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il paradosso del testimone

Una pietrina nel grande muro che si chiama shoah

Hanna Kugler Weiss
p. 65-76

Abstract

In this conversation with one of the witnesses from Auschwitz, deported when she was sixteen and become a Muselmann in the concentration camp, we can realize the discredit and even the contempt that surrounded the victims when they came back to the “planet of the living”, as well as the tardy interest for their stories that followed the trial against Eichmann. But how to witness? How to find the words to make other people understand what hunger or coldness are, when their experience dates back so far in time? «There is no answer to the question: how did it happen? Knowing, not abstractly but through the images that one brings within oneself, that humans are capable of this, is really hard to stand with».

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Note della redazione

Testo raccolto da Daniela Padoan, Gerusalemme, 13 giugno 2010.

Testo integrale

1Sono passati sessantacinque anni da quando sono stata caricata su un treno merci e portata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Ero una ragazza di sedici anni. Dopo otto mesi e mezzo di prigionia, sono stata liberata dall’arrivo dell’Armata rossa, nel gennaio del 1945. Nell’ultimo mese ero diventata ciò che nel gergo del Lager veniva definito un “musulmano”. Ho cominciato a raccontare solo nel 1968; erano passati ventitré anni. Non è semplice da spiegare. È stato come aprire una finestra, tutto ha cominciato a uscire, a volar fuori; sono arrivati i ricordi, le immagini di quello che per tanto tempo era rimasto silenzioso nella mia mente. Dal giorno in cui avevo messo piede in Israele, nel 1949, avevo dovuto, e a dire la verità anche voluto, occuparmi di altre cose: era un paese straniero, sconosciuto, dove tutto era da ricominciare. Per me era stato come chiudere un diario giunto alle ultime pagine per riaprirne uno nuovo, pulito, senza nemmeno una parola già scritta. Dovevo imparare la lingua e l’ho imparata per strada, parlando con la gente. Per vent’anni non ho più pronunciato una parola in italiano. Leggere, sì; e le parole incrociate, quelle le ho sempre fatte nella lingua che avevo appreso da bambina, così come i conti.

2Lavoravo come infermiera in una scuola e un mattino, era il Giorno della memoria, un’insegnante mi disse: “Hanna, te la senti di venire a raccontare qualcosa ai ragazzi?”. Ho iniziato a testimoniare così, di punto in bianco, non perché mi sentissi pronta, ma perché qualcuno me lo aveva chiesto. Nei vent’anni precedenti non era mai successo. Ero preoccupata, non sapevo da dove avrei cominciato, non avevo neanche un po’ di tempo per prepararmi; fatto sta che mi sedetti e d’improvviso fu un affollarsi di ricordi che non sapevo di aver conservato; ogni momento un altro ricordo, un’altra immagine del campo, della mia vita nel campo. Ho parlato solo di quello. Non dell’arresto, della deportazione, del ritorno, ma del campo. Credo di essere andata avanti ininterrottamente per un’ora e mezzo. Alla fine ero stordita, non ricordavo quasi nulla di quello che avevo detto. Non ero io ad aver parlato; era quell’Hanna di sedici anni, che era lì, a Birkenau.

3Quando, qualche tempo dopo, ascoltai la registrazione, cominciai a capire delle cose che prima non mi avevano mai disturbato; pian piano arrivai a rendermi conto che avevo fatto parte di quella grande cosa che si chiama Shoah. Ero stata una pietrina in quel grande, grande muro. Ma ci sono voluti degli anni, per comprenderlo.

4Qui in Israele la gente non capiva, non sapeva. Sì, avevano sentito parlare di milioni di ebrei assassinati in Europa, ma i sopravvissuti non erano ben visti. Non è stato facile. Non dico tanto per i giovani, che in qualche modo sono riusciti a mettere tutto da parte e a ricominciare una nuova vita – io, per esempio, mi sono sposata qui, ho messo su famiglia, ho iniziato a lavorare – ma per la gente più anziana, che aveva perso tutta la propria famiglia, sia quella d’origine che quella che si era costruita in seguito: la moglie, o il marito, e i figli. Loro non erano liberi. Si trascinavano appresso quella grande zavorra di tragedia e non volevano parlare, perché, tanto, chi gli dava retta?

5Chi ci sentiva, credeva che fossimo diventati matti: non potevano comprendere, e d’altra parte noi non sapevamo nemmeno come farci capire. Oggi il mio racconto è organizzato, lineare, ma allora raccontavo così, simultaneamente. Quello che è successo è una cosa quasi inumana, come si poteva concepire? Chi poteva credere che scendessimo da un vagone dopo aver passato giorni e notti chiusi, senza cibo, senza acqua, lerci, stanchi, affamati, e che una piccolissima parte di noi veniva scelta – momentaneamente – per la vita, mentre gli altri venivano mandati a morire nelle camere a gas? Chi poteva immaginare una cosa del genere, quando neanche noi sapevamo come spiegarlo, perché neanche noi lo avevamo compreso? Sapevamo che era successo, certo; lo avevamo visto, lo avevamo patito, lo avevamo sempre negli occhi, ma come far capire a un altro una cosa che resta incomprensibile a te per prima?

6Dopo essere sopravvissute a quell’incubo, le persone anziane rimasero del tutto abbandonate a se stesse. Molte di loro erano rimaste sole. Non è difficile immaginare una donna che ha perso la famiglia, i figli, e che, arrivata in Israele, non sa come arrangiarsi. Vive un immenso dolore e non sa esprimersi, non sa parlare la lingua. La notte ha degli incubi; ormai lo sa, e allora forse non vuole dormire, scende in strada a camminare. Cominciano a chiamarla matta. È una cosa che inizia nel rione dove abita. Magari i vicini non possono dormire perché piange, qualche volta grida tutta la notte. Molta gente è stata ricoverata nei manicomi. Nessuno sapeva come curarli, nessuno capiva quello che avevano passato, né che quel dolore non finiva con la guerra e la liberazione dai campi; quel dolore restava intatto anche dopo, quando per gli altri era solo un passato da dimenticare. Ci voleva un’enorme forza di volontà per uscirne come persone normali. Io ce l’ho fatta, ma solo perché ero giovane. Cercavo di non pensare a quello che avevo passato e di concentrarmi sull’oggi. Non è stato facile, anche perché in Israele non ci stimavano, ci accusavano di essere andati al massacro come pecore al macello, senza ribellarci. Per loro, gli eroi della Shoah erano i rivoltosi del Ghetto di Varsavia; erano loro a essere ricordati nel Giorno della memoria, mentre per noi, quelli venuti fuori dai campi, c’era appena qualche parola sbrigativa. Tutte le canzoni, tutte le cerimonie erano fatte per rendere onore a quelli che si erano ribellati: loro erano gli esempi.

7Gli israeliani si sentivano fieri, a quei tempi; avevano affrontato una guerra d’indipendenza e avevano vinto, pochi contro tanti. Si sentivano molto più vicini agli eroi di Varsavia che non a noi, usciti come degli “inumani” dai campi. Quando però iniziò il processo Eichmann, nel 1960, e si presentarono i primi testimoni, la gente dovette ascoltare i racconti della deportazione e dello sterminio. Non tanto nell’aula, dove non venne ammesso molto pubblico, ma in tutto il paese: nelle case, in strada, tutti erano con la radiolina all’orecchio a seguire le sedute. Allora sì che cominciarono a dar credito alle parole dei supestiti, a quelle stesse parole alle quali avevano reagito dicendo “quelli son matti”. Al processo, un giorno dopo l’altro, venivano dette le stesse cose che avevamo detto noi. Man mano che quelle cose cominciarono ad apparire vere, iniziò la corsa verso i testimoni.

8Siamo diventati sempre di più a parlare, negli anni, anche se ormai, pian piano, tutti se ne vanno. In Israele, io sono l’unica ebrea italiana a testimoniare. Sono quarant’anni che faccio il mio racconto a chi è disponibile ad ascoltarmi. Per quindici anni ho diretto il Museo della Shoah della mia città, Nazareth Illit, e ormai da vent’anni accompagno gli studenti che vanno a visitare Auschwitz. Ho ottantadue anni, ma sono determinata a tener fede a questo impegno finché avrò vita, finché ne avrò la forza e la capacità, perché noi superstiti abbiamo la responsabilità di far conoscere le storie delle vittime e di conservare la memoria della Shoah; non della Shoah nel suo insieme – quello sarebbe un compito impossibile, che non spetta a noi – ma di quella parte di Shoah che ci è toccato vivere. Sto sempre molto attenta a non dire una parola su qualcosa che non ho visto con i miei occhi, che non ho vissuto sulla mia pelle, perché solo di questo si può testimoniare.

9Adesso testimoniano quelli che allora erano bambini piccoli; anche loro vengono ascoltati, ma cosa può raccontare un bambino, una bambina di tre o quattro anni? Ha degli sprazzi, vede qualcosa che magari per tutta la vita non ha saputo dove collocare nel quadro confuso che gli è rimasto in mente, e poi, a un tratto, magari proprio parlando, una tessera sembra trovare il suo giusto posto… Ma questi testimoni che sono stati bambini durante la Shoah portano un racconto molto importante, che è quello del dopo: anche nel caso fosse rimasto loro un genitore, non avevano più dove tornare, perché – soprattutto se erano polacchi – la loro casa era stata presa insieme a tutti i loro averi; nessuno li ha aiutati. Qualcuno ha potuto contare su un parente negli Stati Uniti o in qualche altro paese; gli altri sono venuti in Israele.

10Nemmeno essere figli di sopravvissuti è una cosa semplice. Quella che viene chiamata la “prima generazione” ha dovuto soffrire e sopportare genitori che si comportavano in modo strano, imbarazzante. Era difficile capire, per esempio, che la madre si presentasse ogni giorno a scuola alle dieci per assicurarsi che il suo bambino avesse giocato durante la pausa delle lezioni, che avesse mangiato la merenda, che stesse bene; forse quella donna aveva già avuto dei bambini che le erano stati portati via, e adesso non poteva fare diversamente. Ma il figlio se ne vergognava, non sapeva come giustificare quella presenza così assillante. Se doveva andare in gita, la madre voleva accompagnarlo, o magari era il padre che a un certo punto andava a controllare, cercando di non dare troppo nell’occhio, e gli altri ragazzi lo prendevano in giro. Non potevano capire, anche perché, se pure sapevano che la loro madre, o il loro padre, o qualche volta tutti e due, erano dei superstiti, non ne avevano mai ascoltato la storia.

11Quasi nessuno, che io sappia, ha raccontato ai propri figli quello che ha passato nei campi. Noi sopravvissuti siamo riusciti a raccontare solo ai nostri nipoti. Anche per me è stato così. Ho tre figli e, anche se siamo stati a Birkenau tutti insieme, ancora oggi mi è impossibile parlare con loro come parlo con gli altri; c’è sempre qualcosa che mi trattiene. Certo, fin da piccoli hanno visto il mio numero sul braccio, e quando mi hanno chiesto cosa fosse non ho mai risposto “un numero di telefono” o qualcosa del genere, come hanno fatto in molti; ho detto che sono una superstite di Auschwitz-Birkenau. Ma non molto più di questo. Loro non hanno chiesto, e io non ho parlato. Probabilmente temevano di darmi un dolore, spingendomi a rievocare quelle immagini. Quanto a me, come avrei potuto spiegare che la loro mamma per otto mesi e mezzo non aveva avuto la possibilità di cambiarsi il vestito, le mutande? che non si lavava, che non sapeva nemmeno più cosa fosse un pettine? E poi le botte, ma soprattutto la fame… La cosa peggiore nel campo è stata la fame. Tutte le altre sofferenze erano fisiche: non sai come ripararti dal freddo, ma a un certo punto, almeno entro certi limiti, il corpo si abitua; ti bruci perché lavori sotto il sole a picco, ma arriverà la sera e forse ci sarà un po’ di brezza; ricevi delle percosse che ti fanno male, ma sai che poi passerà. La fame, invece, è senza scampo. Credo che sia l’unica sofferenza che arriva dritta al cervello, perché una persona affamata non comprende più nulla. La fame ti divora. Siamo noi stessi, a essere divorati dalla nostra fame. Quella disperazione così fisica occupa l’unico posto ancora vivo nella tua mente, ti porta a fare cose che non avresti mai fatto. Puoi rubare. Puoi rubare a tua sorella. Una madre può rubare a una figlia, perché arriva il momento in cui non è più in grado di opporre nessuna resistenza a quell’infinita tortura. È una cosa che ti rimane dentro. Fino a non molti anni fa avevo sempre, in un angolo del cervello, il timore di rimanere senza cibo. Non ho mai fatto scorte di alimenti, come alcuni sopravvissuti, ma non getto mai un avanzo dal tavolo dove mangio; qualsiasi cosa rimanga, devo prima metterla nel frigo, e poi forse, dopo un paio di giorni, riesco a portarla nella pattumiera. Sono tante le cose che non vogliono uscire da te. Per anni, quando mi svestivo o quando andavo in gabinetto, mi ritrovavo a esaminare gli orli delle mutande, come si faceva nel campo, per controllare che non ci fossero insetti. E questo, come lo racconti ai tuoi figli? Agli altri sì, agli altri non mi faccio scrupolo di raccontare; è giusto che sappiano.

12Nel campo sono arrivata a essere una Muselmann. Tutti hanno in mente quelle figure barcollanti riprese nei filmati degli americani e dei russi, incapaci d’altro che trascinarsi come fantasmi. Questo è ciò che si vede da fuori, ma la gente non sa quello che succede nella testa di un Muselmann. Sei ancora una persona umana, ma non ti importa più di niente, non soffri nemmeno più. Non senti la fame, non senti le punture degli insetti, le ferite o le malattie non ti danno più dolore. Sei vivo solo perché continui a respirare. Sei ormai privo di muscoli, le tue ginocchia sono piegate, la schiena non può stare eretta, non sei più padrone della tua testa, che ciondola a seconda di dove sposti il corpo: se il corpo va un po’ indietro, la testa cade all’indietro. Questo è umano? Non saprei dirlo. Il Muselmann trascina i piedi per inerzia, un piede dopo l’altro; il corpo va avanti ma non può fermarsi, ha bisogno di un appoggio, altrimenti cade. Io camminavo, se quello si chiama camminare, ma non ero più in grado di reggermi in piedi, da ferma. Il Muselmann non parla, perché cos’ha da parlare? Non ride già da tempo. Guarda ma non vede, perché cos’ha da vedere? Sempre le stesse cose. Un Muselmann non piange; per piangere bisogna avere qualcosa dentro di sé, quello che chiamiamo un’anima, ma l’anima non esiste più. La fine del Muselmann è quando non vuole più nemmeno bere, perché non avverte nessuno stimolo, è sordo al mondo.

13Il mio crollo iniziò quando mia sorella Ghisi, che era stata deportata con me e che era stata per mesi mia compagna di baracca, si ammalò gravemente e venne ricoverata in infermeria. Avevo già perso la mamma, la nonna e Magdiza, la mia sorellina piccola, che non avevano passato la selezione; non avevo avuto nemmeno il tempo di separarmi da loro. Eravamo appena scese sulla rampa, e d’un tratto, semplicemente non le avevo più viste. Quando fui costretta a capire quello che era successo, alcuni giorni dopo – quando fui costretta a comprendere il significato delle fiamme dei crematori – in qualche modo trovai la forza per sopravvivere, ma la separazione da Ghisi mi schiantò. Fin quando c’era stata lei, mi era parso di dover resistere per poterla aiutare, per sostenerla. Ora, per la prima volta, ero veramente, profondamente sola.

14A novembre il campo delle donne era stato evacuato e noi due eravamo state mandate nel campo C – conosciuto come campo delle ungheresi – trasformato nel Webereilager, il campo della filatura. Dopo la separazione da Ghisi, la sera, finito il lavoro, giravo tra le baracche in cerca di una faccia conosciuta, nella speranza di poter almeno dormire accanto a una persona che non mi fosse del tutto estranea. Mi bruciava la bocca, non ero più in grado di mandar giù qualcosa di solido, potevo solo bere quella specie di caffè che ci davano al mattino. Non avevo più notizie di mia sorella ed ero divorata dalla preoccupazione, perché quando ci eravamo separate aveva l’aspetto di uno scheletro. Non mi rendevo conto di essere nelle sue stesse condizioni, continuavo ad avere, immutata, l’immagine di me stessa che avevo visto l’ultima volta in uno specchio, prima dell’arresto. Cominciai a commiserarmi. Sapevo che era il modo più sicuro per precipitare giù dalla china, ma non riuscivo a impedirmelo. Smisi di lavorare, sedevo inerte davanti alla treccia che avevamo il compito di filare, nella baracca. Fissavo il mio chiodo senza nemmeno vederlo, non muovevo un muscolo. Pochi giorni prima, tutte noi della baracca eravamo state accusate di sabotaggio perché non avevamo fornito la metratura stabilita di filato, e per punizione ci avevano tenute per delle ore in piedi nella neve, su un’altura. Quando ci fu concesso di rientrare, una ragazza era già morta assiderata.

15Non ci volle molto perché il responsabile della baracca, un civile polacco, o forse tedesco, si rendesse conto che non lavoravo. Mi afferrò e mi scaraventò fuori, nella neve. Misi le mani nelle tasche, per proteggerle, ma quello uscì come una furia e mi urlò che non era consentito. Dopo un tempo che non so definire, mi trascinai alla baracca, come un cane, chiedendo pietà con lo sguardo. L’uomo mi sferrò un calcio che mi fece volare dentro. Cadendo mi si sfilò uno zoccolo dal piede e io strisciai piano a riprenderlo, per non irritarlo. Fu allora che qualcosa dentro di me si ruppe. Ero stanca di tutto quello che mi circondava, ero stanca di mangiare, ero stanca anche di respirare. Finalmente, non so come, trovai la forza di trascinarmi all’infermeria. Mentre aspettavo seduta in un angolo che liberassero una cuccetta venne distribuita una specie di minestra, e qualcuno me ne poggiò accanto una scodella. “Non mangi?” mi chiese una ricoverata. Risposi che non mi interessava. “Allora dammela” mi disse. Gliela diedi. Nulla veniva dato, là dentro, tutto veniva venduto, ma non mi importava, ogni cosa mi era indifferente. Eppure avevo con me, nelle cocche annodate di un fazzoletto, cinque o sei razioni di pane, perché, anche se da giorni avevo smesso di mangiare, un barlume di istinto di sopravvivenza mi aveva spinto a tenere da parte quello che nel campo era considerato un tesoro.

16Alcuni anni fa, nel Giorno della memoria, ero a casa mia che guardavo uno speciale in televisione; ricordo che sbucciavo qualcosa per la cena. Mostrarono una di quelle famose fotografie scattate dai russi nei giorni della liberazione di Auschwitz; quella in cui, al di là del reticolato, degli uomini scheletriti, senza sguardo, con le divise a strisce ridotte a stracci, stanno immobili davanti all’obiettivo. “Poverini”, pensai, “poverini”; e improvvisamente mi dissi, “ma aspetta un momento, anch’io ero così…” Sembra strano, ma ci vuole molto tempo per rendersi conto, e forse è una cosa che non si può mai capire del tutto. Ricordo che una volta, a Birkenau, mi presi il braccio tra il pollice e l’indice, potevo chiuderlo benissimo, e ancora c’era spazio. Dissi a mia sorella, “guarda, Ghisi, ho il braccio di un neonato”. Erano parole; le avevo pronunciate, ma non erano arrivate alla mente. Non avevo capito che quelle erano davvero le mie braccia; non avevo capito come ero ridotta.

17Nemmeno quando le SS ci lasciarono nel campo, trascinando chiunque si reggesse in piedi nella Marcia della morte, mi resi conto del mio stato. Eravamo in gennaio, e a finire noi pochi rimasti era probabile che ci avrebbero pensato il freddo, l’inedia, le malattie che infuriavano nelle baracche. Restammo abbandonati a noi stessi per una settimana, prima dell’arrivo dell’Armata rossa. Bisognava arrangiarsi in qualche modo, perché nessuno distribuiva più neanche quella miserevole broda del rancio. Avevo passato non so quanti giorni a dormire, nell’infermeria, e credo che, più delle cure, fossero stati il tepore delle coperte e il riposo a farmi riavere; so che d’un tratto – e questo era il segno del mio miglioramento – ripresero, con una crudeltà infinita, i morsi della fame. Lo stomaco, che aveva smesso di dar segno della sua presenza, reclamava di nuovo del cibo; ricominciava tutto daccapo, quel pensiero fisso, quell’ossessione della fame. Mia sorella, che avevo ritrovato e che a quel punto stava un po’ meglio di me, non appena ebbe saputo che non c’erano più tedeschi nel campo, cominciò a girare in cerca di cibo. Riuscì ad arrivare alla baracca della cucina, che si trovava proprio all’entrata, ma non ce la fece a prendere nulla, perché c’erano altre persone ed era troppo debole per farsi valere. Però fece in tempo a vedere che nella cameretta della kapò della cucina c’era una stufa. Tornò nella baracca dove eravamo io e una sua amica – alla quale non volevo per nulla bene perché ne ero terribilmente gelosa, come dovetti confessare a me stessa a distanza di molti anni – e ci comunicò che ci saremo spostate in un posto migliore.

18Non so quanto tempo impiegai a trascinarmi fin lì, ma, alla fine, eccomi in una camera con un armadio, una stufa, un piccolo tavolino con due o tre sedie e un letto, un letto di legno. Ghisi e Wanda presero il letto e lo buttarono fuori, perché non volevamo più dormire in tre in un lettuccio, come facevamo nelle koje. Non c’era più elettricità e si poteva passare attraverso i fili spinati, così Ghisi entrò nel campo attiguo e trovò delle baracche trasformate in depositi di indumenti, dove prese delle meravigliose coperte imbottite, che stendemmo per terra. Cominciammo a vivere in quella camera, in tre. Nell’armadio c’erano dei viveri, e anche del semolino, l’unica cosa che riuscissi mangiare in piccole quantità senza star male. Dal momento che non ero in grado di uscire, mentre mia sorella e Wanda andavano a “organizzare” quello che potevano, io cucinavo per loro. Un giorno feci un brodo, non so di che cosa; io non potevo toccarlo, perché non sopportavo neanche la minima quantità di grasso, ma loro lo apprezzarono molto, così mi ricordai che in una baracca non lontana c’era una mia conoscente che forse non era più nelle condizioni di procurarsi del cibo. Decisi di portarle una tazza di brodo, e in quel momento mi resi conto che avevo addosso la camicia da notte con la quale ero uscita dall’infermeria, con sopra appena una giacchettina. “Eh no”, mi dissi, “se esco, non voglio più andare con la camicia da notte, voglio vestirmi”. In camera c’era un sacco pieno di vestiti che Wanda aveva trovato in un deposito. Lo rovesciai e d’improvviso c’era così tanta roba che non sapevo più dove mettere la testa; poi vidi un completo da sci celeste. “Oh, che bello, che bello!” Pian piano, lo indossai. Sotto non avevo altro che le mutande, nemmeno una canottiera; ma ero vestita, questa era la cosa importante. Non avevo uno specchio, ma mi sentivo molto bene. Infilai gli scarponi da sci, che erano terribilmente pesanti, ma che importava? non dovevo mica alzarli, dovevo solo strisciare i piedi uno davanti all’altro. Riscaldai il brodo, lo misi in un pentolino, lo coprii e uscii.

19Avevo appena cominciato a trascinarmi nella neve, stando molto attenta a non versare il brodo, quando vidi venirmi incontro quattro o cinque uomini, qualcuno in divisa militare, qualcun altro in abiti civili. Avrei capito più tardi che erano soldati sovietici. Ci passammo vicino, forse a un metro, e d’un tratto sentii uno scricchiolio all’altezza dello stomaco, come un ramo secco che si rompesse; non so dire cosa fosse, ma in quel preciso istante aprii gli occhi, mi svegliai. Capii solo allora che eravamo stati liberati. Avevo sentito dire che l’Armata rossa era entrata nel campo, avevo sentito che i tedeschi se ne erano andati, avevo visto qualcuno rallegrarsene, ma a me cosa importava? Vivevo a Birkenau, la mia casa era Birkenau, e, se prima ero schiava dei tedeschi, adesso lo sarei stata dei russi. Non sapevo più che ci fosse un mondo, fuori da Birkenau, non ricordavo di aver avuto un luogo che mi appartenesse. In quel momento capii: Birkenau non era casa mia, avevo una casa, avevo un padre che mi aspettava, un fratello in Israele, dovevo tornare in Italia.

20Cosa mi era successo? Cos’era quella cosa che si era rotta, dentro di me, come un ramo secco? Era stato lo sguardo maschile. Io me lo sono sempre spiegato così: quegli uomini mi avevano guardato, ed era ovvio che mi guardassero, perché ero bella, ero molto bella, con il mio completo da sci azzurro. Lo sguardo di ammirazione maschile aveva risvegliato in me la donna. Ne fui convinta per anni. Non so quanto tempo ci volle prima che, riandando a quell’immagine, un giorno mi dicessi, “Dio mio, ma ero una figura grottesca!” Un cadavere vestito con un completo da sci, che trascinava i piedi negli scarponi. Sporca, arruffata, con quel pentolino tremolante in mano… Come avevo potuto pensare che mi avessero guardato come una miss Birkenau? Non si poteva neanche ridere, di una visione così. Si poteva forse piangere, per una così. Ma non importa, comunque fossero andate le cose, mi ero finalmente riscossa, ero tornata alla vita.

21L’anno scorso, in agosto, sono andata ad Auschwitz-Birkenau con una scolaresca israeliana, e una ragazza polacca ci ha fatto da accompagnatrice per tutta la settimana. L’ultima sera abbiamo fatto qualche foto, ci siamo scambiate le e-mail, e la ragazza mi ha chiesto il permesso di dare il mio indirizzo a un suo amico, un giornalista polacco molto interessato alla mia storia. Pochi giorni dopo mi scrisse un tale Konrad, in inglese, dicendo che avrebbe voluto incontrarmi nel corso del mio prossimo viaggio in Polonia, e che in quell’occasione avrebbe desiderato filmare un’intervista. Prima, però, voleva farmi alcune domande: cosa ricavava, cosa guadagnava una che era diventata miss? un vitto migliore, o una migliore sistemazione? e il concorso era stato unico, o c’erano state di volta in volta delle selezioni? Io non capivo, non sapevo cosa pensare. Miss? Poi mi sono resa conto: la nostra accompagnatrice polacca mi aveva sentito raccontare quella storia della tuta da sci, mi aveva sentito fare quella battuta su miss Birkenau, e aveva frainteso, insieme al suo amico giornalista. Cosa si può dire, di fronte a una cosa del genere? Non c’era cattiveria, né malevolenza. Solo un’enorme ignoranza, una completa incapacità di provare a comprendere. Eppure è qualcosa che non fa meno paura del revisionismo. L’anno scorso sono stata due volte in Italia, dove ho tenuto numerosi incontri pubblici. La domanda che mi veniva rivolta più di frequente era: “che cosa direbbe a un negazionista?” Ma cosa dovrei dire? Più di quello che dico, più di quello che racconto, io non posso dire niente. Se non riesco a convincerlo, cosa posso fare? Posso fare solo un’altra cosa: posso portarlo a Birkenau, e fargli vedere non dove dormivo – perché se vedi una baracca è come averle viste tutte, se vedi una cuccetta è come averle viste tutte – ma quello che è successo a tutti noi, e che ciascuno di noi può raccontare. Perché, come ogni deportato, ricordo il viaggio, ricordo l’arrivo, ricordo la rampa, ricordo la selezione; queste sono le cose che posso ricordare, e questo posso fargli vedere. Se si convince, bene, se non si convince, basta, io non posso fare di più. D’altra parte, io non cerco di convincere nessuno. Io racconto, soltanto; e non sono neanche un’oratrice.

22C’è stato un periodo in cui ero sicura di dover cessare di raccontare, perché era diventata una cosa molto noiosa; raccontavo sempre la stessa cosa. D’altra parte la mia esperienza era quella, non un’altra. Finché ho capito che, se anche qualche volta posso provare un senso di saturazione nel sentirmi raccontare la stessa cosa, il pubblico che mi ascolta è sempre diverso, e per questo devo continuare. E poi, nei dettagli, nei collegamenti – se non nei fatti, che appartengono a tutti noi e che non possono essere diversi – la testimonianza cambia molto a seconda dell’umore, delle persone che hai davanti, delle domande che ti vengono rivolte. Non so che cosa mi porti a parlare usando un’immagine piuttosto che un’altra, scegliendo un racconto piuttosto che un altro, davvero non lo so. Quando, per la prima volta, ho deciso di tornare a Birkenau, è stato perché, dopo aver tanto raccontato e raccontato, un giorno mi sono sentita impaurita; impaurita dal fatto che forse avrei dimenticato. Mi dicevo, “oggi sono sazia, non riesco a spiegare cosa voglia dire la fame; oggi non ho più freddo, sono coperta, come faccio a raccontare del gelo?” Ho sentito che avrei dovuto andare una volta ancora nel campo. Ero sicura che, una volta passato il cancello, tutte queste impressioni sarebbero ritornate. Chiesi di unirmi a una delegazione israeliana e, nel 1990, rientrai a Birkenau. Naturalmente, niente è tornato. Perché ero sazia, ero coperta. Niente di tutte queste sensazioni è tornato. Ho dovuto pensare io come raccontare, come far capire cosa vuol dire freddo, cosa vuol dire fame, anche se non ho più freddo, anche se non ho più fame.

23Tempo fa ho incontrato un gruppo di ragazzi italiani; volevo spiegar loro cosa significhi essere sul punto di finire la propria vita a causa della fame, e ho detto: provate a immaginate di aver ricevuto in dono una piantina giovane, sana. La curate, le date l’acqua, il fertilizzante, tutte quelle cose che servono per farla crescere bella e robusta, però a un certo punto vi accorgete che ci sono altre piante che fioriscono forse un po’ meglio. La vostra – che ormai non è più una piantina, è già una pianta – è diversa. Decidete che non sta bene tra le altre piante, e la mettete in un posto buio, chiuso. A volte vi ricordate di darle un po’ d’acqua, altre volte no. Pian piano le foglie, che erano così belle e luminose, cominciano a chinare la testa e a ingiallire, avvizziscono, cadono. Ma la pianta non è ancora morta, perché c’è una radice, e la radice combatte. Cerca ancora di respirare, cerca ancora di vivere, anche se una sua metà è già bruciata per la siccità. Poi smette di tendere verso quel poco di luce, di aria che le arriva; quello che riesce a fare ancora è respirare, come può. Perché questo è un Muselmann: qualcuno che ancora respira. Poi, d’un tratto, qualcuno trova questa pianta e dice, “proviamo a vedere se posso rianimarla”, e comincia a darle pian piano un po’ d’acqua, la mette alla luce. E la pianta dice, “ah, di nuovo vedo un po’ di chiarore, di nuovo respiro l’aria aperta”, e ricomincia la vita. Non so se questo racconto è efficace. Magari non parlerò mai più di una piantina, magari proverò ancora altri modi, ma devo sempre trovare una via di accesso alla comprensione dei ragazzi, perché l’incontro che possono avere con una superstite serva loro a capire anche solo una piccolissima parte.

24Testimoniare e testimoniare, questo è tutto quello che posso fare contro la cecità. Ma il fatto è che la cecità non è solo di chi non vuole guardare, o guarda con malanimo; è anche delle persone benintenzionate, che non si prendono la briga di pensare abbastanza. Un giorno ho ricevuto, a Nazareth Illit, il sindaco di una città dell’Ungheria; era ospite del nostro sindaco, e lo hanno accompagnato a vedere il museo. Questo signore mi aveva portato in dono un dvd della sua città e un cartoncino al quale era attaccato un piccolo sasso, una pietrina coperta di cellophane. “Questo è per lei. Viene da Birkenau” mi disse. Lo ho accettato, non potevo fare altrimenti, ma mi chiedevo: “come ci si porta un ricordo da Birkenau?” Alzare una pietra? Non è possibile, là, alzare una pietra. Io oggi farei una cosa sola. Mia sorella è morta tre anni fa, e quando noi ebrei andiamo a visitare una tomba, portiamo un sassolino. Questo sì, lo farei. Prenderei un sassolino da Birkenau e lo metterei sulla sua tomba. Ma, per me, lei è diventata sacra, e anche quella pietrina che porterei da Birkenau sarebbe sacra. Non per mettermela in tasca, o per metterla in casa come ricordo di Birkenau, perché non ho bisogno di queste cose, ma per mia sorella sì, la porterei, e non mi sentirei di aver fatto una cosa brutta.

25Eravamo molto unite, e non solo per il nostro essere sorelle; tra noi c’era il legame profondo che unisce due persone che hanno vissuto un’esperienza di cui possono parlare solo tra loro, sapendo di non poter essere comprese da nessun altro. Persino con mio cognato, che era stato deportato a Birkenau, e che io avevo incontrato a Birkenau, non volevo parlare, perché tutto si trasformava in un confronto tra quello che aveva passato lui e quello che avevamo passato noi. Con mia sorella è andato via un pezzo di me, una mia parte.

26Eppure io, Hanna Weiss, che porto tatuato sul braccio sinistro il numero A-5377, sono uscita viva da Auschwitz, e sono uscita da vincitrice, non da vittima. Non sono nata là, e non sono morta là. Ho vissuto una vita normale e bella, sia prima di Auschwitz che dopo. I nazisti non ce l’hanno fatta, a spezzarmi. La loro intenzione era che entrassi nel campo e che lavorassi fino alla morte, per farli guadagnare ancora qualcosa, dopo tutto quello che già ci avevano portato via. Secondo le loro previsioni, non avrei dovuto resistere più di tre mesi; non importava che morissi, perché dopo di me sarebbe arrivata altra merce, meno deteriorata. Ma sono riuscita a vivere otto mesi e mezzo. Allora, mi chiedo, sono una vittima, oppure sono io che ho fatto fare a loro una cattiva figura? Erano talmente sicuri che sarei morta, e invece ho resistito; e, come me, migliaia di persone. Siamo qui, abbiamo dei figli, abbiamo dei nipoti, io ho persino un bisnipote. Non ci hanno estirpato come volevano. Sì, certo, sono riusciti in qualche modo a privarci della nostra personalità, per un po’. Nel momento in cui togli il nome a una persona e in cambio le dai un numero, annientare o eliminare un numero non è una cosa difficile.

27Penso molto spesso al lavoro psicologico che hanno fatto i tedeschi: a come hanno saputo alimentare l’odio verso di noi, per avere l’aiuto di altri paesi e di altra gente; a come hanno saputo annientare la personalità di quelli che entravano in un campo. Se rifletto su questo grande quadro, concepito per l’eliminazione di un popolo, devo dire che è un lavoro intelligentissimo, condotto con una tecnica direi meravigliosa. Posso dire che ammiro, sì, ammiro, anche se disprezzo con tutta me stessa, la perversa intelligenza di questo lavoro. Anche se è verso il male, è sostenuto da un’idea molto razionale: come fare a prendere questa gente, e far sì che non si ribelli? Davvero nessuno di noi sapeva la verità, e non so se qualcuno la abbia mai immaginata. Io no, nessuno mi aveva detto dei campi, né cosa fosse il nazifascismo. Auschwitz-Birkenau era un nome sconosciuto, alle mie orecchie. Nella mia famiglia non si parlava di politica. Non ho mai sentito un commento da parte di mio padre sulla politica nazionale, o sul fascismo; ero stata una fascista io stessa, inquadrata a scuola, prima che ci espellessero. A casa si dicevano le solite cose: hai fatto i compiti? dove sei andata, dove non sei andata? Di questo si parlava. Forse papà parlava con la mamma, in ungherese, perché noi non comprendessimo.

28Neanche nel vagone, si parlava. Ero con i miei amici e, per far passare il tempo, si cantava, a squarciagola quasi per dispetto, per sfregio. Ero nello stesso vagone con Goti Bauer, siamo state deportate insieme; lei era più grande di me, e nella sua testimonianza parla sempre dei vecchi, dei pianti sommessi delle madri. Io non li ho sentiti. Ero completamente immersa in quel gioco da ragazzi, con i miei amici, e non ho sentito né pianti, né lamenti, né preghiere, niente, niente, proprio niente. Mi ero esclusa da questo, non volevo, non volevo sentire.

29Tutti i superstiti parlano del viaggio nel vagone, perché ognuno di noi è arrivato con un treno ed è stato chiuso in un vagone; la differenza sta solo nel numero di persone di ogni “trasporto”, come lo chiamavano i tedeschi, e nella loro provenienza, nella lingua che parlavano. Per il resto, i treni erano uguali, il viaggio era lo stesso, le porte erano chiuse, il secchio era identico. A seconda del luogo di partenza e del traffico ferroviario, delle decisioni di precedenza tra convogli, la vita trascorsa nei vagoni poteva andare da tre a sette giorni. Questa è la differenza tra una storia e l’altra: quanti giorni hai vissuto chiuso nel vagone, da dove provieni, che lingua parli e quanta gente si trova con te. Tutto il resto è uguale. Quando le porte si aprivano, eravamo ad Auschwitz. Il fatto che io, in quel vagone, abbia avuto un’esperienza, e che un altro che si trovava nello stesso vagone ne abbia avuta un’altra, è evidente, per il semplice fatto che quella è un’altra persona, non sono io. Ci sono ricercatori che si accaniscono a chiedere i particolari e a confrontarli per indagare se ci sono delle discrepanze nei racconti dei sopravvissuti, quasi che questo possa aprire una falla nella verità, ma la verità è una, vista con tanti occhi. È come in quel film di Kurosawa, Rashômon, dove ogni testimone dello stesso fatto porta una testimonianza diversa. Chi dice il vero? chi possiede la verità? Non si può sapere. Ognuno racconta il vero che ha visto, secondo le sue esperienze, la sua vita. Ognuno ha la sua personalità. Nei miei ricordi, io metto la mia personalità, non la personalità di Goti; non posso mettere la personalità di Goti, perché sono diversa da lei. E lei non può mettere la mia. Ma si tratta solo dei dettagli; la sostanza dei fatti invece è lì, e non ci sono interpretazioni: ci hanno caricato su un vagone, tutti, e ci hanno portato come bestiame in un luogo dove era previsto il nostro sterminio.

30Ho sempre cercato di capire, ma non si riesce a capire. Chi crede che andando ai campi riceverà delle risposte, si sbaglia: avrà solo più domande. Non c’è risposta alla domanda: come è successo? Sapere, non astrattamente, ma nelle immagini che ti porti dentro, che la persona umana riesce a far questo, è una cosa molto difficile da sopportare. In tutti noi c’è un male; lo teniamo a bada, perché siamo abbastanza intelligenti e abbastanza buoni da sapere che esiste, ma, nel momento in cui lo lascio libero, so che questo male si impadronisce di me: non riconosce limiti, non permette limiti. Nella bontà ci sono sempre dei limiti, devo sempre arrancare per arrivare ancora un po’ più su, ma il male è una discesa: si arriva molto presto giù, è molto facile. Non so come sia fatta la mente umana, come possa accettare di accogliere una cosa simile, ma è ormai un fatto accertato che a compiere la Shoah non sono stati i giovani tedeschi aizzati fin da bambini nella Hitlerjugend; no, quelli che hanno fatto funzionare i campi, quelli che hanno compiuto materialmente le stragi in Ucraina, in Bucovina e in tutti i paesi occupati dai russi dove, dopo l’Operazione Barbarossa, sono arrivate le squadre speciali delle SS, erano uomini richiamati alle armi: degli adulti, dei padri di famiglia. È vero che era stato detto loro che chi non si sentiva di svolgere quel lavoro, cioè di sparare uno a uno a degli esseri umani, avrebbe dovuto fare un passo avanti, e che avevano ragionevolmente paura di quel che avrebbe potuto capitargli se si fossero rifiutati, ma qualcuno questo passo avanti lo fece, e non gli capitò nulla. Alla fine, quegli uomini degli Einsatzgruppen andavano avanti a forza di alcol, perché non erano più in grado di reggere la vista di quello che loro stessi facevano, se non da ubriachi. Gli veniva detto che era loro dovere, che era per il bene della patria…

31Ma ci sarà pure un senso della responsabilità individuale, in quello che facciamo! Questo lo dico sempre, ai ragazzi. Non dobbiamo fare per forza quello che ci dicono; a volte possiamo ribellarci, pensare con la nostra testa, senza temere di andare contro corrente. Se non ci fosse stata una sostanziale indifferenza, una sostanziale acquiescenza, soglia dopo soglia, non dovremmo testimoniare dei campi di sterminio.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Hanna Kugler Weiss, «Una pietrina nel grande muro che si chiama shoah»Rivista di estetica, 45 | 2010, 65-76.

Notizia bibliografica digitale

Hanna Kugler Weiss, «Una pietrina nel grande muro che si chiama shoah»Rivista di estetica [Online], 45 | 2010, online dal 30 novembre 2015, consultato il 13 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1743; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1743

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