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il paradosso del testimone

Applicazioni dell'epistemologia della testimonianza al caso dell'olocausto

Nicla Vassallo
p. 139-156

Abstract

The dual purpose of this paper is to examine whether the epistemology of testimony is useful in clarifying reflections on the Holocaust, and on the hand to employ the Holocaust as a test case for the epistemology of testimony in itself. In contrast to any form of epistemological individualism, I examine the epistemological problems and conditions that face both an historian (an indirect witness) and an ocular witness (a direct one). In this discussion, I will not be able to give precise answers to various questions, in particular concerning the relationship between these types of witnesses. I will conclude that although testimony requires truth of the proposition testified, lying seems better that telling the truth in cases where it is instrumental in saving many human life from the brutality of the Nazis. This conclusion is modest: while the epistemology of testimony can perhaps be of help in reflecting upon the Holocaust, it surely brings up more problems than what it can solve. Notwithstanding, I do not believe that the fault is with the epistemology of testimony, but rather that because of its extreme cruelty, inhumanity, and horror, it is too complex to say when a serious testimony about Holocaust is fully justified.

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Testo integrale

1. Prologo sintetico

  • 1  Cfr., per esempio, Vassallo 1999, 2005, 2006, 2011.
  • 2  Sebbene in ragione di un suo significato teologico alcuni ritengano inadeguato il termine, impiegh (...)
  • 3  I rapporti tra storia e testimonianza sono segnati da un noto e vecchio problema epistemologico, c (...)

1Benché storia e storiografia non rappresentino settori di mia competenza, l’epistemologia della testimonianza – interesse di ricerca che nutro da tempo1 – potrebbe, da una parte, chiarire punti che concernono la riflessione sull’Olocausto2, dall’altra essere messa essa stessa alla prova nell’affrontare una delle pagine più terrificanti della nostra storia3. Se in quanto segue non risalterà l’opposizione tra lo storico e il testimone oculare, non è solo perché, stando ad alcuni, questa non si dà, ma soprattutto perché tenterò di concentrarmi più sul problema del testimone-storico che non su quello del testimone oculare. Certo, forse tra i due tipi di testimoni è in atto, come è stato sostenuto, una qualche lotta per il potere; sebbene quest’ultimo presenti risvolti di tipo conoscitivo, consegno la questione nelle mani dei filosofi della politica, per affrontare qui questioni unicamente epistemologiche, con l’umiltà intellettuale che impone la persecuzione e lo sterminio efferati di troppi esseri umani nella Germania nazista e nell’Europa occupata dai nazisti.

2. Sull’individualismo epistemico

2Da un certo punto di vista, semplificando, sia lo storico sia colui che percepisce i fatti rappresentano dei testimoni: il primo risulta “indiretto”, mentre il secondo “diretto”, a meno che storico e testimone oculare non coincidano. Lo storico può essere giudicato più oggettivo, il testimone diretto più soggettivo; eppure lo storico non riesce a testimoniarci molto se non fa conto (anche) sulla testimonianza del testimone diretto, anzi – è ovvio – di parecchi testimoni diretti. Lo storico può altresì essere giudicato più neutrale, in quanto soggetto conoscente “normale” che, in una situazione “normale”, getta il suo sguardo sugli accadimenti, mentre il testimone diretto può venire giudicato parziale, in quanto soggetto conoscente “anomalo” che, in una situazione “anomala”, sperimenta sulla propria pelle accadimenti oltremodo drammatici, spaventosi, tragici, perlomeno nel caso dell’Olocausto – su queste questioni mi riservo di tornare in seguito. Ciononostante, rimane vero che lo storico continua a necessitare del testimone diretto. Di conseguenza, si richiede allo storico di rinunciare all’individualismo epistemico: al fine di testimoniarci qualcosa, non gli è lecito pensarsi autosufficiente, dubitare di qualsiasi credenza che si debba agli altri, contare solo su fonti, documenti ufficiali e ufficiosi, diari, lettere, memorialistica che non presuppongono l’esistenza di più testimoni.

3Le variegate espressioni dell’individualismo epistemico prevedono una forma più radicale, stando a cui nessuna credenza risulta giustificabile in base alla testimonianza, e una forma più moderata, stando a cui le credenze risultano invece tali, a patto che si riesca a ricondurre in ultimo la giustificazione a un’altra fonte conoscitiva. Radicale o moderata, per ogni forma il soggetto cognitivo si troverebbe in una sorta di perenne isolamento epistemico, tale da consentirgli completa autonomia sulla verità e/o sulla giustificazione di ogni credenza. È lampante che, a causa della necessità di ricorrere a fonti, documenti ufficiali e ufficiosi, diari, lettere, memorialistica, testimoni e via dicendo, allo storico questo tipo di isolamento non è accordato, sempre che egli/ella intenda testimoniarci qualcosa.

  • 4  Cfr. Fricker 2006: 244.

4L’ideale (ma è tale?) dell’individualismo non ha ragion d’essere, oltre che per lo storico, per noi tutti. Se non contassimo sull’altrui testimonianza, subiremmo una grave perdita epistemica: basti pensare che non conosceremmo quei fatti ed eventi del passato (Olocausto incluso) e del presente che non percepiamo individualmente, così come quelle teorie rispetto a cui non presentiamo alcuna competenza, o una competenza sufficiente. Ci risulterebbero, tra l’altro, ignoti fatti che supponiamo di conoscere piuttosto bene: il nostro pianeta non è piatto, nella nostra scatola cranica è presente un cervello, il nostro nome è X, la nostra data di nascita cade nel tal giorno, mese e anno, i nostri genitori biologici sono Tizia e Caio, viviamo nel paese Y. Per di più, se non ci basassimo sulla testimonianza, il nostro stato epistemico e pratico consisterebbe in quello dell’età della pietra: i tanti mutui scambi informazionali e/o testimoniali non hanno forse rappresentato condizioni necessarie a quegli altrettanti progressi che ci hanno condotto all’oggi? Senza poi menzionare che il soggetto che non si affida alla testimonianza risulta «o paranoide, o assai carente dal punto di vista cognitivo, o profondamente incoerente sotto il profilo razionale»4. Se ciò ha senso e se, al contempo, lo storico fosse quel soggetto, gli dovremmo attribuire paranoia, lacune, incoerenza. In parole povere, ci troveremmo di fronte a uno storico quantomeno inaffidabile.

5Ancora, l’individualismo non ha ragion d’essere perché spesso accogliamo l’altrui testimonianza. Immaginiamo, per esempio, uno scenario in cui un individuo sconosciuto si rivolge a noi con un “Piacere, sono un sopravvissuto ai campi di concentramento e/o sterminio nazisti”: abitualmente reagiamo accettando la sua testimonianza, senza pretendere (altresì per ragioni di cortesia, fiducia, rispetto epistemici) una prova di quanto ci viene detto, a partire magari da una sua fotografia in cui egli/ella viene ritratto/a con la stella di David sugli indumenti, stella che consentiva alla popolazione tedesca di identificare prontamente un ebreo. In realtà, la fotografia non ci servirebbe più di tanto: altro non rappresenta che una testimonianza, sebbene si tratti di un’ulteriore testimonianza.

3. Cenni sul nazismo passando attraverso Cartesio, l’empirista estremista, Hume e Reid.

6Non intendo negare che vi siano testimonianze impregnate di preconcetti e superstizioni, come del resto testimoni che abbindolano e circuiscono. A ciò si deve (almeno per qualche verso) la richiesta di partire epistemicamente da zero, avanzata da parecchi filosofi, tra cui si distingue Cartesio, che avvia le Meditazioni metafisiche con la richiesta di disfarsi di ogni credenza. Dal canto suo, Francesco Bacone classifica tra gli idola, da temere in quanto impregnati di pregiudizi, gli idola theatri, direttamente legati alla testimonianza: questi riguardano gli errori dovuti a quanto teorie antiche, autorità, esperti (nel nostro caso anche, ma non solo, lo storico) ci riferiscono, ovvero a quanto ci viene tramandato.

  • 5  Cfr. Locke 1971: 808.

7Cartesio e Bacone si trovano a vivere nell’epoca di una rivoluzione scientifica che si scontra, da una parte, con una tradizione culturale pervasa da alchimia, astrologia, cabala, ermetismo, magia e, dall’altra, con una tradizione religiosa in cui i protestanti giudicano pericolose le tesi copernicane, mentre la Chiesa cattolica processa Galileo, ricorrendo pur sempre a una testimonianza – la propria e quelle delle Sacre Scritture – per imporre una certa ortodossia. L’Inquisizione romana (il Sant’Uffizio, oggi Congregazione per la Dottrina della Fede, ai cui vertici abbiamo visto anche il tedesco Joseph Ratzinger) condanna Galileo il 22 giugno 1633 e lo obbliga all’abiura: le dottrine contenute nelle Sacre Scritture sono vere, le dottrine galileiane sono eretiche. Nonostante le Sacre Scritture raccomandino di non dire falsa testimonianza, le attività delle tante Inquisizioni (non vi è solo quella romana) risultano repressive e poco investigative, il che comporta che le diverse testimonianze vengano del tutto svalutate, specie quando si oppongono alle tesi accusatorie degli inquisitori. E i nuovi “inquisitori”? Si pensi ai nazisti. Il loro comportamento non è dissimile, nonostante si appellassero alla biologia (pseudobiologia, senz’altro) al fine di gerarchizzare gli esseri umani, attraverso canoni-pretesti (bellezza, buona salute, forza, intelligenza e via dicendo) che assecondano i razzismi più diversi. Già, «alcuni per il timore che un’indagine imparziale non favorisca le opinioni che meglio si adattano ai loro pregiudizi, alle loro vite e alle loro mire, si accontentano di accettare senza esame ciò che trovano comodo e alla moda»5: non si può dar certo torto in ciò a John Locke. Per esempio, l’antisemitismo rimane un bel pregiudizio, proprio nel senso appena specificato, pregiudizio che si è trascinato lungo i secoli, per “rifiorire” nell’Europa degli anni Venti e Trenta, venire esaltato con un esecrabile e infondato fanatismo da Adolf Hitler nel suo Mein Kampf, riscontrare di fatto una sua prima preoccupante concretizzazione nella Germania nazista con l’applicazione delle leggi di Norimberga, preludio alla cosiddetta Notte dei Cristalli e alle immani tragedie che si abbattono in seguito su milioni di esseri umani, in virtù di tesi “distorte” sulla “razza”. Da rilevare è che queste ultime conducono a colpire altresì i gay di razza ariana, in quanto “colpevoli” di non “accoppiarsi” al sesso femminile della medesima razza e, di conseguenza, di ostacolare crescita e affermazione della razza stessa. Del resto, la pseudoscienza razziale nazista soffre di problemi non indifferenti quando la si traduce in politica razziale contro i Rom e i Sinti, che dal punto di vista “antropologico” tedesco vantavano ogni diritto per venire annoverati tra gli ariani.

  • 6 Benché non sia un “empirista estremista”, cfr. Locke 1971: 750.

8Difficile, in effetti, stabilire quanto siamo stati e siamo distanti dal Seicento inquisitore. Certi sistemi politici, economici, religiosi novecenteschi e contemporanei, tra cui il nazismo, sebbene non solo, si assicurano la propria egemonia vigilando sulla testimonianza in modo tale da renderla inservibile a fini epistemici, cosicché sussistono, senz’altro, circostanze storiche che conducono a diffidare della testimonianza quale fonte conoscitiva. Sta di fatto che il Seicento ha manifestato queste circostanze e che l’epistemologia moderna nasce nell’ottica di un solipsismo metodologico, quello cartesiano, in cui il soggetto cognitivo deve avvalersi solo delle proprie certezze interiori. Su un fronte opposto, opposto perlomeno al cosiddetto razionalismo, sebbene affermi di rispettare l’opinione degli altri, l’empirista estremista ci intima di diffidarne senza esitazioni: «L’opinione degli altri… non ci può essere cosa più pericolosa su cui fare affidamento né più facile a ingannare: giacché fra gli uomini c’è più falsità ed errore che verità e conoscenza»6. Sempre pericolosa? In alcune situazioni risulta tale, quando, per esempio, le opinioni ci vengono riferite con l’intenzione di ingannarci; in altre situazioni, invece, è oltremodo ragionevole fare assegnamento sull’altrui testimonianza. Situazioni spesso comuni, certo, ma situazioni altresì drammatiche, come quella dell’Olocausto, in cui la Germania ha sterminato sistematicamente in Europa milioni di ebrei, oltre a comunisti, disabili, gay, lesbiche, incurabili, individui “antisociali”, oppositori del regime, “malati di mente”, pentecostali, prigionieri di guerra, Rom, Sinti, testimoni di Geova, transgender, transessuali: Untermenschen.

9Colui che percepisce, il testimone oculare (la vittima, il carnefice, chi per primo, con la ritirata nazista, entra nei campi di concentramento e/o sterminio) svolge un ruolo fondamentale, anche grazie a diari e lettere; un ruolo altrettanto importante va assegnato alla vasta documentazione scritta, fotografica, filmica, memorialistica che dobbiamo ai nazisti stessi, oltre che agli Alleati. Per di più, sapremmo meno dell’Olocausto se, per esempio, non ci basassimo sulla testimonianza dello storico che non ha percepito direttamente i fatti e che li ha invece ricostruiti, rielaborati – il suo compito non si è ancora esaurito. Rimane da sottolineare che, se avesse ragione l’empirista estremista, sarebbe ben più semplice sostenere (il che purtroppo accade) che, al di fuori dei campi di concentramento e/o sterminio, non si è saputo, fino al termine della seconda guerra mondiale, quanto stava in realtà accadendo al loro interno: sebbene non si conoscesse probabilmente la drammaticità della situazione, essa era conosciuta; eppure ciò non ha condotto immediatamente a proteste senza precedenti e a ogni necessaria azione contro il regime nazista, come sarebbe dovuto essere – vi tornerò in seguito.

10A ogni buon conto, a favore dell’empirista estremista si annovera il fatto che, se in contrasto con le nostre abituali osservazioni, tendiamo a rifiutare una testimonianza, nonostante il testimone risulti degno di fiducia:

  • 7  Cfr. Locke 1971: 749-750.

… a un uomo la cui esperienza è stata sempre completamente contraria e che non ha mai sentito parlare di nulla di simile, anche il massimo credito di un testimone difficilmente riuscirà a farlo credere. Così accadde a un ambasciatore olandese che, parlando con il Re del Siam delle caratteristiche dell’Olanda, che egli desiderava conoscere, gli disse, fra le altre cose, che l’acqua nel suo paese diveniva talvolta, nella stagione fredda, così dura che gli uomini potevano passeggiare su di essa e che essa avrebbe sopportato anche un elefante, se lì ci fosse stato. Al che il Re rispose: Fin qui ho creduto alle cose strane che mi hai detto perché ti consideravo un uomo sobrio e sincero; ma ora sono sicuro che menti 7.

11Parafrasiamo l’esempio nei seguenti termini: un soggetto cognitivo, la cui esperienza è stata sempre completamente contraria e che non ha mai sentito parlare di nulla di simile, si mostrerà epistemicamente indifferente di fronte al massimo credito di un testimone. Così accadde a un sopravvissuto ai campi di concentramento e/o sterminio nazisti che, parlando col Re del Siam delle caratteristiche della Germania, che egli desiderava conoscere, gli disse, fra le altre cose, che nell’Olocausto sono periti milioni di ebrei, oltre a comunisti, disabili, gay, lesbiche, malati incurabili, individui “antisociali”, oppositori del regime, “malati di mente”, pentecostali, prigionieri di guerra, Rom, Sinti, testimoni di Geova, transgender, transessuali: Untermenschen. Al che il Re rispose: Fin qui ho creduto alle cose strane che mi hai detto perché ti consideravo un uomo sobrio e sincero; ma ora sono sicuro che menti.

12Non si comprende, tuttavia, la ragione per cui il Re sia convinto che il sopravvissuto intenda ingannarlo. Benché possa risultare contrario alle proprie osservazioni, oltre che alla propria umanità, rimane un fatto che milioni di esseri umani sono stati uccisi dalla Germania nazista durante l’Olocausto: non ogni resoconto di accadimenti anomali e sconvolgenti equivale a una menzogna. Anzi. È John Stuart Mill a suggerirci il comportamento epistemicamente degno:

  • 8  Cfr. Mill 1968: 621-622.

… una persona cauta non ammetterà né respingerà la testimonianza, ma attenderà una conferma in un altro momento e da altre fonti indipendenti. Tale sarebbe dovuta essere la condotta del Re del Siam quando i viaggiatori olandesi gli affermavano l’esistenza del ghiaccio. Ma una persona ignorante è tanto ostinata nella sua sprezzante incredulità quanto irragionevolmente credula. Non crede ad alcuna cosa dissimile dalla sua ristretta esperienza, se non lusinga una sua propensione; qualsiasi favola da bambini è da lui mandata giù implicitamente se la lusinga8.

13Nella nostra parafrasi, un individuo cauto non ammetterà né respingerà la testimonianza: attenderà una conferma in un altro momento e da altre fonti indipendenti. Tale sarebbe dovuta essere la condotta del Re del Siam quando il sopravvissuto afferma l’esistenza dell’Olocausto. Ma una persona ignorante è tanto ostinata nella sua sprezzante incredulità quanto irragionevolmente credula. Non crede ad alcuna cosa dissimile dalla sua ristretta esperienza, se non lusinga una sua propensione; qualsiasi favola da bambini è da lui mandata giù implicitamente se la lusinga.

  • 9  Cfr. Hume 1748, 1996: 175.

14A differenza di Cartesio e dell’empirista estremista, David Hume ammette la rilevanza della testimonianza: «Non c’è una specie di ragionamento più comune, più utile e anche necessario alla vita umana, di quello che si ricava dalla testimonianza di uomini e dai resoconti di testimoni oculari e di spettatori»9. Eppure lo stesso Hume avverte:

  • 10  Cfr. Hume 1739, 1982: 127.

Nessuna debolezza umana è così universale e spiccata come quella che chiamiamo credulità, o fede troppo facile nella testimonianza altrui… Nient’altro che l’esperienza dei principi governanti la natura umana può darci la certezza della veracità degli uomini. Ma, benché l’esperienza sia la vera norma di questo come di tutti gli altri giudizi, raramente ci regoliamo soltanto con essa: abbiamo, invece, una tendenza spiccata a credere qualunque cosa ci venga riferita: apparizioni, incantesimi, prodigi, le cose insomma più contrarie all’esperienza e all’osservazione quotidiana10.

  • 11  Non tutti ritengono che il trattamento reidiano della testimonianza differisca sostanzialmente da (...)

15A dissentire è Thomas Reid11:

  • 12  Cfr. Reid 1764: 93-95.

L’Autore della Natura, saggio e generoso, che ci voleva creature sociali e che voleva che ottenessimo la parte più grande e importante della nostra conoscenza dalle informazioni degli altri, ha per questo suo proposito inculcato nella nostra natura due principi che concordano l’un con l’altro.
Il primo di essi è una propensione a dire la verità e a impiegare i segni del linguaggio per comunicare i nostri sentimenti reali… Un altro principio originario, inculcato in noi dall’Essere Supremo, è una disposizione a confidare nella veracità degli altri e a credere a quanto essi ci dicono. Questo è la controparte del primo; così come possiamo chiamare il primo il principio della veracità, se vogliamo un nome per il secondo, possiamo chiamarlo il principio della credulità
È evidente che, nelle questioni della testimonianza, la bilancia del giudizio umano è per sua natura incline al lato della credenza; e si rivolge a questo lato da sola, quando non c’è nulla sulla scala opposta. Se non fosse così, non sarebbe creduta nessuna proposizione proferita nel discorso fino a che non fosse esaminata e provata dalla ragione; e la maggior parte degli uomini sarebbero incapaci di trovare ragioni per credere a un centesimo di quanto viene detto loro12.

  • 13  Cfr. Jonas 1991.
  • 14  Cfr. Plantinga e Tooley 2008, che prendono in considerazione l’esempio, in luogo dell’Olocausto, d (...)

16Un Dio benevolo ci ha creato in modo intelligente, infondendo in noi due principi, quello della veracità e quello della credulità. Se si fosse trattato di un Dio malvagio e/o se ci avesse creato in modo stolto, non ci avrebbe dotati dei due principi, cosicché la testimonianza non costituirebbe una buona fonte conoscitiva. Quanto benevolente può risultare un Dio che ha permesso l’Olocausto?13 La risposta spetta di diritto alla filosofia della religione, ma contiene un suo risvolto epistemologico nel momento in cui si ricorre all’argomento del male per affermare che non vi è ragione di credere che Dio esista, o almeno che esistesse nel corso dell’Olocausto14.

4. Alcune condizioni

17Sebbene gli attuali epistemologi si dividano tra coloro che svalutano la testimonianza e coloro che la valorizzano, a partire da approcci di matrice humeana e reidiana, tenterò di non addentrarmi in dispute e minuzie, per presentare alcune condizioni da soddisfare, nonostante la problematicità epistemica dell’Olocausto, al fine di poter accettare una testimonianza (per esempio, dello storico), a partire dalla seguente condizione:

  • 15  Questa formulazione dà per scontato che l’evidenza non sia una forma di giustificazione. Cfr., per (...)

(e) per essere giustificato a credere che una proposizione p sia vera, lo storico non deve disporre di alcuna evidenza contro la proposizione in questione15

18La condizione risulta piuttosto intuitiva: nell’ipotesi che s’imbatta negli scritti di un negazionista, stando a cui l’Olocausto non è mai avvenuto, o di un revisionista, stando a cui occorre ridimensionare la portata dell’Olocausto, lo storico non risulta giustificato a credere alla verità di alcuna delle due proposizioni, in quanto dispone di evidenze contrarie: difatti, le proposizioni negazioniste e revisioniste sono ideologiche, non risultano supportate da alcun dato, documentazione, resoconto affidabile; le si potrebbe addirittura classificare tra le proposizioni prive di significato linguistico, poiché ingiustificate – questo, almeno, per la concezione del significato come giustificazione.

  • 16  Per un approccio bayesiano alla testimonianza, che qui non considererò, cfr. Bovens e Hartmann 200 (...)

19Ciò detto, rappresenterebbe un errore pericoloso il rifiuto categorico e sistematico di ogni testimonianza in disaccordo con il corpus delle nostre precedenti credenze, o delle credenze delle società cui apparteniamo. Se incorressimo in tale errore, non si darebbe alcun progresso scientifico e civile: per esempio, non avremmo mai confidato in Copernico e ci troveremmo ancora a fare assegnamento su una teoria geocentrica aristotelico-tolemaica dell’universo; non avremmo oltrepassato il cosiddetto “razzismo scientifico” (in realtà pseudoscientifico) utile per “coprire”, oltre al nazismo, colonialismi, genocidi vari, leggi razziali, schiavitù, e via dicendo; non riusciremmo a riconoscere che sessismo ed eterosessismo rappresentano forme di razzismo; in generale, non potremmo assistere ad alcuna “rivoluzione”, oltre che epistemica, culturale e sociale. A ogni modo, (e) risulta insufficiente e ci troviamo di fronte alla necessità di richiedere un’ulteriore condizione, esprimibile in termini forti o deboli: in termini forti, se si stabilisce che occorre disporre di ragioni non imperniate unicamente su testimonianza ed evidenza contraria, in termini deboli se si decide che sono sufficienti ragioni basate solo su testimonianza ed evidenza contraria16.

20Stando alla condizione forte si ha che:

(f) Lo storico è giustificato a credere che una proposizione p sia vera, se dispone di ragioni per credere che la credenza di un testimone T relativamente a p è giustificata

21Stando invece alla condizione debole:

  • 17  Formulazioni simili si trovano in Stevenson 1993.

(d) Lo storico è giustificato a credere che una proposizione p sia vera, se non dispone di ragioni per credere che la credenza di un testimone T relativamente a p non è giustificata17

22La condizione (f) impone di più rispetto a (d), nell’esigere, per esempio, il ricorso a un’ulteriore testimonianza (fermo restando che lo storico necessita di più testimonianze, e/o fonti se si preferisce) capace di attestare, sulla scorta di un buon riscontro empirico, la verità dell’affermazione p. Risulta, quindi, che per (d) la testimonianza è meritevole di essere creduta, a meno che si possa dubitare di essa, mentre per (f) la testimonianza è immeritevole di essere creduta, fintantoché non si disponga di ragioni per credere nella sua giustificazione.

23Per quali delle due condizioni optare? Sebbene sussistano buone argomentazioni a favore sia di (f) sia di (d), la questione diviene complessa in relazione all’Olocausto, non solo perché si dovrebbe sondare, in modo più approfondito di quanto le ragioni di spazio qui concedano, se l’estrema drammaticità e gravità dello stesso Olocausto non impongano l’applicazione sempre e comunque di (f), ma anche perché essa solleva problemi che chiamano in causa la psicologia, oltre che l’epistemologia.

  • 18  Per considerazioni acute sulla testimonianza del sopravvissuto, anche in relazione allo storico, c (...)

24Nel caso di un sopravvissuto ai campi di concentramento e/o di sterminio, come valutare la sua testimonianza? Meritevole o immeritevole di essere creduta, a meno che si possa dubitare di essa? Se da una parte siamo pronti a rispondere che deve essere creduta, in quanto intuitivamente riteniamo che nessuno meglio di un sopravvissuto conosca l’Olocausto, dall’altra occorre ricordare che la sua testimonianza è esposta alla parzialità, a causa di diversi elementi: il sopravvissuto può aver “introiettato” gli ordini nazisti nella speranza di sopravvivere (fisicamente e psichicamente) alla perfidia aguzzina; il trauma subito dal sopravvissuto può aver “modificato” le sue memorie; la sistematica distruzione della propria personalità a cui è stato sottoposto può aver “alterato” considerevolmente la sua identità personale; il dilagare di un’inaudita violenza può averlo costretto alla “cecità” rispetto al proprio vissuto; quanto egli/ella ha esperito, che conosceva forse bene nel momento della liberazione dal campo, può essere stato rimosso in qualche misura e/o essere stato trasformato da quanto udito, letto, visto successivamente. Ciò che egli/ella ha esperito riguarda, in ogni caso, uno “spicchio” dell’Olocausto, non fosse altro perché egli/ella non ha esperito ogni campo di concentramento e/o sterminio, mentre del suo stesso campo non ha esperito la “totalità”, ma (per lo più) ciò che i nazisti lo hanno costretto a esperire18. Invece, solleviamo intuitivamente meno dubbi sulla testimonianza dei carnefici: perché dovrebbe essere meritevole di venir creduta, a meno che non si disponga di ragioni per credere nella sua giustificazione, quando molto spesso, oltre a nutrirsi di orgoglio, convinzione, disumanità, atrocità, l’esperire del carnefice è dovuto in ultimo alla sua stessa demenza, o alla demenza collettiva del sistema cui ha aderito? Dal punto di vista epistemologico, in questo caso, la condizione dovrebbe essere (f): la demenza non produce generalmente una buona conoscenza e, di conseguenza, neanche una buona testimonianza. Ciò non toglie che sia doveroso sottoporre il carnefice a indagini culturali, psicologiche, sociologiche, e che tali indagini riescano a risultare di utilità allo storico per ricostruire nonché rielaborare un serio quadro testimoniale dell’Olocausto.

5. Il testimone-storico, con qualche “divagazione” sul testimone-sopravvissuto

  • 19  Cfr. Hume 1996: 175.

25È giunto il momento di chiederci quali caratteristiche deve possedere un buon testimone-storico, dando per scontato che la sua intenzione primaria non consista nell’offrirci dell’eccellente retorica, né nel persuaderci delle sue opinioni, banalmente per venderci il suo ultimo ennesimo libro. Dando per scontato? Non risulta sempre facile valutare l’attendibilità di un testimone-storico. Certo, se la sua testimonianza si deve ad amor proprio, stupidità e ignoranza, perché bramoso di denaro, fama, potere, il testimone-storico perde, o dovrebbe perdere, in attendibilità; in proposito, Hume non esita: «un uomo delirante, o noto per la sua falsità e furfanteria non ha autorità alcuna su di noi»19. Nel caso in cui un tale testimone-storico riesca ad “aver la meglio” su di noi, tanto peggio per la nostra condizione epistemica che finirebbe col coltivare credenze false o ingiustificate e, di conseguenza, col subire un danno la cui portata andrebbe valutata caso per caso: riguardo alll’Olocausto sarebbe massima, in quanto ci impedirebbe una piena consapevolezza/conoscenza dei suoi tanti orrori, consapevolezza/conoscenza le cui conseguenze, intrinseche ed estrinseche, perfino se circoscritte allo stretto epistemico, sarebbe del tutto assurdo sottovalutare.

  • 20Ivi: 177.

26Tornando a dare la parola a Hume, «nutriamo un sospetto intorno a qualche questione di fatto, quando gli spettatori dello stesso fatto si contraddicono l’un l’altro, quando sono pochi o di dubbio carattere, quando hanno interesse per quello che affermano, quando presentano la testimonianza con esitazione o, al contrario, con affermazioni troppo violente»20. Sempre che non si tratti di uno storico internato nei campi di concentramento e/o sterminio, egli/ella non è stato/a uno spettatore, e di conseguenza occorre rivolgerci direttamente ai testimoni–sopravvissuti. Di nuovo, però, il caso dell’Olocausto risulta problematico, quando ci si chiede cosa davvero significhi aver assistito al medesimo fatto e contraddirsi l’un l’altro, o quando i sopravvissuti sono pochi, esitano nel testimoniare, risultano violenti.

  • 21  Cfr. Nagel 1974.

27Ammesso che si riesca ad assistere al medesimo fatto in un campo di concentramento o sterminio, la mia conoscenza di quel fatto risulterà strettamente connessa a un tipo di vissuto personale che potrebbe non essere il tuo. Thomas Nagel è esplicito su cosa mi attesto incapace d’esperire/sapere dell’essere un pipistrello21: non potranno che rivelarsi vani i miei tentativi di avere le esperienze soggettive del pipistrello; benché sia forse in grado di percepire che effetto eserciti su di me fantasticare di essere un pipistrello, non comprenderò quale effetto esercita sul pipistrello stesso: se la prospettiva in prima persona è fondamentale per afferrare che effetto fa essere un certo individuo, si comprende che effetto fa essere quell’individuo solo nel caso in cui si sia proprio quello specifico individuo. Cosicché, al fine di comprendere che effetto fa essere quel particolare sopravvissuto, occorre essere lui/lei, non un altro sopravvissuto. Per quanto si tratti di quello di un altro sopravvissuto, ogni tentativo di capire che effetto fa essere quel particolare sopravvissuto è destinato al fallimento; questo, tanto più, vale qualora il testimone-storico cerchi di capire il testimone-sopravvissuto.

28Al di là di ciò, è arduo perfino figurarsi come le condizioni esistenziali efferate dei campi di concentramento e/o sterminio potrebbero regolarmente consentire a qualche testimone-spettatore di non contraddirne qualche altro, di non ritrovare in talune occasioni (decretate dai nazisti) pochi testimoni–spettatori, di non attestare un “carattere” dubbio (quando, in realtà, il dubbio carattere – per utilizzare un eufemismo – era di ben altri, e tale rimane tutt’oggi), di non nutrire interesse per ciò che si afferma (ne sarebbe andata della propria sopravvivenza), di non presentare la propria testimonianza con esitazione (per esempio, ai tempi, la testimonianza di essere ebreo, comunista, disabile, gay, lesbica, incurabile, “antisociale”, oppositore del regime, “malato di mente”, pentecostale, prigioniero di guerra, Rom, Sinti, testimone di Geova, transgender, transessuale: Untermenschen). Inoltre, se non si è soggetti alla sindrome di Stoccolma, o sindromi simili, a quale sopravvissuto si può ragionevolmente imporre di non esprimersi con affermazioni troppo violente, bensì con affermazioni “pacifiche”, sulla Germania nazista?

  • 22  Alcune di queste caratteristiche vengono enunciate da Locke 1971: 749; per una formulazione contem (...)

29Certo, gli epistemologi resistono raramente alla tentazione di suggerire che, in condizioni esistenziali “normali”, il testimone si attesta attendibile nel caso in cui dimostri attenzione (a quanto egli/ella stesso/a proferisce e/o a quanto viene proferito), coerenza (in relazione sia al proprio corpus di testimonianze, sia a quello delle altrui testimonianze), competenza, lucidità, posatezza (egli/ella non pretende di essere creduto a ogni costo), creanza (non afferma proposizioni ingiuriose), propositi onesti22. Lasciando da parte l’arduo e annoso problema di definire con precisione in che cosa consistono le cosiddette condizioni “normali”, intuitivamente non diremmo affatto che le condizioni del sopravvissuto rientrano nella normalità. Un qualche dubbio – sebbene non l’abbia sollevato da subito – dovrebbe essere altresì gettato sulle condizioni dello storico: pur sussistendo una smisurata differenza tra le sue condizioni esistenziali e quelle del sopravvissuto, l’orrore estremo dell’Olocausto, a cui egli/ella è indirettamente esposto/a, che deve ricostruire e rielaborare, riesce a modificare in modo sensibile “la normalità” che, sempre intuitivamente, gli attribuiremmo.

30Ancora, gli epistemologi resistono raramente alla tentazione di suggerire che, in condizioni esistenziali “normali”, lo storico si attesta attendibile, se (benché non solo) mostra di non confondere conoscenza e giustificazione (e, di conseguenza non asserisce che p è vera, nel caso in cui disponga solo della giustificazione per credere che p sia vera); consegue p in modo non avventato; avalla con ragioni epistemiche, non di altro genere, l’affermazione che p è vera; non cela informazioni (conoscenze o proposizioni giustificate) in grado di costituire un’evidenza contraria a p; esprime p senza approssimazioni, disdegni, equivocità, panegirici, sospetti; non utilizza p ai fini di un argumentum ad hominen o un tu quoque; non mescola in p differenti piani (il piano della storia con quello della politica delle vittime, nonché dei vincitori e dei vinti, o il piano dell’etica con quello della appartenenza etnica, di genere, sessuale, religiosa, e via dicendo, degli internati).

31Le diverse complessità dell’Olocausto rendono pur sempre difficoltoso individuare i fattori che consentono di giudicare lo storico un testimone attendibile, come prova il gran numero di domande cui spesso non risulta palese la risposta da offrire. Lo storico deve o non deve possedere una qualche precisa idea di cosa sia la verità e del fatto che sussistano diverse teorie filosofiche della verità? Di cosa siano giustificazione e conoscenza, nonché dell’esistenza di più teorie filosofiche della giustificazione e della conoscenza? Se risulta opportuno riportare p in modo bilanciato, neutrale, oggettivo, trasparente, lo storico non deve esprimere alcuna riprovazione rispetto a proposizioni quali “la Germania nazista ha sterminato sistematicamente milioni di ebrei, oltre a comunisti, disabili, gay, lesbiche, incurabili, individui ‘antisociali’, oppositori del regime, ‘malati di mente’, pentecostali, prigionieri di guerra, Rom, Sinti, testimoni di Geova, transgender, transessuali: Untermenschen”? È effettivamente scindibile il resoconto dei fatti dalle proprie opinioni, o, nel momento in cui si riporta un fatto, diviene inevitabile richiamare il proprio punto di vista, e, quindi, risulta utopistico reclamare l’equidistanza dai fatti? Escludere intenzionalmente alcune informazioni equivale a manipolare i fatti storici, cosicché la testimonianza ne risulta inficiata? Quanti e quali errori concedere allo storico prima di giudicarlo del tutto inaffidabile? Perché Hugh Trevor-Roper non è caduto nel totale discredito a causa della sua nota dichiarazione sui falsi diari di Hitler? Eccola: «Sono sufficientemente certo dell’autenticità dei documenti e della verità della storia dei loro viaggi dal 1945; di conseguenza, è chiaro che le tesi finora accertate sullo stile di scrittura di Hitler, sulla sua personalità e persino, forse, su alcuni eventi storici, possano dover essere sottoposte a revisione». Quali sono i documenti, i diari, le fonti, le lettere, le testimonianze migliori su cui lo storico può/deve contare, e la loro pluralità è sufficiente, oltre che necessaria? Il rispetto della cosiddetta “privacy” equivale a un occultamento di informazioni storiche, o a un riguardo umano necessario nei confronti del testimone-sopravvissuto?

  • 23  Relativamente non allo storico, bensì al giornalista, queste e altre domande trovano alcune rispos (...)

32Fino a che punto è ammissibile una vigilanza governativa e/o religiosa sulla testimonianza dello storico? Per esempio, qualche compagine di storici è riuscita a fare passare presso il grande pubblico la convinzione che l’Olocausto coincida con la Shoah, ovvero con il genocidio degli ebrei, e che non riguardi molti altri individui umani, tra cui gli omosessuali, le cui stime su internati e uccisi variano, tra l’altro, in misura considerevole, a seconda della prospettiva adottata? Quale tipo di umanità e/o crudeltà è permessa allo storico nel descrivere e/o valutare un crimine efferato? Se conduce il grande pubblico alla consapevolezza di un orrore e perfidia senza confini, la spettacolarizzazione dell’Olocausto inficia o non inficia la credibilità dello storico? Quando insiste costantemente su un “eroe” o un’“eroina” dei campi di concentramento e/o sterminio, lo storico si trova a sacrificare (consapevolmente o inconsapevolmente) l’accuratezza e l’autenticità dei fatti? Che ne è dell’attendibilità dello storico, nel caso in cui le sue “origini” siano di matrice “ariano-tedesca”, o semplicemente tedesca, o più “banalmente” abbiano legami di vario genere (non necessariamente di sangue) con persecutori o perseguitati?23

6. Sulla verità, brevemente

33Da una parte, non risulta affatto elementare offrire risposte non approssimative, superficiali, semplicistiche, alle domande sollevate sull’attendibilità dello storico – domande che non esauriscono quelle possibili – d’altra parte, i problemi storici aperti rimangono parecchi. Per menzionare un caso tra i tanti: la maggioranza della popolazione tedesca sapeva dell’Olocausto e lo approvava, come ritengono alcuni – Daniel Goldhagen, tra i nomi eccellenti – oppure, nonostante il dilagante antisemitismo e la radicata fobia nei confronti del “diverso”, non sapeva? Precedentemente, ho insinuato dubbi in proposito: insisto, la persecuzione e lo sterminio sistematico di milioni di esseri umani potrebbero difficilmente aver avuto luogo senza il concorso epistemico della stragrande maggioranza della popolazione, delle autorità e dei corpi di polizia locali, delle cosiddette élite di vario genere – quelle economico-finanziarie, ovviamente, incluse: superfluo fare nomi ovvi. Forse, la popolazione non voleva sapere, per ragioni di ordine pragmatista, per convenienza, per tornaconto, ma questa è tutt’altra storia.

34La diatriba sulla possibilità che l’Olocausto fosse stato pianificato da subito, con l’ascesa del regime nazista, oppure che sia stato deciso in seguito, a causa di una serie di avvenimenti politici che riuscirebbe a “spiegarlo” (nonostante la sua causa ultima risieda pur sempre nella demenza umana), potrebbe storicamente ed epistemicamente dirci qualcosa di più su ciò che sapeva o non sapeva la maggioranza della popolazione tedesca? Sebbene si dia una qualche differenza tra loro, negazionismo e revisionismo storici non affondano le loro radici in quegli anni dell’Olocausto, anni troppo lunghi, agghiaccianti, atroci, nonché privi di sostanziali controevidenze perché si rimanesse inconsapevoli e indifferenti, non solo epistemicamente, di fronte a essi? Sospendo le domande, nonostante occorrerebbe sollevarne molte altre, e lo sgomento di fronte all’orrore non riuscirebbe a esaurirsi nelle risposte.

35Peraltro, le domande conducono ad affrontare, brevemente, il tema della verità. Benché nel presente saggio mi sia soffermata sulla giustificazione, occorre ricordare che dal testimone ci attendiamo una conoscenza che in genere egli/ella deve possedere, al fine di riuscire a trasferirla. Tenendo presente il “non dire falsa testimonianza”, rispetto alle domande, è epistemicamente lecito esigere verità, oltre a credenze giustificate; il che è uno dei modi per sostenere che pretendiamo conoscenza, sempre che con essa s’intenda – almeno a livello minimale – credenza vera e giustificata.

36Fermo restando che la verità è spesso necessaria alla testimonianza e che la testimonianza presuppone la verità o falsità di proposizioni quali “la maggioranza della popolazione tedesca sapeva dell’Olocausto e lo approvava”, provo a cimentarmi nel profilare l’eventualità che, in alcuni specifici casi, quando a contare è la reale sopravvivenza, tale verità non risulti sempre indispensabile. Ricordate Giorgio Perlasca, italiano, fascista ma convinto antinazista, che, per ragioni di lavoro, in qualità di agente per una ditta triestina d’importazione di bovini, si reca a Budapest nel 1942? Qui l’8 settembre 1943, col pubblico annuncio dell’armistizio firmato da Badoglio, Perlasca, rifiutandosi di aderire alla Repubblica di Salò, diviene un ricercato dai nazisti. Nel tentativo di sottrarsi all’arresto per tradimento, trova rifugio nell’ambasciata spagnola: con una cittadinanza fittizia e un passaporto spagnolo, si “trasforma” in Jorge Perlasca, un superbo, meraviglioso impostore.

37Immaginando lo scenario in cui ci troviamo al cospetto di un individuo sconosciuto che si rivolge a noi con un: “Piacere, sono un sopravvissuto ai campi di concentramento e/o sterminio nazisti”, ho lasciato intendere che abitualmente reagiamo accettando la testimonianza in questione, senza esigere che venga confermata. Immaginando ora di trovarci di fronte a un individuo sconosciuto che si presenta a noi con un: “Piacere, sono Jorge Perlasca, cittadino spagnolo”, malgrado si voglia pretendere una prova di quanto egli ci sta testimoniando, ovvero di essere Jorge Perlasca, il suo passaporto ci servirà a ben poco, non fosse altro perché si tratta di un passaporto falso.

38Come impiega Jorge Perlasca la sua falsa cittadinanza e il suo falso passaporto? Inizialmente, per collaborare con l’ambasciatore Angel Sanz Briz a salvare le potenziali vittime di Budapest, nascondendole e rilasciando loro salvacondotti. Sul finire del 1944, col rifiuto di riconoscere il governo filonazista ungherese, Sanz Briz abbandona l’Ungheria, mentre Jorge Perlasca si cala nelle vesti di un impostore sempre più superbo, spacciandosi ufficialmente per il console spagnolo a Budapest. D’ora innanzi, il suo unico scopo consiste nel sottrarre, con ogni possibile mezzo, le potenziali vittime dalle brutali mani dei nazisti: dai binari delle stazioni ferroviarie dove evita che troppi innocenti vengano caricati sui treni della morte, al rilascio di migliaia di finti salvacondotti che attribuiscono ai perseguitati la cittadinanza spagnola, a ogni tipo di altra azione funzionale allo scopo. Lodevoli, quindi, le innumerevoli false testimonianze di Giorgio Perlasca, grazie a cui si stima che si siano salvati più di cinquemila individui – non trovo argomenti decisivi con cui biasimare le testimonianze in questione, o con cui sostenere che Giorgio Perlasca avrebbe dovuto testimoniare il vero.

  • 24  Per un ottimo volume sulla vicenda, cfr. Deaglio 1991.

39Per inciso, o non affatto per inciso, un avvenimento significativo: al suo rientro in Italia, Giorgio Perlasca consegna un rapporto sulla propria vicenda ungherese al Ministero degli Esteri italiano e a quello spagnolo, racconta di sé a Giuseppe Pella, Alcide De Gasperi, ai liberali triestini, invia il suo diario al “Messaggero Veneto”: Perlasca non viene creduto. Dopo essere stato a lungo creduto quando testimoniava costantemente e variamente il falso, non lo è quando testimonia il vero. Per emergere, la verità dovrà attendere più di quarant’anni: il merito non si dovrà allo storico, bensì ad alcune donne ebree, salvate da ragazzine, che riescono a rintracciare Perlasca e a testimoniare il suo eroismo, il suo valore, la sua temerarietà, la sua umanità24.

7. Epilogo sintetico

40Nonostante nutra qualche speranza sulla possibilità dell’epistemologia della testimonianza di gettare un minimo di luce sull’Olocausto, quel tipo di sterminio è dovuto a meccanismi talmente complessi, complici, interdipendenti, irragionevoli, da non poter essere chiarito con immediatezza: a importare rimane che non si tratti solo di semplici pagine di storia, che si traducono in ingenue visite turistiche dei campi di concentramento e/o sterminio. Per il resto, messa alla prova sul “terreno” dell’Olocausto, l’epistemologia della testimonianza pare (perlomeno a prima vista) presentare più problemi di quanti non sia in grado di risolverne. La responsabilità di ciò non va attribuita alle vulnerabilità di ogni discorso epistemologico applicato alla testimonianza; ritengo piuttosto che qualsiasi riflessione sull’Olocausto e sulle testimonianze che lo riguardano si confronti/scontri con una realtà così spietata da far emergere inevitabilmente parecchie pecche nella riflessione stessa. O forse si tratta di arrendevolezza? Perché non arrendersi di fronte a certe testimonianze di “efficientismo”, negando loro ogni spiegazione e/o giustificazione? Per esempio, di fronte alla seguente testimonianza resa a Norimberga da Rudolf Höss25, SS dal 1933, a capo dello sterminio avvenuto nel campo di Auschwitz:

  • 26  Alcune parti del presente articolo trovano articolazione, espressione, spazio, sviluppo in Vassall (...)

Another improvement we made over Treblinka was that we built our gas chambers to accommodate 2,000 people at one time, whereas at Treblinka their 10 gas chambers only accommodated 200 people each. The way we selected our victims was as follows: we had two SS doctors on duty at Auschwitz to examine the incoming transports of prisoners. The prisoners would be marched by one of the doctors who would make spot decisions as they walked by. Those who were fit for work were sent into the Camp. Others were sent immediately to the extermination plants. Children of tender years were invariably exterminated, since by reason of their youth they were unable to work. Still another improvement we made over Treblinka was that at Treblinka the victims almost always knew that they were to be exterminated and at Auschwitz we endeavored to fool the victims into thinking that they were to go through a delousing process. Of course, frequently they realized our true intentions and we sometimes had riots and difficulties due to that fact. Very frequently women would hide their children under the clothes but of course when we found them we would send the children in to be exterminated. We were required to carry out these exterminations in secrecy but of course the foul and nauseating stench from the continuous burning of bodies permeated the entire area and all of the people living in the surrounding communities knew that exterminations were going on at Auschwitz26.

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Note

1  Cfr., per esempio, Vassallo 1999, 2005, 2006, 2011.

2  Sebbene in ragione di un suo significato teologico alcuni ritengano inadeguato il termine, impiegherò “Olocausto”, piuttosto che “Shoah” o “porajmos”, in quanto capace di indicare quanto il genocidio a opera della Germania nazista riguardi non solo gli ebrei o i rom.

3  I rapporti tra storia e testimonianza sono segnati da un noto e vecchio problema epistemologico, che va sotto il nome di “disappearance of history”. Non avendo qui lo spazio per trattarlo, rimando a Coady 1992: cap. 11.

4  Cfr. Fricker 2006: 244.

5  Cfr. Locke 1971: 808.

6 Benché non sia un “empirista estremista”, cfr. Locke 1971: 750.

7  Cfr. Locke 1971: 749-750.

8  Cfr. Mill 1968: 621-622.

9  Cfr. Hume 1748, 1996: 175.

10  Cfr. Hume 1739, 1982: 127.

11  Non tutti ritengono che il trattamento reidiano della testimonianza differisca sostanzialmente da quello humeano, cfr., per esempio, Welbourne 2001: cap. 5. Tra gli attuali neoreidiani, cfr., comunque, Burge 1993 e Foley 2001. Per un buon volume in cui si trovano difese elaborazioni dell’approccio sia di Hume, sia di Reid, cfr. Lackey e Sosa 2006.

12  Cfr. Reid 1764: 93-95.

13  Cfr. Jonas 1991.

14  Cfr. Plantinga e Tooley 2008, che prendono in considerazione l’esempio, in luogo dell’Olocausto, del terremoto di Lisbona del 1755; in relazione alla giustificazione della credenza nell’esistenza di Dio, il discorso chiaramente non muta.

15  Questa formulazione dà per scontato che l’evidenza non sia una forma di giustificazione. Cfr., però, Conee e Feldman 2004 sull’evidenzialismo, ovvero sulla tesi secondo cui una credenza è giustificata per un soggetto se l’evidenza in possesso del soggetto supporta la credenza stessa.

16  Per un approccio bayesiano alla testimonianza, che qui non considererò, cfr. Bovens e Hartmann 2004.

17  Formulazioni simili si trovano in Stevenson 1993.

18  Per considerazioni acute sulla testimonianza del sopravvissuto, anche in relazione allo storico, cfr. Bidussa 2009 ove si affronta sia l’orrore dell’Olocausto, sia il problema di cosa accade quando vengono a mancare i testimoni diretti.

19  Cfr. Hume 1996: 175.

20Ivi: 177.

21  Cfr. Nagel 1974.

22  Alcune di queste caratteristiche vengono enunciate da Locke 1971: 749; per una formulazione contemporanea, cfr. Faulkner 2002: 353-370.

23  Relativamente non allo storico, bensì al giornalista, queste e altre domande trovano alcune risposte in Smith 20086 e Stella 2008.

24  Per un ottimo volume sulla vicenda, cfr. Deaglio 1991.

25http://www.fordham.edu/halsall/mod/1946Hoess.html.

26  Alcune parti del presente articolo trovano articolazione, espressione, spazio, sviluppo in Vassallo (2011).

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Nicla Vassallo, «Applicazioni dell'epistemologia della testimonianza al caso dell'olocausto»Rivista di estetica, 45 | 2010, 139-156.

Notizia bibliografica digitale

Nicla Vassallo, «Applicazioni dell'epistemologia della testimonianza al caso dell'olocausto»Rivista di estetica [Online], 45 | 2010, online dal 30 novembre 2015, consultato il 18 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1756; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1756

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