Navigazione – Mappa del sito

HomeNumerisupplemento al n. 58RecensioniRichard Shusterman, Coscienza del...

Recensioni

Richard Shusterman, Coscienza del corpo. La filosofia come arte di vivere e la somaestetica

Roberta Dreon
p. 199-201
Notizia bibliografica:

Richard Shusterman, Coscienza del corpo. La filosofia come arte di vivere e la somaestetica, tr. it. e cura di S. Tedesco e V. Costanza D’Agata, Milano, Mari- notti Edizioni, 2013

Testo integrale

1Grazie al prezioso lavoro di Salvatore Tedesco e di Valeria Costanza D’Agata, è ora disponibile anche in italiano un altro volume importante di Richard Shusterman, che si affianca alla traduzione precedente di Estetica pragmatista (Palermo, Aesthetica, 2010). Pertanto anche il lettore non specialista può farsi un’idea non superficiale delle proposte del filosofo americano, agevolato in questo da una scrittura e da uno stile argomentativo chiari, mai criptici, esenti da tecnicismi per iniziati anche quando sono affrontate le questioni filosofiche più delicate.

  • 1 Vedi supra: 149-182.

2Il testo originale è stato tradotto quasi integralmente, a eccezione di un capitolo dedicato alle teorie di Simone de Beauvoir, pubblicato nella “Rivista di estetica”1.

3Uno dei meriti maggiori di questo libro, a mio parere, riguarda la scelta implicita ma chiarissima, di abbandonare ogni eventuale esitazione, saltando a piè pari l’annoso dibattito sui rapporti mente-corpo, per considerare le conseguenze per la pratica filosofica e le possibilità future della vita umana di un approccio al corpo senziente quale “prospettiva primitiva o modo di coinvolgimento col mondo” (p. 27). La sicura assunzione ontologica di fondo è che il sé sia strutturalmente corporeo, “essenzialmente situato” in un ambiente, “relazionale e simbiotico”, e resta pertanto molto distante dalla concezione tradizionale della coscienza come fondata “in un’anima individuale, monadica, indistruttibile e immutabile” (p. 33), autonoma in linea di principio dal mondo.

4Questo ovviamente non significa affatto che Shusterman ignori la complessità epistemologica del dibattito sulle connessioni mente-corpo o sul riduzionismo, che invece viene considerata in particolare attraverso la critica del dualismo dei Principi di psicologia, ma anche del successivo monismo neutrale, con cui William James aveva tentato di risolvere il problema, e soprattutto con la decisa assunzione del naturalismo antidualistico di Dewey, per cui “piuttosto che un’interazione tra un corpo e una mente, noi abbiamo un intero transazionale di corpo- mente” (p. 186). Mentale in particolare non è un certo tipo di entità, ma una qualità emergente delle interazioni tra gli organismi umani e il loro ambiente, il cui grado di complessità nell’organizzazione delle energie e nel livello di consapevolezza segna una discontinuità rispetto ad altre forme di vita. Anche il lettore che cerca argomenti per affrontare e superare questo genere di discussione trova pertanto soddisfazione nel passaggio dal capitolo dedicato a James a quello incentrato su Dewey.

5Ma, appunto, a Shusterman interessa andare avanti e misurare le conseguenze di una così netta presa di posizione a favore della imprescindibilità del nostro essere corporeo quale “perno del mondo”, per citare Merleau-Ponty, silente e per questo per lo più negletto, cui il filosofo americano dedica un bel capitolo. La proposta filosofica della somaestetica intende esplicitamente recuperare l’antica idea della filosofia come pratica di vita e come cura di sé, incentrandosi sulle possibilità di potenziamento, affinamento e discriminazione dell’autocoscienza somatica.

6Nelle intenzioni di Richard Shusterman questo non si traduce in un ripiegamento idiosincratico e solitario sui dettagli della propria vita corporea — come se si trattasse di un sostituto reattivo dell’introspezione. Piuttosto significa critica attiva e attenta agli stereotipi simbolici e sociali relativi al corpo, da cui siamo sistematicamente bombardati nella società contemporanea, dalla produzione industriale di prodotti e servizi a orientamento estetico, al marketing, alla pubblicità, ai messaggi mediatici.

7Significa anche coltivazione migliorativa delle proprie possibilità di discernimento sensoriale, di cambiamento delle abitudini regressive a favore di abiti di comportamento più intelligenti, finanche di intensificazione del piacere. Da un lato, infatti, si sostiene la tesi che la volontà umana non sia affatto estranea al mondo fisico, nel quale interverrebbe ex abrupto, ma si strutturi attraverso abiti di comportamento corporeo che la rendono efficace, come riteneva già Dewey sulla scorta, secondo Shusterman, di una appropriazione di alcune indicazioni di F.M. Alexander. D’altra parte, questo libro ha anche il merito di riconoscere esplicitamente la centralità della ricerca umana di piacere e di gratificazione a ogni livello — di cui, come aveva già sostenuto Robert Jauss, una critica sociale onesta, ma anche efficace, non può non tenere conto. Nel suo confronto con il pensiero di Foucault, il filosofo americano riconosce come il piacere svolga un ruolo, spesso misconosciuto, di guida nelle nostre scelte, sia a livello evolutivo e psicologico, che a quello della ricerca di una vita degna di essere vissuta.

8Restano tuttavia degli interrogativi aperti, come è inevitabile per ogni filosofia che non si limiti alla critica, ma che intenda essere propositiva.

9Come distinguere “i nostri reali sentimenti, piaceri e capacità corporei” (p. 30) da quelli che ci vengono imposti dalla cultura dominante, e in particolare dalle sue braccia, gambe e testa massmediatiche? Con quali criteri, se ce ne sono, o grazie a quali presunti livelli di consapevolezza? Ci sono domini del “reale” o dell’“autentico”, da questo punto di vista, o è una questione di modi e di contesti di volta in volta non generalizzabili?

10E se la critica dei piaceri indotti artificiosamente è attenta appunto alle dimensioni simboliche e sociali del condizionamento, i piaceri della somaestetica possono essere condivisi, devono necessariamente partire da sé per considerare le implicazioni per gli altri o possono seguire strade diverse?

11E infine, la cura di sé è il presupposto necessario per la cura altrui o possiamo considerare la pratica filosofica come contributo, anche minimo, al perseguimento del bene o dei beni comuni — di cui non ignoriamo il radicamento somatico?

12Lo stile personale e la storia intellettuale di Richard Shusterman inducono a pensare che si tratti di implicazioni che il filosofo pragmatista non si stancherà di considerare e discutere per rafforzare le sua proposta di una somaestetica, sempre attenta a evitare ogni forma di dogmatismo e di semplificazione.

Torna su

Note

1 Vedi supra: 149-182.

Torna su

Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Roberta Dreon, «Richard Shusterman, Coscienza del corpo. La filosofia come arte di vivere e la somaestetica»Rivista di estetica, supplemento al n. 58 | 2015, 199-201.

Notizia bibliografica digitale

Roberta Dreon, «Richard Shusterman, Coscienza del corpo. La filosofia come arte di vivere e la somaestetica»Rivista di estetica [Online], supplemento al n. 58 | 2015, online dal 30 novembre 2015, consultato il 24 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/2299; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.2299

Torna su

Diritti d’autore

CC-BY-NC-ND-4.0

Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

Torna su
Cerca su OpenEdition Search

Sarai reindirizzato su OpenEdition Search