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HomeNumeri45il paradosso del testimoneQuesta memoria che mi è sacra

il paradosso del testimone

Questa memoria che mi è sacra

Goti Bauer
p. 33-43

Abstract

One of the most important Italian witness of Auschwitz explains what it means to live an experience characterized by the sorrow for the massacre of one’s family and by all the people whom one has seen to die; an experience that is backed up by the hope, very soon to be broken, that what one has seen and suffered can be a warning. The only thing to do is to repeat, in each school, the live existence of the children who we have seen to walk towards the gas chamber, in order for her memory to survive, for a little while still. Her existence is that of a witness who cannot be in peace for what is named the “conflict between the historian and the witness”, and most of all for what she feels as a lack of respect, an offense even, towards who, by testifying, speaks in behalf of millions of dead.

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Note dell’autore

Conversazione con Daniela Padoan, Milano, 14 maggio - 31 ottobre 2010.

Testo integrale

Cosa pensa dell’affermazione secondo cui sarebbe in corso una lotta per il potere tra storico e testimone?

1I testimoni sono sempre in tono minore, parlano in modo sommesso, vogliono soltanto che si creda a quello che dicono. A noi non interessa il potere – e quale, poi? Siamo sul punto di prendere commiato, e una sola cosa ci interessa – ma sarebbe meglio dire ci preoccupa, ci addolora – ed è il pensiero di cosa rimarrà dopo: cosa rimarrà, dell’esperienza che abbiamo vissuto, quando tutti potranno appropriarsene, senza che uno di noi possa levarsi a dire “io c’ero”? Mi dispiacerebbe essere fraintesa: ci sono molti bravi storici, e il loro lavoro è fondamentale non solo per la comprensione della Shoah ma anche per la permanenza della sua memoria. Senza la loro cucitura dei fatti non avremmo un quadro complessivo in cui collocare le nostre singole esperienze; non ci sarebbe nulla di sensato, di comprensibile. La storiografia è fondamentale, ma dovrebbe essere alleata della testimonianza. Molto spesso lo è; credo che siano piuttosto numerosi gli storici che affermano che il loro lavoro si basa sulle testimonianze: e come potrebbe essere altrimenti? Molti però parlano di noi come di qualcuno che già non c’è più, sentono l’urgenza di ragionare “oltre” il testimone. Non nego che sia una questione importante, ma a volte si ha l’impressione che non vedano l’ora che ci togliamo di mezzo. Quando saremo morti – e non bisognerà aspettare a lungo, perché siamo sempre meno, sempre più deboli – avranno finalmente campo libero. Non ci sarà più nessuno a “contendere la scena”: nessuno dovrà protestare perché lo spazio che ritiene spettare alla storiografia è invaso dai testimoni. Ma senza le nostre parole, senza il racconto di noi che abbiamo visto e che ne portiamo ancora i segni, non so immaginare come faranno.

2Quello che vedo con un certo malessere è che, accanto alle persone che si occupano della Shoah nel modo più rigoroso e rispettoso, ce ne sono altre che ne hanno fatto un mestiere, e in questo modo è difficile non banalizzarla. Invece è necessario averne rispetto, essere consapevoli della sua enormità, così come è necessario avere rispetto per il testimone: non per la singola persona, ma per quello che rappresenta, per tutti quei milioni di morti a nome dei quali si presenta a parlare.

Come definirebbe un testimone?

3Un testimone è chi, avendo vissuto e sperimentato una determinata esperienza, la può raccontare ad altri così che, a loro volta, possano trasmetterla. Questo secondo me è un testimone, non diversamente da chi, avendo assistito a una disgrazia – anche solo a un incidente stradale – viene interrogato per fare chiarezza su ciò che è avvenuto. Nel caso della Shoah abbiamo una pluralità di testimoni, e dunque una pluralità di interpretazioni, perché ciascuno ha visto da una differente angolatura; ma la sostanza di ciò che viene testimoniato non potrà mai essere messa in dubbio, perché ogni testimone fa, nella sua essenza, lo stesso racconto. Ci sono però alcuni aspetti che è necessario considerare, per poter inquadrare correttamente una testimonianza: il periodo in cui la persona è stata deportata, la durata della sua permanenza nei campi e il contesto della sua prigionia. Le differenze sono tutte qui: chi è stato deportato nell’inverno del ’44 e ha dovuto affrontare i rigori della Polonia vestito solo di stracci non ha la stessa esperienza di chi è stato deportato in primavera; chi ha passato un tempo più breve ad Auschwitz e poi è stato destinato ad altri campi, non ha la stessa esperienza di chi ha dovuto trascorrere tutta la sua prigionia là dentro; chi è stato internato in un sottocampo di Auschwitz, non ha la stessa esperienza di chi è stato internato a Birkenau. A questo proposito, Primo Levi – che pure ritengo il testimone migliore, quello che per tutti noi è stato un punto di riferimento – non è il deportato classico, benché venga considerato il “testimone per eccellenza”; nonostante la sua grande sensibilità, la sua capacità di vedere e di descrivere, quello che ha vissuto non ha niente a che vedere con ciò che la grande maggioranza di noi ha sofferto ad Auschwitz-Birkenau. Dal sottocampo di Monowitz, dove era internato, Levi poteva vedere il fumo di Birkenau, oltre le colline, e immaginare i crematori, ma – come lui stesso ha scritto – non li ha mai visti. Questo fa un’enorme differenza, perché la sofferenza incancellabile, per noi che eravamo a Birkenau, è stata vedere, giorno dopo giorno, mentre sfilavamo per l’appello o tornavamo dal lavoro, i nuovi convogli che scaricavano sulla rampa le famiglie intere: i bambini che piangevano, che cercavano la mamma, e le file che si incamminavano verso la camera a gas. Essere lì e non poter fare nemmeno un gesto per avvertirli, per aiutarli, è indescrivibile: li vedevamo, e sapevamo che entro un paio d’ore non ci sarebbero stati più. Quella è stata la sofferenza più grande, che ci peserà sull’animo finché avremo vita.

4L’altro aspetto che rende la testimonianza di Levi diversa dalla nostra è che, arrivando da solo nel lager, non ha dovuto sperimentare lo strazio della distruzione della propria famiglia; poteva ancora sperare che, se fosse tornato, avrebbe ritrovato i familiari e la casa, cosa di cui noi non abbiamo neanche potuto illuderci. Questa è un’enorme differenza, che cambia completamente la tua determinazione a resistere. Chi ha vissuto a Birkenau, con la fiamma perenne dei crematori davanti agli occhi, sapendo che lì erano bruciati i suoi cari, era una persona spezzata.

5Il testimone racconta non solo la sofferenza che ha sperimentato individualmente nel campo, ma la storia collettiva, l’immenso dolore e l’immensa violenza cui ha dovuto assistere. Ognuno di noi, a Birkenau, ha visto e patito cose diverse, e le racconta con parole diverse – questo è il motivo per cui ogni testimonianza non è che un tassello di quel grande racconto che solo una minima parte di noi ha potuto contribuire a fare – ma la diversità di quello che diciamo sta solo nei particolari, perché ognuno di noi, lì dentro, ha perso la propria famiglia e ha vissuto nel terrore di essere mandato al gas. Ogni testimonianza è, in questo senso, una ripetizione, eppure nessuna testimonianza, anche la più terribile, può dire, da sola, cosa è stato Auschwitz: bisognerebbe leggerle tutte, dalla prima all’ultima, e anche allora non sarebbe sufficiente.

In che modo lo storico può verificare il racconto del testimone, mantenendone il rispetto?

6Quando il quadro d’insieme, il racconto comune a tutti i sopravvissuti, è definito, allora diventa importante confrontare le testimonianze; non per indagarle, per cogliere in flagrante il testimone, ma, al contrario, per aiutare il testimone veridico a difendere la sua testimonianza. Non so quante volte, con Liliana Segre o con Hanna Weiss, che sono state prigioniere a Birkenau nel mio stesso periodo, abbiamo confrontato i rispettivi ricordi su un qualche specifico particolare; quando i ricordi non concordavano, quando permaneva qualche dubbio sulla loro esattezza, li abbiamo eliminati, perché crediamo che si possa testimoniare solo di ciò di cui si ha la massima certezza. Ogni inesattezza minaccia la credibilità di tutti i testimoni, e difendere questa credibilità dovrebbe essere una preoccupazione non solo nostra, ma anche degli storici. Invece, di fronte a testimoni che mistificano, che aggiungono particolari inventati o violenze sessuali, molti storici teorizzano che tutte le testimonianze vadano messe sullo stesso piano, che abbiano pari diritto di essere ascoltate e conservate negli archivi, disponibili alla consultazione. Non posso accettare che la testimonianza di persone che si sono fatte un compito, per tutta la loro vita, di distillare ciò che è vero e inattaccabile da ciò che è dubbio possa essere considerata alla stregua di un racconto fantastico. Avrebbe forse un senso di fronte a interlocutori avveduti, che sanno giudicare dove un testimone si discosta dal racconto comune, ma sappiamo che ben di rado le cose stanno così.

7A Birkenau, nella mia baracca, c’era una ragazza che ogni tanto, la sera, cantava un’aria d’opera; non aveva una voce educata, colta, ma a noi disgraziate là dentro, quella sua voce distoglieva per un istante dalla tragedia che stavamo vivendo. Qualche anno fa mi è capitata tra le mani una sua testimonianza in cui era scritto che sui nostri vestiti veniva tracciata una croce con il sangue dei prigionieri, e che le SS violentavano le figlie davanti alle madri. Sono rimasta senza parole: si tratta di cose false, del tutto inverosimili. Sugli stracci che avevamo addosso veniva sì tracciata una striscia, così da renderci riconoscibili nel caso di un’improbabile evasione, ma con la vernice rossa: non è mai stato usato del sangue. Quanto alle violenze sessuali – a parte il fatto che le SS non entravano nel campo se non per portare ordini o per l’appello – nessun tedesco poteva avere rapporti sessuali con noi donne “inferiori” senza subire una severissima sanzione. Come è noto, il primo comandante del campo, Rudolf Höss, colui che introdusse l’impiego dello Zyklon B nelle camere a gas, venne allontanato proprio per aver avuto una relazione con una prigioniera. Che bisogno c’è, mi chiedo, di inventare cose inesistenti? Lì hanno fatto cose molto più spaventose: hanno gasato e bruciato la gente. Si tratta delle fantasie di una povera donna sconvolta, verso la quale si deve avere tutta la comprensione e il rispetto; non è lei a scandalizzarmi, ma il fatto che quella testimonianza sia ancora in circolazione, e che qualcuno dica che ha lo stesso valore di ogni altra testimonianza.

«Lo storico» scrive Annette Wieviorka «può leggere, ascoltare o guardare le testimonianze, senza mai cercarvi ciò che sa di non potervi trovare: dei chiarimenti sugli eventi precisi, sui luoghi, le date, le cifre, tutti elementi che nelle testimonianze sono, con assoluta regolarità, falsi»2.

  • 2  Wieviorka 1999: 143.

8Sono la prima a dichiarare che uno storico può essere mille volte più preciso di un testimone. Io, per esempio, da Auschwitz sono stata trasferita in Alta Sassonia, a Wilischtahl, per lavorare in una fabbrica di munizioni che aveva fatto richiesta di manodopera schiava, dal momento che gli operai erano stati tuti reclutati al fronte per rimpiazzare i soldati uccisi; ho sempre pensato che il mio trasferimento fosse avvenuto in novembre, ma di recente ho appreso che già in ottobre c’era stato un primo trasporto per Wilischtahl, dunque potrei essere partita con quello; potrei aver detto, in tutti questi anni, una cosa inesatta. Non è difficile capire che per noi, lì dentro, le date, lo scorrere del tempo così come lo concepiamo fuori, era distorto, privo di riferimenti. Gli storici hanno a disposizione gli archivi, i documenti, possono confrontare i dati di cui dispongono e verificare l’esattezza dei nostri ricordi; ma perché farlo nel conflitto, quasi con un’ombra di delegittimazione, pronti a dimostrare che siamo inattendibili? Un conto sono le inesattezze relative a una data, un altro le mistificazioni.

«I sopravvissuti» ha detto Aharon Appelfeld «erano e rimangono il terrore di chiunque – storico o narratore – scriva della Shoah. Hanno montato la guardia affinché gli eventi fossero narrati nell’ordine giusto, luoghi e nomi non venissero omessi e i particolari non fossero distorti. Per loro era indispensabile che la Shoah fosse raccontata nei suoi esatti dettagli»3.

  • 3  Appelfeld, Una testimonianza diversa, intervento al Festival della mente di Sarzana, 5 settembre 2 (...)

9La Shoah deve essere raccontata nei suoi esatti dettagli, senza dubbio. Poi la si può interpretare, trovare altre forme per comunicarla, farne romanzi, libri, poesie, opere teatrali. Ma prima bisogna conoscerla. È per questo che il testimone deve raccontare quello che sa, quello che gli è capitato e che ha visto, e che perciò gli appartiene. E lo storico, secondo me, deve dargli fiducia. Le invenzioni, le esagerazioni, i dettagli approssimativi non solo gettano discredito su di noi, ma fanno il gioco di negazionisti e revisionisti. E, visto che nessuno di noi, che sia uno storico o un testimone, vuole questo, mi sembrerebbe del tutto logico che tra storici e testimoni, anziché antagonismo, ci fosse solidarietà. Ma quando si relativizza la testimonianza, quando la si considera a priori “scientificamente” inaffidabile, questa solidarietà diventa difficile.

Tuttavia, il ricordo diventa inevitabilmente “ricordo del ricordo”; il modo in cui nella nostra mente si è fissato un evento, tanto più se traumatico. Come si può essere certi della memoria?

10L’accusa che ci viene fatta di modificare la memoria man mano che gli eventi si allontanano nel tempo è insensata; si può alterare, si può distorcere qualcosa che è accaduto in passato e che si riaffaccia di tanto in tanto alla nostra coscienza, ma non l’esperienza della Shoah che è, per noi, argomento quotidiano, interiore, che non ci abbandona mai. Rispetto a quello che abbiamo vissuto e che sapevamo allora, nella nostra comprensione dei fatti ci sono senz’altro delle stratificazioni, delle aggiunte, delle cose che abbiamo appreso o studiato in seguito.

Tra non molto saranno trascorsi settant’anni dai fatti di cui testimoniate. Credo che ascoltare un testimone, oggi, sia anche ascoltare il racconto di come si convive per un’intera esistenza con il ricordo di quei fatti.

11Noi superstiti, all’apparenza, sembriamo persone normali, ma dentro di noi c’è qualcosa che non si è mai potuto rimarginare. Qualcuno ne ha fatto il pensiero di una vita e qualcun altro ha cercato di relegarlo nella parte più nascosta della sua mente. È una cosa molto individuale, ogni superstite ha vissuto gli anni della sua vita dopo Auschwitz in maniera diversa, a seconda del carattere, dell’educazione, della sensibilità. Avevo una coppia di amici, entrambi deportati, con un’esperienza molto drammatica. Lui ha trascorso tutti gli anni che gli sono rimasti da vivere nel ricordo della sua tragedia, ha dedicato ogni momento libero dal lavoro a leggere libri sulla Shoah, a guardare documentari, registrazioni di testimonianze, film. La moglie, al contrario, non voleva saperne, aveva un altro televisore, si chiudeva in un’altra camera, non voleva né parlare né sentire, e questo, naturalmente, ha molto limitato il loro dialogo. Non si può generalizzare. Per quel che mi riguarda, il ricordo di quell’esperienza non mi ha mai abbandonato; mai, neanche quando ero giovane. Adesso però, in vecchiaia, e in particolare da quando sono rimasta sola – perché le mie figlie, come è giusto, si sono fatte una loro vita, e mio marito, purtroppo, se ne è andato – ho molto più tempo libero, e il mio pensiero torna lì con una frequenza che non posso descrivere. Mi vengono in mente immagini degli anni precedenti, della nostra vita nascosta, braccata, ma soprattutto mi tornano davanti agli occhi, come in un film ripetuto all’infinito, le immagini di Auschwitz, che ho nitide nella mia mente come se tutti quegli anni non fossero mai passati. Mi faccio delle domande che prima non mi facevo, o che, almeno, non mi ero mai fatta con tanta precisione. La cosa che mi domando incessantemente, negli ultimi anni, è: che cosa avrà pensato mia mamma, in quella camera a gas? Che cosa avrà pensato? Mi interrogo soprattutto su di lei, perché mio padre era già talmente malato che sicuramente non ha avuto neanche il tempo di farsi delle domande. Mi torna in mente in continuazione, e rappresenta una pena ulteriore: chissà che cosa avrà pensato. E, così, un’infinità di altre cose.

In questo momento, mentre sono qui a domandare, so che ogni domanda ha in sé anche un’eco oscena. Chi siamo, noi che ascoltiamo, che ci interroghiamo sul testimone, agli occhi del testimone?

12È una domanda che apprezzo, perché se è vero che a volte abbiamo l’impressione di essere osservati come degli esseri di un altro pianeta, qualche volta è vero anche il contrario; anche noi ci interroghiamo sui nostri interlocutori, ci stupiamo, ci addoloriamo di certe insensibilità, di certe domande inconcepibili, di certi luoghi comuni e di certe accuse, che magari non vengono esplicitate ma che restano come uno sfondo nei discorsi. Per esempio, l’idea che noi sopravvissuti ebrei vogliamo ottenere un “monopolio della sofferenza”, un primato della memoria nei confronti delle altre vittime. Quando sento contrapporre in modo ideologico il termine Olocausto al termine Shoah da persone che, senz’altro in buona fede, pensano così di difendere la memoria dei politici, degli omosessuali e di tutte le altre vittime, sento che c’è qualcosa di sbagliato e avvilente non solo per noi ebrei, ma per tutti. Bisognerebbe sapere che la Shoah, o Olocausto, insieme al Porajmos, che è il nome che rom e sinti hanno scelto per la loro catastrofe, è stato prima di tutto la messa in atto di un disegno che aveva lo scopo di cancellare dalla faccia della terra gli ebrei e gli zingari, e che la maggior parte degli ebrei e degli zingari sono stati effettivamente ridotti a cenere. Se non si parte da questa realtà, come si può parlare dello sterminio? Forse è una caratteristica umana, ragionare in termini di schieramenti e di categorie, ma se c’è un ambito riguardo al quale questo modo di pensare dovrebbe essere abolito, è proprio Auschwitz.

13Ci sono molto luoghi comuni di questo genere, ma uno mi colpisce in particolar modo, ed è quello che dà per scontato il nostro complesso di colpa, al punto che persino nelle scuole capita che un ragazzo si alzi e chieda: «Signora, ma lei non si sente in colpa per essere sopravvissuta?» Non è capitato solo a me, ma a molti testimoni con cui ho parlato. È vero, Primo levi ha parlato della colpa della sopravvivenza, ma io ho sempre ritenuto che si parli di colpa perché non è stato creato un termine che indichi tutti i sentimenti che un superstite prova, dalla sofferenza eterna alla nostalgia per tutto quello che lì è rimasto e che abbiamo perduto, alla disperazione per quello che abbiamo visto, per una generazione intera di bambini finita nelle camere a gas. Tutto questo non ha nulla a che fare con la colpa. Ne ha parlato anche Bruno Bettelheim, e può darsi che qualcuno davvero lo senta, ma il complesso di colpa è simile al rimorso, è un sentimento di accusa rivolto a se stessi per essere rimasti vivi. Ma quale rimorso, quale colpa può avere uno che per destino, per fatalità, è rimasto in vita? Può avere un enorme dolore, questo sì, un infinito rimpianto per gli altri che non ci sono più. Devono coniare un termine che rappresenti questo sentimento. Se non hai rubato il pane a qualcuno, se non hai danneggiato una compagna per avere una condizione migliore della sua, non puoi provare nulla del genere; non è giusto, dopo tutto quello che hai già passato. Il rimorso lo deve sentire chi, in qualche maniera, ha causato danno ai propri simili. E, comunque, ho una profonda pietà per chi, nel lager, essendo vittima, ha finito con l’assomigliare al carnefice; si tratta di persone sopravvissute in quell’inferno anche per due anni, come nel caso delle prigioniere slovacche, subendo e assorbendo i metodi disumani che là vigevano. Noi stessi, se fossimo rimasti per un tempo così prolungato, sottoposti a tutta quell’enorme violenza, non avremmo avuto più nulla di umano; anche noi avremmo subito la stessa metamorfosi. Ma è proprio per questo che dobbiamo stare attenti a giudicare chi ha perso la propria umanità nei campi, e non parlarne come di carnefici ma come di vittime; forse le più disgraziate tra le vittime.

14Si deve invece esprimere un giudizio su chi ha scelto di essere un carnefice, avendo la possibilità di scegliere altrimenti. Nei confronti di chi ha la responsabilità dello sterminio, il perdono, secondo me, non può esistere. Non deve esistere. Non solo perché, per poter perdonare, qualcuno deve prima aver chiesto il perdono, e nessuno ci ha chiesto di perdonare, ma anche perché non si può perdonare in nome di quelli che non ci sono più. Non se ne ha il diritto. E, soprattutto, se un crimine come questo può essere perdonato, allora il concetto stesso di perdono perde il suo significato: tutto diventerebbe perdonabile, e tutto si potrebbe compiere, perché tutto può essere perdonato. Questo, per me, nella mia concezione dell’etica, non è ammissibile: non si può perdonare. Non si deve perdonare.

Oggi cosa significa per lei, testimoniare?

15Per quanto continui a sentire la testimonianza come un dovere, per me non è che una goccia in un mare, in un oceano di ignoranza. Intere classi di studenti non hanno mai letto un libro né visto un film sulla Shoah; non viene loro insegnato cosa siano stati il nazismo e il fascismo, e nemmeno dove si trovino, sulla carta geografica, Auschwitz e gli altri campi di annientamento polacchi, figurarsi i luoghi degli eccidi compiuti dalle Einsatzgruppen nell’est, come Ponary e Babi Yar. Per quanto ci si sforzi, si ha l’impressione sconsolante di fare un’infinitesima parte di quello che sarebbe necessario. E, tra poco, tutto sarà finito.

16La conoscenza che i ragazzi possono avere dipende dalla fortuna di trovare insegnanti capaci e sensibili, che li preparino all’incontro con un testimone. Spesso, invece, il testimone viene invitato solo perché si avvicina il Giorno della memoria, in sostituzione di altre attività didattiche: ma un testimone non può insegnare che cosa è la Shoah. Quando vengo invitata a parlare in una scuola chiedo sempre, come condizione, che i ragazzi siano stati precedentemente preparati, che abbiano letto, studiato, così da poter situare il mio racconto. Ricevo sempre grandi rassicurazioni, ma quando vado capisco subito, dalla qualità delle domande che mi vengono rivolte, qual è la realtà. Capitano situazioni sconcertanti. Una volta, per esempio, dopo aver ascoltato la mia testimonianza, dopo aver sentito che l’ultima immagine che ho avuto di mia madre era di lei che si dirigeva verso la camera a gas, un ragazzo mi ha chiesto: «Ma quando è tornata a casa, ha rivisto sua madre?» Cosa dire, di fronte a questo? Oppure mi chiedono se ho perdonato, come se si aspettassero un lieto fine, così da mettere tutto in un cassetto e passare ad altro.

17Il nostro scopo, il motivo per cui abbiamo cominciato a parlare nelle scuole, era la speranza che una cosa del genere non potesse mai più accadere, non soltanto a noi, ma a nessun altro al mondo, da nessuna parte. Come è evidente, questo non è avvenuto. Quando ero a Birkenau, mi domandavo in continuazione: «È possibile che fuori di qui il mondo viva, che la gente continui a fare una vita normale? È possibile che nessuno ci aiuti, che ci abbiano abbandonato fino a questo punto?» Quando siamo usciti, tutti noi abbiamo pensato che la gente non sapesse, e che nessuno potesse neanche lontanamente immaginare tutto il male che avevamo patito; ci siamo detti che stava a noi far capire agli altri quello che era avvenuto. Dapprima i superstiti non sono stati creduti, e comunque nessuno aveva voglia di ascoltarli. Poi hanno cominciato a chiamarci, a chiederci di testimoniare, e noi abbiamo accettato, perché eravamo profondamente convinti che quello che avevamo da dire avrebbe costituito un insegnamento per il futuro: nessuno ci avrebbe ridato i nostri morti, ma almeno potevamo sperare che non tutto fosse stato inutile. Ci hanno ascoltato, a differenza che negli anni precedenti, ma il mondo non ha imparato niente dalla nostra esperienza, visto che ha permesso che in Cambogia una terza parte della popolazione fosse annientata, e ha permesso quel che poi è successo in Ruanda, in Bosnia, in Darfur. Se tutti questi massacri sono successi e continuano a succedere, mentre la gente va tranquillamente avanti con la propria vita, come non pensare che allora, forse, non siamo serviti a niente? Di questo parliamo spesso, tra di noi, e ci chiediamo se sia valsa la pena, ma non possiamo fare altro.

Una delusione della testimonianza, dunque.

18Una delusione, senz’altro. Quando hai finito di testimoniare ti alzi, saluti – e intanto una parte di te è di nuovo in quel mondo, gonfia di un dolore che hai imparato a nascondere; ti guardi intorno, e capisci che, per la maggior parte di quei ragazzi, il giorno dopo sarà tutto dimenticato; hanno avuto un’emozione di breve durata, nulla di più. Lo intuisci, lo sai, e torni a casa avvilita. Qualche volta ci telefoniamo, tra di noi, dopo una testimonianza, perché è una cosa di cui puoi parlare solo con una persona che abbia la tua stessa esperienza: “Guarda, è stato vano, è stato inutile, avrei fatto meglio a non andare”. Qualche volta mi sento non solo delusa, ma offesa. Offesa, perché non c’è stata abbastanza serietà, non c’è stato rispetto. E allora quello che vivi è un vero e proprio malessere. Non sto parlando di un’offesa personale; a me possono dire quello che vogliono, non mi interessa. L’offesa è per quello che racconto e che tristemente rappresento in quel momento. Sono la testimone di un’infinità di persone di cui non si sa più nulla.

19Ho molto ridotto la quantità di testimonianze, e non solo per la stanchezza dell’età, ma perché la ripetizione mi dà la sensazione di profanare questa memoria che mi è sacra in un modo che non so neanche dire, e non solo per quello che è capitato a me, per la perdita della mia famiglia, ma per tutto quello che ho visto lì, per tutti gli infiniti morti e l’infinita disperazione.

20Racconto quello che posso, ma lo scopo di questi incontri si è modificato nel tempo. Se inizialmente ritenevo, o almeno speravo, che in questo modo si potessero scongiurare altri crimini, ora mi auguro, o forse mi illudo, che il ricordo di quello che è successo rimanga anche dopo di noi. Perché è troppo angosciante pensare che di quei morti non resti memoria. È angosciante pensare a quel milione e mezzo di bambini andati al macello, e di cui non si ricorderà più nessuno. Lo sforzo, la fatica, la sofferenza di rievocare quello che abbiamo vissuto, adesso ha, nel mio caso, questo preciso scopo.

21Non vorrei essere fraintesa: la testimonianza dà anche delle grandi soddisfazioni, soprattutto quando i ragazzi sono preparati e desiderosi di capire quello che il testimone ha da dire. In quel caso, si crea una vicinanza commovente. Ci sono ragazzi che mi mandano una cartolina dalle vacanze, con un pensiero affettuoso, o ragazzi che, a distanza di tanti anni, cercano di mettersi in contatto con me perché ricordano le cose che ho detto. Ho avuto tante e tante dimostrazioni di affetto e di sincera volontà di apprendere, di capire. Quando vedo che un ragazzo, una ragazza, comincia a leggere in modo autonomo, non perché si tratta di un compito scolastico, ma perché ne sente l’esigenza, allora penso che c’è ancora speranza. Quando, durante una testimonianza, sento che c’è un vero interesse, quando le domande che mi vengono rivolte mi fanno percepire che c’è un vero desiderio di capire, allora cerco di approfondire certi aspetti. Per esempio, spiego che il racconto di noi deportati del ’44 è riduttivo, marginale rispetto a quello che hanno vissuto gli uomini e le donne arrivati nel ’42 dalla Slovacchia, dall’Olanda, dal Belgio, dalla Francia, dalla Boemia. A volte racconto la storia di quelli che sono arrivati prima di noi – specificando che non l’ho vissuta io, ma che l’ho letta, o mi è stata raccontata – perché è quella la storia della vera tragedia, della vera sofferenza. È la storia di persone che sono rimaste vive in un numero infinitesimale rispetto alla totalità di quanti sono stati deportati dai loro paesi. Noi deportati dall’Italia, pur nella grande disgrazia, siamo arrivati lì poco numerosi, perché in molti sono riusciti a trovare un rifugio e a nascondersi; e quelli di noi che sono stati catturati, hanno comunque avuto la fortuna di subire l’internamento solo nell’ultimo anno di esistenza del lager, grazie alla solidarietà e al sostegno di persone che si sono esposte e che hanno sfidato il pericolo pur di poterci aiutare. Queste sono le cose che cerco di spiegare ai ragazzi, quando vado nelle scuole.

Una critica che viene rivolta ai testimoni, è di sovrapporsi agli storici.

22Quando siamo stati deportati non sapevamo dell’esistenza dei campi della morte, non sapevamo che i nazisti avevano non solo già messo in atto, ma quasi concluso i loro piani di sterminio: perché il testimone, a differenza di chiunque altro, dovrebbe restare in quell’ignoranza iniziale, o separare completamente quello che ha appreso in seguito da quello che testimonia? È una critica che non capisco. Se racconto delle donne slovacche, è perché sono loro che hanno costruito Birkenau, morendo in mezzo a indescrivibili patimenti, malattie, punizioni, fame, freddo, e non certo perché voglia sovrappormi agli storici. È importante capire che noi sopravvissuti facciamo parte di una grande comunità, la cui enorme maggioranza è composta di morti. Quei morti non possono essere dimenticati, e noi parliamo anche per loro.

Un’altra critica che vi viene mossa è di utilizzare termini appresi in seguito, che al tempo della prigionia non potevate conoscere, come per esempio il termine Vernichtungslager.

23Ricordo molto bene, e lo ricorderò fino all’ultimo giorno in cui avrò vita, che nella baracca 31 del lager A, il lager della quarantena, dove sono stata portata dopo l’arrivo, c’era una giovane superstite della deportazione slovacca che aveva il ruolo di Blockältester, o capo baracca; alle domande che tutte noi le rivolgevamo, in tutte le lingue dell’Europa invasa dai tedeschi, su dove fossimo e su quando avremmo finalmente rivisto i nostri cari, ha risposto con queste precise parole, in tedesco: «dove credete di essere, in un luogo di vacanza? Non avete capito di essere in un Vernichtungslager?» Era slovacca, ma in due anni aveva imparato il tedesco, e lo ha detto in tedesco: «Non avete capito di essere in un campo di sterminio?» È una frase che ho e che avrò per sempre nelle orecchie. Questa supponenza, francamente, mi irrita. Quando dicono certe cose, mostrano di non avere nessun rispetto per quello che raccontiamo. Ma chi non era lì dentro, anche se lo ha studiato sui libri, dovrebbe farsi riguardo nei confronti di chi c’era, di chi ha visto, di chi sa quello che dice. Purtroppo molti storici si sentono ormai i depositari del sapere. Già adesso hanno un’aria di superiorità nei nostri confronti, e posso immaginare che dopo di noi diventeranno sempre più convinti del loro diritto di preminenza sulla “materia”. Quando ci toglieremo di mezzo, avranno finalmente il campo libero. Siamo perfettamente preparati a questo. Sarà così. Se non rifletteranno abbastanza su tutte le memorie che leggeranno, se non capiranno che il loro lavoro, importantissimo, deve dare sostegno ai racconti, alle testimonianze di chi c’era, di chi ha visto, potranno tranquillamente dimenticarsi di noi, nominarci solo come cifre. Non vorrei mai che la previsione di Wiesel e di Semprún, sull’alzata di spalle di fronte all’ultimo testimone, dovesse mostrarsi esatta. Ci sarebbe da chiedersi, allora, chi potrebbe mai essere, quell’ultimo testimone: perché potrebbe essere un Imre Kertész, una Liliana Segre, o potrebbe magari essere quella povera donna che cantava nel campo. Speriamo che stia crescendo una generazione capace di distinguere la differenza.

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Note

2  Wieviorka 1999: 143.

3  Appelfeld, Una testimonianza diversa, intervento al Festival della mente di Sarzana, 5 settembre 2009.

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Per citare questo articolo

Notizia bibliografica

Goti Bauer, «Questa memoria che mi è sacra»Rivista di estetica, 45 | 2010, 33-43.

Notizia bibliografica digitale

Goti Bauer, «Questa memoria che mi è sacra»Rivista di estetica [Online], 45 | 2010, online dal 30 novembre 2015, consultato il 16 juin 2024. URL: http://0-journals-openedition-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/estetica/1739; DOI: https://0-doi-org.catalogue.libraries.london.ac.uk/10.4000/estetica.1739

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