presentata come pertinente all’ontologia: le parafrasi mediante cui si cercano di esplicitare le condizioni di verità degli enunciati naturali non possono pretendere di rivelare, ma semmai stipulano quelle condizioni di verità (Varzi 2005: 40-41). In altre parole, quello che veniva presentato come un rischio di inquinamento filosofico-ontologico dell’analisi descrittiva del linguaggio viene rivendicato dall’ontologia come parte del proprio compito, a condizione che si riconosca onestamente di rinunciare ad ogni ambizione descrittiva nei confronti del linguaggio naturale: «Lungi dal pretendere di derivare l’ontologia dall’analisi del linguaggio ordinario, si tratterebbe piuttosto di dotare il linguaggio di un’ontologia esplicita» (Varzi 2005: 41). In questa prospettiva, a me sembrano ancora non del tutto chiare le conseguenze per la semantica del linguaggio naturale: si intende suggerire, prescrittivamente, che il linguaggio ordinario va usato coerentemente con gli impegni ontologici che gli sono stati attribuiti? Se non è così, perché preoccuparsi di presentare le proprie tesi ontologiche come parafrasi di enunciati ordinari? Probabilmente, il modo giusto di interpretare le parafrasi nella prospettiva di oggi è prenderle come specificazioni non di ciò che davvero intendiamo dire con certi enunciati (Varzi 2005:42) — formulazione che conserva una traccia esplicita della concezione “rivelativa” della parafrasi — ma di ciò che faremmo bene ad intendere con quegli enunciati: “bene” dal punto di vista di un’ontologia motivata indipendentemente. Il punto sarebbe evitare la circolarità, che sottolineavo nel mio articolo del 1979, per cui l’analisi del linguaggio viene usata per giustificare tesi ontologiche, e al tempo stesso è a sua volta fondata su tesi ontologiche: si fa “dire” l’ontologia dal linguaggio ordinario, ma il linguaggio ordinario è stato letto con occhiali ontologici. Se invece si pensa che il circolo non sia vizioso ma virtuoso, come a me pare anche possibile, allora bisognerebbe ripensare il rapporto tra teorizzazione ontologica e analisi del linguaggio in termini di ricerca di un equilibrio riflessivo (nel senso di Goodman e Rawls) tra intuizioni ontologiche, intuizioni semantiche, teorie ontologiche e teorie semantiche. Forse è proprio questo il progetto che oggi perseguono molti filosofi che si occupano di ontologia con un occhio al linguaggio comune; e forse si può vedere qui un esito non spregevole dell’antico e in sé ormai obsoleto progetto della filosofia linguistica.

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Bibliografia

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Varzi, A. 2005, Ontologia, Laterza, Roma.

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Note

1 Prescindo qui deliberatamente dalla distinzione tra una lingua naturale e un linguaggio formale le cui formule siano materialmente indistinguibili da espressioni di quella lingua naturale. In realtà, gli stessi fautori della distinzione la rispettano fino a un certo punto.

2 Entrambi gli esempi sono miei, non di Cresswell.

3 Kripke 1979, trad. it. pp. 37-44, ha proposto un test per valutare l’ambiguità di un’espressione di una lingua naturale. Supponiamo che qualcuno formuli f ipotesi che una certa espressione di una lingua ha due sensi. Saremmo sorpresi di trovare che un altra lingua ha due distinte espressioni per i presunti due sensi? Se sì, l’espressione non è ambigua; altrimenti lo è. Se sottoponiamo a questo test i due usi di “virtue” (in (1) e (2)) vediamo facilmente che f ipotesi della sua ambiguità non supera il test.

4 Parlo di identità semantica e non di interpretazione semantica come si fa spesso perché ho in mente non la funzione interpretazione ma il valore della funzione per f enunciato in questione.

5 Cfr. specialmente 2.181, 3, 3.1, 3.12, 3.315.

6 O forse stadi intermedi tra l’enunciato e la sua traduzione, cioè parafrasi più facilmente traducibili.

7 Ad esempio, Ryle 1931-32:14 sostiene che le espressioni che egli chiama ‘fuorviami’ vanno riformulate «in espressioni la cui forma sintattica è adeguata ai fatti registrati», cioè in espressioni la cui forma grammaticale suggerisce la forma logica dei fatti di cui Pespressione è vera. Ryle parla in generale di espressioni, ma ha in mente essenzialmente enunciati dichiarativi o, come egli dice, statements. La forma logica di un fatto si può identificare con le condizioni di verità dell’enunciato (di uno degli enunciati?) che è vero se e solo se il fatto sussiste. Quindi la forma logica di un fatto (nel senso di Ryle) si può identificare con la forma logica (nel senso di Kaplan) delPenunciato corrispondente, date certe regole semantiche di valutazione per il linguaggio a cui Penunciato appartiene. Ryle 1931-32: 34 discute il problema della naturalità o convenzionalità della relazione di adeguatezza tra forma grammaticale (di un enunciato) e forma logica (del fatto corrispondente); e la sua conclusione è piuttosto nel senso della convenzionalità. Ma la discussione appare viziata dal pregiudizio che la forma logica di un fatto (cioè delPenunciato corrispondente) sia una sua proprietà intrinseca.

8 Data l’ipotesi della perfezione logica del linguaggio a cui E’ appartiene, la scelta della forma logica di E’ impone restrizioni sulla sua forma grammaticale

9 Credo che queste obiezioni raccolgano almeno in parte la sostanza delle critiche che mi sono state rivolte da Andrea Bonomi e Gabriele Usberti nel corso di una discussione di una prima redazione di questo articolo. Spero che le osservazioni che seguono vengano anche incontro all’esigenza di distinguere più chiaramente tra i due usi del concetto di forma logica, espressa da Pier Marco Bertinetto e Armando De Palma in un altra discussione.

10 Mi baso sull’esposizione di Montague 1969 contenuta in Bennett 1975: 41.

11 Fortemente sinonime nel senso di Montague 1970: 227.

12 Sembrerebbe che non è possibile credere che 6 x 8 = 38 o che il calore non è movimento molecolare (se questo enunciato è falso in tutti i mondi possibili come sostiene la “nuova teoria del riferimento” di Kripke- Putnam).

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Diego Marconi, «Le ambigue virtù della forma logica»Rivista di estetica, 32 | 2006, 7-20.

Notizia bibliografica digitale

Diego Marconi, «Le ambigue virtù della forma logica»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 12 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2391; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2391

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