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ontologia dei colori

Tre modi di colorare il mondo

Alessandro Dell’Anna
p. 67-84

Abstract

This paper aims at comparing the traditional picture of visual perception with the emergent sensorimotor picture, taking colour perception as a case study. The framework put forward by Thompson (1995) takes into account computational objectivism and neurphysiological subjectivism first, then elaborates on the sensorimotor alternative. I’ll follow the same path, adding some arguments to the relational ontology implied by the sensorimotor advocates.

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Note dell’autore

Buona parte della struttura e del materiale di questo articolo è tratta da A. Dell’Anna, L’emergenza del paradigma sensomotorio in filosofia della percezione, Mimesis, Milano, 2009.

Testo integrale

1Il presente lavoro intende illustrare i contrasti tra teoria della percezione tradizionale e paradigma sensomotorio emergente per mezzo del case study della percezione cromatica. Infatti, tra tutte le proprietà percettive il colore è risultato da sempre la più discussa e difficile da inquadrare. Apparentemente ben radicata nel mondo esterno, essa è stata ritenuta già da Aristotele proprietà relazionale (sensibile proprio, non comune), e fin da Locke e Newton ridotta ad apparenza, di contro alla realtà della radiazione fisica della luce. Le posizioni filosofiche che prenderò in considerazione rappresentano le versioni contemporanee di posizioni che hanno attraversato costantemente la storia della filosofia, ma corredate ora da un bagaglio scientifico che poche altre aree, persino nella filosofia della mente attuale (così scientificamente aggiornata), hanno saputo conseguire e dibattere. Prima di analizzare la teoria “enattiva” (enactive) o “incorporata” (embodied) sostenuta da autori quali Varela, Thompson, O’Regan e Noë (e che qui chiamerò “sensomotoria”), passerò in rassegna le due alternative di maggioranza esistenti: l’oggettivismo computazionale e il soggettivismo neuro-fisiologico. Come si vedrà, i tre “modi di colorare il mondo” sottendono tre ontologie ben precise del colore, delle quali quella relazionale mi pare la più convincente.

1. L’oggettivismo computazionale

  • 1  Per i dettagli sulle teorie computazionali del colore esistenti (che tendenzialmente hanno inizio (...)

2Come facilmente prevedibile dall’etichetta, l’oggettivismo è la posizione ontologica che ritiene il colore una proprietà oggettiva del mondo fisico, la quale non deve nulla della sua natura alla struttura del sistema percettivo. Mentre una forma di fisicalismo classica (per esempio Armstrong 1968) tendeva a identificare il colore fenomenico con una data lunghezza d’onda (per esempio il rosso con onde attorno ai 700 nanometri), l’analisi del fenomeno della costanza cromatica ha imposto attualmente una forma riveduta di oggettivismo. La costanza cromatica è quel fenomeno universalmente noto per cui il colore di un oggetto non varia al variare della luminosità che lo investe (luminanza), pur variando la quantità fisica costituita dalla luce riflessa da quell’oggetto (riflettanza). Non solo una stanza che da un’illuminazione forte passa alla penombra serale, ma anche la stessa stanza illuminata da una lampadina colorata (mettiamo di rosso) tende a conservare inalterato il suo colore e quello degli oggetti che contiene. La visione del colore sarebbe di ben scarsa utilità se il sistema visivo tracciasse fedelmente il variare continuo della lunghezza d’onda durante il giorno, perché fallirebbe nell’individuazione di un oggetto come lo stesso, indipendentemente dalla variazione luminosa. Per questo motivo autori quali David Hilbert (1987), Moan Matthen (1988, 2005) e Fred Dretske (1995) sostengono piuttosto che il colore vada identificato con la riflettanza spettrale di una superficie, ovvero con la percentuale di luce che per ogni lunghezza d’onda una data superficie riflette. Tale quantità, dipendendo dalla materia di cui si compone l’oggetto, è invariante, a differenza della luce diffusa nell’ambiente, la quale si compone non solo della riflettanza ma anche della luce irradiata dalle fonti luminose. A livello di analisi computazionale (il task-level in Marr 1982), compito del modulo del colore sarà appunto la sottrazione della riflettanza spettrale di superficie dalla luminosità ambientale volta, nell’economia del sistema visivo, al riconoscimento dell’oggetto1.

  • 2  Hardin 1988: 67.

3Il problema principale da affrontare per l’oggettivismo computazionale è il fenomeno del metamerismo, per il quale due superfici di riflettanza spettrale diversa possono comunque apparire dello stesso colore in determinate condizioni di illuminazione. Per risolverlo, sembrerebbe allora sufficiente una condizione standard e un osservatore standard per i quali superfici di riflettanza diversa appaiano effettivamente diverse. Ma, come già ha osservato Hardin2, oltre a richiedere una procedura molto complessa perché basata su medie statistiche di campioni di osservatori, tale procedura si serve di colori visti in condizioni “d’apertura”, in condizioni che eliminino cioè l’induzione cromatica ordinariamente prodotta dai colori circostanti, venendo questi osservati in isolamento e in porzioni molto ridotte (chips). Tale procedura porta (in psicofisica e in colorimetria) alla formulazione di condizioni standard, ma nient’affatto ecologiche. Una possibile soluzione a tale problema è quella denominata da Hilbert “realismo antropocentrico”, formulabile in questi termini:

  • 3  Hilbert 1987: 112.

Se è vero che talvolta si verifica il fenomeno del metamerismo, è anche vero che generalmente differenze nel colore fenomenico di due superfici corrisponderanno di fatto a differenze nella loro riflettanza. Il colore corrisponderà allora alla riflettanza spettrale di superficie (da cui l’oggettivismo). Ma la percezione cromatica umana ha i suoi limiti e talvolta tratta riflettanze diverse come lo stesso colore (da cui l’antropocentrismo)3.

  • 4  Thompson, Palacios e Varela 1995: 93. Lungo il testo Thompson contrappone spesso teorie computazio (...)

4L’errore nella percezione di uno dei due colori (ma non dell’altro) viene spiegata da Dretske mediante una strategia teleologica, sostenendo cioè, in accordo con Hilbert e Matthen, che il sistema è stato selezionato per rappresentare una proprietà come una data riflettanza spettrale e non altre, e comunque non tutte: «il colore è qualsivoglia proprietà sia funzione della visione del colore captare»4.

  • 5  Matthen 1992: 46, simili in questo senso anche a quelle di Akins 2001.

5Questa mossa può dare luogo a conclusioni piuttosto controintuitive, come quella di Matthen5, secondo il quale i veri contenuti dei colori colti dal sistema non sono quelli descritti dai termini del linguaggio ordinario “rosso”, “verde”, “amaranto”, “seppia”. Questi ultimi possono essere prodotti da quella stessa “illusione normale” (normal misperception) che fa vedere il cielo blu e il mare verde, illusione che si deve alla mancanza di risoluzione del sistema percettivo più che alla sua mancanza di adattività. E, infatti, Matthen è costretto a distinguere tra esperienza fenomenica diretta, che sarebbe (almeno in parte) illusoria, e suo contenuto, che sarebbe dato da quella riflettanza spettrale che il sistema ha la funzione biologica ereditata di captare. Chiaramente è sul secondo che si fonda l’oggettivismo.

  • 6  Palacios 1992: 15.
  • 7  Per una trattazione rapida dei fenomeni cromatici si può consultare Massironi (1998, cap. 4) o Pal (...)

6Una prima obiezione di Thompson, Palacios e Varela6 a tale resoconto è che esso non è capace di spiegare i fenomeni ordinariamente descritti in termini di tonalità o tinte cromatiche, i quali restano pur sempre l’explanandum di partenza della scienza e della filosofia del colore. La tinta è una delle dimensioni lungo le quali può variare il colore fenomenico, assieme alla bianchezza e alla saturazione, dimensioni che trovano rappresentazione grafica nel cosiddetto solido dei colori7. È la visione delle tinte, la cui struttura emerge con chiarezza dal solido dei colori (Fig. 1), a permettere di individuare l’esistenza di fenomeni quali:

1) colori primari, quali rosso, verde, blu e giallo, contrapposti a secondari (arancione, porpora, marrone ecc..), derivanti dalla mistura di due primari, a loro volta non derivanti da alcuna mistura;

2) appunto, colori complementari o opposti, dei quali non esiste una tinta derivante dalla loro mistura, e che pertanto sembrano escludersi a vicenda, come il rosso col verde e il giallo col blu;

3) colori più o meno saturi, ovvero più o meno tendenti al grigio, e più o meno chiari, ovvero più prossimi al nero o al bianco.

Fig.1 Il solido dei colori

Fig.1 Il solido dei colori
  • 8  Thompson 1995: 124.

7Identificando il colore con la riflettanza spettrale di superficie, l’oggettivismo computazionale non può servirsi del vocabolario ordinario denotante le dimensioni e la struttura fenomenica del colore, né può attribuire la stessa struttura e le stesse dimensioni a quelle entità fisiche che sono le riflettanze, poiché non esiste una mappatura precisa e completa dalle proprietà fisiche a quelle fenomeniche del colore8.

8Inoltre, l’analisi comparata della visione cromatica di altre specie animali dimostra che sistemi percettivi diversi da quello umano sono pur sempre in grado di discriminare colori, sebbene in una gamma talvolta più ampia, talaltra più ristretta della nostra. La gamma delle tinte visibili all’occhio umano dipende dalla presenza di tre tipi di fotorecettori (coni) sensibili a lunghezze d’onda corta, media e lunga (dai 450 ai 700 nm circa). La retina del piccione contiene invece sino a cinque tipi di coni, che estendono la sua visione cromatica sino alle onde ultraviolette (370 nm), il che fa supporre in tale animale la percezione di ulteriori tinte, a noi invisibili. Al contrario, i pesci che vivono nelle profondità marine sono dotati di due soli tipi di coni e, come i daltonici, avranno una percezione cromatica limitata a due sole tinte primarie opposte (rosso-verde, giallo-blu o altre a noi ignote), le quali, non potendosi mescolare non danno luogo ad altre sfumature. I suddetti animali (uomo, piccione, pesci abissali) si definiscono allora rispettivamente tricromatici, pentacromatici e dicromatici, e i loro spazi (o solidi) del colore appaiono tra loro incommensurabili, nel senso di non avere in comune alcune (talvolta nessuna delle) tinte.

  • 9  Thompson, Varela e Palacios 1992: 9.
  • 10  Thompson 1995: 182.

9Questo punto, schematizzato da Thompson, Varela e Palacios9 in quello che essi battezzano “argomento comparativo”, è fatale per l’oggettivismo in quanto mette in rilievo la multifunzionalità della visione cromatica, che non sembra affatto limitarsi alla detezione della riflettanza delle superfici. Nei pesci essa sembra rivolta essenzialmente ad aumentare il contrasto (Fig. 2) tra oggetti in primo piano e sfondo acquatico, negli uccelli a individuare i profili degli altri volatili di contro allo sfondo del cielo e i gradienti di illuminazione durante la navigazione aerea, nei primati, oltre che a riconoscere gli oggetti, anche a percepire le condizioni di illuminazione in quanto tali e a segmentare la scena visiva10. Thompson ne conclude, a mio parere correttamente, che

  • 11  Thompson 1995: 196. Nel suo recente libro Seeing, Doing and Knowing (2005), Matthen elabora quella (...)

piuttosto che procurare indicatori percettivi costanti della riflettanza di superficie, il ruolo primario della visione probabilmente è generare un insieme relativamente stabile di categorie percettive che possa facilitare l’identificazione dell’oggetto, e poi guidare il comportamento di conseguenza11.

10Non si sta cioè negando l’importanza della rilevazione della riflettanza, bensì la sua identificazione con il colore tout court, laddove sembra più plausibile che una gamma di riflettanze sia raccolta dal sistema percettivo in una stessa categoria cromatica che varia lungo le dimensioni e le strutture fenomeniche appena considerate. Ma tale categorizzazione dipenderà da fattori non esclusivamente fisici e distali, riportando in primo piano le capacità sensomotorie e l’adattamento ambientale dell’organismo, che verranno trattati al § 3.

Fig.2 Il contrasto cromatico

Fig.2 Il contrasto cromatico

2. Soggettivismo neuro-fisiologico

11L’alternativa più immediata all’ontologia del colore oggettivista è incarnata da autori come Larry Hardin (1988) e Austen Clark (1993, 2000), il cui soggettivismo neuro-fisiologico consiste nell’identificazione del colore con stati qualitativi cromatici della mente (qualia), ridotti a loro volta a stati, o processi neurali, privi di alcun riferimento a fenomeni che si svolgono al di fuori dell’organismo (extradermal). Questa impostazione non discende in maniera automatica dalla confutazione dell’oggettivismo e va argomentata, dato che il colore a livello fenomenico sembra proprio essere una proprietà degli oggetti, tanto da rendere in apparenza l’oggettivismo più attraente del soggettivismo. Ma quest’ultimo sembra avere qualche chance in più per spiegare la struttura fenomenica del colore, come il suo organizzarsi per tinte opposte e per primari e secondari, dal momento che anche i processi neurali responsabili della percezione del colore sembrano avere una struttura analoga, al contrario delle proprietà fisiche sopra esaminate. Hardin spiega:

  • 12  Hardin 1988: 111.

La tattica che si consiglia è mostrare come i fenomeni del campo visivo sono rappresentati nella corteccia visiva, e quindi mostrare in che modo descrizioni del campo visivo possano essere sostituite da descrizioni dei processi neurali sottostanti12.

  • 13  Clark 2000: 9.

12O, nei termini di Clark: «deve esserci come minimo altrettanta struttura tra le somiglianze e le differenze delle proprietà qualitative (gli stati interni) di quanta ce n’è tra quelle fenomeniche» 13.

  • 14  In questo articolo “strutturale”, “fenomenico”, “fenomenologico” vanno intesi come sinonimi.

13L’argomento soggettivista ha inizio con l’esame delle procedure che in psicofisica determinano la struttura del solido dei colori, mediante il confronto tra gli stimoli (nel caso del colore le lunghezze d’onda dello spettro visibile, nel caso dei suoni le frequenze ecc.), non discostandosi in ciò dall’approccio computazionale classico. Come si diceva poco sopra, la procedura è molto laboriosa, ma ciò che conta in sostanza è che essa porta a valutare la media dei giudizi di similarità e di indiscriminabilità tra più campioni di colore, e a disporre i vari campioni sugli assi della tinta, della saturazione e della bianchezza, con una metrica che rispetterà il senso di tali giudizi. Ad esempio, l’arancione sarà più vicino al rosso che al verde, ma una certa sfumatura di arancione sarà più vicina al giallo che al rosso. Ma se a essere discriminati sono gli stimoli, e non i colori in quanto tali, sostiene il soggettivista, solo gli stimoli andranno considerati come entità oggettive, mentre i fenomeni cromatici deducibili dal solido dei colori potrebbero essere definiti fatti “strutturali”14 e saranno spiegati in termini psicofisici e neuro-fisiologici (Clark 1993 e 2000). Essi rappresentano come le cose ci appaiono, e tale apparenza ha una struttura e una causa (la quale dovrebbe essere anche causa della struttura). Visti alcuni elementi della struttura, passiamo ora alla causa.

  • 15  Positivo e negativo sono valori arbitrari, ciò che conta è la loro opposizione.

14Tra le cause più probabili del colore, per quanto controverse, i soggettivisti adducono il processo opponente, ipotizzato originariamente dallo psicologo Edwald Hering nella seconda metà dell’ottocento e articolato nel secolo scorso da Leo Hurvich. L’idea di base è che i tre tipi di fotorecettori (coni) della retina umana combinino i loro segnali producendo, nelle cellule del nucleo genicolato laterale, inibizioni o eccitazioni che indirizzano tali segnali lungo tre canali cerebrali distinti, uno acromatico, in corrispondenza dell’asse della bianchezza (bianco-nero), e due cromatici, in corrispondenza dei due assi delle tinte opposte (rosso-verde e giallo-blu). Il grafico (Fig. 3) illustra la cosiddetta “risposta cromatica” per ogni canale agli stimoli dello spettro visibile: la curva del canale acromatico sarà sempre positiva15, perché il nero è visibile solo in situazioni di contrasto di luminosità forte tra figura e sfondo; le curve dei canali cromatici incrociano lo zero nel momento in cui l’attività di uno di questi è nulla, non influenzando il valore dell’altro, che rappresenterà pertanto una tinta unica. Ad esempio, a uno stimolo di 470 nm la risposta del canale rosso-verde è nulla, mentre quella del canale giallo-blu è negativa, indicando che il colore percepito risulterà un blu unico, senza sfumature né di rosso né di verde.

  • 16  Thompson 1995: 135.

15Come si può notare con agilità, i processi opponenti spiegherebbero molti fatti strutturali (fenomenici) dei colori ordinariamente percepiti, sebbene manchino ulteriori dettagli, in particolare sull’esatta collocazione neurale in cui essi sarebbero implementati. Questi sono i punti schematizzati in quello che Thompson chiama “argomento della riducibilità interna”16:

a) Affinché qualcosa sia un colore esso deve essere una tinta.

b) Affinché sia una tinta essa deve essere o primaria o secondaria.

c) Se una tinta deve essere ridotta a una qualche proprietà fisica, questa deve ammettere corrispondenti divisioni tra primari e secondari.

d) Ma le proprietà fisiche indipendenti dall’osservatore, come lunghezze d’onda e riflettanze spettrali, non ammettono tali divisioni.

e) Al contrario, processi e stati psicofisici e neuro-fisiologici ammettono tali divisioni, come sembra accadere nei canali individuati dai processi opponenti.

f) Quindi il colore può essere eliminato in favore di una sua identificazione con stati e processi psicofisici e neuro-fisiologici.

Fig.3 La risposta cromatica nei processi opponenti

Fig.3 La risposta cromatica nei processi opponenti

16La prima replica di Thompson a questo argomento è di carattere strettamente logico. Per stabilire la conclusione, l’argomento necessita di un’ulteriore premessa disgiuntiva, la quale specifichi che i colori sono proprietà intrinseche o del sistema percettivo o del mondo. Senza tale premessa resta aperta la possibilità, difesa da Thompson, Varela e Palacios (come anche da Dennett, O’Regan e Noë), che il colore sia piuttosto una proprietà relazionale costruita nell’interazione sensomotoria tra organismo e ambiente. Il colore, cioè, non solo è una proprietà dipendente dal sistema, come sostiene il soggettivista, ma è una proprietà altrettanto dipendente dal contesto ecologico/evolutivo. I colori servono da segnali biologici nella guida del comportamento, come nella ricerca del cibo e del partner, per cui la colorazione nel mondo animato (detta pigmentazione) merita un’attenzione scientifica particolare. Non che i soggettivisti neghino questo punto, ma essi preferiscono dare un resoconto separato della storia evolutiva e del contesto ecologico della percezione cromatica, concentrando i loro sforzi riduttivisti sull’esperienza fenomenica delle similarità tra i colori: l’esperienza del sole arancione al tramonto e delle sue varie sfumature sempre più prossime al rosso man mano che il fenomeno avanza, verrà da essi identificata con una serie di passaggi dei processi neurali opponenti. Per stabilire la natura ontologica del colore, i soggettivisti adoperano cioè una nozione di contenuto “stretto” degli stati cromatici non condivisa dall’approccio sensomotorio, ma curiosamente simile a quella oggettivista. Il soggettivismo risulta semplicemente più accorto dell’oggettivismo nel liquidare l’esperienza fenomenica del colore come illusoria, mentre il secondo cerca di salvarne la veridicità, bollando casi illusori (per esempio il metamerismo) come “illusioni normali”. Ma ostinandosi a identificare il colore reale con la riflettanza spettrale di superficie l’oggettivismo sembra ridurre inavvertitamente i colori fenomenici allo stesso stato cui lo riducono i soggettivisti, ovvero a un qualche stato o processo cerebrale.

  • 17Ivi: 208.
  • 18Ivi: 212.

17Prima di esaminare più in dettaglio la concezione sensomotoria del colore, vorrei sintetizzare un’altra, ritengo più debole, obiezione avanzata da Thompson17 al soggettivismo, sulla base delle ormai classiche ricerche linguistiche, antropologiche e psicologiche di Brent Berlin, Paul Kay ed Eleanor Rosch. L’esistenza di universali linguistici per i termini di colore proposta negli anni Sessanta del Novecento da questi autori potrebbe, infatti, avvalorare le tesi soggettivistiche. È stata l’individuazione di undici termini di colore basilari (bianco, nero, rosso, verde, blu, giallo, marrone, porpora, rosa, arancione e grigio) su un campione di novanta lingue a far ipotizzare l’esistenza di tali universali linguistici, suffragata poi da esperimenti nei quali veniva chiesto a osservatori parlanti diverse lingue di indicare i migliori esempi di uno dei suddetti colori davanti a display variamente colorati. I giudizi furono per lo più convergenti e furono messi in relazione ai processi opponenti di cui sopra, allo scopo di confermare l’universalità della percezione cromatica nella specie umana. Thompson obietta che altre ricerche indicano un’influenza contraria del linguaggio sulla percezione, come per esempio l’esistenza di uno stesso termine che denota blu e verde in Tarahumara (una lingua Uto-Azteca parlata nel nord del Messico) o di un altro solo termine che denota giallo e verde in diversi linguaggi di Nativi Americani (della costa pacifica settentrionale). Thompson18 segue gli autori di queste ricerche nel concludere che, non essendovi meccanismi fisiologici in grado di spiegare queste anomale categorizzazioni cromatiche, deve essere la cultura di un popolo a determinarle. La mia obiezione è che qui non abbiamo più a che fare con la determinazione di un contenuto percettivo, ma con quella del contenuto semantico dei termini cromatici. È innegabile che una componente culturale intervenga nella categorizzazione linguistica del colore di queste popolazioni, ma ciò non porta affatto a concludere che esse vedano il verde e il blu o il verde e il giallo come lo stesso colore, così come non si confonde per esempio la vista dell’antenna di una lumaca con quella dell’antenna di un televisore sebbene siano designate entrambe dallo stesso nome. Prendendo in considerazione gli aspetti culturali del colore, l’analisi di Thompson rischia cioè di lavorare con una nozione troppo ampia di contenuto, facendo collassare due ordini di esso non necessariamente sovrapponibili: il contenuto semantico/linguistico e quello percettivo. È a quest’ultimo che il nostro studio deve restare ancorato.

3. L’alternativa sensomotoria

  • 19  Thompson, Palacios e Varela 1992: 2.
  • 20Ivi: 21.
  • 21  Thompson e Varela 2001 parlano di tale circolarità (che dovrebbe contrastare i modelli lineari mag (...)
  • 22  Levin e Lewontin 1985: 99.

18In contrasto con le due concezioni sopra illustrate, Thompson, Palacios e Varela aprono il loro articolo sostenendo che, piuttosto che come costruzione di un modello del mondo, «la visione è meglio concepita come guida visiva dell’azione in un ambiente che è largamente modulato (constituted) da quell’azione stessa»19. La definizione è tipicamente gibsoniana, e gli autori non nascondono i loro debiti nei confronti dell’approccio ecologico20. Un primo punto di convergenza con esso sta nella convinzione che il sistema percettivo animale vada analizzato non solo a livello neuro-fisiologico (né tanto meno solo algoritmico) ma anche a quel livello nel quale il sistema non è più autonomo e isolato dall’ambiente, bensì in continua interazione con esso, e che gli autori concordano nel definire “ecologico” (qualcosa di abbastanza simile al livello computazionale di Marr 1982). I due tipi di analisi si sorreggono l’un l’altro, dal momento che l’interazione comportamentale percettivamente guidata non può essere compresa del tutto senza una spiegazione dei processi interni che la rendono possibile, e da parte loro tali processi non possono essere pienamente compresi senza un riferimento all’ordinario comportamento dell’animale nell’ambiente21. Buona parte degli esperimenti volti a capire quali sono i correlati neurali della percezione cromatica (ma anche di altre proprietà percettive) nell’uomo e in altri animali si servono di anestesie locali che impediscono persino i movimenti della testa. A partire da Gibson (1979), è risultato invece sempre più chiaro che i vari tipi di movimento di cui un animale è capace producono pattern visivi (invarianti nel flusso ottico) altamente informativi sulle proprietà sia dell’ambiente che dell’animale. L’evoluzione della percezione è di fatto avvenuta in condizioni dinamiche tali da far parlare anche alcuni teorici dell’evoluzione di “codeterminazione” dell’animale e del mondo all’interno di ciascuna nicchia ecologica. I biologi Richard Levins e Richard Lewontin22 hanno avanzato questa idea elencando cinque modi mediante i quali una specie animale risulta soggetto, non meno che oggetto, delle forze fisiche, compartecipando alla costruzione della propria nicchia:

1) gli organismi determinano che cosa nel mondo fisico può fungere da ambiente, selezionano cioè la parte per essi rilevante di tale mondo;

2) gli organismi alterano il mondo esterno interagendo con esso;

3) gli organismi trasducono il segnale fisico che giunge loro dal mondo esterno, e quindi il significato dei segnali dipende dalla struttura dell’organismo;

4) la relazione organismo-ambiente definisce i “tratti” selezionati;

5) gli organismi modificano il pattern statistico della variazione ambientale nel mondo esterno.

19Piuttosto che ricercare in che modo un mondo prespecificato possa essere algoritmicamente recuperato dall’immagine retinica (alla Marr), Thompson, Varela e Palacios intendono ricercare in che modo il comportamento sensomotorio abilita l’animale a esplorare l’ambiente nel quale è radicato. Chiaramente a questo punto il soggetto della percezione (o meglio, dell’azione percettivamente guidata) non è più un sottosistema o un modulo della mente, ma l’intero organismo. Quindi, con le parole di Levins e Lewontin

  • 23Ivi: 104.

noi dobbiamo chiederci come gli organismi, all’interno dei vincoli generali delle leggi di natura, hanno costruito ambienti che sono condizioni per il loro ulteriore sviluppo e per la ricostruzione della natura in nuovi ambienti23.

20L’esempio più spesso citato è quello della coevoluzione delle piante con riflettanza spettrale ultravioletta e degli uccelli o degli insetti dotati di sensibilità a quella stessa gamma di lunghezze d’onda. Gli uccelli mangiano frutti e pollini di tali piante e, disseminando i loro semi per l’ambiente, ne favoriscono la crescita della specie.

  • 24  Thompson 1995: 168.

21Il debito dell’organismo rispetto alle condizioni ecologiche anche per quanto riguarda il colore si rende evidente soprattutto su scala filogenetica, come dimostra il caso della visione cromatica nei pesci24. Si sa che l’acqua marina assorbe e rifrange la luce solare, generando una vasta gamma di colorazioni che dipende dalla profondità dei fondali. Nei fondali profondi può anche regnare il buio più completo, data la scarsa penetrazione dei raggi luminosi, ma a profondità più ridotte troviamo il blu dei mari non inquinati, il verde dei laghi e dei fiumi e il rossastro/marrone delle paludi. L’ipotesi è che i pigmenti che compongono i fotorecettori dei pesci si siano evoluti in relazione a tali caratteristiche ambientali soprattutto allo scopo di accentuare il profilo degli oggetti contro la luce ambientale per meglio riconoscerli. Come sottolinea Dennett,

  • 25  Dennet 1991: 419.

alcune cose nella natura “avevano bisogno di essere viste” e altre avevano bisogno di vederle, così si è evoluto un sistema che tendeva a minimizzare il compito per le ultime, rafforzando la rilevanza delle prime25.

22Molti pesci che vivono ad alta profondità sono dotati di un solo tipo di fotorecettore, un bastoncello il cui pigmento (rodopsina) ha un picco di assorbimento massimo attorno ai 480 nm, che corrisponde proprio alla lunghezza d’onda di massima trasmissione dell’acqua a queste profondità. Guardando in genere dal basso verso l’alto, ovvero da una zona meno luminosa a una zona più luminosa, grazie a tale correlazione tra sensibilità spettrale e trasmissione del medium marino, questi pesci possono distinguere un oggetto scuro di contro a uno sfondo chiaro. Viceversa, una mancata correlazione tra i due valori rende più chiaro un oggetto di contro a uno sfondo scuro, il che potrebbe essere un vantaggio per i pesci che vivono in acque meno profonde.

23Se ci si muove verso la superficie, emerge una maggiore varietà di pigmenti visivi. Nelle acque costiere verdi/blu molti pesci sono dicromatici, hanno cioè due tipi di coni. Nei mari tropicali, che tendono più al blu che al verde, i picchi di assorbimento dei pigmenti slittano verso le onde corte. Nelle acque tropicali dolci i pesci che vivono vicini alla superficie presentano tre pigmenti visivi che coprono un ampio intervallo spettrale, cioè dal rosso all’ultravioletto, e in genere quelli che, pur non vivendoci, cacciano in superficie, hanno una sensibilità spettrale spostata verso le onde lunghe, sino ad arrivare alla tetra-cromatica trota marrone.

24Sulla stessa linea argomentativa, Akins (2001) sostiene che la visione cromatica non mira alla discriminazione dei colori in quanto tali, ma piuttosto a quella degli oggetti che, se rilevati solo per mezzo del contrasto di luminosità, spesso non risulterebbero dotati di buona definizione. Allora, il contrasto spettrale andrebbe semplicemente a potenziare la funzione del contrasto di luminosità, come pare dimostrare anche il caso di pazienti affetti da acromatopsia, i quali, nonostante la dichiarata e accertata cecità ai colori, riescono a distinguere oggetti che si differenziano dallo sfondo solo per contrasto spettrale, e non per contrasto luminoso (Fig. 4).

Fig. 4 Si immagini che in un display si nascondano delle figure (croci o quadrati) distinguibili dallo sfondo solo tramite il contrasto spettrale, mentre quello luminoso resta uniforme

  • 26  Si veda anche l’articolo sull’adattamento cromatico di Bompas e O’Regan 2006 che corrobora l’ipote (...)

25A proposito delle dinamiche sensomotorie che pervadono anche la percezione cromatica, stavolta soprattutto a livello ontogenetico, O’Regan e Noë (2001)26 propongono l’idea per cui il soggetto deve avere una conoscenza implicita dei cambiamenti che la propria azione impone alla stimolazione. Ad esempio, tendenzialmente tutti sappiamo che tipo di cambiamento subirà la forma di un tavolo nel momento in cui gli giriamo attorno (costanza di forma), tant’è vero che, se dovesse subire un’anomala trasformazione, potremmo concludere che si tratta di altro (un tavolo finto, un oggetto non identificato, un altro ineffabile prodotto del design). Alla stessa maniera, sostengono O’Regan e Noë, pur non sapendola descrivere a parole, tutti noi conosciamo la maniera in cui il colore di un oggetto varia al variare della nostra posizione (al di là dell’illuminazione e dell’induzione cromatica), e resteremmo sconcertati se un tavolo rosso al quale giriamo attorno iniziasse a un certo punto a presentare delle sfumature anomale, per esempio di blu o giallo (Fig. 5). Dunque, la costituzione di adeguate contingenze sensomotorie è la chiave della possibilità di anticipare l’esito di una determinata esplorazione visiva, sia essa cromatica o meno, permettendo di valutare, tra l’altro, la veridicità della rappresentazione percettiva (Hurley 2001, Noë 2004).

4. La natura relazionale del colore

26Ma a questo punto deve essere chiarito in che cosa precisamente consista la natura relazionale del colore propugnata dalla teoria ontologica enattiva o sensomotoria. È legittimo sostenere che, se fallisce sia la riduzione del colore a proprietà fisiche in stile oggettivista che la sua riduzione a stati o processi cerebrali, l’alternativa rimanente è quella relazionale? O Thompson, Palacios e Varela (1992) ricadono nello stesso errore imputato ai soggettivisti, e cioè quello di non vedere altre possibilità oltre a questi resoconti?

  • 27  Thompson 1995: 242.

27Intanto bisogna notare che i tre autori sembrano concordi nel rifiutare oggettivismo e soggettivismo, ma è in particolare Thompson27 a sottolineare l’urgenza di un resoconto relazionale del contenuto del colore. Gli autori ci dicono esplicitamente che

  • 28Ivi: 23.

ciò che l’animale percepisce dipende da tre tipi di fattori: 1) vincoli di ordine fisico, 2) attività sensomotorie, così come sono costituite a livello di processi neuronali e di sviluppo e 3) storia evolutiva28.

28Nel corso di questo articolo sono stati passati in rassegna tutti e tre i punti: per esempio, per quanto riguarda i vincoli fisici si è appena parlato della diffusione della luce in un medium come l’acqua, il quale offre all’organismo una serie di possibilità di percezione cromatica che dipende tra le altre cose dalla profondità; rispetto ai meccanismi neurali e del comportamento si è discussa l’opponenza nei canali sensoriali cromatici e la costituzione di contingenze sensomotorie; infine si è accennato all’impollinazione come esempio di codeterminazione animale/ambiente, cui è legata la storia evolutiva del colore, il quale non sembra essere oggetto di una singola funzione biologica, ma risulta utile tanto per il riconoscimento di singoli oggetti, tra i quali partner e conspecifici, quanto per la deambulazione in aria e in acqua.

  • 29Ivi: 243.

29Fin qui, la natura relazionale del colore appare definibile più che altro in negativo, per contrasto rispetto all’identificazione con proprietà fisiche, neuro-fisiologiche o computazionali, perché un conto è sostenere che una spiegazione completa dei fenomeni del colore deve contemplare tutti e tre i punti suddetti, un altro è sostenere di aver spiegato il “contenuto” cromatico per mezzo degli stessi punti. La prima affermazione è del tutto plausibile, e non sarebbe negata né dal soggettivista né dall’oggettivista, ma la seconda non brilla per limpidezza. Thompson29 propone tre sensi in cui il colore può configurarsi come proprietà relazionale:

1) qualcosa può essere colorato solo in relazione a un osservatore,

2) qualcosa può possedere una data tinta solo in determinate condizioni di osservazione,

3) le categorie cromatiche determinano le relazioni tra i loro membri, all’interno di ognuna e tra loro (la relazione del rosso porpora rispetto al cremisi all’interno del rosso e rispetto all’arancione al di fuori del rosso) solo in relazione a un osservatore.

30Come si è già detto, senza un sistema visivo che capti lunghezze d’onda nessun colore fenomenico potrebbe mai darsi, e il caso del pittore che non poteva vedere i colori nel celebre omonimo saggio di Oliver Sacks ne fornisce un’illustrazione drammatica. D’altro canto solo in condizioni molto artefatte (attraverso schermi di riduzione, con campioni di colore esigui ecc.), uno stesso oggetto può presentare a un osservatore esattamente la stessa tinta, segno che le condizioni “extradermiche” contribuiscono tanto quanto l’occhio alla determinazione del colore. In effetti il terzo punto dello schema di Thompson discende dai due precedenti in quanto, se l’apparizione del colore dipende da una componente fisica e da una componente neuro-fisiologica, la categorizzazione che ne seguirà, con le relazioni strutturali considerate, cambierà da specie a specie, accentuando il carattere relazionale del colore. Ma tutto questo è sufficiente a spiegare la natura relazionale del contenuto cromatico?

  • 30Ivi: 244.

31Non appartenendo esclusivamente al dominio della fisica, né a quello della neuro-fisiologia, Thompson30 colloca la proprietà emergente del colore nel dominio dell’ecologia, lo stesso che Gibson tenne sempre a distinguere dai due di cui sopra. Ritengo, quindi, che solo una comprensione di che cosa si intende con “livello ecologico” possa chiarire la presunta relazionalità del colore. La seguente definizione potrebbe spianare il campo:

Il “livello ecologico” è quello nel quale l’animale è considerato e opera come sistema unitario di percezione/azione, nel senso che l’informazione raccolta dal sistema è funzionale al tipo di azione nel quale esso è impegnato o si impegnerà.

  • 31  Clark 1997: 75.

32Credo che la migliore lettura di tale livello sia quella in termini di proprietà emergenti ispirata alle riflessioni di Andy Clark (1997), piuttosto che una lettura fenomenologica. In altre parole, il livello ecologico non coincide con quello esplicitamente rilevato alla prima persona, mediante eventuali enunciati osservativi. Così come le termiti realizzano un’opera come gli archi dei propri nidi senza possedere un progetto architettonico completo e articolato, ma semplicemente assemblando azioni locali per cui sono geneticamente tarate31, il colore con la sua struttura fenomenica emerge dai tre fattori sopra elencati da Thompson, Palacios e Varela, ovvero vincoli fisici, neuro-comportamentali ed evolutivi. Dennett, a mio parere, chiarisce meglio di tutti il punto in questione:

  • 32  Dennet 1991: 421.

prima c’erano varie proprietà riflettenti delle superfici, varie proprietà reattive dei fotopigmenti e così via, e poi Madre Natura, partendo da questi materiali grezzi, ha sviluppato coppie efficienti e mutuamente adattate di sistemi di visione dei “colori” e codificazioni di “colori”, e tra le proprietà che sono sortite da questo processo progettuale ci sono le proprietà che noi esseri umani chiamiamo “colori”32.

  • 33  A questo proposito, oltre al già citato lavoro di Bompas e O’Regan (2006), si può vedere l’appendi (...)

33Il passaggio dal piano filogenetico a quello ontogenetico è garantito dalla plasticità degli accoppiamenti sensomotori, riscontrabile nei fenomeni dell’adattamento cromatico, della sostituzione visivo-tattile e della rimodulazione dello spazio tramite strumenti da parte di pazienti affetti da negligenza spaziale laterale33. È la possibilità di esplorare lo spazio mediante tutti i sistemi offerti dall’intero organismo nella propria nicchia ecologica a consentire a homo sapiens (come ad altri mammiferi superiori) di dare un senso alla propria esperienza cromatica e al carattere relazionale del colore (Fig. 5).

Fig. 5 Contingenza sensomotoria costituente l’esperienza di un colore dovuta allo scivolamento dell’immagine su diversi punti del tappeto di fotorecettori

  • 34Ivi: 249.

34La nostra capacità di discriminare verbalmente un colore dall’altro non è decisiva, sebbene in parte sul resoconto di Thompson, Varela e Palacios pesi senza dubbio lo sforzo di rendere giustizia anche alla fenomenologia ordinaria del colore, al fatto cioè che 1) strutture come quelle rintracciabili nel solido dei colori (l’explanandum di filosofia e scienza del colore) derivano dai giudizi di similarità dati in prima persona da campioni di osservatori e che 2) il colore è una proprietà attribuita generalmente agli oggetti piuttosto che al soggetto che li percepisce. Abbiamo già visto Thompson esprimersi sul primo punto. Per quanto riguarda il secondo, egli tenta di tenere assieme natura relazionale e attribuzione ordinaria del colore all’oggetto, sostenendo che di per sé la relazione non è “trasparente” al soggetto, ma lo è solo uno dei suoi termini: l’oggetto, appunto. «Supporre il contrario sarebbe come immaginare che il soggetto percipiente è essenzialmente uno spettatore disincarnato che può guardare i mezzi attraverso cui percepisce»34. A questo punto ritengo di poter concludere che l’approccio sensomotorio di Thompson, Varela, O’Regan e Noë, unito alle precisazioni di Dennett, dimostri la necessita di un’ontologia del colore relazionale ben diversa rispetto agli approcci tradizionali. La distinzione di un livello d’analisi ecologico segnala inoltre l’opportunità di uno studio del colore più comprensivo, che rifiuti i riduzionismi sia di stampo oggettivista che soggettivista.

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Note

1  Per i dettagli sulle teorie computazionali del colore esistenti (che tendenzialmente hanno inizio con la retinex theory di Land) e su ulteriori dati psicofisici e neuro-fisiologici si veda il secondo capitolo di E. Thompson 1995.

2  Hardin 1988: 67.

3  Hilbert 1987: 112.

4  Thompson, Palacios e Varela 1995: 93. Lungo il testo Thompson contrappone spesso teorie computazionali e rappresentazionali (1995: 179), equiparando le ultime alle teorie dei dati sensoriali. Tale equiparazione, e la conseguente contrapposizione, non è affatto necessaria se si considera una teoria come quella di Dretske (o anche di Jacob e Jeannerod Ways of Seeing, OUP, 2003), nella quale la rappresentazione, a differenza dei dati sensoriali, non è il vero e proprio oggetto della percezione, ma piuttosto il suo veicolo.

5  Matthen 1992: 46, simili in questo senso anche a quelle di Akins 2001.

6  Palacios 1992: 15.

7  Per una trattazione rapida dei fenomeni cromatici si può consultare Massironi (1998, cap. 4) o Palmer (1999, cap. 3). Austen Clark (1993) illustra molto dettagliatamente come la psicofisica costruisce gli spazi sensoriali attraverso la tecnica del multidimensional scaling. Bressan (2007) offre un corredo fotografico straordinario, oltre a una serie di accattivanti spiegazioni in termini evoluzionistici.

8  Thompson 1995: 124.

9  Thompson, Varela e Palacios 1992: 9.

10  Thompson 1995: 182.

11  Thompson 1995: 196. Nel suo recente libro Seeing, Doing and Knowing (2005), Matthen elabora quella che chiama “tesi della classificazione sensoriale”, la quale concorderebbe con quest’ultima osservazione di Thompson, sebbene da un punto di vista che rimane oggettivista. La nuova posizione di Matthen vuole rendere conto sia dell’argomento comparativo che delle dinamiche sensomotorie specifiche della percezione cromatica.

12  Hardin 1988: 111.

13  Clark 2000: 9.

14  In questo articolo “strutturale”, “fenomenico”, “fenomenologico” vanno intesi come sinonimi.

15  Positivo e negativo sono valori arbitrari, ciò che conta è la loro opposizione.

16  Thompson 1995: 135.

17Ivi: 208.

18Ivi: 212.

19  Thompson, Palacios e Varela 1992: 2.

20Ivi: 21.

21  Thompson e Varela 2001 parlano di tale circolarità (che dovrebbe contrastare i modelli lineari maggioritari in scienze cognitive) come di “upward and downward causation”, procedendo essa dai neuroni al comportamento e nella direzione opposta.

22  Levin e Lewontin 1985: 99.

23Ivi: 104.

24  Thompson 1995: 168.

25  Dennet 1991: 419.

26  Si veda anche l’articolo sull’adattamento cromatico di Bompas e O’Regan 2006 che corrobora l’ipotesi sensomotoria mediante diversi esperimenti nei quali l’osservatore indossa occhiali con lenti colorate in una metà di verde e nell’altra di rosso. Dopo un periodo di adattamento, solo gli osservatori ai quali è consentito di spostare lo sguardo (realizzando in tal modo nuove contingenze sensomotorie) riescono a riconoscere un dato colore come lo stesso, indipendentemente dalla metà del campo visivo nel quale esso viene presentato.

27  Thompson 1995: 242.

28Ivi: 23.

29Ivi: 243.

30Ivi: 244.

31  Clark 1997: 75.

32  Dennet 1991: 421.

33  A questo proposito, oltre al già citato lavoro di Bompas e O’Regan (2006), si può vedere l’appendice di Dell’Anna 2009. In Dell’Anna 2004 si trova invece un’articolazione del parallelo tra contingenze sensomotorie e invarianti dell’ottica ecologica gibsoniana e una sua interpretazione che trascende la fenomenologia.

34Ivi: 249.

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Indice delle illustrazioni

Titolo Fig.1 Il solido dei colori
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/docannexe/image/1792/img-1.jpg
File image/jpeg, 652k
Titolo Fig.2 Il contrasto cromatico
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/docannexe/image/1792/img-2.jpg
File image/jpeg, 472k
Titolo Fig.3 La risposta cromatica nei processi opponenti
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/docannexe/image/1792/img-3.jpg
File image/jpeg, 784k
Legenda Fig. 4 Si immagini che in un display si nascondano delle figure (croci o quadrati) distinguibili dallo sfondo solo tramite il contrasto spettrale, mentre quello luminoso resta uniforme
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/docannexe/image/1792/img-4.jpg
File image/jpeg, 504k
Legenda Fig. 5 Contingenza sensomotoria costituente l’esperienza di un colore dovuta allo scivolamento dell’immagine su diversi punti del tappeto di fotorecettori
URL http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/docannexe/image/1792/img-5.jpg
File image/jpeg, 147k
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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Alessandro Dell’Anna, «Tre modi di colorare il mondo»Rivista di estetica, 43 | 2010, 67-84.

Notizia bibliografica digitale

Alessandro Dell’Anna, «Tre modi di colorare il mondo»Rivista di estetica [Online], 43 | 2010, online dal 30 novembre 2015, consultato il 13 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1792; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1792

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