Navigazione – Mappa del sito

HomeNumeri36variaLa sopravvenienza estetica

Testo integrale

  • 1 Sibley 1965.
  • 2 Sibley 1959.

1All’inizio degli anni Sessanta Frank Sibley pubblicava un articolo dal titolo inequivocabile, Aesthetic and Non Aesthetic1; in esso, riprendendo alcuni spunti presenti in un altro suo celebre articolo, precedente di pochi anni2, il filosofo americano affrontava esplicitamente il problema del rapporto tra giudizi, qualità, descrizioni e concetti estetici e non estetici. Aveva così inizio un dibattito tra i più fecondi sviluppatisi in seno all’estetica analitica, dibattito che ancora oggi è al centro dell’attenzione.

2L’importanza di questi fondamentali scritti di Sibley non risiede soltanto nel semplice fatto di aver messo in luce la centralità della questione; in realtà egli ha dato una precisa impostazione al problema, una “struttura” che, al di là delle variazioni terminologiche, è rimasta sostanzialmente inalterata fino a oggi.

1 Estetico e non estetico

  • 3 Sibley 1965: 135.

3Sibley, come si è detto, opera una distinzione tra giudizi, qualità, descrizioni e concetti estetici e non estetici. Non la difende («To deny such a distinction is to be precluded from discussing most questions of aesthetics at all»3), ma distingue il piano metafisico da quello epistemologico. Nel primo caso la distinzione può seguire quella generale tra estetico e non estetico: agli oggetti (alle opere d’arte) si attribuiscono proprietà non estetiche (si definiscono ad esempio grandi, circolari, verdi, lenti o monosillabici) e proprietà estetiche (si definiscono ad esempio eleganti, sgargianti, delicati o bilanciati). Sul piano epistemologico però è necessario, secondo Sibley, aggiungere una terza classe di giudizi che, seppur correlati alla distinzione generale, rappresentano ai suoi occhi, e a molti di quelli che scriveranno dopo di lui, un elemento “ulteriore”, che merita un’analisi specifica: i cosiddetti “giudizi di valore”, quelli cioè con i quali si afferma che la tal cosa è “eccellente”, “mediocre”, “interessante” etc. Sibley definisce tali giudizi verdicts e non se ne occupa direttamente. In questa presa di posizione è possibile riconoscere la matrice di molte posizioni attuali, secondo cui è possibile, ed anzi desiderabile, distinguere tra proprietà estetiche “descrittive” e proprietà estetiche “valutative”.

4Le proprietà estetiche, secondo Sibley, sono legate in modo necessario alla percezione:

  • 4 Ivi-, 137.

People have to see the grace or unity of a work, hear the plaintiveness or frenar in the music, notice the gaudiness of a color scheme, feel the power of a novel, its mood, or its uncertainty of tone. They may be struck by these qualities at once, or they may come to perceive them only after repeated viewings, hearings, or readings, and with the help of critics. But unless they do perceive them for themselves, aesthetic enjoyment, appreciation, and judgement are beyond them [...] the crucial thing is to see, hear or feel4.

  • 5 Cfr. Danto 1973.

5Ciò significa che qualsiasi possa essere la relazione tra le proprietà estetiche e quelle non estetiche, le prime non possono essere percepite interagendo con l’opera d’arte secondo un celebre consiglio di Arthur Coleman Danto, distogliendo cioè lo sguardo dall’oggetto5.

  • 6 Sibley 1965: 138.
  • 7 Ivi: 140.

6Questo argomento è connesso ad un’idea di fondo: le proprietà estetiche devono la loro esistenza alle proprietà non estetiche; esse cioè non possono essere presenti in assenza di proprietà non estetiche. In maniera più specifica, Sibley ritiene che le proprietà non estetiche di un oggetto determinino le sue proprietà estetiche: «Any aesthetic character a thing has depends upon the character of the nonaesthetic qualities it has or appears to have, and changes in its aesthetic character result from changes in its nonaesthetic qualities»6. In altre parole, tra proprietà estetiche e non estetiche vige una relazione di covarianza, e di dipendenza delle prime dalle seconde. Tale relazione è oggettiva, nel senso che essa “tiene” indipendentemente dal fatto che un soggetto possa realizzare che, in casi particolari, essa effettivamente sussiste: «Whether or not one sees that a picture lacks balance, and lacks it notably because of the placing of a certain figure, in no way bears on the fact that the placing of the figure is what unbalances the picture»7.

7Per essere però in grado di formulare la dipendenza “generica” delle proprietà estetiche dalle proprietà non estetiche, noi dobbiamo essere in grado di stabilire una dipendenza “specifica” tra proprietà appartenenti alle due “famiglie”: di particolari oggetti noi possiamo ad esempio dire che quelle specifiche proprietà non estetiche determinano un certo tipo di proprietà estetiche, piuttosto che altre (o nessuna). Qui Sibley aggiunge un’ulteriore distinzione tra “total specific dependance” e “notable specific dependance”; nel primo tipo di dipendenza specifica una proprietà estetica di un oggetto si può ritenere risultante dalla totalità delle sue proprietà non estetiche rilevanti. E infatti concepibile che dei lievi cambiamenti operati su proprietà non estetiche dell’oggetto possano far perdere o comunque trasformare il carattere estetico dello stesso (si pensi ad esempio a certe linee melodiche mozartiane, soprattutto le più semplici, nelle quali lo spostamento di una singola nota, o del suo valore, provocherebbe una rovinosa caduta nella banalità). Nel secondo tipo di dipendenza invece sono solo alcune caratteristiche non estetiche ad essere ritenute responsabili dell’aspetto estetico dell’oggetto:

  • 8 Ivi: 139.

A critic frequently tries, as one of his central occupations, to say why a picture is unbalanced, or what gives a complex work its grace, unity, or serenity. In doing so, he is not setting out to assert the merely general truth that its nonaesthetic features make it so; but neither is he ordinarily trying to state the kind of relationship just mentioned, that it is all these lines together with all those colors (describing the totality of features of the work as fully as he can) that make it so. He is usually interested in much more pointed explanations: he tries to select certain peculiarly important or salient features or details [...] what the critic is doing is selecting from a work those features which are notably or especially responsible for its character8.

8Nel considerare le caratteristiche non estetiche come responsabili dell’esemplificarsi di certe proprietà estetiche, si è tentati di dire che le prime possono essere considerate delle ragioni per cui la tal cosa ha certe proprietà estetiche. Sibley consiglia di procedere con molta cautela in questo passaggio; se proprio vogliamo parlare di “ragioni”, dobbiamo prima specificare in che senso intendiamo utilizzare il termine. Se una data opera è, poniamo, elegante, ci saranno delle “ragioni” per cui essa lo è; ma queste “ragioni” ci possono essere note, specificabili, o meno. In questo senso, le proprietà non estetiche possono essere considerate delle ragioni per cui le cose sono così come sono. Ma il termine “ragione” è anche utilizzato per significare un’asserzione vera o un fatto sulla base del quale è possibile inferire, o comunque giudicare, che una determinata cosa è o dovrebbe essere in un certo modo. Sibley è assolutamente convinto che non sia possibile, nelle questioni estetiche, utilizzare il termine in quest’ultimo senso, e porta il seguente esempio:

  • 9 Ivi: 148.

The reason the music is sad at a certain point may truly be that just there it slows and drops into a minor key. The reason a man’s face looks funny may be that he screws up his eyes in an odd way. But knowledge that a piece of music slows and drops into a minor key at a certain point or that a man screws up his eyes in an odd way would be very poor reasons for believing or inferring that the music must be, or even probably is, sad, or that the face looks funny. The music might instead be solemn or peaceful, sentimental or even charactless; the face might look pained or angry or demonic9.

9In altre parole, A può effettivamente essere la ragione per cui un oggetto è B, ma la conoscenza del fatto che l’oggetto abbia non fornisce alcuna ragione o giustificazione per garantire o supporre che sia B.

10Tutto ciò, oltre a ribadire la necessarietà dell’esperienza diretta per l’individuazione delle proprietà estetiche, stabilisce che non esistono delle condizioni positive che governino l’applicazione dei predicati estetici.

11Sibley infatti concorda con l’idea generale secondo la quale la relazione tra proprietà estetiche e non estetiche è empirica e contingente. Al tempo stesso però ritiene che si diano anche alcune relazioni concettuali.

  • 10 Ivi-. 152.

12Come si può intuire da quanto detto sin qui, la relazione che secondo Sibley di certo non sussiste è quella in grado di determinare insiemi di proprietà non estetiche logicamente sufficienti per l’esemplificazione di proprietà estetiche. Non vi è alcuna possibile (non importa quanto esauriente) descrizione non estetica che possa implicare logicamente una determinata proprietà estetica o, come scrive Sibley, «in virtue of which to deny such a character would be a linguistic error»10.

13Sibley, tuttavia, ritiene che l’applicazione dei concetti estetici sia in qualche modo governata da condizioni logiche. Egli, ad esempio, sottolinea come certe proprietà non estetiche sembrino essere logicamente necessarie per l’esemplificarsi di alcune proprietà estetiche:

  • 11 Ivi: 153

Consider gaudy and garish. It seems clear that with only pale pastels and no istances of bright (or apparently bright) colors in existence, there could be no examples of gaudy or garish coloring, and it would be dubious whether anyone could have learned, or whether there would be, any such concepts. Similarly, if there were only bright and intense colors, there could be none describable aesthetically as delicate. If all lines and movements were either straight or sharply angular, never being or giving the impressions of being curving or flowing, there might be no use for the term “graceful”11.

  • 12 In Aesthetic Concepts Sibley parla più esplicitamente del fatto che i concetti estetici possono e (...)

14Se si trattasse di una relazione meramente contingente, fa notare Sibley, sarebbe concepibile la possibilità di scoprire delle eccezioni, anche occasionali. Inoltre, insiste Sibley, alcune proprietà non estetiche sembrano essere logicamente presupposte da certe proprietà estetiche. Soltanto qualcosa che abbia una linea, un atteggiamento, una postura o l’apparenza di qualcosa del genere, può essere definito “pieno di grazia” o “privo di grazia”; così come soltanto qualcosa costituito da “parti” (o divisibile/ analizzabile in parti) può essere o meno “equilibrato” o “bilanciato”12.

15In breve, pur negando che i concetti estetici possano essere governati da condizioni sufficienti, Sibley ritiene che esista una forma di relazione logica tra proprietà estetiche e non estetiche che può essere formulata come segue:

  • 13 Sibley 1965: 155

If a thing has the aesthetic property A, it may be very likely to have, or may even necessarily have, certain nonaesthetic properties N1, N2, N3..., the latter being properties with some conceptual relationship to A. But having the properties N1, N2, N3... is no guarantee of A; as far as logical connections go, all one can say is that it may well have A13.

  • 14 tra i tanti è indispensabile citare: Beardsley 1973; cohen 1973; Kivy 1973; Scruton 1974; Goldman 1 (...)
  • 15 Walton 1970.

16Dovrebbe essere chiaro a questo punto come Sibley, quarantanni fa, avesse già sufficientemente chiarito la quantità e la qualità dei problemi inerenti la natura del rapporto tra proprietà estetiche e non estetiche. Da allora molti altri hanno ripreso le questioni lasciate aperte da Sibley, cercando di approfondirne i vari aspetti14, ma se si eccettuano le essenziali precisazioni di Walton riguardo l’indispensabilità delle considerazioni contestuali, storiche ed artistiche15, la caratterizzazione di fondo operata da Sibley è rimasta in buona parte inalterata. Riassumiamone gli aspetti principali: 1) le proprietà estetiche di un oggetto possono essere distinte dalle sue proprietà non estetiche; 2) le proprietà estetiche dipendono, per la loro esistenza, dalle proprietà non estetiche; 3) le proprietà non estetiche determinano le proprietà estetiche; qualsiasi cambiamento in queste ultime è determinato da un cambiamento nelle prime. Tale relazione di determinazione è oggettiva. Essa inoltre è più causale che concettuale: le proprietà estetiche non sono governate da condizioni (almeno non positivamente); esse devono essere esperite direttamente e non possono essere inferite dalla presenza di certe proprietà non estetiche.

17Da questi elementi essenziali, si è ritenuto in tempi più recenti di poter caratterizzare la relazione tra proprietà estetiche e non estetiche utilizzando la nozione di sopravvenienza: le proprietà estetiche, si è soliti affermare, sopravvengono sulle proprietà non estetiche.

18Ma quanto ci aiuta sapere che le proprietà estetiche di un oggetto sopravvengono sulle sue proprietà non estetiche, nel nostro tentativo di afferrare la natura del loro rapporto? Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima cercare di capire cosa sia in realtà la sopravvenienza.

2 Breve storia della sopravvenienza

  • 16 Tra le ricostruzioni storiche più esaurienti si vedano Kim 1984, 1990 e Horgan 1993.
  • 17 Hare 1952. A dire il vero, lo stesso Hare ha precisato in uno scritto successivo di parecchi anni (...)

19Nelle ricostruzioni storiche riguardanti la nozione di sopravvenienza, la filosofia morale è spesso citata come l’ambito in cui il termine è stato per la prima volta utilizzato, almeno nel suo significato attuale16; R.M. Hare è generalmente ritenuto essere il filosofo “responsabile” di aver introdotto il termine in un libro del 1952, The Language of Morali17.

20È tuttavia ormai appurato che “l’idea” di sopravvenienza come relazione tra proprietà, predicati o concetti, si possa far risalire almeno agli anni Venti del Novecento. Ce ad esempio un celeberrimo (e pluricitato) passo tratto dagli scritti di G.E. Moore che testimonia abbastanza esplicitamente la correttezza di tale convinzione:

  • 18 Moore 1922: 261.

If a given thing possesses any kind of intrinsic value in a certain degree, then not only must that same thing possess it, under all circumstances, in the same degree, but also anything exactly like it, must, under all circumstances, possess it in exacdy the same degree. Or, to put it in the corresponding negative form: it is not possible that of two exactly similar things one should possess it and the other not, or that one should possess it in one degree, and the other in a different one18.

  • 19 Tra i lavori più importanti vanno citati almeno Alexander 1920; Morgan 1923 e Broad 1925.

21Meno noto, almeno fino a poco tempo fa, è invece l’apporto dei cosiddetti “emergentisti britannici” attivi soprattutto negli anni Trenta e Quaranta19. Nei loro lavori sull’evoluzione e sul rapporto mente-corpo gli studiosi facenti capo a questa corrente utilizzarono infatti il termine “sopravvenienza” soprattutto come variante stilistica di “emergenza”; ma il concetto al quale essi facevano riferimento con i due termini sembra sorprendentemente vicino al concetto odierno di sopravvenienza, come si può evincere da questo passo di Morgan:

  • 20 Morgan 1923: 15.

I speak of events at any given level in the pyramid of emergent evolution as “involving” concurrent events at lower levels. Now what emerges at any given level affords an istance of what I speak of as a new kind of relatedness of which there are no istances at lower levels20.

22Possiamo subito notare come la relazione che Moore e Morgan si proponevano allora di delineare presentasse una caratteristica essenziale, del tutto simile a quella che ritroviamo anche in questo passo di Hare:

  • 21 Hare 1952: 145.

First, let us take that characteristic of “good” which has been called its supervenience. Suppose that we say, “St. Francis was a good man”. It is logically impossible to say this and to maintain at the same time that there might have been another man placed exactly in the same circumstances as St. Francis, and who behaved in exactly the same way, but who differed from St. Francis in this respect only, that he was not a good man21.

23Tale caratteristica consiste nel fatto che nella relazione di sopravvenienza vige una covarianza necessaria tra gli elementi appartenenti ai due distinti livelli di analisi: nel caso di Moore si tratta di proprietà morali e non morali; nel caso di Morgan si parla di “eventi concorrenti” fisici/mentali; nel caso di Hare si tratta più che altro di predicati etici. E chiaro però che in tutti e tre i casi è in gioco una covarianza espressa anche con una certa forza modale. Moore utilizza il verbo “must” e Hare parla di “impossibilità logica”.

  • 22 Lewis 1986: 15.

24In altre parole, laddove sussiste la relazione di sopravvenienza, qualsiasi cambiamento in una famiglia di proprietà o predicati sarà accompagnato da un cambiamento nella famiglia di proprietà sopravvenienti. Come ha sintetizzato D. Lewis in un ormai celebre motto, «no difference of one sort without differences of another sort»22.

25Ma nelle speculazioni filosofiche degli emergentisti britannici vi è in nuce anche un altro aspetto caratteristico della moderna nozione di sopravvenienza: le proprietà emergenti (o sopravvenienti) non sono riducibili, o riduttivamente spiegabili, nei termini delle covarianti proprietà di base. Nella visione di Morgan e compagni, le proprietà emergenti addirittura “arricchiscono” il mondo degli eventi fisici, e generano forze causali che vanno al di là delle forze causali fisiche.

26Questo secondo aspetto cruciale della relazione di sopravvenienza è stato ripreso con vigore, circa mezzo secolo più tardi, da un filosofo che più di ogni altro ha contribuito a porre la sopravvenienza al centro del dibattito metafisico, Donald Davidson. In uno scritto del 1970, divenuto ormai uno dei classici della filosofia della mente, Davidson descrive così la sua idea di sopravvenienza:

  • 23 Davidson 1970.

Although the position I describe denies there are psychophysical laws, it is consistent with the view that mental characteristics are in some sense dependent, or supervenient, on physical characteristics. Such supervenience might be taken to mean that there cannot be two events alike in all physical respects but differing in some mental respects, or that an object cannot alter in some mental respects without altering in some physical respects. Dependence or supervenience of this kind does not entail reducibility through law or definition: if it did, we could reduce moral properties to descriptive, and there is good reasons to believe cannot be done23.

  • 24 Kim ha fatto giustamente notare che non-riduttiva non significa non-riducibile: «note that “nonredu (...)

27Qui, oltre a trovare ribadita con forza la caratteristica cruciale della covarianza, è possibile registrare in un colpo solo gli altri due aspetti fondamentali della sopravvenienza: primo, come abbiamo anticipato, il fatto che essa possa essere intesa come una relazione non riduttiva24; secondo, Davidson chiarisce definitivamente che la sopravvenienza non deve essere intesa soltanto come covarianza, seppur necessaria; essa deve essere intesa come una relazione di dipendenza; ciò che sopravviene dipende da ciò su cui esso sopravviene.

28Quindi, riassumendo, nella sua formulazione “classica”, la nozione di sopravvenienza mota intorno alle seguenti tre componenti o desiderata, che vanno comunque tenute, ai fini dell’analisi, separate:

  1. la covarianza: le proprietà sopravvenienti covariano con le loro proprietà subvenienti. Più in particolare, come abbiamo visto nelle citazioni fin qui riportate, due oggetti indiscernibili rispetto alle loro proprietà di base o subvenienti sono indiscernibili rispetto alle loro proprietà sopravvenienti;

  2. la dipendenza: le proprietà sopravvenienti dipendono dalle loro proprietà di base. Rispetto alla componente precedente, che da questo punto di vista è metafisicamente neutra, l’idea di dipendenza introduce un carattere di asimmetria nella relazione. Possiamo anticipare che è proprio intorno a questa componente che si gioca gran parte dell’interesse dei filosofi per la relazione di sopravvenienza;

  3. la non-riducibilità: le proprietà sopravvenienti possono essere concettualizzate come irriducibili alle loro proprietà di base.

  • 25 Ivi-. 9.

29Di queste tre componenti, la covarianza è quella cruciale: «any supervenience concept» scrive Kim, «must include this condition in some form»25. Le altre due componenti sono invece quelle che in qualche modo “qualificano” i vari tipi di sopravvenienza. Per i nostri scopi sarà utile soffermarci ancora sul rapporto tra due delle tre componenti: covarianza e dipendenza.

3 Covarianza e dipendenza

30Come si caratterizza la covarianza? Abbiamo visto che Moore non si accontenta di dire che una certa cosa, che possiede un valore intrinseco in un determinato grado, continuerà a possederlo in qualsiasi circostanza, ma sottolinea che «anything exactly like it» dovrà possederlo esattamente allo stesso grado. Allo stesso modo Hare sostiene che sarebbe logicamente impossibile dire che un uomo, posto «exactly in the same circumstances» di quelle in cui operò San Francesco, e che si comporti «exactly in the same way», possa non essere considerato un uomo buono; e Davidson sottolinea come non ci possano essere «two events alike in all physical respects» che differiscano poi in qualche aspetto mentale. In tutti e tre gli esempi vediamo che un modo caratteristico di presentare la relazione di covarianza è quello di introdurla ponendo a confronto due oggetti, segnatamente le esemplificazioni delle loro proprietà, considerandoli indiscernibili.

  • 26 Ivi: 10.

31Ci sono due distinte interpretazioni della covarianza che dipendono da un’assunzione di base: se intendiamo che la relazione valga in un solo mondo possibile o in mondi differenti. A queste due interpretazioni Jaegwon Kim ha dato il nome rispettivamente di Weak Covariance e Strong Covariance26, offrendone al tempo stesso una precisa caratterizzazione: posto che A e B siano due insiemi di proprietà, e che A sia sopravveniente su B, la Weak Covariance (W) afferma che nessun mondo possibile contiene cose, x e y, tali che x e y siano indiscernibili per ciò che riguarda le loro proprietà in B (proprietà-B) e tuttavia siano discernibili per ciò che riguarda le loro proprietà in A (proprietà-A) (in alternativa: se due cose, x e y, hanno le stesse proprietà-B in un mondo possibile, allora esse avranno le stesse proprietà-A in quel mondo).

32La Strong Covariance (S) afferma invece che per due cose qualsiasi, x e y, e due mondi qualsiasi, w e v, se x in w è indiscernibile per ciò che riguarda le proprietà-B da y in v (vale a dire, x possiede in w esattamente le stesse proprietà-B che y possiede in v), allora x in w sarà indiscernibile per ciò che riguarda le proprietà in A da y in v (vale a dire, x avrà in w le stesse proprietà-A che y avrà in v).E possibile formalizzare le due forme di covarianza nel seguente modo:

  • 27 cfr. Currie 1990.

33(W) ∀w ∀x ∀y [∀β∈Β(βwx≡βwy)→∀α∈A(αwx≡αwy)];
(S) ∀w ∀v ∀x ∀y [∀β∈Β(βwx≡βvy)→∀α∈A(αwx≡αvy)]27

34Queste due formulazioni altro non sono che le due forme più note di sopravvenienza: la sopravvenienza debole (Weak Supervenience) e la sopravvenienza forte (Strong Supervenience), a dimostrazione del fatto che la sopravvenienza non fa altro che stabilire la covarianza tra due famiglie di proprietà rispettivamente in un mondo possibile o attraverso più mondi.

35Ma i filosofi che guardano, o hanno guardato, con interesse alla sopravvenienza non possono accontentarsi di questo risultato; infatti, come ha evidenziato Kim,

  • 28 Kim 1990: 16.

much of the philosophical interest that supervenience has elicited lies in the hope that it is a relation of dependency; many philosophers saw in it the promise of a new type of dependency relation that seemed just right, neither too strong nor too weak, allowing us to navigate between reductionism and outright dualism28.

36Abbiamo visto infatti che Davidson usa “supervenient” e “dependent” addirittura come due termini interscambiabili. Ma la sopravvenienza così come l’abbiamo formulata, in termini cioè di covarianza debole o forte, può essere considerata una relazione di dipendenza? C’è una differenza in tal senso tra sopravvenienza debole e forte?

37La covarianza debole, e così la sopravvenienza, non fa altro che porre un vincolo alla distribuzione delle proprietà sopravvenienti relativamente alla distribuzione delle proprietà di base. Tale vincolo però non è abbastanza forte da permetterci di considerarla una forma di dipendenza o determinazione.

38Poniamo ad esempio di prendere per buona una covarianza debole tra proprietà mentali e fisiche; tale assunzione è coerente con tutta una serie di situazioni “indesiderate”, come ad esempio il fatto che, in un mondo esattamente identico al nostro nella distribuzione delle proprietà fisiche, le proprietà mentali potrebbero non esistere, oppure potrebbero essere distribuite diversamente (i batteri potrebbero essere dotati di coscienza mentre gli esseri umani no). Queste situazioni sono rese possibili dal fatto che il vincolo posto dalla covarianza/sopravvenienza debole funziona soltanto in un singolo mondo per volta: le proprietà mentali distribuite in un certo modo in un mondo possibile non influenzano il modo in cui potrebbero essere distribuite in un altro mondo.

39In altre parole, la sopravvenienza debole manca di forza modale, e la forza modale è del tutto plausibilmente un aspetto necessario di qualsiasi significativa affermazione di dipendenza; se ad esempio vogliamo affermare che “essere un buon uomo” sia dipendente da certi aspetti del suo carattere e del suo comportamento, allora avere questi aspetti dovrà garantire “l’essere un buon uomo”. La covarianza debole tra proprietà morali e non morali (in questo caso) non implica che queste ultime stabiliscano delle condizioni o dei criteri per le prime. La covarianza debole non spiega, in ultima analisi, la dipendenza che i filosofi hanno in mente quando utilizzano il termine “sopravvenienza”.

40E la covarianza/sopravvenienza “forte”? È chiaro che, essendo questa una relazione costruita per “tenere” in più mondi possibili, le situazioni “indesiderate” ipotizzabili nel caso della sopravvenienza debole non si potranno verificare; nel caso della sopravvenienza forte infatti possiamo affermare che le proprietà sopravvenienti sono “necessitate” dalle proprietà subvenienti.

41Ma ciò significa che abbiamo ottenuto una relazione di dipendenza o determinazione? Purtroppo no; ci sono delle differenze importanti tra la relazione di dipendenza e quella di “necessitazione” o “implicazione”. Il fatto, ad esempio, che la dipendenza è solitamente intesa come una relazione asimmetrica, mentre l’implicazione o necessitazione non è né asimmetrica né simmetrica. Nella relazione di dipendenza o determinazione viene infatti stabilita una priorità ontologica di ciò che determina rispetto a ciò che è determinato; posto ad esempio che zi dipenda o sia determinato da B, non può darsi che B dipenda o sia determinato dazi; ma nella relazione di necessitazione, e quindi in quella che abbiamo definito sopravvenienza forte, non ce nulla del genere. La sopravvenienza di A su B non esclude affatto la sopravvenienza di B su A; essa stabilisce soltanto un modello di covarianza tra due famiglie di proprietà, e tale covarianza può benissimo verificarsi in assenza di una dipendenza “metafisica” o di una relazione di determinazione. Ad esempio A e B potrebbero entrambi dipendere da qualcos’altro, poniamo C.

42Quindi la sopravvenienza non è una teoria esplicativa, poiché

  • 29 Kim 1998: 14. Per ulteriori discussioni sulla covarianza e sulla dipendenza si vedano anche Lomba (...)

supervenience is not a type of dependence relation — it is not a relation that can be placed alongside causal dependence, reductive dependence, mereological dependence, dependence grounded in definability or entailment, and the like. Rather, any of these dependence relations can generate the required covaration of properties and thereby qualify as a supervenience relation. Supervenience therefore is not a metaphysically “deep” relation; it is only a “phenomenological” relation about patterns of property covariation, patterns that possibly are manifestations of some deeper dependence relationships29.

43In breve, la sopravvenienza pone il problema della relazione tra proprietà, ma non lo risolve.

44Ciò non significa ovviamente che la nozione di sopravvenienza sia priva di valore, o meglio che non vi siano delle applicazioni interessanti di nozioni di sopravvenienza in filosofia: la covarianza ci mette sul giusto sentiero, dato che, affinché si dia una relazione di dipendenza tra proprietà, di certo deve esserci una covarianza tra quelle proprietà; in più ci assicura che le proprietà di ordine superiore (mentali, morali, estetiche) non fluttuano liberamente disancorate da qualsivoglia substrato fisico o naturale. Più semplicemente vuol dire che l’idea di dipendenza non è catturata nemmeno dalla covarianza forte e che, di conseguenza, abbiamo bisogno di una spiegazione ulteriore per la dipendenza.

4 La sopravvenienza estetica

45Avevamo chiuso il primo paragrafo chiedendoci se la sopravvenienza potesse essere la relazione “giusta” per dar conto della natura del rapporto tra proprietà estetiche e proprietà non estetiche, soprattutto per come tale rapporto era stato mirabilmente caratterizzato da Sibley nei suoi saggi degli anni Sessanta.

  • 30 Cfr. Scruton 1974, ma vedi Mackinnon 2000 per un’appassionata smentita.

46Ora che abbiamo esaminato brevemente la sopravvenienza siamo in grado di capire come e perché molti estetologi abbiano ritenuto di poter utilizzare tale nozione per spiegare il rapporto estetico / non estetico: tralasciando per il momento la questione irrisolta della dipendenza/covarianza, possiamo notare come la sopravvenienza riunisca in sé molte delle questioni sollevate da Sibley, al punto che più d’uno ha messo in relazione strettissima il nome di Sibley con la sopravvenienza estetica30.

47Ricordiamo che gli aspetti principali della caratterizzazione di Sibley erano i seguenti: a) le proprietà estetiche di un oggetto possono essere distinte dalle sue proprietà non estetiche; b) le proprietà estetiche dipendono, per la loro esistenza, dalle proprietà non estetiche; c) le proprietà non estetiche determinano le proprietà estetiche; qualsiasi cambiamento in queste ultime è determinato da un cambiamento nelle prime. Tale relazione di determinazione è oggettiva. Essa inoltre è più causale che concettuale: le proprietà estetiche non sono governate da condizioni (almeno non positivamente); esse devono essere esperite direttamente e non possono essere inferite dalla presenza di certe proprietà non estetiche.

48Non è difficile vedere come la caratterizzazione complessiva di Sibley ricordi molto da vicino, evitando per il momento le complicazioni dovute all’insufficienza della covarianza per la dipendenza ontologica, la formulazione classica della sopravvenienza, in particolare della sopravvenienza debole.

49Non è un caso quindi che gli estetologi analitici siano partiti proprio da questo punto per sviluppare esplicitamente l’idea di sopravvenienza estetica.

50Jerrold Levinson, in un paper pubblicato nei primi anni Ottanta e divenuto ormai un passaggio obbligato per chi si occupa di proprietà estetiche, così caratterizza sommariamente la sopravvenienza estetica:

  • 31 Levinson 1983. Nelle note conclusive del paper, aggiunte in occasione della ristampa dello scritt (...)

Two objects (e.g., artworks) that differ aesthetically necessarily differ nonaesthetically (i.e. there could not be two objects that were aesthetically different yet nonaesthedcally identical: fixing the nonaesthedc properties of an object fixes its aesthetic properties)31.

51Nel commentare la definizione, Levinson mette subito in rilievo due aspetti: primo, che la “necessità” invocata nella definizione è di un tipo piuttosto forte, vicino, anche se non identico, alla necessità logica. Secondo, che le proprietà non estetiche vanno individuate in riferimento a tre gruppi significativi: proprietà strutturali, substrutturali e contestuali.

52Relativamente al primo aspetto, e nel pieno rispetto di una tradizione di pensiero che ha i suoi cardini in Sibley e Beardsley, Levinson ribadisce la problematicità della relazione estetico / non estetico, sottolineando l’impossibilità di stabilire delle condizioni sufficienti, espresse in termini di insiemi di proprietà non estetiche, che governino l’attribuzione delle proprietà estetiche, ed escludendo la possibilità di un rapporto di necessarietà del tipo di quello richiesto dalla sopravvenienza forte.

53Allo stesso tempo però, Levinson vuole mettere in evidenza la peculiarità del rapporto tra proprietà estetiche e non, riprendendo in fondo gli spunti offerti da Sibley, alcuni dei quali abbiamo esaminato nel primo paragrafo di questo capitolo, e successivamente da Beardsley. Abbiamo visto infatti che Sibley, nel suo Aesthetic and Nonaesthetic, ammetteva la possibilità che i concetti estetici potessero essere governati da condizioni logiche, riflettendo ad esempio sul fatto che certe proprietà non estetiche paiono essere logicamente necessarie per il darsi di alcune proprietà estetiche, o sul fatto che alcune proprietà non estetiche possano essere definite logicamente presupposte da certe proprietà estetiche, giungendo infine a delineare un tipo di connessione concettuale sui generis che andava ad affiancare le relazioni contingenti ed empiriche.

54Levinson, nel difendere la sopravvenienza estetica dall’accusa di essere un modo “tortuoso” di definire un semplice rapporto di necessitatone causale o nomologica, si chiede cos’altro mai potrebbe necessitare causalmente il contenuto estetico, se non le proprietà percettive non estetiche (strutturali):

  • 32 Ivi: 157

There is a very tight, quasi-conceptual connection between the aesthetic and the perceptual — the aesthetic must, it seems, be rooted in, based on the (nonaesthetic) perceptual, or else it couldn’t the sort of feature we call aesthetic. In other words, it may be metaphysically necessary that aesthetic content is causally tied, in a given world, to complexes of lower-level perceptual properties, even if those vary from world to world32.

  • 33 Ibidem.

55Il motivo di questo legame, secondo Levinson, è abbastanza semplice da individuare: le proprietà estetiche sono, ad un livello superiore, il modo in cui l’opera d’arte appare (nel caso ad esempio dell’arte visuale), proprio come le proprietà percettive non estetiche (forme, linee, colori) lo sono ad un livello inferiore. Le “apparenze” di livello superiore vengono fuori in virtù dell’interazione tra le proprietà percettive di livello inferiore: «What else» si chiede Levinson, «could possibly generate, or be responsible for, those higher-level looks?» 33. Di conseguenza, a parere di Levinson, si tratta a ben vedere di una necessità metafisica, o quasi-concettuale.

  • 34 Ivi-. 135.

56Per quanto riguarda il secondo aspetto posto in rilievo da Levinson, anch’esso ha una lunga storia: le proprietà di base (non estetiche) sulle quali le proprietà estetiche sono ritenute sopravvenire, non sono esaurite dalle cosiddette proprietà fenomeniche strutturali (forme, linee, colori, suoni ecc.). Si è accennato a come Walton avesse già nel 1970 posto al centro dell’attenzione la questione delle proprietà contestuali; Levinson accetta totalmente i rilievi di Walton e quindi pone la relazione tra l’opera e il contesto storico-artistico tra le proprietà di base. In più introduce quelle che chiama proprietà sub-strutturali, cioè «any physical attribute that is not perceivable as such, that is, discernible form an alternative at the same level of specificity (e.g. having a line exactly 3.3333 centimeters long in the upper left comer)»34.

  • 35 Come esempio di una differenza sub-strutturale che influenzi in modo determinante una proprietà e (...)

57È ovvio che la differenza estetica tra due oggetti sarà di conseguenza dovuta ad una differenza in uno di questi tre aspetti, considerati singolarmente o addirittura congiuntamente. Levinson non si sofferma molto su questo punto35, tuttavia, formulando una versione più specifica di sopravvenienza estetica, appare chiaro che, a suo parere, le proprietà estetiche sono soprattutto sopravvenienti sulle proprietà strutturali:

  • 36 Levinson 1983: 136.

Two objects (e.g. artworks) that differ aesthetically, but neither contextually nor (purely) substructurally, necessarily differ structurally (i.e. in some perceivable but nonaesthetic feature; that is, there could not be two contextually and substructurally identical objects that were aesthetically different, and yet structurally identical: fixing the structural properties of an object given its substructural and contextual ones already fixed, fixes its aesthetic properties)36.

58A partire dalle riflessioni di quest’ultimo, il quale sosteneva non esservi alcuna connessione concettuale tra “non estetico” ed “estetico”, e che la sopravvenienza del secondo sul primo era da intendersi in termini puramente causali e contingenti, Levinson infatti definisce, e difende, l’emergentismo estetico come quella linea di pensiero che considera le proprietà estetiche ontologicamente distinte da qualsivoglia base strutturale che le supporti. Le proprietà estetiche emergono dalla loro base strutturale senza in alcun senso includere o comprendere gli elementi di tale base come facenti parte di ciò che esse sono:

  • 37 Levinson 1983: 140.

An emergentist allows, for example, that garishness appears to require bright, saturated colors for its emergence, but takes this to be a fact of nature or psychology, and not a matter of the semantics of “garish”. nor it is a conceptual matter, according to emergentism, that delicate arrays call for unsaturated colors, and graceful lines need generally to be curved. Rather, it is just that the effect doesn’t happen to surface without those nonaesthetic conditions, not that it would be a contradiction or conceptual impossibility for it to surface in their absence37.

  • 38 A questo proposito Levinson espone in maniera esplicita la tesi secondo cui ad ogni attribuzione (...)

59Secondo questa visione, sopravvenienza ed emergenza insieme spiegano perché, in generale, sia possibile stabilire che certe proprietà estetiche dipendono da certe proprietà non estetiche, o che certe proprietà estetiche “complesse” dipendono da certe proprietà estetiche più “semplici”, le quali a loro volta dipendono da proprietà non estetiche, senza che nessuna di queste proprietà di ordine differente collassi in quelle di ordine inferiore senza lasciare alcun residuo38.

60Dunque la sopravvenienza estetica, la tesi cioè secondo cui tra proprietà estetiche “di base” e proprietà estetiche di ordine superiore vige una relazione di covarianza necessaria (almeno in questo mondo), viene per così dire “qualificata” per ciò che riguarda il problema della dipendenza (che, come si è detto, la sopravvenienza da sola non risolve) mediante l’adozione di una concezione emergentista che, in poche parole, esclude un rapporto di tipo concettuale o semantico, proponendo invece una relazione di tipo causale o nomologico. In tale visione, l’ascrizione di proprietà estetiche ad un oggetto è direttamente connessa ad un certo tipo di impressione fenomenica, in maniera del tutto simile a quanto avviene per l’ascrizione di altre proprietà fenomeniche, come ad esempio i colori.

61Qual è il grado di plausibilità di questa concezione, una volta che la poniamo a confronto con l’esperienza quotidiana?

  • 39 Kivy 1975. Su questi argomenti Kivy ha sostenuto una delle posizioni più “audaci”, quella cioè se (...)

62Peter Kivy ad esempio ha contestato la concezione emergentista, ponendo l’accento proprio sulle differenze esistenti nell’ascrizione di proprietà estetiche e di altre proprietà secondarie39. Non è un caso, fa notare Kivy, che nel difendere una nostra ascrizione di una proprietà estetica ad un oggetto, siamo soliti evidenziare tutta una serie di caratteristiche non estetiche che a nostro giudizio determinano, o contano nel determinare, quella proprietà estetica, mentre per quanto riguarda l’ascrizione di colore ad un oggetto non possiamo far altro che continuare a sottolineare quella particolare impressione fenomenica.

63È senz’altro possibile, per un emergentista convinto, rigettare l’argomento di Kivy sulla base della semplice considerazione che esso confonde il piano ontologico con quello epistemico. In realtà però le considerazioni di Kivy, come quelle di Sibley, per quanto incentrate sull’aspetto epistemico, mettono in rilievo delle questioni non irrilevanti, costringendo il sostenitore della sopravvenienza e dell’emergentismo estetico ad una serie di ripensamenti e correzioni.

64Il fatto è che le proprietà estetiche, nella loro straordinaria varietà, non consentono un approccio analitico universalmente valido. In alcuni casi, la completa indipendenza concettuale di alcune proprietà estetiche dalla loro base non estetica sbandierata dall’emergentismo non sembra essere plausibile; come abbiamo visto esponendo la tesi negative-condition governing di Sibley, non ci sembra possibile concepire la possibilità di una certa proprietà estetica in assenza di certe proprietà non estetiche.

  • 40 Levinson 1983: 155.

65Per continuare a parlare di emergenza, senza ignorare questi ragionevoli ribevi, si potrebbe ammettere, come del resto fa lo stesso Levinson, la possibilità che esista uno “spectrum o continuum” tra le proprietà estetiche, per cui sia possibile concepirne alcune come più emergenti di altre «in inverse proportion to apparent conceptual involvement with supporting nonaesthetic structure»40.

66Da questo punto di vista potremmo dar conto sia di proprietà estetiche che sembrano non avere alcun tipo di connessione concettuale con le caratteristiche strutturati di base, sia di proprietà che, ad una più attenta analisi, dovessero rivelarsi essere equivalenti alla congiunzione di alcune “condizioni” strutturati. Nel primo caso potremmo senz’altro parlare di proprietà emergenti, nel senso sopra specificato, mentre nel secondo potremmo essere addirittura tentati di considerarle come proprietà pseudo-estetiche.

  • 41 Ivi-. 155.

67Esiste tuttavia un’altra possibilità: quella di chiederci se sia indispensabile richiedere un’assoluta indipendenza concettuale degli attributi estetici dalla loro base strutturale per poter parlare di emergenza. Come fa notare Levinson, con tale modifica qualsiasi attributo estetico che sia qualcosa dipiù della sua base strutturale, sia concettualmente che esperienzialmente, potrebbe essere considerato “emergente”, anche in presenza di una qualsivoglia forma di legame concettuale: «Such attributes will be causal, and not merely semantical, derivatives of nonaesthetic structures»41.

5 Critica della sopravvenienza

68Il paragrafo appena concluso dovrebbe aver messo in luce come la sopravvenienza estetica sia una relazione problematica: da una parte essa sembra essere in grado di sistematizzare alcune nostre intuizioni circa il rapporto tra proprietà estetiche e non estetiche; d’altro canto però lascia aperte alcune questioni che ci fanno dubitare della sua adeguatezza per illuminare tale rapporto.

  • 42 Oltre al paper di Gregoy Currie di cui si dirà tra poco, si vedano almeno, Wicks 1992; Eaton 1994 (...)
  • 43 Cfr. soprattutto Kim 1998.

69Nell’ultimo decennio si è fatta strada l’idea che la sopravvenienza estetica non abbia di per sé un potere esplicativo filosoficamente interessante42. Se è vero infatti che lo stesso Kim, vale a dire colui che più d’ogni altro ha indagato le “profondità” della nozione, ha evidenziato nei suoi ultimi lavori sulla filosofia della mente l’incompletezza della sopravvenienza per spiegare la natura del rapporto tra proprietà43, in estetica essa ha subito degli attacchi piuttosto consistenti, alcuni dei quali sembrano aver creato degli ostacoli tuttora insuperati.

  • 44 Currie 1990.

70Il nucleo essenziale delle argomentazioni contro la sopravvenienza estetica è contenuto in un fondamentale paper di Gregory Currie, apparso nel 199044. In esso viene sviluppata una linea di pensiero che è rimasta inalterata in questi ultimi anni, ed alla quale i fautori della sopravvenienza estetica non hanno saputo trovare, a mio giudizio, una risposta veramente convincente: la sopravvenienza estetica è banale (quando la si costruisce “debole”) o insostenibile (quando la si costruisce “forte”).

71L’argomentazione di Currie prende spunto dal fatto che, come abbiamo visto con Walton, è necessario includere tra le proprietà non estetiche di base anche delle proprietà storiche (contestuali, culturali, artistiche, biografiche ecc.); solo tale operazione ci consente di situare correttamente l’opera d’arte rispetto al suo contesto d’origine.

72Il problema nasce dal fatto che, sviluppando questa semplice considerazione, ci si rende conto che la sopravvenienza estetica “debole” collassa immediatamente nella banalità:

  • 45 Ivi: 248.

According to Weak aesthetic supervenience, aesthetic qualities supervene on non-aesthetic ones just in case necessarily, works with the same B-properties (non-aesthetic) have the same A-properties (aesthetic). But if the B-properties are to include the kinds of historical properties that we have considered, it seems that two works with the same B-properties will be the same work. Works with the same B-properties will be works that originated in the same community from the hand of the same author/artist/composer, bearing the same relations of precedence and influence to other works. It is difficult to make sense of the idea that works that share ail these properties could be different works45.

73In altre parole, la sopravvenienza estetica debole non è falsa; anzi, è troppo evidentemente vera. Essa non fa altro che dirci che due cose identiche hanno le stesse proprietà estetiche. E, con ogni probabilità, non è certo questo che i sostenitori della sopravvenienza estetica vanno cercando.

74La sopravvenienza estetica “forte” dal canto suo potrebbe invece soddisfare gli appetiti dei suoi sostenitori; assicurando infatti che le proprietà estetiche di un oggetto (di un’opera d’arte) non variano al variare dei mondi possibili, essa afferma che quell’opera d’arte possiede quelle proprietà estetiche essenzialmente.

  • 46 Ivi-. 248.

75Il problema qui è che una relazione di questo tipo non è proponibile per le proprietà estetiche. La base di sopravvenienza di esse infatti è costituita da proprietà strutturali e proprietà storico-artistiche (per sintetizzare); queste ultime sono proprietà relazionali, proprietà che l’opera possiede in virtù delle sue relazioni con altre opere d’arte, con il suo creatore e con l’intera comunità all’interno della quale essa è stata concepita e prodotta. È sufficiente che una sola di queste relazioni vari perché varino di conseguenza le proprietà storico-artistiche dell’opera. Inoltre, come fa notare Currie, «the work stands in these relations partly in virtue of the properties that these other things have»46; al variare di una di quelle proprietà varierà anche la relazione.

76Ora, se noi vogliamo poter affermare che le proprietà estetiche sono fortemente sopravvenienti, dobbiamo trovare una classe di proprietà su cui esse sopravvengano in maniera forte; dobbiamo cioè trovare una classe di proprietà non estetiche (B- properties) «such that (counterfactual) variations in the circumstances of a work that do not affect its B-properties never affect its A-properties». Ma questa classe di proprietà non può includere proprietà storico-artistiche, vale a dire delle proprietà relazionali in senso forte: esse sono tutto fuorché proprietà invariabili e le loro variazioni influenzano in modo notevole le proprietà estetiche dell’opera.

77Certo, sarebbe ancora possibile proporre una forma modificata di sopravvenienza estetica forte: si potrebbe ad esempio operare una distinzione tra proprietà non estetiche essenziali (strutturali) e variabili (quelle storico-artistiche) e distinguere conseguentemente tra proprietà estetiche essenziali, quelle che sopravvengono sulle proprietà non estetiche essenziali, e proprietà estetiche inessenziali, quelle che sopravvengono sulle proprietà non estetiche inessenziali.

78Ma esistono proprietà estetiche essenziali? Secondo Currie no:

  • 47 Ivi-. 256.

I claim that none of these descriptions is such as to be applicable on the basis of structural properties alone: a picture is not beautiful or dynamic or vibrant solely in virtue of the visual appearance it presents, but also in virtue of its historical context [...] Every aesthetic description depends for its justification on a network of assumptions — often unstated and apparently trivial or obvious assumptions — about the historical relations of the work in question to other works, to prevailing levels of excellence in the artistic community47.

  • 48 Devo necessariamente puntualizzare che il mio resoconto delle argomentazioni di Currie manca di u (...)

79Ritengo che, limitatamente al campo dell’arte, le affermazioni di Currie siano condivisibili48; è probabile che, al di fuori del contesto artistico, alcune proprietà estetiche, ad esempio quelle che nel terzo capitolo abbiamo definito gestaltiche, riescano a superare le “barriere” storiche e culturali; ma se anche fosse così, esse non potrebbero andare al di là di un solo mondo possibile.

  • 49 Mackinnon 2001: 74.

80Riassumendo: la sopravvenienza estetica forte è improponibile, mentre la sopravvenienza estetica debole è proponibile ma, in ultima analisi, banale e non esplicativa; essa, infatti, costretta a determinare delle condizioni che devono essere soddisfatte per assicurare un’esatta similarità delle proprietà contestuali, non fa altro che affermare, come ha recentemente scritto J. Mackinnon, «the true but vacuous claim that a thing situated in a particular context, to the extent that it is that thing so situated, has the character that it does»49.

81Se a ciò aggiungiamo che la semplice constatazione di un rapporto di sopravvenienza non è in grado di determinare adeguatamente la natura della relazione di dipendenza di ciò che sopravviene sulla base subveniente, allora il sospetto è che la sopravvenienza estetica non abbia quel molo centrale che alcuni hanno creduto di poterle dare.

6 Dopo la sopravvenienza

82Se quanto si è scritto nei paragrafi precedenti è plausibile, allora dobbiamo ammettere che sulla questione del rapporto tra proprietà estetiche e non estetiche non vi siano stati, rispetto agli esordi della discussione dovuti a Sibley, dei reali progressi. Alcune cose che erano in nuce negli scritti di Sibley sono state forse sviluppate in maniera più chiara ed articolata; Chiton ha senz’altro offerto un contribuito importante con le sue considerazioni sul contesto storico-artistico; ma gli ostacoli di fronte ai quali Sibley si era fermato, riconoscendo la problematicità, o meglio la peculiarità del rapporto tra proprietà estetiche e non, sono rimasti in piedi.

  • 50 Dancy 1981.

83La sopravvenienza non fornisce una vera risposta non perché essa sia un tipo di relazione inadeguata per trattare le proprietà estetiche; la sopravvenienza non fornisce risposte, nel senso di spiegazioni, perché non è fatta per fornire spiegazioni. C’è chi come Kim, trattando di sopravvenienza del mentale sul fisico, sostiene che essa pone i problemi più che risolverli; oppure c’è chi, come Jonathan Dancy, trattando il rapporto tra proprietà morali e proprietà non morali, afferma che «supervenience is not a relation between moral and non moral properties in a given case, but rather a consequence of that relation, whatever it may be»50. A ben vedere sembrano due modi differenti di sottolineare un’impressione comune; un’impressione che possiamo estendere alle proprietà estetiche e non: la sopravvenienza delle proprietà mentali/morali/estetiche sulle proprietà fisiche / non morali / non estetiche può benissimo essere vera, ma ciò non ci aiuta a capire la natura del rapporto tra i due ordini differenti di proprietà.

84Mi sembra che i problemi fondamentali siano due: il problema della dipendenza e quello della particolarità. Nei vari campi d’indagine in cui si è utilizzata la nozione di sopravvenienza, l’obiettivo a cui i vari filosofi hanno mirato è stato quello di stabilire una relazione in virtù della quale fosse possibile superare il dualismo ontologico ed al tempo stesso evitare le forme più dure di riduzionismo. Lo scopo più o meno esplicito è stato cioè quello di fornire “rispettabilità” a proprietà sfuggenti come quelle mentali, morali o estetiche, ancorandole a famiglie di proprietà meno controverse, naturalistiche, e riconoscendone al tempo stesso un’esistenza legittima ed irriducibile, seppur subordinata. Ciò significa però che non è possibile considerare alla stessa stregua i due ordini di proprietà. Kim, ancora una volta, ha espresso mirabilmente tale conseguenza:

  • 51 Kim 1998: 43.

To make your painting more beautiful, more expressive, or more dramatic, you must do physical work on the painting and thereby alter the physical supervenience base of the aesthetic properties you want to improve. There is no direct way of making your painting more beautiful or less beautiful; you must change it physically if you want to change it aesthetically — there is no other way51.

85La sopravvenienza cattura soltanto una parte delle nostre intuizioni, e forse non la parte più importante, visto che tra l’altro essa è compatibile con posizioni filosofiche anche di segno diametralmente opposto. La parte che essa non cattura, e che non a caso è quella che costringe i filosofi ad una più chiara presa di posizione, è quella concernente la natura della dipendenza delle proprietà di ordine superiore da quelle di base.

86Sì, è vero, la sopravvenienza estetica ci dice che le proprietà estetiche covariano con certe proprietà non estetiche e che in qualche modo fissare queste ultime significa fissare le prime. Ma qual è questo modo?

87La sopravvenienza estetica ci dice soltanto che, una volta fissate le proprietà estetiche, queste non possono essere cambiate senza cambiare le proprietà non estetiche e che se tali proprietà non estetiche venissero riscontrate (tutte) in un altro oggetto, esse fisserebbero le stesse proprietà estetiche. Essa invece non ci dice quale sia la relazione vigente in un determinato caso tra proprietà estetiche e non estetiche, relazione la cui conseguenza è la sopravvenienza. Così ci ricolleghiamo al secondo problema, quello della particolarità.

88La sopravvenienza estetica infatti non è esplicativa anche perché essa non può che essere una relazione tra proprietà estetiche e non estetiche in generale. Essa, in poche parole, entra in gioco quando tutto è già successo, e ci fa riflettere sui risultati di quanto è successo, ma non è in grado di raccontarci come siano andate le cose. La sopravvenienza non discrimina tra proprietà non estetiche rilevanti e non, in un particolare caso: un oggetto ha una certa proprietà estetica in virtù del fatto che esso ha alcune proprietà non estetiche, e non in virtù del fatto che esso ha tutte le proprietà non estetiche che effettivamente ha. Ciò significa che, nello spiegare in ogni caso particolare quali proprietà non estetiche determinino una certa proprietà estetica di cui facciamo esperienza, non ci è di alcun aiuto sapere che le due proprietà siano in rapporto di sopravvenienza. Questo è anzi il nostro punto di partenza.

Torna su

Bibliografia

Alexander, S., 1920, Space, Time, and Deity, London, Macmillan

Beardsley, M.C., 1973, What is an Aesthetic Quality?,Theoria”, 39

Beardsley, M.C., 1974, The Descriptivist Account of Aesthetic Attributions, “Revue Internationale de Philosophic”, 28: 336-352

Bender, J., 1996, Realism, Supervenience, and Irresolvable Aesthetic Disputes, “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 54, 4: 371-81

Broad, C.D., 1925, The Mind and Its Place in Nature, London, Routledge and Kegan Paul

Cohen, T., 1973, Aesthetic/Non-Aesthetic and the Concept of Taste, “Theoria”, 49

Currie, G., 1990, Supervenience, Essentialism and Aesthetic Properties, “Philosophical Studies”, 58: 243-257

Dancy, J., 1981, On Moral Properties, “Mind”, 90: 367-385

Danto, A.C., 1973, Artworks and Real Things, “Theoria”, 39: 1-17

Davidson, D., 1970, Mental Events, in Experience and Theory, a c. di L. Foster e J .W. Swanson, Amherst, University of Massachusetts Press: 79-101; poi ristampato in Id., Essays on Actions and Events, Oxford, Clarendon Press, 1980

Depaul, M.R., 1987, Supervenience and Mora lDependance, “Philosophical Studies”, 51: 425-439

Eaton, M., 1994, The Intrinsic, Non-Supervenient Nature of Aesthetic Properties, “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 52: 383-397

Goldman, A., 1995, Aesthetic Value, Boulder, Westview Press

Grimes, T.R., 1988, The Myth of Supervenience, “Pacific Philosophical Quarterly”, 69: 152-160

Hare, R.M., 1952, The Language of Morals, Oxford, Clarendon Press

Hare, R.M., 1984, Supervenience, “The Aristotelian Society Supplementary Volume”, 58: 1-16

Hess, R., 1975, The Role of Pupil Size in Communication, “Scientific American”, 233

Horgan, T., 1993, From Supervenience to Superdupervenience: Meetingthe Demands of a MaterialWorld, “Mind”, 102, 408

Kim, J., 1984, Concepts of Supervenience, “Philosophy and Phenomenological Research”, 45, 2: 153-176

Kim, J., 1990, Supervenience as a Philosophical Concept, “Metaphilosophy”, 21, 1-2: 1-27

Kim, J., 1998, Mind in a Physical World, Cambridge, mit Press

Kivy, P., 1973, Speaking of Art, The Hague, Nijhoff

Kivy, P., 1975, What Makes “Aesthetic” Terms Aesthetic?, “Philosophy and Phenomenological Research”, 35: 197-211

Levinson, J., 1983, Aesthetic Supervenience, “Southern Journal of Philosophy”, 22, Supplement: 93-110; poi ristampato in Music, Art and Metaphysics, Ithaca, Cornell University Press, 1990

Lewis, D., 1986, On the Plurality ofWords, London, Basil Blackwell

Lombard, L., 1986, Events: A Metaphysical Study, London, Routledge and Kegan Paul

Mackinnon, J.E., 2000, Scruton, Sibley and Supervenience, “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 58, 4: 383-392, 2001, Aesthetic Supervenience: For and Against, “ British Journal of Aesthetics”, 41,1

Moore, G.E., 1922, The Conception of Intrinsic Value, in Id., Philosophical Studies, New York, Harcourt, Brace and Co.

Morgan, C.L., 1923, Emergent Evolution, London, Williams & Borgate

Scruton, R, 1974, Art and Imagination, London, Methuen

Sibley, F., 1959, Aesthetic Concepts, “Philosophical Review”, 48

Sibley, F., 1965, Aesthetic and Nonaesthetic, “Philosophical Review”, 74

Tilghman, B.R., 1999, Review of.Alan Goldmans “Aesthetic Value", “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 57:81

Walton, K., 1970, Categories of Art, “Philosophical Review”, 79, 3: 334-367

Wicks, R., 1992, Supervenience and the Science of the Beautiful, “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 50: 322-324

Altri riferimenti

Bender, J., 1987, Supervenience and the Justification of Aesthetic Judgements, “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 46, 1: 31-40

Bender, J., 1995, General but Defeasible Reasons in Aesthetic Evaluation, “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 53

Bender, J., 2001, Sensitivity, Sensibility and Aesthetic Realism, “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 59, 1:73-84

Blackburn, S., 1971, Moral Realism, in Morality and Moral Reasoning, a c. di J. Casey, London, Methuen

Blackburn, S., 1985, Supervenience Revisited, in Exercises in Analysis, a c. di I. Hacking, Cambridge, Cambridge University Press

Broiles, R.D., 1964, Frank Sibleys Aesthetics Concepts, “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 23: 219-225

Currie, G., 1989, An Ontology of Art, New York, St. Martins Press

Drier, J., 1992, The Supervenience Argument Against Moral Realism, “Southern Journal of Philosophy”, 30, 3: 13-38

Fine, K., 1995, Ontological Dependence, “Proceedings of Aristotelian Society”, 95: 276-278

Henle, P., 1942, The Status of Emergence, “Journal of Philosophy”, 39: 486-493

Horgan, T., 1987, Supervenient Qualia, “Philosophical Review”, 96, 4: 491-520

Hungerland, I., 1962-63, The Logic of Aesthetic Concepts, “Proceedings and Addresses of the American Philosophical Associations”, 36

Hungerland, I., 1968, Once Again, Aesthetic and Non Aesthetic, “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 26: 285-295

Kim, J., 1987, “Strong”and “Global” SupervenienceRevisited, “Philosophy and Phenomenological Research”, 10, 7: 315-32

Kim, J., 1993, Supervenience and Mind, Cambridge, Cambridge University Press

Kincaid, H., 1988, Supervenience and Explanation, “Synthese”, 77: 251-281

Matteucci, G., 2005, Qualità, in Id., Filosofia ed estetica del senso, Pisa, ets

McLaughlin, B., 1992, The Rise and Fall of British Emergentism, in Emergence or ReductionI Essays on the Prospects of Nonreductive Physicalism, a c. di A. Beckermann, H. Flohr e J. Kim, Berlin, Walter de Gruyter

Milled, R.B., 1990, Supervenience is a Two-Way Street, “Journal of Philosophy”, 87: 695-701

Papineau, D., 1990, Why Supervenience?, “Analysis”, 50: 66-70

Rea, M.C., 1997, Supervenience and Co-Location, “American Philosophical Quarterly”, 34, 3: 367-375

Shafer-Landau, R., 1994, Supervenience and Moral Realism, “Ratio”, 7: 145-152

Zangwill, N., 1992, Long Live Supervenience, “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 50: 319-322

Zangwill, N., 1993, Supervenience and Anomalous Monism, “Philosophical Studies”, 71: 59-79

Zangwill, N., 1994, Supervenience Unthwarted: Rejoinder to Wicks, “Journal of Aesthetics and Art Criticism”, 52: 466-469

Zangwill, N., 1997, Explaining Supervenience: Moral and Mental, “Journal of Philosophical Research”, 1

Zangwill, N., 1998, Aesthetic/Sensory Dependence, “British Journal of Aesthetics”, 38, 1

Zangwill, N., 2001, The Metaphysics of Beauty, Ithaca, Cornell University Press

Torna su

Note

1 Sibley 1965.

2 Sibley 1959.

3 Sibley 1965: 135.

4 Ivi-, 137.

5 Cfr. Danto 1973.

6 Sibley 1965: 138.

7 Ivi: 140.

8 Ivi: 139.

9 Ivi: 148.

10 Ivi-. 152.

11 Ivi: 153

12 In Aesthetic Concepts Sibley parla più esplicitamente del fatto che i concetti estetici possono essere governati negativamente da condizioni: «No doubts there are some respects in which aesthetic terms are governed by rules [...] There may be, that is, descriptions using only non-aesthetic terms which are incompatibile with descriptions employing certain aesthetic terms. If I am told that a painting in the next room consists solely of one or two bars of very pale blue and very pale grey set at rig-ht angles on a pale fawn ground, I can be sure that it cannot be fiery or garish or gaudy or flamboyant. A description of this sort may make certain aesthetic terms inapplicable or inappropriate […] I do not wish to deny therefore that taste concepts may be governed negatively by conditions» (Sibley 1959: 426-427).

13 Sibley 1965: 155

14 tra i tanti è indispensabile citare: Beardsley 1973; cohen 1973; Kivy 1973; Scruton 1974; Goldman 1995, oltre a quelli che seguiranno nel corso della discussione.

15 Walton 1970.

16 Tra le ricostruzioni storiche più esaurienti si vedano Kim 1984, 1990 e Horgan 1993.

17 Hare 1952. A dire il vero, lo stesso Hare ha precisato in uno scritto successivo di parecchi anni di non essere stato il primo ad utilizzare il termine nel suo senso filosofico corrente, dichiarandosi però al tempo stesso incapace di indicare chi fosse stato il vero “responsabile”; cfr. Hare 1984.

18 Moore 1922: 261.

19 Tra i lavori più importanti vanno citati almeno Alexander 1920; Morgan 1923 e Broad 1925.

20 Morgan 1923: 15.

21 Hare 1952: 145.

22 Lewis 1986: 15.

23 Davidson 1970.

24 Kim ha fatto giustamente notare che non-riduttiva non significa non-riducibile: «note that “nonreductive” is also consistent with reducibility. Thus, “nonreductive” is to be understood as indicating a neutral, noncommittal position with regard to reducibility, not as an affirmation of irreducibility». In Kim 1990: 8.

25 Ivi-. 9.

26 Ivi: 10.

27 cfr. Currie 1990.

28 Kim 1990: 16.

29 Kim 1998: 14. Per ulteriori discussioni sulla covarianza e sulla dipendenza si vedano anche Lombard 1986, Depaul 1987 e Grimes 1988.

30 Cfr. Scruton 1974, ma vedi Mackinnon 2000 per un’appassionata smentita.

31 Levinson 1983. Nelle note conclusive del paper, aggiunte in occasione della ristampa dello scritto, Levinson riconosce che la sua versione di sopravvenienza equivale alla cosiddetta forma “debole”: «In retrospect, the view I was defending in “Aesthetic Supervenience” can be seen to be a version of weak supervenience. That is to say, no invariance, in the way aesthetic content emerges from non aesthetic conditions, is posited across metaphysically possibile worlds» (p. 156).

32 Ivi: 157

33 Ibidem.

34 Ivi-. 135.

35 Come esempio di una differenza sub-strutturale che influenzi in modo determinante una proprietà estetica, senza risultare una differenza strutturale, Levinson cita un esperimento psicologico in cui ai soggetti venivano presentate due foto di una donna all’apparenza identiche, ad una delle quali però era stata leggermente ritoccata la grandezza delle pupille. La maggior parte dei soggetti dichiaravano di trovare più attraente una delle due, pur non essendo in grado di riconoscere tale differenza nemmeno dopo che questa era stata svelata (Hess 1975). L’esempio di Levinson non mi convince, e penso che non sia un caso che i soggetti potessero semplicemente trovare più attraente (cioè esprimere un “verdict” per usare la definizione di Sibley) una dell’altra, ma non individuare due proprietà estetiche diverse in senso descrittivo. Inoltre penso che sia meglio assorbire le proprietà sub-strutturali nell’insieme delle proprietà strutturali, anche perché altrimenti si aprirebbe un altro fronte di discussione, quello cioè riguardante la “rilevanza” delle proprietà sub-strutturali per la determinazione delle proprietà estetiche.

36 Levinson 1983: 136.

37 Levinson 1983: 140.

38 A questo proposito Levinson espone in maniera esplicita la tesi secondo cui ad ogni attribuzione estetica corrisponde una distinta impressione fenomenica: «There is a distinct, holistic impression corresponding to this attribution, and that impression is separable from the simpler ones [...] that stand right alongside it», ivi: 153.

39 Kivy 1975. Su questi argomenti Kivy ha sostenuto una delle posizioni più “audaci”, quella cioè secondo cui ci sono delle condizioni strutturali sufficienti per l’applicazione dei predicati estetici; le descrizioni non estetiche sono spesso sufficienti per assicurare logicamente l’applicabilità di una certa descrizione estetica. Esistono delle regole semantiche grazie alle quali è possibile stabilire che certe caratteristiche estetiche sono presenti se certe altre caratteristiche non estetiche sono presenti.

40 Levinson 1983: 155.

41 Ivi-. 155.

42 Oltre al paper di Gregoy Currie di cui si dirà tra poco, si vedano almeno, Wicks 1992; Eaton 1994; Bender 1996; Tilghman 1999; Mackinnon 2001.

43 Cfr. soprattutto Kim 1998.

44 Currie 1990.

45 Ivi: 248.

46 Ivi-. 248.

47 Ivi-. 256.

48 Devo necessariamente puntualizzare che il mio resoconto delle argomentazioni di Currie manca di una parte che, a giudicare dall’enfasi con cui egli la propone, sembra rivestire particolare importanza. Currie infatti ad un certo punto del paper (p. 251 ) introduce il termine ‘ work’s powers” per spiegare il rapporto tra opere d’arte (works) e contesto umano ed ambientale. Le opere d’arte hanno cioè il potere di suscitare nella comunità (nei suoi componenti) emozioni, pensieri, giudizi, desideri (stati cognitivi ed emotivi), ed è questo a renderle “belle” o quant’altro. Le proprietà estetiche sono determinate da questi “powers of works”: esse sopravvengono sui poteri dell’opera, che sono, in sostanza, delle disposizioni, e le proprietà non estetiche di base sono proprietà che noi specifichiamo quando specifichiamo il potere dell’opera di avere un certo effetto psicologico su di noi. Mentre l’impianto generale dell’argomentazione di Currie mi sembra convincente, non altrettanto posso dire, sempre che io sia riuscito a comprenderla adeguatamente, di questa posizione riguaidante i “work’s powers”. Per questo, non giudicandola “essenziale” per gli scopi di questo paragrafo, ho preferito lasciarla da parte.

49 Mackinnon 2001: 74.

50 Dancy 1981.

51 Kim 1998: 43.

Torna su

Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alfonso Ottobre, «La sopravvenienza estetica»Rivista di estetica, 36 | 2007, 209-231.

Notizia bibliografica digitale

Alfonso Ottobre, «La sopravvenienza estetica»Rivista di estetica [Online], 36 | 2007, online dal 30 novembre 2015, consultato il 14 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2380; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2380

Torna su

Autore

Alfonso Ottobre

Articoli dello stesso autore

Torna su

Diritti d’autore

CC-BY-NC-ND-4.0

Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

Torna su
Cerca su OpenEdition Search

Sarai reindirizzato su OpenEdition Search