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  • 1 «It depends on what the meaning of the word "is" is», sono le parole che Bill Clinton ha pronunciat (...)
  • 2 Sembrerebbero fare eccezione gli oggetti che abitano la realtà sociale - cose come il denaro, gli s (...)
  • 3 Si tratta di un contesto la cui genesi si può far risalire all’opera di Quine 1948 (forse, anche al (...)

11 In un tentativo d’autodifesa che all’epoca apparve ai più come disperato. Bill Clinton ebbe a dire che l’esistenza o meno del suo affaire con Monica Lewinsky dipendeva da quale significato si sarebbe dovuto attribuire alla semplice parola «è»1 Che il legame tra le parole e la realtà non sia esattamente come quello immaginato (o, meglio, sperato) da Clinton dovrebbe essere evidente a tutti: sappiamo con ragionevole certezza che l’esistenza di un gran numero di cose non dipende dal significato che attribuiamo ai termini del nostro linguaggio o dalle cose che diciamo2. Ma, d’altro canto, abbiamo per questo un’immagine chiara di quale sia il rapporto tra linguaggio e realtà? Sembrerebbe di no, visto che il problema della relazione fra ciò che intendiamo con le nostre parole e ciò che esiste è qualcosa su cui la riflessione filosofica non ha mai smesso, e a buon motivo, di esercitarsi. In questo numero della Rivista, abbiamo cercato di fare il punto, seppur solo parzialmente, su questa complessa questione. Al di là del suo valore intrinseco, ci sembra importante che il problema del rapporto tra semantica e ontologia sia ridiscusso alla luce di un contesto innegabilmente nuovo che non sembra vedere più necessariamente in contrapposizione l’analisi linguistica e l’indagine ontologica. Ed è proprio in questo contesto che si giustifica la riedizione, in apertura di fascicolo e a distanza di venticinque anni, del lavoro, per certi versi pionieristico, di Diego Marconi sul rapporto problematico tra analisi del linguaggio e convinzioni ontologiche3. Ed è proprio in questo contesto che si giustifica la riedizione, in apertura di fascicolo e a distanza di venticinque anni, del lavoro, per certi versi pionieristico, di Diego Marconi sul rapporto problematico tra analisi del linguaggio e convinzioni ontologiche.

  • 4 Un autore contemporaneo che combina elementi carnapiani e istanze tipiche della filosofia del lingu (...)
  • 5 Varzi 2002 e Varzi e Carrara 2001: 40. Lo scetticismo di Varzi si basa su alcune considerazioni di (...)
  • 6 Si veda, ad esempio, Devitt 1991.

2Se la “Svolta linguistica” d’inizio secolo aveva tra i suoi obbiettivi principali quello della dissoluzione dei problemi ontologici attraverso l’analisi del linguaggio, l’approccio contemporaneo, ad esempio nell’interpretazione che ne viene data dagli epigoni di Quine, avrebbe il vantaggio di alleare l’analisi linguistica e l’indagine ontologica. Per Quine, in effetti, l’analisi del linguaggio è uno strumento per portare alla luce i nostri presupposti ontologici. Da un certo punto di vista, tale approccio salva l’ontologia come impresa filosofica solo al prezzo di legarla indissolubilmente all’analisi linguistica. E, a ben vedere, il passo da un simile approccio ad una forma di scetticismo è breve: se davvero il linguaggio è uno strumento così centrale nell’indagine ontologica, che cosa c’impedisce di pensare che le questioni ontologiche non siano altro che questioni semantiche? In effetti, lo scettico non mette in discussione l’appropriatezza dell’analisi linguistica in relazione ai problemi ontologici. Piuttosto, ciò che mette in questione è la vera natura di questi problemi: dal suo punto di vista, non si tratta di questioni sostanziali e profonde, ma di questioni eminentemente linguistiche e superficiali. Questo atteggiamento deflazionista rappresenta sia un’eredità dello scetticismo di derivazione carnapiana, sia un lascito della cosiddetta “filosofia del linguaggio ordinario”4. All’approccio linguistico e alla sua deriva scettica si contrappongono (almeno) due forme di pessimismo5. Se per la prima forma di pessimismo il problema fondamentale risiede nel fatto che l’analisi linguistica, lungi dall’essere una guida neutrale, potrebbe essere viziata in partenza da assunzioni ontologiche non esplicitate, per il secondo tipo di pessimisti6 si tratta piuttosto di dissociare completamente questioni semantiche e questioni ontologiche al fine di evitare ogni deriva scettica e preservare così la piena legittimità dell’ontologia come impresa filosofica sostanziale.

  • 7 L’espressione è in Varzi 2002.

32 Parlare del mondo è uno degli usi fondamentali del linguaggio: nominiamo oggetti, attribuiamo loro proprietà e relazioni, e così via. Tuttavia, non prendiamo alla lettera una gran parte delle cose che diciamo: se imprechiamo contro il nostro computer dicendo che ci odia, difficilmente saremmo disposti ad aggiungere che è così a causa del suo brutto carattere. Si tratta evidentemente di un modo metaforico di esprimerci: i computer, almeno allo stato attuale, non sono in grado di provare sentimenti. Allo stesso modo, non sempre siamo disposti a dire che le cose di cui ordinariamente parliamo esistono: i numeri, le distanze, le smorfie, le capriole, le recessioni sono sicuramente oggetti possibili di discorso, tuttavia che si creda alla reale esistenza di entità siffatte appare tutt’altro che pacifico. In un mondo ideale, per così dire, parleremmo un linguaggio ontologicamente trasparente, ovvero faremmo riferimento esclusivamente a cose nella cui esistenza crediamo senza riserve. Se, da un lato, tuttavia, le cose nel nostro mondo sembrano andare in maniera assai diversa, dall’altro non si può certo dire che il nostro linguaggio sia del tutto ontologicamente indecifrabile, altrimenti avremmo difficoltà ad intenderci anche sulle cose più banali. In altre parole, sembrerebbero esserci elementi sia per sostenere che un’analisi linguistica — se non altro un tipo d’analisi che sia consapevole delle «trappole ontologiche»7 insite nel nostro modo di parlare - sia di una qualche utilità per l’identificazione delle nostre convinzioni ontologiche, sia per sostenere l’esatto contrario. E con questa sorta di stallo filosofico, in cui le ragioni degli ottimisti e quelle dei pessimisti sembrerebbero controbilanciarsi, che i contributi inclusi in questo numero si confrontano.

  • 8 Nel senso di Burgess e Rosen 1997.

4I primi due articoli esemplificano posizioni diametralmente opposte sul rapporto tra semantica e ontologia. Se, nel suo contributo, Diego Marconi mette in guardia il teorico del linguaggio dal pericolo che la sua analisi sia viziata da pregiudizi di tipo ontologico — e dunque dal rischio che l’analisi risulti di scarsa utilità nel determinare i “reali” impegni ontologici del nostro linguaggio — Peter Ludlow esprime dal canto suo un sostanziale ottimismo sulla possibilità di trarre conclusioni ontologiche da evidenze di tipo linguistico. L’obbiettivo polemico di Marconi è un certo modo di fare semantica oramai datato. Eppure, come ha notato a più riprese Achille Varzi (e riconosciuto lo stesso Marconi nel suo Poscritto del 2006), le stesse considerazioni critiche possono essere applicate tali e quali a quell’attitudine “ermeneutica”8 nei confronti del linguaggio naturale che sembra essere ampiamente presupposta tra i filosofi che oggigiorno si occupano di ontologia. Ludlow difende in definitiva una sorta di approccio ermeneutico, vedendo in una teoria descrittiva del funzionamento del linguaggio una risorsa e piuttosto che un ostacolo per l’ontologia. Il tipo di teoria semantica che Ludlow a in mente per questi scopi è tuttavia più “smaliziata” rispetto a quella che costituisce l’obiettivo polemico di Marconi (come risulta chiaro dalle conclusioni che Ludlow ha aggiunto in occasione della pubblicazione in questo fascicolo del suo contributo). Tuttavia, resta il dubbio che i caveat di Marconi possano conservare una loro validità anche nel caso di un’analisi semantica «riveduta e corretta» come quella proposta da Ludlow.

5I contributi di Thomas Hofweber e Matti Eklund hanno di mira la concezione quineana di impegno ontologico e, nel caso di Eklund, anche una comune strategia adottata dai filosofi, il “finzionalismo”, per indebolirne la portata. Hofweber mette in discussione l’efficacia del criterio dell’impegno ontologico di stampo quieneano sulla base di un’ipotesi empirica, ovvero a partire dall’idea che il linguaggio naturale sia ampiamente sottospecificato anche e soprattutto nella sua componente “quantificazionale”, che, nella visione quineana, assurgeva a indice (pressoché) inequivocabile di impegno ontologico. Eklund propone una possibile alternativa al finzionalismo inteso come strategia per evitare impegni ontologici indesiderati. Secondo Eklund alcune conseguenze della strategia finzionalista che appaiono implausibili, se non inaccettabili, — ad esempio l’idea che gli enunciati della matematica siano letteralmente falsi — possono essere evitate adottando ciò che lui definisce come “indifferentismo”. Anche in questo caso, si tratta di un’ipotesi empirica, ovvero dell’idea che il parlante ordinario non si curi affatto dei suoi eventuali impegni ontologici, nella misura in cui questi ultimi non sembrano fare alcuna differenza per la verità di ciò che è asserito.

6Nel suo contributo, Alberto Voltolini prende in esame e critica l’interpretazione tradizionale della teoria delle descrizioni di Russell, un tipico esempio (forse il più famoso) di intreccio tra tesi linguistiche e intuizioni ontologiche. Voltolini mette a fuoco il rapporto fra la teoria delle descrizioni definite del 1905 e la teoria dei concetti denotanti del 1903, opponendosi alla vulgata stando alla quale solo la teoria del 1905 sarebbe in grado di eliminare, attraverso la parafrasi, impegni ontologici nei confronti di entità sospette come gli oggetti possibili e i numeri. Stando alla lettura di Voltolini, entrambe le analisi linguistiche sono compatibili con la medesima ontologia, ossia condividono i loro impegni ontologici manifesti., salvo poi farsi carico di impegni ontologici nascosti diversi. Il contributo di Achille Varzi, infine, chiude il fascicolo discutendo una sorta di case study (il problema degli eventi negativi) sul rapporto tra linguaggio e ontologia. Nell’articolo la tesi ontologiche non vengono mai difese a partire da considerazioni linguistiche, piuttosto, ci si preoccupa di spiegare perché l’impegno a certe entità, che sembra suggerito dalle nostre pratiche linguistiche, sia solo apparente, e perché in alcuni casi le nostre pratiche linguistiche divergano dall’ontologia che implicitamente adottiamo.

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Bibliografia

Burgess, J. E, e Rosen, G. 1997, A Subject with No Object. Strategies for Nominalistic Interpretation of Mathematics, Clarendon, Oxford.

Devitt, M. 1991, Realism and Truth, Princeton University Press, Princeton (NJ).

Field, H. 1980, Science without Numbers, Princeton University Press, Princeton (NJ).

Hirsch, E. 2002, «Quantifier Variance and Realism», Philosophical Issues, 30: 103-27.

Hirsch, E. 2005, «Physical-Object Ontology, Verbal Disputes, and Common Sense», Philosophy and Phenomenological Research, 70: 67-97.

Quine, W. V. O. 1948, «On What There Is», Review of Metaphysics 2: 21-38; tr. it. di E. Mistretta 1966, «Su ciò che vi è», Il problema del significato, Ubaldini, Roma.

Russell, B. 1905, «On Denoting», Mind, 14: 479-493; tr. it. di A. Bonomi 1973, «Sulla denotazione», in Bonomi, A. (a cura di), La struttura logica del linguaggio, Bompiani, Milano, pp. 179-195.

Strawson, P. F. 1959, Individuals. An Essay in Descriptive Metaphysics, Methuen, London; tr. it. di E. Bencivenga (1978), Individui. Saggio di metafisica descrittiva, Feltrinelli- Bocca, Milano.

Thomasson, A. L. 1999, Fiction and Metaphysics, Cambridge University Press, Cambridge.

Varzi, A. C. 2002, «Words and Objects», in Bottani, A., Carrara, M., e Giaretta, D. (a cura di), Individuals, Essence, and Identity. Themes of Analytic Metaphysics, Kluwer, Dordrecht-Boston, pp. 49-75.

Varzi, A. C. e Carrara, M. 2001, «Ontological Commitment and Reconstructivism», Erkenntnis, 55: 33-50.

Wiggins, D. 1980, Sameness and Substance, Basil Blackwell, Oxford.

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Note

1 «It depends on what the meaning of the word "is" is», sono le parole che Bill Clinton ha pronunciato davanti al giudice della Corte Suprema nel cosiddetto «Processo Lewinsky» del 1998.

2 Sembrerebbero fare eccezione gli oggetti che abitano la realtà sociale - cose come il denaro, gli stati e le istituzioni in genere - la cui costruzione è in larga parte da attribuirsi alle nostre pratiche linguistiche.

3 Si tratta di un contesto la cui genesi si può far risalire all’opera di Quine 1948 (forse, anche al di là delle reali intenzioni di quest’ultimo) e di Strawson 1959. Pur riconoscendo le differenze indiscutibili tra i prò- getti filosofici ispirati dall’opera di Quine e Strawson, l’analisi del linguaggio risulta centrale in entrambi gli approcci alle questioni ontologiche. Il cosiddetto «metodo delle parafrasi» - abbozzato in Russell 1905 e perfezionato in Quine 1948 - è (largamente) lo strumento più utilizzato dai filosofi contemporanei che hanno un interesse per le questioni ontologiche (si vedano, a titolo d’esempio, van Inwagen 1990 per quanto riguarda l’ontologia degli oggetti materiali e Field 1980 per l’ontologia delle entità matematiche). L’idea di analisi delle pratiche linguistiche difesa da Strawson - più comunemente nota oggi sotto l’etichetta di «analisi concettuale» - rivive in lavori importanti dell’ontologia contemporanea quali, ad esempio, quelli di Wiggins (1980) e Thomasson (1999). Una differenza fondamentale tra i due progetti risiede nello scetticismo degli uni (i fautori dell’approccio quineano) e nella fiducia degli altri (i difensori dell’approccio strawsoniano) nei confronti di qualsiasi metodo «a priori».

4 Un autore contemporaneo che combina elementi carnapiani e istanze tipiche della filosofia del linguaggio ordinario è Eli Hirsch. Si vedano Hirsch 2002; 2005.

5 Varzi 2002 e Varzi e Carrara 2001: 40. Lo scetticismo di Varzi si basa su alcune considerazioni di Marconi 1979 che qui ripubblichiamo.

6 Si veda, ad esempio, Devitt 1991.

7 L’espressione è in Varzi 2002.

8 Nel senso di Burgess e Rosen 1997.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Luca Morena e Giuliano Torrengo, «Introduzione»Rivista di estetica, 32 | 2006, 3-6.

Notizia bibliografica digitale

Luca Morena e Giuliano Torrengo, «Introduzione»Rivista di estetica [Online], 32 | 2006, online dal 30 novembre 2015, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2390; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2390

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Luca Morena

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