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Giudizio ed esistenza: Schröder, Husserl e Meinong. Introduzione al carteggio tra Meinong e Husserl

Alessandro Salice
p. 149-167

Testo integrale

1. Un incontro mancato

  • 1 Con una buona approssimazione, si può affermare che i due filosofi recidono i contatti nel momento (...)
  • 2 Il termine di “Gegenstandstheorie” viene utilizzato da Meinong per la prima volta in un’opera pubbl (...)

1I legami tra Edmund Husserl e Alexius Meinong, e più in generale tra fenomenologia tedesca e teoria degli oggetti, narrano una storia per certi versi paradossale, che vede i due brillanti allievi e caustici critici di Franz Brentano percorrere per un lungo periodo di tempo binari di pensiero non lontani gli uni dagli altri, in certi momenti persino paralleli, per poi divergere proprio nel momento in cui le loro conclusioni andavano consolidandosi, aprendo la strada a una produzione filosofica più matura1. Difficile individuare un unico motivo per il mancato incontro e, rimanendo sulla superficie della vicenda, se ne potrebbero ricondurre le cause a un litigio scaturito da una velata (e inconsistente) accusa di plagio che Husserl muove a Meinong. A ripercorrere la vicenda in questo modo, tuttavia, si otterrebbe una rappresentazione dei fatti parziale e semplicistica, da affiancare (o persino sostituire) con una disamina più approfondita che illustri l’intrecciarsi delle vicissitudini personali dei due autori e che nel contempo tratteggi un quadro complessivo tanto delle loro posizioni filosofiche quanto delle reciproche ricezioni. A tal proposito va costatato che lo scambio epistolare non riassume l’interezza dei loro legami: esso ne lascia intravedere la profondità, ma non contiene informazioni sufficienti per valutarne portata e cabotaggio filosofici. Pur rappresentando un documento storico d’importante rilievo, il carteggio si rivela perciò soltanto di supporto alla messa in luce complessiva dei rapporti tra i due filosofi, ma non ne esaurisce l’intera dialettica; basti solo pensare che, sebbene il Briefwechsel si concluda nel 1904, i due autori continuano a studiarsi e a confrontarsi a distanza (a titolo solo esemplare si vedano, circa un decennio più tardi, i commenti critici di Husserl su Meinong nelle Ideen e gli appunti di Meinong alla lettura di questo libro, cfr. Meinong 1913/1914). L’indagine richiede pertanto di essere corroborata tanto dal riscontro di ulteriore materiale testuale all’interno del contesto filosofico in questione, quanto da una rigorosa delimitazione della cornice storico-filosofica di riferimento. Non soltanto buona parte del confronto tra i due autori si svolge in un frangente in cui i termini stessi di “fenomenologia” e “teoria degli oggetti” non sono stati ancora coniati o concettualmente definiti2, ma per di più queste espressioni assumeranno, nel corso del tempo, significati talvolta diametralmente opposti e del tutto incompatibili. In questo senso si deve allora evidenziare che la corrispondenza si sviluppa nell’arco di (circa) un decennio che riveste un’importanza cruciale per entrambi gli autori, giacché in esso si realizza quel passaggio che, tramite revisione critica, porta le loro riflessioni da forme di pensiero psicologisticamente compromesse verso una ristrutturazione dell’intero assetto speculativo in chiave fortemente antipsicologista.

  • 3 Si tratta di: Besprechung von Ernst Schröder: Vorlesungen über die Algebra der Logik (Exakte Logik)(...)
  • 4 In realtà sono due le opere pubblicate nel 1891 nello stesso volume di quella rivista: Der Folgerun (...)
  • 5 Meinong invia a Husserl i seguenti testi: 1891a, 1891b, 1894a, 1894b, 1896, 1900, 1902, 1904.

2Lo spunto iniziale per il carteggio è offerto da Husserl, il quale pubblica nel 1891, oltre che la sua Filosofia dell’Aritmetica, anche due brevi saggi comparsi nelle Göttingische gelehrte Anzeigen3 e nella Vierteljahrsschrift für wissenschaftliche Philosophie4 che Husserl invia a Meinong (oltre che a Frege, con cui nello stesso periodo intrattiene una corrispondenza; cfr. Frege 1980: 33). Soprattutto i primi due studi si posizionano al centro della discussione epistolare; questi testi, infatti, con il pretesto di recensire il primo volume della corposa Algebra der Logik di Ernst Schröder, espongono alcune tesi che rimarranno al centro della riflessione husserliana in merito alla natura della logica (differenza tra intensione e estensione di un concetto, differenza tra logica e calcolo, giudizio categorico, nozione di esistenza…). Nel commentare i saggi di Husserl, Meinong non entra nello specifico delle loro tesi (una scelta che, invero, caratterizzerà tutte le lettere in partenza da Graz) e, pur valutandole in modo sostanzialmente positivo, si limita a rilevare che eventuali divergenze potrebbero riguardare le interpretazioni lì avanzate dei simboli “0” e “1” e le loro possibili commistioni con la teoria del giudizio di Brentano. La discussione di questi punti occupa le prime lettere dell’epistolario che si caratterizzano nel loro complesso per una forma di rispetto accademico del giovane Husserl nei confronti di Meinong. Nel 1891 il filosofo di Graz vantava, infatti, una serie di pubblicazioni scientifiche di primo piano (quasi una quarantina; per una bibliografia completa, cfr. Raspa 2002) ed era già accademicamente affermato: nel 1882, a ventinove anni, è nominato professore straordinario all’Università di Graz e nel 1889 vi diventa ordinario (per una biografia di Meinong, cfr. Dölling 1999). Husserl si abilita nel 1887 e nello stesso anno inizia a Halle (all’età di ventisei anni) la sua attività di libera docenza; sarà però solo nel 1901 che otterrà a Gottinga una (tanto attesa) cattedra da professore straordinario (una cronaca della vita di Husserl si trova in Schuhmann 1977). Nelle lettere, il dialogo propriamente filosofico si alterna quindi alle vicende personali e viene scandito dagli avvenimenti della carriera accademica dei due autori che si distribuiscono lungo un intero decennio. In questo spazio di tempo il carteggio documenta, soprattutto, il rimprovero di Meinong a Husserl per aver dissimulato gli influssi meinonghiani nella sua Filosofia dell’Aritmetica (cfr. 19.6.1891), registrando anche la pubblicazione (nonché il reciproco recapito), da parte di Meinong, di importanti lavori redatti tra il 1891 e il 19045 e, da parte di Husserl, oltre ai testi già menzionati, dei due volumi delle sue Ricerche Logiche. Infine, nelle pagine del carteggio vanno ancora evidenziati tanto il dissenso di Meinong per essere giudicato nei Prolegomeni, insieme all’amico Alois Höfler (entrambi autori della Logik del 1890), come psicologista (cfr. 12.7.1900), quanto la replica di Husserl che esprime stupore per il modo con cui il collega sembra sottovalutare i (fondati) motivi della sua accusa di psicologismo.

  • 6 Un testo al quale è riservato un destino particolare: Meinong, irritato dalla lettera di Husserl, r (...)

3Soltanto nelle ultime lettere e senza addentrarsi nei dettagli, Husserl ritorna nel merito di tematiche filosofiche, esponendole alla luce degli strumenti teorici elaborati, in particolare, nel manoscritto sugli Oggetti Intenzionali del 18946 e nelle Ricerche Logiche: queste vengono da lui esposte evidenziando nel contempo alcuni paralleli tra la sua opera e la prima edizione di Über Annahmen («Sulle Assunzioni», 1902) di Meinong. Husserl, che nel 1901 aveva pubblicato il secondo volume delle Logische Untersuchungen, mira così a sottolineare i fattori di raccordo (ma anche di novità) che qualificano le sue ricerche rispetto a quelle del collega dedicate ai vissuti di assunzione. Ai suoi occhi (cfr. 5.4.1902), nel lavoro del 1902, Meinong è responsabile di non aver valorizzato adeguatamente (o di aver sottovalutato) gli elementi originali delle sue indagini, se non persino di averli intenzionalmente taciuti. Meinong, dal canto suo, risponde senza nascondere la contrarietà per le critiche rivoltegli e giustifica nel contempo il suo operato (cfr. 10.4.1902): i pochi riferimenti alle Ricerche Logiche presenti in Über Annahmen sono stati inclusi senza accampare pretese di esaustività e con l’unico fine di sottolineare l’affinità tematica delle due opere. Sicuramente anche a causa degli aspri toni che hanno accompagnato tale scambio di vedute, il flusso di lettere s’interrompe per i successivi due anni. Il silenzio si protrae fino al 1904, anno in cui Meinong scrive nuovamente a Husserl per comunicargli l’avvenuta pubblicazione di Untersuchungen zur Gegenstandstheorie und Psychologie, un’opera collettanea costituita da un intervento di Meinong e da saggi di suoi allievi, che rappresenta il volume-manifesto di quella che in seguito verrà chiamata “Scuola di Graz”. Nella stessa lettera, Meinong, con intenzioni probabilmente riconcilianti, chiede a Husserl un parere e un confronto sui nessi tra fenomenologia e teoria degli oggetti. Appena cinque giorni dopo, però, Husserl farà pervenire in risposta unicamente un biglietto da visita con scritto sul retro: «Prof. Dr. E. Husserl ringrazia devotamente per il gentile invio e spera di poterlo ricambiare in un futuro non remoto» (cfr. 11.12.1904). Con queste righe il carteggio si conclude definitivamente.

4Ai fini di un’adeguata valutazione della controversia, sono almeno due i piani di lettura che vanno distinti: per un verso, le accuse che segnano la polemica personale tra i due filosofi e che in senso stretto prescindono dalla cornice filosofica in quanto tale e, per l’altro, la distanza che si posiziona sul versante questa volta propriamente teoretico e che (purtroppo) non trova vero e proprio risalto nelle pagine finali del carteggio. È però solo una valutazione di quest’ultimo aspetto a dimostrare l’infondatezza dell’accusa di Husserl: il confronto delle rispettive posizioni è in grado infatti di mettere in luce come lo iato che separa i due autori si situi ovviamente ben più in profondità rispetto alle loro vicissitudini personali, trovando motivazioni filosofiche radicate nelle relative riflessioni. In questa sede non è possibile motivare tale affermazione in tutta la sua generalità e il lavoro che qui introduce la traduzione italiana del carteggio si limita a illustrarla ripercorrendo alcune delle linee argomentative che segmentano lo scambio epistolare. In effetti, il Briefwechsel è attraversato da molteplici interessi teoretici (impliciti ed espliciti, spesso menzionati anche solo en passant) e dunque non si presenta come un testo tematicamente unitario. Di conseguenza, piuttosto che offrire una mera carrellata degli argomenti trattati, si è ritenuto più opportuno focalizzare un singolo nucleo teorico sufficientemente generale per poter commentare lo sviluppo della corrispondenza ed evidenziarne nello stesso tempo punti di incontro e divergenze. In questa prospettiva risultano essere particolarmente significativi i nessi concettuali che sussistono tra logica, teoria del giudizio ed esistenza: questi rappresentano motivi di indagine stabilmente presenti, oltre che di rilevanza cruciale, sia per Husserl che per Meinong, tant’è che nel tempo verranno modificati solo gli strumenti teorici e i metodi di approccio impiegati nel trattarli. Prima di addentrarsi nel merito della discussione tra Meinong e Husserl vanno preliminarmente esposte nelle loro linee generali alcune delle tesi di fondo elaborate da Schröder. Nel seguito saranno illustrate le tesi di Husserl in merito a Schröder, per poi passare alle relative posizioni meinonghiane. Entrambe verranno infine riconsiderate sullo sfondo della riflessione matura degli autori.

2. Ernst Schröder e il progetto di una logica estensionale

  • 7 Oltre alle obiezioni di varia natura riservategli da Husserl e da Frege, Schröder subirà ulteriori (...)

5Professore alla Technische Hochschule di Karslruhe (per una biografia, cfr. Dipert 1990/91), Ernst Schröder pubblica nel 1890 il primo volume delle Vorlesungen über die Algebra der Logik, un’opera monumentale (rimasta peraltro incompleta, cfr. Peckhaus 1990/91b: 178-180) in cui l’autore sviluppa un calcolo delle classi su base algebrica. Influenzato dai lavori di George Boole e Augustus De Morgan, egli esibisce nelle sue Lezioni un sistema logico algebrico (il primo in lingua tedesca), affine a quello di Charles S. Peirce (di cui Schröder è contemporaneo e in contatto epistolare, cfr. Houser 1990/91), che otterrà una ricezione di estensione pari alla veemenza delle critiche che gli saranno rivolte7: «i tre volumi [delle Vorlesungen, N.B.] costituivano il testo logico più conosciuto nel mondo dagli studenti dei corsi avanzati e si può sicuramente ritenere che essi rappresentassero ciò che ogni matematico interessato allo studio della logica doveva conoscere o, perlomeno, venire a conoscere, nel 1890» (Putnam 1995: 440; cfr. anche Peckhaus 1990/91a). Si tratta di un’affermazione supportata dal fatto che la notazione di Schröder ha avuto tra i suoi contemporanei un’enorme diffusione, se paragonata, per esempio, a quella relativamente poco apprezzata della Begriffsschrift fregeana (cfr. Putnam 1995: 441).

  • 8 A fianco dei concetti generali hanno posto i concetti singolari (Schröder 1890: 89 e s.), la cui in (...)
  • 9 Questa posizione sarà aspramente contestata da Husserl: «Non è assolutamente vero che un nome comun (...)
  • 10 È opportuno ricordare che, nonostante l’Algebra della Logica di Schröder sia pubblicata nel 1890, l (...)
  • 11 Va inoltre evidenziato che il concetto di classe è un genere, mentre quello di estensione è una spe (...)
  • 12 «Una definizione […] assumerà un senso preciso generalmente solo all’interno del quadro di una scie (...)

6Allo sviluppo del sistema logico vero e proprio, Schröder fa precedere una lunga ed eterogenea introduzione, in cui egli espone, oltre che molteplici altri argomenti, anche la sua posizione in merito all’ontologia. Secondo la sua visione, una cosa è un oggetto concreto (materiale) composto da caratteristiche (Merkmale); un termine, quest’ultimo, che va preso nel senso più ampio possibile come qualsiasi nota caratterizzante in modo più o meno peculiare la cosa stessa: caratteristiche sono parti, attributi o relazioni a cui la cosa partecipa (Schröder 1890: 57 e ss., 80). Esse sono, poi, o concrete (parti isolabili di una cosa) o astratte (qualità, quantità, relazioni). Cose e caratteristiche possono essere sottoposte a un processo di astrazione (Schröder 1890: 82), il quale genera un concetto (Begriff ). Al concetto è associato un nome comune (per esempio “gatto”, “rosso”)8 tramite cui è possibile riferirsi a (“rappresentarsi”) più cose contemporaneamente: la classe di tutti gli oggetti che cadono sotto quel concetto9. Il medesimo concetto può essere posto sia come soggetto sia come predicato di un enunciato (cfr. Schröder 1890: 68)10. Il risultato del processo astrattivo costituisce peraltro un concetto sempre incompleto, la cui essenza (ted.: Wesen; lat.: essentia), contenuto o intensione (ted.: Inhalt; ingl.: intent; lat.: complexus), riassume soltanto una porzione delle caratteristiche delle cose a cui il concetto si riferisce. L’essenza di un concetto determina cos’è la cosa sussunta sotto quel concetto (per esempio, un leone è un felino con una criniera). A questa intensione fattuale (faktisch) e, si ricordi, incompleta, Schröder contrappone poi un’intensione ideale, pensata come l’insieme di tutte le caratteristiche possibili della cosa indicata (che verosimilmente non saranno mai rilevate in maniera integrale). La classe di oggetti che esibiscono le caratteristiche riunite nell’intensione di un concetto è detta “estensione” (ted.: Umfang; lat.: ambitus, sphaera; ingl.: extent; cfr. Schröder 1890: 83)11: per esempio, l’estensione del concetto di leone è la classe di tutti i leoni individuali. La determinazione di un concetto in termini estensionali è denominata “suddivisione”, divisione o anche partizione (Einteilung, Divisio(n), Partition) ed è costituita dalla lista di tutti gli oggetti che cadono sotto quel concetto. In particolare, quando l’estensione contiene un numero infinito d’individui, si può ricorrere a una classificazione, la quale elenca, al posto degli individui, le sottospecie del concetto (il concetto di rosa si divide in rosa canina, gallica ecc.). La determinazione in termini intensionali di un concetto è chiamata “spiegazione concettuale”, “definizione” o anche “descrizione” (Begriffserklärung, Definition, Beschreibung) e, dal momento che l’intensione di un concetto è sempre parziale, la sua definizione ne eredita, per dir così, la parzialità. Infatti, la scelta delle caratteristiche da qualificare come essenziali per un concetto (notae essentiales, tali da definirne l’intensione fattuale) mantiene sempre un irriducibile livello di incompletezza e persino di arbitrio: per Schröder la selezione delle caratteristiche con cui si definisce (intensionalmente) un concetto avviene sempre all’interno di una particolare scienza12, visto che tale selezione sottostà a una scelta teorica che assume valore solo se ricondotta a un quadro concettuale già precedentemente dato. In altre parole, diverse discipline scientifiche possono definire diversamente un medesimo concetto. Questo implica che la definizione di un concetto presuppone già il procedimento logico (di queste discipline scientifiche) e che, quindi, il progetto di una logica intensionale rappresenta un hysteron-proteron (un progetto destinato a fallire a causa di motivi a esso immanenti, cfr. Schröder 1890: 88 e s.). In aggiunta, Schröder ravvisa un altro limite per la logica intensionale, visto che questa dovrebbe scontrarsi con concetti che, pur avendo un’estensione definita, non esistono per quanto riguarda la loro intensione: concetti negativi come “non-uomo” hanno una chiara estensione (la classe di tutte le cose che non sono uomini), eppure non è possibile determinare mediante una definizione cosa sia un non-uomo (Schröder 1890: 99). Conclusione: solamente una logica su base estensionale può aspirare a una maggiore esattezza oltre che a maggiore generalità.

7Da queste premesse di base, enucleate nella lunga e tematicamente composita introduzione all’opera, Schröder prende poi le mosse per erigere il suo sistema formale. Nella prima lezione egli asserisce che tutto il pensiero, che si pone come fine il conoscere, si realizza in giudizi espressi in enunciati (Sätze). Forma fondamentale del giudizio è quella categorica, ovvero quella forma di un enunciato che «connette un “soggetto” con un “predicato”» (Schröder 1890: 126) – la connessione tra soggetto e predicato viene espressa nei linguaggi naturali con la copula. Tipicamente, la copula riunisce due significati differenti, che sono illustrati dall’autore con i due esempi “(tutto) l’oro è metallo” e “(tutto) il sale da cucina è cloruro di sodio”. Il primo enunciato è differente dal secondo, giacché non tutto il metallo è oro, ma tutto il cloruro di sodio è sale da cucina. I due giudizi andrebbero quindi formalizzati in modo diverso:

 

8(1) Oro ⊂ Metallo

9(2) Sale da cucina = cloruro di sodio.

 

  • 13 Frege utilizza il termine gleich e il simbolo di uguaglianza esplicitamente con lo stesso significa (...)

10Per quanto riguarda il simbolo di origine matematica “=” Schröder sostiene che esprima identità. Sebbene i simboli che stanno a destra e sinistra del segno di uguaglianza (Gleichheitszeichen) siano diversi, tramite la relazione di identità viene asserita la stretta identità degli oggetti a cui si riferiscono13: la loro intensione ed estensione è una. Anche il simbolo presente in (1) è stato sviluppato sulla base di un segno matematico (a partire da “<”: “è minore di”) e va letto come “subordinato” (subordiniert, untergeordnet). Dirimente per questa formalizzazione non è l’intensione del concetto, vale a dire, l’insieme delle sue caratteristiche (ciò che esso è), bensì la sua estensione: come tutte le cose che sono d’oro costituiscono la classe del (concetto di) oro, così tutte le cose o sostanze di metallo costituiscono la classe del (concetto di) metallo o, anche, l’estensione del metallo. La prima classe è contenuta nella seconda (tutte le cose d’oro sono anche di metallo), ovvero, la prima classe è parte della prima. Per quanto riguarda le intensioni, al contrario, tra i due concetti vige la proporzione inversa: le caratteristiche che definiscono ciò che è oro, l’intensione dell’oro, sono in numero maggiore rispetto alle caratteristiche che definiscono ciò che è metallo (questo è “meno definito” di quello). Il concetto di genere è quindi meno definito del concetto di specie e quest’ultimo ha un’estensione minore rispetto al primo.

11Posto che la copula assuma i diversi significati di uguaglianza e di subordinazione, una sua formalizzazione adeguata dovrà comprendere entrambi i significati. Schröder sceglie così di rappresentare la copula con un simbolo costituito dalla loro composizione: “ ” di modo che “il giudizio categorico esprime sempre che il soggetto (il concetto del soggetto) o è sussunto sotto il predicato (il concetto del predicato) o è identico con esso” (Schröder 1890: 132). La forma logica di un giudizio categorico è quindi, per Schröder:

 

12(3) Soggetto[sussunzione]Predicato.

 

13La formula:

 

14(4) a[sussunzione]b

 

  • 14 Va tenuto presente che per Schröder a, b, c,… si riferiscono a classi, le quali possono comprendere (...)

15significa allora che a è b o anche che tutti gli a sono b14. Il simbolo che connette a e b è chiamato “simbolo della sussunzione” (Subsumtionszeichen) e costituisce un primitivo rispetto ai due, giacché comprende in sé le relazioni dell’identità e della subordinazione. Da (4) possiamo quindi inferire uno (e uno solo) dei due casi seguenti:

 

16(5) ab

17(6) a = b

 

18(ovvero: “tutti gli a sono b, ma non tutti i b sono a” oppure “tutti gli a sono b e tutti i b sono a”). Quale delle due interpretazioni dare a (4) è spesso indeterminato, altre volte invece pur essendo determinato, o è sconosciuto o non ha rilevanza (cfr. Schröder 1890: 134), così che, a parer del logico, con tale simbolo si riesce a riprodurre una caratteristica propria della copula nei linguaggi naturali. L’indeterminazione giustifica quindi l’originarietà del simbolo di sussunzione rispetto agli altri due e permette di generalizzare: ogni giudizio categorico è un giudizio di sussunzione; l’autore illustra l’applicazione di questa tesi a tutte le forme di giudizio categorico (cfr. Schröder 1890: 141-155, per una ricostruzione del quadrato delle opposizioni in Schröder e la sua proto-teoria della quantificazione, cfr. Peckhaus 2005).

19Due sono i principi che Schröder introduce per il suo sistema formale. Il primo (Schröder 1890: 168) è quello dell’identità (a è a) e il secondo è il sillogismo cosiddetto modus barbara (un sillogismo con due premesse universali affermative e una conclusione anch’essa universale affermativa: se a è b e b è c, allora a è c; cfr. Schröder 1890: 172). In particolare, vanno qui esposte alcune conseguenze che discendono dal principio d’identità non appena s’introducono i due simboli ulteriori dello zero e dell’uno per il tramite di corrispondenti definizioni (cfr. Schröder: 188 e s.; a tali simboli va dedicata una particolare attenzione per comprendere la critica che vi muove Husserl). La definizione dell’identico zero (Definition der identischen Null ) è:

 

20(D1) 0[sussunzione]a

 

21e quella dell’identico uno (Definition der identischen Eins) è:

 

22(D2) a[sussunzione]1

 

23Queste definizioni hanno validità incondizionata all’interno del calcolo schröderiano e sono spiegate in questo modo: «chiamiamo 0 quel dominio [Gebiet] che si trova in una relazione di subordinazione [Einordnung] con ogni dominio a, tale per cui 0 è compreso in ogni dominio della varietà» e «chiamiamo 1 quel dominio, in rapporto al quale ogni dominio a sta in una relazione di subordinazione [Einordnung], tale per cui ogni dominio della varietà è contenuto in 1» (Schröder 1890: 188). Schröder riformula le due spiegazioni anche in questi termini «lo 0 rappresenta un dominio vuoto, che non contiene alcun punto della varietà, e che corrisponde al concetto del “nulla” quando si parla di classi. Al contrario 1 rappresenta l’intera varietà […]. Nel caso in cui a, b, c,… rappresentino classi, 1 significa la classe più comprensiva, che riunisce tutte le classi e gli individui che sono oggetto della ricerca» (Schröder 1890: 189). In conformità a (D1) e (D2) possono essere enunciati due teoremi:

 

24(T1) Se a[sussunzione]0, allora a = 0

25(T2) Se 1[sussunzione]a, allora 1 = a

 

  • 15 Se riferito alla rappresentazione di Pegaso, è pertanto vero che “Pegaso è alato” (la rappresentazi (...)

26(T1) significa che sussumere un dominio qualsiasi sotto lo 0 implica identità con lo 0, e (T2) significa che sussumere 1 sotto un dominio qualsiasi a implica identità di a con 1. Ai nostri fini è importante evidenziare che grazie allo 0 è possibile formalizzare giudizi esistenziali negativi: “Pegaso non esiste” si può formalizzare come “a[sussunzione]0” (e quindi, secondo (T1), a = 0; la classe a = Pegaso è vuota). A questo riguardo, Schröder distingue nell’enunciato tra un soggetto grammaticale e uno logico: la rappresentazione di Pegaso (il soggetto grammaticale) è una rappresentazione reale, mentre il soggetto logico non è un oggetto reale15.

27Si pensi ora a un enunciato del tipo “il più grande numero primo è rosso” e si ponga n = il più grande numero primo e r = rosso. In questo caso la formalizzazione sarebbe:

 

28(7) n[sussunzione]r

 

  • 16 «Qui tuttavia, nell’ambito della nostra disciplina dell’algebra logica, siamo in ogni caso costrett (...)

29Schröder afferma che, nonostante l’assurdità di questa predicazione, tale enunciato va comunque pensato come vero16, dal momento che n rappresenta una classe vuota (ovvero: il più grande numero primo non esiste). Infatti, la definizione (D1) implica che, a qualsiasi cosa r si riferisca, siccome (sulla base di D1) è sempre vero che

 

30(8) 0[sussunzione]r

 

  • 17 Questo punto è criticato da Frege: Schröder fa collassare la differenza tra nomi di un concetto vuo (...)

31e siccome n = 0, allora (7) va considerata come vera. Schröder scrive: «il “niente” è pertanto soggetto di ogni predicato: il niente è nero; il niente non è allo stesso tempo nero; giacché la classe dello zero è contenuta in ogni classe. Se non concerne “nulla”, un enunciato non può mai essere falso, e se degli enunciati non si riferiscono a nulla, allora non è nemmeno possibile una contraddizione tra questi enunciati» (Schröder 1890: 238). Anche se Schröder si affretta a precisare che questi enunciati non sono informativi (nichtssagende), l’introduzione della classe vuota impone una correzione riguardo all’interpretazione delle formule del tipo (4): se si ammette una classe 0, contenuta in tutte le classi, allora ogni sussunzione del tipo (4) perde, o meglio, confonde il suo carico esistenziale. Infatti, a contiene sempre e comunque una classe 0: se a = 0, allora la sussunzione è sempre vera, ma non informativa; se a ⊂ 0, allora (4) sarà informativa, essendo, all’occorrenza, o vera o falsa. Pertanto, piuttosto che “a è b”, l’enunciato (4) andrebbe letto, in modo più corretto, “tutti gli a, nella misura in cui ce ne sono, sono b”. Tuttavia, Schröder ritiene che questa precisazione interessi soltanto il logico e che non assume un significato rilevante per il linguaggio naturale: nel servirsi dell’enunciato “a è b”, i soggetti parlanti presuppongono sempre l’esistenza di ciò su cui vertono i loro enunciati (cfr. Schröder 1890: 239 e s.). Nonostante il linguaggio naturale sia, per dir così, indifferente all’introduzione dello 0 per via del suo connaturato impegno ontologico, un’attenzione particolare va invece riservata nel sistema logico all’interpretazione delle due definizioni (D1) e (D2) che va sottoposta a revisione. Per quanto riguarda (D1), si è detto che essa è universalmente valida e che 0 si riferisce alla classe vuota. (D1) è un enunciato vero: la classe vuota va sussunta sotto qualsiasi concetto. Come dovrebbe essere letta? Se s’interpreta (D1) come “nulla è a” (per esempio “nulla è nero”), si otterrebbe un enunciato falso, visto che questo equivale al giudizio esistenziale negativo “non c’è nessun a” (“non c’è nulla di nero”) che esprime unicamente il senso dell’identità (0 = a; a = 0) presupposto in (D1), ma non la subordinazione (0 ⊂ a). Infatti, se è vero che al nulla pervengono tutti i predicati e quindi anche il nero, non è altrettanto vero che l’estensione del concetto di nero coincide con la classe vuota, poiché esistono anche cose nere. Schröder evidenzia che (D1) non ha bisogno, all’interno del suo sistema logico, di trovare un corrispettivo nel linguaggio naturale. Eppure, se nonostante tutto si volesse trovare tale corrispettivo, allora (D1) andrebbe letta in questi termini: “il Nulla è a” risp. “il Nulla è contenuto in tutto e quindi anche nella classe a” o, in alternativa, si potrebbe trovare una classe vuota (per esempio quella del concetto di cerchio quadrato) e asserire di questa: il cerchio quadrato è a (Schröder 1890: 243)17. Lo stesso va detto in merito a (D2): la lettura di (D2) come “a è tutto” sarebbe un errore, dal momento che, in questo modo, di (D2) si esprime parzialmente solo l’identità, ma non la subordinazione: a è subordinata alla classe 1, ma 1 non equivale alla classe a. (D2) va allora letta come “a è qualcosa”, rappresentando “qualcosa” l’universo di discorso («alles, wovon man überhaupt zu reden vermöchte», Schröder 1890: 243).

3. Husserl e Meinong: giudizio ed esistenza

  • 18 Un calcolo sarebbe «quella specie di derivazione di segni da segni all’interno di un qualsiasi sist (...)
  • 19 Nell’altra significativa recensione all’opera di Schröder, quella di Frege (cfr. Frege 1993: 92-112 (...)
  • 20 A quest’obiezione se ne connette un’altra: se la logica algebrica non è affatto una logica, bensì u (...)

32Nella sua recensione, Husserl dapprima espone i principali argomenti dell’opera di Schröder per poi vagliarli criticamente. Le obiezioni sollevate possono essere catalogate in due tipi: esse riguardano o l’assetto generale della logica schröderiana oppure alcuni suoi singoli punti. In generale, esse risentono fortemente delle conclusioni acquisite da Husserl durante la riflessione che lo porta alla pubblicazione della Filosofia dell’aritmetica (in particolare, la posizione in merito alle rappresentazioni simboliche e alla teoria dell’algoritmo giocano in questa sede un ruolo preponderante). Le obiezioni della prima specie investono innanzitutto quello che Schröder intende con l’espressione “algebra della logica”: alla sua convinzione di aver dato veste algebrica alla logica deduttiva Husserl contrappone la tesi per cui l’autore ha sviluppato soltanto un calcolo, per di più confinato alla cosiddetta “deduzione pura” (reine Deduktion). Si tratta di quel particolare tipo di deduzione che, non essendo interessata al contenuto dei termini, li sostituisce con simboli, per poi inferire unicamente in forza della forma dell’argomento. La deduzione pura non esaurisce però i compiti delle scienze deduttive, infatti: «l’inferire puro (das reine Schließen) è solo una di queste attività. Le scienze deduttive non inferiscono solamente: esse operano anche, costruiscono e calcolano (rechnen)» (Husserl 1979a: 6). Insomma, la deduzione pura è solo una delle attività delle discipline deduttive e la logica deduttiva – la teoria delle scienze deduttive – deve pertanto estendersi a tutte le loro attività spirituali (Geistesbetätigungen). Con questo punto si connette una seconda critica: Husserl sostiene che, quand’anche Schröder si fosse limitato esplicitamente alle deduzioni pure, egli non ne avrebbe comunque offerto una logica. Quanto elaborato da Schröder non è una logica (nemmeno circoscritta alle deduzioni pure), bensì un semplice calcolo (Kalkül ), una tecnica deduttiva (Folgerungstechnik, Husserl la chiama anche Zeichentechnik), ovvero una serie di algoritmi che esemplificano e facilitano il processo inferenziale18, di cui però non sono altro che mero surrogato. Sulla base di questa distinzione, un calcolo logico non coincide con una logica del calcolo (così come un algoritmo non coincide con una teoria dell’algoritmo)19. La logica, pur comprendendo quindi una teoria del calcolo logico e, più in generale, delle operazioni inferenziali, non coincide con esse20. Si delinea così una concezione in merito alla natura della logica che sembra già assumere i tratti di una reine Logik (una «teoria della scienza formale e universale» come più tardi verrà descritta nei Prolegomeni; cfr. Husserl [1900, 1913] 2005: 235 e ss.) che s’interessi di indagare le strutture formali poste a fondamento di ogni scienza.

  • 21 Quest’affermazione giustifica il progetto husserliano – intrapreso in 1979b, 1979c – di trasporre i (...)

33Contestato il proposito di Schröder di sviluppare una “logica algebrica”, Husserl ne prende poi di mira la base estensionale. Come si è visto, Schröder opta per un’impostazione in termini estensionali perché ritiene che ogni definizione di concetti abbia a che fare con intensioni incomplete. A questo riguardo Husserl concorda con Schröder: egli concede che nessun essere umano può possedere l’intensione ideale (ovvero la collezione di tutte le caratteristiche) di un concetto, aggiungendo però: eccetto che in forma simbolica (Husserl 1979a: 17). Ciò significa che non c’è alcun bisogno di una lista integrale delle caratteristiche di un concetto per poterlo adoperare logicamente: tale completezza, infatti, è sempre disponibile, ma solo nella specifica forma simbolica della «interezza delle caratteristiche comuni agli oggetti di un concetto» (Husserl 1979a: 17). La logica intensionale che Schröder combatte è pertanto solo «una fantasia dell’autore» (Husserl 1979a: 18), dal momento che non si può pretendere di operare con intensioni ideali effettivamente date (wirklich gegeben; cfr. Husserl 1979b: 47). Una logica estensionale completamente slegata da implicazioni intensionali risulta inoltre impossibile per principio (Husserl 1979a: 19). Secondo Husserl, infatti, ogni giudizio estensionale equivale a un giudizio intensionale21: «se giudichiamo che la classe A è contenuta nella classe B, allora si riconosce che l’oggetto del concetto “classe A” è l’oggetto del concetto “essere contenuto nella classe B”. Ora si potrebbero sostituire questi concetti con le loro estensioni e formare il corrispondente giudizio di classe; ma quanto detto varrebbe anche per quest’ultimo e così in infinitum» (Husserl 1979a: 19). La logica estensionale circoscrive pertanto solo una parte della logica e non delimita una disciplina logica a sé stante. Husserl conclude che «esattamente nello stesso senso, per il quale la cosiddetta logica estensionale è una teoria valida, così può venir eretta anche una “logica delle intensioni ideali” tramite una tecnica che è persino identica con quella della prima» (Husserl 1979a: 18).

34Oltre a valutare criticamente l’assetto generale della logica algebrica schröderiana, Husserl prende poi posizione su svariati elementi puntuali: egli critica la riduzione del giudizio categorico al giudizio di sussunzione (Husserl 1979a: 25), rileva la mancata distinzione tra la nozione di estensione di un concetto e quella di un qualsiasi insieme (Husserl 1979a: 28) e contesta singoli principi e definizioni di Schröder (Husserl 1979a: 30 e ss.). Un particolare interesse riveste la discussione di Husserl dei simboli “1” e “0” e delle due definizioni (D1) e (D2), visto che questa trova voce anche nel carteggio con Meinong. Husserl sottolinea che le difficoltà fronteggiate da Schröder nell’interpretazione di queste formule risiedono – più che nell’inesattezza del parlare quotidiano, come sembrava lasciar intendere Schröder – nell’errore proveniente dal considerare i giudizi della logica estensionale in quanto giudizi categorici. Secondo Husserl, infatti, la formula (4) ha valore puramente ipotetico e non categorico: «l’esistenza della classe del soggetto non è asserita, bensì l’idea è quella che – quando c’è una estensione appartenente al concetto a – allora una tale estensione appartiene anche al concetto b, sotto al quale quella è sussunta» (Husserl 1979a: 35). L’enunciato “tutti gli a sono b” andrebbe insomma interpretato “se qualcosa è un a, esso è un b” (Husserl 1979b: 50, 57). Operata questa correzione, Husserl ritiene di poter facilmente individuare le interpretazioni corrette dei simboli “1” e “0”: «1 è il simbolo per l’estensione del concetto dell’esistenza e 0 quello per l’estensione del concetto della non esistenza» (Husserl 1979a: 35). In questo modo, (D1) esprime – secondo Husserl – “se qualcosa è un non-esistente, allora esso possiede la caratteristica a” (ovvero: se n è un non-esistente, allora esso è soggetto di ogni predicato). Per Husserl questa formula rappresenta un’ovvietà, perché a qualcosa che non esiste è possibile ascrivere tutti i predicati. Analogamente, egli afferma che (D2) vada letta: «se qualcosa è un a, allora esso possiede anche la caratteristica dell’esistenza» (Husserl 1979a: 35). Alla definizione (D2) è nuovamente ascritto valore universale, perché il giudizio categorico “qualcosa è un ainclude l’esistenza del soggetto (cfr. Husserl 1979a: 35, 1979b: 59). Quest’ultima interpretazione causa tuttavia degli scompensi nella formalizzazione di esistenziali negativi. Infatti, mentre per Schröder l’enunciato “a[sussunzione]0” (e la sua implicazione a = 0) andava letto come “la classe a appartiene alla (coincide con la) classe vuota”, Husserl lo legge: “se qualcosa è un a, allora esso è un non-esistente”. Questa interpretazione è in chiara contraddizione con l’assunto universalmente valido espresso da (D2) secondo il quale, al contrario, se qualcosa è un a, allora esso esiste. Husserl scrive: «la contraddizione è palese. Ma è anche legittima, non appena accettiamo che un A in quanto tale non può esistere. Se non c’è nessun A, allora è vero che, se ci fosse un A, questo dovrebbe cadere sotto il concetto dell’esistente e anche sotto il concetto del non esistente. […] L’ipostatizzazione dell’esistenza di un non-esistente implica eo ipso una contraddizione. Questo motivo rende comprensibile perché si può considerare nel calcolo la formula A[sussunzione]0 come rappresentante del giudizio equivalente “A non esiste”» (Husserl 1979b: 59 e s.). Possiamo allora riassumere la posizione di Husserl in questo modo: la forma logica del giudizio categorico non è quella di sussunzione e, quando il soggetto si riferisce a una classe, l’analisi corretta è quella condizionale («Sofern etwas ein A ist, ist es ein B»), così che

 

35(9) tutte le rose sono rosse

 

36si potrebbe formalizzare instaurando un’analogia con l’interpretazione fregeana del giudizio universale affermativo quale quantificazione universale (cfr. Rang in Husserl 1979: XXIV) in

 

37(10) (x) (Ax → Bx)

 

38Nel caso in cui il soggetto sia un individuo, allora

 

39(11) la rosa è rossa

 

40si può formalizzare in

 

41(12) Ba

 

42Inoltre, dal momento che Husserl ritiene che, conformemente alla sua interpretazione di (D2), essere qualcosa ne implichi l’esistenza, allora da (12) possiamo inferire (sulla base di quello che si potrebbe chiamare un principio di predicazione cfr. Reicher 2005: 33 e s.)

 

  • 22 Da quanto detto, risulterà a questo punto ovvio che in (13) il quantificatore esistenziale possiede (...)

43(13) Ba → (Vx) (x = a)22

 

44È interessante notare come Meinong menzioni fin dalla sua prima lettera in risposta a Husserl non soltanto alcuni aspetti della spiegazione husserliana insoddisfacenti ai suoi occhi, ma anche quali potrebbero essere i motivi di divergenza: «Se nel tema io mi esprimo in maniera ancora un po’ riservata, ciò ha il suo motivo in punti di divergenza che interessano i simboli 0 e 1 e quelle parti della teoria brentaniana del giudizio che ritengo sbagliate» (Meinong 17.5.1891). Non si può negare che il passaggio suoni alquanto sibillino: Meinong non chiarisce né quali siano le parti della teoria del giudizio brentaniana che ritiene sbagliate, né in che modo esse abbiano influenzato la tesi di Husserl. Per comprendere a cosa faccia riferimento bisognerà aspettare il 1892, anno in cui Meinong recensisce, sempre sulle pagine delle Göttingische gelehrte Anzeigen, il lavoro di Franz Hillebrand Die neuen Theorien der kategorischen Schlüsse. L’opera di questo brentaniano «ortodosso» (cfr. Meinong 1892: 203) mira a illustrare e a compiere il programma di riforma della logica (in particolare della sillogistica) iniziato da Brentano nella sua Psicologia dal punto di vista empirico.

45Per comprendere il giudizio di Meinong su Husserl è quindi necessario ripercorrere la sua posizione riguardo a Brentano, sintetizzata nelle pagine della recensione al lavoro di Hillebrand. Va ricordato che, secondo la teoria brentaniana del giudizio (Brentano [1874] 1997: vol. II, 46-79), il giudicare è un vissuto intenzionale di credenza (Brentano usa il termine inglese “belief ”) che consiste nell’affermare (o anche accettare o riconoscere – Anerkennen) l’oggetto di una rappresentazione oppure nel negarlo (o anche rifiutarlo – Verwerfen). I giudizi sono positivi o negativi a seconda che l’esistenza di un oggetto sia affermata o negata. In conformità a queste premesse psicologiche ogni giudizio categorico può essere riformulato nei termini di un giudizio esistenziale, così che l’enunciato

 

46(14) la rosa è rossa

 

47può essere espresso col giudizio esistenziale

 

48(15) la rosa rossa esiste.

 

49La rosa rossa è insomma rappresentata e su di essa si muove un altro tipo di riferimento intenzionale che ne può affermare o negare l’esistenza. Se quella esistenziale è la forma fondamentale del giudizio, allora ogni giudizio deve poter essere trasformato in forma esistenziale. Nel caso di quello universale affermativo:

 

50(16) tutti gli S sono P.

 

51Brentano argomenta che la forma originaria è una negazione:

 

52(17) S che non sono P non esistono.

 

53Nel caso poi del giudizio particolare affermativo, si è visto che

 

54(18) Alcuni S sono P

 

55è equivalente a

 

56(19) un S che è P esiste.

 

  • 23 Nella sua lettera a Husserl, Meinong potrebbe aver fatto un ulteriore implicito riferimento all’equ (...)

57Queste parafrasi esistenziali sono infine applicate anche alle negazioni di entrambi i giudizi (universali negativi e particolari negativi). Nella sua recensione, Meinong esprime chiaramente il suo dissenso con i fondamenti della teoria brentaniana e in particolare scrive: «Ma chi mi impedisce di giudicare che alcuni triangoli isosceli sono rettangoli, sebbene io non sia in alcun modo disposto ad accettare anche solo l’esistenza di un singolo triangolo isoscele o di un singolo triangolo rettangolo?» (Meinong 1892: 207). L’idea che ogni giudizio particolare affermativo asserisca l’esistenza del soggetto rappresenta quindi un «arbitrio pressoché incomprensibile». Alla luce di queste considerazioni, risulta chiaro che a Meinong non può essere sfuggito che l’interpretazione husserliana di (D2) altro non sia se non una riformulazione della tesi brentaniana: (D2) è, per Husserl, universalmente vera perché asserire che un oggetto sia qualcosa (abbia una proprietà qualsiasi) equivale ad asserirne l’esistenza23.

58Se la recensione di Meinong del 1892 rimane un testo critico e non propositivo, in esso è già possibile scorgere in nuce alcuni dei motivi teorici di fondo che un decennio più tardi motiveranno alcune delle divergenze – divenute ormai mature e pienamente esplicite – tra le sue posizioni e quelle di Husserl. Meinong tiene infatti ferma la tesi per cui un giudizio predicativo non implica l’esistenza del soggetto: un giudizio predicativo è vero se e solo se l’oggetto possiede la proprietà che gli viene ascritta, a prescindere dalla sua esistenza. Riconsiderata all’interno della Gegenstandstheorie, così come essa viene profilata nelle opere del 1902 e del 1904, questa posizione trova la sua espressione in termini teorico-oggettuali nel principio della «indipendenza dell’essere-così dall’essere» (Meinong [1904] 2002: 242): oggetti possono esibire un essere-così a prescindere dal loro essere. Conseguenza immediata di quest’assunto è riconoscere che non soltanto si danno oggetti che sussistono ma non esistono (per esempio, le relazioni), ma che si danno anche oggetti che non sono affatto (oggetti che né esistono, né sussistono: il cerchio quadrato ne è l’esempio più noto). Ora, com’è possibile anche solo riferirsi a questi oggetti? La risposta passa per l’analisi dell’atto di giudizio: Meinong lo definisce come la somma di convinzione e di affermazione/negazione. Quando non è accompagnato da convinzione, la componente psichica di affermazione/negazione costituisce il vissuto dell’assunzione (Meinong 1910: 1-20), che viene quindi definito dalla completa mancanza di convinzione. L’assunzione assolve a svariati ruoli nella vita psichica e due fra questi sono qui di particolare interesse: da un lato essa rappresenta quella forma di comprensione che si manifesta quando, per esempio, si comprende il giudizio altrui senza però concedergli ancora l’assenso (Meinong 1910: 130, 359 e ss.). Dall’altro essa contribuisce all’afferramento attivo di un oggetto: si ha un tale afferramento quando l’esistenza dell’oggetto – altrimenti meramente rappresentato – è assunta positivamente (Meinong 1910: 217-246). Dal momento, poi, che l’assunzione non implica alcuna forma di credenza, può essere assunta l’esistenza di qualsiasi oggetto (si tratta del cosiddetto principio «dell’incondizionata libertà di assunzione [unbeschränkte Annahmefreiheit]», cfr. Meinong 1910: 346 e s.). Pertanto, per Meinong, Giove è – pur non esistendo – un oggetto a pieno titolo che è portatore di determinate proprietà e che può essere afferrato tramite un atto di assunzione. Di conseguenza, un enunciato come

 

59(20) Giove è il sommo degli dèi

 

60costituisce l’espressione di un atto di giudizio, la cui verità deriva dal fatto che, sebbene non esista, Giove è effettivamente il sommo degli dèi.

  • 24 Si badi tuttavia al fatto che con “esistenza” Husserl comprende, già negli Oggetti Intenzionali, no (...)

61L’analisi che Husserl propone per (20) è diversa. Husserl, infatti, mantiene l’idea che essere qualcosa implichi esistenza e rifiuta del tutto la tesi degli oggetti non esistenti: «in realtà, le espressioni “un oggetto” e un “oggetto esistente, vero, effettivo, proprio” sono del tutto equivalenti» (Husserl 1999: 96); e ancora: «qualcosa e qualcosa di esistente sono concetti equivalenti; “non qualcosa” è “qualcosa che non è”» (Husserl 1999: 108; questi passaggi sono tratti – non a caso – proprio dal manoscritto sugli Oggetti Intenzionali che Meinong si rifiuta di leggere)24. Giove quindi non esiste e, non esistendo, non può esibire alcuna proprietà. Ma allora, come va giustificata la verità (anche se soltanto “impropria”, uneigentlich, giacché propriamente oggetti non-esistenti non si danno, cfr. Schuhmann 2004b: 130) di giudizi come (20)? La risposta proviene dalla teoria husserliana dell’assunzione (Assumption) e del giudicare “sotto assunzione”. Husserl ritiene che questi giudizi siano dei giudizi ipotetici camuffati (cfr. Husserl 1987: 157; [1894] 1999: 97; [1901, 1912/1921] 2005: vol. II, 247): se si ammette (secondo la mitologia greca) l’esistenza di Giove, allora Giove è il sommo degli dei olimpici. La verità di questo enunciato è insomma condizionata dalla premessa; in altre parole, (20) è vero unicamente sotto la condizione di una data premessa (una verità “condizionata” che Meinong non sarebbe disposto ad accettare). Ciò implica, inoltre, che l’assunzione non è un vissuto privo di convinzione (tant’è che sappiamo che Giove non esiste) e che le “assunzioni autentiche” costituiscono piuttosto una modificazione precipua della convinzione (Husserl 1994: 90 e s., 143; Husserl [1979e] 1999: 101 e s.; [1901, 1913/1921] 2005: vol. II, 252 e ss., 271-279).

62Husserl dà voce a questa divergenza di vedute proprio nella lettera del 5.4.1902: «Pienamente cosciente, io separo le assunzioni [Assumptionen], le assunzioni autentiche [Annahmen] e così pure gli atti di credenza presi sotto assunzione [Assumption], dalle rappresentazioni meramente proposizionali (non rappresentazioni di giudizi), casi di semplice comprensione proposizionale – poiché ritengo di trovare qui una differenza descrittiva». In altre parole, Husserl contesta l’identificazione, operata da Meinong, di un atto di assunzione terzo tra rappresentazione e giudizio. Infatti, se da un lato le assunzioni autentiche sono modificazioni di belief, dall’altro la comprensione senza assenso di un giudizio altrui può essere ricondotta, per Husserl, non a un vissuto sui generis bensì a una rappresentazione proposizionale, ovvero, a una rappresentazione che afferra sintatticamente uno stato di cose (questa nozione manca nella psicologia descrittiva meinonghiana che alla rappresentazione ascrive solo l’afferramento di obbietti, Objekte, ma non di obiettivi, Objektive). Husserl contesta così proprio la duplicità di componenti all’interno del vissuto di giudizio postulata da Meinong (cfr. «Concentrati sulla cosa, lasciamo che essa agisca su di noi senza ancora giudicarla. Nel momento successivo compare, di colpo, un giudizio: siamo convinti. La coscienza neutrale è una componente della coscienza di convinzione? Io non riesco a trovarla» Husserl 2002: 110). Se questo è vero, è allora Husserl stesso a relativizzare, in un certo senso, la sua critica a Meinong (cfr. 5.4.1902): entrambi gli autori intendono con il termine di “assunzione” qualcosa di diverso e Meinong era del tutto legittimato a rivendicare per sé la scoperta di quanto egli intendeva con tale espressione.

63Sulla base della ricostruzione qui condotta, è così possibile trovare conferma di quanto si è già accennato nell’introduzione: le accuse di Husserl a Meinong nella sua lettera del 5.4.1902, almeno per quanto riguarda i temi qui trattati, sono infondate. In effetti, pur acquisendo contorni tipicamente simili, la riflessione di Meinong si svolge lungo dei binari che corrono in direzioni, nonostante tutto, diverse rispetto a quelle del pensiero husserliano. A più riprese e lungo il suo intero corso, il carteggio mette in luce (per quanto spesso in modo soltanto implicito) tanto le divergenze quanto le affinità che legano i due filosofi. Basta guardare poco oltre i confini temporali e tematici che sono stati fissati in questo lavoro per rendersi conto che queste, piuttosto che concernere singoli dettagli, riguardano aspetti fondamentali delle loro filosofie, avendone influenzato buona parte dello sviluppo.

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– 1989, Sämtliche Werke. Textkritische Ausgabe in 2 Bänden, a c. di K. Schuhmann e B. Smith, München, Philosophia

Schröder, E.

– 1890, Vorlesungen über die Algebra der Logik (Exakte Logik). I Bd., Leipzig, Teubner

Schuhmann, K.,

– 1977, Husserl Chronik. Denk- und Lebensweg Edmund Husserls, Den Haag, Martinus Nijhoff (Husserliana, Dokumente, 1)

– 2004a, »Phänomenologie«: Eine begriffsgeschichtliche Reflexion, in C. Leijenhorst e P. Steenbakkers (a c. di), Karl Schuhmann. Selected papers on phenomenology, Dordrecht, Kluwer: 1-34

– 2004b, Intentionalität und intentionaler Gegenstand beim frühen Husserl, in C. Leijenhorst e P. Steenbakkers (a c. di), Karl Schuhmann. Selected papers on phenomenology, Dordrecht, Kluwer: 119-136

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Note

1 Con una buona approssimazione, si può affermare che i due filosofi recidono i contatti nel momento in cui le loro ricerche assumono un respiro più ampio e sistematico: ciò avviene, più precisamente, dopo la pubblicazione di Husserl delle Logische Untersuchungen (1900-1901) e dopo la prima edizione di Über Annahmen di Meinong (1902). Nel 1904, Meinong spedirà infatti a Husserl parte del volume Untersuchungen zur Gegenstandstheorie und Psychologie, senza però ricevere alcuna risposta (degna di questo nome).

2 Il termine di “Gegenstandstheorie” viene utilizzato da Meinong per la prima volta in un’opera pubblicata nel 1903 (cfr. Meinong 1903: 499), per una ricostruzione della nozione di fenomenologia, cfr. Schuhmann 2004a.

3 Si tratta di: Besprechung von Ernst Schröder: Vorlesungen über die Algebra der Logik (Exakte Logik). vol. I, Leipzig; cfr. Husserl 1979a.

4 In realtà sono due le opere pubblicate nel 1891 nello stesso volume di quella rivista: Der Folgerungskalkül und die Inhaltslogik e Der Folgerungskalkül und die Inhaltslogik. Nachträge zur gleichnamigen Abhandlung [S. 168 ff.] dieses Bandes; cfr. Husserl 1979b, 1979c.

5 Meinong invia a Husserl i seguenti testi: 1891a, 1891b, 1894a, 1894b, 1896, 1900, 1902, 1904.

6 Un testo al quale è riservato un destino particolare: Meinong, irritato dalla lettera di Husserl, rifiuta infatti di visionarlo (cfr. 10.4.1902) e Husserl lo spedirà (verosimilmente nel 1904) ad Aloys Fischer, a Monaco, che si proponeva di lavorare a un paragone tra fenomenologia e teoria degli oggetti. A Monaco il manoscritto avrà poi diffusione presso l’intero circolo fenomenologico (cfr. Schuhmann 2004b: 126, nota 18, Reinach 1989: 643 e s.).

7 Oltre alle obiezioni di varia natura riservategli da Husserl e da Frege, Schröder subirà ulteriori attacchi proprio da parte di Peirce. Uno in particolare investe un’assunzione fondamentale che Schröder recepisce da Cristoph Sigwart (si tratta di un attacco che potrebbe rientrare tra gli argomenti antipsicologisti che lo stesso Husserl mette in campo nei suoi Prolegomeni). Riprendendo esplicitamente Sigwart, Schröder afferma che «possiamo chiamare (con Sigwart) il pensare consequenziale [folgerichtig] o logico [logisch] se esso è connesso per l’intelletto indagatore con la coscienza dell’ovvietà [Selbstverständlichkeit] o dell’evidenza [Evidenz], se una “necessità di pensiero [Denknotwendigkeit]” ci obbliga a realizzare questo pensare con la convinzione di una certezza assoluta [mit der Überzeugung absoluter Gewissheit]» (Schröder 1890: 9). Peirce tocca questo punto nella terza lezione sul pragmatismo (non senza riconoscere tuttavia una certa stima nei confronti sia di Schröder che di Sigwart) e commenta: «Sigwart ha detto che la domanda se una data inferenza è logica o meno va alla fine ricondotta alla domanda su come noi sentiamo – a una domanda di Gefühl logico […]. Egli [Schröder, N.B.] ha cercato di dimostrarlo. Infatti, così dice, se un qualsiasi altro criterio fosse utilizzato, l’adeguatezza di tale criterio andrebbe assicurata tramite ragionamento; e in questo ragionamento, che precede la formulazione di ogni criterio razionale, ci affidiamo unicamente al Gefühl, così che su di questo, come ultima istanza, si basano tutti gli altri criteri. Bene, dico io, questo tipo di argomentazione fa avanzare la filosofia – un buono, manifesto, chiaro e tangibile errore che s’incontra direttamente e si può definitivamente confutare» (Peirce 1998: 166).

8 A fianco dei concetti generali hanno posto i concetti singolari (Schröder 1890: 89 e s.), la cui intensione riassume i caratteri che contraddistinguono un individuo particolare e la cui estensione coincide con l’individuo stesso.

9 Questa posizione sarà aspramente contestata da Husserl: «Non è assolutamente vero che un nome comune “rappresenta una classe”. Se dico “un uomo”, intendo “qualcosa che ha le caratteristica della ragione…”. Qui non si trova alcuna rappresentazione di classi e il nome non è il nome di una classe» (Husserl 1979a: 13; cfr. anche Frege 1993: 110 e s.).

10 È opportuno ricordare che, nonostante l’Algebra della Logica di Schröder sia pubblicata nel 1890, la sua argomentazione si muove ancora tutta in un contesto pre-fregeano e rimane ancorata al paradigma logico classico per cui un enunciato è l’unione, tramite copula, di due concetti che possono comparire indifferentemente sia come predicati che come soggetti.

11 Va inoltre evidenziato che il concetto di classe è un genere, mentre quello di estensione è una specie: non tutte le classi sono estensioni e l’espressione “estensione di un concetto” è usata per indicare unicamente la classe degli individui che vanno sussunti sotto il concetto in questione (cfr. Schröder 1890: 100, 162).

12 «Una definizione […] assumerà un senso preciso generalmente solo all’interno del quadro di una scienza particolare» (Schröder 1890: 88).

13 Frege utilizza il termine gleich e il simbolo di uguaglianza esplicitamente con lo stesso significato di Schröder (cfr. Frege 2002: 49, nota 2).

14 Va tenuto presente che per Schröder a, b, c,… si riferiscono a classi, le quali possono comprendere anche un solo individuo o possono essere persino vuote (nella sua terminologia: comprendere il niente; cfr. Schröder 1890: 147 e s., 160 e ss.). Con “individui” Schröder intende «in primo luogo qualsiasi oggetto del pensare, nella misura in cui esso è isolabile in pensieri», Schröder 1890: 161. Chiaramente, Schröder qui non si accorge che la relazione di sussunzione tra una classe e un individuo è diversa da quella tra classi (cfr. Frege 1993: 98, Husserl 1979a: 36).

15 Se riferito alla rappresentazione di Pegaso, è pertanto vero che “Pegaso è alato” (la rappresentazione di Pegaso va infatti sussunta sotto la classe delle rappresentazione di esseri alati) ed è falso che “Pegaso non è alato”; se riferito al soggetto logico, “Pegaso è alato” è altrettanto vero come “Pegaso non è alato” o anche “Pegaso è verde” ecc.: come si vedrà, alla classe vuota pertengono tutti i predicati (cfr. Schröder 1890: 154, 244).

16 «Qui tuttavia, nell’ambito della nostra disciplina dell’algebra logica, siamo in ogni caso costretti a riconoscere come corretto l’enunciato pensato» (Schröder 1890: 238). Per l’esattezza, Schröder introduce la sua argomentazione discutendo l’operazione di moltiplicazione tra classi e il caso in cui il prodotto sia pari allo 0 (per esempio: la moltiplicazione della classe dei quadrati con quella dei cerchi ha come risultato lo 0, ovvero, le due classi non si sovrappongono, non esiste qualcosa che è allo stesso tempo quadrato e circolare).

17 Questo punto è criticato da Frege: Schröder fa collassare la differenza tra nomi di un concetto vuoto (“cerchio quadrato”) e nomi vuoti, che non si riferiscono a nulla (“il Niente”), cfr. Frege 1993: 110; cfr. anche Husserl 1979a: 12.

18 Un calcolo sarebbe «quella specie di derivazione di segni da segni all’interno di un qualsiasi sistema segnico algoritmico secondo le “leggi” […] che sono proprie di questo sistema» (Husserl [1891] 2001: 303).

19 Nell’altra significativa recensione all’opera di Schröder, quella di Frege (cfr. Frege 1993: 92-112), l’autore condivide l’obiezione di Husserl: «nell’esposizione dell’autore questo calcolo è sempre confuso con la logica in quanto tale, il che complica una comprensione dell’essenza della questione» (Frege 1993: 92).

20 A quest’obiezione se ne connette un’altra: se la logica algebrica non è affatto una logica, bensì un calcolo basato su algoritmi, tantomeno essa è una logica espressa in linguaggio matematico: linguaggio e algoritmo sono nozioni completamente diverse e non riducibili fra di loro (Husserl 1979a: 21). Il primo ha come funzione di esprimere fenomeni psichici, il secondo è una tecnica per computare; pertanto, i segni che compaiono nel linguaggio non assolvono alle stesse funzioni di quelli presenti nell’algoritmo.

21 Quest’affermazione giustifica il progetto husserliano – intrapreso in 1979b, 1979c – di trasporre il calcolo estensionale in quello intensionale, sulla base dell’equivalenza dei giudizi su classi con i giudizi su intensioni.

22 Da quanto detto, risulterà a questo punto ovvio che in (13) il quantificatore esistenziale possiede peso ontologico.

23 Nella sua lettera a Husserl, Meinong potrebbe aver fatto un ulteriore implicito riferimento all’equivalenza, che Husserl sottoscrive (cfr. Husserl 1979b: 50), tra (16) e (17). Nella recensione a Hillebrand, Meinong contesta, infatti, anche la validità di tale equivalenza (cfr. Meinong 1892: 451).

24 Si badi tuttavia al fatto che con “esistenza” Husserl comprende, già negli Oggetti Intenzionali, non soltanto l’esistenza reale, ma anche quella ideale, cfr. Husserl [1894] 1999: 104.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alessandro Salice, «Giudizio ed esistenza: Schröder, Husserl e Meinong. Introduzione al carteggio tra Meinong e Husserl»Rivista di estetica, 40 | 2009, 149-167.

Notizia bibliografica digitale

Alessandro Salice, «Giudizio ed esistenza: Schröder, Husserl e Meinong. Introduzione al carteggio tra Meinong e Husserl»Rivista di estetica [Online], 40 | 2009, online dal 30 novembre 2015, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1876; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1876

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Alessandro Salice

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