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HomeNumeri45il paradosso del testimoneSenza un altrove

Abstract

In this interview, Ruth Klüger, writer and survivor of Auschwitz, speaks of the wound of who, once alive outside the lager, has felt a “feeling of rejection” by the world that she thought it would have accepted her – as if the fault of the executioners had contaminated the victims. A separation that the survivor will live for all her life, both because, as a matter of fact, she feels to have a “double citizenship” between the alive and the dead – such that all in a sudden the normality breaks down and it gives way to the “old world” and the sensation that anything can be subtracted away – and because the witnesses, after having been rejected, they have turned into a generation of martyrs, object of a worship that can easily turn into nausea. However, the reflection on the human conditions cannot do away with the identification with what is acknowledged as similar, and for that reason a proximity is necessary.

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Note della redazione

Intervista di Daniela Padoan, “il manifesto”, 25 ottobre 2005.

Note dell’autore

Ruth Klüger aveva sette anni quando, nel 1938, Hitler proclamò l’Anschluss. All’età di dodici anni, da Vienna venne deportata a Theresienstadt e poi ad Auschwitz. Dopo la liberazione si trasferì negli Stati Uniti, dove divenne docente di germanistica nelle più prestigiose università della California. Oltre che di preziosi saggi sulla letteratura tedesca, è autrice di Vivere ancora, libro autobiografico considerato un caposaldo della letteratura di testimonianza della Shoah, al quale in Germania è già stato dedicato un libro di commenti e documenti, come è d’uso per i classici.

Testo integrale

In apertura del suo libro, lei scrive che «la fuga è sempre la cosa più bella» e, più avanti: «Vienna è stata il primo carcere da cui non sono riuscita a fuggire». Cos’è la fuga, nella sua vita?

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2Quando, ormai da anni negli Stati Uniti, ho cominciato questo libro, ho voluto scriverlo in tedesco e, ogni volta che non trovavo le parole, chiedevo alla bambina austriaca che era in me di ricordarmele. In fin dei conti è vero, non sono mai andata via da Vienna, è una città dalla quale non sono mai davvero scappata, ma al tempo stesso non voglio mai stare troppo a lungo in un posto, forse perché non mi sono mai sentita a casa in nessun luogo. Se riesci ad andartene, puoi trovare posti migliori, e la maggior parte delle volte funziona. La nostra è stata una generazione di rifugiati, che si è spostata nel mondo come mai prima di allora; io sono solo una di quegli innumerevoli rifugiati. La fuga è diventata l’espressione del mio mondo e del periodo nel quale sono vissuta. Sono interamente una persona del xx secolo. E nel xxi continueremo ad avere masse di rifugiati, intere generazioni di rifugiati.

Nel suo caso, si tratta anche di una fuga dai luoghi comuni. Il suo è un libro antiretorico, scarnificato.

3Ho sempre evitato il sentimentalismo. Quello che mi fa paura, nelle persone sentimentali, è che mentono sulle cose. Credere che il mondo possa andare meglio, è fare del sentimentalismo. Certo, anch’io vorrei che le cose andassero diversamente, e quando, guardando i miei nipoti, penso a un mondo migliore per loro, divento sentimentale. Ma nel mio libro – e, credo, nella mia vita – ho sempre cercato di analizzare in profondità le relazioni che le persone intrattengono tra loro, specie nell’amicizia e nella famiglia. In Vivere ancora – e questo ha dato fastidio a qualcuno – descrivo come, durante l’esperienza dei campi, le relazioni non diventassero più forti, ma continuassero invece a essere difficili e nevrotiche. La Shoah, la catastrofe, non è stata un beneficio per le relazioni familiari, è piuttosto ovvio. Eppure molta gente crede che gli esseri umani diventino migliori, attraverso le difficoltà. Perché mai circostanze peggiori dovrebbero rendere migliori le persone? Auschwitz non è stata una scuola di niente, men che meno di umanità e tolleranza. Dai campi di concentramento non è venuto nulla di buono. Mi è capitato di parlare con uno studente tedesco che si stupiva di aver conosciuto a Gerusalemme un ebreo ungherese, sopravvissuto ad Auschwitz, che detestava gli arabi. Perché, ho reagito io, quell’esperienza avrebbe dovuto renderlo più tollerante? I campi di concentramento sono stati distruttivi dell’animo umano, e non solo dei corpi; certo non una scuola di umanità.

Nel suo libro, lei parla della tentazione di identificarsi e assentire alla persecuzione. Racconta di quando guardava, ritratte sul giornale, le facce del Rassenschänder, “Il profanatore della razza”: «Erano uguali identiche a quelle dei miei zii, e io cercavo di immedesimarmi nello sguardo di coloro che ne erano inorriditi».

4Gli ebrei, a Vienna, cercavano di trovare le ragioni per cui i non ebrei li odiavano, e uno dei luoghi comuni ricorrenti era che avessero troppo denaro e che lo ostentassero. Mia zia diceva che non bisognava indossare gioielli per strada, per non fare “antisemitismo”. Si cercava di non suscitare aggressività, si assumeva su di sé lo sguardo dell’altro. Era un vedersi riflessi nello specchio di occhi cattivi, per usare le parole di Yeats nel Mirror of Malicious Eyes. Non si sfugge dall’immagine che ti viene ritorta contro, si finisce per crederle. E questo è forse il veleno più profondo e insidioso del razzismo.

Lo scrittore israeliano Aharon Appelfeld, anch’egli sopravvissuto, sostiene che, a differenza di tutte le discipline che si occupano della Shoah, la letteratura è in grado di creare «quel genere di intimità che ci tocca personalmente». Cosa pensa della contrapposizione che spesso si è venuta a creare tra testimoni e storici?

5Appelfeld ha ragione, ma avrei qualcosa da aggiungere; la letteratura della Shoah è una letteratura di sopravvissuti, di scampati, e questo dà la confortevole sensazione che tutti ce l’abbiano fatta, ma non dobbiamo dimenticare che la maggior parte delle persone, invece, non sono tornate, sono morte nei campi. È solo questa evidenza a poter davvero parlare della morte, e non delle sofferenze che i pochi sopravvissuti hanno patito per pochi anni; parliamo di circa sei milioni di persone che sono state uccise, e questo è ciò che i sociologi e gli storici raccontano, e non la letteratura, così abbiamo bisogno di entrambe.

Nella sua scelta di cambiare nome c’è un indissolubile legame femminile. Ruth non emigrò per fede, ma per amore della suocera Naomi. «Fu una fedeltà liberamente scelta» dice nel suo libro «da donna a donna e al di là dell’appartenenza a un popolo».

6Il mio vero nome era Ruth, e il mio secondo nome era Susan, ma da bambina tutti mi chiamavano Susi. Quando sono arrivati i nazisti, però, ho voluto il mio nome ebraico. Allora non sapevo che anche Susanna lo fosse; per me Ruth lo era, e lo volevo. Quando più tardi lessi Il libro di Ruth, ne fui molto felice, mi parve di essermi riappropriata del nome giusto per me. Amo questo libro della Bibbia. Nel Libro di Esther tutti i nemici degli ebrei vengono uccisi, ma il Libro di Ruth è scritto contro questo genere di nazionalismo. Ruth non è ebrea, è una mahabita che diventa ebrea, che decide di emigrare perché stima di più l’amicizia con la suocera Naomi che l’appartenenza alla stirpe.

«Le guerre appartengono ai maschi, così come i ricordi di guerra» sccrive «e il fascismo a maggior ragione, che si sia stati suoi fautori o suoi avversari; cose da uomini».

7Le guerre, il fascismo, il nazismo, sono cose fatte da uomini e non da donne. È piuttosto evidente. Nella mia famiglia, quando eravamo negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta, mio marito raccontava un sacco di storie su come aveva fronteggiato il nazismo, grandi storie, e io non raccontavo mai le mie. L’intera società era patriarcale ma, d’altra parte, non c’è una società matriarcale, nella nostra memoria storica. Quasi tutte le società sono patriarcali, non sono cambiate… può darsi che sia una questione di gradazioni. Credo che la cosa migliore sia crescere buoni padri, non autoritari. Il futuro sarà migliore, quando gli uomini saranno femministi.

«Volevo che la vita continuasse» si legge nel suo libro. «Non volevo, come la moglie di Lot, diventare pietra volgendomi a guardare la città dei morti».

8È stato proprio dopo la guerra, quando era una questione di ricordare e raccontare, o di dimenticare e andare avanti; io volevo andare avanti, scoprire il mondo con tutte le cose belle che mi erano state precluse. Non volevo guardare indietro. Volevo avere la mia vita, come tutti gli altri. Cominciare quel genere di esistenza che avevo tanto desiderato nei campi di concentramento; ma ovviamente, al tempo stesso, volevo preservare quello che mi era successo. Era un sentimento ambivalente.

Si può parlare di questa ambivalenza come di una doppia cittadinanza, nel mondo dei vivi e nel mondo dei morti?

9Le docce riguardano i morti, l’orrore delle docce riguarda i molti che sono stati uccisi, e non i pochi superstiti che sono stati reintegrati nel mondo dei vivi. Noi non abbiamo mai costituito un pericolo per la società, non abbiamo mai costituito un gruppo speciale, abbiamo solo cercato di integrarci e, qualsiasi ferita, qualsiasi dramma avessimo dentro di noi, abbiamo cercato di interiorizzarlo e conviverci. Sì, abbiamo una grande parte di noi che è tra i viventi, in forma separata da quelli che sono morti; ma una piccola parte di noi è due contemporaneamente. Io sono più fantasma di quanto lei non sia, ma io appartengo a lei più di quanto appartenga al mondo di mio fratello, che è morto quando aveva diciassette anni. È molto triste, ma è così. Però c’è una differenza tra il ricordare i morti e l’essere morti: chi ricorda i morti è ancora vivo. Io ho un grande vantaggio, sono viva; mio fratello è morto a diciassette anni e non ha avuto una vita, dopo. Senza vita, nessuna altra cosa è possibile, nessuna cosa può essere pensata o sentita. Io oggi ho settantatré anni, e ricordare mio fratello è solo un minimo tributo. Si tratta di un senso di morte, e del senso di colpa che abbiamo verso i morti. I miei figli non hanno potuto sapere chi era mio padre; era un giovane uomo, io sono molto più vecchia di quanto lui sia mai arrivato a essere. Mio fratello era un ragazzo… così, davvero, apparteniamo a due diversi regni, a due diverse categorie di persone. Loro appartengono a quelli che hanno perso tutto quello che c’è, la vita, nelle docce. È per loro che le docce sono state quello che sono state: l’evento più orrendo del ventesimo secolo.

Lei ha scritto che è importante quale dolore si soffre. Cosa significa convivere con la consapevolezza che gli uomini sono capaci di questo?

10È un bilico. Un giorno guardavo mia nuora con i suoi bambini, i miei amati e meravigliosi nipoti, e ho pensato: e se qualcuno venisse a prenderli, a strapparli da lei? E poi ho pensato, no, è una cosa che non le potrà mai accadere, questa donna californiana è qui al sicuro, non accadrà… Per me questo è un regalo. Non gliel’ho detto, perché immagino che mi avrebbe preso per pazza, ma in quel momento ero nel mio vecchio mondo, dove potevano venire uomini in uniforme e prendere i bambini. Questo non passa, è sempre qui. Possiamo perdere tutto. È un sentimento di fondo molto forte in me: essenzialmente niente mi appartiene, tutto mi può essere tolto, anche la vita dei miei più piccoli familiari.

«Pensavo che dopo la guerra», ha scritto in Vivere ancora, «avrei avuto qualcosa di interessante e importante da raccontare, ma la gente non ha voluto sentirlo, oppure soltanto in una certa posa, non come interlocutori, ma come persone che si sottopongono a un compito spiacevole, con una sorta di rispetto che facilmente si capovolge in nausea, due sensazioni che comunque si completano, perché gli oggetti del rispetto, come quelli della nausea, li si tiene lontani da sé».

11Credo che la parola che ho usato in tedesco fosse più forte di “rispetto”; qualcosa come “venerazione”, o “timore reverenziale”. Si tratta di un sentimento molto vicino alla nausea, al disgusto. Dopo la guerra, molti affermarono che i sopravvissuti non erano credibili, così noi divenimmo sospetti, non fummo presi sul serio; la gente si allontanò da noi. Poi siamo diventati una sorta di generazione di martiri. Siamo stati in un certo senso esaltati. È questo che voglio dire, quando parlo del contrasto tra nausea e timore reverenziale.

Quando scriveva che nulla l’ha mai ferita quanto l’accusa che i reduci dai lager fossero moralmente corrotti, aveva in mente il giudizio di Hannah Arendt in Le origini del totalitarismo?

12Subito dopo la guerra – perché poi, in Eichmann a Gerusalemme, Arendt cambiò opinione – anche lei fu partecipe di un comune sentimento di rigetto nei confronti dei sopravvissuti. Non è stata l’unica, anche se è stata la più importante. Uno tra i profughi allora più in vista disse che ci sarebbero voluti istituti di rieducazione per i bambini come me, perché eravamo completamente corrotti ed eticamente inferiori. Quando ho sentito queste affermazioni, ho pensato che gli istituti di rieducazione avrebbero dovuto essere organizzati per quelli che avevano perpetrato i crimini, per i colpevoli, e non per le vittime. Nel corso degli anni ho molto riflettuto su questo argomento, e penso che davvero fossimo innocenti; quello che avveniva nei campi non era un crimine, ma un profondo istinto di sopravvivenza. Rubare il cibo a qualcun altro faceva parte di quella realtà, e in ogni libro sui campi di concentramento si può leggere che era del tutto comune coalizzarsi in due, tre persone, per sopravvivere: Elie Wiesel e suo padre, Primo Levi e i suoi due compagni. Lo stesso accadde a me, a mia madre e a Susan, la ragazza che mia madre adottò nel campo e che nel libro ho chiamato Ditha. Ovunque, la gente ha continuato a cercare di essere umana, e bisogna giudicare caso per caso. Ma molti pensavano che i campi avessero avuto un’influenza totalmente corruttrice. Ovvio che non fosse stata un’esperienza edificante: volevano ridurci a niente. Ma non è così facile distruggere le persone. Dipende da chi sono. E gli ebrei che arrivavano lì, spesso avevano alle spalle un bagaglio solido, venivano da famiglie amorevoli, da una tradizione intellettuale che dava loro una certa forza. Bisogna giudicare caso per caso.

Con parole ironiche, dissacranti, e che pure vibrano di passione, lei passa in rassegna i luoghi comuni della letteratura sulla Shoah: dall’uso retorico che troppo spesso viene fatto di Celan ai «piagnistei di Erich Kästner sulle scarpe ammucchiate dei bambini morti, perché una scarpa non è un’adeguata pars pro toto». Così come non risparmia la «buona coscienza della visita ad Auschwitz».

13Sono convinta che i fatti non parlino mai per se stessi ma vadano sempre interpretati, e che le semplificazioni non mostrino nulla. I mucchi delle piccole scarpe diventate un simbolo dell’uccisione dei bambini ebrei vanno sempre interpretate, altrimenti si rischia di guardarle con un sentimentalismo che finisce col rispecchiarsi in se stesso. E i sopravvissuti sono gli interpreti più legittimi. Dobbiamo guardarci dai sentimentalismi, dalla tentazione di stare davanti a una teca e dirci: «che brava persona sono, dal momento che mi vengono le lacrime agli occhi nel vedere queste cose». Bisogna che continuiamo a focalizzare la nostra attenzione su quello che è là da capire, e non su noi stessi.

Oggi si parla continuamente del dovere della memoria. Cos’è la memoria, per lei?

14Credo che anche la memoria passi da una generazione all’altra, e che cambi, proprio come cambiano i ricordi nell’arco delle nostre vite. Ogni generazione ricorderà quello che vorrà ricordare. Lei non ricorderà quello che a me sembra più importante; adesso potrei raccontarle quello che a me sembra più importante, e sperare che lei lo integri nella sua memoria, ma la cosa essenziale è che lei cercherà e sceglierà, e i suoi figli cercheranno e sceglieranno qualcos’altro. Non possiamo imporre la nostra esperienza alle generazioni future. Agli inizi del xix secolo, tutti pensavano che le guerre napoleoniche sarebbero state la cosa più importante, per secoli, ma ora c’è molto di più nella nostra memoria collettiva. Apprendiamo delle guerre napoleoniche a scuola, e poi le riponiamo nei libri di storia. La Shoah è differente, in molti modi, ma la memoria collettiva diventerà selettiva man mano che passerà il tempo. E, anche se continueremo a dire ai nostri figli «non dimenticate, non fate che possa ripetersi ancora», loro dimenticheranno, e in qualche modo perdoneranno, perché perdonare è parte del dimenticare. Dimenticare è altrettanto importante che ricordare. C’è così tanto materiale nella mente umana, e il modo in cui lo sistematizziamo dipende dalle circostanze della vita di ciascuno.

Se Auschwitz non è comunicabile, se davvero è un altro pianeta, al fallimento della comprensione lei sembra offrire un appiglio, che è la forza del paragone.

15Molte persone sostengono che questa esperienza è talmente incomparabile, inattingibile, che non si dovrebbe neppure tentare di fare dei paragoni; bisognerebbe insistere sul fatto che si è trattato di un evento unico. Ma il mio sentimento, la mia convinzione, è che tutto può essere comparato, e che solo la comparazione porta a una qualche comprensione. Quando parlo del mio trasporto sul carro bestiame, penso che le persone che, chiuse in locali angusti, hanno conosciuto la paura di morire, possiedano un ponte per comprendere quello che dico. Quanto a me, anche se so che non potrò mai capire pienamente cosa significhi essere gasati insieme a una massa di altre persone – che è la morte più umiliante che posso immaginare – faccio appello al ricordo del mio trasporto su un carro bestiame sovraffollato. È un punto di paragone, anche se sono consapevole che non capirò mai fino in fondo. Ci sono molte esperienze di guerra fatte non all’interno dei campi che possono essere usate come paragone, purché non si pensi che le cose siano identiche. Non potremmo comprendere nulla, se non attraverso la comparazione con qualcosa che già sappiamo; non abbiamo altri modi. La riflessione sulle condizioni umane non può prescindere da ciò che si può riconoscere come affine, dall’immedesimazione, altrimenti non si può che finire col mettere la cosa agli atti.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Ruth Klüger, «Senza un altrove»Rivista di estetica, 45 | 2010, 113-118.

Notizia bibliografica digitale

Ruth Klüger, «Senza un altrove»Rivista di estetica [Online], 45 | 2010, online dal 30 novembre 2015, consultato il 16 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1751; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1751

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Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

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