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il paradosso del testimone

Sulle tracce della memoria. Il memoriale della shoah di Berlino

Simona De Simoni
p. 157-166

Abstract

The paper focuses on the current conditions of the Shoah’s memory transmission. The purpose is to point out the frames where a contemporary theory and praxis of the collective memory can be formulated. The first section, reffering to most recent studies, shows both components caracterizing today’s process of memorizing the Shoah: the passagge from memory to post-memory (Hirsh) and the whirling increase of the chance to record and reproduce the past (Derrida, Ferraris). In the second secion, referring to this theoretical frame, I analyse the radical trasformations of the monument as the traditional media of the european public memory. The reference to the empirical case of the Denkmal für die ermordeten Juden Europas, the Shoah’s Memorial designed by Peter Eisenman, underlines the shift from monument to counter-monument (Young, J. E.) by materializing both the troubles and an inventive strategy to exit the saturation of the current memorial speech.

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Testo integrale

  • 1  Assman 1999.

1La memoria pubblica della Shoah, tassello fondamentale per la formazione di un’identità condivisa europea, assume un profilo sempre più incerto: instabile dal punto di vista epistemologico, ambiguo sul versante politico. Il ricordo, infatti, deve fare i conti tanto con il mutare delle condizioni materiali di fissazione e trasmissione, quanto con un’esibizione pubblica eccessivamente ritualizzata che tende a smorzarne il contenuto reale. Appare dunque necessario individuare strategie efficaci per sbloccare una pratica mnestica satura e abusata e garantire, al contempo, il passaggio dalla “memoria viva” alla “memoria culturale”1.

  • 2  Ricœur 2000: 61-66.
  • 3  Hirsch 1997.
  • 4  La questione del “mediatore” della memoria è analizzata ampiamente in Assman 1999: 165-377.

2La posta in gioco riguarda, per così dire, l’immaginario mnestico di generazioni che non hanno vissuto l’evento in prima persona e che, pertanto, ne possiedono un ricordo interamente mediato. Per questo motivo, una considerazione sulla disponibilità massiccia di documenti, immagini, filmati, o più in generale mediatori di diversa natura, risulta determinante per formulare una teoria contemporanea della memoria e rende innanzitutto necessario riconoscere il valore irrinunciabile di un affidamento beyond-mind della memoria. Quest’ultima infatti – come sostiene Paul Ricœur – si articola intorno a polarità differenti, tra cui quella di riflessività e mondità. Ciò significa che il ricordo non è mai un atto puro di coscienza, interiore e individuale, come lungamente ha affermato una tradizione filosofica “dello sguardo interiore”, ma che, al contrario, presuppone «l’orizzonte del mondo o di un mondo»2. Le possibilità commemorative del soggetto sono dunque mediate linguisticamente e inscritte nel corpo, negli oggetti, nello spazio. Questa dimensione extramentale diviene decisamente preponderante nel passaggio alla post-memoria3, fondata sul traffico sociale e collettivo di memorie “di seconda mano”. Le generazioni a venire non possono infatti ricordare la Shoah a prescindere dal ricorso a supporti memoriali extramentali: immagini, scritti, racconti, suoni, installazioni ibride o semplicemente byte4.

  • 5  Derrida 1995. Si noti l’analogia con le scelte semantiche adottate da Ricœur nella sua analisi del (...)

3Un simile incremento protesico muta profondamente la facoltà mnestica soggettiva. Come evidenziato da Jacques Derrida, infatti, il presente è scosso da un “sisma archiviale” di proporzioni sconosciute5. L’enorme sviluppo delle tecniche di supporto dei ricordi, e la maggiore accessibilità per il pubblico, producono una sorta di chirurgia memoriale diffusa, praticata attraverso tecnologie informatiche avanzate, ma anche media tradizionali come la scrittura e le immagini. I corpi stessi sono oggetto di sperimentazioni cyborg che tendono, per così dire, a sovrascrivere artificialmente il codice genetico. All’identità personale, fortemente intrecciata alla memoria, si sostituisce via via il “profilo”, rigorosamente a misura di social network. Ciò impone il ripensamento – fuori da canoni moralistici – del rapporto tra artificialità, realtà e verità. Il significato che l’autenticità ha rivestito nel corso della modernità per la definizione di soggettività appare decisamente superato, pur non implicando il venir meno del valore di verità dei ricordi.

  • 6 Derrida 1995: 28.

4Il terremoto archiviale, tuttavia, colpisce ben oltre la sfera individuale. La trasmissione delle discipline e dei saperi ne è coinvolta, al pari delle memorie collettive, in primis quella della Shoah, vertice della tendenza ipermnestica del presente. Le “protesi archiviali”, infatti, proliferano nella memoria culturale dell’Olocausto e, dato il loro impatto decisivo, è necessario interrogarne lo statuto epistemico e politico. Derrida tratteggia la cornice del problema con efficacia6.

L’archivio, come stampa, scrittura, protesi o tecnica ipomnestica in generale, non è solo il luogo di stoccaggio e di conservazione di un contenuto archiviabile passato che esisterebbe a ogni modo, così come, senza archivio, si crede ancora che fu o che sarà stato. No, la struttura tecnica dell’archivio archiviante determina anche la struttura del contenuto archiviabile nel suo stesso sorgere e nel suo rapporto con l’avvenire.

  • 7  La formula derridiana “archiviazione” sembra coincidere con ciò che Maurizio Ferraris indica con “ (...)

5Con lo stile che gli è proprio, Derrida pone la questione centrale del carattere strutturalmente mediato dei ricordi. Questi, infatti, dipendono sempre da un’iscrizione, dalla possibilità di decifrarla e dall’esistenza di un supporto materiale. L’archiviazione – a cui è attribuito un valore semantico più ampio di quello strettamente letterale – indica tale processo di mediazione: elemento non accessorio della memoria, bensì sua condizione di possibilità. Il termine “archivio”, dunque, non è utilizzato per indicare un deposito, uno spazio neutrale rispetto a ciò che lo riempie, ma la tecnica stessa che permette l’esistenza di un contenuto mnestico e che Derrida definisce una “ipomemoria”. Questa, in ultima analisi, è riconducibile a un dispositivo dotato di una duplice funzione, passiva e attiva: da un lato registra le tracce del passato attraverso la fissazione su un supporto materiale, dall’altro ne determina la leggibilità7.

  • 8  Platone 191c, d, e.

6Il legame tra “archivio archiviante” e “contenuto archiviabile”, stabilito da Derrida, possiede dunque una valenza trascendentale e rimanda al nesso ineliminabile tra ricordo e iscrizione. Un nesso a lungo investigato e tematizzato dal pensiero filosofico, se pur spesso in forma implicita o metaforica. In nessun altro ambito tematico, infatti, la definizione di Denkbilder – introdotta da Walter Benjamin per indicare una figura di pensiero che orienta la teoria – vale nella stessa misura che nell’indagine memoriale. All’interno di questa ampia metaforica filosofica, l’immagine più celebre risale a Platone, il quale, nel Teeteto, paragona l’anima a una tavoletta di cera capace di conservare traccia degli eventi8. Attraverso la penna di numerosi autori, e scavalcando secoli di storia del pensiero, la concezione scritturale della memoria resta un modello insuperato che mostra la sua pregnanza euristica anche per affrontare i dilemmi di un ricordo collettivo doloroso e lacerato, quale quello della Shoah.

  • 9  Assman 1999: 331.

7A partire dagli anni Ottanta, il nesso tra memoria collettiva e scrittura viene declinato in chiave geografico-spaziale: il continente europeo assume i connotati di un’immensa superficie scritturale, una tavoletta di cera che conserva i segni del passato. Se, tuttavia, la convinzione che «i luoghi possano essere soggetti e portatori del ricordo e, magari, avere a disposizione una memoria che trascende gli uomini»9 può venir considerata una costante della memoria culturale, nel caso della Shoah assume un significato specifico. I tradizionali lieux de mémoire, infatti, sono da sempre veicolo di una semantica affermativa, mentre la «topografia del terrore» novecentesca non può soddisfare in termini positivi il bisogno simbolico di un ricordo comune e condiviso. Difficilmente, per esempio, Auschwitz – sebbene considerato luogo della memoria per antonomasia – potrebbe rappresentare un sito adatto a ospitare i palazzi governativi dell’Unione Europea. L’idea apparirebbe infatti grottesca e macabra.

8Tuttavia, nonostante il collasso simbolico di cui sono teatro, gli spazi suscitano un interesse sempre crescente. Da questo punto di vista, il caso della Germania risulta emblematico. Durante gli anni Novanta – periodo in cui si afferma una tendenza non ancora esaurita – le città tedesche si popolano di memoriali alla Shoah. Numerosi artisti e performer trovano terreno fertile per le loro ricerche ed elaborano un inedito codice espressivo che ridefinisce il rapporto tra spazio urbano e memoria: la funzione simbolica degli spazi viene sostituita dal valore d’indice della traccia; al monumento subentra, per così dire, il promemoria.

9Si pensi per esempio alle Stolpersteine di Günter Demnig, le “pietre dell’inciampo” che interrompono il passo spedito e sicuro del presente: semplici targhe in ottone, incastonate nel suolo in concomitanza dell’ingresso dei vecchi domicili dei deportati, riportano i dati anagrafici di numerose vittime e, quando possibile, le coordinate storico-geografiche del loro assassinio. L’installazione, micrologica e discreta, non codifica un modello memoriale precostituito, ma riporta semplicemente alla luce le tracce del passato, spesso sepolte dai rapidi mutamenti urbani. In modo analogo, per citare un altro esempio celebre, La maison manquante di Christian Boltanski trasforma una superficie vuota – resto altrimenti muto di un edificio abbattuto dai bombardamenti – in un indice della scomparsa di coloro che un tempo risiedevano nell’abitazione distrutta. L’artista, infatti, ha applicato sulle pareti degli edifici perimetrali alcune targhe che espongono informazioni relative agli ex abitanti della struttura crollata: a un’altezza ipotetica, stimata su quella presunta che fu degli appartamenti, sono segnati i nomi delle famiglie che un tempo abitarono lo stabile e la durata della loro permanenza. L’osservatore ne evince che due famiglie hanno lasciato l’abitazione tra il 1939 e il 1943 per non farvi mai più ritorno. Il ricordo delle deportazioni assume, così, una concretezza disarmante: tra coloro che abitano accanto alla “casa mancante”, con buona probabilità, alcuni conoscono i nomi e i volti di chi, in passato, fu un vicino, sanno cosa è accaduto a quei corpi, sanno di non averlo impedito. Chi invece, più semplicemente, osserva la maison manquante senza conoscere il quartiere, è comunque sorpreso da un’evidenza: non è sempre stato così, manca qualcosa.

  • 10  Young 1993a; 1993b; 2000.
  • 11  Young 2000: 115.

10Queste installazioni – e così altre, riconducibili al medesimo impianto concettuale – innescano un processo di marcatura capillare del paesaggio urbano e, al contempo, stravolgono la funzione tradizionale dell’architettura memoriale. Per descrivere tecnicamente il fenomeno, il filosofo americano James Eduard Young ha coniato il neologismo counter-monument, contro-monumento: il concetto, che nella sua opera segnala un’innovazione in primo luogo estetica, evidenzia sin dalla sua formulazione una rottura netta tra due tipologie iconografiche10. Il contro-monumento non possiede soltanto caratteristiche diverse o addirittura opposte a quelle dei memoriali tradizionali, ma è concepito proprio e soprattutto contro il monumento. Se quest’ultimo fiorisce in seguito alla formazione dello stato nazionale per il quale assolve una funzione legittimante, il counter-monument si rivolge non soltanto contro la forma architettonica, ma anche contro il suo contesto d’origine teorico e politico. Numerosi artisti ritengono infatti che il monumento, dopo le esperienze del Novecento, risulti fortemente compromesso dalle sue connessioni con il passato fascista. Oggetto nazionale per antonomasia, diviene infatti la forma architettonica privilegiata attraverso cui il Reich esprime i propri eccessi nazionalisti, al punto che Hitler commissiona a Speer un progetto di rifacimento dell’intera Berlino, con lo scopo di fare della città stessa il maggiore monumento dell’impero. Il monumento si rivela dunque una forma artistica potenzialmente autoritaria a cui appare necessario non solo rinunciare, ma addirittura replicare: «un monumento contro il fascismo [deve] essere un monumento contro se stesso»11.

  • 12  Haardt 2001; Kuhlke 2004; Leggewie e Meyer 2005.

11Il problema dell’inconciliabilità, politica e iconografica, tra il monumento tradizionale e la memoria della Shoah si pone in forma paradigmatica a proposito del Denkmal für die ermordeten Juden Europas, il Memoriale agli ebrei assassinati d’Europa, progettato dall’architetto americano Peter Eisenman e inaugurato a Berlino il 10 maggio 2005. L’opera, infatti, è concepita sia come monumento centrale dell’Olocausto, sia come maggior monumento nazionale tedesco postriunificazione12. La tensione tra i due motivi si riflette nell’aspetto schizofrenico dell’oggetto che da un lato conserva – e addirittura esaspera – alcune caratteristiche dei monumenti tradizionali, ma dall’altro diserta ogni funzione simbolica. Nonostante le dimensioni e la centralità topografica nella geografia della città riunificata, il Memoriale mantiene infatti una vocazione contro-monumentale riconducibile anzitutto al suo carattere volutamente a-semantico.

  • 13  Gerber 2004: 31.
  • 14  Eisenman 1983; 1984a; 1984b; 1988.
  • 15 Ferraris 2010: 200.
  • 16  Derrida 1967.

12Lo slittamento dal simbolo alla traccia, a cui si è fatto riferimento sopra, si manifesta nell’opera di Eisenman in modo esplicito e programmatico: al pari di un fossile o di un reperto archeologico, l’opera appare disseppellita nel cuore di Berlino. Tecnicamente lo schema dell’urbanismo tradizionale, fondato sul rapporto tra una figura e il terreno (figure-ground), viene sostituito dalla relazione circolare del suolo con se stesso (ground-ground) in cui il confine scompare: il suolo diviene oggetto e viceversa, mentre la pratica costruttiva si trasforma in una vera e propria attività di scavo13. Dal punto di vista teorico ciò è riconducibile alla concezione dell’architettura come “scrittura di spazio” a cui Eisenman approda grazie al confronto con la filosofia di Derrida14. Tracciare linee nel terreno, solcare il suolo cittadino, incidere cicatrici simboliche nel tessuto urbano – o più in generale «ogni forma di modificazione di una superficie che rinvia (ricordandolo) a qualcosa di non presente»15 – sono infatti pratiche riconducibili al concetto derridiano di “archi-scrittura”, che assegna alla traccia un primato ontologico rispetto al significato16.

13Il Denkmal assolve dunque alla funzione primaria della memoria: un silenzioso tener traccia. Come un promemoria, ricorda la necessità di ricordare, senza garantire a priori il successo dell’atto mnestico. Il valore segnico dell’oggetto sostituisce così la pienezza del simbolo disinnescando la routine commemorativa: attraverso l’equiparazione al fossile, il Denkmal focalizza l’attenzione sulle condizioni di produzione del senso cercando di correggere il tendenziale ammutolire dei ricordi, pur nel loro dilagare. La prassi postmemoriale potrebbe, forse, ricominciare di qua.

  • 17  Il dibattito si è svolto sulle pagine dei maggiori quotidiani tedeschi ed è raccolto, almeno sino (...)

14Il Memoriale berlinese, tuttavia, non può essere letto in modo univoco. Infatti se da un lato diserta la funzione simbolica del monumento tradizionale, dall’altro svolge un ruolo importante nella determinazione dell’identità tedesca post 1989. Sin dal dopoguerra – attraverso un faticoso lavoro di memoria che ha conosciuto stadi eterogenei e spesso conflittuali – la Germania ha riflettuto sul rapporto esistente tra il proprio passato totalitario e i processi di identificazione collettiva. Più volte su questo tema si sono divisi gli spiriti, dando luogo a numerosi dibattiti pubblici che hanno scandito la storia politica tedesca più recente. L’ultimo dei quali, protrattosi per ben diciassette anni, dal 1988 al 2005, si è scatenato proprio a partire dall’opportunità di un Monumento centrale alla Shoah nel centro di Berlino17.

15L’Holocaust Mahnmal, come spesso viene nominato, è divenuto l’emblema di un paradigma memoriale normativo, delineatosi a partire dalla riunificazione e stabilizzatosi definitivamente dopo le importanti elezioni del 1998. L’imperativo “Auschwitz non deve ripetersi!”, criterio etico imprescindibile della Nuova repubblica, stabilisce un nesso esplicito tra l’orientamento democratico tedesco e la pratica della memoria. In questa cornice generale il Memoriale acquista un’indiretta funzione positiva che lo accomuna ai più tradizionali monumenti nazionali. La radicalità teorica dell’architettura eisenmaniana sembra così spegnersi sul piano politico, dove, forse con eccessiva accondiscendenza, riproduce un modello mnestico in realtà non privo di tensioni interne.

  • 18  Reichelt 2001.

16Durante i due concorsi pubblici per la costruzione dell’opera, tenutisi rispettivamente nel 1994 e nel 1998, non sono tuttavia mancate proposte politicamente più incisive. Ha fatto parlare di sé, e raccolto il favore di numerosi critici, il progetto Deutsche Autobahn (Autostrada tedesca) presentato da Rudolf Herz e Reinhard Matz in occasione del secondo bando18. L’idea prevedeva di trasformare provocatoriamente un tratto della A7, a sud di Kassel, nel Monumento: la superficie autostradale preposta, lunga circa un chilometro, sarebbe stata segnalata in entrambe le direzioni di marcia dall’iscrizione Mahnmal für die ermordeten Juden Europas, il limite di velocità sarebbe stato ridotto a 30 km/h e il fondo, appositamente acciottolato, lo avrebbe reso di fatto intrasgredibile. I mille metri più trafficati dell’intera rete stradale tedesca sarebbero stati percorsi, per così dire, a passo d’uomo. Al tempo stesso l’area originariamente destinata al monumento, ovvero una porzione di suolo di 20 000 mq nel centro di Berlino, sarebbe stata venduta e con il ricavato fondato un osservatorio sulla violenza politica contemporanea. Nel centro della capitale, in qualità di unico segno del Denkmal, una targa avrebbe illustrato in varie lingue, a passanti, turisti e residenti, l’intero progetto.

17Il dispositivo ideato da Herz e Matz condivide con il progetto di Eisenman una vocazione scritturale, riconducibile, nel caso specifico, alla modificazione della superficie di viabilità. L’opera, tuttavia, possiede un potenziale politico maggiore in quanto colpisce un simbolo consolidato dell’identità tedesca. Metafora di mobilità e forza economica, costruita con lo sfruttamento del lavoro coatto degli internati nei Lager e celebrata con orgoglio dallo stesso Hitler, l’autostrada rappresenta il più significativo intervento urbanistico del Reich, considerato tutt’oggi – nell’immaginario miserevole dei luoghi comuni – un effetto positivo della capacità organizzativa nazista. Il mito della Deutsche Autobahn, come lo definiscono i due artisti, affonda dunque le proprie radici – ideologiche e materiali – direttamente nel passato totalitario.

  • 19  Passerini 2003.

18Colpendo in modo esplicito un simbolo implicito, il progetto sottende una concezione della memoria intesa come abilità politico-culturale capace di disinnescare meccanismi irriflessi di identificazione positiva con il passato, anche se comuni e apparentemente innocui. Allude così alla formazione di un immaginario condiviso, definitivamente svincolato dal modello tradizionale di matrice nazionale e nazionalista, mirando piuttosto alla formazione di «identità ironiche»19, capaci di rinunciare a simboli e retoriche consolidate, pur senza smarrire il senso della propria storia. L’arte forse non può spingersi oltre. Definire prospettive future per la memoria resta un compito aperto, in cui ne va, anzitutto, del proprio orizzonte di vita presente:

  • 20  Derrida 1993: 5.

19Senza questa non-contemporaneità a sé del presente vivente, senza quel che segretamente lo disaggiusta, senza questa responsabilità e questo rispetto per la giustizia nei confronti di quelli che non ci sono, di quelli che non sono più o non sono ancora presenti e viventi, quale senso ci sarebbe nel porre la domanda “dove”?, “dove domani”?20

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Note

1  Assman 1999.

2  Ricœur 2000: 61-66.

3  Hirsch 1997.

4  La questione del “mediatore” della memoria è analizzata ampiamente in Assman 1999: 165-377.

5  Derrida 1995. Si noti l’analogia con le scelte semantiche adottate da Ricœur nella sua analisi della “memoria archiviata”. Egli, infatti, ricorre a formule quali “frenesia documentaria” e “marea archiviale” (Ricœur 2000: 207-257).

6 Derrida 1995: 28.

7  La formula derridiana “archiviazione” sembra coincidere con ciò che Maurizio Ferraris indica con “registrazione”, ossia «una traccia appresa sotto il profilo del significato». La distinzione così introdotta tra il piano ontologico della traccia e quello epistemologico della registrazione, consente di respingere interpretazioni ambigue e potenzialmente dannose delle parole di Derrida. L’archiviazione, infatti, determina la struttura dell’oggetto come appreso dal soggetto e non esaurisce la questione ontologica: ciò che è escluso dall’archiviazione non cessa per questo di esistere (Ferraris 2010: 250-273).

8  Platone 191c, d, e.

9  Assman 1999: 331.

10  Young 1993a; 1993b; 2000.

11  Young 2000: 115.

12  Haardt 2001; Kuhlke 2004; Leggewie e Meyer 2005.

13  Gerber 2004: 31.

14  Eisenman 1983; 1984a; 1984b; 1988.

15 Ferraris 2010: 200.

16  Derrida 1967.

17  Il dibattito si è svolto sulle pagine dei maggiori quotidiani tedeschi ed è raccolto, almeno sino al 1999 – anno in cui il governo tedesco vota il progetto di Eisenmanin Heimrod, Schlusche, Seferens 1999. L’intera vicenda è ben ricostruita in Stiftung Denkmal für die ermordeten Juden Europas 2005; Stavginski 2002.

18  Reichelt 2001.

19  Passerini 2003.

20  Derrida 1993: 5.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Simona De Simoni, «Sulle tracce della memoria. Il memoriale della shoah di Berlino»Rivista di estetica, 45 | 2010, 157-166.

Notizia bibliografica digitale

Simona De Simoni, «Sulle tracce della memoria. Il memoriale della shoah di Berlino»Rivista di estetica [Online], 45 | 2010, online dal 30 novembre 2015, consultato il 19 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1758; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1758

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