Navigazione – Mappa del sito

HomeNumeri45il paradosso del testimoneMitologie e memoria

il paradosso del testimone

Mitologie e memoria

Georges Bensoussan
p. 77-89

Abstract

Whereas memory focus mostly on the elements of continuity, in order to grant people’s survival, history individuates, above all, the breaking lines, thus opposing the “pitiful religion” that, by tracing Auschwitz’s fracture back to the experienced suffering, inscribes it, at the same time, in a continuum of dolourism. But the pedagogy of the “never more”, as well as the hypermnesia concerning the Shoah, did not protect us from the revival of an anti-Semitic discourse, nor the construction of enormous memorials prevented the enduring of genocides and the institutional and political attempts to hide them. The memory of evil is not a synonym for reflection: in our standardized and disrupted societies, from Auschwitz on, we are in need of a critical thought rather than of a duty to remember.

Torna su

Note della redazione

Traduzione di Laura Simonetta Fontana.

Testo integrale

  • 2  Halbwachs 1968: 31.

1Poiché nessun individuo esiste solo per se stesso ma sempre in relazione con l’altro, non esiste una memoria solitaria. La memoria è sempre comune e condivisa. «I ricordi più difficili da rievocare», scriveva Maurice Halbwachs in La Mémoire collective, «sono quelli che riguardano solamente noi stessi, che rappresentano il nostro bene più esclusivo, quasi che i ricordi, per poter sfuggire alla percezione altrui, dovessero sfuggire per primi a noi stessi»2.

  • 3  Rousseau 2003.

2Per questo, nella memoria della deportazione, ciò che è più intimo e doloroso (dunque meno condivisibile) è così fragile. In un articolo pubblicato nel 1919, lo storico Jules Isaac, allora giovane “ex combattente”, metteva in guardia i civili incontrati sugli Champs-Élysées: «Credete di conoscerci, brava gente? Dovrete ricredervi, non ci conoscete affatto, non ci conoscerete mai più. L’abisso che separa i morti dai vivi è tanto profondo quanto quello che ci separa da voi. Siamo segnati da un segno segreto il cui significato vi sfugge. Noi siamo dei fantasmi…»3.

3È quasi un luogo comune ripetere insistentemente che la memoria è ingannevole e che oscilla tra la necessità di sopravvivere e la verità storica; che non obbedisce affatto alla preoccupazione storica, ma si richiama innanzitutto alla preservazione dell’individuo e del gruppo. L’immagine che ricostruiamo del passato non è il passato, nemmeno ciò che di esso rimane, ma solamente una traccia di giorno in giorno mutevole, una ricostruzione che non è il frutto della casualità, ma che collega tra loro schegge di memoria che galleggiano nell’oblio generale.

4La memoria, come il pensiero automatico, ha come primo scopo quello di autorassicurarsi. «Quando le ascolto» racconta una giovane sopravvissuta al genocidio del Ruanda (1994), coltivatrice nella regione di Musenyi, «sento che le persone, con il passare del tempo, non si ricordano allo stesso modo del genocidio. Per esempio, una mia conoscente ha raccontato come sua madre fosse morta in chiesa; poi, due anni dopo, ha spiegato come sua madre fosse morta nella palude. Per me non c’è menzogna. La ragazza aveva una buona ragione per volere più che mai, in un primo momento, che la madre fosse morta in chiesa. Probabilmente l’aveva abbandonata nel corso della sua fuga verso la palude, e quel ricordo le procurava disagio. Può darsi che quella prima versione alleviasse una tristezza che le era troppo penosa da sopportare, che la aiutasse a convincersi che sua mamma aveva sofferto meno, uccisa il primo giorno con un solo colpo mortale. Il tempo ha portato un po’ di pace a questa ragazza, che alla fine ha potuto rievocare la verità e l’ha accettata».

5L’immagine del sopravvissuto ossessionato dal senso di colpa ritorna in tutti i racconti del genocidio. La giovane ruandese aggiunge: «Ci sono persone che modificano incessantemente i dettagli di una giornata fatale, perché pensano che, quel giorno, la loro vita abbia colto l’opportunità di un’esistenza altrettanto meritevole». Questa memoria smemorata rimane tuttavia una necessità per colui che ha vissuto simili esperienze, per i suoi discendenti e anche per tutti gli altri, muti testimoni di un’umanità ferita dalla negazione stessa dell’umanità. Tanto più che il negazionismo è un elemento costitutivo del genocidio e, anzi, ne costituisce una delle caratteristiche essenziali.

6La storia individua le linee di rottura, mentre i contemporanei vedono innanzitutto gli elementi di continuità, le somiglianze e le filiazioni; come la memoria che, per permettere agli individui di sopravvivere, minimizza le rotture. Poiché vivere rappresenta la nostra preoccupazione principale, riteniamo doveroso ignorare le cesure che sono fonte di angoscia. Questa è una delle ragioni della religione compassionevole di oggi, che riconduce la cesura di Auschwitz alla sofferenza conosciuta, inscrivendola in un continuum di dolorismo: persino nella passione del Cristo, con il popolo ebraico assassinato a incarnare il calvario del Salvatore, e le tappe della deportazione a raffigurare la salita al Golgota.

7Il rimprovero frequentemente rivolto ai testimoni di non aver saputo percepire in tempo reale la svolta storica appare vano, perché, per definizione, noi siamo incapaci di cogliere le rotture nel momento in cui si producono, mentre lo storico ha come prima funzione quella di vedere soprattutto i cambiamenti. Noi non siamo i contemporanei di noi stessi. Non pensiamo al significato di ciò che viviamo, così come non comprendiamo appieno il pensiero intrinseco alla tecnica che produciamo, mentre ogni tecnica è di per se stessa una visione del mondo.

  • 4  Termine dispregiativo con cui in Israele vengono designati gli immigrati ebrei di origine tedesca (...)
  • 5  Termine ebraico che indica gli ebrei orientali [N.d.T.].

8Il presente disturba la comprensione del passato. In Israele, per esempio, i “nuovi storici” proiettano la forza militare attuale del loro paese sulla situazione del 1948, moltiplicando così i controsensi, giacché la loro percezione è priva dell’empatia che permette, senza immedesimarsi, di cogliere il riflesso delle vite scomparse. Resta la questione: perché tanti israeliani si sono impegnati per delegittimare il proprio Stato? Pare troppo semplice la risposta: per “l’odio di sé ebraico”. Il percorso socio-biografico di un certo numero di questi protagonisti ci offre invece un principio di spiegazione. L’appartenenza ebraica, in effetti, ha rinchiuso degli intellettuali di origine europea, assetati di universalismo, in una provincia sperduta dell’Oriente. Il destino di israeliani come la giornalista Amira Hass, il saggista Ilan Pappé, lo storico Shlomo Sand dell’Università di Tel Aviv, la storica Idith Zertal dell’Università di Losanna e di altri ancora, è un destino mancato. Nei loro sogni avrebbero desiderato essere europei, come i loro genitori. Odiano quell’angolo sperduto d’Oriente dove la storia li ha confinati, così come rifiutano la tragedia dell’hitlerismo e della Shoah che li ha condotti in tal luogo. Ciò a cui aspirano è ritrovare le proprie radici europee; per la maggior parte di essi, in particolare, radici tedesche. Rompendo con il sionismo e con lo stato ebraico, essi riprendono un’evoluzione familiare spezzatasi accidentalmente nel 1933. I postsionisti di oggi sono dunque spesso a immagine di Hannah Arendt, che adorano: degli ebrei tedeschi per procura. Degli yekke4 intellettuali un po’ sfasati. Fuori posto. Fluttuanti nella storia. Detestano l’Oriente, così come la Arendt stessa maschera a malapena l’istintiva repulsione che le ispirano i poliziotti ebrei orientali, mizrahim5 che stazionano all’ingresso della sala in cui si tiene il processo a Eichmann. Esattamente come lei, questi postsionisti odiano educatamente quell’Oriente laggiù (sono progressisti), così come rigettano i mizrahim e il mondo sefardita. I soli orientali che vanno loro a genio sono le “vittime arabe” del sionismo, il palestinese derubato, arrestato, braccato, espulso, oppure assassinato… Figli della Wissenschaft des Judentums, questi intellettuali sono israeliani ancora più accidentali di tutti gli altri che, a loro volta, sono spesso giunti in quella terra per mancanza di alternative. Aspirano a ritrovare la relazione idilliaca con l’Europa spezzatasi nel 1933 e persino, perché no, la Cacania di Francesco Giuseppe e, con essa, il sogno multiculturale dell’Europa infranto nel 1918. La loro vera patria.

  • 6  Festa tradizionale tipica degli ebrei del Marocco che conclude Pesach. In Israele questa celebrazi (...)

9In perfetta buonafede, dal momento che sono di sinistra e anticolonialisti, questi postsionisti sono tuttavia degli autentici coloniali. Accecati dalla questione palestinese, sono ciechi di fronte al mondo mizrahi di Israele, come all’ebraismo orientale che, per forza di cose, li circonda, al suo percorso e alla sua storia. Alla sua cultura folkloristica della festa di Mimouna6 e dei canti arabo-andalusi. Degli orientali non accettano che gli arabi, perché questi non metteranno in discussione la loro condizione di benestanti. Il postsionismo, che dal cuore stesso di Israele demonizza lo stato ebraico, non è in primo luogo un movimento intellettuale, è innanzitutto un movimento sociale che ha assunto le sembianze intellettuali della contestazione. È le temps retrouvé di questa borghesia ebraico-tedesca (e a un livello minore askenazita) disgustata dall’Oriente.

  • 7 La retata detta del Vel d’Hiv (Vélodrome d’Hiver), decisa dai tedeschi e interamente diretta dalla (...)

10In Francia, una diversa area geografica che condivide però la stessa logica intellettuale, la mobilitazione contro le leggi che restringono l’immigrazione e il diritto di soggiorno degli stranieri evidenzia un terrorismo intellettuale che, per un effetto di dominazione culturale, impone ai “mal pensanti” di tacere. Da una ventina d’anni, alcuni intellettuali francesi assimilano queste leggi – varate prima da governi di sinistra, poi di destra – agli Statuti degli ebrei promulgati dal governo di Vichy nel 1940 e 1941. Nel corso di manifestazioni di protesta, alcuni di loro hanno esibito sul risvolto della giacca la stella gialla del 1942. La stessa cosa è accaduta nel 2010, quando le misure annunciate dalla Presidenza della Repubblica francese, al di là della loro pertinenza, non giustificavano il richiamo a Vichy e all’epoca nazista. E nemmeno alle retate, a quella del Vel d’Hiv7, ai trasporti di deportati. Per un lettore di “Le Monde”, tali misure prefiguravano persino lo sterminio al termine del percorso. Una simile assimilazione, grottesca sul piano storico, è indice di una relativizzazione dell’orrore. Non è negli Statuti degli ebrei che occorre cercare, per esempio, un precedente storico alle “leggi Debré” (ministro degli Interni dal 1995 al 1995, sotto un governo di destra), ma nel decreto legge del 2 maggio 1938 varato dal governo Daladier (governo del Fronte Popolare), ove l’art. 6 obbligava chiunque desse ospitalità o rifugio a uno straniero «a sporgere denuncia presso il commissariato di polizia oppure, in caso di mancanza di posto di polizia, al Municipio». Questo testo, promulgato da autentici repubblicani, addirittura il fior fiore del radicalismo dell’epoca, è oggi dimenticato a vantaggio del confronto di comodo con il regime di Vichy. Così intesa, la “memoria collettiva” tende a confortarci nelle nostre credenze e nelle nostre illusioni.

11Poiché la violenza estrema ha distrutto i nostri punti di riferimento, vogliamo credere, a dispetto della verità storica, che le vittime non si siano battute. Saremmo facilmente inclini a pensare che in Francia, per esempio, nessuna azione seria di contrasto all’antisemitismo sia mai stata intrapresa prima della guerra. Invece lo scontro che negli anni Trenta contrappose la LICA (Lega Internazionale Contro l’Antisemitismo, fondata da Bernard Lecache) all’estrema destra ci insegna che l’impegno militante fu estremamente attivo, e che persino l’autodifesa violenta fu messa in pratica ben prima della guerra. Prenderne atto ci indurrebbe tuttavia alla conclusione che tale mobilitazione non riuscì a impedire la disfatta finale, né l’internamento, né le deportazioni. E siccome questa realtà ci angoscia, tendiamo a deformare il passato. La stessa cosa avviene per gli ebrei tedeschi, di cui si pensa, a torto, che non opposero grande resistenza all’ascesa del nazismo; ecco di nuovo una rassicurante illusione che non tiene conto della verità storica. Si tratta di continuare a vivere spazzando via dall’ambito della coscienza questi ostacoli dirimenti. Se gli ebrei tedeschi si sono battuti, se hanno tanto scritto, parlato, lanciato appelli senza sosta, l’avrebbero dunque fatto invano. Tale vanità dell’azione suscita in noi un senso di vertigine perché mette in luce la debolezza della ragione di fronte alla violenza irrazionale dell’antisemitismo. E ci insegna che null’altro se non una forza meccanicamente superiore può sconfiggere il nemico che ha deciso la nostra morte.

12Gli appelli alla ragione e alla tolleranza sono parole inutili contro la peste emozionale, una peste tanto più distruttiva quanto più si allenta il legame civico e sociale nelle società contrassegnate da un individualismo massificato. Questa realtà tragica ci fa deformare il passato per immaginare degli ebrei tedeschi apatici; oppure una socialdemocrazia tedesca che, ben lungi dal rimanere inerte sotto il regime di Weimar, si mobilitò in maniera massiccia prima del gennaio 1933. Ma invano.

13Le ricostruzioni storiche sono estremamente numerose nella storia della Shoah. Nel caso così controverso dei Consigli ebraici (Judenräte) messi in funzione dai tedeschi nell’Europa dell’Est, non è opportuno soffermarsi unicamente sulla loro tragica fine, e nemmeno sul risultato della loro azione. Occorre anche prendere in considerazione le intenzioni e i comportamenti di tutti i protagonisti. Tener conto soltanto dell’istituzione dei Consigli ebraici equivale a volgere il proiettore al contrario, puntandolo, cioè, invece che sull’assassino, sulle sue vittime, mettendole in tal modo in stato di accusa. Significa anche dimenticare che non ci fu una politica degli Judenräte, ma diversi tipi di politica, il che ci impedisce di formulare qualsiasi giudizio generalizzante. La retrospettiva storica mette in luce i limiti dell’intelligenza. Chiediamoci: che cosa avrebbero potuto fare gli ebrei, se avessero accettato l’informazione al punto da trasformarla in conoscenza? Nell’Europa orientale, là dove oggi piovono abbondantemente i giudizi sulla “collaborazione” degli uni e sulla “passività” degli altri, in quale luogo avrebbero potuto nascondersi gli ebrei? In mezzo a quale popolazione, quasi sempre ostile? Come avrebbero potuto resistere senza armi e senza disporre di alcun appoggio locale? Dove avrebbero potuto fuggire quando il fronte russo era lontano più di mille chilometri, l’Europa era un blocco impenetrabile, gli immediati dintorni erano infestati da “cacciatori di ebrei”, ricompensati un tanto per ogni testa catturata? E via dicendo.

14Trasformando la storia della Shoah in lezione morale, si dimentica fino a che punto il pensiero eugenista, che ha trionfato in una parte del mondo occidentale prima della seconda guerra mondiale, abbia costituito un elemento capitale nel cammino che ha condotto al crimine di massa. Il termine che sta a designare questa corrente di pensiero (1883, Galton) è peraltro contemporaneo del sostantivo “antisemitismo” (1879, Marr). Nel 1924, una bibliografia sull’eugenetica non comprendeva meno di 7500 titoli di saggi e articoli. Intorno al 1930, le associazioni di eugenetica erano molto numerose, dalla Società tedesca di igiene razziale (1905) alla britannica Eugenics Education Society (1907), dalla Società eugenetica di Francia (1912) fino all’American Eugenics Society (1923), e altre ancora, in particolare in Scandinavia e in Unione Sovietica. Squalificata dopo la guerra, la memoria dell’eugenetica cade nell’oblio. Alcune riviste mutano il proprio nome. Così l’“Eugenics Quarterly” diventa nel 1969 il “Journal of Social Biology”, mentre la Società americana di eugenetica si chiama oramai “Società per lo studio della biologia sociale”.

15È anche per questo che negli studi storici, e a fortiori nei testi scolastici, l’eugenetica degli anni 1880-1945 viene trattata poco, se non per nulla. Nelle mille e più pagine di cui consta l’edizione francese de La distruzione degli ebrei d’Europa, Raoul Hilberg dedica solo una pagina e mezza al “programma T4”. Nel 1937, prima ancora dell’avvio di tale programma, la sterilizzazione dei meticci, in nome della legge eugenetica del 1933, costituì un primo anello della catena che poi condusse al genocidio. Una misura che metteva in risalto il processo mediante il quale il bio-potere si insinua negli ingranaggi di uno stato moderno fino ad assumerne il controllo.

16Ernst Haeckel, tra i nomi più illustri della biologia tedesca della fine del xix secolo e degli inizi del xx, è un altro dimenticato di questa storia intellettuale, benché nel 1868 fosse tra i primi a proporre una classificazione gerarchizzata delle razze umane. Volgarizzatore del darwinismo, Haeckel è oggi un personaggio stranamente occultato, mentre l’attenzione si focalizza ancora e sempre sulla figura di Joseph Arthur de Gobineau. All’eugenetica negativa che trionfava in Europa negli anni 1900-1920 si preferiscono interpretazioni, certo fondate, ma insufficienti e talvolta manichee, del razzismo, dell’antisemitismo, del nazionalismo, del pangermanesimo. Così facendo, si trasforma la necessaria riflessione politica sul ruolo della biologia nella gestione delle popolazioni moderne in una riprovazione morale rivolta alla sola Germania. Dimenticando che il percorso che conduce verso questa civiltà burocratizzata, in cui la morte stessa è divenuta merce, è stato il percorso di tutto il mondo occidentale. L’eugenetica negativa non è il solo grande elemento caduto nell’oblio della “memoria collettiva”; la stessa sorte ha seguito anche l’idea di un’applicazione immediata del darwinismo alla politica, che si era imposta prima del 1945 perché corrispondeva alla visione di un mondo in cui vigesse una guerra di tutti contro tutti.

17La “lezione per l’umanità” che dovremmo trarre, come si sostiene, da una catastrofe storica – all’insegna di un “Mai più!” declinato in tutte le tonalità – costituisce un’illusione ricorrente. «Ho letto che dopo ogni genocidio» afferma una sopravvissuta tutsi del 1994 «gli storici spiegano che sarà l’ultimo. Perché nessuno potrà mai più accettare una tale infamia. Ecco una fandonia incredibile». Eppure continuiamo a vivere con questa «incredibile fandonia», in nome della quale costruiamo dei grandi memoriali che riteniamo capaci di lanciare un monito alle generazioni future contro la guerra e l’intolleranza.

18Senza pretendere di sviscerare in questa sede le ragioni della frenesia del passato che si è impadronita del mondo occidentale (attualmente, in Europa viene inaugurato un museo al giorno), vale la pena notare che l’ipermnesia nell’ambito della storia della Shoah non ha protetto la Francia dal risorgere dell’estrema destra e meno ancora dalle violenze antisemite provenienti soprattutto dai francesi di origine magrebina, e da un discorso antisemita, talvolta dichiaratamente nazificante, che credevamo sepolto per sempre.

  • 8  Mounier 1933.
  • 9  Cfr. Loez 2010.

19Vista attraverso il prisma del compassionismo militante che caratterizza i nostri tempi, la Grande Guerra ci offre l’esempio ideale di una memoria rielaborata. Nell’Europa dell’Est, tale memoria è stata innanzitutto la memoria dei combattenti, mentre dal Mar Baltico al Medio Oriente è stata soprattutto quella dei milioni di civili che tra il 1914 e il 1922 furono vittime delle epidemie, della carestia e degli enormi pogrom d’Ucraina. La Grande Guerra, dunque, non suscita gli stessi ricordi né le stesse immagini alle due estremità del Vecchio Continente. Oggi i soldati della guerra 1914-1918 sono visti soprattutto come vittime e, in un tempo in cui la percezione del presente (come quella del passato) è influenzata dalla Shoah, l’orrore delle trincee viene talvolta assimilato a un “crimine contro l’umanità”. Nella sarabanda di vittime che per taluni è la storia contemporanea, i protagonisti della Grande Guerra sono mischiati alle vittime del genocidio del secolo. L’infatuazione attuale per la storia partecipa forse anche di questa compassione che si degrada in compassionismo e promana da una riflessione di fondo sul “disordine stabilito”, per riprendere le parole del filosofo cristiano Emmanuel Mounier8. Dimenticando così che la guerra ha beneficiato per lungo tempo del consenso dell’opinione pubblica, malgrado la rivolta e la collera. Il patriottismo è tutt’altro che l’unica ragione dell’eccezionale saldezza del fronte interno, altri fattori più forti hanno svolto un ruolo determinante per la sua tenuta: il senso del dovere, la costrizione, la paura, la rassegnazione, e soprattutto il senso di solidarietà fra i compagni9. Ciò non toglie il fatto che i combattenti del 1914-1918 non si siano comportati come un gregge di vittime rassegnate condotte al macello.

20Il nostro benessere pacificato falsa la nostra comprensione del passato. Alcune vecchie verità ci sono divenute impenetrabili: stentiamo, per esempio, a comprendere l’immensità delle perdite umane della Grande Guerra (900 francesi e 1300 tedeschi uccisi ogni giorno) e ci è quasi impossibile capire che, nella sola giornata di sabato 22 agosto 1914, l’esercito francese vide morire 28 000 dei suoi uomini (la metà delle perdite americane della guerra del Vietnam…). Nelle nostre società disabituate alla morte, una morte sempre più respinta nelle periferie delle città e degli intelletti, l’incomprensione ha il sopravvento di fronte all’ecatombe che ha visto scomparire un soldato semplice su quattro e un ufficiale su tre. Rifiutiamo di evocare la cruda violenza cui la guerra ha dato luogo, come rifiutiamo ancor più di ammettere che questa violenza è stata a lungo oggetto di un consenso di massa. Esiste uno scarto considerevole tra le percezioni dei contemporanei per i quali la guerra, per spaventosa che fosse, aveva un senso, e la nostra percezione in cui domina la presunta assenza di significato di tale conflitto. Così come una costruzione intellettuale è anche il campo chiuso e segreto di un itinerario personale, allo stesso modo, e su scala più vasta, i nostri schemi mentali deformano il passato. È per questo – e a torto, sembrerebbe – che oggi enfatizziamo le manifestazioni di rifiuto della guerra (evidenti ma sempre contenute), quando siamo noi che, in realtà, rifiutiamo questa guerra. Mettiamo l’accento sui disertori e sui ribelli, dimenticando il consenso della maggioranza; un consenso ambiguo, ambivalente, come a ragione viene sottolineato, ma pur sempre un consenso.

21Quando l’11 novembre 1920, a Parigi, sulla Place de l’Étoile, il milite ignoto viene inumato in pompa magna, sono gli eroi di guerra che, attraverso di lui, vengono celebrati. Nel 2010, sono invece le vittime della guerra che commemoriamo, al prezzo di una distorsione storica. Occorre aggiungere che i contemporanei della Grande Guerra furono i primi a farsi attori di una ricostruzione della memoria. In effetti, la guerra fu spesso accettata solamente a condizione di stendere un velo sull’orrore dei combattimenti, su quei corpi trasformati in poltiglia dai bombardamenti (all’incirca 700 000 cadaveri francesi, più della metà delle persone uccise in guerra, non hanno potuto essere identificati). Per dare un senso all’orrore vissuto quotidianamente, i contemporanei si erano persuasi che quel “sacrificio” avrebbe permesso all’umanità intera di sbarazzarsi per sempre della guerra (“l’ultima delle ultime”), vera violenza sacrificale che avrebbe aperto la via a una rigenerazione del mondo. Negli anni immediatamente successivi al conflitto, i combattenti hanno modulato la propria memoria, molti hanno mantenuto il silenzio sulla nuda violenza dei combattimenti e su talune pratiche in uso. Così come hanno mantenuto il silenzio sullo stato di trance in cui alcuni di loro talvolta sprofondavano, posseduti dall’ebbrezza di uccidere. Lo stesso silenzio che ha coperto i suicidi di numerosi soldati, o le dita mozze dei feriti lasciati sul campo, che avevano finito per divorarsi le mani a forza di soffrire senza essere soccorsi.

  • 10  Cfr. Norton Cru 1929.

22Come sempre accade dopo una catastrofe di tale entità, i testimoni hanno ricostruito l’evento per poter vivere ancora dopo l’orrore. È per questa ragione che Jean Norton Cru – egli stesso ex combattente, autore di un imponente saggio, Témoins, in cui passa al vaglio oltre trecento testimonianze di soldati francesi della Grande Guerra – riteneva, proprio come Jules Isaac, che ne difese la grande opera, che la distanza temporale dagli eventi non fosse garanzia di un racconto veridico e che, al contrario, occorresse lavorare “a caldo”10. La riscrittura del passato ha permesso ai testimoni di convivere con il trauma, quasi che si trattasse di addomesticare un mostro al fondo di una memoria che si preferirebbe mantenere intorpidita. Qui come altrove, per riprendere le parole del grande storico Pierre Chaunu, la memoria serve anzitutto a dimenticare.

23I silenzi sulla guerra non furono dunque solamente il risultato di veti imposti “dall’alto”, ma in primo luogo corrisposero all’interiorizzazione di sentimenti di inferiorità e di vergogna; un atteggiamento che si ritroverà anche nei sopravvissuti alla Shoah. Dopo la guerra, i fervori bellicosi di quei cinquantadue mesi di combattimento sarebbero stati occultati da un pacifismo militante. Si sarebbe dimenticato di aver creduto alla vittoria a qualsiasi costo. Dopo l’11 novembre 1918, è alla pace a qualsiasi costo ciò in cui si vuole ormai credere.

24Nell’aprile 1993, a Washington, il governo americano inaugura l’Holocaust Memorial Museum, il cui progetto era stato avviato quindici anni prima dal presidente Carter. Un anno dopo l’apertura di questo Museo Memoriale, la Casa Bianca, presieduta da Bill Clinton, decide di non intervenire in Ruanda, dove si sta perpetrando uno tra i più cruenti genocidi del secolo.

25Così è, per la vanità pedagogica della ripetizione: mentre si parla in abbondanza di “dovere della memoria”, il governo francese retto da Edouard Balladur e presieduto da François Mitterand vieta ai suoi militari di testimoniare davanti al Tribunale penale internazionale per il Ruanda. È pur vero che, prima dell’aprile 1994, la Francia non aveva speso una sola parola per condannare il razzismo sterminatore diffuso da Radio Mille Collines di Kigali, benché il Ruanda facesse tradizionalmente parte della “sua” zona di influenza. Il genocidio perpetrato contro i tutsi del Ruanda tra l’aprile e il luglio del 1994 invalida molti dei discorsi convenzionali sul “dovere della memoria”. Il massacro fu in effetti pianificato. La cosiddetta “esplosione di barbarie” fu preparata con estrema cura dall’apparato statale ruandese, sostenuto dalla Francia.

26Il 9 aprile 1994, due giorni dopo l’inizio delle uccisioni, la “patria dei diritti dell’uomo” riconosce, unico paese in Europa, la formazione del governo ad interim ruandese composto da estremisti hutu. La Francia è anche l’unica nazione europea a ricevere, il 27 aprile 1994, alla presenza delle più alte cariche dello stato, Jean Bosco Barayagwiza, il principale ideologo degli assassini. Dopo che fu rivelata, in particolare grazie a “Le Figaro”, la responsabilità indiretta della Francia in questa tragedia, il ministro degli Affari Esteri francese Hubert Védrine, impegnato in un giro di conferenze nella regione dei Grandi Laghi nell’estate 2001, rifiuterà di presentare delle “scuse” per il mancato intervento, come invece aveva appena fatto il presidente Clinton, a nome degli Stati Uniti.

27Il credito dell’Onu viene ulteriormente intaccato da questa tragedia annunciata. Il comandante in capo delle truppe Onu di stanza in Ruanda (Unamir), generale Roméo Dallaire, l’11 gennaio 1994 aveva inviato un fax al suo superiore a New York, il generale Maurice Baril, consigliere militare del Segretario generale Boutros Boutros-Ghali e del suo vice, Kofi Annan. In particolare, in quel documento in tredici punti contenente informazioni ricevute da un “informatore” hutu del generale Dallaire, si poteva leggere:

L’Interahamwe [la milizia hutu creata nel marzo 1992] ha addestrato 1700 uomini nei campi militari nei dintorni della capitale. I 1700 uomini sono stati quindi suddivisi in gruppi di 40 disseminati per tutta Kigali […]. Dopo il mandato dell’Unamir, [l’informatore] ha ricevuto l’ordine di redigere delle liste di tutti i residenti tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia allo scopo di sterminarli. Uno degli esempi che mi ha fornito è stato che le sue truppe sono in grado di uccidere fino a mille tutsi in venti minuti.

  • 11  “Le Figaro”, 12 gennaio 1998.

28Boutros Boutros-Ghali e Kofi Annan si rifiutano di dare credito a questo allarme. Le ambasciate occidentali respingono la richiesta di asilo politico da parte dell’informatore del generale Dallaire. Conosciamo il seguito. Nel 1994, nel corso dell’estate che seguì alle carneficine genocidarie, il presidente François Mitterand dichiarerà a uno dei suoi più stretti collaboratori: «In quel paese, un genocidio non è poi così importante»11.

  • 12  Si tratta dello Stockholm International Forum on the Holocaust, 26-28 gennaio 2000 [N.d.T.].

29Sei anni più tardi, all’inizio del 2000, questo stesso mondo si raccoglie solennemente a Stoccolma attorno alla memoria della Shoah12 per convenire sulla necessità del “dovere di storia e di vigilanza”. Ci si può interrogare sul pericolo inerente alla trasformazione della lezione di storia in catechismo destinato all’intero pianeta; eppure, il paradosso del “dovere della memoria” è ancora altrove. La Svezia, paese ospitante dell’incontro, membro dell’Unione Europea e modello di virtù, che fatica a far luce sul proprio passato eugenista, mentre accoglie la conferenza sull’insegnamento della Shoah, il paese morale per eccellenza, soprattutto nei confronti dello stato ebraico, da più di trent’anni offre rifugio sul proprio suolo a un islamista marocchino, Ahmed Rami, promotore attraverso il suo sito Internet di un discorso negazionista e antisemita sterminatore, attraverso il quale, proprio da Stoccolma e alla luce del sole, incita ogni giorno e in più lingue alla morte degli ebrei.

30Abbiamo bisogno di un pensiero critico, non di un dovere di memoria che inclina, come in questo caso, verso la farsa tragica. Max Horkheimer aveva già messo in luce la ragione per cui questa esigenza di verità politica è incompatibile con gli accomodamenti stucchevoli:

  • 13  Horkheimer 2009.

Noi, intellettuali ebrei, scampati alla morte nei supplizi hitleriani, abbiamo un solo dovere: agire affinché l’orrore non si riproduca più né venga dimenticato, assicurare l’unione con coloro che sono morti tra tormenti indicibili. Il nostro pensiero, il nostro lavoro appartengono a loro: la casualità per la quale siamo scampati non deve mettere in questione l’unione con i morti, ma renderla più salda; tutte le nostre esperienze devono porsi sotto il segno dell’orrore che ci era destinato, a noi come a loro. La loro morte è la verità della nostra vita, siamo qui per esprimere la loro disperazione e la loro nostalgia13.

31Lo storico non è debitore di un dovere verso il “bene”, che lo trasformerebbe in un celebratore istituzionalizzato. La preoccupazione dello storico è inseparabile da uno sguardo disincantato e iconoclasta, mentre l’istituzione, per sua stessa natura, è legata al dovere di reverenza. Non si può che sorprendersi di come in Occidente la Shoah sia spesso vittima di una sorta di rapimento della memoria. Storia di muti, di vinti e di umiliati, abisso di abbandono in cui furono gettate milioni di povere persone colpevoli di essere nate, ecco oggi questa tragedia confiscata da un consenso morale che si accontenta, altrove, di bocche cucite e di occhi chiusi.

  • 14  Elkana 1988.

32Commemorare il ricordo del male non è sinonimo di riflessione. Se manca l’analisi, la commemorazione può contribuire, al contrario, a trasmettere l’immagine della nefandezza del mondo, mediante un appello incessante all’orrore. In questo modo ci si persuaderà che il male trionfa sempre, dimenticando che la presenza di un Giusto, anche uno solo, salva l’umanità da un pessimismo che porta ad assolvere i carnefici. Renan sosteneva che il dovere di oblio si impone dal momento in cui ci si impegna nell’azione politica ed è così che occorre intenderlo se vogliamo costruire un presente che non sia l’esatta replica delle ossessioni del passato. La commemorazione eterna non produce per forza di cose il bene, anzi, probabilmente rischia persino di radicare l’idea dell’ineluttabilità del male. Yehuda Elkana, professore all’Università Ebraica di Gerusalemme ed egli stesso sopravvissuto alla Shoah, nel 1988 faceva appello alla necessità di dimenticare. In un articolo intitolato Per l’amnesia, prendeva posizione contro il culto di una memoria collettiva centrata sulla Shoah, così come oggi viene promossa nello Stato di Israele. Questa “religione civile”, spiegava Elkana, segna la vittoria postuma di Hitler. Se i nazisti hanno voluto tagliar fuori gli ebrei dal resto del mondo, ci sono riusciti mediante la visione ossidionale che nutre questo culto della memoria: «Può essere che per il mondo nel suo insieme sia importante ricordare. Non ne sono nemmeno sicuro, comunque sia non è questo il nostro problema. Ogni nazione, inclusa la Germania, deciderà a modo suo e sulla base dei propri criteri se vuole ricordare oppure no. Da parte nostra, dobbiamo dimenticare! Oggi, non vedo missione politica ed educativa più importante per i dirigenti di questa nazione che prendere parte alla vita, dedicarsi a costruire il nostro futuro, e non preoccuparsi da mattino a sera dei simboli, delle cerimonie e delle lezioni dell’Olocausto. Devono smetterla con il monito del “Ricordati! La storia della nostra vita”»14.

  • 15  Todorov 2000: 203.

33Tzvetan Todorov ricorda i primi articoli dell’Editto di Nantes (1598) che pose fine alle guerre di religione, articoli che insistevano fin dalle prime parole sulla virtù dell’oblio: «Che la memoria di tutte le cose accadute da una parte e dall’altra, dall’inizio del mese di marzo 1585 fino al nostro avvento al trono, e durante gli altri tumulti precedenti e in occasione di questi, rimanga spenta e assopita come di cosa non avvenuta»15. Il diritto all’oblio permette la riconciliazione, a condizione che solo la vittima ne faccia richiesta. La politica, spiega Plutarco, un’idea che verrà ripresa da Renan, toglie all’odio il suo carattere eterno. Il richiamo al passato può, qui, tener viva la violenza, mentre là, al contrario, è il rifiuto di chiudere i conti con ciò che la nutre.

34Resta il fatto che la memoria è costitutiva dell’identità, a fortiori di un’identità ebraica con la quale si confonde, tanto più che questa è deterritorializzata. Perciò la posizione di Yehuda Elkana è più quella di un cittadino dello Stato di Israele che non quella di un ebreo.

35La mobilitazione per gli armeni di cui è stato testimone l’Occidente appena si apprese dei primi massacri hamidiani nel 1894 è stata in gran parte dimenticata. Dimenticato l’imponente congresso svoltosi a Bruxelles nel luglio 1902, preceduto da una petizione che raccolse duemila firme di “personalità” del tempo. Dimenticato il secondo congresso riunito a Londra nel 1904. Di fronte ai massacri perpetrati dai turchi, la reazione fu immediata ed energica. Non ci fu né silenzio né impotenza, come dimostra in Francia il militantismo di Pierre Quillard, fondatore del giornale “Pro Armenia” (1900-1908), come anche l’impegno, al suo fianco, di Jean Jaurès, di Charles Péguy, di Georges Clemenceau e di altri ancora… Eppure niente di tutto questo è bastato a impedire la catastrofe del 1915.

36Dopo il genocidio (1915-1917), André Mandel’štam (1869-1949), ebreo di origine russa, fra i più brillanti giuristi della Società delle Nazioni, opera per far riconoscere a partire dalla questione armena un “diritto di ingerenza” negli affari interni degli stati, quando lo statuto della persona umana è in pericolo. Attraverso l’Istituto di diritto internazionale, Mandel’štam fa adottare, nel 1929, una Dichiarazione dei Diritti internazionali dell’uomo che raccomanda un limite al diritto di sovranità assoluta dello stato. Oggi abbiamo in gran parte dimenticato questa intensa attività; facciamo in modo di dimenticarla, perché avremmo preferito che Mandel’štam non avesse fatto nulla. Sapere che si è adoperato tanto ci angoscia, perché il suo lavoro, supportato – come quello dei suoi colleghi della Società delle Nazioni – dalla comunità internazionale, non ha impedito Auschwitz.

37«La scrittura è il ricordo della loro morte e l’affermazione della mia vita» scriveva Georges Perec nel 1975 in W ou le souvenir de l’enfance, lo stesso anno in cui in Francia venivano pubblicati Montaillou, village occitain di Emmanuel Le Roy Ladurie, Le Cheval d’Orgueil di Pierre Jakez-Helias e, in diversi volumi, una Histoire de la France rurale. Tre successi editoriali. I francesi, come tutti facevano a gara per sostenere, avevano sete di storia. In che relazione si pone questa “passione francese”, e la ricerca di identità che vi soggiace, con la “scrittura del disastro”? Come si sono avvicinati ai confini di questo continente nero i reduci della Shoah, i contemporanei dell’evento e i loro discendenti, i sopravvissuti (e in realtà tutti noi)? Come bisognava interpretare le parole di Adorno sulla possibilità di scrivere una poesia dopo Auschwitz? Come se il linguaggio fosse stato intaccato dal genocidio, non solo perché le parole si rivelano impotenti per raccontarlo, ma più ancora perché si sono necrotizzate nello sterminio.

38Se il riconoscimento della specificità della catastrofe ebraica nella storia generale della guerra ha avvicinato gli ebrei ai loro compatrioti, li ha anche allontanati. Perché ogni vita ebraica, che abbia o meno vissuto l’evento, è stata alterata dalla Shoah. Starà al genio di un Dwight MacDonald negli Stati Uniti, nel 1945, o a quello di un Georges Bataille in Francia, nel 1947, comprendere che, al di là del destino ebraico, ogni esistenza umana è stata intaccata dalla Shoah. Non sarà voltandoci verso questo passato che verremo trasformati, come la moglie di Loth, in statue di sale; sarà, al contrario, rifiutando di confrontarci con esso che faremo di noi degli esseri senza vita. Proprio ciò che non guardiamo, scrive Jacques Lacan, è ciò che ci riguarda maggiormente. Rifiutandoci di vedere, ci assumiamo il rischio di morire noi stessi, e di lasciar morire gli altri.

Torna su

Bibliografia

Elkana, Y.

Pour l’amnésie, “Ha’retz”, 2 marzo 1988

Halbwachs, M.

– 1968, La Mémoire collective, Paris, PUF

Horkheimer, M.

– 2009, Notes critiques, 1949-1969, Paris, Payot & Rivages

Loez, A.

– 2010, Les Refus de la guerre, Paris, Gallimard

Mounier, E.

Rupture de l’ordre chrétien et du désordre établi, “Esprit”, marzo 1933

Norton Cru, J.

– 1929, Témoins, Paris, Les Etincelles

Rousseau, F.

– 2003, Le procès des témoins de la grande guerre: l’affaire Norton Cru, Paris, Seuil

Todorov, T.

– 2000, Mémoire du mal, tentation du bien. Enquête sur le siècle, Paris, Laffont; Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un secolo tragico, tr. it. di R. Rossi, Milano, Garzanti, 2001

Torna su

Note

2  Halbwachs 1968: 31.

3  Rousseau 2003.

4  Termine dispregiativo con cui in Israele vengono designati gli immigrati ebrei di origine tedesca [N.d.T.].

5  Termine ebraico che indica gli ebrei orientali [N.d.T.].

6  Festa tradizionale tipica degli ebrei del Marocco che conclude Pesach. In Israele questa celebrazione si è diffusa in tutto il paese [N.d.T.].

7 La retata detta del Vel d’Hiv (Vélodrome d’Hiver), decisa dai tedeschi e interamente diretta dalla polizia francese, portò all’arresto di circa tredicimila ebrei in un giorno e mezzo, per la maggior parte deportati e uccisi ad Auschwitz, dopo un breve internamento a Drancy e in altri campi del Loiret [N.d.T.].

8  Mounier 1933.

9  Cfr. Loez 2010.

10  Cfr. Norton Cru 1929.

11  “Le Figaro”, 12 gennaio 1998.

12  Si tratta dello Stockholm International Forum on the Holocaust, 26-28 gennaio 2000 [N.d.T.].

13  Horkheimer 2009.

14  Elkana 1988.

15  Todorov 2000: 203.

Torna su

Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Georges Bensoussan, «Mitologie e memoria»Rivista di estetica, 45 | 2010, 77-89.

Notizia bibliografica digitale

Georges Bensoussan, «Mitologie e memoria»Rivista di estetica [Online], 45 | 2010, online dal 30 novembre 2015, consultato il 20 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1745; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1745

Torna su

Diritti d’autore

CC-BY-NC-ND-4.0

Solamente il testo è utilizzabile con licenza CC BY-NC-ND 4.0. Salvo diversa indicazione, per tutti agli altri elementi (illustrazioni, allegati importati) la copia non è autorizzata ("Tutti i diritti riservati").

Torna su
Cerca su OpenEdition Search

Sarai reindirizzato su OpenEdition Search