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Note della redazione

Questo volume raccoglie gli atti del workshop “Documentalità: l’ontologia degli oggetti sociali ”, svoltosi a Torino il 25 e 26 gennaio 2007 e organizzato dai professori Gianmaria Ajani e Maurizio Ferraris, in collaborazione con la Fondazione Rosselli. Mancano, per diversi motivi, i testi degli interventi di Gennaro Auletta, Michele Di Francesco, Jean-Maurice Monnoyer e Stefano Rodotà, mentre si aggiungono due nuovi testi, quelli di Carlo Freccero e di Davide Grasso.

Testo integrale

1Come osserva Mario Ricciardi, chi si avvicina per la prima volta ai temi dell’ontologia sociale avendo compiuto studi di filosofia del diritto ha spesso un’impressione di familiarità.

2Tale impressione è spiegabile, senza dubbio, tenendo conto della circostanza per cui postulare l’esistenza di entità giuridiche come “la dote” o “l’eredità” non è mai un’operazione intellettualmente innocente, non significa cioè limitarsi a riconoscere realtà preesistenti, ma possiede sempre, in una certa misura, un aspetto ontologicamente produttivo.

3Questa attenzione per la dimensione ontologica del diritto è evidente nei tentativi di definire le proprietà caratteristiche delle entità giuridiche, compiuti all’inizio del xx secolo tanto dal filosofo Adolf Reinach — colui che viene considerato, appunto, come il fondatore dell’ontologia sociale — quanto dal giurista Santi Romano. Benché i cataloghi ontologici stilati dai due autori siano molto diversi tra loro, si possono individuare, osserva nel suo saggio Paolo Di Lucia, almeno tre analogie tra gli oggetti indagati dal filosofo tedesco e quelli individuati dal giurista italiano. Innanzitutto, le entità giuridiche, benché immateriali, non sono però astratte — astratto, osserva Romano, è il concetto di Stato, ma non lo sono invece i singoli Stati. Proprio perché concrete, inoltre, le entità del diritto non sono atemporali, ma hanno un inizio e una conclusione. Infine, concordano i due autori, si tratta di oggetti che non sono costituiti, né immediatamente né mediatamente, da norme.

4Le due categorie di entità giuridiche individuate rispettivamente da Reinach e da Romano, tuttavia, non esauriscono, secondo Di Lucia, il catalogo di un’ontologia giuridica: affinché esso sia completo, occorre riconoscere una terza categoria di entità, che l’autore battezza con il nome di figmenta. Esse sono caratterizzate dal fatto di essere direttamente correlate a un certo tipo di norme, vale a dire quelle norme che sono dotate di una struttura esattamente analoga a quella delle famose regole costitutive che Searle (1969; 1995) ha posto alla base della propria ontologia sociale.

5In particolare, è interessante la caratterizzazione in termini semantici che Di Lucia offre dei diversi tipi di figmenta — lo studio della correlazione tra le determinazioni di tipo semantico e quelle di tipo ontologico che le norme producono rispetto a queste entità sembra infatti costituire una stimolante direzione di ricerca, che Pomologo e il filosofo del diritto potrebbero percorrere insieme.

6La sensazione di familiarità rispetto alle questioni di ontologia sociale provata dal filosofo del diritto, tuttavia, non è spiegabile, secondo Mario Ricciardi, semplicemente facendo riferimento all’aspetto ontologicamente produttivo dell’attività del giurista, ma sembra affondare le sue radici in un passato lontano, e più precisamente nel giusnaturalismo moderno.

7Il saggio di Ricciardi si concentra, in particolar modo, sulla teoria degli enti morali che Pufendorf sviluppa nel suo De iure naturae et gentium, la quale si rivela, a un’attenta analisi, come una chiara prefigurazione di quella teoria dei fatti istituzionali che Searle ha sviluppato a partire dalla metà degli anni Novanta e che ha determinato il sorgere di un rinnovato interesse per i temi dell’ontologia sociale.

8Nella genesi degli enti morali - entità non indipendenti da quelle materiali, ma costituite a partire da queste, grazie all’attività di esseri intelligenti, i quali impongono agli oggetti materiali significati nuovi - è possibile infatti intravedere già molte delle caratteristiche che contraddistinguono i fatti istituzionali, distinguendoli dai fatti bruti: l’importanza dell’intenzionalità della mente umana; il ricorso alla nozione di imposizione, intesa come assegnazione di un nuovo significato a una realtà preesistente; infine, il ruolo essenziale che viene attribuito al linguaggio, come mezzo indispensabile all’imposizione stessa dei significati sui fatti bruti.

9Tuttavia, come sottolinea Ricciardi, nella teoria di Pufendorf, al resoconto relativo alla genesi degli enti morali si accompagna, in modo naturale, una spiegazione della normatività di tali strutture. Ciò dipende dal fatto che gli enti morali, benché istituiti dall’uomo attraverso i suoi atti di imposizione, non sono però del tutto arbitrari, ma dipendono, per la loro esistenza, anche dalla volontà divina. Laddove la garanzia divina sia assente, come accade appunto nella teoria di Searle, il problema della normatività della realtà sociale risulta indubbiamente più difficile da risolvere. Com’è noto, Searle ha cercato una soluzione a questo problema sviluppando una teoria della razionalità pratica, volta a spiegare in che modo le ragioni possano costituire per le persone delle motivazioni all’azione, tuttavia, come mette in luce Ricciardi, per un’ontologia sociale che non voglia limitarsi alla spiegazione della genesi e della struttura delle nostre istituzioni, ma voglia ambire a una spiegazione più generale della loro funzione all’interno della nostra vita e della società, le indagini svolte dagli studiosi del diritto naturale potrebbero rivelarsi molto utili in proposito.

10Curiosamente, il potere costitutivo delle norme giuridiche e quello del linguaggio, attraverso cui esse vengono espresse, sembrano essere stati ignorati talvolta, come sottolinea Gianmaria Ajani, dagli stessi giuristi, almeno nella valutazione dell’impatto che il multilinguismo del sistema giuridico dell’Unione Europea avrebbe avuto sui sistemi giuridici nazionali.

11Il problema del multilinguismo è stato considerato, infatti, sostanzialmente come un problema di traduzione, più precisamente, un problema relativo ai costi, ai tempi e alle competenze linguistiche necessarie per la traduzione dell’apparato normativo europeo nelle ventitré lingue ufficiali dell’Unione. È stato invece trascurato il fatto che tale traduzione comporti necessariamente anche un problema di interpretazione, nel momento in cui le norme comunitarie — in conseguenza del riconoscimento della loro supremazia sui diritti nazionali — devono essere trapiantate nei sistemi giuridici nazionali e armonizzate con essi.

12La legislazione secondaria viene dunque prodotta e considerata come se avesse uno stesso significato normativo in tutte le lingue, ma si tratta, per l’appunto, soltanto di una finzione. In realtà, le tassonomie giuridiche differiscono e non vi sono garanzie di consolidamento dell’interpretazione né possibilità di prevedere come le norme verranno interpretate a livello locale.

13Il problema, come rileva Ajani, è che, dal momento che il diritto forma la realtà tramite il linguaggio, e che quest’ultimo è radicato in una certa cultura giuridica, i singoli concetti risultano inevitabilmente determinati dall’intero ordinamento giuridico e dalla stratificazione delle interpretazioni che sono state accettate nel corso degli anni. Così, ad esempio, ciò cui si riferisce il concetto di “contratto” all’interno di una certa cultura giuridica, essendo una creazione di tale cultura, non è detto che trovi un corrispettivo all’interno di un sistema normativo differente: sistemi normativi differenti, radicati in culture giuridiche differenti, non possono che delineare ontologie giuridiche altrettanto differenti.

14Si tratta di un problema che viene riconosciuto, benché per un ambito diverso da quello giuridico, anche da Alessandro Salice: gli oggetti culturali - almeno gli oggetti culturali concreti, come gli artefatti - sono infatti oggetti sociali nella misura in cui tanto la loro produzione quanto la loro apprensione implicano significati validi all’interno di uno specifico gruppo sociale.

15Così, ad esempio, la comprensione del concetto di casa da parte di un giapponese non comporta soltanto l’afferramento di alcune proprietà che sono essenziali al concetto, come, ad esempio, si può pensare siano quelle di riparo, abitabilità, sicurezza ecc., ma comporta anche, necessariamente, l’afferramento di significati più specifici, come quello di tokonoma, un elemento architettonico caratteristico delle case giapponesi, la cui funzione è difficilmente comprensibile per uno straniero, se non si fa riferimento, più in generale, alla cultura di quel paese. Non solo, ma l’afferramento di tale significato sembra essere necessario anche per il riconoscimento di un oggetto come oggetto culturale: un italiano che non avesse alcuna nozione relativa alla cultura giapponese difficilmente sarebbe in grado di riconoscere una certa casa, dotata di un tokonoma, come una casa giapponese.

16In questo senso. Salice propone un’interpretazione del concetto stesso di “cultura” come la somma articolata dei significati che sono condivisi all’interno di un certo gruppo sociale e dunque come qualcosa che non esisterebbe se non esistesse, appunto, un certo gruppo sociale, il quale comprende stabilmente il significato di certi termini del proprio linguaggio naturale nella stessa identica maniera.

17In questa luce risulta comprensibile anche l’importanza che viene oggi attribuita alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio culturale, in cui è impegnata attivamente I’unesco: tutelare e conservare eredità culturali significa infatti preservare la diversità culturale nel mondo, e quindi le specificità dei diversi gruppi sociali a cui tali culture sono, come abbiamo visto, necessariamente relative. Il concetto di eredità culturale, tuttavia, come ci mostra Davide Grasso, è difficilmente definibile in modo tale da renderlo davvero esaustivo.

18La tassonomia stilata ormai più di trent’anni fa da una Convenzione internazionale riconosceva come eredità culturali sostanzialmente tre tipi di entità: i monumenti, i gruppi di costruzioni e i siti, ma non comprendeva, invece, una vasta categoria di oggetti, come ad esempio le danze tribali, le feste popolari o le stesse lingue naturali, che risultano decisamente più difficili da identificare e circoscrivere, e che sono stati riconosciuti soltanto recentemente come “eredità culturali intangibili”. Grasso concentra la sua attenzione, in particolare, sul caso emblematico rappresentato dal Muro di Berlino, definito come eredità culturale allo stesso tempo tangibile e intangibile.

19Come noto, il Muro di Berlino sembra rappresentare un controesempio alla genesi dell’oggetto sociale descritta da Searle (cfr. Smith 2001). Se, infatti, per Searle il confine è l’erede di un oggetto fisico, un muro, che, sgretolandosi, ha cessato di costituire un ostacolo reale, il caso del Muro di Berlino presenta una genesi esattamente opposta: il muro viene innalzato proprio per sancire l’esistenza di un confine, il fatto bruto dà visibilità a un’entità che pure preesiste a esso, vale a dire l’oggetto sociale.

20Le vicende legate al riconoscimento del Muro come eredità culturale sembrano costituire però una conferma, più che dell’ontologia sociale di Barry Smith — il quale, pur sottolineando la centralità del documento, mantiene una netta separazione tra il regno di ciò che è tangibile e quello dell’intangibile — di quella recentemente elaborata da Maurizio Ferraris (2005; 2007) e di cui il saggio contenuto in questo volume può considerarsi una sorta di compendio.

21Se la teoria di Searle sembra afflitta da un problema circa l’individuazione del fatto bruto x, che precede logicamente ed è condizione del venire a essere del fatto istituzionale y, la correzione che Barry Smith (2003) apporta a tale teoria, rileva Ferraris, non è, essa stessa, priva di problemi: identificare i correlati materiali degli oggetti sociali in “rappresentazioni” o “entità quasi-astratte”, anziché in oggetti fisici, ha come conseguenza, infatti, l’impossibilità di distinguere il piano del reale da quello dell’ideale, o del meramente immaginato.

22La soluzione di Ferraris al problema searliano, che passa attraverso la mediazione della filosofia della scrittura di Derrida, non sta nel negare, come Smith, la controparte fisica dell’oggetto sociale, quanto piuttosto nel reinterpretarla, ridefinendone il ruolo: gli oggetti sociali non dipendono per la loro esistenza dall’esistenza di certi oggetti fisici, ai quali l’intenzionalità collettiva attribuisce determinate funzioni, bensì dall’esistenza di certe forme di iscrizione, ossia di registrazione su un qualsiasi supporto fisico — dai neuroni sino alle forme di tecnologia più evolute — dei nostri atti sociali.

23Tuttavia, osserva Ferraris, l’iscrizione è condizione necessaria ma non sufficiente per la costituzione di un oggetto sociale: affinché qualcosa diventi propriamente una realtà sociale è necessario che l’iscrizione si trasformi in un documento, vale a dire che acquisisca un valore legale, e che tale documento possieda certe caratteristiche idiomatiche, ossia tali da poterlo ricondurre inequivocabilmente a un certo individuo. La teoria degli oggetti sociali prende dunque la forma, nella visione di Ferraris, di una teoria della documentalità.

24Tornando al Muro di Berlino, ciò che sorprende è proprio la rilevanza che l’aspetto della documentalità assume nella costituzione di questo tipo di oggetto sociale, che peraltro, come illustra Grasso, ha cambiato il proprio statuto ontologico innumerevoli volte nel corso degli anni, passando da realizzazione fisica di un confine a opera d’arte, da opera d’arte a merce e da merce a reperto archeologico o museale. Tra gli elementi presentati dalla Repubblica Federale Tedesca all’UNESCO, per chiedere il riconoscimento del Muro come eredità culturale, si trova infatti una vastissima documentazione, non solo e non tanto di tipo giuridico, ma per lo più sociale: registrazioni audio e video di conferenze, comizi, dichiarazioni alla stampa, dunque, in definitiva, un’ampia raccolta di atti linguistici iscritti su una varietà di supporti materiali diversi, ma non è presente, paradossalmente, il Muro stesso, o almeno una qualche sua parte, che pure sarebbe stata senza dubbio disponibile. Questo fatto ci mostra quindi come sia proprio la dimensione della documentalità a costituire la condizione imprescindibile del venire a essere di una certa realtà sociale, in questo caso un’eredità culturale allo stesso tempo tangibile e intangibile.

25Una prova della centralità del documento e della sua rilevanza non solo per la costituzione di una nuova realtà sociale, ma soprattutto per l’accettazione di tale realtà — e più precisamente di una nuova realtà giuridica — da parte della collettività, è costituita dal progetto che viene presentato in questo volume da Roberto Casati e Gino Roncaglia.

26Come rilevano gli autori, un problema importante all’interno delle odierne democrazie è rappresentato dalla promulgazione di nuove leggi, le quali spesso vengono avvertite dai cittadini non come provvedimenti che i loro rappresentanti hanno elaborato nell’interesse della collettività, ma piuttosto come vere e proprie imposizioni, frutto di processi poco limpidi, rispetto a cui essi non hanno avuto alcuna possibilità d’intervenire. Talvolta - fatto ancor più grave - sono gli stessi politici, protagonisti dell’elaborazione di un certo progetto normativo, a stupirsi e indignarsi per il risultato finale che il processo di legiferazione ha avuto, rispetto a cui essi stessi sembrano del tutto impotenti.

27Al problema della partecipazione diretta nel processo di legiferazione gli autori propongono una soluzione concreta, delineando i contorni di uno “strumento di scrittura collaborativa per la democrazia partecipata”. Tale strumento si concretizzerebbe, più precisamente, nell’utilizzo di un’applicazione wiki — uno strumento analogo, dunque, a quello utilizzato dal noto progetto Wikipedia—per la redazione in rete di testi normativi, la quale dovrebbe consentire a qualunque cittadino o associazione di poter partecipare alle fasi di discussione e stesura del testo in questione.

28Nella prospettiva degli autori è proprio questa fase di elaborazione che fa della norma non un’astrazione, e perciò un’entità ideale, bensì un documento, quindi un’entità prettamente sociale, risultato della discussione e della contrattazione tra gli individui di una società, il quale, in definitiva, sancisce la volontà comune di conseguire determinati obiettivi che si ritengono desiderabili per la collettività.

29A un tentativo di soluzione di alcuni aspetti particolarmente problematici della teoria searliana è rivolto, invece, il saggio di Carola Barbero. Un primo problema, come abbiamo già accennato, concerne l’individuazione di quel sostrato materiale - il fatto bruto x - che per Searle precede logicamente il fatto istituzionale y. Per alcuni oggetti sociali, come ad esempio la fiat o la Costituzione francese, sembra infatti difficile riuscire a individuare un preciso correlato materiale: quale potrebbe essere il fatto bruto a partire dal quale è nata la Costituzione francese? Su quale oggetto fisico, esattamente, sopravverrebbe una società come la fiat?

30Un secondo problema si presenta invece sul versante epistemologico della teoria searliana: se, infatti, l’intenzionalità collettiva impone una certa funzione su un fatto bruto, non si riesce a spiegare perché, allora, noi attribuiamo alle scienze sociali la capacità di fare autentiche scoperte, ossia di individuare oggetti sociali, come la deflazione, che, pur essendo rimasti sconosciuti all’intero genere umano per secoli, tuttavia esistevano già prima della loro scoperta.

31La soluzione a questo tipo di problemi può essere rintracciata, secondo Barbero, nella genesi di uno speciale tipo di oggetti, gli oggetti fittizi, la quale può illuminare, a sua volta, la genesi degli oggetti sociali e la loro struttura.

32Nel contesto dei giochi di finzione, infatti, possono essere fatti valere diversi tipi di regole, le quali producono, conseguentemente, diversi tipi di oggetti fittizi. Così, ad esempio, certe regole richiedono che i partecipanti al gioco accettino collettivamente che un certo oggetto fisico x si trasformi in un oggetto fittizio y (che la banana diventi un telefono) o che, in un contesto C, tutto ciò che possiede una proprietà F venga a possedere anche la proprietà S (ad es. che nel bosco qualunque tronco d’albero conti come un orso) e, conseguentemente, escludono che gli oggetti fittizi creati in questo modo possano esistere senza una collettività che li crea. Altre regole, invece, richiedono che si accetti collettivamente che, al verificarsi di una serie di condizioni C, venga a esistere una nuova entità x, dotata di certe proprietà. Queste regole sono quelle che producono, appunto, l’opacità epistemica, nel senso che chi non sia a conoscenza del verificarsi delle condizioni C, evidentemente ignorerà l’esistenza di certe entità.

33Ora, se si accetta che la genesi degli oggetti sociali sia esattamente analoga a quella degli oggetti fittizi, il gioco — è proprio il caso di dirlo — è fatto: accanto a fatti sociali primari, che presuppongono l’esistenza di qualcuno che li riconosca come tali, dice Barbero, si potranno dunque ammettere anche fatti sociali secondari, da questi ultimi derivanti, per l’esistenza dei quali è sufficiente la semplice esistenza di intenzioni collettive, senza bisogno che qualcuno abbia un qualche pensiero rispetto a essi.

34Alla considerazione di una specifica realtà fittizia — quella rappresentata dalla fiction - è rivolto il saggio di Carlo Freccero, il quale focalizza l’attenzione, in particolar modo, sulla trasformazione che questa forma di narrativa ha subito negli ultimi anni e sull’influsso che tale trasformazione ha avuto sulla nostra intelligenza.

35A differenza della fiction tradizionale, che ha come modello il romanzo moderno, attento, più che alla complessità dell’intreccio narrativo, alla psicologia dei personaggi e all’analisi critica della società, la fiction di ultima generazione sembra recuperare, infatti, quel primato dell’azione che già Aristotele, nella sua Poetica, aveva riconosciuto. Le fiction più recenti moltiplicano le loro trame, le complicano esponenzialmente, decostruiscono - in continuità con il romanzo joyciano o pirandelliano - la figura dell’eroe, rinunciando all’idea di proporre un qualunque modello edificante. Anzi, si tratta spesso di telefilm violenti, amorali, veri e propri “prodotti-spazzatura”, e tuttavia, osserva Freccero, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, proprio queste fiction sono capaci di renderci più intelligenti: la loro maggiore complessità implica infatti, inevitabilmente, una maggiore interattività, richiedendo allo spettatore di compiere uno sforzo cognitivo decisamente superiore a quello richiesto dai consueti telefilm per la comprensione della trama e della dinamica degli eventi.

36La conclusione sembra dunque decisamente parossistica: è proprio nel momento in cui la televisione rinuncia a quella funzione educativa che, almeno in ambito europeo, le era stata originariamente attribuita, che essa diventa capace di migliorarci davvero, stimolando la nostra intelligenza con nuove forme narrative. Il prodotto sociale e culturale, un prodotto dell’intelligenza umana, diventa quindi capace di trasformare l’intelligenza stessa, determinandone una vera e propria evoluzione.

37Genuini problemi di ontologia sociale emergono infine, come ci mostra il saggio di Emanuele Bottazzi e Roberta Terrario, anche nell’ambito di un’altra disciplina, vale a dire quello dell’ontologia applicata.

38Come noto, l’ontologia applicata è chiamata a risolvere problemi molto concreti, legati alla strutturazione delle conoscenze contenute nelle banche dati di diversi sistemi informatici, in modo tale da rendere possibile la comunicazione e il trasferimento automatico di tali conoscenze da una banca dati all’altra. Essa comporta dunque un’attività di modellazione concettuale, tesa a identificare, per un certo ambito o segmento di realtà, alcune proprietà e relazioni rilevanti sulla base delle quali costruire un modello formale di tale realtà. Tale attività implica inoltre che una stessa realtà possa essere strutturata in modi diversi, a seconda delle scelte che si compiono rispetto alle proprietà e alle relazioni che devono essere considerate come rilevanti.

39Ciò avviene anche nel caso specifico della modellazione concettuale delle organizzazioni sociali. Si consideri, ad esempio, il famoso caso della Florentia Viola, ossia di quella associazione calcistica che, pur essendo nata soltanto nel 2002, ha ereditato - di fatto, sebbene non di diritto — dalla vecchia Fiorentina, fallita nello stesso anno, una serie di proprietà, come ad esempio la tifoseria, una parte del personale dirigenziale e amministrativo, nonché, come hanno decretato il tar e la figc, i suoi meriti sportivi (cfr. Ferraris 2005).

40Nel momento in cui si voglia modellare una realtà sociale come quella relativa alla Florentia Viola è evidente che, a seconda degli scopi che si vogliono raggiungere tramite tale modellazione, è necessario rispondere a una serie di domande che si rivelano essere di natura squisitamente filosofica. Così, ad esempio, in che senso l’oggetto sociale “Florentia Viola” può essere identificato con l’oggetto sociale, ormai non più esistente, “AC Fiorentina”, e a quali condizioni ne eredita le proprietà? In che modo la Florentia Viola è sorta come entità sociale? E soprattutto, con che cosa deve essere identificata un’entità come un’associazione calcistica? Con la sua squadra, la sua dirigenza, la tifoseria forse? E ancora, le organizzazioni possono essere considerate agenti di un qualche tipo? E se sì, come possono agire nel mondo fisico e quali azioni possono compiere?

41Ora, è proprio su questo terreno d’indagine che può avvenire l’incontro tra la filosofia e l’ontologia applicata: se infatti, da una parte, l’ontologia applicata può beneficiare degli studi condotti in ambito filosofico per fornire una soluzione a questo tipo di problemi, d’altra parte, come sottolineano gli autori, il confronto con la concreta attività di modellazione può permettere al filosofo di considerare sotto una nuova luce i vecchi problemi, verificando anche, eventualmente, la realizzabilità pratica delle proprie assunzioni teoriche.

42Oggetti fisici, oggetti ideali e oggetti sociali. Al limite, ancora, oggetti psicologici, per chi non condivida posizioni eliminativiste o riduzioniste in proposito. Si risolve, dunque, in questa tri- o quadripartizione il nostro catalogo del mondo?

43Non per Roberta De Monticelli, secondo la quale c’è almeno ancora un oggetto che sfugge a questo catalogo, e si tratta di quell’entità che costituisce il riferimento della nozione di “persona”. La persona emerge dall’individuo appartenente alla specie homo sapiens come una realtà nuova, sostiene De Monticelli, e ciò che la distingue da esso, la sua proprietà discriminante, è il fatto di essere un soggetto d’atti, più precisamente, di atti liberi.

44A differenza dell’azione, con la quale l’atto viene spesso erroneamente identificato, quest’ultimo si configura come un vissuto intenzionale contraddistinto dalla posizionalità: si tratta, cioè, di un vissuto che non è mai completamente passivo, ma che implica sempre una qualche presa di posizione, una reazione all’impatto che il mondo ha sulla nostra sensibilità. In particolare, gli atti liberi in senso proprio sono quegli atti attraverso cui noi decidiamo di fare di certi dati, fattuali o valoriali che siano, dei motivi per le nostre azioni. Essi sono dunque l’anima delle azioni volontarie.

45Una sottoclasse di tali atti liberi è costituita poi dagli atti sociali, ossia da quegli atti attraverso cui noi, dice De Monticelli, ci assumiamo deliberatamente degli obblighi, ossia ci impegniamo pubblicamente a compiere certe azioni future, vincolando il nostro io futuro alla nostra decisione presente. Ora, è proprio questa capacità di assumere impegni, che è così strettamente legata, non a caso, alla capacità linguistica, a determinare l’emergere dell’identità personale: l’atto sociale dell’assunzione d’impegno determina infatti il permanere di quella disposizione ad agire che chiamiamo comunemente “volontà” e in cui si dispiega proprio quel potere di autocostituzione dell’identità personale che è il fenomeno più peculiare dell’essere umano.

46In questo senso, dunque, la realtà personale emerge da quella sociale e richiede l’esistenza di quest’ultima per il suo venire a essere, ma non può, appunto, essere ridotta a essa.

47Concludiamo qui. Nonostante la rapidità della rassegna, ci auguriamo di aver fornito al lettore un’idea della varietà di temi e problemi che i saggi raccolti in questo volume affrontano. Essi costituiscono, in definitiva, la prova più evidente della produttività dell’ontologia sociale e della sua capacità di aprire direzioni sempre nuove di ricerca.

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Bibliografia

Ferraris, M., 2005, Dove sei? Ontologia del telefonino, Milano, Bompiani

Ferraris, M., 2007, Sanspapier. Ontologia dell’attualità, Roma, Castelvecchi

Searle, J.R., 1969, Speech Acts. An Essay in the Philosophy of Language, Cambridge, Cambridge U.P.; Atti linguistici. Saggio di filosofia del linguaggio, tr. it. di G.R. Cardona, Torino, Bollati Boringhieri, 1976; n. ed. 2000

Searle, J.R., 1995, The Construction of Social Reality, New York, Free Press; La costruzione della realtà sociale, tr. it. di A. Bosco, Torino, Edizioni di Comunità, 1996

Smith, B., 2001, Fiat Objects, “Topoi”, 20:2; Oggetti fiat, tr. it. di L. Morena, “Rivista di Estetica”, n.s., 2002, 20

Smith, B., 2003, Oggetti sociali, “Sistemi intelligenti”, xv, 3: 441-466

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Notizia bibliografica

Daniela Tagliafico, «Introduzione»Rivista di estetica, 36 | 2007, 3-12.

Notizia bibliografica digitale

Daniela Tagliafico, «Introduzione»Rivista di estetica [Online], 36 | 2007, online dal 30 novembre 2015, consultato il 15 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2361; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2361

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Daniela Tagliafico

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