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HomeNumeri43ontologia dei coloriIntroduzione

Testo integrale

  • 1  DK 68 B 125.

1«Secondo convenzione è il colore, secondo convenzione è il dolce, secondo convenzione l’amaro, mentre veri sono gli atomi e il vuoto»1. A partire da questo frammento di Democrito, la filosofia si è contrapposta all’idea del senso comune secondo cui i colori sono proprietà degli oggetti. Lungo la storia i filosofi hanno variamente definito i colori come proprietà relazionali, proprietà secondarie, proprietà disposizionali. L’ontologia dei colori è quella linea di ricerca sviluppatasi all’interno della filosofia analitica che si è assunta il compito di precisare quale sia la vera natura dei colori. Il punto di partenza di questa disciplina è sintetizzabile con una domanda: I colori sono proprietà degli oggetti?

  • 2  Russell 1957: 7-18.
  • 3  Russell 1957: 8.

2Per dimostrare che i colori non sono proprietà intrinseche degli oggetti, Bertrand Russell ha suggerito di prestare attenzione a un esperienza abbastanza comune2. Si osservi un tavolo cercando di elencare quali proprietà possono essergli attribuite. Secondo il filosofo inglese, in un primo tempo, la descrizione del tavolo risulta piuttosto semplice: «all’occhio appare oblungo, scuro e lucido, al tatto liscio, fresco e duro; quando vi batto col dito, dà un suono di legno percosso»3. I problemi emergono in particolare quando consideriamo il colore del tavolo. Infatti, sebbene in apparenza questo appaia uniformemente marrone, un esame accurato dimostrerà che le cose stanno in maniera molto diversa. Alcune zone del tavolo appaiono più lucide di altre e, in alcune parti, il tavolo appare addirittura bianco. Una nuova complicazione è relativa al fatto che, muovendosi attorno a esso, i colori apparenti del tavolo si distribuiscono in maniera differente. Quindi, dobbiamo concludere che, occupando posizioni diverse, persone differenti non vedranno la stessa distribuzione di colori sulla superficie del tavolo. Altri fenomeni complicano ulteriormente il proposito di attribuire uno specifico colore al tavolo: proiettando luce colorata, il tavolo assumerà una colorazione ancora diversa; se fosse presente un daltonico, definirebbe il tavolo di colore grigio scuro; infine, se fossimo al buio, non vedremmo alcun colore. Alla domanda: “Di che colore è il tavolo?”, secondo Russell, negare che il tavolo abbia un colore in quanto proprietà inerente a esso è la risposta più appropriata. In conclusione, a partire dall’esame del fenomeno della variabilità del colore, dovremmo concludere che il colore attribuito a un oggetto dipende dall’oggetto, dallo spettatore e dalla luce che lo colpisce.

  • 4  Austin 1962: 29.

3È stato sostenuto che la variabilità del colore non fornisce una ragione sufficiente per modificare la nostra concezione dei colori come proprietà intrinseche degli oggetti4. Altre proprietà, come ad esempio la forma e il peso, sono soggette a fenomeni analoghi, ma continuano a essere considerate proprietà oggettive a pieno titolo. Stando a un certo punto di vista, i colori non sono proprietà intrinseche degli oggetti per una ragione diversa, vale a dire perché i colori non sono proprietà tali che possano legittimamente comparire in una descrizione oggettiva e non relativa a particolari punti di vista della realtà. Infatti, i colori non sono suscettibili di una matematizzazione né si collocano all’interno del quadro concettuale fornito dalla scienza.

  • 5  Smart 1965.
  • 6  Smart 1961: 130.

4Secondo Jack Smart5 e alcuni altri filosofi d’accordo con lui sul cosiddetto “realismo scientifico”, soltanto la scienza fornisce un criterio affidabile per distinguere proprietà autentiche da proprietà che tali non sono. Non tutti i predicati corrispondono a vere e proprie proprietà, ma soltanto quelli che compaiono nel vocabolario della fisica e occorrono nella formulazione delle leggi scientifiche. Partendo da questo criterio, si deve concludere che i colori non sono parte della realtà. Infatti, se esaminiamo i risultati della ricerca scientifica «al giorno d’oggi, sembra che le leggi fondamentali della natura siano quelle della fisica. Inoltre, le leggi della chimica sono in linea di principio spiegabili a partire dalla fisica quantistica e dai legami chimici»6. Tuttavia, all’interno di queste discipline i termini di colore non sono presenti.

  • 7  Smart 1965.
  • 8  Hardin 1988: 5.

5Smart fornisce altri argomenti a sostegno del fatto che i colori non possono essere considerati né come proprietà intrinseche degli oggetti né come proprietà relazionali dipendenti dai soggetti 7. Se consideriamo i colori proprietà degli oggetti, ci troveremo ad affrontare il problema che oggetti con lo stesso colore non hanno sempre la stessa proprietà fisica a causa della visione di quel colore. Infatti, la ricerca scientifica ha messo in evidenza che la visione di uno stesso colore può essere causata da proprietà fisiche molto diverse tra loro. Come è stato segnalato da Charles Hardin qualche anno più tardi in un contesto argomentativo vicino al progetto di Smart, le stella Sirio, il puntino fosforescente proiettato dal tubo catodico quando la televisione viene spenta, gli zaffiri e i lapislazzuli sono tutti blu, ma per ragioni molto diverse: allo scopo di fornire un esempio, si può osservare che «gli zaffiri sono blu a causa della condivisione di ioni tra il ferro e il titanio; invece i lapislazzuli sono blu per effetto della caratteristica vibrazione di energia emessa dai legami che tengono uniti i loro elementi»8. L’ipotesi secondo cui i colori sono proprietà intrinseche degli oggetti viene scartata perché dovremmo identificare i colori con proprietà disgiuntive (F o G o H… o Z) dalla natura estremamente complessa la cui esistenza sembra altamente implausibile.

6Dato che non esistono proprietà fisiche nel senso proposto sopra tali per cui sussiste una relazione uno-a-uno tra queste proprietà e i predicati di colore, si potrebbe essere tentati di classificare i colori come proprietà relazionali dipendenti dai soggetti. Tuttavia, secondo Smart, neanche questa ipotesi fornisce una valida alternativa. Immaginiamo di introdurre, accanto alle proprietà degli oggetti, questa seconda tipologia di proprietà. A questo punto il problema sarebbe quello di specificare quali siano le leggi scientifiche che spiegano perché la superficie di certi oggetti appare di un determinato colore. Per mettere in connessione le proprietà degli oggetti con queste altre proprietà di natura diversa, dovremmo introdurre speciali leggi che, secondo Smart, assomiglierebbero a pendagli nomologici in quanto nulla di analogo si trova tra le leggi scientifiche. In particolare, dal punto di vista di Smart, quello che appare veramente implausibile è che queste leggi collegherebbero fatti estremamente complessi (struttura fisica degli oggetti, vibrazioni della luce, processi fisiologici degli organi di senso e nel sistema nervoso) con un fatto estremamente semplice (il colore). Messe da parte sia l’interpretazione dei colori come proprietà degli oggetti sia la loro interpretazione come proprietà relazionali, si rende necessario intraprendere un lavoro filosofico per chiarire la nozione di colore.

  • 9  Hilbert 1987: 10-12.
  • 10  Jackson 1977: 122-127.

7Un’obiezione sollevata di frequente nei confronti di Smart muove dalla considerazione che il suo argomento si basa su una fiducia eccessiva nella scienza a un particolare stadio del suo sviluppo (le proprietà riconosciute dalla scienza di oggi non sono le stesse ammesse dalla scienza di ieri e non sappiamo quali proprietà continueranno a essere considerate accettabili dalla scienza di domani) e su un’identificazione tutt’altro che scontata delle leggi scientifiche con le leggi della fisica (ci si potrebbe infatti chiedere se per esempio la psicologia sia davvero priva di leggi scientifiche)9. Tuttavia, anche senza accettare una teoria come il realismo scientifico, per il semplice fatto di prendere in considerazione i risultati ottenuti dalle ricerche nella scienza del colore, viene comunque richiesto un lavoro filosofico sulla nozione di colore. Questo aspetto emerge esaminando l’argomento di Frank Jackson dove la riflessione sulla connessione causale tra oggetto e soggetto conduce alla conclusione che, relativamente alla descrizione della natura dei colori, è necessario scegliere tra opzioni non comprese tra le caratterizzazioni immediate del colore: infatti, i colori o sono proprietà scientifiche o non abbiamo nessuna ragione per credere che gli oggetti siano colorati10.

8Il punto di partenza del ragionamento svolto da Jackson, è rappresentato da una considerazione di carattere molto generale in base a cui le nostre esperienze percettive sono la nostra unica ragione per credere che gli oggetti sono colorati. Al fine di muoversi verso la conclusione desiderata, vengono introdotte due tesi rese molto plausibili dalla ricerca scientifica riguardante la connessione tra percezione e colore. In primo luogo, le esperienze percettive sono correlate a processi cerebrali in maniera tale che questi ultimi devono essere considerati responsabili delle prime. In secondo luogo, la scienza descrive il rapporto tra oggetti e processi cerebrali all’interno della percezione in maniera perfettibile ma ciononostante convincente. In base a questa descrizione, la luce riflessa dalla superficie degli oggetti agisce sull’occhio che successivamente stimola specifici processi all’interno del sistema nervoso centrale e del cervello. Conseguenza diretta di questa descrizione è la tesi secondo cui soltanto le proprietà degli oggetti ammesse dalla scienza sono nella condizione di causare processi cerebrali.

9Per raggiungere la conclusione dell’argomento di Jackson, è necessario aggiungere ancora una premessa. Jackson considera una verità di carattere generale per adattarla agli argomenti in discussione. Stando a questa verità generale, dobbiamo affermare che, se un fatto a non è responsabile dell’esistenza di un fatto b, allora l’esistenza del fatto b non fornisce alcuna prova per concludere l’esistenza del fatto a. Nel caso specifico, dal momento che assumiamo sia che i processi cerebrali sono in qualche modo correlati alle nostre esperienze percettive sia che i processi cerebrali sono in ultima analisi causati da proprietà scientifiche degli oggetti, la verità generale sopra enunciata deve essere trasformata nell’affermazione secondo cui le esperienze percettive non forniscono alcuna ragione per ammettere l’esistenza di proprietà non-scientifiche degli oggetti. Recuperando la prima premessa, secondo cui le esperienze percettive sono la nostra unica ragione per credere che gli oggetti sono colorati, è immediato concludere che o i colori sono proprietà scientifiche oppure non abbiamo nessuna ragione per credere che gli oggetti siano colorati. Scegliendo l’una o l’altra di queste alternative saremmo comunque costretti a imbarcarci in un lavoro filosofico per precisare la natura dei colori che, stando all’argomento di Jackson, non potrà essere quella che i colori sembrano avere quando li guardiamo.

  • 11  McGinn 1983.

10Dubbi relativi alla oggettività dei colori sono stati sollevati anche senza fare riferimento ai risultati scientifici. Colin McGinn si è posto questo obiettivo ricorrendo a strumenti tipici dell’argomentare filosofico, come l’analisi del linguaggio e gli esperimenti mentali11. Secondo McGinn, gli enunciati che attribuiscono proprietà di colore agli oggetti hanno un comportamento decisamente particolare. Per mostrare questa particolarità, si introduca la lettera Q come variabile notazionale per riferirsi a una qualunque proprietà. Si formuli, in seguito, una regola generale che metta in connessione l’apparenza che un oggetto esemplifichi una proprietà con il fatto che questa proprietà sia effettivamente esemplificata:

Se un oggetto o sembra Q, allora quell’oggetto o è Q

  • 12  McGinn 1983: 6.

11Stando alle considerazioni di McGinn, dovremmo osservare che questa regola vale per i colori, ma non vale per le forme che sono considerate il caso paradigmatico di proprietà oggettiva. Per un oggetto, essere rosso non significa altro che suscitare una certa apparenza sensibile in un osservatore, al contrario per riconoscere come quadrato un oggetto non è sufficiente che venga suscitata un’apparenza sensibile nell’osservatore: «Mentre un oggetto sembra quadrato perché è quadrato, un oggetto è rosso perché sembra rosso»12. Nel caso dei colori, secondo McGinn, tra la nozione di sembrare Q e quella di essere Q, è presente una “equivalenza logica” che non si riscontra nel caso delle proprietà oggettive. Inoltre, sempre secondo McGinn, qundo si tratta di colori, si può parlare anche di “priorità” della nozione di sembrare Q rispetto alla nozione di essere Q.

  • 13  Peacocke 1984.

12La priorità della nozione di sembrare Q rispetto a essere Q non è un fatto superficiale. Secondo McGinn, questo è evidente quando si riflette sulle implicazioni relative alla comprensione dei concetti trattando di concetti di colore e riflettendo sul fenomeno della relatività dei colori. Infatti, per afferrare il concetto di rosso è necessario sapere che cosa si prova a vedere il rosso. Non saremmo in grado di comprendere cosa vuole dire per un oggetto essere rosso se ci mancasse una conoscenza diretta della sensazione di rosso. Ricalcando la formulazione originariamente offerta da Peacocke13, si potrebbe dire che le esperienze dei colori svolgono un ruolo decisivo nella spiegazione di cosa significhi per qualcosa essere rosso. Il fenomeno della relatività agli osservatori nella percezione dei colori fornisce nuove conferme del fatto che sembrare Q è più fondamentale di essere Q nel caso delle proprietà cromatiche. A questo scopo, McGinn introduce un esperimento mentale. Si immagini l’esistenza di marziani tali che nelle stesse circostanze in cui noi vediamo il colore rosso loro vedono il colore verde. Non ha alcuna importanza che questa differenza non sia evidente a una indagine empirica come nel caso del tradizionale esperimento mentale dello spettro invertito. L’unico aspetto rilevante è il fatto che marziani e umani sappiano fare le stesse distinzioni tra colori anche se hanno esperienze cromatiche diverse. Secondo McGinn, in questa situazione, non avremmo alcun criterio per stabilire se è corretto attribuire all’oggetto la proprietà di essere verde o la proprietà di essere rosso. L’una o l’altra scelta sembrano entrambe corrette a testimonianza del fatto che non c’è nell’oggetto che possa dirimere la questione. In base ai ragionamenti di McGinn, dovremmo concludere che la particolare relazione concettuale tra essere e apparire nel caso dei colori è spiegabile rinviando a considerazioni di tipo metafisico tali per cui i colori non sono proprietà oggettive.

  • 14  Byrne e Hilbert 1997a.
  • 15  Johnston 1984; McDowell 1985; Averill 1985; Peacocke 1984.
  • 16  Si veda Byrne e Hilbert 2003.
  • 17  Thompson, Palacios e Varela 1992.
  • 18  Byrne e Hilbert 2003.

13La filosofia ha reagito ai dubbi concernenti la natura oggettiva dei colori in maniera molto variegata. Il risultato è stato la produzione di un gran numero di teorie offerte per delucidare la natura dei colori. Alex Byrne e David Hilbert hanno ricondotto questo vasto dibattito a quattro filoni principali: l’eliminativismo, il disposizionalismo, il fisicalismo e il primitivismo14. Il disposizionalismo, il fisicalismo e il primitivismo sarebbero accomunati dalla tesi secondo cui i colori sono comunque proprietà oggettive anche se caratterizzano i colori in maniera differente. Secondo il punto di vista disposizionalista, un oggetto o esemplifica la proprietà cromatica c se e solo se, in condizioni normali, l’oggetto o possiede la disposizione a causare la percezione del colore c. Questa soluzione è stata sostenuta anche da altri filosofi: si vedano per esempio, Mark Johnston, John McDowell e Edward W. Averill15. Alla soluzione disposizionalista al problema dei colori, può esserne avvicinata una diversa16: quella proposta nell’articolo scritto da Evan Thompson, Adrian Palacios e Francisco Varela17 denominato approccio ecologico18. I tre filosofi propongono una soluzione stando alla quale le proprietà cromatiche sono proprietà relazionali, dove la relazionalità di queste proprietà è interpretata a partire dalla nozione di interdipendenza tra organismo percipiente e ambiente percepito caratteristica delle teorie della percezione presentate dallo psicologo americano James Gibson.

  • 19  Si vedano Hilbert 1987; Byrne e Hilbert 1997b; Tye 2000.

14Una soluzione alternativa al disposizionalismo è il fisicalismo. In base a questa teoria, le proprietà degli oggetti corrispondenti ai colori sarebbero particolari proprietà fisiche degli oggetti. I fisicalisti, pur distinguendosi per qualche elemento di dettaglio l’uno dall’altro, sono d’accordo nell’identificare i colori con le proprietà di riflettenza delle superfici degli oggetti19. Per “proprietà di riflettenza”, si intende quella caratteristica della superficie degli oggetti di riflettere la luce che li colpisce caratterizzata da una particolare lunghezza d’onda.

  • 20  Si veda Campbell 1993.

15La terza teoria riconoscibile all’interno dell’ontologia dei colori è il primitivismo. Questa teoria si presenta come un elaborazione filosofica dell’intuizioni del senso comune in materia di ontologia dei colori. La nota caratteristica di questa tipologia di teorie è riconducibile a due tesi. In primo luogo, i colori sono proprietà degli oggetti, inoltre, in secondo luogo, la natura dei colori è tale e quale ci viene presentata dai nostri organi di senso. La strategia argomentativa principale consiste nell’addossare l’onere della prova sulle teorie alternative per mostrare in seguito come nessuna di queste sia in grado di proporre una descrizione soddisfacente dei colori20.

  • 21  Jackson 1977.
  • 22  Boghossian e Velleman 1989.
  • 23  Hardin 1993.

16Infine, la tesi centrale dell’eliminativismo è quella secondo cui i colori non sono proprietà degli oggetti e, quando attribuiamo agli oggetti proprietà cromatiche, cadiamo vittima di un’illusione attribuendo agli oggetti una proprietà che appartiene a qualcos’altro. Secondo differenti varianti dell’eliminativismo, le proprietà erroneamente attribuite agli oggetti appartengono invece a entità di tipo diverso: i sense data21, il campo visivo22, i processi cerebrali23.

17Gli articoli raccolti in questo volume si inseriscono all’interno del quadro generale delineato nelle pagine precedenti. Alcuni propongono specifici argomenti per difendere particolari versioni delle teorie identificate sopra, altri esaminano specifici casi problematici. In alcuni articoli vengono affrontate questioni cruciali come la distinzione concettuale tra oggettività e soggettività e il significato dei termini di colore così come il rapporto tra questi ultimi e i colori. Questo numero ospita, infine, sollecitazioni provenienti dalla ricerca scientifica così come quelle provenienti da tradizioni filosofiche differenti dalla filosofia analitica come ad esempio la fenomenologia.

18La cura di questo volume e la stesura dell’introduzione sono state realizzate come parte del progetto di ricerca intitolato La philosophie de l’esprit et l’ontologie des couleurs svolto nell’anno accademico 2008/2009 presso l’Université de Fribourg grazie a una borsa di studio della confederazione svizzera. Desidero ringraziare sia Martine Nida-Rümelin, supervisor del progetto, sia Gianfranco Soldati e gli altri membri del dipartimento di filosofia per quello che mi hanno insegnato durante il periodo trascorso a Fribourg. Inoltre, i miei ringraziamenti vanno a Davor Bodrozic, Antonio Cimino, Josep Corbì, Jack Darach, Esa Diaz Leon, Coralie Dorsaz, Jussi Haukioja, Juan Suarez ed Emile Thalabard per le discussioni on this and that. Uno speciale ringraziamento lo devo a Maurizio Ferraris non solo per avere accettato con entusiasmo la mia proposta di ospitare sulla Rivista di estetica un numero speciale sui colori, ma soprattutto per avere suscitato, con il suo percorso intellettuale che ho seguito come allievo da Estetica razionale a Documentalità e oltre, il mio interesse per la filosofia della percezione e l’ontologia. Ringrazio infine Tiziana Andina per la collaborazione e la pazienza e i referee anonimi per le rigorose valutazioni alla base delle scelte operate sugli articoli ricevuti dal call for papers collegato a questo numero.

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Bibliografia

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Note

1  DK 68 B 125.

2  Russell 1957: 7-18.

3  Russell 1957: 8.

4  Austin 1962: 29.

5  Smart 1965.

6  Smart 1961: 130.

7  Smart 1965.

8  Hardin 1988: 5.

9  Hilbert 1987: 10-12.

10  Jackson 1977: 122-127.

11  McGinn 1983.

12  McGinn 1983: 6.

13  Peacocke 1984.

14  Byrne e Hilbert 1997a.

15  Johnston 1984; McDowell 1985; Averill 1985; Peacocke 1984.

16  Si veda Byrne e Hilbert 2003.

17  Thompson, Palacios e Varela 1992.

18  Byrne e Hilbert 2003.

19  Si vedano Hilbert 1987; Byrne e Hilbert 1997b; Tye 2000.

20  Si veda Campbell 1993.

21  Jackson 1977.

22  Boghossian e Velleman 1989.

23  Hardin 1993.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Luca Angelone, «Introduzione»Rivista di estetica, 43 | 2010, 3-11.

Notizia bibliografica digitale

Luca Angelone, «Introduzione»Rivista di estetica [Online], 43 | 2010, online dal 30 novembre 2015, consultato il 15 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1785; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1785

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