Navigazione – Mappa del sito

HomeNumeri45il paradosso del testimoneGli scomparsi

il paradosso del testimone

Gli scomparsi

Paolo Alessandro Mattiello
p. 167-189

Abstract

How is it possible, for those who were not “under that sky of blood”, to speak about the Shoah without outraging again, even involuntarily, millions of victims?
What are we speaking of, when we mention the Shoah? Starting from these two questions, the paper approaches Treblinka, the biggest factory of “pure” death set up by the Aktion Reinhard, with the purpose of understanding, through the words of Yitzhak Arad, a survivor who became a historian, and those of other witnesses, dead or alive, interviewed by Claude Lanzmann, the reality of the concentration camps.

Torna su

Testo integrale

  • 1  Katzenelson 1966: 10-11.

Vedi, vedi: sono là, tutti, mi circondano da lontano e da vicino
E tutti – un fremito terribile percorre e scuote tutto il mio essere –
Tutti mi fissano con gli occhi di Bension e Yamele, i miei bambini,
Mi fissano con gli occhi tristi e desolati della mia compagna…
Con i grandi occhi azzurri di Berl, mio fratello, – sì!
Donde viene loro questo sguardo? Ma eccolo, lui stesso!
Cerca i suoi bambini e non sa che sono là,
Là, tra milioni d’altri. Io non posso dirgli niente…
Itzhak Katzenelson1

  • 2 Hilberg, in Lanzmann 1987: 86.

Non ho iniziato con le grandi domande,
perché temevo delle magre risposte.
Raul Hilberg2

  • 3  Czech 2005: 656.

1Nell’ottobre del 1943, Itzhak Katzenelson, poeta e drammaturgo di lingua yiddish, aveva cinquantotto anni. La moglie e i due figli più piccoli erano già stati gassati a Treblinka nell’agosto del 1942, ma lui e Tzvi, il primogenito, erano sopravvissuti alle grandi deportazioni dell’estate ed erano rimasti all’interno del ghetto. Nel marzo 1943, a insurrezione iniziata, il poeta e il figlio diciottenne, grazie all’aiuto dei resistenti ebrei, riuscirono a passare nella parte “ariana” di Varsavia, muniti di falsi visti per l’Honduras. Il 22 maggio 1943, quando ciò che rimaneva del ghetto era già stato raso al suolo dalle truppe di Waffen SS e di ausiliari ucraini del SS Brigadeführer Jürgen Stroop, i due vennero presi dai tedeschi e trasferiti con un gruppo di ebrei di Varsavia nel campo di transito francese di Vittel, stazione termale della Lorena, in vista di un ipotetico scambio di prigionieri con detenuti civili tedeschi. Un anno di proroga, poi un altro trasferimento a Drancy, e da lì ancora un trasporto, l’ultimo, il settantaduesimo RHSA dalla Francia3, di nuovo verso la Polonia, ad Auschwitz, dove padre e figlio vennero immediatamente inviati alla camera a gas, nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio 1944.

  • 4  In Italia esistono tre edizioni del Canto: quella del 1966, curata e tradotta dalla stessa Miriam (...)
  • 5  Saletti 1999: 73-74.
  • 6Ivi 37.

2Fra l’ottobre 1943 e il gennaio 1944, Itzhak Katzenelson aveva composto i quindici canti di quindici strofe ciascuno che costituiscono “Dos Lid fun oisgehergetn yiddishn folk”, Il canto del popolo ebreo massacrato4. Il testo era stato nascosto in tre bottiglie interrate sotto le radici di un albero da Miriam Novitch, anch’essa internata a Vittel, che le dissotterrò subito dopo la liberazione del campo, il 13 settembre 1944. Nello stesso momento in Polonia, a Birkenau, nell’“epicentro della catastrofe”, anche alcuni membri del Sonderkommando sotterravano bottiglie, borracce, recipienti di vetro. Nei pressi del Crematorio III, Salmen Gradowski, preoccupato del fatto che «di recente hanno incominciato a far sparire le tracce e ovunque fossero in quantità le ceneri, hanno dato l’ordine di macinarle fini fini e di gettarle nella Vistola per abbandonarle alla corrente», il 6 settembre 1944 scrive al “caro scopritore”: «Cerca dappertutto, in ogni centimetro di terra […] qui sotto ci sono sepolti una decina di documenti […] vi è sepolta anche una gran quantità di denti. Noi li abbiamo sparsi apposta sul terreno, quanti più abbiamo potuto, perché il mondo potesse trovare le tracce concrete dei milioni di uomini ammazzati. Anche noi abbiamo perduto la speranza di sopravvivere fino al momento della liberazione»5. Fra i manoscritti ritrovati, in una borraccia di alluminio tedesca chiusa da un tappo di metallo, il suo taccuino, con il racconto del viaggio, della selezione, dell’assegnazione al Sonderkommando, e una dedica: «In memoria della mia famiglia, bruciata viva a Birkenau: mia moglie Sonia, mia madre Sara, mia sorella Ester-Rachele, mia sorella Liba, mio suocero Rafael, mio cognato Wolf»6.

3La prima edizione di Dos Lid uscì a Parigi, nell’originale yiddish, nel 1945, subito dopo la fine della guerra. A detta di Primo Levi, che più di vent’anni dopo scrisse la prefazione alla prima edizione italiana, il Canto

  • 7  Levi, in Katzenelson 1966: 5.

è la voce di un morituro, uno fra centinaia di migliaia di morituri, atrocemente consapevole del suo destino singolo e del destino del suo popolo. Non del destino lontano, ma di quello imminente: Katzenelson scrive e canta nel mezzo della strage, la morte tedesca si aggira intorno a lui, ha già compiuto il massacro più che a metà ma la misura non è ancora colma, non c’è tregua, non c’è respiro: sta per colpire ancora e ancora, fino all’ultimo vecchio e all’ultimo bambino, fino alla fine di tutto7.

4Levi è qui ancora lontano dalle riflessioni sui “veri testimoni” che sembrano assalirlo “a un’ora incerta”, verso la fine della vita, ma indica già l’assoluta unicità di un’opera concepita nell’imminenza, nella prossimità della morte e alla morte, e non a una morte qualsiasi, ma a una morte “tedesca”. Come si può scrivere, mentre la morte ti «si aggira intorno»? Come si può comporre un canto non dopo, ma dentro la Shoah? Katzenelson ci dice subito che può cantare solo in presenza degli scomparsi, evocandoli, richiamandoli in vita nella poesia, prima di scomparire a sua volta, quasi la parola, per essere, non potesse avere altra modalità espressiva del grido:

Come cantare ora che il mondo è vuoto?
Come suonare con queste mani legate? Dove sono i miei morti?
Io cerco i miei morti massacrati, oh Dio! in ogni mucchio di immondizie,
In ogni cumulo di cenere. Dimmi, dove sono?

Oh gridate, da ogni lembo di sabbia, gridate, da sotto ogni pietra!
Gridate da ogni ventata di polvere, da ogni fiamma, da ogni fumo che sale,
Fate udire la voce del vostro sangue, del midollo delle vostre ossa,
Della vostra carne e del vostro respiro. Gridate, gridate forte.

Gridate dalle viscere delle belve che abitano le foreste, da quelle dei pesci nell’acqua!
Essi si sono nutriti di voi. Gridate dai forni di calce viva.
Voglio udire il vostro grido, la vostra voce, i vostri singhiozzi.
Grida, Popolo ebreo massacrato, grida forte.
[…]

Oh mostrati, mio Popolo. Tendete le mani
Dalle fosse lunghe e profonde dove allineati riga sopra riga
Vi si ammucchiava, coperti e bruciati dalla calce.
Alzatevi, uscite dall’ultimo, dal più profondo strato.

Venite tutti, da Treblinka, da Sobibor, da Auschwitz,
da Belzec, venite da Ponary, e da tanti luoghi ancora,
Venite con i vostri occhi scoppiati, e un grido pietrificato nel petto dei vostri muti singhiozzi.
Sorgete dalle paludi, voi, affogati nel fango, imputriditi nel muschio, venite!

Venite, voi mummificati, calpestati, levatevi in piedi,
Allineatevi intorno a me,
Voi, nonni e nonne e giovani madri con i bambini in collo,
Venite, ossa e carne di Ebrei ridotti in polvere e in sapone…

  • 8  Katzenelson 1966: 14.

Venite, che io vi guardi, tutti, tutti.
Io voglio contemplarvi, io voglio
Gettare un ultimo sguardo sul mio Popolo massacrato
E voglio cantare. Datemi l’arpa. Ecco, io suono8.

  • 9  Purtroppo il libro, che Raul Hilberg ha definito «l’autentico, esaustivo, definitivo resoconto sui (...)

5Molti anni più tardi, Yitzhak Rudnicki Arad, ebreo lituano fuggito dal ghetto di Vilnius, scampato al massacro unendosi ai partigiani nelle foreste, emigrato dopo la guerra in Israele, direttore dello Yad Vashem dal 1972 al 1993, ha provato a ricostruire la storia del campo di sterminio in cui, fra gli altri, erano stati assassinati i suoi genitori, Chaya e Ysroel Moshe Rudnitcki. Belzec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhard Death Camps è un’opera scritta nella lingua del rigore: ancora oggi, a più di vent’anni dalla prima edizione del 1987, è lo studio principale esistente sui campi di sterminio dell’Aktion Reinhard, l’unico interamente dedicato alle fabbriche della morte “pure”9.

  • 10  Arad 1999: VII.

Dai preparativi per la costruzione, alla fine del 1941, sino alla totale distruzione nell’autunno 1943 […] il libro racconta la storia delle centinaia di migliaia di vittime che vennero trasportate nei campi per essere sterminate – nonostante la loro permanenza all’interno dei campi non durasse di norma più di qualche ora – dall’istante in cui venivano scaricate sulla banchina ferroviaria a quello in cui i loro cadaveri venivano rimossi dalle camere a gas, seppelliti in fosse comuni e, più tardi, cremati10.

  • 11  Sereny 1975: 18.
  • 12Ivi: 495.
  • 13  Cfr. Sereny 1995.
  • 14  Höss 1960: 171-190.

6Anche Gitta Sereny, alcuni anni prima, aveva tentato di farsi largo “in quelle tenebre”, come recita il titolo del suo libro, attraverso la storia di Franz Stangl, lo specialista del “programma eutanasia” o T4 – sovrintendente di polizia al Castello di Hartheim dove, dal novembre 1940 al febbraio 1942, venivano assassinati con il gas malati psichici e portatori di handicap – divenuto in seguito comandante di Sobibor (da marzo a settembre del 1942) e di Treblinka (dal settembre 1942 all’agosto 1943). Ma con un altro sguardo. Nelle settanta ore di conversazione – in tedesco – e nelle cinquecento pagine che ne trasse, la scrittrice aveva cercato, «con atteggiamento per quanto possibile equanime e spregiudicato», di «penetrare la personalità di un uomo che era stato così profondamente coinvolto nel male più totale che la nostra epoca abbia prodotto»11, sino a far emergere una “verità” esiziale nella coscienza del carnefice: «Non si era suicidato. Era malato di cuore, e sarebbe morto presto comunque. Ma io credo sia morto perché alla fine, sia pure per un momento, s’era messo di fronte a se stesso e aveva detto la verità»12. Stangl, che all’epoca degli incontri con Sereny era già stato condannato all’ergastolo ma era in attesa della sentenza di appello, nel ripercorrere le diverse tappe della sua “carriera” sembra ingaggiare con l’autrice una sorta di partita a scacchi, che si dipana nel corso delle diverse conversazioni. Mentre ripercorre la sua vita, riesce per lo più a mantenere un tono controllato, neutro, “oggettivo”. Al pari di Eichmann, ma in modo meno prolisso – e dall’interno del carcere di Düsseldorf, non di quello di Gerusalemme – l’ex Kommandant esibisce una chiara consapevolezza del ruolo pubblico e storico che ha ricoperto, e quindi del peso che assumerà la rielaborazione dei suoi ricordi, dettagliati o reticenti, a seconda degli eventi narrati. Una consapevolezza e una lucidità non inferiori a quelli della sua interlocutrice, cui probabilmente giunse nei lunghi anni di latitanza di cui aveva goduto, grazie all’aiuto ottenuto in Vaticano dal vescovo Hudal13. La stessa Sereny, che aveva assistito a molti processi a criminali di guerra nazisti, prima che a quello di Stangl, e che dunque poteva fare un raffronto fra le diverse condotte in tribunale, aveva riconosciuto all’imputato “una certa intelligenza”, che l’aveva spinta a intervistarlo. Questa “intelligenza” emerge ancor più chiaramente dal confronto con la crudezza del memoriale di Rudolf Höss, redatto nel novembre 1946 nel carcere di Cracovia, cinque mesi prima che il comandante di Auschwitz venisse impiccato all’interno del campo, non lontano dalla casa in cui aveva abitato con la famiglia, nei pressi del Crematorio I14. È orgoglio dissimulato da pentimento, la memoria di un potere sconfinato nominato come etica del dovere, ma di fatto esercitato a cavallo, in giacca bianca, il frustino in mano, su centinaia di migliaia di inermi denudati: il tratto specifico della memoria criminale, che troverà la sua massima espressione nella biografia di Albert Speer. Mentre parla con Sereny, Stangl sembra tuttavia essere attraversato, suo malgrado, da un momento di verità:

  • 15  Sereny 1975: 270.

Una volta, anni dopo, in Brasile, ero in viaggio, […] il mio treno si fermò accanto a un mattatoio. Il bestiame nei recinti, all’udire il rumore del treno, trottò avvicinandosi alla barriera per guardare il treno. Erano vicinissimi al mio finestrino, si spingevano l’un l’altro e mi guardavano attraverso la barriera. In quel punto pensai: «Guarda, mi ricorda la Polonia; era proprio così che appariva, la gente, piena di fiducia, un momento prima che finisse nelle scatole…». «Nelle “scatole”, ha detto?» lo interruppi. «Che cosa intende dire?» Ma lui proseguì senza rispondermi, come se non mi avesse udito. «… dopo d’allora, non riuscii più a mangiare carne in scatola. Quei grossi occhi… che mi guardavano… senza sapere che di lì a poco sarebbero stati tutti morti». […] «E così, sentiva che non erano esseri umani?». «Bestiame» disse con voce atona. «Semplicemente del bestiame»15.

  • 16  Hilberg, in Lanzmann 1987: 86.
  • 17  Arad 1999: 377-398. Il numero si riferisce alle sole vittime dei tre campi dell’Aktion Reinhard. I (...)
  • 18  Cfr. Pressac 1994.

7La feroce prosa di Arad non riflette alcuna intenzione di indagine psicologica, tesa com’è a far parlare in primo luogo le cose, gli eventi. Il sopravvissuto divenuto storico sembra aver scelto, come già Raul Hilberg, «di dedicarsi alle precisazioni e ai particolari, in modo da organizzarli in una “forma”, una struttura che permettesse, se non di spiegare, almeno di descrivere in maniera più completa ciò che è accaduto»16. Per poter dire, deve studiare gli assassini, non interpretarli: sono loro che hanno progettato, fatto costruire e messo in funzione i campi di sterminio, e da lì si deve passare. Il milione e settecentomila morti dei tre campi17 esige dallo storico – così come dal lettore – la comprensione del contesto, la ricostruzione paziente del divenire, la conoscenza dei luoghi come appaiono oggi e come erano ieri, lo studio del dettaglio: gli asfissiati non tollerano approssimazioni, chiedono rispetto, pretendono rigore. Non della descrizione tecnica dobbiamo avere paura, non di Pressac18, ma della nostra leggerezza e, soprattutto, del tono con cui parliamo, della nostra arroganza. Nell’accostarsi alla Shoah, il pudore dovrebbe coniugarsi con l’implacabilità, giacché capire è la sola possibilità che abbiamo di non essere, involontariamente, complici postumi.

  • 19  Arad, Gutman, Margaliot 1999: 398-400.
  • 20  Arad 2009: 133-140, 527-531.

8Gli assassini impiegarono del tempo per mettere a punto il processo di sterminio. Si muovevano in un territorio inesplorato, imparavano dalle esperienze, innovavano. Dalla morte per sfinimento e inedia nei ghetti e nei campi di concentramento, di transito e di lavoro forzato fino alle esecuzioni di massa effettuate in Unione Sovietica dagli Einsatzgruppen, dai battaglioni di polizia e dai loro collaboratori locali19; dagli esperimenti sui pazienti psichiatrici, sempre loro, a Mogilev, nell’ottobre 1941, fino ai primi furgoni a gas in Ucraina, a Chełmno e in Yugoslavia20; dalle gassazioni sperimentali ad Auschwitz, nelle celle sotterranee del Block II e nella camera mortuaria del crematorio, del novembre 1941, fino alla costruzione e messa in funzione di Belzec, campo pilota di messa a morte, nel marzo 1942; dalla riorganizzazione di Sobibor e Treblinka, nell’autunno 1942, fino alla messa in funzione dei Bunker I e II e, finalmente, dei quattro nuovi crematori a Birkenau – l’ultimo nel giugno 1943.

  • 21  Hilberg 1995: 1075.

Il massacro non si generò dal nulla; poté essere perpetrato in quanto aveva un significato per coloro che ne furono gli esecutori. Non si trattò di una strategia limitata che poteva condurre ad altri fini, ma di un’impresa di per se stessa, di un evento sentito come una Erlebnis – una realtà vissuta passo passo da coloro che vi hanno preso parte. I burocrati tedeschi che con la loro competenza contribuirono alla distruzione degli ebrei furono tutti parte integrante dell’Erlebnis, gli uni si incaricarono della parte tecnica – redigere un decreto o organizzare un convoglio – gli altri appostati con fermezza alla porta di una camera a gas21.

9Ed è proprio qui, alle porte della camera a gas, che Arad ci conduce, passo dopo passo, descrivendo il processo di sterminio e l’organizzazione degli “ebrei da lavoro” (Arbeitjuden) introdotta a Treblinka nel settembre-ottobre 1942 dal nuovo comandante, Franz Stangl, sulla scorta dell’esperienza che egli stesso aveva maturato a Sobibor, e dell’esperienza che Christian Wirth aveva maturato a Belzec.

10Il principio fondamentale di questa riorganizzazione consisteva nel suddividere il processo di sterminio in una serie di tappe, ciascuna delle quali affidata a una squadra di lavoro specializzata composta da un gruppo “stabile” di prigionieri-schiavi, di modo che l’insieme delle operazioni si svolgesse con la massima efficienza e velocità. Così Arad descrive l’organizzazione del lavoro dei prigionieri:

L’organizzazione del lavoro nel Campo principale (Area di arrivo)

Bahnhofkommando
Questo gruppo, che contava dai quaranta ai cinquanta prigionieri, lavorava alla banchina del treno. Il suo compito consisteva nell’aprire i vagoni merci e tradurre gli ordini della SS incaricata di presiedere alle operazioni di scarico. Dopo che le vittime erano scese dal treno, gli ebrei da lavoro rimuovevano i corpi di quelli che erano morti durante il viaggio e li trasportavano alle fosse di sepoltura. Poi pulivano i vagoni e rimuovevano ciò che ancora restava per cancellare ogni traccia del trasporto. Due o tre prigionieri pulivano ciascun vagone, e nell’arco di dieci o quindici minuti l’intero treno era stato ripulito. A Treblinka, gli addetti alla rampa indossavano bracciali di colore blu, e perciò erano chiamati “i blu”.

Transportkommando
Questo gruppo di circa quaranta prigionieri era incaricato delle attività che si svolgevano nel piazzale dove si svestivano le vittime. Davano istruzioni alle vittime, trasmettevano gli ordini dei tedeschi di spogliarsi, e distribuivano i lacci per legare insieme le scarpe, così che potessero essere facilmente riutilizzate in futuro senza doverle riordinare per paia. Gli addetti della squadra aiutavano a svestire i bambini piccoli e a trasportare i vestiti o i bagagli delle vittime all’area di smistamento o ai magazzini. Trasportavano inoltre i deportati troppo deboli per camminare da soli fino alle camere a gas alle fosse di esecuzione, dove venivano immediatamente uccisi. (A Treblinka, le fosse erano situate nell’area di arrivo, mentre a Sobibor e a Belzec si trovavano all’interno dell’area di sterminio.) A Treblinka, questo gruppo indossava bracciali rossi e i suoi addetti divennero noti come “i rossi” o, nel gergo dei prigionieri, come la “Società di onoranze funebri” (Chevra Kadisha).

Goldjuden
Questo gruppo era composto da una ventina di individui, la maggior parte dei quali erano stati gioiellieri, orologiai o impiegati di banca. Il loro compito consisteva nel ricevere e ordinare denaro, oro, preziosi, valuta straniera e titoli presi agli ebrei arrivati al campo. Alcuni uomini del gruppo lavoravano nell’area di svestizione e ricevevano il denaro e i preziosi direttamente dalle vittime, nel tragitto verso lo sterminio. Membri di questa squadra dovevano perquisire le donne dopo che si erano denudate e prima che venissero portate alle camere a gas. Le donne dovevano sdraiarsi su un tavolo speciale, dove venivano ispezionati i loro corpi, inclusi gli organi genitali. Una sezione di questa squadra lavorava nel piazzale e nei magazzini dove le proprietà lasciate dalle vittime venivano classificate e controllate. Ricevevano il denaro e i preziosi e li preparavano per la spedizione dal campo. Questi “ebrei dell’oro” erano considerati estremamente privilegiati, perché potevano trafugare di nascosto denaro e oggetti preziosi di considerevole valore, anche nel campo. Da parte sua, il personale SS aveva bisogno di loro per assicurarsi la propria parte della ricchezza che passava attraverso il campo.

  • 22  Yad Vashem Archives, TR-10/567: 123 - Sobibor Trial.
  • 23  Rückerl 1977: 158-161, 222; Reder 1946: 40; Sereny 1974: 198.
  • 24  Rückerl 1977: 222-223.

Friseure
Questo gruppo era composto dai prigionieri che tagliavano i capelli delle donne prima che entrassero nella camera a gas. Il loro numero andava da dieci a venti, per lo più barbieri professionisti. Il taglio dei capelli nei campi iniziò nel settembre o nell’ottobre 1942, dopo che l’Ufficio centrale SS per gli Affari Economici e l’Amministrazione aveva emesso, il 16 agosto 1942, il seguente ordine:
«Il capo dell’Ufficio centrale SS per l’economia e l’amministrazione, l’SS Obergruppenführer [Oswald] Pohl, ha ordinato l’utilizzo dei capelli umani raccolti in tutti i campi di concentramento. Tali capelli umani vanno filati su bobine e convertiti in feltro industriale. Dopo essere stati pettinati e tagliati, i capelli delle donne possono essere trattati e trasformati in pantofole per gli equipaggi dei sottomarini e in calze di feltro per la Reichsbahn»22.
Questo ordine si riferiva sia alle donne prigioniere nei campi di concentramento nazisti, sia alle donne ebree deportate nei campi della morte per essere sterminate.
A Sobibor, i barbieri lavoravano in una baracca speciale nel mezzo del “tubo”, e a Belzec in una baracca vicino alle camere a gas. A Treblinka, la stanza dei barbieri venne situata alla fine della baracca dove le donne si svestivano, in prossimità della porta d’accesso al “tubo”, e vicino al luogo dove lavoravano i Goldjuden. Adiacente alla stanza dei barbieri, venne messa una camera di disinfestazione, dove alcuni prigionieri erano addetti alla pulizia dei capelli23. L’avvio del taglio di capelli alle donne a Treblinka è stato descritto da Stangl: «Un giorno ricevemmo una macchina per la disinfezione senza che ci fosse stato detto a che cosa serviva. Chiesi informazioni al riguardo a Lublino. Mi venne detto in risposta che da allora in avanti avremmo dovuto tagliare i capelli delle donne. I capelli avrebbero dovuto essere puliti e impacchettati in sacchi […]. Mi ricordo che a Lublino mi spiegarono che i capelli sarebbero stati utilizzati per isolare i sottomarini. Wirth stesso me lo deve aver detto»24.

Lumpenkommando
Questa era la squadra di lavoro più numerosa, in cui operavano dagli ottanta ai centoventi uomini, suddivisi in gruppi più piccoli. La squadra lavorava nel piazzale dove gli averi delle vittime venivano impilati e nelle baracche che fungevano da magazzini. Il compito principale dei suoi addetti consisteva nel raccogliere gli indumenti e gli oggetti appartenenti alle vittime, esaminarli, suddividerli per categorie, legarli in mucchi di dieci o venticinque pezzi per ciascuna categoria, prepararli per la spedizione e caricarli sui vagoni. A ogni addetto veniva assegnato un numero personale, che portava sul colletto e che doveva accludere a ogni fagotto che preparava: gli indumenti venivano dapprima esaminati alla ricerca di documenti, fotografie, soldi o preziosi nascosti; la pezza gialla o qualsiasi altro contrassegno che potesse identificare la provenienza dei vestiti e degli altri oggetti come appartenuti agli ebrei dovevano essere rimossi. Qualsiasi trascuratezza nelle operazioni, o qualsiasi segno identificativo lasciato sugli indumenti o su ogni altro avere delle vittime, poteva essere fatto risalire al prigioniero responsabile tramite il numero personale segnato sul fagotto. In un caso simile, il prigioniero pagava il suo errore con la vita.

Waldkommando e Tarnungskommando
Un gruppo speciale, conosciuto come la squadra della foresta, composto da poche dozzine di prigionieri, venne organizzato per tagliare la legna necessaria a scaldare e cucinare nel campo. Lavorava nelle foreste vicino al campo. Quando ebbe inizio la cremazione dei cadaveri, questo gruppo divenne più numeroso, poiché doveva rifornire di legna anche i falò su cui venivano bruciati i cadaveri. A Treblinka c’era un secondo gruppo che lavorava fuori dal campo. Era chiamato la squadra di camuffamento ed era composto da circa venticinque membri. Aveva il compito di dissimulare con rami la cinta esterna e interna del campo, specialmente le parti che circondavano l’area di sterminio e il “tubo”. Il camuffamento doveva prevenire l’osservazione dall’esterno di ciò che accadeva nel campo e al tempo stesso doveva impedire la vista, all’interno del campo, di quello che accadeva sulla via per le camere a gas e nell’area di sterminio. I lavoratori del gruppo dovevano tagliare rami nelle foreste vicine al campo e intrecciarli nelle recinzioni di filo spinato. Dal momento che era continuamente necessario rimpiazzare i rami secchi con altri freschi, il lavoro di camuffamento era incessante. Questi due gruppi di prigionieri lasciavano il campo sotto una nutrita scorta di guardie ucraine e tedesche.

Altre attività
Nel campo principale, oltre a questi gruppi, il cui lavoro era connesso al processo di sterminio, una parte dei prigionieri veniva utilizzata per svolgere anche altre attività. Gruppi di prigionieri erano impegnati nella costruzione di baracche, nella posa delle recinzioni di filo spinato, nella pavimentazione delle strade all’interno del campo. In autunno e in inverno veniva organizzato uno speciale Kommando patate. Le patate costituivano il cibo principale dei campi, e all’approssimarsi dell’inverno ne venivano portate al campo una grande quantità. Per evitare che le patate gelassero e si deteriorassero, vennero approntate delle cantine speciali, al cui interno i tuberi venivano preparati ogni giorno. I lavoratori della squadra patate dovevano provvedere al rifornimento delle cucine delle SS, degli ucraini e degli ebrei. Altri prigionieri lavoravano nell’orto, nel porcile, nel pollaio, nella stalla e nei bagni destinati al personale SS. Un piccolo numero era addetto alla pulizia e alla disinfezione delle baracche e delle latrine. C’erano anche prigionieri che dovevano fornire servizi personali direttamente alle SS e agli ucraini. Fra questi, dottori, un dentista e diversi barbieri. Un piccolissimo gruppo di ragazzi puliva le uniformi e lucidava gli stivali del personale SS. Questi giovani lavoravano all’interno e nei pressi degli alloggiamenti delle SS. Infine c’erano gruppi di lavoratori specializzati come sarti, calzolai, fabbri, meccanici, carpentieri e altri, conosciuti come gli “ebrei di corte” che, anche dopo la riorganizzazione, continuarono a svolgere servizi per i tedeschi e gli ucraini come avevano fatto sin dai primi stadi della messa in funzione dei campi.

I prigionieri nell’area di sterminio

La decisione di organizzare squadre di lavoro permanenti di prigionieri si applicò anche all’area di sterminio. Qui gli ebrei dovevano affrontare condizioni di vita e di lavoro più difficili che nel resto del campo. Dovevano rimuovere i corpi dei morti dalle camere a gas e trasportarli alle fosse di sepoltura a più di cento metri di distanza. Questo lavoro veniva eseguito sempre di corsa, dato il ritmo dello sterminio, e l’andatura delle attività dell’intero campo dipendeva da esso. I prigionieri che non riuscivano a sopportare il ritmo di lavoro venivano percossi e abbattuti con un colpo d’arma da fuoco. Per di più, la natura stessa del compito portava gli uomini all’estremo e, prima di collassare fisicamente, spesso i prigionieri cedevano psichicamente. Per questo motivo il ricambio nell’area di sterminio era elevato; lì gli ebrei da lavoro sopravvivevano per pochi giorni, e ogni giorno venivano uccisi a dozzine, spesso per nessuna ragione. A rimpiazzarli, venivano portati nuovi individui provenienti da altri gruppi di lavoro del campo, o direttamente dai trasporti in arrivo. La decisione di creare una forza di lavoro stabile portò a una diminuzione delle esecuzioni nell’area di sterminio e a qualche miglioramento nelle condizioni di vita. Iniziò a formarsi un nucleo di prigionieri che riuscivano a eseguire il lavoro per periodi di tempo più lunghi. Anche qui, i prigionieri erano organizzati in gruppi di lavoro:

  • 25  Gelberd 1967: 161.

Addetti al trattamento-corpi delle camere a gas
Questo gruppo era formato da diverse dozzine di uomini che avevano il compito di rimuovere i corpi dalle camere a gas e portarli attraverso le porte posteriori fino alla piattaforma di cemento costruita a lato delle camere. Lì scaricavano i corpi, perché venissero rimossi dal gruppo incaricato del trasporto alle fosse. Il lavoro della squadra addetta al trattamento-corpi era il più duro, sia fisicamente che emotivamente. Dopo la morte per avvelenamento da gas, le centinaia di persone ammassate in piedi nelle camere a gas diventavano un solido blocco di corpi. Separarli e rimuoverli era estremamente difficile. A volte i prigionieri che entravano nelle camere immediatamente dopo la loro apertura venivano a loro volta avvelenati dai residui di gas rimasti all’interno25.

Addetti alla pulizia delle camere a gas e del “tubo”
Questa squadra puliva il sangue e gli escrementi dal pavimento e dai muri delle camere a gas, che dovevano essere ripulite prima dell’ingresso di un nuovo gruppo di vittime. Aveva anche il compito di ripulire il “tubo” e di spargere sabbia fresca sul terreno.

Addetti al trasporto dei corpi (Leichenkommando)
Questo era il gruppo più numeroso fra quelli che operavano nell’area di sterminio, e comprendeva circa un centinaio di uomini. Il suo compito consisteva nel trasportare i corpi dalla piattaforma vicina alle camere a gas fino alle fosse di sepoltura di massa. Dopo aver sperimentato diversi metodi di trasporto dei corpi, i tedeschi decisero che le portantine erano il metodo più veloce. Due uomini reggevano la portantina, che aveva la forma di una scala, con strisce di cuoio fra le due assi laterali. I corpi venivano collocati sulla portantina a faccia in su, per facilitare il lavoro dei Dentisten.

Dentisti
La squadra di lavoro chiamata dei Dentisten stazionava tra le camere a gas e le fosse di sepoltura. Era composta da un numero che andava dalle venti alle trenta persone, il cui compito consisteva nell’estrarre dai cadaveri, con le pinze, l’oro, il platino e i denti falsi. I dentisti dovevano anche esaminare i corpi, specialmente quelli delle donne, alla ricerca di valori nascosti negli orifizi. Una parte della squadra lavorava alla pulizia e alla selezione dei denti estratti e li preparava per la spedizione.

Addetti alle fosse
Questo gruppo, composto da alcune dozzine di uomini, lavorava alle fosse di sepoltura. Dopo che i corpi delle vittime erano stati gettati in una fossa dagli addetti al trasporto, i cadaveri venivano impilati dagli addetti alle fosse. Per risparmiare spazio, i cadaveri venivano sistemati testa-contro-piedi; ogni testa era collocata fra i piedi di altri due cadaveri, e ogni paio di piedi fra due teste. Sabbia o cloro venivano sparsi tra gli strati di corpi. Circa metà della squadra lavorava all’interno delle fosse, alla sistemazione dei cadaveri, mentre l’altra metà ricopriva ogni fila di corpi con la sabbia. Quando una fossa si riempiva, veniva ricoperta con terra e subito se ne apriva un’altra.

  • 26  Reder 1946: 51; Belzec-Oberhauser Trial, nastro 8, p. 1465.
  • 27  Arad 1999: 108-113.

Addetti alla cucina e ai servizi
Al fine di prevenire qualunque contatto fra i prigionieri delle due sezioni del campo, nell’area di sterminio vennero allestite una cucina e una lavanderia. Venne inoltre organizzato un gruppo di artigiani che doveva provvedere ai lavori di costruzione e di manutenzione nell’area di sterminio, sempre al fine di evitare contatti con il campo principale. Queste innovazioni portarono il numero dei prigionieri che operavano nell’area di sterminio sino a circa duecento, e in alcuni momenti quasi a trecento. L’assoluta separazione fra i prigionieri ebrei del campo principale e quelli dell’area di sterminio esisteva sia a Sobibor che a Treblinka. Non ci sono certezze che questa separazione sussistesse anche a Belzec. Uno dei due sopravvissuti di Belzec, Rudolf Reder, nel suo libro sul campo parla di tutti i prigionieri come di un unico gruppo. Nelle testimonianze rese dalle SS di stanza a Belzec, gli ebrei erano invece suddivisi in due gruppi separati26.
Le assegnazioni ai gruppi di lavoro non erano permanenti, con l’eccezione di particolari specialisti. Anche la dimensione dei gruppi variava da periodo a periodo. Gli uomini venivano trasferiti da una squadra all’altra a seconda delle necessità e delle priorità decise dai tedeschi. Quando il numero dei trasporti di deportati cresceva, i gruppi di lavoro impegnati in attività direttamente connesse al processo di sterminio venivano ampliati. Quando la frequenza dei trasporti si diradava, un maggior numero di prigionieri veniva destinato ai gruppi addetti a selezionare gli indumenti e gli oggetti e a prepararli per la spedizione dal campo, e a quelli addetti ai lavori di costruzione e manutenzione. Occasionalmente, venivano formati gruppi di lavoro ad hoc per un compito specifico, poi smantellati.
Il traffico dei prigionieri fra il campo principale e l’area di sterminio era a senso unico. Quelli mandati a lavorare nell’area di sterminio non fecero mai ritorno al campo principale. I dettagli di quel che accadeva nell’area di sterminio dovevano rimanere segreti per il resto dei prigionieri del campo […]. L’esecuzione di prigionieri ebrei continuò anche dopo la riorganizzazione, ma in dimensioni molto limitate rispetto al passato. Le esecuzioni, inoltre, non erano più inserite nel contesto di una politica di ricambio a brevissimo termine, entro pochi giorni, delle squadre di lavoro. A quel punto, le vittime erano prigionieri che le SS ritenevano inabili a continuare il lavoro, o prigionieri puniti sia individualmente che collettivamente per violazioni reali o immaginarie. Gli assassinati venivano rimpiazzati da nuovi deportati. Questa procedura sarebbe rimasta in vigore per tutta l’esistenza dei campi27.

  • 28  Così lo definisce Franz Suchomel, Unterscharführer di stanza a Treblinka, nel colloquio con Lanzma (...)
  • 29  Cfr. Arad 1999: 360-363.
  • 30  Oltre ai processi di Norimberga dell’immediato dopoguerra, nell’allora Germania Federale, fra il 1 (...)

11Non è possibile calcolare quanti furono in totale i prigionieri schiavi impiegati nella macchina dello sterminio dei tre campi dell’Aktion Reinhard perché, se fino all’ottobre 1942 i prigionieri selezionati per i diversi Kommando venivano nella quasi totalità assassinati entro pochi giorni dal loro arrivo, senza alcun tipo di immatricolazione, anche dopo la riorganizzazione le esecuzioni non cessarono mai del tutto, in particolare nel Campo superiore, o Totenlager. È per questo che a Belzec, il “laboratorio”28 – la prima tra le fabbriche della morte ad entrare in funzione e la prima a essere “dismessa” – sopravvissero solo due deportati. Come a Chełmno. Dei circa 850 prigionieri rinchiusi a Treblinka al momento della rivolta, il 2 agosto 1943, ne rimasero in vita dopo la fuga meno di cento, mentre quasi duecento riuscirono a sopravvivere dopo la sollevazione di Sobibor, il 14 ottobre 194329. Ad alcuni di loro, oltre che agli atti dei processi30, dobbiamo quasi tutto quel poco che sappiamo.

12Sappiamo invece che i carnefici più direttamente coinvolti nei massacri erano pochi. Fra 90 e 130 guardie ucraine addestrate a Trawniki e comandate per lo più da Volksdeutsche, e un numero di SS che oscillava fra le 20 e le 35 unità per ogni campo. La tecnologia era in fondo elementare. Un grande motore diesel, tubi, porte blindate di bunker, con degli spioncini per guardare dentro. Griglie fatte di binari, benzina per i roghi per la cremazione. E foreste, tutt’intorno. È forse anche per questa ragione che i testimoni ci dicono prima di tutto il loro stupore intatto, quello stupore che, per quanto “esperti”, o peggio “specialisti”, per quanto avvolti nel muro impenetrabile di una disciplina, dovremmo provare anche noi – ancora oggi – nell’ascoltarli.

13Era la vigilia di Sukkot del 1942, quando Abraham Bomba, barbiere a Częstochowa, venne caricato, insieme alla giovane moglie e al loro bambino di tre settimane, su un vagone diretto a Treblinka, via Varsavia.

  • 31  Dalla testimonianza di Abraham Bomba, in Lanzmann 2000: 53-55

Entrando in Treblinka non si sapeva chi fossero le persone: certuni portavano dei bracciali, rossi o blu: le squadre ebraiche… Cadendo dal treno, spingendoci gli uni contro gli altri, ci si perdeva, fra le grida, fra le urla. Una volta scesi ci si ritrovava su due file, donne a sinistra, uomini a destra. Non avevamo neppure il tempo di guardarci, perché ci colpivano in testa con qualsiasi cosa. È… era molto, molto doloroso… Non sapevate ciò che accadeva, non avevate il tempo di pensare, le grida vi sconvolgevano, non sentivate altro che urlare […]. Con quelli del mio trasporto, aspettavo già nudo, è sopraggiunto un tale e ha detto: “Voi, voi, voi…” Uscimmo dalla fila e ci misero da parte. Alcuni, fra gli altri, capivano ciò che stava accadendo e presentivano che non sarebbero rimasti vivi. Indietreggiavano, rifiutando di andare avanti – sapevano già dove andavano – verso quella grande porta… I pianti, le grida, le urla… Ciò che succedeva laggiù era impossibile… I richiami, le grida vi restavano nelle orecchie e nella testa per giorni e giorni, e anche di notte. Non potevate più dormire per notti intere. All’improvviso tutto si fermò come per un ordine. Tutto era diventato silenzioso, laggiù dove le persone erano scomparse, come se tutto fosse morto. Allora ci dissero di pulire tutto là dove circa duemila persone si erano spogliate all’aria aperta, di portar via tutto, di evacuare tutto, e questo in un secondo! I tedeschi e gli ucraini cominciarono a urlare, a menar botte perché portassimo via più in fretta gli involti sulla schiena, ancora più in fretta verso la piazza centrale dove c’erano mucchi immensi di vestiti, di scarpe, e così via. In un baleno tutto fu vuoto, come se niente fosse successo. Niente. Nessuno. Mai. Non rimaneva traccia. Più nessuna traccia. Come per magia, tutto era scomparso31.

14Richard Glazar era già prigioniero a Treblinka da sei mesi, quando vide arrivare delle carrozze passeggeri dai Balcani:

  • 32  Dalla testimonianza di Richard Glazar, in Sereny 1975: 287-288.

Si trattava di un trasporto specialissimo di ricchi bulgari che vivevano a Salonicco – ventiquattromila. Avevano già passato un certo periodo in un campo; erano assai ben organizzati e disciplinati; e si erano provveduti di un vagone speciale di rifornimenti per il lungo viaggio […]. Le SS furono molto, molto attente, per questo trasporto; se i bulgari avessero avuto la minima idea di ciò che li aspettava, non se ne sarebbero stati tranquilli. Ci sarebbe stato un bagno di sangue. Ma non avevano il minimo indizio; perfino allora, alla fine di marzo, quasi nell’aprile 1943 […] erano ancora pieni di illusioni, come lo eravamo stati noi cechi sei mesi prima. Ancora non sapevano nulla. La mente vacilla. Con tutte le centinaia di migliaia di persone che ormai lo sapevano – come potevano non saperne nulla, loro? Erano gente di aspetto meraviglioso; belle donne, bambini graziosissimi, uomini poderosi e robusti; magnifici campioni umani. Ci vollero tre giorni per ucciderli tutti. E dieci giorni dopo avevamo finito di sistemare tutti i loro beni. Si immagini a cinquanta chilogrammi a persona – tanto era permesso di portarsi dietro per questo “reinsediamento”. Settecentoventimila chilogrammi di roba: è incredibile come si dimostrò efficiente la macchina in quei dieci giorni. Il mondo non si è mai reso conto di quanto perfetta fosse questa macchina. Fu soltanto la mancanza di trasporti, a causa delle esigenze belliche, che impedì ai tedeschi di uccidere masse di gran lunga maggiori; Treblinka da sola avrebbe potuto uccidere i sei milioni di ebrei, e altri ancora. Con adeguati mezzi ferroviari, i campi di sterminio tedeschi in Polonia avrebbero potuto uccidere tutti i polacchi, i russi, e gli altri europei orientali che i nazisti avevano progettato di uccidere32.

  • 33  Steinbacher 2005: 90, 94.

15E a Birkenau, dove «secondo i calcoli della Topf und Söhne gli impianti già garantivano una capacità di incenerimento giornaliero di 4756 cadaveri […], di nuovo nel 1944 furono elaborati progetti per la costruzione di un impianto di uccisione e di incenerimento anche maggiore, il cosiddetto crematorio VI, che non fu tuttavia più realizzato»33.

16Nella sua autobiografia Claude Lanzmann, raccontando la genesi dell’opera che lo avrebbe interamente occupato per dodici anni, dal 1973 al 1985, spiega perché un film sulla Shoah non poteva, per lui, che essere un film sui morti, e che pertanto gli unici a poterne parlare non potevano che essere i loro “portavoce”, i testimoni sopravvissuti e, in particolare, i membri dei Sonderkommando.

  • 34  Lanzmann 2010: 483-489.

Avevo visto Nuit et brouillard, letto Primo Levi, Antelme, Rousset, insieme a centinaia di altri libri e monografie; passai ore e ore con superstiti e sopravvissuti; alcuni di loro erano mie conoscenze, ad altri giungevo tramite qualcuno che mi aveva detto: “Devi assolutamente parlare con lui”. E io li lasciavo parlare, preferendo mettermi in posizione di ascolto che fare loro delle domande. Più tardi avrei imparato che occorre essere già molto preparati per essere in grado di fare domande, e io a quel tempo non ne sapevo abbastanza. Tutti i racconti e le testimonianze che raccoglievo si arrestavano sull’orlo di un punto centrale che sfidava la mia capacità di comprensione. Gli inizi si assomigliavano tutti: l’arresto, le retate, la trappola, il “trasporto”, la promiscuità, il fetore, la sete la fame, l’inganno, la violenza, la selezione all’arrivo al campo – e ci si ritrovava nell’atroce routine della vita concentrazionaria. Il mio film non avrebbe certo trascurato tutti questi aspetti, ma mancava la cosa più importante: le camere a gas, la morte nelle camere a gas, da cui nessuno è mai tornato a raccontare qualcosa. Il giorno in cui lo capii, seppi che il soggetto del mio film sarebbe stata la morte stessa. La morte e non la sopravvivenza, contraddizione radicale, perché in un certo senso sanciva l’impossibilità dell’impresa in cui mi lanciavo: i morti non possono parlare per conto dei morti […]. Tutto era da costruire: non c’è una sola fotografia di Belzec […] non una di Sobibor […] non una di Chełmno […]. Di Treblinka abbiamo soltanto l’immagine lontana di un bulldozer. Il caso di Auschwitz, la fabbrica gigantesca, insieme campo di concentramento e di sterminio, non è diverso nella sostanza: esistono numerose fotografie di prima della morte, scattate sulla rampa dalle SS e raffiguranti principalmente convogli di ebrei ungheresi in attesa della selezione; ma non ne esiste nemmeno una che ritragga le lotte atroci per strappare un ultimo scampolo d’aria e respirare qualche secondo in più – quelle lotte che si svolgevano nelle grandi camere a gas di Birkenau in cui 3000 persone tra uomini, donne e bambini venivano asfissiati insieme […]. A partire dal momento in cui mi convinsi che non ci sarebbero state immagini d’archivio né storie individuali; che i vivi si sarebbero annullati per farsi portavoce dei morti; che non ci sarebbe stato nessun “io” – tanto fantastico, tanto allettante, tanto deviante rispetto alla regola che questo o quel destino personale poté rappresentare; che il film sarebbe stato piuttosto una forma rigorosa – in tedesco si direbbe una Gestalt – in grado di raccontare il destino di tutto un popolo; che i suoi messaggeri, dimentichi di sé stessi, nella bruciante coscienza del loro dovere di testimonianza avrebbero naturalmente parlato a nome di tutti34.

17Fa parlare i “portavoce”, i “messaggeri” ebrei – ma non solo. Fa parlare gli assassini, i tedeschi. E gli spettatori, quelli che erano lì: i polacchi, i contadini che vivevano in prossimità dei campi e che, ancora nel 1978, ricordavano con chiarezza i treni, le prostitute calate da Varsavia, il commercio con le guardie ucraine, il denaro o l’oro in cambio di pane, vodka, sesso, salumi. E, su tutto, il terribile fetore dei corpi bruciati che il vento portava per chilometri, nelle case, negli orti, ovunque. Fa parlare il macchinista che spiega come i vagoni venissero spinti sulla rampa, non trascinati.

  • 35Ivi: 552.

“No, non era così, io non li trascinavo, li spingevo”, accennando il gesto di spingere con il pugno chiuso. Quel dettaglio così vero mi disarmò, semplicemente. Voglio dire che quel gesto banale era più eloquente, illuminante ed evocativo di tutte le pompose riflessioni sul Male condannate a non riflettere nient’altro che se stesse35.

18Un villaggio quasi intatto, come nell’Ottocento, dove ancora oggi vivono i figli e i nipoti di quei contadini, in case dai tetti spioventi ordinate da numeri progressivi, con un piccolo orto, animali che razzolano e un cartello, a grandi lettere nere, in stampatello, Treblinka.

  • 36Ivi: 543.

19Quale forma, visiva, ancor prima che di scrittura, dare «all’immenso coro di voci che attesta ciò che è stato perpetrato»?36 Lanzmann fa una scelta netta, benché inattuale: volti e luoghi e binari scorrono al passo della parola, dei discorsi e delle pause; nessuna immagine d’archivio, nessun mucchio di cadaveri, nessuna “rappresentazione impossibile”:

  • 37  Lanzmann 1994: VII.

Spielberg ha scelto di ricostruire. Ma ricostruire significa in qualche modo fabbricare archivi. E se io avessi trovato un filmato autentico – un filmato tenuto segreto poiché strettamente vietato – girato da una SS, che mostrava come tremila ebrei, uomini, donne e bambini, morivano assieme, asfissiati in una camera a gas del crematorio II di Auschwitz, se avessi trovato un filmato del genere, non soltanto non lo avrei mostrato, ma lo avrei distrutto. Non saprei dire perché. È qualcosa di scontato per me37.

  • 38  Testimonianza di Filip Müller, in Lanzmann 2000: 144-14. Si veda anche Müller, Freitag, Flatauer 1 (...)
  • 39  Wiesel 1986: 11.

20Ma come avrebbe potuto girarlo, quella SS, quel filmato immaginario? Si moriva al buio, nelle camere a gas, lentamente. E non c’erano aperture38. Non ci sono rappresentazioni neutre, rispetto alla Shoah: le considerazioni “artistiche”, o sono sottomesse innanzitutto al pudore e al rispetto per le vittime, o reiterano l’oltraggio, ancora una volta, indipendentemente dalle intenzioni dell’autore. E nel caso in cui ci si rivolga, finché è ancora possibile, a qualcuno che era là, sfuggito per caso alla morte ma abitato da altri morti, la messa in scena, il montaggio, le domande dovrebbero essere pensate in funzione del testimone, e non viceversa, per aiutarlo e sostenerlo nella sua dolorosa rivisitazione di un passato-presente che viene evocato e rivissuto di fronte a una telecamera, a un registratore, a una pagina bianca o anche solo agli occhi di un ascoltatore. Noi, che «non eravamo sotto il cielo di sangue», siamo condannati a «restare dall’altra parte del muro», a «non sapere mai che cos’era»39, ma il modo in cui ci avviciniamo alla Shoah ci fa invece sapere qualcosa di noi, della nostra tempra morale, di quello che siamo diventati vivendo.

  • 40  Lanzmann 2010: 497-502.

21L’ambientazione, la scelta estetica, è in fondo assai meno importante dell’imperativo etico: è impossibile sapere se Abraham Bomba, il “barbiere”, dovesse proprio testimoniare in un salone di parrucchiere per uomo nei sobborghi di Tel Aviv, se fuori da quel contesto, senza quei gesti mimati, senza l’incalzare assurdo delle domande del regista a cui si oppongono il tono innaturale, le risposte secche, la rigidità del corpo, il volto contratto, le pause, i silenzi, le lacrime del testimone40 si sarebbe data proprio quella testimonianza con la sua straordinaria capacità evocativa; quel che conta sono le parole pronunciate e la verità che ci costringono ad affrontare:

  • 41  Lanzmann 1985 - Film.

Abraham, mi può dire com’è successo, come l’hanno scelta? – C’è stato un ordine dei tedeschi di selezionare tutti i barbieri per un certo lavoro. Di quale lavoro si trattasse, allora lo ignoravamo, ma ci mettemmo insieme, tanti barbieri quanti potemmo. – Quando successe, da quanto tempo era a Treblinka? – Da circa quattro settimane. – È stato un mattino? – Sì, era mattina, verso le dieci, quando arrivò a Treblinka un trasporto, e le donne furono condotte alla camera a gas. Scelsero alcune persone fra gli “ebrei da lavoro” e chiesero chi fosse un barbiere. Ero barbiere già da diversi anni. Quelli che venivano dalla mia città, Częstochowa, e da altri posti, lo sapevano. Così naturalmente mi scelsero, e io a mia volta ho indicato degli altri barbieri che conoscevo, e ci radunammo tutti. – Barbieri professionisti? – Sì, barbieri professionisti… e stavamo aspettando l’ordine… E arrivò l’ordine di andare con loro, con i tedeschi. Ci portarono fino alla camera a gas, situata nella seconda parte del campo in Treblinka. – Era lontana dalla prima parte del campo? – No, non era molto lontana, ma era tutto mimetizzato: c’erano steccati, filo spinato coperti di rami perché nessuno potesse vedere, immaginare che quel passaggio conduceva alle camere a gas. – È quello che le SS chiamavano Der Schlauch? – No, dicevano, come lo chiamavano, lo chiamavano… “la strada verso il cielo”. – Himmelweg? – Sì, Himmelweg: la strada verso il cielo. Lo sapevamo già prima di andare a lavorare nella camera a gas. Al nostro arrivo collocarono all’interno delle panche, dove le donne potessero sedersi. E perché non sospettassero che questa era la loro ultima tappa, l’ultimo momento in cui potevano vivere, respirare, essere coscienti. Perché non avessero alcun presentimento. – Per quanti giorni avete lavorato all’interno della camera a gas? – Ci abbiamo lavorato per circa una settimana o dieci giorni. Dopo decisero che avremmo tagliato i capelli nella baracca di svestizione. – Com’era la camera a gas? – Non era grande, era un locale di circa quattro metri per quattro, ma in quel locale spingevano una tale quantità di donne che stavano le une sulle altre… Ma, come ho già detto, quando noi arrivammo non sapevamo quale sarebbe stato il nostro lavoro. Poi sopraggiunse uno dei Kapo e ci disse: «Barbieri, dovete fare in modo che tutte quelle donne che entrano qui credano che avranno soltanto un taglio di capelli, che faranno la doccia e poi usciranno da questo posto». Ma noi sapevamo già che non c’era modo di uscire da quella stanza, perché questo luogo era l’ultimo in cui entravano vive, e che da lì non sarebbero mai più uscite ancora vive. – Può descrivere con precisione? – Descrivere con precisione… aspettavamo… improvvisamente il trasporto arrivò… il trasporto entrò… donne con bambini, spinti in quel posto… Noi barbieri iniziammo a tagliare i capelli e alcune, dovrei dire quasi tutte, sapevano già a che cosa andavano incontro. Cercammo di fare del nostro meglio… – No, no… – Di essere il più umani possibile. – Scusi, come è successo? Quando loro entravano nella camera a gas eravate già dentro o entravate dopo di loro? – E ancora… gliel’ho detto: c’eravamo già, perché aspettavamo là che il trasporto entrasse. – Dentro? – Dentro, sì, eravamo già dentro nella camera a gas. – E improvvisamente avete visto le donne arrivare? – Sì, entravano. – Come erano? – Erano svestite, tutte nude, senza abiti, senza niente. – Completamente nude? – Completamente nude. Tutte le donne e tutti i bambini. – Anche i bambini? – Anche i bambini, perché uscivano dalle baracche-spogliatoio. C’erano le baracche dove dovevano togliersi i vestiti prima di andare nella camera a gas. – Che cosa ha provato la prima volta che ha visto entrare tutte quelle donne nude? – Ho sentito… dovevo fare quello che mi avevano ordinato: tagliare i capelli come avrebbe fatto un barbiere che fa un taglio normale, ma che nello stesso tempo deve togliere il massimo. Infatti avevano bisogno dei capelli delle donne per spedirli in Germania. – Non le rapavate a zero? – No, semplicemente tagliavamo: dovevano credere che fosse un taglio normale. – Avevate delle forbici? – Sì, delle forbici e un pettine, non la tosatrice. Si procedeva come per un taglio maschile. Non raparle a zero, ma lasciar loro l’illusione di un taglio normale. – C’erano degli specchi? – No, nessuno specchio, delle panche, nessuna sedia, soltanto delle panche e sedici o diciassette barbieri… Ma loro erano così numerose! Ogni taglio richiedeva circa due minuti, non di più, perché erano in tante ad aspettare il loro turno. – Può imitarlo? Come facevate? – Come facevamo… facevamo il più in fretta possibile, perché eravamo tutti dei professionisti. Come facevamo… Si tagliava così, si prendeva così, qua… là… e là… da questa parte… da quella… ed era fatto. – Con grandi movimenti? – Con grandi movimenti, naturalmente, perché non c’era un minuto da perdere, fuori l’altro gruppo aspettava già di entrare per subire lo stesso taglio, lo stesso trattamento, la stessa procedura. – Dunque eravate sedici barbieri. – Sì. – Di quante donne vi occupavate in una volta? – In una volta… pressappoco… da sessanta a settanta donne contemporaneamente. – E dopo chiudevano le porte? – No. Quando era finito con il primo gruppo entrava il secondo: in tutto c’erano centoquaranta o centocinquanta donne. E se ne occupavano subito. Ci ordinavano di lasciare la camera a gas per qualche minuto, circa cinque minuti, allora somministravano il gas e le asfissiavano a morte. – Dove aspettavate? – Fuori dalla camera a gas. E dall’altra parte… Loro entravano da questa parte… Dall’altra parte c’era un gruppo che portava fuori i cadaveri, qualcuno non era ancora morto. Li portavano fuori e in due minuti, neppure in due minuti, in un minuto tutto era sistemato, tutto era pulito, per far entrare l’altro gruppo che subiva la stesa sorte del precedente. – Quelle donne avevano capelli lunghi? – La maggior parte aveva capelli lunghi, avevano capelli corti, ma noi dovevamo fare il lavoro, come le ho detto i tedeschi volevano i capelli per le loro ragioni. – Ma prima le ho chiesto e non ha risposto qual è stata la prima impressione. La prima volta che ha visto arrivare quelle donne nude con i loro bambini, che cosa ha provato? – Voglio dirle una cosa: avere dei sentimenti là… era molto difficile provare qualsiasi cosa, perché lavorando giorno e notte fra i morti, fra i cadaveri, uomini e donne, i sentimenti scompaiono, sei morto anche tu insieme ai tuoi sentimenti e alla fine non provi più alcun sentimento. Voglio raccontarle qualcosa che è successo durante il periodo in cui mi hanno selezionato per fare il barbiere nella camera a gas, sono arrivate delle donne con un trasporto che proveniva dalla mia città, da Częstochowa. Ne conoscevo molte. – Le conosceva? – Le conoscevo, avevo vissuto con loro nella mia città, abitavano nella mia stessa strada, qualcuna di loro era mia amica, e quando mi videro si aggrapparono a me: «Abe cosa ci fai qui? Che cosa ci succederà?» Che cosa si poteva dire loro? Che cosa si poteva dire? Un mio amico, che era lì con me, che era anche lui un buon barbiere della mia città, quando sua moglie e sua sorella sono entrate nella camera a gas........................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................................... – Vada avanti, è necessario… Deve farlo............... – Non posso farlo, è troppo orribile............... – Per favore… dobbiamo farlo, lo sa… – ............... Non sono in grado… – È necessario, so che è molto duro, lo so e me ne scuso… – ............... Non mi faccia continuare, per favore............... – Per favore, continui… – Le avevo detto che oggi sarebbe stato molto duro............... Mettevano quella roba nei sacchi e veniva trasportata in Germania............... [sussurra alcune parole in yiddish all’amico originario di Częstochowa, al quale, per tutto il tempo, ha finto di tagliare i capelli] ............... Va bene. Andiamo avanti. – Sì. Che cosa ha risposto quando sua moglie e sua sorella sono arrivate? – ............... Tentava di parlar loro, ma, sia alla moglie che alla sorella, era impossibile dire che era l’ultimo istante della loro vita, perché dietro a loro c’erano i nazisti, le SS, e sapeva che nello stesso momento in cui avesse detto una parola, non solo la moglie e la donna che erano già come morte, ma lui stesso, avrebbe condiviso la stessa sorte. Eppure cercava di fare tutto ciò che era possibile per loro, di stare con loro un secondo di più, un minuto di più, stringendole, baciandole, perché sapeva che non le avrebbe mai più riviste41.

  • 42  Levi 1963: 10-11.
  • 43  Cfr. Arad 1999: 370-376.

22È molto difficile, forse impossibile, dire quel che resta di Auschwitz. Restano le parole di Primo Levi sul ritegno e la vergogna che il sopravvissuto legge negli sguardi dei soldati russi a cavallo, che primi arrivano al campo alla fine del gennaio 194542. Restano le riprese dall’aereo di ricognizione sovietico sul campo ormai semideserto. Resta lo sgomento di Vasilij Grossman quando arriva a Treblinka all’inizio del settembre 1944, tredici mesi dopo l’insurrezione e dieci mesi dopo la liquidazione del campo. Dove era il campo, sorgeva adesso una fattoria, costruita con i mattoni delle camere a gas dagli ultimi trenta prigionieri ebrei, prima di essere assassinati. Sui cinquecento acri di terreno erano stati piantati degli alberi e avviata una coltivazione di lupini, affidata a un ucraino di nome Strebel, già guardia a Treblinka, che si era trasferito nella fattoria con l’intera famiglia43.

  • 44  Grossman e Erenburg 1999: 663-664.

Tutto è silenzio. Le cime dei pini che costeggiano le rotaie oscillano appena. Dai vagoni che muovevano lentamente verso il marciapiede milioni di occhi umani hanno visto questi pini, questa sabbia e questi vecchi ceppi d’albero. Sulla strada nera, lungo i bordi della quale sono state poste con teutonica meticolosità pietre tinte di bianco, le ceneri e le scorie granulose crepitano dolcemente. Entriamo nel lager, camminiamo sulla terra di Treblinka. Al minimo contatto i baccelli dei lupini si aprono, scoppiano con lieve rumore e milioni di semi si riversano a terra. Il rumore del baccello che scoppia e il frusciare dei semi che cadono a terra si fondono in una melodia malinconica e sommessa. È come se dalle profondità della terra giungesse, triste, largo, tranquillo, il tintinnio di tante piccole campane, appena percettibili. Sotto i piedi la terra cede, è gonfia, grassa, quasi fosse imbevuta di olio di lino. La terra senza fondo di Treblinka fluttua come un profondissimo mare. Questo deserto cinto di filo spinato ha ingoiato più vite umane di quante ne abbiano inghiottite tutti gli oceani e i mari del globo terrestre da quando esiste l’uomo. La terra rigurgita schegge d’osso, denti, oggetti, carta, non vuole custodire il suo segreto. Emergono dai tagli delle sue ferite mai rimarginate. Eccoli: le camicie semidecomposte delle vittime, pantaloni, scarpe, portasigarette intaccati dal verderame, ingranaggi di orologio, coltelli da tasca, pennelli da barba, candelieri, scarpe da bambino con il fiocco rosso, asciugamani ricamati all’ucraina, biancheria di pizzo, forbici, ditali, corsetti, bende. Dalle fessure della terra vengono alla luce montagne di stoviglie: padelle, coppe di alluminio, tazze, casseruole, pentolini, scodelle, brocche, vassoi, tazzine di plastica da bambino… È come se da questa terra gonfia, senza fondo, una mano spingesse in superficie ciò che i tedeschi avevano seppellito: affiorano passaporti sovietici semidistrutti, taccuini, scritti in bulgaro, foto di bambini di Varsavia e di Vienna, lettere con scarabocchi infantili, un volumetto di poesie, una preghiera scritta su un foglio ingiallito, carte annonarie tedesche… E ovunque centinaia di boccette di profumo, minuscole, sfaccettate, verdi, rosa e blu… Su tutto domina un terribile odore di putrefazione, che né il fuoco né il sole né la pioggia né la neve né il vento riescono a dissolvere. E le piccole mosche del bosco pullulano a centinaia su vestiti carte e fotografie marcite. Continuiamo a camminare sulla terra di Treblinka, molle, senza fondo, e a un tratto ci fermiamo. Al suolo, calpestati, scintillano i capelli chiari, ramati, spessi e meravigliosamente soffici di una fanciulla, lì accanto riccioli biondi e poco più in là, sul bianco della ghiaia, grandi trecce nere; ed eccone ancora, e ancora! Evidentemente si tratta del contenuto di un sacco pieno di capelli – uno solo! – non spedito, dimenticato. Allora è tutto vero. L’ultima speranza che si trattasse di un sogno si dilegua. E di nuovo il rumore di baccelli di lupini che si aprono, il fruscio dei semi, davvero come se dal sottosuolo giungesse il rintocco funebre di mille e mille piccole campane. Il cuore pare fermarsi, stretto da una tristezza, un’amarezza e una desolazione troppo grandi per un essere umano44.

23Non sono neppure i monumenti e le lapidi, venuti dopo, ad Auschwitz, a Sobibor, a Chełmno, a Belzec, a Treblinka, né i musei e i memoriali a Gerusalemme, a Parigi, a Washington, a Berlino, né i viaggi e i giorni della memoria, a poterci dire quale sia per noi oggi l’eredità di Auschwitz. Sono piuttosto le suole delle nostre scarpe:

  • 45  Gilbert 1985: 17-18.

Nella tarda estate del 1959, accompagnato da un amico polacco, un gentile, viaggiavo in automobile verso il fiume Bug, vicino al nodo ferroviario di Malkinia, sulla tratta Varsavia-Leningrado. La nostra intenzione, del mio amico e mia, entrambi studenti, era di attraversare il fiume tramite il ponte segnato sulle mie carte di prima della guerra. Ma giunti al fiume, scoprimmo che il ponte non c’era più: era stato distrutto dai combattimenti di quindici anni prima, quando l’Armata Rossa aveva costretto la Wehrmacht a ritirarsi dalla Polonia dell’Est. Era pomeriggio inoltrato. Dalla riva del fiume, il mio amico chiamò un contadino che sull’altra sponda stava caricando del legname su una piccola barca a forma di chiatta. Dopo un po’ il contadino remò sino alla nostra riva e ci riportò indietro con lui. Gli spiegammo che cosa volevamo fare e lui ci condusse al suo villaggio, a mezzo miglio di distanza. Lì trovò un carretto pieno di tronchi, vi legò il suo cavallo, e ci dirigemmo a sud sulla strada sterrata verso il villaggio di Treblinka. Dal villaggio proseguimmo per un altro miglio o due, lungo la linea di una ferrovia abbandonata attraverso una foresta di alti alberi. Finalmente arrivammo in un’enorme radura, circondata da tutti i lati da una fitta foresta. L’oscurità stava calando, e con essa, il freddo e la rugiada della notte. Scesi dal carro sul suolo sabbioso: un terreno che era grigio anziché marrone. Spinto da non so quale impulso, immersi la mano nel terreno ancora e ancora. La terra sotto ai miei piedi era ruvida e aspra: era piena di frammenti di ossa umane. Ventidue anni dopo ritornai a Treblinka. Il ponte sul fiume Bug era stato ricostruito da tempo. All’entrata del campo c’erano un piccolo museo, cartelli e spiegazioni. Più in là si distendeva la radura, adesso ricoperta da piccoli monumenti di pietra, su ciascuno dei quali era inscritto il nome di una città o di un villaggio i cui ebrei erano stati assassinati qui. I luoghi dove una volta correvano i binari della ferrovia e dove c’erano le camere a gas erano stati identificati e segnalati. La stessa ferrovia era stata ricreata simbolicamente con traversine di cemento. Non avrei potuto chinarmi ancora a disturbare la terra. In quegli anni trascorsi avevo appreso troppo su ciò che era accaduto qui, e su quali tormenti erano stati inflitti ai miei fratelli ebrei45.

24Prima, trent’anni prima, nel gennaio-febbraio 1912, un poeta aveva ancora potuto sperare che, tramite i morti, gli giungesse un’eco dell’impossibile voce di Dio:

  • 46  Rilke 1978: 5.

Voci, voci. Ascolta, mio cuore, come soltanto i Santi
ascoltarono un giorno: il grande richiamo
li alzava dal suolo; ma essi, impossibili,
restavano assorti in ginocchio:
così ascoltavano. Non che tu possa mai reggere
la voce di Dio. Ma lo spiro ascolta,
l’ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea.
Ecco fruscia qualcosa da quei giovani morti e viene a te46.

25Oggi, dopo la Shoah, a noi resta l’umanità di quel grido di rivolta contro l’assoluta indifferenza di cieli “stupidi e vuoti”:

  • 47  Katzenelson 1966: 25-26.

O cieli! Ditemi, perché? Qual è la ragione di tutto ciò?
Di una tale offesa in questo mondo?
La terra, come sorda e muta, chiude gli occhi.
Ma voi avete visto, voi, dall’alto, avete visto, e restate indifferenti. Il vostro vile azzurro non ha tremato; voi continuate a risplendere.
Il sole, rosso, come un carnefice feroce, ha continuato a percorrere il suo abituale cammino,
E la luna, come una vecchia baldracca, una peccatrice, ad uscire di notte al suo passeggio
E le stelle, ad ammiccare sornione come occhi di topi
[…]
Voi avete, o Cieli! contemplato dall’alto i bambini del mio Popolo allorché, quaggiù, li si trascinava
Al massacro, per mare, sui treni, a piedi. Nella luce del giorno e nelle tenebre della notte.
Milioni di bambini hanno alzato verso di voi le braccia imploranti, milioni di padri e di madri vi hanno supplicato.
Nulla ha fatto tremare il vostro impassibile azzurro.
Vedeste gli Yamele di undici anni, tutti giovinezza e bontà,
E i Bension, i giovani geni, i ricercatori più belli di tutto ciò che è al mondo.
Vedeste le Hanna che avevano dato loro la vita, che li adoravano.
Tutto vedeste, e il vostro azzurro non ha tremato.
O Cieli! Voi non avete un Dio dentro di voi; cieli stupidi e vuoti,
Voi non avete Dio nel vostro grembo, Aprite le porte, o Cieli! Spalancatele!
E lasciate entrare tutti i bambini del mio Popolo martire, aprite le porte per questa grande ascesa:
Tutto un popolo crocefisso sale lassù, e ciascuno dei miei bambini massacrati può prendere il posto di un Dio47!

Torna su

Bibliografia

Arad, Y.

– 1999, Belzec, Sobibor, Treblinka. The Operation Reinhard Death Camps, Bloomington, Indiana University Press

– 2009, The Holocaust in the Soviet Union, Lincoln and London, University of Nebraska Press and Jerusalem, Yad Vashem

Arad, Y., Gutman, I., Margaliot, A.

– 1999, Documents on the Holocaust, Lincoln and London, University of Nebraska Press, and Jerusalem, Yad Vashem

Benz, W.

– 1991, Dimension des Völkermords. Die Zahl der jüdischen Opfer des Nationalsozialismus, München, Oldenbourg

Czech, D.

– 2005, Kalendarium. Gli avvenimenti nel campo di concentramento di Aushwitz-Birkenau, 1939- 1945, vol. III, Aned, www.deportati.it

Gelberd, A.

– 1967, 19 Teg in Treblinke (Nineteen days in Treblinka), Jerusalem, Encyclopedia of the Jewish Diaspora, The Tshenstochow Book, B

Gilbert, M.

– 1987, The Holocaust. A History of the Jews of Europe during the Second World War, New York, Henry Holt and Company

Grossman, V., Erenburg, I.

– 1999, Il libro Nero. Il genocidio nazista nei territori Sovietici, 1941-1945, Milano, Mondadori

Gutman, I., (a c. di)

– 1995, Encyclopedia of the Holocaust, New York, MacMillan

Hilberg, R.

– 1985, The Destruction of the European Jews, New York-London, Holmes and Meier; La distruzione degli Ebrei d’Europa, tr. it. di F. Sessi e G. Guastalla, Torino, Einaudi, 1995

Höss, R.

– 1958, Kommandant in Auschwitz, Stuttgart, Deutsche Verkag-Anstalt; tr. it. di G. Panzieri Saija, Comandante ad Auschwitz, Torino, Einaudi, 1960

Katzenelson, I.

– 1964, Il Canto del Popolo Ebreo Massacrato, Nizza, Amici di Lohamei Haghettaoth

Lanzmann, C.

– 1985, Shoah - Film (regia di), Francia.

– 1985, Shoah - Testo, Paris, Éditions Fayard; tr. it. di G. Cillario, Milano, Bompiani, 2000

– 1994, Holocaust, la représentation impossible, Paris, “Le Monde”, 3 marzo

– 2009, Le Lièvre de Patagonie, Paris, Gallimard; tr. it. di E. Sacchini e F. Peri, La Lepre della Patagonia, Milano, Rizzoli, 2010

Levi, P.

– 1963, La Tregua, Torino, Einaudi

– 1986, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi

Müller, F., Freitag, H., Flatauer, S.

– 1999, Eyewitness Auschwitz: Three Years in the Gas Chamber, Chicago, Ivan R. Dee and United States Holocaust Memorial Museum

Pressac, J.C.

– 1993, Les crématoires d’Auschwitz: La machinerie du meurtre de masse, Paris, CNRS Éditions; tr. it M. Chamla, Le macchine dello sterminio. Auschwitz (1941-1945), Milano, Feltrinelli, 1994

Reder, R.

– 1946, Bełzec, Centralna Zydowski Komisja Historyczna, Krakow; tr. inglese a c. di F. Piper, Bełzec, Oświęcim, Judaica Foundation and Auschwitz-Birkenau State Museum, 1999

Rilke, R.M.

– 1923, Duineser Elegien, Frankfurt am Main, Insel; tr. it. di E. e I. De Portu, Elegie Duinesi, Torino, Einaudi, 1978

Rückerl, A. (Ed)

– 1977, NS-Vernichtungslager in Spiegel deutscher Strafprozesse, Belzec, Sobibor, Treblinka, Chełmno, München, DTV

Saletti, C. ( a c. di )

– 1999, La voce dei sommersi. Manoscritti ritrovati di membri del Sonderkommando di Auschwitz, Venezia, Marsilio

Sereny, G.

– 1974, Into that Darkness. From Mercy Killing to Mass Murder, London, Mc Graw-Hill; tr. it. di A. Bianchi, In quelle tenebre, Milano, Adelphi, 1975

Steinbacher, S.

– 2004, Auschwitz. Geschichte und Nachgeschichte, München, C.H. Beck oHG; tr. it. di U. Gandini, Auschwitz., La città, il lager, Torino, Einaudi, 2005

Wiesel, E.

– 1982, Paroles d’étranger: textes, contes et dialogues, Paris, Éditions du Seuil; tr. it. di O. Miani, Parole di straniero, Milano, Spirali, 1986

Torna su

Note

1  Katzenelson 1966: 10-11.

2 Hilberg, in Lanzmann 1987: 86.

3  Czech 2005: 656.

4  In Italia esistono tre edizioni del Canto: quella del 1966, curata e tradotta dalla stessa Miriam Novitch e da Fausta Beltrami Segrè, che viene qui utilizzata; quella di Sigrid Sohn e Daniel Vogelmann, edita da Giuntina nel 1995 e intitolata Il canto del popolo ebraico massacrato, e la più recente, curata e tradotta da Erri de Luca, edita da Mondadori nel 2009 con il titolo Canto del popolo yiddish messo a morte.

5  Saletti 1999: 73-74.

6Ivi 37.

7  Levi, in Katzenelson 1966: 5.

8  Katzenelson 1966: 14.

9  Purtroppo il libro, che Raul Hilberg ha definito «l’autentico, esaustivo, definitivo resoconto sui campi della morte meno conosciuti dell’epoca nazista», in Italia non è ancora stato tradotto.

10  Arad 1999: VII.

11  Sereny 1975: 18.

12Ivi: 495.

13  Cfr. Sereny 1995.

14  Höss 1960: 171-190.

15  Sereny 1975: 270.

16  Hilberg, in Lanzmann 1987: 86.

17  Arad 1999: 377-398. Il numero si riferisce alle sole vittime dei tre campi dell’Aktion Reinhard. Il numero totale delle persone assassinate durante la Shoah, secondo gli studi più recenti di Israel Gutman e Robert Rozett, oscilla fra 5 596 000 e 5 860 000 (Cfr. Gutman, Rozett 1995); Raul Hilberg lo aveva stimato in 5 100 000 (Hilberg 1995: 1303-1320), mentre Wolfgang Ben, aveva concluso per un numero tra 5 290 000 e 6 000 000 (Cfr. Benz 1991).

18  Cfr. Pressac 1994.

19  Arad, Gutman, Margaliot 1999: 398-400.

20  Arad 2009: 133-140, 527-531.

21  Hilberg 1995: 1075.

22  Yad Vashem Archives, TR-10/567: 123 - Sobibor Trial.

23  Rückerl 1977: 158-161, 222; Reder 1946: 40; Sereny 1974: 198.

24  Rückerl 1977: 222-223.

25  Gelberd 1967: 161.

26  Reder 1946: 51; Belzec-Oberhauser Trial, nastro 8, p. 1465.

27  Arad 1999: 108-113.

28  Così lo definisce Franz Suchomel, Unterscharführer di stanza a Treblinka, nel colloquio con Lanzmann, filmato a sua insaputa in Shoah. Suchomel, processato e condannato nel 1965 a sei anni di prigione ma rilasciato nel 1969, precedentemente intervistato anche da Gitta Sereny, è, fra le SS, l’assassino che ha maggiormente contribuito alla descrizione, anche di dettaglio, delle operazioni di sterminio che avvenivano nel campo.

29  Cfr. Arad 1999: 360-363.

30  Oltre ai processi di Norimberga dell’immediato dopoguerra, nell’allora Germania Federale, fra il 1964 e il 1970, sulla scia dell’impatto mondiale del processo Eichmann svoltosi a Gerusalemme nel 1961, vennero portate finalmente in giudizio alcune delle SS che avevano operato nei tre campi di sterminio dell’Aktion Reinhard. Un gruppo di dieci SS di Treblinka, fra cui Kurt Franz, vicecomandante del campo, venne giudicato a Düsseldorf fra il 12 ottobre 1964 e il 24 agosto 1965. Il processo Sobibor contro dodici SS che avevano operato in quel campo si tenne fra il 6 settembre 1965 e il 20 dicembre 1966 nella corte di Hagen. Il processo Belzec a Monaco durò invece solo tre giorni, dal 18 gennaio al 21 gennaio 1965. Unico imputato, Josef Oberhauser, condannato a quattro anni e mezzo di prigione. Infine a Düsseldorf, nel 1970, venne portato in giudizio Franz Stangl, comandante di Sobibor e Treblinka, arrestato in Brasile nel 1967 e poi estradato nella Repubblica Federale. A Kiev, nell’allora Unione Sovietica, si tennero due processi, nel 1962-1963 e nel giugno 1965, alle guardie ucraine che avevano prestato servizio nei campi. La maggior parte degli imputati venne condannata a morte.

31  Dalla testimonianza di Abraham Bomba, in Lanzmann 2000: 53-55

32  Dalla testimonianza di Richard Glazar, in Sereny 1975: 287-288.

33  Steinbacher 2005: 90, 94.

34  Lanzmann 2010: 483-489.

35Ivi: 552.

36Ivi: 543.

37  Lanzmann 1994: VII.

38  Testimonianza di Filip Müller, in Lanzmann 2000: 144-14. Si veda anche Müller, Freitag, Flatauer 1999.

39  Wiesel 1986: 11.

40  Lanzmann 2010: 497-502.

41  Lanzmann 1985 - Film.

42  Levi 1963: 10-11.

43  Cfr. Arad 1999: 370-376.

44  Grossman e Erenburg 1999: 663-664.

45  Gilbert 1985: 17-18.

46  Rilke 1978: 5.

47  Katzenelson 1966: 25-26.

Torna su

Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Paolo Alessandro Mattiello, «Gli scomparsi»Rivista di estetica, 45 | 2010, 167-189.

Notizia bibliografica digitale

Paolo Alessandro Mattiello, «Gli scomparsi»Rivista di estetica [Online], 45 | 2010, online dal 30 novembre 2015, consultato il 17 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1760; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1760

Torna su

Diritti d’autore

CC-BY-NC-ND-4.0

Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

Torna su
Cerca su OpenEdition Search

Sarai reindirizzato su OpenEdition Search