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recensioni

Francesco Berto, L’esistenza non è logica

Roberto Ciuni
p. 197-204
Notizia bibliografica:

Francesco Berto, L’esistenza non è logica, Laterza, Roma 2010.

Testo integrale

1L’esistenza non è logica è un libro estremamente interessante e di grande qualità, e Francesco Berto ha il pregio di accostare un’esposizione sempre accessibile alla solidità teorica della sua proposta e alla padronanza dei temi che affronta. Il titolo riassume una delle idee principali del volume: l’esistenza è una proprietà, e – soprattutto – è una proprietà che non va definita in termini di una nozione logica come – per esempio – quella espressa dal quantificatore esistenziale. Nel libro, questa idea intreccia i suoi destini con le tre tesi che caratterizzano il meinongianismo: (A) Alcune cose non esistono (si pensi a Sherlock Holmes), (B) Tali cose possono avere proprietà pur non esistendo (si pensi al fatto che asseriamo veracemente che Sherlock Holmes è stato inventato da Conan Doyle), (C) Vale un Principio di Comprensione per gli oggetti (esistenti o meno, in cosa consista tale principio lo vedremo a breve).

2Lo scopo del libro è duplice. In primo luogo, Berto vuole mostrare la bontà del meinongianismo come teoria degli oggetti e soprattutto la sua superiorità rispetto alle posizioni che negano (A) e (B) – che Berto raduna sotto l’etichetta “parmenideismo”. Nel fare questo, viene allo stesso tempo difesa la prospettiva che “l’esistenza non è logica”. Ma il meinongianismo può essere teorizzato in molti modi, che – al di là della condivisione di (A), (B) e (C) – danno luogo a risultati molto diversi e si scontrano con una serie di problemi. Il secondo scopo del libro è appunto illustrare le inadeguatezze delle posizioni meinongiane più diffuse e mostrare che tali difficoltà vengono superate se adottiamo il meinongianismo modale, una teoria che è stata recentemente introdotta dallo stesso Berto e che costituisce il contributo teorico più importante del volume. In breve, il meinongianismo modale sostiene che gli inesistenti non hanno letteralmente le proprietà che noi gli attribuiamo – le hanno modalmente –, e che per ogni condizione a(x) con x libera, qualche oggetto (esistente o meno) è tale che soddisfa a(x) in qualche mondo, possibile o impossibile che sia – come vedremo, questa è una mossa chiave nell’economia della proposta di Berto. Questi due punti vengono sviluppati pienamente nel libro, e sono la fonte del successo di Berto nell’evitare i problemi delle altre teorie meinongiane. In quello che segue riassumerò brevemente le tre parti del libro, mostrando quali siano i pregi principali. Poi farò qualche commento su quello che mi sembra un punto debole della proposta di Berto, per chiudere con qualche breve considerazione.

3La prima parte del libro (pagg. 5-70) introduce il parmenideismo, e ne presenta i problemi, la seconda parte (pagg. 73-183) introduce il meinongianismo nella sua forma più basilare (meinongianismo ingenuo) e in due versioni più raffinate, il meinongianismo nucleare e il meinongianismo della doppia copula. Il primo va incontro a problemi fatali, che le seconde cercano di disinnescare, con parziale successo e a pena di altri problemi che le rendono difficilmente accettabili. Dopo una presentazione del nocciolo concettuale del meinongianismo modale, la terza parte (pagg. 187-264) presenta la sua semantica formale, il modo in cui i problemi degli altri approcci vengono superati, e anche i problemi che la teoria di Berto deve fronteggiare.

4Il parmenideismo è la prospettiva che sostiene che (U) L’esistenza non è una proprietà – o almeno una proprietà in qualche senso genuina – ma la nozione logica espressa dal quantificatore esistenziale (pagg. 29-32), (V) Tutto esiste (pagg. 42-45), (Z) Solo gli esistenti hanno proprietà (pag. 47). Il numero di filosofi che ha sposato (U) o sue varianti è molto elevato, ed elevatissimo è il numero di filosofi analitici che ha sposato (U)-(Z), come Berto nota correttamente. L’affermazione apparentemente bizzarra che tutto esiste acquista un senso se viene letta come “i nostri quantificatori assumono soltanto oggetti esistenti come possibili valori”, il che è perfettamente legittimo se si accetta (U). Questa lettura in termini di quantificazione non è altro che l’applicazione attualista del motto quineano “Essere è essere il valore di una variabile” (pagg. 42-45), che lo stesso Quine leggeva del resto in modo attualista. Il parmenideo aggiunge poi un altro principio, il “Principio di Parmenide” (pag. 10): (PP) Non è possibile riferirsi a qualcosa che non esiste. Berto riassume con grande chiarezza i problemi del parmenideismo, che spaziano dai contesti intenzionali, agli enunciati di esistenza, alle parafrasi di enunciati problematici per il parmenideo. Per esempio, se nessun inesistente può avere proprietà nel mondo attuale, “Sherlock Holmes (SH) è ammirato da molti lettori esistenti” dovrebbe essere falsa, contrariamente a solide apparenze. Il parmenideo può ricorrere a strategie di parafrasi per sfuggire a questo problema, ma nessuna di esse si dimostra soddisfacente, come nota Berto. Di conseguenza, il parmenideo sembra cadere sul terreno dei contesti intenzionali in cui sono coinvolti (pensati, desiderati, odiati, amati) oggetti inesistenti (pagg. 67-69). Altre strategie della parafrasi sono adottate dal parmenideo per dare conto della verità di “SH non esiste” (pagg. 53-66): l’enunciato non pone problemi quantificazionali – dato che è esprimibile come “Nessun oggetto (esistente) è identico a SH” – ma contiene un riferimento a un inesistente, il che sembra violare (PP). Anche la strategia di Russell e Quine (pagg. 33-42), che consiste nel considerare i nomi come descrizioni definite, non riesce a dare esiti davvero soddisfacenti: Berto ne riassume egregiamente i problemi relativi al trattamento dei nomi (pp. 58-61). La strategia fregeana – “SH non esiste” non sarebbe altro che “Il concetto di ‘SH’ non ha istanze” – non sembra avere miglior sorte, visto che il concetto di ‘SH’ sembra presupporre l’identità di SH, perché SH è l’unico oggetto che, esistendo, istanzierebbe quel dato concetto (pagg. 54-56). Infine, lo stesso (PP) sembra autorefutarsi, dato che per negare che ci possiamo riferire al non esistente, dobbiamo in qualche modo riferirci a esso (pagg. 52-53). Le critiche riassunte da Berto sembrano estremamente convincenti, e riaccendono l’interesse per posizioni alternative al parmenideismo. Una di esse è appunto il meinongianismo.

5Tale posizione si pone in aperto contrasto con il parmenideismo. Si basa infatti sui seguenti principi: (E1) L’esistenza è una proprietà che non va definita – in particolare, non va definita nei termini del quantificatore esistenziale attualista; (E2) Qualcosa non esiste; (I) L’avere proprietà è indipendente dall’esistere; (PC) Data qualsiasi condizione a(x) con x libera – presa fra tutte le possibili condizioni o in un range ristretto di condizioni –, c’è un oggetto che la soddisfa in qualche modo. (PC) è un Principio di Comprensione, il tipo di principio menzionato in apertura della recensione. Tutte le versioni del meinongianismo concordano grossomodo su (E1)-(I). Il principio su cui si differenziano, invece, è proprio (PC). Il meinongianismo ingenuo (MI), che riflette le posizioni del ‘fondatore’ Alexius Meinong, accetta (E1) e (E2) e una versione forte di (I), ovvero: (II) Tutte le proprietà sono indipendenti dall’esistenza, tranne l’esistenza stessa. Soprattutto, MI propone il principio di comprensione ingenuo: (PCI) Per ogni condizione a(x) con x libera, un qualche oggetto soddisfa esattamente a(x). In altre parole, per ogni condizione a senza restrizione sul range delle condizioni, almeno un oggetto, esistente o meno, ha nel mondo attuale a e nessun’altra condizione. In generale, le condizioni a cui fa riferimento (PC) sono proprietà complesse di natura descrittiva. MI è perfettamente compatibile con il fatto che oggetti inesistenti abbiano proprietà, e non ha problemi di sorta con gli enunciati di inesistenza. Tuttavia MI incontra problemi fatali. Ne elencherò alcuni: 1) a potrebbe includere anche “essere circolare e non circolare”. Saranno così attualmente soddisfatte condizioni inconsistenti come “essere il cerchio non circolare” o “essere un cerchio non circolare” (pagg. 122-125). Si noti che il problema divide i meinongiani: alcuni non sono disposti ad accettare la soddisfacibilità delle contraddizioni in nessun modo, altri sono invece disposti ad ammetterla. 2) Lo stesso per “esistere”. L’esistenza verrà quindi trivializzata (pagg. 125-128): esisterà infatti un oggetto che soddisfa tutte le caratteristiche di SH e – in più – esiste. Ma non sembra che esista tale oggetto. 3) L’avverbio “esattamente” pone vincoli indesiderati. Un oggetto che soddisfa a(x) soddisfa anche le conseguenze logiche di a(x), come anche le conseguenze che derivano dall’adozione di postulati di significato. Tuttavia esse possono non essere incluse in a(x). Per esempio, se SH ha un cappello marrone, allora ha un capello colorato. Ma magari questa proprietà è assente dalla condizione che SH soddisfa (“problema delle proprietà aggiuntive”, pp. 128-130). 4) MI dà luogo a una concezione dell’esistenza parecchio evanescente: non esiste attualmente nessuna “montagna d’oro”, ma almeno un oggetto soddisfa tale descrizione e quindi è una montagna d’oro. Il problema è che essere un oggetto fisico sembra implicare l’avere un’estensione spaziale di un qualche tipo, e questo sembra implicare l’esistenza (pagg. 131-132). Con (II), il meinongiano ingenuo ferma quest’inferenza, ma proprio per questo perde anche ogni plausibilità nel caratterizzare l’esistenza: ragionevolmente, certe condizioni implicano l’esistenza, se attualmente soddisfatte. Infine, 5) MI non riesce a distinguere fra le proprietà intra-finzionali di SH (“vive in Baker Street 221B”), e le proprietà extrafinzionali (“è amato da molti lettori”), visto che per (PCI) a(x) deve essere attualmente soddisfatta. Questo è un problema, perché ovviamente gli oggetti (puramente) finzionali – per esempio la maggior parte dei personaggi di opere letterarie – hanno attualmente le loro proprietà extrafinzionali, quasi sempre quelle che li pongono in relazione con oggetti esistenti, ma non hanno attualmente le loro proprietà intra-finzionali, cioè quelle che li caratterizzano in una data opera di finzione. Il meinongianismo nucleare (MN, pagg. 138-153) – i cui maggiori esponenti sono Terence Parsons e Richard Routley – cerca di fornire una teoria che eviti i suddetti problemi. Accetta (E1), (E2) e (II), e propone: (PCN) Per ogni condizione nucleare a(x) con x libera, un qualche oggetto soddisfa a(x). Le proprietà “nucleari” sarebbero quelle costitutive di un oggetto. “Esistere” non è un predicato nucleare, e un predicato e il suo complemento non possono essere entrambi nucleari (pag. 140). Quindi 1-2 scompaiono (pagg. 140-141) e 3 non si pone, perché (PCN) non richiede che x soddisfi esattamente a(x). Tuttavia 4 e 5 restano, per gli stessi motivi per cui si pongono in MI. Non sfugge a pesanti critiche neanche la proposta di Edward Zalta, il cosiddetto meinongianismo della doppia copula (MDC, pagg. 153-165), che distingue fra due modi di “avere una proprietà P ”: esemplificare P – che è quello standard – e codificare P – che è quello proprio degli oggetti non spazio-temporalmente locati o “astratti”. In base a questa distinzione, viene proposto: (PCDC) Per ogni condizione a(x) con x libera, un qualche oggetto astratto codifica a(x). MDC non pone quindi restrizioni alle condizioni, ma differenzia i modi in cui un oggetto può avere P, e assume che, se un oggetto astratto codifica qualche proprietà, è inesistente. (I) va a sua volta riformulato in termini di codifica. (PCDC) supera 1-5 perché le proprietà inconsistenti, l’esistenza, proprietà che implicano l’esistenza e proprietà intra-finzionali non vengono esemplificate, ma codificate (pagg. 155-160). Il grosso problema è che la distinzione su cui si fonda MDC sembra totalmente ad hoc, e la teoria non è in grado di fornire un criterio solido per dire in che casi P è codificata e in che casi è esemplificata (pagg. 161-165) – un problema che affligge anche la distinzione nucleare/non-nucleare in MN. Quali sono le fonti concettuali di questo problema? Nel caso di MI e MN, l’assunzione di versioni troppo forti di (I) – fonte dei problemi 4-5 e l’idea che a(x) debba essere attualmente soddisfatta. Nel caso di MDC, la natura ad hoc delle distinzioni che introduce. Berto parte proprio da questi punti, e grazie a ciò il meinongianismo modale (MM, pp. 165-183) da lui elaborato sfugge a 1-5 e ha un bagaglio teorico che non può davvero essere considerato ad hoc.

6MM spezza l’idea che tutte le proprietà siano indipendenti dall’esistenza. Accetta infatti che “essere una montagna d’oro” o “vivere in Baker Street 221B” implicano l’esistenza. Così facendo, supera anche alcune carenze intuitive di MI e MN. Il principio (I) diventa così: (IM). Alcune proprietà implicano l’esistenza, e altre non la implicano. Inoltre, MM prende atto del fatto che alcuni inesistenti hanno certe proprietà non attualmente, ma modalmente, ovvero in un mondo diverso dal nostro. Una volta che si assumono queste idee, (PC) diventa il principio di comprensione qualificato: (PCQ) Per ogni condizione a(x) con x libera, un qualche oggetto soddisfa a(x) in qualche mondo (pagg. 171 e 204-205). Perché “in qualche mondo” e non “in qualche mondo possibile”? Perché MM non pone restrizioni al range delle condizioni, che quindi includeranno condizioni inconsistenti. Esse, tuttavia, non si danno nel mondo attuale, né in nessun altro mondo possibile, dove ovviamente le inconsistenze sono false. Le contraddizioni sono però concepibili, sostiene Berto (pagg. 174 e 204). L’importanza della concepibilità in MM è evidente: il nostro rapporto con gli inesistenti è principalmente immaginativo: noi concepiamo, immaginiamo che gli oggetti inesistenti abbiano alcune proprietà, che non hanno attualmente. Ma ci capita anche di concepire cose inconsistenti o impossibili (che un dato teorema matematico sia falso, per esempio). La concepibilità sembra quindi avere bisogno di mondi impossibili per essere rappresentata in MM. Se si accetta questo presupposto, “mondo impossibile” diventa il concetto chiave per non porre restrizioni sulle condizioni e per non avere contraddizioni che siano attualmente soddisfatte.

7Idealmente, queste considerazioni danno l’impronta alla terza parte del libro che introduce la semantica formale di MM (pagg. 187-206), espone i pregi della proposta di Berto e i problemi ancora aperti. Dell’apparato formale introdotto da Berto, riassumiamo qui la parte legata alla nozione di “mondo impossibile”. La semantica di MM ricorre a un duplice apparato di mondi impossibili, ovvero di entità che rappresentano come le cose non potrebbero andare. La necessità di ricorrere a tali mondi per darci una rappresentazione di ciò che è impossibile è stata sostenuta da molti, fra i quali Greg Restall, e sta trovando crescente consenso nella comunità scientifica. MM sfrutta due diversi apparati di mondi impossibili: i mondi che io chiamerò à la Priest e i mondi à la Rantala. I primi sono mondi in cui vale una logica diversa da quella dei mondi possibili (solitamente la logica classica). Nella sua generalità, l’idea è riconducibile a Graham Priest (pag. 203). Nel suo volume, Berto opta per una logica in cui un condizionale rilevantista affianca congiunzione e disgiunzione classici (per aggirare i paradossi dell’implicazione materiale), ma crediamo che anche altre scelte siano in linea di principio possibili (per esempio le trivalenti LP e RM3). Cosa importante, i mondi à la Priest sono definiti in modo da soddisfare la logica prescelta. I mondi à la Rantala sono stati introdotti da Veikko Rantala per rendere adeguatamente alcune caratteristiche dei contesti epistemici, ma la loro applicazione può andare al di là di questi ultimi. Un mondo alla Rantala è un mondo in cui la funzione di valutazione funziona in maniera non ricorsiva e considera ogni formula come una formula atomica. Così possiamo avere che in un qualche mondo à la Rantala la congiunzione φ ⋀ ψ è vera e i suoi congiunti sono falsi – o viceversa. E possiamo avere φ ⋀ ℜ φ, perché se ogni formula viene trattata come atomica, le assegnazioni di valore saranno totalmente arbitrarie e non conformi a nessuna logica. Perché MM ricorre a questi mondi così “anarchici” – come li chiama lo stesso Berto (pagg. 197)? Perché MM non vuole porre vincoli di sorta alla concepibilità: essa può includere, per Berto, le cose più assurde o illogiche. E se si accetta questo, la struttura logica imposta dai mondi à la Priest è parecchio vincolante. Ecco il perché di due tipi di mondi impossibili – la cui “convivenza” mostra che le divergenze sulla definizione di mondo impossibile (pagg. 203) possono essere superate grazie un atteggiamento pluralista. Una volta introdotto tale apparato, è possibile introdurre l’operatore di concepibilità ℜ ℜ, che – dato un mondo m-, quantifica esistenzialmente su mondi possibili, impossibili à la Priest e impossibili à la Rantala. Grazie a tale operatore, (PCQ) può ricevere la resa formale che vedremo sotto. Va tuttavia notato che l’operatore © introdotto da Berto a pag. 201 è da lui chiamato “operatore di concepibilità”, ma andrebbe forse chiamato “operatore di necessità concettuale”. Fra l’altro, dal punto di vista formale sarebbe ℜ ℜ a giocare un ruolo in (PCQ), non ©. Berto lo sa bene, ma la combinazione fra esposizione formale e informale ha forse reso poco trasparente questo punto.

8Andiamo ora ai pregi di MM. (PCQ) evita facilmente 1-2 (pagg. 208-209): le contraddizioni e l’esistenza possono essere incluse in α(x), ma questo implica solo che vadano soddisfatte in qualche mondo, non per forza in quello attuale. 3 è evitato per la stessa ragione di MN. Inoltre, MM gestisce caratterizzazioni del tipo “ha P e nessun’altra proprietà” come MN non può fare, proprio grazie ai mondi alla Rantala, in cui le conseguenze logiche legate all’avere P possono saltare. (IM) aiuta a evitare brillantemente 4: insieme a (PCQ), ci dice che c’è un oggetto x che in qualche mondo è una montagna d’oro, il che non implica che x sia attualmente tale oggetto, e che quindi debba esistere. Al tempo stesso, SH è attualmente amato da molti lettori – il che non ne implica l’esistenza. Questo è un punto molto importante: (PCQ) non implica che gli oggetti inesistenti non soddisfino attualmente alcuna proprietà: un oggetto che non esiste può avere alcune proprietà in questo mondo senza che (PCQ) venga violato. Non sono però necessariamente queste a essere rilevanti in (PCQ). Inoltre, MM può dar luogo a una concezione dell’esistenza meno evanescente di MI e MN, visto che ammette che alcune proprietà implicano l’esistenza, e che quindi l’inesistenza comporti il non avere tali proprietà. L’oggetto che viene qualificato come “montagna d’oro”, di conseguenza, non solo non esiste, ma non soddisfa attualmente la condizione “x è una montagna d’oro”: lo stiamo semplicemente concependo in tal modo. Questo è importantissimo per mostrare come MM ci fornisca una distinzione adeguata fra le proprietà che gli oggetti finzionali hanno intra-fiction ed extra-fiction (pagg. 218-221). Viene anche spiegato come ℜ ℜ si comporta nei contesti de dicto e de re (pagg. 220). Berto mostra poi come la sua posizione si differenzi da altre posizioni – platonismo, astrazionismo ecc. – su cui alcuni vorrebbero appiattire il meinongianismo (pagg. 228-234). Le pagine finali del libro presentano poi alcuni problemi, come quello di fornire una definizione degli oggetti astratti (pagg. 240-243), il cosiddetto ‘problema della selezione’ (pagg. 243-251), l’eventuale impossibilità degli oggetti finzionali. Berto delinea poi delle risposte, ma – come ammette lui stesso – sono necessari maggiori sviluppi per testarne la solidità.

9Esporrò adesso quello che mi sembra un punto debole di MM. Per fare questo sarà necessario un po’ di notazione logica. Λ sarà il quantificatore meinongiano universale – ovvero tale che Λxα(x) è vera se solo se tutti gli oggetti, esistenti o meno, soddisfano α(x) – Σ sarà il quantificatore meinongiano esistenziale, c la proprietà “essere circolare”, E la proprietà di esistere, ℜ “non”, ⋀ “e”. ◇ sarà “è possibile”, □ “è necessario”, ℜ ℜ sarà “è concepibile”. ◇ e □ funzionano come quantificatori su mondi possibili, ℜ ℜ come quantificatore su mondi possibili o impossibili. Formalmente, possiamo dire che (PCQ) assume che Σx(◇α(x) ⋁ ℜ ℜ α(x)), cioè che ogni condizione qualsivoglia α(x) (con x libero) è possibilmente o concepibilmente soddisfatta da un individuo.

10Ora, in MM, “gli oggetti non sono intrinsecamente inconsistenti, perché consistenza e inconsistenza sono scaricate sui mondi. Posso raccontare una storia in cui io sono un oggetto inconsistente” (p. 208). Quindi, in linea di principio tutti gli oggetti inconsistenti sono soltanto oggetti che verificano falsità logiche in qualche mondo impossibile, ma che magari esistono anche nei mondi possibili, dove si comportano però da oggetti consistenti. Consistenza e inconsistenza sono caratteristiche intrinseche delle caratterizzazioni che gli individui “si trovano a supportare”, non degli individui stessi. Intuitivamente, però, c’è una distinzione fra individui come me o voi, e forse anche Sherlock Holmes – a cui “capita di esser presi per inconsistenti” – e individui che sembrano, per così dire – “esistere solo se inconsistenti”, come per esempio un oggetto che è un cerchio non circolare. O almeno, c’è se abbiamo idee essenzialiste sul cerchio non circolare. Infatti, se un individuo è un cerchio – e quindi un dato oggetto matematico – lo è per essentiam, e se un oggetto matematico è non circolare, lo è per essentiam. Inoltre, per un essenzialista un oggetto matematico è essenzialmente matematico, e un cerchio è essenzialmente circolare. MM si può adattare a questa esigenza essenzialista rinunciando all’Assioma di Possibilità (ΛxE(x)). A quel punto, avremo che in MM tutti gli oggetti che soddisfano □ℜE(x) sono oggetti intrinsecamente inconsistenti, che esistono quindi solo in mondi impossibili, mentre quelli che soddisfano ◇E(x) sono oggetti consistenti, a cui magari capita di essere rappresentati come inconsistenti. L’essenzialista può non accontentarsi di questo, però. In MM infatti, abbiamo due tipi di mondi: quelli che rappresentano le nostre immaginazioni – anche le più assurde, e quelli che rappresentano un modo “logicamente regimentato” di “essere impossibile”. È in questo tipo di mondi – direbbe l’essenzialista – che possiamo sperare di definire una logica dell’essenza degli oggetti impossibili. Tuttavia MM non è in grado di distinguere le proprietà inconsistenti o impossibili che sono dovute all’essenza di a, da quelle dovute a ciò che noi immaginiamo di a. Un esempio ci farà capire l’importanza di questa distinzione. In quel che segue, si deve tenere presente che nei mondi à la Priest l’inconsistenza è paraconsistente, e quindi possiamo avere c(a) ⋁ ℜc(a) senza per questo avere ogni contraddizione. Ora, supponiamo che sia essenziale al singoletto di a che se esso esiste, allora esiste a. Possiamo renderlo dicendo che in ogni mondo à la Priest in cui esiste {a} – un singoletto impossibile –, anche a esiste. Infatti, se noi riteniamo che quel nesso è essenziale ad {a}, vorremo che le proprietà inconsistenti di {a} non spezzino questa sua caratteristica. Il problema è che MM non può rappresentare nel suo linguaggio il fatto che il suddetto nesso è essenziale. Infatti, il linguaggio di MM è privo di operatori che quantifichino sui mondi à la Priest. Inoltre, i mondi à la Rantala complicano le cose: ci può sempre essere un mondo del genere che renda vera ℜ ℜ (E({a}) ⋁ ℜ E(a)), visto che in tali mondi “tutto è lecito”. Di conseguenza, la verità di “è essenziale ad {a} che se esso esiste, allora esiste a” potrebbe non arrivare mai alla “superficie linguistica” di MM, per così dire.

11Questo non compromette in ogni caso l’importanza e l’alto livello di questo volume. Con le mosse che lo hanno portato a MM, Berto non è riuscito solamente a proporre una teoria meinongiana solida ed esente dai tradizionali problemi. È riuscito anche a fornire una buona cornice teorica per il discorso finzionale e per il trattamento delle condizioni inconsistenti, articolandola in modo che abbia molto da dire su una varietà di problemi filosofici. Sono successi non trascurabili. L’importanza di questi argomenti nella filosofia analitica contemporanea e la solidità di MM assicurano al libro una grande rilevanza. Data la chiarezza espositiva e il rigore teorico che dispiega, il libro è di interesse sia per coloro che cominciano a dedicarsi al discorso finzionale, agli oggetti impossibili, e alla metafisica in generale, nonché a coloro che hanno già buona familiarità con questi temi.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Roberto Ciuni, «Francesco Berto, L’esistenza non è logica»Rivista di estetica, 45 | 2010, 197-204.

Notizia bibliografica digitale

Roberto Ciuni, «Francesco Berto, L’esistenza non è logica»Rivista di estetica [Online], 45 | 2010, online dal 30 novembre 2015, consultato il 20 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1770; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1770

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